30/12/16

I risorti, gli avversari e gli agenti del buio


Non c'è nulla di peggio di quelli che si sono ripuliti.
Niente di più sconfinato e sciocco del'aver migliorato sostanza e apparenza.
Nulla mi fa più ribrezzo di coloro che rinnegano i giorni difficili, gli stenti, le difficoltà, le cene solitarie, le serate passare a odiare donne che hanno tradito, le notti passate tra rabbia e decimi di febbre con l'uccello mezzo moscio in mano e il desiderio bruciante di prendersi delle rivincite.
Evito i ripuliti. Più di quanto evito in genere gli sproloquiatori, i familisti ipocriti, i mozzi letterari da pulpito, i noiosi castigatori di gusti altrui.
I ripuliti sono patetici, tutti presi dalla loro (supposta) nuova vita, dai loro nuovi costumi di scena. Come si affannano a dimostrare che hanno superato la fase critica. Come si dilaniano nello sbatterlo in faccia nel modo più trionfante anche a chi -quasi tutti- non se ne fotte niente.

Eddi, scritto appunto Eddi, fino a tre anni fa risparmiava sul suo medio stipendio per pagarsi delle escort e delle massaggiatrici. Ogni tanto andava a sfogarsi, per tornare più infelice e mesto di prima. Qualche volta ho anche pensato che avrebbe finito per spararsi in bocca. Avrebbero pianto in pochi. Poi è scomparso dalla circolazione e io non ho più pensato a lui. Riapparso dopo un anno e mezzo, ha esibito al suo mondo la sua nuova e a suo dire stupefacente compagna. Come fosse una bambola, un soprammobile preso in chissà quale luogo esotico. Mi ha chiamato apposta per parlarmi di lei. Ne ha magnificato le supreme doti emotive, di compagnia e anche sessuali.
È il mio grande amore”, mi ha salivato nella cornetta con la sua voce-brodo di pollo, “è di una dolcezza incommensurabile, cucina da dio e poi anche in quel campo... eh, sapessi”
Lo ascoltavo annoiandomi a morte. Eccone un altro, ho pensato. Un altro risorto del cazzo. Un altro futuro tribuno dell'amore. Auguri e -come si dice al sud?- figli maschi.

Gamon, invece, dopo una vita passata a cambiare lavori improbabili, ha finalmente trovato un lavoro ben retribuito. E ha sbroccato. È bastato un po' di benessere per farlo sbroccare e far esondare il suo ego, un tempo ridotto a coriandolo calpestato. Tutte le volte che parla e racconta, la cifra del suo stipendio esce fuori. Quando ci informa delle sue pingui entrate, gli occhi gli luccicano come se avesse incontrato il Creatore al supermercato. Ho avuto la tentazione di chiedergli se durante queste comunicazioni di acquisito potere gli si fa anche duro. Non mi stupirebbe. Le sue rivincite, le sue vendette, il suo riscatto, sono voci autonome nella sua preziosa busta paga.

Temucin Galletta, scrittore, ha trovato un po' di successo sociale e di fica solo grazie alla sua sesta opera, una broda indigesta su una vibrante storia d'amore nella Napoli del 2078. Una specie di Blade Runner gusto cozze, panino con i friarielli e cannolicchi sul lungomare. Con un occhio guercio su Pynchon, Ballard e qualche fumettista che conosce solo lui, e che è chiaramente un suo amico di penna e di social. Anche Temucin Galletta se n'è andato via di testa, per un po' di consenso, per royalties finalmente pagate e soprattutto per i baci delle donne. Che inopinatamente, dopo anni di disillusioni taglienti, hanno accettato la sua lingua in bocca e hanno ricambiato la centrifuga, come nei lidi dell'adolescenza. E pensare che Temucin Galletta, da ragazzo, aveva paura del sesso orale più dell'uomo nero e l'idea di dover un giorno praticare del sesso anale lo mandava in crisi più di una guerra mondiale. Era un onesto artigiano di storie un po' monotone, Galletta: ora è uno stronzo e basta. Il suo editore gli ha consigliato di giocare a fare il modesto e lui esegue come un burattino. Temucin Galletta stima gli editori solo se lo pubblicano. Sarebbe a dire che uno può stimare solo una donna, quella che ci porta a letto con lei e che magari si spinge fino a portare un nostro anello.

Potrei continuare per pagine e pagine, ma sai che noia.
Di risorti ne vedo tanti, fasulli, veri, addestrati, simulatori, in erba, spompati, con il lauro in testa, condominiali, nazionali, persino acrobati.
Io stesso sono risorto molte volte, ma senza grazia. Senza furbizia. Senza alone di santità. Ogni resurrezione -desiderata, esperita, parzialmente goduta- mi ha regalato una nuova giacca. Colore diverso dal precedente, ma bruciature immancabili. Di sigaretta, di respiro trattenuto, di parole implose.
Non voglio dimenticare i giorni oscuri. Non sento il bisogno di un riscatto pubblico. Dopo la soddisfazione, dopo i liquidi e le rughe d'espressione, può arrivare una solitudine peggiore.
Non dimentico le notti nei monolocali da due soldi, le scene mute al ristorante con amanti mancate in vena di protezione del loro cornuto, non rimuovo i volti e le bocche impastate di quelli che disprezzavano le mie prime prove di scrittura.
Non devo vendicarmi di nessuno. Non devo dimostrare di essere valido. Chi vive e si esalta per i cambiamenti in positivo è condannato a morire di qualche falsità di troppo.
Sono stato migliore di me stesso più quando ho subito lo scacco che quando mi è capitato di vincere. Sono stato vero e indifeso nelle notti alla finestra con la sigaretta in bocca e l'insonnia sveglia come un gatto selvatico. Sono stato quel che speravo quando i miei racconti hanno fatto schifo e non sono piaciuti. Sono stato un grande quando una seduta di sesso annunciato si è rivelata un addio scomposto. Quasi mi piaccio quando accetto il senso di morte che si alterna all'allegria. Viceversa, quando spero e basta, non condividerei mai il letto con uno come me. Chi spera gira film dei suoi desideri in continuazione, è sfiancante.
Mi sono guardato nel finestrino bagnato di un taxi quando sono stato lasciato, e non mi sono disprezzato. E quando il medico, in ospedale, riportò la fede a mia madre e me biascicando un sobrio “mi dispiace”, allora mi guardai nel vetro della porta esterna di rianimazione e mi resi conto che fuori c'era la notte. Le chiesi di inghiottirmi con calma, per poi restituirmi, qualche tempo dopo, a sua discrezione.
Ricordo nitidamente che mi dissi qualcosa del tipo “mai vendette, mai riscatti, mai nuove filosofie, mai vendite di luce in pubblico”.
Sono della notte, lo scrivo sempre. Le appartengo. Non devo riscattarmi, le resurrezioni sono cosa privata del buio. Il buio è guanto, cancello, saluto.

©Luca De Pasquale 2016

28/12/16

Fuck you, pretty boy


Ma tu adesso, tu, cosa mi faresti?”
Vuoi proprio saperlo?”
Sì, lo voglio. Ne ho bisogno. Dimmelo, sussurralo. Sussuralo come un maiale”
I maiali non sussurrano”
Non fare il vigliacco. Sono eccitata. Cosa mi faresti?”
Posso solo dirti che ho un'erezione”
Non usare parole tecniche, vai oltre, parla in dialetto”
Ecco, io ora ti chiederei di scendere giù... truccata da... da puttana... e di non avere remore... con me, solo con me”
Continua, continua, continua stronzo”
... poi ti morderei... le spalle... il collo... la lingua...”
Continua continua continua fottuto imbecille parla con il cazzo non con la bocca, impara a parlare con il cazzo”

Fuori, passa il funerale tipico di paese. Ci sono due auto funerarie molto lussuose, classica e inutile dimostrazione di solvibilità personale in piccoli centri abitati. C'è sia gente che piange che tizi più impegnati a ridacchiare, raccontare pettegolezzi e guardare i loro telefonini.
La giornata è fredda. I vetri delle finestre sono appannati per il contrasto tra riscaldamento interno e clima esterno. Non so chi è morto, ma deve trattarsi di qualcuno molto conosciuto in paese.
Chiudo bruscamente la telefonata pornografica, lasciando la mia interlocutrice li dov'è, immagino seminuda su una poltrona da ufficio. Telefono in ditta e dico che sono malato. Andassero affanculo, morissero. Spero che l'intero edificio crolli e che i miei colleghi crepino. No, non lo spero. Ma è come se fossero morti, già da ora, da sempre. Dentro di me, da sempre.

Che voleva quella? Voleva godere al telefono? Io non sono mai venuto al telefono, è una cosa da vigliacchi, da stronzi. Chi fa sesso al telefono è un idiota. Non mi sono nemmeno mai innamorato al telefono. Non mi sono innamorato di una voce. La mia vita non è un film di Truffaut. Chi pensa che la sua misera vita somigli ad un film francese non ha filtri tra ego, fantasticherie mollicose e cadute di stile del comportamento sessuale. Torno alla finestra a guardare il funerale. Fumo sui vetri che ho spannato con la manica del pullover, come un bambino.
Ieri è arrivata una lettera per mio padre da una galleria d'arte. Dalla busta è uscito un cartoncino che riproduceva una fetida natura morta riprodotta pedissequamente, senza originalità. Il biglietto interno recitava la seguente pappardella: “Gent.mo Preg.mo Dottor Civera, abbiamo il piacere e l'onore di InvitarLa alla prima assoluta ed esclusiva di Maurantonio Avelliniasi, magistrale pittore del secondo Novecento Napoletano. Voglia PregiarCi della sua Cortese presenza. Nell'attendere una sua Gent.Ma adesione, voglia gradire i Nostri più cordiali saluti e l'augurio caldo e sentito di Buone Festività Natalizie e di un auspice Buon Anno Nuovo. Galleria Castrizza, Napoli”

Un auspice buon anno. Gesù. VaffancuLo, Mio padRe è Morto, idioti. Morto da anni. E io, pur avendo soldi, non comprerei mai un quadro ora. Perché i quadri mi ricordano la Morte, la Preg.Ma Morte, per farvi capire.
Il funerale è passato. Ho guardato le teste dei vecchi, con i capelli radi e bianchi. Ho guardato le calze scure delle donne più giovani o meno vecchie. Ho fatto caso alle assurde tinture cui si sottopongono le donne. Ramature, rosseggiamenti, feste di giallo, zafferano e uovo marcio
Straccio l'invito della galleria d'arte, ma non mi sento meglio. Tutta questa presenza che devo impormi e dimostrare mi crea disagio e finisce che mi sento come un ex detenuto appena rilasciato alle luci dell'alba in una città ostile e trasformata.
Non ho più foto di belle donne nel portafogli. Mai più ne avrò una. Mai più mi affezionerò ad un quadro o a una promessa. O a una gita fuori porta.
In giornate come questa, cerco di sfinirmi per non avere nulla verso cui ribellarmi. Ma è più forte di me, è nella mia natura pormi contro, alle spalle dello specchio, in traiettoria di chi possa amarmi per simulato eroismo, per ricerca dell'affanno.
Non si può evitare che arrivino inviti a persone scomparse. Non si può evitare che la gente muoia. Insopportabile. Non si può interrompere il sortilegio della fontana dell'amore sabotata da vecchi gesti ingenui e traditi più volte. Non posso nemmeno sforzarmi di eiaculare al telefono con una che a stento conosco di vista.
Sono sempre stato un detenuto. La mia buona condotta è la beffa più stupida alla quale sottopormi.
È una vita che sogno di essere rilasciato all'alba, senza foto di donne nel portafogli restituito malamente, pronto ad organizzarmi per delinquere di nuovo, per abitare i sobborghi e non i quartieri dormitorio, per essere frainteso e trascurato a causa della mia buona educazione.
Mi dico, allineando le tende ai vetri freddi, che la lotta non si è mai interrotta, ha conosciuto solo gli svaghi di un dopolavoro disordinato e veloce.
Lotta. Parola strana. A volte ambigua. Lotta è anche capire di essere un uomo da strada, stranamente soggetto a movenze altre, ancestrali, diluite, abile a trascurarsi concretizzando il lusso altrimenti letterario degli spettri.

Mi richiama la donna.
Vigliacco”
Sì”
Sei solo un debole, e forse sei frocio. Finocchio. Te lo dico”
Sono debole, altro non so”
Lo sei. Una come me te la sogni”
Amen”
Forse hai paura di lui”
Proprio no”
Lui è geloso. Forte fisicamente. Lui si fa rispettare”
Non mi sembra”
E se glielo dicessi?”
Liberissima”
Non sfidarmi. Non sfidare la tua fortuna. Io sono una chance, io sono un dono”
Può darsi che io meriti il carbone della Befana”
La Befana può decidere di essere una geisha. Dipende da te”
Riattacco.

Chiamo il medico, gli chiedo il certificato.
Solita tracheite?”
Stavolta scrivi faringite”
Come preferisci”
Grazie doc”
Sono le undici. C'è stato un funerale. Di me so poco. So che non godo al telefono. So che non ho paura. Degli uomini e del vento. E non ho così tanta paura dell'amore da toccare il fondo sper smanie che si accendono negli schermi altrui.

©Luca De Pasquale 2016





27/12/16

Labbra al limone


Il segno della giovinezza è forse una magnifica vocazione per le facili felicità”
Albert Camus

Da ragazzo mi capitava di voler rinviare i momenti di tregua e di piacere. Di rinviarli fino a scongiurarli. Dissolverli, più che evitarli.
Sapevo che, esaurita la tensione, sarei rimasto più solo di prima. E anche tutta quella storia sul sesso fantastico, che trappola. Perché poi, finito il sesso, cosa rimane tra un uomo e il suo destino, quale cuscinetto attutisce i colpi?
Una volta riuscii ad uscire con una ragazza che volevano tutti, ma proprio tutti. Ero incredulo e quasi seccato.
Sapevo di avere un cuore nero. Invischiato. Un cuore-luminaria: luminaria da festa finita.
Certo che li volevo, i suoi baci. Chiaro. E volevo i suoi occhi solo per me. Un piccolo figlio di puttana alla rovescia, furbo nel cadere e mai nel salire. Un veterano dell'assenza e un impacciatissimo seduttore alle prime armi, le due caratteristiche fuse in un sorriso che non è mai entrato in una mia foto.
Andai a casa sua. I suoi genitori non c'erano. Parlai molto. Volevo piacerle. Mi facevo schifo, tutta quella commedia di luce gonfiata, costruita solo sull'abilità dialettica e non sulla verità.
Misi in mezzo dischi, libri, luci notturne, la passione nascente e bulimica per il cinema. Ogni dieci minuti mi avvicinavo un po' a lei, sul divano. Fuori, dalle grandi vetrate della sua casa lussuosa, vedevo la notte e le sue ombre; le foglie delle alberi giocavano a comporre innocui mostri nei miei occhi.
Desideravo quella ragazza sessualmente. Non bastavano i baci, che poi dovevi finire a casa quello che avevi iniziato con lei. Come tutti quella della mia età al tempo, fantasticavo sul sesso orale, mi ponevo problemi di resistenza dentro e speravo che il mio pene fosse un dardo scagliato direttamente da Apollo tra le cosce della mia immeritata fata occasionale. Volevo essere fuoco e maglio indimenticabile, ma facevo acqua come tutti i cuori neri bisognosi di autenticazione o vidimazione.
Non la desideravo perché la volevano tutti e sembrava che io l'avessi stranamente spuntata; quello non era rilevante. La desideravo perché era bella e perché mi sembrava così distante da me da farmi pensare che si trattasse di una pazza o almeno un'incosciente.
Quando ci scambiammo il primo bacio serio, al termine di un mio lungo e insensato discorso su non so cosa, il sapore delle sue labbra mi ricordò un dolce al limone e feci un pensiero assurdo, caotico.
Ecco, e ora, dopo questo bacio, cosa mi distoglie dal buio? Dovevo aspettare, dovevo aspettare...”

Non iniziò alcuna storia. Prima che mi dileguassi io, come volevo, lo fece lei. Ero un capriccio. Lo era anche lei. Le ali di cera dei capricci, con gli anni, durano sempre meno. C'è sempre qualche sole differente che le fonderà senza pietà, senza aspettare il minimo volo.
Stasera, passeggiando tra i negozi già chiusi, soggetto a piccoli cicloni da pozzanghera come le carte per terra, ripenso a quella ragazza e mi accorgo di non ricordarne neppure il nome.
Eppure, riesco a ricordare le formazioni di oscure band di rock e metal dei primi anni ottanta. Band sconosciute, travolte dalla notorietà mancata e da eccessi di fiducia mal riposta. Ricordo queste stranezze, ma non il nome di un essere sulle cui labbra ho posato le mie. Semplicemente disgustoso, per giunta molto triste.
Dimostrazione che quando un uomo smania per capriccio è quasi sempre una merda e non durerà più di un pessimo scherzo. Si dice che la nostalgia è canaglia, ma a me non basta. La nostalgia per la mia prima giovinezza, inquieta e violenta, io me la inculo e la tratto da puttana, quale poi è. Non mi merita e io non devo disporre di lei quando mi fa comodo. Quella nostalgia a cottimo è una lente deformante, un aborto, un'insidia strisciante, un ricatto con le cosce che ti stringono la gola. Non vale niente, niente riporta e nulla solennizza, se non la stupidità dell'invecchiamento.

La sera è cupa, punge come aghi di alberi gettati nella spazzatura prima ancora di capodanno, il posteggio dei taxi è deserto come la mia crudeltà di maniera. In una vetrina mi vedo, longilineo e stupido, con la macchia grigia dei capelli corti e la bocca atteggiata verso il basso come una dama scandalizzata da se stessa. Nient'altro che una vecchia puttana in stato di quiete apparente, un sognatore con interruttori ovunque, uno scriba con fili scoperti e qualche vezzo, una ruspa vintage con tasto di autodistruzione.
Che fine avrà fatto quella ragazza dalle labbra al limone?
La mia fantasia è banale e usurata: la immagino con tre figli, un marito ricco, qualche casa, un'ottima professione. Non scatta l'odio, ma un'insulsa tenerezza senza mittente e senza destinatario.
Eravamo ingenui, eravamo esposti, il nostro coraggio era determinato solo dal tempo esteso che davamo per scontato davanti a noi, come un panorama fisso nel quale era facile sentirsi attori e non comparse.

Quando arrivo a casa, vengo accolto dal classico odore degli appartamenti della mia famiglia: quello di mobili di legno e fumo di sigaretta. Fuori, invece, la notte sapeva di bruciato come tutte le notti invernali lontane dai centri abitati. Non ho una sola foto dei miei anni di scuola. Nemmeno una. Non esiste una mia storia fotografica: mi sono comportato da ruspa. I ricordi che sostituiscono le foto, per quanto riguarda gli anni di studio obbligatorio, sono costituiti da dischi, libri e odori. E quelli appartengono solo a me, alla mia esperienza e alla mia memoria. La ragazza con le labbra al limone potrei ritrovarla in un disco dei dimenticati Heir Apparent, nei libri di Camus e di Sartre che in quei giorni erano bibbie sdrucite che lasciavo macerare sotto il cuscino.
Ero ingenuo, mi sentivo attore.
Oggi sono la mia stella cadente e, qualche volta, la mia puttana silenziosa. Questione di tempo da valutare in prospettiva, non più di bellezza.

©Luca De Pasquale 2016





24/12/16

Underground sì, mainstream no


Le strade di Natale sono un delirio insopportabile. Via Luca Giordano, Napoli. Persone come sardine, come salmoni in reggicalze, sigarette elettroniche, scarpe a punta, cappellini rossi del cazzo, buste, pacchi, pandori solidali, panettoni vegani, denti bianchi e sciarpe che sarebbe meglio usare per un singulto orgasmico. Alcune coppie che conosco di vista hanno filiato. Non ci salutiamo. L’elemento visivo che trovo preponderante sono le calze nere trasparenti delle donne, sotto pantaloncini vezzosi, gonne a sbuffo, lembi di stoffa a disegno scozzese. Si muovono freneticamente, come formiche impazzite, eppure i miei occhi li registrano alla moviola, come stanchi, come condannati a ripetere gesti per l’eternità: come all’inferno.

Oggi non sono stanco. Sono in lotta, non stanco. Sento bene i piedi piantati, la testa, il cervello con le spine, la schiena dolorante ma resistente, il sesso seduto in seconda classe a farsi i cazzi suoi nonostante la parata di cosce. Sono consapevole di essere underground, qui in mezzo. Potrebbero camminarmi addosso con le loro scarpe lussuose magari insozzate di merda, potrebbero gettarmi addosso cicche con il rossetto, scaracchi di raffreddore, fazzoletti aromatizzati. Loro sono il mondo che cammina. Apparentemente. Guardo camminare uomini con occhiali da sole e pappagorgia, immagino i loro cazzi mosci, le loro paure, i loro mal di denti, i messaggini mandati di nascosto della moglie, capisco che hanno ridotto il fumo, che votano a caso, che spendono per darsi sicurezza.
I sorrisi delle loro donne mi sembrano inviti a farsi avanti. A dimostrare –fino a rischiare lo schianto e la vita- che non siamo tutti dei maledetti polli lessati nel sistemone che ci siamo costruiti. I sorrisi delle loro donne sembrano accorciare il percorso tra una normalità sonnolenta e ben curata e lo spasmo animalesco del piacere che poi diventerà paura e rimorso. Come sempre. Si può godere più facilmente insieme a chi rappresenta il lato della vita da evitare. Una delle tante perversioni, no? Hanno voglia a dire i fortunati, ma nessuno scopa meglio dei reietti. Ai reietti si può chiedere se vogliono che gli si sputi in bocca; con i reietti non si coprono le foto del marito, con i reietti non ci si fa una scheda telefonica a parte, con i reietti non ci si sente in colpa, ma piacevolmente sporchi.

Arrivo alle bancarelle dei libri. Ci sono cartelloni giganteschi che reclamizzano tre grandi scrittori mainstream: Cocco Merdieri, Nacho Cuoco e Manlio XYZ Radice Quadra. Tre furboni. Tre bravi rimestatori di sensazioni. Tre dildo con il festone sopra. Tre puntali che però non arrivano fino all’orgasmo, si fermano sempre prima, al solletico, alla tenerezza che promette e poi diventa cambiale di noia.
Queste condizioni mi rivelano sempre il teppista che si agita in me: infatti ho voglia di orinare su quei cartelloni. Ma mi rendo anche conto che non ce l’ho davvero con i tre ierofanti, è solo che rappresentano il mainstream. Un mondo che ho smesso da tempo di accettare mollemente, tutto qui. Perché credo che i tre vibratili scrittori scrivano per la gente e non per la scrittura, e si sa che io sono un romantico imbecille. Vorrei dir loro che non si scrive per bagnare mutandine; ma chi sono io per teorizzare sulla scrittura? Non mi interessa costruire teoremi. Mai fatto.
Poi mi poggio ad un muro e mi gira la testa. C’è troppa gente. Il poco equilibrio mi tocca lo stomaco. E cosa c’è nel mio stomaco? Musica in involucri, come bustine di droga. Neurosis, Callisto, Swayzak, la chitarra di The Edge fatta d’acido, l’ultimo dei Ten East, varie canzoni dei Magyar Posse, persino “Corri” dei Tiromancino. E poi Faust’O, Slayer, Suicide, Tom Verlaine, i Fall di Mark E. Smith, Ornette Coleman, deep house per pompini simulati, Franco Califano, sosia di Mina che si sono suicidate. Tutto in un minestrone che mi spinge ad accendere un’altra sigaretta anche se peggiorerò le cose. Mi piace spingere i malesseri oltre la mia fattoria. Mi è sempre piaciuto. Alla faccia dei tre trasvolatori di sentimenti umani. Vi siete fatti le foto di copertina con il dito sotto il mento? Pensate di piacere anche a Dio? Siete presuntuosi. Quanti soldi avete? Un tempo facevate i modesti e vi cacavate sotto anche della più piccola e innocua recensione. Lo so, non mi conoscete nemmeno ma il mio odio di classe vi fa orrore. Volete che ve ne venda un po’? Lo convertireste comunque in storie edificanti, siete Re Mida, siete bravi, non vi odio. Ma siete mainstream.

Mi fermo ad ascoltare un chitarrista ed una cantante che cantano tra le bancarelle. La loro musica è orrenda. Musica per scout che hanno fatto petting senza venire, e dunque tutti nervosi e tirati, pieni di brufoli, sfoghi cutanei e il fiato di melenzane fritte e di pistacchi. Mescolano Joan Baez, Bon Dylan, lei sempre una Janis Joplin sotto una campana di pipistrelli morti. Mi passo la mano in tasca. Il mio sesso è lì, anestetizzato nonostante i profumi arrapanti delle signore borghesi. I miei amici sono dispersi nel passato con le loro manie, forse meno definitive delle mie.
Poi incrocio uno che un tempo mi fittò un bilocali. È con la moglie. Ci guardiamo. Ci facciamo un cenno sordo, come maiali nel brago della festa. Vent’anni fa, si succhiavano le dita per stuzzicarsi, poi lo facevano tre volte. Nel 2016 hanno scopato solo due volte, e non è stato soddisfacente. Lei vota per il PD, lui si è dato a Grillo. Non godono. Per Natale lui le ha regalato un frullatore, lei l’ennesima cravatta. Tra quindici anni uno dei due creperà. Il Dio delle emozioni si è dimenticato di loro, non sono più in lista. Lui non ha mai pensato al suicidio, ma non significa un cazzo: non lotta più da secoli.
So di pensare al suicidio. Ci penso per darmi giri di corda, per sperare. Ci penso perché è guardando il fondo cieco della resa che mi disgusto delle rinunce. Ho bisogno di guardare sempre oltre quella porta di demoni. La rinuncia a vivere è un pericolo se è un tabù, per me non lo è. Posso pensare al suicidio in modo asettico, imprenditoriale, conservativo, così lo mando affanculo velocemente. Come un call center molesto, come un cornuto che si vuole vendicare, come un datore di lavoro venduto, come un truffatore per strada.

Mentre Joan Baez sbroda e il chitarrista con capello metrosessuale ci dà di plettro senza saper suonare, io mi allontano. Io, io sottosuolo. Questa folla, questa fiumana di trote eccitate, mi serve. Come il fatto del suicidio. Guardandoli, varrebbe a dire, capisco di aver bisogno di nuovo della tana sottomarina, del principato di neve, del castello giocattolo.
Me ne vado per vicoli, ennesima sigaretta, fine del mio bagno di folla. Una giovane coppia fa moine accanto ad un negozio di strumenti musicali, lui l’abbraccia da dietro e lei espone i denti bianchi. Sono giovani e belli. Non sono marci. Sorrido alla coppia, anche se mi chiedo indegnamente se lui durante l’abbraccio avesse o meno il pene in erezione. Un dettaglio di scarsa rilevanza. Mai confondere il cazzo con l’amore, sono due mondi non comunicanti. Il massimo che può fare il cazzo, quando va bene, è essere un fedele fattorino del cuore.
Non mi piacciono i fattorini. I fattorini si fanno sputare in faccia per una mancia. I fattorini sono mainstream. L’amore è underground, invece. È lava che non risparmia niente e nessuno.
Lancio cinquanta centesimi nella scatola di scarpe lercia di un mendicante. “Buon Natale”, gli dico. Lo dico anche a me stesso, mentre calpesto il mio sottosuolo, camminandomi sulla faccia dopo essermi perdonato una volta di più.


©Luca De Pasquale 2016








22/12/16

Plettro


Ma tu volevi fare il giornalista musicale da piccolo? Ti piace così tanto la musica..”
No”
Come mai?”
Non ho molto spirito divulgativo e di fare opinione me ne importa fino a un certo punto”
E cosa volevi fare da piccolo? Che mestiere sognavi?”
Scrittore, lampionaio, tabaccaio sul lago, killer”
Per il primo qualcosa stai facendo”
Così pare”
Il bassista no?”
No. Raramente mi sono immaginato musicista”
Perché?”
La musica mi serve, non mi servirebbe la mia musica”
Contorto”
No”

Natale è a due passi. Ma non ho nessun campanaccio al collo. Non vedo renne, solo gabbiani che profanano spazzatura umana. Sapore in bocca, amaro e vitale. Mare dalle finestre ma non da vicino. Auguri da lontano, non da vicino.
Il mio cuore, il mio cuore. Un basso plettrato in una canzone dark. Suono metallico, clangore cupo, risonanza, inizio e coda sbiaditi, giro denso. Plettro, pioggia, Dio che mi è fallito in grembo, che mi ha dato buca al cimitero dove ero andato a bisbigliare qualcosa a mio padre, Dio che ha giocato a nascondino per anni dietro i capelli e le moine delle stronze sorteggiate nelle stanze sbagliate. Spesso ho scelto l'errore al cospetto del giusto. Ho tradito chi non mi chiedeva niente e mi sono affidato a chi mi tradiva ancor prima di iniziare. Vocazione alla poltiglia, alla chiesa sconsacrata, al vomito notturno per troppe emozioni trattenute.
Che tipo di uomo sei?”, mi chiedeva qualcuna delle streghe.
E io mi innamoravo delle mie risposte come un ingenuo pezzo di niente. Pregavo per la febbre. Pregavo per la rabbia. “Sii presente”, mi dicevano; il modo migliore per salire sulle navi fantasma nelle notti senza rumore. “Spingi, spingi forte”, mi chiedevano in qualche occasione, e io decidevo che l'implosione è quello che davvero scopre tutti gli specchi nelle case, al buio, quando i sogni dormono.

Nelle giornate d'estate al mare, mentre gli uomini-luce nuotano, io cerco il vento. Quel vento che trasporta un odore inconfondibile, chiuso per secoli in paure inconsapevoli, come quella di affogare.
Il vento sul mare è una grazia dolorosa: ti conferma che nello spettro della vitalità il nero non si può escludere.
Perché quel tipo mi ha chiesto se volevo “fare” il giornalista musicale? Una domanda semplice ma inutile. Ero in cerca di altre cose. Forse di quel suono di basso plettrato e spettrale presente in “Come un Dio” dei Litfiba o “Adore” degli Alaric, tanto per citare le prime due che mi vengono in mente. Il suono del cuore quando nasconde i contatori, il suono degli occhi quando pagano per un'eclissi, il suono delle mani quando spezzano un'abitudine, il suono di un uomo quando cade. Il suono di un amore quando basta a se stesso senza pretendere di essere regno. Il suono dei miei angoli quando accettano l'ombra senza imprigionarla. Il suono delle mie parole scritte tra le sedie vuote.

Come sarei stato, come lampionaio?
Come killer?
Come edicolante gentile su un lago scelto sul mappamondo?
Tutte queste ipotesi avrebbero scongiurato i viaggi senza biglietto, gli abbracci di notte in letti disfatti, le parole d'addio nel fumo di sigaretta, i biglietti di scuse dimenticati nel cestino del fioraio? Avrebbero evitato la presenza ingombrante della memoria? Avrebbero spostato di qualche chilometro gli alberghi così piccoli da doverti restituire l'orologio dopo le tregue?

Alla stazione, al mio binario, c'è una donna indiana. Piccolissima. C'è vento. Provo tenerezza per lei. Provo tenerezza e gratitudine per tutti coloro che non odiano, che non attaccano, che non invadono il dolore altrui con quella dannata bulimia spirituale da latrina.
Il cielo è sereno, ma è un lenzuolo per lupi smarriti. Il mio cuore è un plettro usato per cadenzare ottime manie da gioco di tenebra. Mi rendo conto di provare orrore per i seduttori seriali e per tutti quelli, donne e uomini, che implorano il giorno di regalare loro una luce accesa nel cuore di uno sconosciuto.
Il mio treno arriverà, io mi sposterò da un punto ad un altro, conscio delle rotaie, delle assenze, impotente verso le ore accalcate a consumarsi, pentito di gesti scortesi, di abbandoni non decisi da me, di squallide scopate, di vergognosi atti di fede in luoghi imperfetti, templi passeggeri come taverne in un'escursione.
Il mio cuore è un plettro. Io tendo a tradirmi. Io sono la notte fino al giorno dopo. Io non sono il mio modello. Mi salverò solo per questo.

©Luca De Pasquale 2016






21/12/16

Lo scrittore gola profonda in perenne promozione


Incontro per strada lo scrittore Ignazio Fottegro e già questo si annuncia il cancro inguaribile della mia giornata.
Una gola profonda, sofisticato non più di una sfogliatella napoletana fasulla, finto gentile, finto razionale, finto terzomondista, ultrafan della città fino allo sfinimento e all'idiozia, falsamente ben disposto verso il suo ambiente e verso gli altri scrittori, che naturalmente reputa in cuor suo tutti dei fottuti incapaci. Non alla sua altezza, chiaro.
Anche di me, figurarsi, pensa che sono un pigmeo, uno sfigato, un marginale, un non scrittore, destinato a nuotare per sempre tra piccoli editori ed eventi di minimo impatto. Gli piace pensare questo di ogni persona scrivente sulla faccia della terra.
Io lo reputo semplicemente un succhiacazzi. Non altro. Inutile che io ci giri intorno: solo un succhiacazzi. Un succhiacazzi nel senso spirituale della definizione, intendiamoci; poi dove lo mette e dove lo conserva sono fatti suoi.
Perché è ruffiano, bonario, brodoso, grumoso, inutile. Non ho mai letto un suo libro e non ne leggerò mai. Piuttosto, mi abbono a una rivista di estremisti di destra, e ho detto tutto. Almeno lì potrei prendere atto di detestabili punti di vista e poi mi ci pulirei il culo. I suoi libri invece sono ben rilegati e non servirebbero nemmeno a quello.

Sento arrivare subito la sua maledetta simpatia frontale, per cui nel suo cervello di succhiacazzi decide di abbassarsi al mio livello: “Ciao, come stai? Stai scrivendo un nuovo libro? Tu sei uno bravo”.
No Ignazio, non al momento. In questo momento sono impegnato nella ricerca di un lavoro”
Oh, mi dispiace... che piaga questa”
Quale, succhiacazzi?
Eh, quanto è vero”, replico, facendomi schifo.
Tu sei uno bravo. Avresti dovuto riscontrare miglior fortuna”
Riscontrare fortuna? Succhiamelo.
Prima o poi la riscontrerò”
Fai bene a non mollare”
Yep”
Io, INVECE, al momento sono in libreria con tre cose”
Complimenti, Ignazio”
Eh, per grazia del Signore sembra che quel che scrivo piaccia. Davvero una grazia, io mi sono considerato sempre un operaio della penna. So che mi puoi capire, perché tu sei uno bravo, anche se non hai ottenuto i riscontri che avresti meritato”
E come sottolinea, il succhiacazzi. Come sottolinea. Come ci tiene a lanciare le sue catapulte di merda.
Passo oltre: “Cosa sono questi tre progetti, Ignazio?”
Mi accendo una paglia e prego che mi muoia tra le braccia, fulminato da Ade, da Minerva, da Rocco Casalino.
Dunque, due sono delle collettive dove però io sono presente con tre racconti cadauna...”
Le collettive, te le raccomando le collettive. Le collettive sono spesso dei gloryhole, becchi cazzi a caso mentre ti fumi una sigaretta e scrivi con due dita. In media, sono buone due su dieci.
... mentre il terzo è un libro a mio nome, 'Napoli vale più di tutti voi', un giallo psicologico che però va in trasferta a Miami e a Milano, dove il mio protagonista, l'ispettore Spuma, finirà per incontrare un sosia del papa, un tucano bionico assoldato dall'Isis e il portiere del Milan Donnarumma, che come sai è nato a Napoli e dintorni... ma non ti dico di più, perché sono sicuro che comprerai il libro... noi scrittori tra di noi siamo solidali, dobbiamo essere cooperativi, dobbiamo essere una squadra, quasi dei marxisti aggiornati...”
Marxisti aggiornati. Ma chi, tu? Tu, un neoliberista senza basi, un “cazzi miei” con il sorriso più largo di un forno? Piazzatelo in bocca, amico.
Del resto”, continua il succhiacazzi, “io il tuo libro ce l'ho, com'è che si chiama? Mi pare 'Acca di zero', vero? No, quello è di Massimello... scusa, tanti libri... il tuo si chiama 'Batistuta-Morte 4-1', vero? Bellissimo!”
Non ho mai scritto un libro con questo titolo, ma mi ha dato un'idea.
Sì Ignazio, proprio quello. Ti è piaciuto?”
Moltissimo, soprattutto quando scrivi di quella volta che hai chiesto l'autografo a Batistuta nell'autogrill... ma tu lo sai che anche io tifo un po' per la Fiorentina? Ci tifava un mio zio...”
Davvero? Uddio, ma che bello, Ignazio!!”
Ammazzati, boccalarga, fallo per tutti noi. Lanciati da un balcone vestito dei tuoi segnalibri omaggio.
Che poi io non sono mai stato uno scrittore di gialli. Io nasco come critico gastronomico, poi come pittore napolista e come esperto di mobili antichi. Solo che il giallo mi tentava da tempo. Il giallo tocca tutti i registri della scrittura, tutti”, dichiara spontaneamente Ignazio Fottegro.
Anche a me il giallo mi tenta assai. Ma non ho gli strumenti, come nel tuo caso, per creare l'ispettore Spuma. Io sono uno scrittore veloce, di lampi, faccio dell'eiaculatio praecox la mia filosofia di scrittura. Quattro colpi e me ne vengo pesantemente”
Resta un po' interdetto, ma la sua simpatia frontale lo mette subito al riparo: “Ma lo sai che sei anche simpatico, oltre che bravo? Penso che prima o poi ti troverò in cima alle classifiche”
Come no, sgranacazzi. Mi ci vedo anche io in testa alle classifiche letterarie del sabato con il breve pamphlet “Ho incontrato un succhiacazzi e sono stato gentile”. Come no, come no: bisogna sognare. Ce lo dicono tutti, mai smettere di sognare.
Allora ci conto, sul libro”
Contaci, Ignazio”
Poi ti scrivo la dedica, quando vuoi”. Tientela. Tientela. Tatuatela su per il culo la tua dedica.
Grazie, gentilissimo”
E in bocca al lupo per la tua disperata ricerca di lavoro”
Oh, grazie Ignazio. E tu in bocca per la tua promozione”
Ahem... grazie... sì, grazie”
Davvero Ignazio: in bocca. Tanti in bocca per la tua fortuna letteraria”
Non resiste: “Scusa, ma perché non nomini il lupo?”
Sorrido.
Perché il lupo sono io. Non ti posso certo augurare, Dio ce ne scampi, di finirmi in bocca”
Oh... simpatico”
Dillo forte. Dillo forte finché puoi.

©Luca De Pasquale 2016

20/12/16

Incrociarsi in una notte di vento


Nel bar del porto non è rimasto quasi nessuno.
Per fortuna, le coppiette in cerca di pace e selfie se ne sono andate a fare in culo altrove. Detesto le coppie che esibiscono la loro passione: valgono meno di una collezione di souvenir in casa di una vecchia pazza.
Sono sulla soglia del bar e fumo una sigaretta. Ho uno scaldacollo di lana quasi sulla bocca. In bocca ho il sapore della sconfitta anche se non è successo niente. Niente di serio.
Per strada c'è il deserto, poche persone che si ritirano frettolosamente perché sta per piovere. Luci di Natale ai balconi. Festoni, stendardi, puntali, barchette stilizzate arrampicati sui muri fradici di salsedine.
Tutto qui è fradicio, fottutamente fradicio. Persino il bon ton del divertimento notturno ha qualcosa di malato, di sconfitto, di perdente.
Qui, come in quasi tutti i posti di mare, di notte si finisce per perdere facilmente.
Nel bar sono rimaste tre persone. Una coppia più un'amica, non so se di lui o di lei. Parlano di un'altra coppia che è partita per un viaggio. Hanno ricevuto le loro bellissime e suggestive foto. Li guardo. Da un certo punto di vista invidio la loro armonia, da un altro, diametralmente opposto, mi fanno schifo. La loro quiete apparente mi fa rabbrividire e non vorrei avere le loro vite addosso, i loro pasticci di decenza. Questi tre stronzi non sanno perdere in un posto come questo, dove la risacca mangia pensieri e ricordi, dove le navi attraccano per guastarsi e quelle che partono salutano per andare a morire.
Questo posto con le case gialle, azzurre e rosa dove si ama, si tradisce, si mangia, si prega e si muore, non sempre da anziani.
Quella che è l'amica della coppia non è molto attraente e non chiama sesso, eppure ha qualcosa di triste che spinge i miei pensieri verso una specie di micro-disperazione da condividere. Una di quelle donne che quando fa sesso concede all'amante molto più di quanto ha raccolto nella sua vita reale, quella legata ai corrimano, ai conti in banca e a quei maledetti anelli simbolici.
Quella donna mi appare coraggiosa e unica, perché in grado di crollare per un vento imprevisto, per un lampione che tremola in una cartolina notturna che viene meno, tradisce e uccide come tutti gli affetti che non si concretizzeranno. Non una di quelle che infilano la testa nel culo profumato di una coppia che si ripete fino a sfinirsi. Come invece gli altri due, quei due detestabili conservatori di status che fanno tintinnare bicchieri stracolmi di birra e di parole insulse.
Mi ritirerò a piedi. Scalcerò carte. Avrò problemi con altri cani randagi. Beccherò la pioggia. Guarderò navi in lontananza e lampare, verrò scortato dalle vetrine illuminate dei negozi vuoti fino al punto esatto del mio ovvio ritorno alla base.
Non è notte per amarsi. In questa notte di luci prese dal vento in un posto di mare dove le case hanno colori tenui e consolatori, si perde. Si perde pesante e si fuma fino ad avere il petto indolenzito, il fiato corto e il mal di testa da riposo rinviato.
Che vadano a farsi fottere le belle storie, i libri con il lieto fine, i resoconti dei viaggi e le telefonate di auguri fatte guardando schermi di computer e altri messaggi. Basta con l'invidia dei privilegi, delle cose statiche e belle, qui si perde, si perde di brutto, di notte perdere diventa un percorso sul quale il giorno seguente sputerà le sue banali sentenze di razionalizzazione.
Fare l'amore in notti come queste: e perché mai? Anche con creature talmente coraggiose da piegarsi al vento, perché e con quale durata emozionale?
Quale promessa d'amore non contiene in sé l'assurdità dell'assenza?
C'è gente che ci scrive libri infiniti, su questo senso di latente sconfitta emotiva. Io fumo troppo, ho bevuto due caffè e ho guardato i muri fradici di un posto, l'ennesimo, che mi vede misterioso ospite di me stesso.
Quella donna dovrebbe fare l'amore con un uomo che riesca a restituirle -sana e vivida come è giusto che sia- l'utopia della continuità e la forza del nido.
Qui siamo invece marinai, salpiamo per estinguerci, torniamo per essere ombre, ci innamoriamo per chiedere semplicemente scusa. Anche a noi stessi.

©Luca De Pasquale 2016

16/12/16

Apparire, succhiare, distruggere


Al bar il televisore è acceso.
Ospite di una trasmissione generalista, una specie di santone dispensa pareri sulla mafia, sulla camorra, su Gentiloni, sulla spazzatura a Roma, sugli sbarchi a Lampedusa, sulla serie tv tratta da Pif, sul sesso estremo tra adolescenti, sull'eutanasia, sullo scontro duro tra carnaioli e vegani.
Proprio quando mi aspetto un parere anche sui pompini, ecco che la conduttrice, calze velate e sorriso umano, lo congeda.
Intanto, il cornetto mi è andato di traverso. E anche il caffè. Quando mi alzo per pagare, mi dico che un disoccupato non dovrebbe andare al bar a mangiare il cornetto. Vuol dire, allora, che non ha realmente necessità: sicuramente avrà qualche rendita nascosta.
Quando vado alla cassa a pagare, sfioro una coppia talmente cotta dalle lampade abbronzanti da somigliare a una specie di quadro dadaista color fango e merda. Entrambi -avranno una trentina d'anni e se me li immaginassi scopare vomiterei- esibiscono un taglio longitudinale sui jeans, all'altezza delle ginocchia.
Parlano del Partito Democratico, gettando chili di letame su Renzi e compagnia. Sono grillini. Lo capisco da una battuta. Io non sono del Partito Democratico: col cazzo. Come potrei mai esserlo? Forse potrei aderire al 15% all'ala minoritaria. Ma è chiaro che mi sentirei come se avessi aderito a una nuova incarnazione della DC. Eppure, trovo detestabile il tono strumentale degli attacchi grillisti al PD, roba che Gasparri mi sembra addirittura un moderato.
Esco dal locale e cerco di essere sincero con me stesso: la politica di oggi mi fa schifo. È perfettamente inutile che io simuli un'indignazione che ormai si è incancrenita.

Fuori al bar c'è una donna che flirta con un ganimede vestito di chiaro, un mezzo bignè al gianduia che nella sinistra stringe una ventiquattro ore di pelle. Che mestiere farà questo stronzo?
Quanti soldi avrà in banca?
Cosa gli avranno lasciato i genitori?
Dovrei rapinarlo. Dopo le diciannove, nei pressi di casa sua. Dovrei rapinarlo.
Per chi vota questo stronzo?
Penso di conoscerla la sua storia di elettore: Partito Socialista (craxismo e post-craxismo), Berlusconi, Ulivo, Berlusconi, Centro Del Centro Di Mezza Destra, di nuovo Berlusconi e infine Grillhaus.
Vorrei rapinarlo. Senza fargli male. Gli lascerei anche la valigetta.
So che prima o poi lui e la sosia di Claudia Koll finiranno a letto. Secondo me lui dice un sacco di roba inutile a letto, suda. Porterà calzini corti di filanca e avviserà prima di eiaculare. Avrà buoni bicipiti da palestrato. Avrà letto le sfumature di colore e sesso, quella robaccia. Leggerà Saviano solo per far vedere. Legge i giallisti perché lo mettono in pace con il mondo. Legge “Il Fatto Quotidiano”, anche qui solo per far vedere. In fondo, lui di quotidiani non ci capisce un cazzo.
Musica preferita: Eagles, Bob Dylan (per far vedere), Gigi Finizio (ma non lo ha mai detto a nessuno, da provinciale si vergogna), Dire Straits (solo raccolte), Madonna (ma ha paura di sentirsi un po' frocio), Jovanotti (anche se è troppo PD per i suoi gusti), Aerosmith (solo in mp3). Naturalmente, a casa il cane ha un cd di Glenn Gould e uno pure di Bill Evans perché deve far vedere che è sensibile e colto.
Gli piace accompagnarsi a persone ricche e più elevate socialmente di lui, perché è un provinciale del cazzo. Ha un suo personale culto dei morti (ha letto diversi libri su faraoni, sumeri e gente della Nuova Caledonia), ha cambiato tre auto in un anno, quando si presenta a qualcuno parla continuamente del fatto che è laureato, e che non si tratta di laurea breve.
Vorrei rapinarlo. Depredarlo. Lasciarlo con i suoi calzerotti di filanca e lo sfilatino nudo, magari sotto gli occhi di questa Claudia Koll di pongo.

Mi hanno chiesto dei racconti “carini”. Io non so cosa sono i racconti carini. Qualsiasi cosa sia, mi disgusta a prescindere, la trovo deteriore. Carino è questo tipo che fa lo smargiasso, non quello che potrei scrivere io.
Questo è uno che si farà maree di foto. Foto, tag, abbracci, saliva, gioia e mare, spiagge, sciovie, punti neri nascosti dal cerone, testicoli depilati e sesso stupido, plastico come una farsa, come nuoto sincronizzato nell'inferno della propria noia.
Ora lo rinnega il voto a Berlusconi, questo pusillanime. Questo illuso, questo cazzone che non mi ha fatto niente di male. Ma io sono in libertà, condizionata e non si sa bene fino a quando, per cui posso accanirmi liberamente senza creare disagio a nessuno.

Voglio filmarlo mentre fa l'amore. Sono sicuro che nell'unico momento di una sua possibile verità, lo schizzetto, finirebbe per ammettere che lui, di suo, avrebbe continuato a votare Berlusconi. È passato con Grillo per piacere alla gente che lo attornia; lo stesso motivo per cui legge Saviano e ha guardato “Fuocammare”. Ma di tutte queste cose non gliene frega niente. A lui piacciono i calzini di filanca e -sotto sotto- la gente che fa i soldi. Lui stima chi è riuscito a guadagnare una posizione economica adeguata e vincente.
Io no. Per me quello non è un requisito. Anzi.
Lui non fa distinzione: scrittori, piduisti, cantanti, calciatori, feticisti del nulla, santoni, comici cittadini, attorucoli che confondono Ibsen con Ibrahimovic, sfogliatelle bellacoscia che partecipano ai programmi sportivi sulle private, assi del computer che non scopano da venti anni, a lui piacciono tutti quelli che intascano. Chi patisce, pensa, evidentemente “non si è fatto valere, non ha grinta”.
Voglio filmarlo mentre fa l'amore, con quei suoi calzini da emulatore dei ricchi, voglio filmarlo mentre invoca qualche santo a caso senza neanche credere in una redenzione, in una condanna, nel bianco panna del suo paradiso stilizzato.
Non sono armato, non sono pericoloso; sono però in giro. Fino a prova contraria. E riconosco le mie nemesi, purtroppo.

©Luca De Pasquale 2016

14/12/16

Mai rifiutare, piuttosto escludersi


Prendo il lettore mp3, esco sul balcone. È quasi mezzanotte. Il brano è “New romantic” di Andy Stott. Lo uso spessissimo, dopo una certa ora. È fosco, nebbioso, grumi di suono che si inseguono e si scollano. Sembra un racconto breve, “New romantic”. Deve esserlo. Ci siamo, le vedo subito. Le luci natalizie intermittenti sui balconi lontani, attorcigliate a pali, sistemate come rampicanti, come barriere, come batterie di fuoco.
Fa molto freddo, mi esce fumo dalla bocca anche se respiro piano, tutto mi sembra (e tutto è) lontano, ho la sensazione di essere solo un mobile pulito e di medio costo stracolmo di ricordi che mescolano epoche, sapori, errori. Errori che vivono di vita propria, come burattini con un cuore minuscolo eppure funzionante. Errori cristallizzati che non osano morire.

Mi sento bene, mentre mi fumo addosso. Ho un cappello infilato in testo come un preservativo aromatizzato al tabacco. Sono molto brutto con questo cappello, una gran faccia da cazzo. Non mi donano i cappelli, come non mi donano i certificati, le targhe, i souvenir del Pacifico e le collezioni di dischi da frustrati.
In mente ho un concetto semplice e senza senso, che mi porta a ripetere come un mantra “guerriero, mostrami la strada, grazie”.
Chi sarebbe il guerriero in questa notte di preparazione al Natale?
Io? Non so. Per certi versi, ma non so. No, davvero.
Fa freddo. Dovrei farmi un grog. La sigaretta non basta. Mi sento un poliziotto in appostamento notturno. Il sorvegliato speciale è la strada deserta e le luci dei balconi in lontananza, tutte quelle intermittenze che finiscono per somigliare ai capricci delle mie emozioni al guinzaglio.

Finisce la traccia di Andy Stott, inizia “Hope and frustration” di Beat Pharmacy. Gassose bolle di tenebre che mi appiattiscono il dolore sotto il cappello. Sono da solo. Solo, brace microscopica nel diorama eccessivo della notte. Come piace a me. Nessuno mi vede e io niente spio. Niente di concreto, niente melma, solo distese di distanze da non riempire con auto, corse tra amici, appuntamenti d'amore. I punti resteranno divisi dall'ordine di questo deserto metropolitano e pigro.
Mi accuccio accanto alle uniche tre piante che popolano il mio balcone. Fa un freddo merda. Tolgo il cappello. Troppo brutto, anche se non ci sono specchi. Mi dico che sono colpevole di molte cose. Mi dico che mi sono trascurato. Che ho sempre rischiato troppo. Che non mi sono mai preparato le facce per il mondo allo specchio. Che nelle foto scappo prima che qualcuno mi chieda di esporre i denti. Che mi attraeva stancare la buona volontà di molti. C'è un certo gusto nel vedere buone intenzioni che si arrendono. Uno spettacolo tragico a portata di tasca e di malinconia. Quando qualcuno si rivela un bluff, e capita tante volte, si tratta di un grande spettacolo di cabaret per il diavolo o chi per lui. In ogni fallimento del bene c'è una sinfonia scivolosa, seducente e breve, tanto enfatica quanto idiota alla resa dei conti.
L'amore che finisce, per esempio, ti porta ad amare delle città, dei luoghi fantasma, dei balconi illuminati nelle notti di dicembre, delle stazioni fredde senza nemmeno una panca.

Ora sono seduto a terra. La traccia, la preferita degli ultimi mesi, è “Good to go” di Matthias Wagner. È il mio battito notturno, la trasformazione che diventa casa, albergo di se stessi. Penso a quella gita a Pompei nel 1979 con i miei genitori. Dormimmo a casa di una coppia di amici dei miei, Palmiro e Graziella. Io dormii da solo in una stanza dove c'era una madonna fluorescente di plastica, una statuina che di notte emetteva una luce verde. Mi addormentai tardissimo perché, a modo mio, la pregai. Le chiesi di non farmi soffrire troppo nel corso degli anni. Le mormorai che desideravo essere felice, che mi sarebbe piaciuto essere amato e poter amare a mia volta. Desideri di bambino insicuro. Bambino pessimista. Bambino ferito, mezzo muto nelle gioie e coraggioso nelle cadute dalla bici. Pregai quella luce verde, ma la mia preghiera elettrica e sfilacciata comprendeva la consapevolezza dell'inevitabile fine dei miei affetti, del breve viaggio accidentato della crescita, della scena orrenda in cui da lago devi trasformarti in lupo e accettare che nei tuoi denti ci siano brandelli delle speranze altrui. Poi chiesi una cosa che mi faceva stare malissimo; le chiesi, timido e indeciso, “di non farmi mai rifiutare nessuno, perché rifiutare qualcuno è lo schifo peggiore della vita”.

La nuova traccia è “Abraxas” di Echospace. Altro pezzo fisso delle playlist notturne. “Abraxas” mi fa particolarmente male, spazza gli angoli, vende i miei effetti al primo viandante, illumina la cucina dove le ombre dei miei genitori cercano di sorridere a me invecchiato, un qualsiasi stronzo con un cappello e la sigaretta perennemente in bocca. Uno che aspetta altre attese a ripetizione, attende nuove fasi di incertezza come fossero vacanze. Per un attimo, un'immagine indesiderata va a sporcare il nevischio elettrico e muto della musica di Echospace: ho davanti a me la scena di due che scopano forte, come macchine, come in un film porno senza audio, in una camera disgustata persino dalla morte. Senza foga e senza reale desiderio, accoppiarsi è un gesto certamente poco elegante. Inutile ammantarlo di altro. Ho sempre pensato che chi fa poesia dei coiti sia un minorato mentale. È una scena meccanica, asettica, lubrificata, sempre gravida di sciocche poesie improvvisate, ed è totalmente inutile continuare ad illudersi di catturare un orgasmo come fosse una lucciola. Qualche volta ho pensato che l'orgasmo in realtà non esiste. È un qualcosa cui aspiriamo spesso per stordimento favorevole, lo rendiamo una specie di lavanda gastrica mandata giù dagli dei. Io so solo che dopo il piacere è più facile camminare sotto i muri, in incognito, uccidere il nuovo o il troppo vecchio e tenersi pezzi di presente compunti come smorfie commerciali.

Non bisognerebbe dormire al coperto. Bisognerebbe fare come Knut Hamsun in “Fame”. Ma io non so arrivare a questo. Come buona parte dei miei contemporanei, mi manca quel coraggio pazzo della vera deriva. Oggi basta uscire dai ranghi sociali per sentirsi un bastardo, una persona non grata. Più facile. Non ti devi dimostrare il dolore, pare; questo è l'errore. Il grave errore, parte integrante di quel disegno di vomito che raffigura diversi artisti tormentati con la pancia piena, la camicia buona, il conto in banca al caldo, la moglie, l'amante, l'ego che è solo un cazzo di riserva, troppe volte dieci volte più interessante di quello analogico del corpo.
Io stesso, così mi dico, non sono così desideroso di dimostrarmi fin dove il mio abisso privato fa provincia, e in quanti altri porti e stazioni dovrò trascinare la disillusa ostensione di ferite comuni. Povero stronzo, credo di essere un mini-Knut Hamsun solo perché fumo di notte con la mia insonnia carnivora addosso.
Forse mi sento ganzo e lupo ferito a morte solo perché qualcuno mi ha insegnato a fare a pezzi i miei ricordi migliori e non scoparmi il futuro come il peggiore dei sognatori.
Per passare al livello superiore, dovrò diventare un vero lupo. Imparare a lasciar implodere il richiamo, l'ululato, ghignare sull'istinto di caccia ed espormi sul lato che i cacciatori preferiscono. Per fare più presto.
Riprendere in mano quella vecchia pratica che tanto ho amato, fotografare i viaggiatori della notte, escludendo le mie visite. Come sul mio blog. Escludermi per dare diversa presenza nell'assurda bellezza del buio.

©Luca De Pasquale 2016