30/01/16

I romanzi impubblicabili


La morte rende preziosi e patetici gli uomini. Questi commuovono per la loro condizione di fantasmi; ogni atto che compiono può esser l'ultimo; non c'è volto che non sia sul punto di cancellarsi come il volto di un sogno”
Jorge Luis Borges

Sono passati quasi dodici anni dalla pubblicazione del mio primo libro solista. Una vita, anche due. Non ne ho pubblicati altri.
Non da solista. Sembro uno di quei bassisti che mi piacciono tanto: un disco solista e tante collaborazioni.
Come tutti coloro che scrivono (non autofinanziandosi le pubblicazioni, questa precisazione è ancora fondamentale), anche io ho varia roba inedita che va ad arricchire i miei archivi fisici e mentali. Il mio primo romanzo inedito, “Conati di tango” è datato 1997 e ci sono ancora affezionato. Ingenuo, sovraccarico, improponibile, impubblicabile. Ce n'è un altro che non mi dispiaceva, “Il cloridrato di Yoimbin”, che non riesco più nemmeno a datare.
La sciabola sotto le lenzuola” è stato invece proposto e rifiutato al tempo, ed anche qui è un tempo che non mi è più tanto chiaro.
Subito dopo la pubblicazione del primo vero libro, che andò abbastanza bene per essere underground e non edito da major, mi chiesero di scriverne un secondo. Ma l'esperienza della prima pubblicazione mi aveva svuotato e fiaccato, invece che galvanizzarmi. Perché arrivava dopo anni di tentativi, proprio quando sentivo crescere l'esigenza di mollare e abbandonare la narrativa. La pubblicazione del primo libro vero, che mi regalò una breve notorietà mediatica e fece risollevare le mie quotazioni presso le persone che conoscevo, mi portò, come trascinato dalla corrente, in un mondo del quale avevo solo sentito parlare. Un mondo in cui altri scrittori mi davano amabilmente del “collega”. Un mondo di presentazioni in librerie, di ospitate a presentazioni altrui, di febbrili contatti per entrare a far parte di un'antologia, un mondo dove dietro ogni complimento mellifluo e ridondante si nascondeva il sotteso desiderio di veder crepare il rivale. Non provai la forte eccitazione che mi aspettavo e che mi era stata preconizzata da più parti.
Per quel che mi fu possibile, mi sabotai e mi feci sabotare. Un paio di errori tattici, poca pazienza, nessun affettata gentilezza e mi trovai presto nei pressi dell'uscita di servizio, luogo dal quale potevo ancora udire le pompose parole usate per le presentazioni e spesso recitate da attori/amici chiamati a fare da testimonial. Mi dissero che ero ancora in tempo per presentare il secondo lavoro, un'ideale continuazione del primo libro.
Quasi forzandomi, scrissi una cosa che non mi rappresentava del tutto. Anzi, quasi per niente. L'avevo scritta con il pensiero che dovesse piacere all'editore (o agli editori) e alla gente. Ne uscì una frittata di verdura che, per quanto mi riguardava, aveva un po' l'odore della merda costipata. Mi ero fatto influenzare, condizionare, forse impaurire. La spada di Damocle di dovermi confermare come “ex giovane promessa” mi rese, nei due anni seguenti all'uscita di Frank Ressel, una specie di babbuino confuso. La mia narrativa non ne trasse giovamento. Tutt'altro. Anche perché non ero un giallista con dodici plot pronti all'uso e non avevo la faciltà di creazione di altri che -non lavorando- avevano a disposizione un tempo infinito per lambiccarsi e farsi consigliare, o al limite rubare idee in giro.
Il secondo lavoro che proposi non piacque quasi a nessuno. Tirai un sospiro di sollievo ed uscii di scena. Non mestamente, ma senza protestare. Senza prendere il telefono per elemosinare attenzioni, aiuti, azioni di reinserimento o altro. Roba che la maggior parte degli scrittori attenti a mantenere in vita il sogno trionfante svolgono con più efficacia della respirazione.
Il telefono ha smesso di squillare. Poi sono finite anche le mail dei “colleghi”. Ancora più gradualmente, sono scemate le richieste di contatto sui social e i like. Silenzio. Forse, un altro al posto mio avrebbe smesso di scrivere o si sarebbe cimentato con letteratura da cucina e saggi sul salmone gratinato. Io non ho mai smesso di scrivere e non mi sono mai sentito un incompreso e un vilipeso. Ho respirato a pieni polmoni, soprattutto di notte, mentre la vita mi metteva a dura prova e imparavo, quasi con piacere, che la luce dell'alba non basta a farti sentire spirituale, che l'amore è sì una corazza ma non può essere un involucro onnicomprensivo e che non pubblicare non significa affatto essere caduto in disgrazia o da un piccolo trono.
Ricordo senza rabbia, intercettandone il lato ridicolo, delle sciocche conversazioni avute con dei “colleghi”, quando ero già sulla strada della svanizione, in cui mi si rimproverava di non avere un agente letterario e di non aver proposto l'opera seconda alle persone giuste. Sia ben chiaro: loro certo non si offrivano di intercedere. E ci mancherebbe. Ti dicono che sei un talento, non lo pensano nemmeno, e poi -solo per il gusto del ghigno sardonico- si compiacciono che tu debba cavartela da solo. Meglio, molto meglio.
Non c'è vera amicizia nel mondo letterario. Non c'è amicizia nel lavoro. Almeno, per persone che la pensano come me. L'amicizia è rara, mentre la vicinanza è facilissima e contingente. In quanto contingente, è più capricciosa di un'amante distratta e poligama.

C'è stato qualcosa di poetico in questi anni randagi, anni nei quali mi sono cimentato con un vero senso della scrittura, ovunque, alla prima ispirazione, di notte, al risveglio, senza mai pensare seriamente ad un editore, ad un consulente, al gusto corrente. Scrivere per guarire piccole parti dell'insidia immortale che uno cova dentro. Scrivere per riordinare il magma e lasciare che poi esploda qualche minuto dopo. Scrivere per capire, e capire bene, che si perde in continuazione. Si perdono competizioni alle quali non si è stati invitati, si perde la giovinezza, si perdono treni per la visibilità, si perdono amori e amici, si gettano via vecchi vestiti, si vendono o svendono le emozioni in sovrannumero, quelle cariate, infette, dolenti.
Non c'è stato un solo giorno della mia vita in cui io non mi sia sentito uno scrittore. Le valutazioni razionali circa la spendibilità ed i guadagni sono altra cosa, apparentemente parallela. Ma per me mai vincolante.
Negli ultimi anni, la scrittura mi ha chiamato in piena notte, impedendomi di dormire e condannandomi ormai ad un'insonnia cronica, frastagliata ed imprevedibile. La scrittura mi ha raggiunto nella stanza delle delusioni, quella senza finestre, e mi ha baciato a lungo. Come la donna che su carta non incontro mai e spero di non incontrare mai: perché vorrebbe dire che non ho più nulla da dire. Non sono un giallista. Non sono uno sceneggiatore. Non costruisco trame pensando al pubblico. Sono più umile, mi faccio prendere per mano e mi offro di scrivere fino a che non crollerò esausto o inviperito.

Sere fa sono entrato in una delle mie stanze. Ho trovato e sfogliato quei romanzi impubblicabili, mai proposti o rifiutati qualche volta. Ho provato un senso di tenerezza per quelle creature abortite, che Valerio Zurlini avrebbe definito “sterili anticipazioni di morte”. Toccando quella carta, sfogliandola, mi sono detto che non ero al cospetto di semplici e banali fallimenti (o meglio, tentativi da me stesso spesso non autorizzati), ma di veri e propri tranci di vita non finiti nelle ceste di smaltimento e neanche sui comodini dei lettori. Ho tenuto le luci basse in camera, per la mia atavica devozione alla notte e alle sue ombre. Ho riletto alcune cose. Certe mi sono sembrate belle e proponibili, altre molto datate e ho provato fastidio a leggerle. Ma non sono stato violento come al solito. Erano lì. Le emozioni che raccontavo in quelle storie erano vere. Mi hanno portato ad essere l'uomo che sono oggi. Non so se quella odierna è la migliore edizione di me stesso, ma di certo è la più involontariamente eroica. Perché ho resistito a tantissimi fattori esterni inquinanti e demolenti, e soprattutto ho resistito a me stesso e al mio hobby di distruzione. Non ho stracciato quei manoscritti e non ho mai smesso di scrivere. Doppia vittoria.
Ho distrutto e dilaniato altro. Ad iniziare dal sonno. Ho scoperto che restare svegli di notte è una prova importante di esistenza e di resistenza. Di notte, le emozioni sono amplificate, senza filtri, senza camere di compressione. Ti prendono in pieno petto o tra gli occhi; tu sussulti, indietreggi, chiami Dio perché hai paura di crepare, ma infine scopri di respirare meglio.
E poi la solitudine è fondamentale. Molto più di quel che si dice per celia e per vanteria decadente, che poi non funziona più penso da fine ottocento. La solitudine era attraente nei romanzi ottocenteschi, oggi è come il morbillo.
L'uomo che scrive con tre quarti del volto e dell'anima perennemente al buio non eccita le masse e mi sembra pure normale. Però la solitudine è di un'importanza incontestabile nella vita di un uomo che decide di non riprodurre all'infinito la sua immota tranquillità.
Io sono grato ai miei romanzi impubblicabili. Li conserverò. Non sono partite a dadi finite male, sono forse combattimenti che non hanno mai varcato le mura del mio faro. Ma sono stati combattimenti corretti, cavallereschi, disfide romantiche con le unghie troppo acuminate per restare integri come muli e rivolti al sole come imbecilli. Io non sono un girasole. Non sono un giallista, e lo dico senza alcuno sprezzo. Non sono un manovratore di trame irreali. Non scrivo fantascienza e non scrivo poesia.
Sono probabilmente uno scrittore di fantasmi e un uomo della notte. Sono io e conosco l'odore del mio respiro di notte. I movimenti involontari delle mie mani, le esplorazioni faticose degli occhi quando la scrittura ti impedisce di dormire peggio di un figlio piccolo che piange.
E conosco, grazie anche ai miei romanzi impubblicabili, il profondo senso di spaesamento che si prova di fronte a tutto quello che potresti comunicare e invece finisce per diventare la più derivativa e leggera delle storie. Ci sono notti, notti senza luna, notti di lupi e di lame, di amori presi a calci, di bocche strappate dai disegni e dalle confessioni, notti in cui sento ai lati, o anche sulla mia pelle, tutto il dolore che un piccolo uomo può riuscire a riversare su carta. Ma fallisco nell'esatto istante in cui trovo l'inizio, lo svolgimento e la fine. È sempre troppo poco e finisce presto. E quando me ne accorgo, mi dico sempre che sono troppo poco capiente per i fantasmi che mi vengono a trovare o mi entrano dentro come addetti alle pulizie o assassini.
Finisce che dormo per impotenza espressiva, e mi risveglio su una spiaggia uguale a tante altre, con gli ombrelloni chiusi, il sole timido poco dopo l'alba e un bambino che mi guarda con la testa reclinata.
Sono uno scrittore”, sembro dirgli, “tutto questo mi tocca”.

Luca De Pasquale, 30 gennaio 2016



29/01/16

Hamsuniana o dell'escapismo del lettore vigliacco


Inseguii i riflessi della luna sui vestiti di quella donna, quella sera. Mi ero illuso che quella donna contenesse particelle lunari. Le rivolsi tante di quelle domande che dovette pensare mi fossi innamorato all'istante. La indagavo, volevo conferme, volevo scoprire quanta luna aveva dentro.
Ma quando, diverse sere dopo, mi ritrovai a casa sua la luna non c'era. Nè in cielo, né sulla sua pelle. Mi sentii ingannato e feci in modo che mi detestasse presto.
Non c'erano tracce di luna in lei. Niente. Solo risposte vezzose e quella disponibilità al tentativo che non rende nessuno migliore.
Non l'ho mai più rivista.

Le pizzette fredde con la mozzarella scura perché vecchia; la prendevo con le dita, si staccava l'intero pezzo e lo buttavo nel cesso. Le lenzuola erano sempre le stesse, verdi pisello. Trentacinque euro a notte. Ogni sera, leggevo tre pagine del libro che mi portavo dietro dappertutto. Non più di tre pagine. Bastavano tre. Avevano voglia di raccomandarmi la lettura di quello scrittore tanto ammirato in giro, non mi attraeva, non mi interessava. Ogni sera tre pagine di Knut Hamsun. Nessuno mi avrebbe chiesto in prestito il libro. Tanti sono banali. Banali da leggere solo ciò che viene universalmente raccomandato. Ciò che hanno sentito nominare e che forse è già consacrato. Sono i lettori schiavi, non i lettori liberi. Schiavi delle infatuazioni altrui. Schiavi dell'elzeviro sul loro quotidiano preferito, on line o su carta. Schiavi di libri e letture che potranno scambiare con amici e conoscenti. Così è più facile e non ci si sente emarginati.
No, pochissimi comprano i libri di Knut Hamsun. Ancor meno quelli di Dagerman, perché per quel poco che ne sanno, Dagerman si è suicidato ed è quindi deprimente. Però Cioran lo leggono, e di Nietzsche pure hanno dei tascabili in libreria. Cioran e Nietzsche sono più famosi, e poi c'è quel critico che da anni si è calato le mutande, si fa pagare le recensioni e forse pure inculare, lui Cioran lo ha consigliato ed ecco che molti sono scesi in libreria a richiederlo. Con lo stesso entusiasmo con il quale si vuole provare una nuova marca di profilattici che si dice faccia intostare meglio e durare di più.
Leggevo tre pagine di Hamsun e poi cercavo di dormire. Gli amici erano scomparsi, le persone hanno sempre paura delle derive, quando non riescono a prevederne gli sviluppi. Ho conosciuto poche persone coraggiose e pochissimi uomini con le palle. La maggior parte si sono rivelati dei vigliacchi, dei faccendieri del benessere, dei cacasotto. Mentre leggevo quelle tre pagine e resistevo all'idea di cambiare città e cerchie, ridacchiavo pensando che nessuno di loro avrebbe mai acquistato un libro di Hamsun o Dagerman, mentre i più prevedibili avrebbero cacciato in mezzo Camus e Sartre, più agevoli da affrontare solo perché di loro si sa di più e si legge ancora con una certa frequenza.
Accendevo la sigaretta prima del sonno, poi la donna nella camera a fianco fingeva l'orgasmo con il suo spazzolone sterile e stitico, quello con la faccia da gufo con blocco intestinale. Il gufo con il blocco intestinale lo incontravo per le scale di mattina, sempre con il suo quotidiano moderato sotto le ascelle sudate. Poi andavo a fare resistenza. E non so come ho fatto, ancora oggi.

C'era quella che voleva fottermi perché era curiosa. C'era anche uno che voleva incularmi perché era curioso. O forse voleva farsi inculare, ma non cambia. Entrambi superavano il limite della curiosità, costruendomi addosso un mondo inesistente. Chissà che pensavano di fare. Pensavano che esistono gli scrittori-pirati, i Julio Iglesias della penna? La professione di scrittore in Italia non esiste, se non ad alti livelli di vendite. Che, molto spesso e senza invidia, non sono alti livelli qualitativi. Ma c'è ancora della leggenda che ammanta chi scrive, come se si trattasse per forza di una persona speciale. Quasi mai. Certi scrittori dovrebbero solo indossare degli abiti di Dolce&Gabbana e piroettare con i loro libri rilegati e le loro menzogne. Con quel senso di protezione borghese che emanano, quel profumo di riuscita in salsa accattivante. Comunque, quelle due creature volevano andare oltre con me. Non credo perché piacessi loro fisicamente o intellettualmente. Non sapevano niente di me. Niente. Un cazzo di niente. Ma avrebbero preso tanto la mia compagnia che il mio uccello.
Lettori vigliacchi, fantasiosi, spiritualità a supposte. Io rispettavo la loro idealizzazione e dunque mi sono allontanato da entrambi. Ci siamo risparmiati una recita sconnessa, due copie in più del mio primo libro, e nel caso della donna abbiamo risparmiato sull'albergo e sui fazzolettini. Nel caso dell'uomo, gli ho risparmiato la mia goffaggine nel rifiutarlo: ed infatti mi liquidò come un lurido fascista, anche se scrivevo della Rote Armee Fraktion. Le persone rifiutate hanno sempre tanta fantasia; fantasia da vendere, ma poi finisce tutto bene con una puntata in libreria per il nuovo nome da onorare. Hamsun e Dagerman mai. Bjorneboe manco a parlarne. Nessuno ne parla e pure lui si è suicidato. Vigliacchi.

Oggi. Oggi ho quarantatré anni. Me lo hanno detto al comune.
Oggi, se scrivo una retrospettiva sui Led Zeppelin o sugli Who mi fanno i complimenti e mi dicono che mi sono calmato. Che ho direzionato le mie energie. La mia vocazione al tormento è confluita in qualcosa di costruttivo: me lo possono dire per i Led Zeppelin, ma non per Knut Hamsun. O per Stig, o Jens.
Quelle sono influenze sconosciute, da non approfondire. Sono fissazioni un po' esotiche. Lontane. Un'esibizione di anticonformismo. Sono le mie stelle letterarie. Con Henry Miller, che è conosciuto ma in disuso, John Braine, che si ostinano a non tradurre, e gli Angry Young Men che nessuno legge dal 1979 o giù di lì. Quello sembra escapismo anticonformista, non mi concede diritto di crescita. Ma è meglio così. Perché non mi sono affatto calmato. Non ho rinunciato alle pietre scure. Alle stelle cadenti e poco pubblicate. Continuo ad assistere ai trionfi dei ribelli in cravatta. All'equivoco della passione come evento costruttivo. Un uomo passionale deve essere orientato alla costruttività. Chi si è bruciato, meglio dimenticarlo. Il lettore codardo ha bisogno dei consigli del critico che si è abbassato le mutande da anni e non fa altro che succhiarlo ai giovani scrittori che gli vanno a genio, oltre naturalmente a stroncare disinvoltamente chi non lo convince. Oggi vanno di moda gli eroi civili, gli agit-prop con la pancia e la tranquillità di una vita riconoscibile: due divorzi, vari figli, quattro case, una media di due libri l'anno, un'unanimità di entusiasmi che neanche in Corea Del Nord. Va di moda chi sa parlare al nostro cuore sempre in cerca di sicurezza, di uscite di emergenza, di indignazione preparata per bene con l'aiuto degli editor e degli agenti, vanno di moda vini e pappe biologiche, va di moda una nostalgia che non si sporca mai le mani. Tantomeno con chi si è suicidato senza chiedere l'emozione veloce dell'incredulità, nemmeno quella.
Io ho quarantatré anni e aspetto con calma. La mia calma. Che non è quella che mi infilano addosso gli altri. Aspetto che Knut Hamsun faccia il boom, aspetto di vedere tutti in metropolitana con “Fame”. O con “I giochi della notte” di Dagerman. Potrei anche accontentarmi de “Il comunista” di Morselli o “Un dramma borghese”. Ma sono altri i libri che vedo in giro.
Mi piacciono le utopie. Per questo escludo il suicidio.

Luca De Pasquale, 29 gennaio 2016





Knut Hamsun


John Braine

John Osborne


Stig

Stig Dagerman

28/01/16

L'acqua inquieta


Nella vita lo sguardo della pubblica opinione, gli interessi contrastanti, le lotte della cupidigia obbligano le persone a nascondere gli stracci vecchi, a camuffare gli strappi e i rammendi, a non presentare al mondo le rivelazioni della coscienza. E il bello di questo obbligo è proprio che a forza di ingannare l'altro, un uomo finisce per ingannare se stesso: in tal caso si risparmia la brutta figura, che è penosa, e l'ipocrisia, che è un vizio schifoso”

Ogni stagione della vita è un'edizione, che corregge l'anteriore, e che a sua volta sarà corretta, fino all'edizione definitiva che l'editore cede gratis ai vermi”

Machado De Assis, “Memorie dell'aldilà”, Barbès Editore

La serata brillante e spensierata passa senza danni. Come la farsa che si annunciava. Usare lo spalaneve per dimenticare i problemi, le sofferenze, le guerre interne, l'inaderenza a se stessi, i propositi di vendetta e le bassezze tattiche dell'indifferenza.
Mi produco in un paio di numeri sicuri, un'imitazione di una conoscenza comune ed un racconto boccaccesco, sono i vecchi piatti forti che funzionano sempre quando voglio distogliere l'attenzione da altro e, soprattutto, quando non intendo rispondere a domande che somigliano a pruriti micotici.
E infatti, quando esco sul balcone a fumare, nella mia testa galleggia una scritta al neon: andate a fare in culo. Queste serate dove si deve fingere accordo, simpatia, trasporto sono invecchiate più delle persone che le propalano con un'ottusità inscalfibile.

Quando rientro, il padrone di casa si lancia in un giudizio retrospettivo su quel che scrivo, azzarda anche un consiglio, di quelli che derivano dalla scarsissima conoscenza di ciò che spinge un uomo a scrivere. La gente pensa che uno scriva perché ossessionato dall'idea di farsi conoscere e riconoscere socialmente. La gente pensa che il tentativo della scrittura collimi con il miraggio della fama e del boom per trovare stabilità economica. Sono così annoiato da questo letame, sfinito, che ormai non prendo più questioni con nessuno. Lascio parlare, lascio esaurire.
Non ho pace. Non posso trovarla. Perciò scrivo”: sento la mia voce in differita pronunciare queste parole. Mi stigmatizzo subito. Perché ovviamente l'interlocutore prende la dichiarazione in mala parte, giudicandola pessimistica, pomposa, fuori luogo in una serata tutta spiluzzichini, sorrisi e ricerca spasmodica di similitudini. L'interlocutore trova che la mia spontanea dichiarazione sia triste; io invece la trovo allegra e costruttiva. Ora che fare? Dobbiamo prenderci a pugni? O vuoi giudicare qualcos'altro? Vuoi per caso giudicare il mio pene? Posso cacciarlo, se vuoi. È solo un capriccioso pezzo di carne. Non è un segreto intimo. È solo un rotolo di nervi ed impulsi. Se pensi di addentrarti nel mistero della scrittura, allora non puoi esimerti dal giudicare una salsiccia, così come -naturalmente- puoi considerare altre parti del mio corpo, ben più esposte.

Quando la serata finisce, mi accorgo che il pacchetto di sigarette è semivuoto. Ho fumato troppo. Sempre così. Difficile che si replichi. Perché la mia scarsa disponibilità a ripetere rituali è palese, anche se mai scortese. Non posso farci niente se sono irrimediabilmente innamorato del deserto. Quando mi infilo il cappotto, leggo chiaramente sul volto della moglie del mio amico un disappunto trattenuto a stento. Appena sarò andato via, gli dirà che non sono simpatico come era stato annunciato. Che sono intelligente, bontà sua, ma non frequentabile. Bella scoperta. Quella donna non leggerà mai un mio libro o il mio blog. Non scoppierò in lacrime per questo, sono abituato a ben altro. Non mi chiederà l'amicizia su facebook, perché ha intuito che non sono un tipo gradevole. Almeno socialmente, collettivamente. Spensieratamente. Lei me lo vuol far capire, che non intraprenderebbe mai niente con un tipo come me. La cosa è reciproca. Totalmente.

In taxi, guardo la strada sporca di pioggia pigra. Il tassista prova un dialogo, ma la cosa abortisce -con cortesia- in poche battute. Poi lo chiama la moglie e si fanno una chiacchiera mentre la tangenziale mi passa accanto come una scenografia sbagliata e dall'oblio veloce.
Durante il tragitto, mi scopro pensieroso su cose diverse. Mi torna in mente il cameriere del bar dove faccio colazione qualche volta, con la sua aria gentile, arresa, di uno che non può permettersi errori. Uno che mi sorride sempre, mentre io non riesco mai a sorridere completamente. I miei sorrisi sono solo oscillazioni della bocca: che assurge a ruolo di conca per i panni, basculante per il troppo peso. Un sorriso intero dedicato a qualcuno, e chi se ne ricorda?
I miei sorrisi sono scettici, intrisi di cinismo, pretesto di svignarsela. Mi odio per questo. Dovrei sorridere pieno. Assumermi i rischi del sorriso. Invece no.
Piove, finissimo, sembra più un disegno che la notte vera. Sono notti che ti schiacciano. Ti salvi solo se ti svegli in tempo, se riesci a carezzare chi ti ha accettato per quel che sei, se carezzi qualcuno senza chiedere niente in cambio, a cominciare da quel denaro sopravvalutato che è l'amore. Conosco quintali di persone che vivono i sentimenti come uno scambio di figurine. Sono nemico di queste persone. Di fronte ai collezionisti di sentimenti da scambiare mi sento Satana, un distruttore, un'entità oscura e dentata. Condannata a ripetere per sempre la comunione della disgregazione, incapace di accettare l'ostia, incapace di mercanteggiare con i sogni.
Poi ripenso alla serata. Mi sono annoiato. Avrei voluto che non mi conoscessero o che non si ricordassero di me. Da molti voglio solo essere dimenticato e scavalcato. Invece di chiedere amore e baci al tartaro, l'idraulica empia che disegna il triangolo paura-cuore-cazzo, io chiedo l'esilio. Il confine. La stazione ferroviaria di notte, solo treni merci. Chiedo il freddo addosso mentre piscio nei bagni deserti della stazione, chiedo le mani screpolate e nessun quaderno di ricordi da sfogliare. Odio i ricordi, odio prenotare il futuro con le proprie radici. Voglio la trasformazione, voglio l'acqua. Un'acqua che non desidera, pur se cascata, le foto dei curiosi. L'acqua che cade cerca il mare, non i commenti degli spettatori. Chissà se il mare è tanto lontano, tanto quanto la pace o quel che significa questa parola.
È finito il tempo di queste maledette serate. Delle spaghettate nostalgiche. Dei recuperi dal baule della soffitta, dalla scatola Ikea dei ricordi, e quanto al mare di sperma, non è certo diventato una fonte aurea da ripercorrere come salmoni benedetti.
È importante, davvero importante, marcare bene i confini degli abbandoni e dei fallimenti. E della non familiarità. Perché marcare quei confini significa espanderne altri, squarciare il velo stanco di un futuro che ti bidona per dieci appuntamenti di seguito.
Le riproposizioni. I chiarimenti. Le carrambate con un fiore nei capelli, una mano al portafogli e il cazzo del passato in culo. Il profumo spruzzato sul collo per farlo poi mordere. Cancellare torti e amnesie con una passata di lingua in bocca e quei morsi che sanno di tartaro, dentifricio e bugie.
E dirsi, ripetersi ossessivamente chi sei, chi sono, chi siamo, da dove veniamo, quanto abbiamo condiviso e quando, quanto siamo davvero amici e vicini nonostante i silenzi e le ipocrisie, quanto avremmo potuto, quanto abbiamo giocato per prenderci o evitarci, quanto ci siamo entrati dentro e fino a quale punto mai esplorato.
Il taxi arriva a destinazione. Dodici euro, grazie e buonasera. Buonasera a lei e buon lavoro. Neanche chiudo lo sportello che ho già acceso una sigaretta. Le chiavi tintinnano nella mano sinistra. Un tizio del palazzo mi spia dietro la finestra della sua cucina. Cos'è che vuoi? Vuoi scoprire segreti del tuo dirimpettaio? Vuoi che ti scandalizzi ballando un pezzo di Marcos Valle con le vergogne al vento? Vuoi controllare se mi porto un travestito a casa per farmelo ciucciare? Puoi anche crederlo: convincerò un amico a venire a casa con una parrucca addosso. Così potrai credere che sono un pervertito, un osceno, oltre che un fuoriuscito dalla società. Puoi credere quel che vuoi.
Oggi diamo giudizi morali per ogni cosa, per ogni sospetto, per ogni preconcetto, per ogni cosa che sfugga sia pur minimamente alla nostra torretta etica con radar di fortuna. Giudichiamo le persone dalle loro paure evidenti e dai loro fallimenti apparenti. Ci interessa censurare il male, ma continuiamo a pensare che la vernice con la quale ci dipingiamo il viso per creare fortunosi equivoci in società non sia tossica. Il veleno è sempre altrove: le nostre scelte ci appartengono e dunque sono giuste.
Io non la penso così. Io vedo, per quel che riesco, il mio sorriso un po' sconfitto, ma anche il mio veleno, il mio vomito, il liquido organico della mia rabbia sociale e individuale, la mia vocazione all'ammutinamento, al deserto, e vedo con senso del ridicolo la grande efficienza del mio ufficio degli addii, sempre tanto indaffarato. Se fosse un partito politico, giuro che lo voterei. Il Partito Degli Addii funziona, mantiene ciò che promette e fa anche di più: cancella le serate inutili, ancor prima del passaggio al cesso il mattino seguente.

Luca De Pasquale, 28 gennaio 2016




27/01/16

Il suono dell'anima - Omaggio a Eberhard Weber


Quando avevo sedici anni ero convinto che il suono della mia anima fosse quello del basso di Eberhard Weber. Flessuoso, a metà tra l'elettrico e l'acustico, evocativo, solenne e drammatico.
Avevo scoperto Eberhard grazie ad un disco di Ralph Towner, che facevo girare di continuo sul piatto, ed ogni volta il basso del tedesco mi ipnotizzava. Quel suono mi sembrava troppo; del resto avevo già capito che troppa bellezza non la reggevo, in niente, in nessun posto. Eberhard Weber era il mio segreto meglio custodito: infatti i miei amici andavano per Springsteen, Sting, Dire Straits, Pink Floyd. Ma quando il mio amico Tony Campogna, rampollo di una dinastia di legulei, venne a casa mia, non seppi frenarmi e gli feci ascoltare una cassetta Basf 90 con sopra inciso uno dei migliori album di Eberhard, “Silent feet”.
Tony rimase affascinato dalla musica, che era strana e per lui totalmente inedita. Disse su due piedi che avrebbe voluto acquistare dei dischi di quel tipo, ma di chi si trattava?
Mi sentii come se qualcuno mi stesse rubando il fuoco da dentro o la mia donna. Sentii bruciare dentro il mio errore, perché non volevo che Tony Campogna, tanto più ricco ed arrogante di me, avesse accesso a tutta quella bellezza, che avevo scoperto con pieno merito, portando le mie curiosità adolescenziali in zone effettivamente fuori portata per la mia età.
Presi tempo, chiedendogli puerilmente di indovinare chi fosse.
Fu giustamente lapidario, il buon Tony: “Luca, ma che cazzo ne so? Non ho mai ascoltato niente di simile prima”
Decisi rapidamente. Lo avrei depistato. Gli dissi che si trattava del bassista italo-austriaco Antonello Boyfaber, ispirandomi alla marca di matite che usavo. Tony Campogna mi chiese come fossi arrivato in possesso di quel nastro; andando a braccio gli confessai che lo avevo rubato a casa di un conoscente. Lui avrebbe potuto scoprire facilmente la mia menzogna, perché sul nastro non c'era scritto “Antonello Boyfaber”: come facevo dunque a saperlo?
Poi di Tony Campogna, come del novanta per cento delle mie conoscenze giovanili, ho perso le tracce. Ora sarà un giudice o un notaio, chissà se è un appassionato di Eberhard Weber. Ma cazzo, partì comunque tutto da me.

Non ho mai amato, è una confessione un po' sporca, condividere troppo le mie passioni. Perché le sento molto personali, anche se non sono tanto idiota da considerarmi l'unico attento ad una sorta di trascendenza. Per anni ed anni ho continuato a pensare che il suono così “eterno” ed al tempo stesso contenuto del tedesco rispondesse ai vari anfratti della mia anima contraddittoria. Un basso che crea, quello di Eberhard, ma che è al tempo stesso un volano di fuga, una creatura della notte che sfugge tra le mani, un impasto espressionista che l'emotività non tollera dopo un po', come ogni cosa che rechi con sé troppa incontinente bellezza.

Oggi ascolto ancora Eberhard Weber, anche se con minor assiduità, ma cosa dopo i quarant'anni può essere assiduo come un tempo? So solo che questa figura così austera e ispiratrice ha accompagnato quasi tutto l'arco della mia vita emozionale. Tant'è che quando ho avuto l'occasione di conoscerlo di persona, al conservatorio S. Pietro a Majella a Napoli, la voce mi si strozzò in gola e non riuscii a dirgli nulla di intelligente. E pensare che avevo anche creato un fan club napoletano per lui. Ma niente, mi tacitai e guardai a terra per tutto il tempo. Ero più giovane e l'emotività mi giocò un brutto scherzo.

Per tanto tempo, poi, ho “usato” un pezzo particolare, “Watercolors” di Pat Metheny, per convincermi delle emozioni che volevo provare. Durante l'assolo di Metheny, il contrabbasso elettrico di Eberhard cantava, il verbo è dannatamente esatto. “Cantava sotto”, come si dice volgarmente tra bassomani e melomani. Ebbene, quel “canto” lo utilizzavo per chiedermi aderenza a quel che vivevo. Se conoscevo una ragazza o una donna che mi interessavano, sapevo che per costituzione dell'anima non sarei mai stato realmente convinto fino in fondo. Anche quando mi credevo innamorato perso, c'era un Luca parallelo che se ne stava per fatti suoi, rigorosamente solitario e non triste, a picco su una cima di vento notturno dalla quale osservare il maremoto sottostante. Quell'emotività perennemente dimezzata tra smania emozionale e congruità della solitudine, io riuscivo a forzarla grazie a quei due minuti di canto bassistico sotto Pat Metheny. Quel basso sognante e denso, pieno di vita e di melodia, mi diceva che non dovevo rintanarmi. E dunque mi lasciavo andare, anche se non posso dire di essermi mai sganciato dal mio faro trasparente sulle nebbie. Ma Eberhard serviva. Serviva eccome. Del resto, come non ammettere che un cuore senza musica spesso somiglia ad una matassa di carta igienica? Un'anima semplice e dilaniata, la mia è banale in confronto ad altre più strutturate, ha l'esigenza ed il diritto di fagocitare sogni e visioni grazie alla musica. Altrimenti, la nebbia è destinata a risalire fino alla bocca, a divorartela senza nessuna passione possibile. Così, per crudele inerzia. Mentre il tempo passa inesorabile.
E il dono della rovina da abbellire fino a farla diventare dimora è così sperperato, regalato alla paura di soffrire, quella che non perdona mai.

Luca De Pasquale, 27 gennaio 2016

DISCOGRAFIA CONSIGLIATA

SOLISTA:
The Colours Of Chloe 1974
Yellow Fields 1976
The Following Morning 1977
Silent Feet 1978
Fluid Rustle 1979
Endless Days 2001 
Stages Of A Long Journey 2007

COLLABORAZIONI:
Michael Naura Quartet - Call 1971
Michael Naura Quartet - Rainbow Runner 1972
Volker Kriegel - Lift! 1973
Gary Burton Quintet - Ring 1974
Michael Naura - Vanessa 1975
Ralph Towner - Solstice 1975
Pat Metheny - Watercolors 1977
Gary Burton Quartet - Passengers 1977
Jan Garbarek Group - Photo With Blue Sky... 1979
Jan Garbarek Group - It's Ok To Listen To The Gray Voice 1985
Jan Garbarek - I Took Up The Runes 1990















25/01/16

Urbano, rarefatto, perdente


La gente entra ed esce dal pizzettaro kebab. Tarda sera. Lampioni. E sotto i lampioni, umidità. Condensa di umidità ed indifferenza lunga chilometri.
Io, sciarpa, sigaretta, mani fredde, pensieri veloci come un fraseggio notturno tra vibrafono e contrabbasso, spoken word per cocci, angoli di memoria e rancore allo stato gassoso.
Attorno, stoffa, stoffa ed esseri umani.
Brandelli di gonne, imbarazzanti pellicce sintetiche, risate come cappotti, bocche macchiate d'olio, il sapore di febbre e latte della sigaretta. Desolazione urbana, lontananze che gli sguardi incrociati non colmano ma accrescono, carte d'identità che si fiutano senza mai diventare temporali o incontri.
Cinque anni fa non ero qui. In queste strade. Tra cinque anni so che non ci sarò. Non sento nostalgia del passato e neanche del futuro. Il mio accendino raffigura Dylan Dog e non riesco a ricordare chi me l'ha regalato, quindi entro in tabaccheria e ne compro uno anonimo, verde acido. Quello di Dylan Dog lo butto, come ho gettato via l'altro ieri quello con i fiori. Perché non ricordavo chi me lo avesse regalato.
Mi sposto alle spalle dell'agenzia di viaggi. È vuota e la tizia dentro ha degli stivali da sveltina. Non mi erotizzo. Marionetta trapassata dal fil di ferro, fumo e conto gli estranei, mentre tutt'intorno è contrabbasso e vibrafono con aggiunta di percussioni e sax soprano.
In questo momento, se telefonassi a qualcuno, potrei solo mentire. Perché vado a ritmo di una musica che sento solo io, fatta di condensa sotto i lampioni, di un passato serpente che si divora lontano dagli sguardi invadenti dei curiosi, un serpente troppo sazio per restare in vita. Ho voglia di scrivere, come sempre, ma la mia scrittura adesso, in questo preciso momento, sarebbe come la luce fusa e liquida di un lampione ricordato male.
Condensa sotto le luci in strada urbana con figuranti, caratteristi e macchie di colore.
Non è mai stato facile accettare l'urgenza di esprimersi. Come di fuggire. Come di uccidere. Come di sporcare l'ordine altrui con mosse a sorpresa. È sempre stato difficile avere pazienza, aspettare. Anche concedere chances. Ragionare via etere o fermare un'emozione in una foto, in una data, in un gioiello regalato con il ghiaccio tra le dita, come un marinaio, come un nostromo, come un guardiano del faro.

Ho il sospetto di sentire la visibilità come disordine. Ho il sospetto di amare troppo le scene urbane notturne. Ho il sospetto di essere dedito alla collezione di fili di Arianna al neon. Per ritrovare strade che non ho mai percorso. Per ritrovare il senso delle possibilità più che la certezza delle scelte.
La bella del quartiere porta a spasso un cane ridicolo ed io mi chiedo stupidamente -e non è la prima volta- perché non producano sigarette lunghissime, che durino un'intera ora. Detesto i centri commerciali, mi deprimono, sono prigioni. Detesto i megastore. I posti che brulicano di curiosi e chiacchieroni. In questa strada ci sono cinque diversi negozi di scarpe, ma se uno solo dei commessi conosce il mio nome, questa strada non mi vedrà più. Ho il sospetto che essere riconosciuto sia per me caos e confusione. Forse mi piacciono i fantasmi. Ma non devono raccontare storie. Non devono rompere il cazzo con epopee familiari e dinastie da onorare.
Quando mi dicono che somiglio a mio padre, mi prende l'orgoglio. Ma poi scappo come un ladro, perché per i miei gusti sanno già troppo di me.
Sarebbe bello ora scoprire una galleria nei pressi del porto, rintanarsi lì dentro con una piccola scorta di cibo, sigarette ed una radio solo spoken word. Contrabbasso e vibrafono sono già nella cassa toracica, nel tentativo d'ordine dell'udito e della memoria.
Nessuna poesia da recitare sotto la luna. C'è troppa condensa sotto i lampioni. Se qualcuno prova a leggere parole scritte, sparargli in faccia come imperativo o simulare presenza per accelerare i chilometri di lontananza reale.
Urbano, rarefatto, perdente, incomunicabile, non prezioso, eretto e zoppo di occasioni, mezzo divorato e mezzo rinato, mi allontano dai negozi di scarpe, dall'agenzia di viaggi, dalla bambola con la pulce canina, dalle due cicche di sigaretta ai miei piedi. Le mie scarpe sono nere e andrebbero bene per un matrimonio. Non ci vado ai matrimoni. Le gioie ostentate del matriaggio sono caos, sono come le trasmissioni della De Filippi, sono mal di testa e nausea da carne avariata.
Ho nominato mio padre. Diceva che avevo mani da artista. Artista di cosa? Sono mani da fabbro riformato, da puttana declamante in salette rosse dove non si può fumare, sono mani che non reggono fogli, che non scommettono, mai come la testa, mai come l'anima.
Sta arrivando la notte. Umidità dappertutto. Lampioni come guardie svizzere nella nebbia. Nebbia, non rugiada. Nebbia, non effetti speciali. Pezzi di gonne, di scarpe, di anima, di abbandoni mai spiegati, di racconti pubblicati e trattati come altri pezzi di mosaico, come introduzioni, come epiloghi, come marchette.
Sono io la più lunga sigaretta della notte che comincia. Sigaretta consumata su sfondo blu. Vibrafono, contrabbasso, spoken word per mozzi, marinai, guardiani di fari, ladri, brevi schizzi dal caos, prima che torni quella dannata pianificazione ad imperversare.
Amare è un verbo, amare è un colore, non è questa strada.

LdP, 25 gennaio 2016

Autoreferenzialità volontaria ed involontaria




“Non leggo libri di altri scrittori, sono troppo impegnato con i miei”
“No, non sto ascoltando altra musica all'infuori della mia da diversi anni, mi deconcentra ascoltare altri”

Quante volte ascolto e leggo queste frasi inquietanti?

Ormai ho perso il conto.

Gli autonauti si rimpolpano con autorità, a volte sono insospettabili. Sono tra noi. Tutti presi da loro stessi e dalle loro attività. E la cosa non vale solo per artisti o presunti tali, ma per tantissime “persone normali”.

Chi non può vantare degli amici e dei conoscenti che non ti ascoltano quando parli, tutti presi dalla prossima cosa che hanno da dire loro?

Chi non ha dovuto accettare che l'interlocutore non sta prestando la minima attenzione a quel che dici perché non lo correla in alcun modo con il suo mondo?

Va ancora peggio quando ti considerano solo perché hai fatto loro un complimento al quale evidentemente tenevano; tipo che sono attraenti e che piaceranno ad un mucchio di donne. Se fai involontariamente il complimento giusto, sarai nella loro orbita per un mese o poco più. Nella vita reale e telefonica (che non sempre vanno di pari passo), nella messaggistica istantanea, su facebook, dove magari ti taggano per una loro foto nella quale si vedono fighi, roba infiammabile per tutte le splendide sottanelle del circondario.

Ma è inutile illudersi, per Dio.

Così come ti apprezzano perché li apprezzi, ti ricusano al primo implausibile torto. Funziona così anche nelle storie d'amore. Se comprendi le esigenze del partner sei un uomo fantastico e scopi anche in modo ragguardevole, se non cogli però dei dettagli fondamentali diventi d'un tratto un fastidioso pezzo di merda. Funziona così con la scrittura: devi leggere nel cuore -e non solo- del lettore, ma se scantoni o offendi in qualche modo la loro morale consacrata sei out. Da consigliato diventi sconsigliatissimo.

Ma nella scrittura subentra anche il concetto di quanto puoi essere insidioso. Perché voi non dovete credere che ci stimiamo tutti e che ognuno di noi spalancherebbe strade per i colleghi. Il senso di competizione è altissimo. Altissimo e insopportabile, anche tra pesi piuma e pesi gallo. Io stesso ho invidiato, demolito e biasimato per fastidio.

E ci sono rimasto malissimo, dico davvero, quando mi sono scoperto a dire di un “collega” (posso ancora dirlo?): “Quello? Quello è uno stronzo commerciale, avrà lavorato qualcuno ai fianchi e al culo, penso anche che abbia un pene minuscolo, perciò è così acido e snob”

Mi sono detto, ascoltandomi con raccapriccio, “ma che diavolo stai dicendo? Non lo conosci nemmeno, cos'è questo senso di competizione, vecchio mio?”

Già. Ammettiamolo. Qui ognuno pensa di avere le stimmate della genialità, e se gli altri non se ne accorgono in tempo reale o dopo con pentimento, beh, allora sono solo delle teste di cazzo e togliamo loro spazio.

E se non ci aiutano? Devono morire.

E se non ci sponsorizzano? Maledetti, la pagheranno.

Io ho un difetto enorme, uno dei tanti. Detesto l'autopromozione, e alcuni miei risultati lo testimoniano. Ho sempre il dubbio di molestare e allora non mi autopromuovo quasi. Non scriverò mai cose tipo “leggete questa meravigliosa intervista” o “questo racconto si incanala nella migliore produzione personale di sempre e vi ricorderà i Giovani Arrabbiati inglesi, se li avete letti”.

Mi viene il braccino corto, il braccino del tennista che serve tre matchball sul 40-0 e che invece si fa breakkare e perde pure la partita. Siamo lontanissimi, in questo caso, da forme di insicurezza e di timidezza, non è proprio questo il caso. È una specie di riserbo vergognoso, di paura del bacio con la lingua, non saprei come spiegare. Metti che non vuole la lingua, poi sai che imbarazzo? No, evito.

Questa consapevolezza, però, mi porta a deprecare violentemente chi eccede con l'autopromozione. Divento intransigente ed aggressivo, se non derisorio, una specie di hooligan della tastiera (la penna non la usa più nessuno, se non per accecare un rivale o per un gioco autoerotico).

E anche qui, non vale mica solo per l'arte. Fai delle foto della tua casa per farci vedere quant'è bella? Bene, io ti farò capire che non me ne fotte una mazza. Ti stai prendendo il tuo rimborso piacione dalla vita e vuoi mostrare a tutti il tuo nuovo naso? Ottimo: ti farò presente che preferivo il naso precedente.

L'autoreferenzialità è la faccia insana della consapevolezza, anzi non ha niente a che vedere con la lucida percezione di quel che si è e dove si può arrivare. Per me, eccetto sfumature singole e magari introdotte preventivamente, è una specie di vomito irrefrenabile di tutto quel che vorremmo fosse amato di noi dagli altri.

E se scrivo questo, significa che anche io, io in primis, ho orinato fuori dal pitale. Oppure ho sbagliato mira in un gigantesco cesso turco, imbrattandomi delle mie smanie come un esaltato. Fino a qualche anno fa mi eccitava l'idea di essere riconosciuto come uno scrittore abrasivo, uno che va al cuore del problema ed usa rasoi, asce e ogni tanto si riposa sotto il mantello notturno come l'ultimo dei romantici autodistruttivi. Pensavo di essere sulla strada, ma poi ho capito che mi stavo solo guardando in uno specchio e poco ci mancava che mi masturbassi per l'emozione. “Ti piacciono le mie parole al vetriolo? Oh cazzo, mi hai detto quel che volevo: aspetta che mi masturbo, intanto levati da sotto che ti sporchi. Questo è un rito solitario, devo celebrarmi, devo farlo, è la mia rivincita, prendetelo tutti nel culo, sono io il Re di me stesso e mi dovrete riconoscere”

Dev'essere successo qualcosa che mi ha fatto invertire la rotta. Ora osservo, ora guardo. Non sono un santo, rispetto a questo sono sempre più vicino ad essere un maiale nostalgico, ma ora è più facile non fissarsi con lo specchio.

Questa non è neanche autocritica. Non aspettatevi sincera autocritica da quelli che scrivono, perché hanno più capsule di ego che sangue nelle vene. È stupore. Ho devoluto l'attenzione che prestavo a me stesso ad altro. Il gioco vale la candela. Assumi nuovi linguaggi, apprendi, rielabori, ti rendi conto di quanto eri ridicolo quando volevi imporre la tua visuale della tua stessa persona e delle sue qualità in posizione anaforica.

Oggi mi è più facile ascoltare gli altri. Non è new age. La new age è roba per impotenti e creduloni. Ma è un deciso progresso. Quando il mio ego strabordante -nelle notti di luna piena, negli anni bisestili, in groppa ad un giro di basso troppo euforizzante- reclama la sua parte, lo mando affanculo subito. Gli impongo di guardare altrove. Anche solo una pozzanghera per ore. O due persone che si amano, senza per forza pisciare sulla scena per distinguersi. Gli chiedo anche di guardare la reale disperazione alla quale abbiamo diritto ed accesso tutti, e che è da rispettare anche se non rappresenta la correlazione ideale.

Scrittore o ceramista, bastardo senza sogni o personaggio sveviano destinato allo scacco e alla parzialità dei trionfi, non importa: la priorità, alla mia età e con tutto il letame che continuo a spalare fuori la mia porta e nel mio stomaco, è non farmi schifo. E per non farsi troppo schifo, bisogna dare il giusto valore alla voce altra dalla propria, al sorriso imperfetto, a tutta quella maledetta grazia che hanno gli esseri umani quando provano, sapendo di morire, a sfiorare definizioni e panorami di felicità.

Luca De Pasquale, 25/1/2016