29/11/15

L'eroe romantico


Ho sempre pensato che il vero eroe romantico, ammesso che possa essere una figura esistente, non urla. Non protesta. Non ama fino alle lacrime. Non crede alle favole. Non lancia il suo cuore oltre gli steccati del mare. Non si suicida. Non scrive troppo. Non concede troppa fiducia al prossimo, al precedente e al futuro. Non ama la banale autodistruzione di non essere riamato.
L'eroe romantico non è gotico e nemmeno alla moda. Non fa tante di quelle cose che creano stupore ed ammirazione. Non sembra sempre preso da mille missioni. L'eroe romantico non può essere un eroe civile e un pasionario. L'eroe romantico forse viene meno. L'eroe romantico, nel mio modo di pensarlo e nelle rare occasioni di immedesimazione, si presenta in assenza e si pone controluce, in indifferenza diagonale. All'ombra di chiese semivuote. Non pretende l'amore, perché quella pretesa lo deprime e lo svilisce. L'eroe romantico non lo consiglierei a mia sorella o alla mia migliore amica. L'eroe romantico vive le ore contate della sua smania di vivere. Non è mai davvero in famiglia e la felicità è qualcosa di cui ha sentito parlare in un programma radiotelevisivo. Perché nei libri che legge non si parla mai di felicità, ma, piuttosto, di sovrapposizioni andate male, di geometrie non combacianti, di notti che non finiscono sugli album fotografici e nella pornografia mnemonica della strada percorsa.
La persecuzione dei ricordi migliori è pornografia.
Vera pornografia, spietata, propagata, istigata con veri e propri atti di reclutamento e di coercizione.
L'eroe romantico, o quel che ne resta, desidera la legge occasionale e il diritto inalienabile di poter dire: “Non ricordo. Addio”
L'eroe romantico non ha creduto, da bambino, a quell'equazione innamorarsi/salvarsi. E forse, senza appunto scadere nel gotico fumettistico, non ricorda tanto l'armonia ovattata delle riunioni familiari ma quel silenzio incravattato e grondante luoghi comuni dei funerali, dei matrimoni, delle comunioni, delle partecipazioni obbligate che hanno radunato varie teste: teste che nella vita reale e non perturbata dalla morte sono solo capocchie di fiammiferi accese a latitudini irraggiungibili. Senza ferrovie, stazioni, porti, attracchi, autostrade.
L'eroe romantico non è così corrotto da pensare che due corpi che si fondono possano rappresentare una promessa a prescindere. Il desiderio, quando pretende di diventare promessa, è quasi sempre dannazione.
L'eroe romantico si veste perché trova volgare la nudità, l'esposizione arrogante, non perché deve qualificarsi in pubblico. Forse si lascia andare ad arte. Per non essere disturbato. Per passare inosservato. Per esibirsi la dose di indifferenza dolorosa che serve. Sogna, ma quando sogna troppo si sveglia. Ama, certo. E quando ama sa che le ombre comunque non lo risparmieranno. Nei momenti più onesti e più veri, ci sarà sempre un lato verso il quale non guardare. Una direzione vietata. Un valico chiuso. Un'impresa che supplica di non essere compiuta.
Un riscatto riconoscibile che implora di essere licenziato prima di apportare modifiche all'organigramma dell'anima. All'eroe romantico, imperfetto, sconsigliabile, spesso stupido, il bacio migliore fa quasi paura. Forse perché ha il potere di riportare in vita i sogni. Di farsi promessa anche nel cielo notturno che in genere rispetta il silenzio dei silenziosi. Il bacio migliore forse riporta in vita sensi di colpa inculcati e presi male in momenti di debolezza.
L'eroe romantico tende a fraintendere la propria felicità con il dolore di altri. E viceversa. Per questo è uno stupido. Sostanzialmente uno stupido.

Io non sono mai stato un eroe romantico. Non lo sono ora. Non lo sarò. Ma come è difficile spiegare tutto questo.
E quindi, senza chiusure, cesure ed ostruzioni, trovo che il silenzio sia più seducente di sempre. Caldo e gelido, acqua da sonno, pretesto di scrittura, dannazione, tempo che scivola e ti costringe a pronunciare il tuo stesso nome con altre voci. Sempre peggio. In stanze appena riassettate. Da mani e corpi che non vedrai mai.

Luca De Pasquale, 29 novembre 2015

27/11/15

Piangere miseria dai mille euro in su


A parte il 'freelancismo', ormai sono quasi tre anni che non ho un'occupazione stabile.
In questi ultimi tre anni, ho constatato che non è più capitato -ma già non capitava- che qualcuno mi dicesse: “Io non ho problemi economici, tutto bene”.
Con sfumature labili e spesso imperscrutabili, ho solo raccolto una serie infinita di “ho problemi”, “il quadro è disastroso”, “stiamo attraversando una fase nera”. Molte persone hanno paura che tu, anche se li incontri per caso, possa chiedere un lavoro o, peggio ancora, un aiuto economico.
Sono altrettanti, se non di più, quelli che temono tu possa attaccare un pippone sulle tue sventure economiche ed esistenziali. Invece io, esclusi i veri amici, non dico praticamente mai niente. Non è solo discrezione o magari intelligenza. Lo ammetto, spesso non parlo perché so che certe risposte potrebbero portarmi quasi all'aggressione fisica. Perché lo sport del piagnisteo economico non ha razze, religioni, ceti, caste professionali che tengano: è uno sport diffuso, fisiologico e senza vergogna.
Quelli abbondantemente sopra i mille euro mensili non si contengono; ti dicono che va di merda. Che non riescono a fare delle cose. Poi vieni a scoprire che si tratta di cose voluttuarie ma per loro fondamentali ed irrinunciabili. Come un certo tipo di vacanze. L'ultimo modello di computer o televisore. La tripla auto di famiglia. Il kindle per ogni figlio. I viaggi esotici o presunti tali che ti permettono di credere di esplorare davvero il mondo e che, se sei in coppia, sembrano cospargere polvere di pepe su genitali rattrappiti ed ingessati. Il benessere rende contenti, felici, intraprendenti: dunque uno stipendio da 1500 euro al mese non è bastevole.

I primi tre anni di lavoro, stavo a nero. Prendevo meno di 600 euro al mese e cercavo di cavarmela. Compravo stecche di sigarette, cd e libri. Non mi è mai piaciuto mangiare forte al ristorante (perché poi finisci sempre per cacare il buono e conservare il grasso), affidare le sorti della vita di coppia ad un viaggio che metta di buon umore entrambi. Facile chiavare bene a Marrakech. Facile promettersi eternità nel Grand Canyon. Facile sentirsi fortunati nel mostrare agli amici le foto del viaggio appena compiuto. Apparenza di fortunati, di persone che sanno godersi la vita. Tutto piuttosto patetico.
Poi ho iniziato a lavorare per quell'azienda francese. All'inizio c'era un entusiasmo che nemmeno per una lotteria o per un mese gratis come protagonista in un gloryhole. Euforia, slogan, inquadramento, fine del lavoro nero, divisa, riconoscibilità sociale. Per molti era un sogno. Un sogno di riscatto. Io ero incerto e mi sembrava che ci stessero prendendo per il culo. Ogni lavoro dipendente è una presa per il culo, più o meno. Ogni capo dovrà sudare piscio e retorica per dimostrarti davvero di non essere un caporale.
La mia prima busta paga da dipendente inquadrato e in regola recitava: 804 euro. Mi sentivo ricco. Acquistai due stecche di sigarette, una decina di libri e di cd, partii per un breve viaggio in territorio italiano. Quelli che se il cazzo non ti si rizza non potrà esserci il miracolo delle piramidi o del Partenone. Poi rientrai nei ranghi. L'anno dopo notai che lo stipendio era arrivato a 944 euro. Mi consentii qualche libro in più. Fumavo duro. Compravo molto scatolame e non guardavo la scontistica al supermercato.
Se uscivo, potevo permettermi il taxi, anche se qualcuno sosteneva il contrario. Nel corso del tempo, alla soglia dei dieci anni di lavoro, navigavo sotto i 1100 euro e a stento arrivavo a fine mese. Perché metà dei soldi se ne andavano in fitto. Non tutti hanno avuto la casa in regalo la casa dai genitori. Non tutti sono stati così mammoni e previdenti/lungimiranti da continuare a vivere in famiglia per accumulare soldi.
Prima di finire in cassa integrazione rotativa sodomitica, la mia busta paga recitava 1089 euro. Non mi lamentavo della busta paga. Mi lamentavo dell'ambiente, che era una vera merda e che ora si è riformato in mille piccoli rigagnoli altrove. Un altrove che non mi riguarda più in nessun modo. Un altrove che non mi prevede e del quale non mi arrivano neanche più notizie. Per grazia di quel Dio che non conosco, nessuna notizia e nessuna nostalgia.

Persone che guadagnano più di mille e qualcosa euro al mese continuano a lamentarsi. Anche con me. Ci manca solo che io debba iniziare a sentirmi in colpa.
Quelli che hanno avuto più fortuna, sono spariti. Come per un senso di imbarazzo. Un imbarazzo che li qualifica come idioti, alla fine. Perché se guadagni tremila euro al mese e ti eclissi, ti dimostri un cagone un po' timido. Non ho sensi di inferiorità causa busta paga. Puoi guadagnare bene e meglio di me, ma se non mi rispetti ti piscio addosso. Non porto deferenza a persone titolate, figurati a quelli con i soldi. O si parte alla pari, sempre o comunque, oppure vaffanculo. E il vaffanculo si può diramare in vari modi, comportamenti, embarghi e liste di proscrizione. Su queste cose ragiono come un funzionario della Stasi e non mi smuovo. Non accetto l'arroganza arrivista del benessere e ancor meno, se possibile, la finta fratellanza nel disastro. Non accetto che uno con appartamenti di proprietà ed entrate pingui si prenda il lusso di mettermi a parte delle sue ambasce economiche. Non puoi comprarti il nuovo modello di playstation? Per quanto mi riguarda te la puoi infilare dove vuoi e ti accanno all'amico più paziente, così potrai piangere per lui. Non puoi portare la tua bella compagna statuaria sul Mar Rosso? Cerca di cambiare colore del boxer e cerca anche di dire cose più intelligenti. Ed è inutile che contatti il tuo medico per chiedergli sottovoce come far rampare il tuo piranha giocattolo; forse ti manca la passione, forse ti manca la fisicità senza orpelli. Certi uomini rendono solo quando l'ambiente sembra funzionare ed armonizzarsi. Come certe donne, che poi giocano alla fiaba della sensibilità nelle penombre dorate di una bella stanza, ma che alle prime reali difficoltà si rivelano per quel che sono, delle Betty Boop con la sorveglianza armata nel cervello e qualche volta tra le cosce.
Tutte queste tipologie di avventurieri della propria epopea sono contraddistinte da un tratto comune: si lamentano degli emolumenti, del conto in banca, delle possibilità ridotte. Conosco molte persone che pregano unicamente per guadagnare meglio e non avere il tumore. Conosco persone che pregano per mantenere alta la bandiera del proprio amore, l'unico e autentico amore sulla faccia della terra. Conosco persone che pregano per un viaggio. Per una seduzione. Per risultare vincenti e non avere problemi durante un rapporto anale. Per ottenere presto un'eredità. Per affittare a prezzo maggiorato un appartamento non sudato, ma semplicemente passato di mano di padre in figlio. Il loro senso di democrazia consta nel dimostrarti che tra i loro 2650 euro ed i tuoi, che so, 700 non c'è alcuna differenza. Potete piangere insieme. Potete scegliervi un lacrimatoio comune. Poi lui torna alle sue tormentate comodità e tu ai tuoi conti sempre sfasati.

Oggi ti dicono che le differenze di razza e religione non contano. Okay. Però ti dicono anche che le differenze economiche non condizionano i rapporti tra la gente ed il confronto sociale. Questo non è vero. Io dei ricchi me ne fotto, non li conosco e manco li voglio conoscere. Io per loro non esisto e questo facilita le cose. Me ne frego invece dei borghesi un po' agiati che giocano al pianto, al disastro, al sacrificio, al ridimensionamento, i borghesi che si portano la crisi anche al cesso, nel letto, sotto il cuscino, sul cruscotto dell'auto e nella terza casa al mare. Le loro lacrime mi sembrano sugna per mangiare meglio il porco a tavola. Le loro lacrime sono come quei capitoni che a Natale finiscono nelle pance dei tradizionalisti. Capitoni che preferirei essere salmoni o testate non nucleari, direzionati controcorrente verso il deretano del borghese salice piangente.

LdP, 27/11/2015




26/11/15

Conformismo social ed asocial, uscio di casa pulito, nuovi slogan di salvezza


L'anarchia è ordine”
Pierre-Joseph Proudhon

Everything I build I destroy”
Godflesh

Siamo in molti miliardi di troppo a chiedere il Paradiso in Terra, ed è l'Inferno quello che rendiamo inevitabile, con l'aiuto della nostra scienza, sotto il bastone dei nostri pastori imbecilli. Il futuro dirà che gli unici chiaroveggenti erano gli Anarchici e i Nichilisti”
Albert Caraco

Io il ricettario del giusto non lo capisco. Forse non è alla mia portata. Forse non sono tarato per l'azione opportuna, il miglior modo di pensare, la scelta giustificata e piena.
Come un osservatore un po' stanco ma vivo, come un viaggiatore della notte, quelli che salgono sui treni non per viaggiare ma solo per portarsi altrove, osservo tutta la saggezza altrui con un senso di stupore assuefatto e, appunto, un senso di insofferenza.
Come mi giro e mi volto, trovo individui totalmente convinti che la loro opinione sia quella giusta, che il loro modo di vivere e pensare sia il migliore, il più equo, il più illuminato, quello che paga di più anche in termini di rapporti umani.
Mi sembra di vivere in un mondo di ricette. Tutti cuochi dello spirito. Tutti insaporitori della vita. Tutti sanno come è meglio condire l'arrosto.
Giustizia, cultura, solidarietà, accoglienza, buoni comportamenti, aggregazione. Fiumi di parole e di ricette. E spesso chi se ne riempie la bocca è magari una merda nella vita privata, e non sa affrontare una separazione, un dissidio generazionale, un chiarimento con un amico, una differenza di vedute, una diversità di credo o di fede politica.
Mi muovo con difficoltà, molta difficoltà, in mezzo a tonnellate di persone che sembrano essere sempre sul punto di rivelare al resto del mondo come è giusto pensare ed agire. E quindi, giocoforza, sono costretto a muovermi come un gambero di fronte ai grandi assembramenti. Spesso mi vedo costretto a lasciare la tribuna, dove credevo di osservare semplicemente una delle tante partite della vita per trovarmi invece al cospetto di una faraonica cerimonia di celebrazione del giusto del vero.

Tutta questa persuasione mi allontana. Mi annichilisce ed allora inizio a provare simpatie per l'altro. L'altro inteso come sommerso, non detto, forse non ammesso.
Non so quante pagine social ho chiuso negli anni. Un numero spropositato. Ho perso contatti, simpatie, pseudoamicizie, di quelle che oggi sembrano tanto necessarie. La mia professione mi costringe a tenerle vive, le pagine social. Ma devo ammetterlo, lo faccio controvoglia. Con un senso di disagio e inadeguatezza, perché non ci sono proprio tagliato.

Perché non condivido i toni, i modi, la sicumera ridondante, l'utilizzo strumentale delle proprie leggi mentali come fasullo criterio di confronto. Ma che confronto e confronto. La verità è che a molti piace leggersi, ascoltarsi, fino alla sfinimento. Poi se qualcuno partecipa, buon per lui: sono piccole lezioni di vita e di saggezza. La saggezza più incontestabile si nasconde anche dietro alla foto di una lasagna.
Il politicamente corretto mi fa una sega. Questa mia convinzione, una delle poche, permane da anni. Mi ammonisce a non inoltrarmi in inutili discussioni. Per anni ho provato ad andare d'accordo con persone dall'ideologia squadrata e completamente conformista nel negare il conformismo altrui. Vedere la pagliuzza nell'occhio dell'altro e non la trave nel proprio.
Oggi come oggi, non ho più nessuna voglia di dire la mia sull'immigrazione, sulla situazione internazionale, sui profughi, sui metodi educativi. Non è disimpegno. Mi sono rotto i coglioni di procedere per slogan solo per farmi qualche amico ed estimatore in più. Non voto. Assolutamente, nell'Italia di oggi io non voto, non potrei mai votare senza sentirmi un verme.
Ho disorientato i miei amici/conoscenti/amici da riporto/amici da osso/amici da abitudine/amici del lucernario. Li ho disorientati, perché speravano che io avessi una coscienza civile. Uno spirito progressista. Per la maggior parte di loro, essere anarchico significa essere un nichilista o, peggio, un coglione che va a disegnare la Ⓐ anche sulla tazza del cesso. Non uno che ha scelto. Non uno che ha cercato di evolvere il suo pensiero e le sue necessità di pensiero e di libertà. L'anarchico vuole il caos e dunque non è costruttivo. Inoltre, per molti l'anarchico può essere solo di un tipo ed è più o meno come essere di sinistra. Per questo motivo, devo essere contrario ed opposto ad ogni tipo di ordine e organizzazione. Certo, se vai a trovare la parola “anarchia” su wikipedia poi la elabori come vuoi e puoi riprendere ad attribuire patenti, patentini e comminare pene ideologiche.

Sono spesso in assoluto dissenso con tutto quanto vedo in giro e particolarmente sui social, che sono davvero lo specchio di quel che si trova in circolazione. Specie di carte d'identità abbellite con tanta polvere sotto i tappeti e chiazze di merda ed incrostazioni affrontate da quel Mister Verde che vuole chiamarsi “confronto”. Guai a parlare o scrivere male del confronto. Sei fritto, fottuto. Sei nichilista. Sei bannabile. Bella bruttissima parola, bannabile.

Social” mi crea problemi. “Problemi con la gente”, come diceva amabilmente Valerio Mastandrea nella sottovalutata e deliziosa serie “Buttafuori” con Marco Giallini.
Non mi piacciono le persone che fanno politica sui social. Che ci propongono i loro quasi quotidiani elzeviri sulla situazione attuale e su come uscirne. Non mi piace l'enfasi. In qualsiasi cosa. Non mi piacciono quelli che stanno sempre attaccati al telefono, ai messaggi, a whatsapp, alle parole e alle dinamiche delle comitive. La solidarietà virtuale è comicità involontaria. L'umanesimo qualunquistico sembra essere diventato un passepartout per essere accettati da piccole sacche della società, le sacche più affini alle origini, ai comportamenti, alle scelte.
In questo periodo, va di moda che tutti raccomandino di leggere, di dare fiducia alla cultura. Leggete, leggete, leggete. Sembra che ci credano davvero. La danno a bere. Leggere fa bene, ti urlano in faccia. A Napoli negli ultimi anni va di moda il concetto piagnone dei “luoghi culturali mancanti”. Leggere fa crescere. Leggere apre la mente. Leggere celebra la diversità e la creatività. Poi ti propongono dei libri di un conformismo desolante. Storie che ti devono far riflettere. Su cose che già sai. Su cose nelle quali ti sei specializzato con il diktat “predicare benissimo, razzolare con l'impermeabile aperto”. Scrittori viziati, ricchi, borghesi, vanitosi e stronzi che ti scrivono di profughi, di barconi, di epopee del dolore. Con il mazzo al caldo sulle loro sedie e tre editor seduti a fianco. Con un bel contratto siglato grazie a buone conoscenze.
Scrittori maschilisti e con il cazzo di poco più intelligente del cervello che scrivono di femminicidi, di dignità della donna e di quote rosa. Oppure clown che sostengono la patetica tesi che l'umorismo aiuta a prendere sul serio la vita. Gente che ha sostituito la spina dorsale con un ossimoro. Testuggini di vecchie ideologie che ti parlano di velocità. Giovani virgulti alla moda che si improvvisano sensibili su consiglio della casa editrice.
Aprite nuove librerie, bastardi! Dateci gli spazi culturali!”
Leggete! Dovete leggere! Ricordatevi cosa diceva George Orwell! Ricordatevi il film di Truffò! I film di Truffò!”
E se non ti aggreghi a questa roba, sei un pezzo di merda. Sei ambiguo. C'è anche una perla di meravigliosa psicologia da riprovazione subitanea: “Fai il bastian contrario per farti notare, in fondo sei una brava persona, un bravo ragazzo”.
Un bravo ragazzo? Ero ragazzo venti anni fa. Non ero inserito in società. Oggi meno di allora. Non può piacermi una società dove “dissenso” e “nicchia” sono considerati sinonimi; non può piacermi una società che individua “tendenze anarchiche” e “nichilismo distruttivo” come un solo piccolo scaracchio mucoso da rimuovere, con saponi, saponette e gravidanze, dall'uscio di casa.
Non può piacermi la società italiana. Quella al potere e tutti i totem di polistirolo di quell'altra parte che grida alla ribellione e lo fa sfoggiando un conformismo anche superiore ai tiranni tanto contestati. Ho capito molto presto, quando appunto ero ragazzo, che sarei stato considerato di sinistra se avessi professato certi gusti, se avessi seguito tali pensatori, se avessi dimostrato di essere inserito in un progetto di progresso in luce rosa e rossa, con la parola “umanità” stampata su t-shirt, fronte e pure una fetta di culo. Non ce l'ho fatta. Me ne sono andato per i cazzi miei. Come mi piace fare e come continuerò a fare. Nonostante la disapprovazione e l'impopolarità nel circolo delle dentiere, degli stimolatori erettili e delle amicizie ipocrite che si nutrono dei non detti per alimentare suggestioni di familiarità.
Mi rassegno a vivere nuove pagine di decoro intellettuale collettivo sotto sembianze di slogan passionali: “Bisogna leggere! Tra poco qui si arriverà a bruciare i libri! Solo la cultura ci può salvare! Solo la cultura può insegnarci cos'è l'uguaglianza! Fate leggere i bambini, i vecchi, i malati di cancro, le vittime del sistema, i carcerati, tutti!! Leggiamo per capire!”
Già.
Ma dove cazzo eravate fino a cinque anni fa? E davvero credete che le librerie aprano per dare “luoghi alla cultura” e non per scelta commerciale? La gente urla che servono le librerie e i furbi aprono le librerie. Non è diverso dal sistema che dite di avversare.
Per molti il nemico è solo quel che non pensano e provano in quel momento. Il resto, si tratta solo di opportunità e di salvarsi il culo. Smettiamola di ammantare l'istinto di proteggerci come improvvisa nobiltà d'animo e di consapevolezza. Vogliamo affidare le nostre paure a qualcosa che poggi su un'organizzazione, su una moda condivisa, su un flusso emotivo che faciliti il confronto. Perché senza confronto abbiamo paura. Paura della nostra immagine, della nostra solitudine, forse del demonio.
Per me, l'unico demone davvero orribile è il consenso che si finge insegnamento e giustizia.

Luca De Pasquale, 25/26 novembre 2015

23/11/15

Venire dentro, venire fuori, non venire affatto


Il collo cerca in te la movenza;
il cigno e forse l'amore
cerca la mia spalla il tuo sesso
il silenzio della sedia che hai nel cervello
quando mi guardi.
Ed io ti amo”
Questa è una delle poesie che mi arriva via email. L'autore è uno scrittore trentaseienne che abita a qualche chilometro da me. Il mio primo pensiero -assoluto, incontestabile- è molto breve: “Inculati, stronzo”.
Non tollero queste patetiche figure. Come quei cantautori dolenti che sembrano dei Thom Yorke con problemi intestinali. Mi viene voglia di rispondere alla sua mail con una poesia improvvisata. Titolo momentaneo, “Vorrei penetrarti recitando von Kleist e trattenere l'eiaculazione fino al plenilunio pensile di Mesopotamia Town”.
Si porta, scrivere quattro stronzate e proclamarsi autori. Tutti sono autori, quindi la decenza è anacronistica.
Ma la poesia del tizio, mi rendo conto con orrore, non è mica finita. Ecco la parte finale:
Hai osato telefonare al mio editore
per capire se facevo sul serio
ma io faccio sempre sul serio
quando sborro in te”
Ah, ecco. Dunque, se sborra fuori allora vuol dire che scherza. Che uomo. Che poeta. Donne, allora sappiate che se un uomo vi viene sulla pancia significa che è stata tutta una farsa. O se viene sulle lenzuola. Solo quando si viene dentro si fa sul serio. Sembra un invito ad incrementare la natalità.
E, perlustrando quest'ottica, che valore hanno allora le jam session orogenitali o cordialmente manuali, quelle da riporto? Masturbarsi a vicenda con la stanza in penombra e un bastoncino d'incenso olandese acceso vale come un testo di Lord Byron o è come il pilates?
Questi poeti la sanno lunga. Ma ce l'hanno quasi sempre corto. Si proclamano libertini. Libertari. A volte liberisti, se il conto di famiglia glielo consente. Poi si mettono a cantare o a suonare uno strumento. Ma hanno sempre quella faccia da barboncini castrati. Impossibile prenderli sul serio. Su facebook fanno i simpatici. Mille foto di cani, gatti e cocomeri. Foto ad Halloween e alla comunione della nipotina della falsa zia di famiglia. Foto di Che Guevara. Foto slogan contro gli sbirri. Foto equosolidali. Foto di caffè. Di locali dove si canta. Dove i piccoli artisti finiscono per sentirsi Roger Daltrey. Si pagano libri che vendono scontati al primo idiota troppo comprensivo. Si autoproducono dischi che poi annoverano in filoni inesistenti: “un misto tra Animal Collective, Lucio Battisti, Scott Walker e Le Cirque Du Soleil”. Forse sono andati in qualche paese povero e lontano, dove hanno conservato le loro schifose abitudini da capitalisti illuminati. In quei paesi, nelle camere di alberghi miseri ma suggestivi, hanno fatto sesso con le loro povere e credulone compagne. Non so poi se sono venuti dentro o fuori. E se sono riusciti a durare più di tre minuti. Forse hanno dovuto pensare al cancro per fermare il flusso. Perché sono emotivi. Vengono subito. E sono tipi che cavalcano le emozioni comune come fossero bambole gonfiabili o cavallini della giostra. Pensano “so che quella persona è per l'accoglienza ai profughi” ed allora mettono la foto di un barcone rovesciato con la scritta (fatta a Paint) “MAI Più QUESTA/E BARBARIA/E”.
Sono indecisi su singolari, plurali, generi, coniugazioni, declinazioni e posizioni da prendere. Poi le scelgono, le posizioni, ma sempre restando da quel lato del privilegio fatuo che consente di potersi rimirare ed ascoltare.
Non hanno mai letto Erri De Luca ma postano duecento cose pro-Erri, anche se il processo è finito in una bolla di sapone.
Loro sapevano dall'inizio che il marito della Ceste era colpevole. Conoscono il capo dell'Isis e prima o poi parleranno. La darebbero una bottarella alla Sciarelli, perché è una donna che suggerisce carnalità sincera. Hanno sospeso il giudizio sul governo Renzi, forse perché la Boschi glielo fa venire su duro. Forse scrivono poesie anche per la Boschi, che però non si sognerebbe mai di telefonare al loro editore a pagamento.
Se non hanno particolari imbastiture ideologiche, allora rubano le cinque migliori frasi profferite dai 5stelle. Equivocando anche quel movimento. Se poi sono di destra berlusconiana, non rientrano nemmeno nel mio quadro d'azione e sguardo, e dunque sospendo ogni giudizio per l'eternità. Non so cosa può accadere nella mente di uno che ha creduto in Berlusconi. Posso comprendere di più uno che cerca di parlarmi di Evola ed è coerente, anche se non condivido.
Conosco molte persone che segretamente -e nemmeno tanto- pensano che io sia di destra perché non avverso, nel modo più assoluto, la polizia. Tranne le mele marce che sono ovunque, io confermo che ho rispetto per i poliziotti e il loro lavoro. E dunque sono uno sporco reazionario.
Ma torno al poeta. Nella sua mail di accompagnamento, accenna in modo volatile a Burroughs, Ferlinghetti e forse a Cristiano Ronaldo. Ci manca solo che scriva qualcosa su Pasolini attribuendolo a Flaiano e che dichiari di tifare per la nazionale di uno stato non riconosciuto, che so, Saar, Ossezia o chissà chi. Sono poeti. La sanno lunga. Hanno opinioni su tutto. Sanno tutto. Scriveranno poesie per qualche anno, poi il loro paparino troverà loro un impiego presso un conoscente. Dopo qualche anno di lavoro, conservando i soldi perché costantemente spesati dalla famiglia, scriveranno un libro leggerissimo, di quelli che oggi piacciono e finiscono anche nelle collane “ribelli” e “controcorrente”.
Oppure, come il 97% degli italiani, finiranno per decidersi a scrivere un giallo. Si chiederanno dove infilare il loro umanissimo e malinconico commissario del cazzo.
Il commissario Ninni Diarrea e il suo aiutante meticcio Lock Brandes. Sono fantasiosi, questi stronzi. Napoli ormai è bruciata da autori di maggior calibro. Anche l'Emilia e Torino sono luoghi out. Anche il Lago Maggiore. Sceglieranno sul mappamondo. Sceglieranno una posizione comoda, un resort creativo dal quale continuare ad osservarsi con arguzia entomologica e modellare al meglio Ninni Diarrea e la loro empatia comunicativa, sui social, con i vicini, con i suoceri, con le comitive che sono sacre e mai disgregabili, pena una dolente anarchia.
Ma attenzione: questi tipi fanno sul serio solo quando eiaculano dentro. Forse vogliono filiare. Per superare, me lo auguro, il senso del ridicolo della loro presenza solitaria sul campanello di casa.

LdP, 23 novembre 2015



22/11/15

Quaderno blu e nero d'insonnia


L'insonnia mi perseguita. Dato acclarato. Non contesto. Non combatto. Mi adeguo. Lavoro sulla mia insonnia come su argilla, la modello, mi sporco le mani con lei, qualche volta mi sembra addirittura di amarla.
Il sonno, e dunque i sogni, sono intervalli nella mia insonnia. Un'insonnia cronica, che sedativi -blandi e non- e medicinali non hanno risolto. Anzi, la estremizzano. Perché il sonno è sempre poco ma più pesante, e la veglia è quasi drogata, visionaria, con la lucidità inficiata dagli stimolanti.
Quando dormo sogno. Sogno sempre. Sono sogni che mi destabilizzano, che qualche volta mi nauseano, sono sogni che mi riportano indietro e questo proprio non mi sta bene.
Sono sogni che mi sbattono giù dal letto, come per un'emergenza, senza paura ma pronto al combattimento, al corpo a corpo, alla resa dei conti. Una resa dei conti che si risolve con il solito accordo, io aspetto al centro della notte -mezzo nero e mezzo blu, come un quadro di Rothko- che passi. Che vinca la stanchezza. Che il mio inconscio si arrenda. Che i fantasmi vengano ingannati da una scintilla sciocca che somigli ad un angelo vendicatore. E torno a dormire, indolenzito come gli uomini che amano e come gli uomini che muoiono in differenti ore dell'anno, per risorgere poi senza alcun proclama.
La scorsa notte non ho quasi chiuso occhio. Ero calmo ma qualcosa mi agitava dentro. Ho visto prima un film di Klapisch, carino e senza troppe pretese, e poi il fantastico “Katzelmacher” di Fassbinder. Un film impervio, duro, cinico, erotico, di un erotismo squallido ma carnale, reale. Ho fumato una sigaretta tra i due film. Tutto taceva attorno. Solo una coppia si è ritirata alle 4e25, sembravano alticci e più idioti del solito.
Mentre tentavo di riaddormentarmi, mi sono detto che la mattina seguente, come capita sempre dopo queste notti, non avrei voluto incrociare nessuno sguardo. Forse nemmeno quello del mio gatto. Perché i risvegli dopo notti che somigliano a mareggiate della coscienza, terremoti in città giocattolo (in questo caso la mia anima, il peggior giocattolo che ho in dotazione nella mia stanza dei giochi), in questi casi i risvegli sono più scorie che liberazioni.
E perché?
Perché la notte ha riesumato. Riportato a galla. Riassunto male il tempo passato e riproposto una sintesi parziale, una suggestione con nuove, vecchissime luminarie; dando credito a bugie, sopraffazioni date per superate, ossessioni minuziosamente disinnescate dalle ragioni diurne e più stabili.
L'insonnia mi riporta parti di me che non riconosco. Che non passano alla dogana. Che non hanno spessore e sacralità, che non sono fascino conservato, parti di me che sono demoni lasciati in vecchie case, in vecchi abiti, in lettere rinnegate, in abbracci impediti da rabbia e vento, parti di me che credevano di salvarsi nella scrittura e invece non facevano altro che invocare autodistruzione. I miei demoni. I miei demoni labili, sensibili a luci lontane, a neon crepitanti, a divagazioni insincere più interessanti di conferme instabili.
L'insonnia mi travolge principalmente d'estate. Come un maremoto che trascina alghe puzzolenti, bambole senza testa, buste di plastica, sciocchi messaggi in bottiglia, pisciate di verità in mare aperto, brividi bagnati su pelle secca e refrattaria.
D'inverno, la mia insonnia si fa letteraria. Ne prende le sembianze. Quel cupio dissolvi che fa risuonare le note cupe di una propensione personale e non combattuta al buio. Ma è una farsa. Una parte del tutto. O meglio, una parte per il tutto. La mia insonnia è è una facoltosa troia che mi offre il letto migliore e le visioni più spigolose. Mi costringe a vagare per stazioni, porti, case, racconti, pagine autobiografiche, libri, film, emozioni da interrompere, curiosità da trucidare in silenzio, ma ha il buon gusto di vietarmi il vagabondaggio insensato nella vita altrui. Non vendo la mia insonnia come profondità spirituale. E non come pietosa malattia che intenerisca i manichini dell'accorta vicinanza. Non parlo a nessuno della mia insonnia. Ne scrivo. È il mio modo di amarla in qualche modo. Non di esorcizzarla. Non mi piace esorcizzare. Non evito lo strapiombo del non sonno, o del sogno scomodo. Mi ci tuffo dentro. Se vivo, bene. Se muoio, capirò altro e crescerò. L'insonnia è incomunicabile. Sei solo in un buio che porta la tua firma e forse la tua storia. E la mia storia è solo mia.
Non saranno altri a parlarmi della mia storia. Non è mai stato tempo per questo. È un territorio dove i miei militari hanno l'ordine di sparare a vista. Nessun messia è gradito. Almeno i demoni hanno la decenza di portarmi da bere, da fumare e da studiare. Perché l'insonnia mi porta a lavorare di notte senza chiedermi che faccia ho. Se è possibile o degno amare un uomo che non dorme. Non è una domanda che mi spetta. Che mi tocca elaborare.
Non so se si può amare un uomo che dorme poco, e che quando dorme costruisce piccoli principati diroccati, a picco sul mare aperto e freddo. Senza fari, senza barche, senza libri salvifici. Senza proverbi, citazioni, rossetti, dei, fotografie, angeli, simulatori emozionali, voli virtuali e lezioni di saggezza. L'uomo che non dorme taglia il buio con gli occhi. E gli è difficile amarsi, come gli è difficile vivere in pace e cadere -per fortuna- nel tranello dell'insegnamento agli altri. Magari ad altri insonni. O a chi, irrecuperabile, dorme abbracciato al calore di un'abitudine, all'utopia di un per sempre che è uno sciroppo nella desolante amarezza dei ragionamenti più stringenti.
Ho imparato ad amare la mia insonnia. Quei neon difettosi che mi vedono protagonista di scene senza telecamera. Che mi spingono alla carta e all'espressione, modo e mezzo che non somigliano neanche per caso alla salvezza bianca e barbuta che da piccolo trovavo nei libri. L'insonnia è forse, in conclusione, un intervallo tra caduta e ricaduta. Con la potenzialità supposta di riuscire un giorno ad intercettare fiori invisibili, disegni infantili non corrotti da sciocche promesse, la musica nuova che riesce a rendere una resa elegante e nobile come un impegno non più rinviabile.

Luca De Pasquale, 21 novembre 2015

Dopo una notte trascorsa male, non siamo gradevoli per nessuno. Il sonno fuggito ha portato via con sé qualcosa che ci rendeva umani.
Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine

Care keeps his watch in every old man’s eye,
And where care lodges, sleep will never lie.
William Shakespeare, Romeo And Juliet



19/11/15

Collezionare lampi in strade interrotte


La spiritualità mi fa venire i crampi allo stomaco. Mi imbarazza. Ogni qualvolta qualcuno inizia a sgranare il suo rosario di meraviglie umane e non, l'unica cosa che faccio è augurarmi che finisca. Perché, chiunque sia l'attore in questione, non riuscirà a portarmi dalla sua parte. Gli illuminati mi esasperano. Gli ottimisti ottusi sono una zavorra insopportabile.
Portami in un luogo abbandonato, in una casa diroccata, in un castello maledetto, e restiamo in silenzio. Altrimenti non rompermi i coglioni.
I treni che partono per me sono più suggestivi di quelli che arrivano. Vivo in una continua necessità dell'addio. In molti fingono di non capirlo. Oppure avversano talmente questa mia rispettabile istanza dal rifiutarla recisamente, senza sconti. E ci si dice allora addio lo stesso.
Una tipa, una volta, cercò di convincermi che esiste l'amore ideale. Credo di aver assunto, in quella circostanza, un'espressione nauseata. Perché lei mi sembrava un'invasata, lei e il senso di amore collettivo, lei e le storie d'amore che strisciano sottopelle senza magari concretizzarsi, ma esistono.
Amore ideale un cazzo”, pensavo, con la mia consueta eleganza.
L'amore senza l'effettività, la militanza anche scomoda, non è altro che una parola vacua, abusata, millantata, pedante, arrogante, né troppo corta né troppo lunga, e vale meno di un orgasmo.
L'amore che si nutre di aforismi, di odori, di suggestioni fraccomode, di consonanze cucite ad arte, quel tipo di amore idealizzato è solo una cosa di merda. Che puzza come una pietanza andata a male.
Molti amano costruire intere vite intorno a questa menzogna buona neanche per le dispense in edicola. Gli amori impossibili eccitano le persone peggio di una droga pesante. Gli amori ideali infognano i libri, le canzoni, l'esaltazione declamatoria di scrittori poco dotati (sopra e sotto, dentro e fuori), sono l'alibi di donne incerte e capricciose e di uomini fragili come abbandoni minori e infestati da quella paura odiosa che ci tormenta, quella della solitudine.
Piace molto dire “avrei amato”. Piace perché è una giustifica ambulante con le sembianze di una romantica eternità.

Non mi piace scrivere d'amore. Men che meno dei miei. Infatti, penso che buona parte di chi mi legge pensi che sono uno privo di affetti stabili, insofferente a tutto. Non scriverei mai di quello che provo per qualcun altro. Sono fatti miei. Ma, in generale, scrivere d'amore mi deprime. È stato detto già tutto. Ed io non sono un genio, per cui non creerei nulla di nuovo. Cosa questa che pochi dei “nuovi” scrittori accettano. Tutti convinti di essere originali fino allo spasimo. Ed attecchiscono pure, perché il gusto popolare in Italia è molto peggio che in altri paesi.

Non so se è amore quello che ti prende alla bocca dello stomaco quando è sera e ti trovi in un luogo semideserto. Quando un'ombra ti sembra una persona e viceversa. Quando ti svegli nel cuore della notte e ti manca una voce (che sia quella) ed uno sguardo (che sia quello). Non so in quanti siamo a concepire le emozioni come un precipizio dentato, un violento demone, una sirena/Medusa, un anatema divino che acquista potenza con le lucine di Natale e l'insonnia. Qualche volta è il vento, forse, a parlarmi d'amore e sono costretto a chiudere gli occhi e spalancare ancora di più lo sportellino della mia minuscola cassaforte. Forse ha qualcosa a che vedere con l'amore l'arrivare troppo tardi ad una festa di Carnevale, essere l'ultimo a rimanere sobrio al veglione dei trenini e delle mani in culo, forse ha qualcosa da riferire all'amore la sensazione che il sesso è troppo poco ed è un'ebbrezza che dura il tempo di un rischio calcolato. Anche se non soffri di eiaculazione precoce. Quello è un altro discorso, e lo lascio ad Elisir e trasmissioni similari.

Forse è eco dell'amore, risonanza, rifrazione e melodia anche il non arroccarsi su parole precise e chirurgiche come famiglia, relazione, coppia, figli, rinascita, percorso, condivisione, etc. Credo che l'amore vero sia molto lontano dal senso tranquillizzante di queste parole virali, afflosciate, smembrate dalla nostra stessa smania di renderle uniche.

Stanotte, poco dopo le quattro, ero alla finestra. Sul mare piatto e blu scuro vedevo solo una piccola barca di pescatori. Una luce minuscola in un buio sconfinato. Mi è sembrato che quella visione mi dicesse qualcosa sull'amore. Sulle distanze, sulle mancanze, ma anche sulle presenze.
Il solito senso di abisso addosso. Quel modo di respirare lento e silenzioso che paga il prezzo continuo del precipizio, anche quando solo immaginato. Mi sono sentito confinato in quella piccola suggestiva visione, senza potenza. Nessun angelo. Ali manco a parlarne. Il suono della mia voce dimezzato in nome di una quiete che difenderò fino a morire. La stella di distanza tra speranze ed eternità è l'attimo, per quello che è. Attimo che si supera e si uccide e poi torna ad essere sonno, dipendenza dalla normalità, misura ed equilibrio nel porsi, scelta distinta e non belligerante.
Mi sentivo inquieto, alle quattro del mattino. Il solito stronzo. Il solito stronzo con la sua collezione di abissi mignon. Stronzo che poi tenta la scrittura. Stronzo, mi sono ripetuto, non scrivere. Non colmi distanze. Non avvicini stelle. Non plachi maree. Non sei poesia e nemmeno suicidio. Sei uomo. Uomo sveglio di notte. Non vuoi pace nei dubbi. Non vuoi angeli nel sottoscala. Non vuoi che la gente si innamori dei tuoi specchi. Non credi alla redenzione.
Non pretendi di essere amore. Non vuoi essere scrittore. Vuoi essere coccio, spigolo, vaso ricostruito da pezzi differenti, e parte della tua anima è finita al banco dei pegni dei demoni. Fottiti e non scrivere. Goditi quella piccola luce al centro del mare e difendi chi ami con addosso il senso dell'abisso e del poco tempo. Sarai più eroico in battaglia, e al contempo nessun imbecille reciterà false parole per te in commemorazioni insipide.
Difendi, stronzo, l'amore che ti è stato concesso. Anche se sei un miscredente, un pervertito del dubbio e un vizioso che colleziona lampi in strade interrotte.

LdP, 19/11/2015

16/11/15

A stelle spente


Nei luoghi pubblici mi prende alla testa l'odore di ruggine, di sudore, di piedi sporchi, di fiati dolciastri, di speranze. Quello è l'odore peggiore. Il più insopportabile, muschiato ed assurdo.
Come l'odore dell'ipocrisia. Delle emozioni pubbliche. Della pietà infettata dalla religione. Come l'odore dell'amore obbligato e oltranzista, irrazionale, emorroidi del cuore, quell'odore di disinfettante, incenso da leccare e panni sporchi del creatore.
Come l'odore dei vecchi libri sul quale i vecchi coglioni continuano ad entusiasmarsi e a sbrodolare malinconia.
Le emozioni positive prima di tutto, si dice. Si suggerisce. Si impone.
In questo periodo sono stanco di leggere romanzi. Non ho una preparazione spirituale adeguata. Non sono pronto ad accogliere invenzioni altrui. Metafore. Messaggi sottesi. Non sono disposto ad applaudire invenzioni studiate, corrette, editate, indirizzate, rilegate e poi proposte con insistenza.
In questo periodo i libri non sono affatto il mio sangue e le poesie da bancarella mi costringono alla fuga eterna. Tu mi cercherai ma io non ci sarò.

Parlo con la gente e mi stanco presto. Molto presto. Soprattutto quando iniziano a fare gli enfatici, gli emotivi, i solenni. L'esternazione della sensibilità è una cosa che non ho mai sopportato. Non sopporto l'ideologia del recupero e quella del riscatto non è che mi vada molto più a genio. Riscattarsi non è come passare il bucato in lavatrice.
Se mi riscatterò in qualcosa, è probabile che io faccia schifo in altro. Equazione sommaria e poco cortese. Ma reale.
Al bar, provano a parlarmi di Valentino Rossi e dell'ingiustizia che ha subito. Non me ne frega un cazzo del motociclismo e ho altro a cui pensare. Il caso Erri De Luca/No Tav mi ha lasciato totalmente indifferente. La mia è un'ammissione senza alcun senso di colpa.
A volte uno può prendere posizione semplicemente essendo onesto, dichiarando che non gliene frega un beneamato.
È difficile essere anarcoindividualisti. Molto difficile. Perché c'è sempre qualche maestrino che te la butta in morale. E a me la morale stracciona e collettiva, tutta lacrime e forza spirituale, tutta masaniellismi e retorica radical chic, mi fa schifo.
Non riesco ad idolatrare scrittori, pensatori, intellettuali, preti, giornalisti coraggio, benefattori, magnati illuminati e quant'altro. Mi piacciono i motel con i neon fulminati. Le lenzuola con le macchie degli ospiti precedenti. I cataloghi tristi negli studi medici. Mi piace il senso di perdita che diventa stimolo. Non mi sento a mio agio nel mio ceto sociale (quello economico è inesistente, sono solo uno da schiacciare, come tanti) e non mi troverei a mio agio in altri.
Non so se quelli come me si possono definire cani sciolti, lupi solitari o semplicemente teste di cazzo. Magari tutte e tre le cose, ed in ogni caso non c'è problema.
Non ho nostalgie. Neanche della mia vita personale e della mia storia lontana. Da dove sono venuto non importa più di tanto. Le radici sono una fissazione dei deboli. Qui e ora. E vaffanculo al resto.

Ho difficoltà ad entrare in empatia obbligata con le conoscenze obbligate. Non mi sento in dovere di piacere. Non sento di dover dare conto delle mie scelte, dei miei comportamenti, delle mie idee. Se mi definissi uno scrittore mi sentirei di merda. Lascio questa definizione agli egotisti, che sono una folla incommensurabile. Scrittore. Ma scrittore di cosa? Cos'è, un gruppo sanguigno? Oggi sono scrittori tutti. Loro e quei gialli più gialli della diarrea. Oggi tutti pensano e sperano di arrivare nel cuore degli altri. Con originalità, con profondità. Illusioni che neanche un pompino insperato riesce a concedere.
Tutti fratelli. Tutti sodali. Tutti amici. Tutte anime che si incontrano. Ma per niente, grazie. Il tempo è spietato e le bugie si pagano. Si devono pagare. Io le pago e pretendo che le paghino salate anche gli altri.
Non c'è nulla per cui mi farei ammazzare. Solo le persone che amavo e che amo. Pochissime. Nulla di religioso o di politico mi porterebbe all'ideale del sacrificio. Preferisco i motel dove vecchi panzoni cercano di chiavare donne più giovani senza riuscirci. Quella, ad esempio, sembra essere una banale poesia del tentativo. Ed è più autentica e reale di tante parole di carta e di tutto il fiume di retorica civile che intasa le nostre condotte fecali dell'anima.

E così mi trovo nell'ennesima alba, definitivamente perso e fiero di esserlo, distante galassie da ogni argano, da ogni risoluzione testata già da altri, distante come non mai dalla definizione di scrittore e “persona vera”.
Persona vera” è una definizione piena di presunzione. Per me è solo mal di pancia e distanza. Al confino dalla mia vita tutti quelli che si dichiarano veri. Perché non si gioca impari. Io non sono più vero di altri. Sono anche io una recita. Una recita che tenta di cavarsela e di vivere qualcosa che non sia solo silenzio.
Accetto l'idea della devozione a qualcuno o a qualcosa solo se sono davvero convinto. Quindi quasi mai. Non sono devoto nemmeno alla scrittura. Una puttana qualsiasi.
Forse sono tanto devoto alla luce dell'alba perché le albe mi ricordano sempre mio padre. La cui assenza è una stella buia che mi guida continuamente. In nome di mio padre proseguo, ed in nome di quei pochi che amo senza stare a calcolare rate ed interessi. Ma esigo che non mi si chieda di essere convinto di cose che non mi apparterranno mai. Con la marmellata a pezzettoni della nostalgia ci carico un fucile, invece, ed inizio la mia personale roulette russa al buio. Buio completo.
E che la scrittura come abito di distinzione vada a farsi inculare da qualche altra parte. Come la lacrimevole coscienza civile da esibire. Come gli scrupoli che diventano ideali. Come gli ideali che chiedono colla di pesce, sperma essiccato e quegli atteggiamenti naif ai quali non dovrebbe credere più nessuno.
L'innocenza è solo una mania. Come la smania d'amore. Come il culto delle radici. Come l'ottusa ossessione dell'espiazione attraverso gesti che nessuno guarda e che precipitano nel latte scaduto dell'indifferenza.
Non voglio questa roba nel mio regno. Nel mio regno si vive e si muore, si ama e ci si uccide con la consapevolezza del buio che ha sempre quella strana fame.
A stelle spente vivo meglio. A stelle spente mi illudo -ogni tanto- di aver raggiunto un punto d'osservazione senza troppi demoni.

Luca De Pasquale, 16 novembre 2015





10/11/15

5:11 am


Le cinque del mattino sono un orario meraviglioso.
Sei solo. La sensazione è quella di essere un pezzo di cielo. Anche se sbagliato. Le strade sono deserte e c'è quella bruma che sembra invitarti a ripercorrere velocemente tappe, errori, odori, sensazioni, brandelli di viaggi, tentativi di completezza, buoni propositi, sensibilità eccessiva ad odori e profumi.
Alle cinque del mattino ti appare chiaro che non devi niente a nessuno, e che non vanti alcun credito; i bilanci potrebbero essere in pari, le quietanze risolte, gli avanzi gettati via, la zavorra bruciata. Simbolicamente e non.
E quel senso di sconfitta lo accetti, quasi ti piace, perché capisci che si tratta del sentimento stesso del vivere. Errare. Tentare. Trovarsi e perdersi. Riconoscere e disconoscere. Desiderare e intanto continuare a costruire la tana, il gioco dei nodi al vento, le barricate attorno alle labbra.

Guardo gli oggetti in casa e mi chiedo chi ce li ha portati. Io? Mi sembra improbabile. La mia famiglia di origine o quelle momentanee, quelle delle illusioni interpretate? La risposta è nessuno. Nessuno ha portato quegli oggetti ed è tutto da dimostrare che io sia qui, presente a me stesso e forgiato nelle mie continuazioni, alle 5e11 del mattino.
Questa potrebbe essere l'alba di Napoli, ma anche di Reykjavik o di Colonia, di Trieste o una di quelle danze di luce di Atkinson Grimshaw.
Non sempre si riesce a decifrare un'alba. Se si tratta di un'estensione o di un annuncio. Di un gioco o di qualcosa che bene o male non si interrompe mai. Di una condizione dell'anima che trova solo una volta al giorno il coraggio di uscire davvero fuori.
Vorrei che il risveglio pubblico degli esseri umani si procrastinasse. Mi piace questo silenzio, mi piace anche questa stanchezza che si stiracchia e diventa postura, attenzione, forse progetto.
Il giorno mi porterà nel posto sbagliato al momento giusto o viceversa. Mi costringerà ad azioni di rimessa. Pigre, consuetudinarie, doverose, qualche volta viscide.
Sono le cinque ed undici del mattino. Gli attimi della vita, slegati o consequenziali, sono stati tanti e in pochi sono riusciti a risalire la corrente, a trovare giustificazioni, a celebrare una missione.

Mi siedo all'aria aperta. In cielo c'è del rosa, del grigio, le poche nuvole somigliano alle onde del mare. Potrei arrivare a pensare di essere in comunicazione con qualcosa o qualcuno di lontano, di dimenticato, di mai rimosso. Sono le facili fantasie dell'alba. È il resto del giorno che vince sempre. Ci sono momenti che si sposano benissimo a questa luce unica. Uscire da case che non sono le tue. Tornarci. Uscire da un locale e non avere nulla da festeggiare. Guardare qualcuno dormire e non pretendere di fare altrettanto. Ammettere che non tutte le emozioni le puoi stroncare con prudenza, ragione e finta arte. Ammettere che le emozioni prevalgono e tu perdi. Ammettere che il destino gioca più a fare male che a stupire e darti la lotteria delle coincidenze. Il gioco a premi delle rivalse. La contraddittoria e pericolosa ebbrezza del vedersi affascinanti e passionali negli occhi degli altri.
Sono solo giochi dell'alba. Accumulo di sirene in un'ora troppo veloce, in una luce che sorgendo inizia a fuggire e non concede scampo: i momenti di quiete sono spezzati in partenza, se giochi all'idea del tutto finisci nelle stanze del poco, fiato corto, smania di emozioni e mano sinistra che insiste a rinviare l'istante più autentico, quello della rinuncia ad esprimersi.

LdP, 10 novembre 2015

Recensioni/Reviews: As Darkness Dies, "As Darkness Dies" (Pure Steel Records - 2015)


La meritoria etichetta tedesca Pure Steel, specializzata in ottime ristampe di metal underground e produzioni nuove di assoluto valore, ci propone il lavoro degli As Darkness Dies, band statunitense già nota con il moniker di Graven Image (il loro “The Future Started Yesterday“ nel 2012 riscosse un certo successo in ambito underground). Il lavoro, che possiamo inserire nel miglior filone dell'heavy classico di scuola americana, è prodotto nientemeno che dal mitico Mike Vescera (tra i tanti, ex Obsession e Yngwie J. Malmsteen), personaggio angolare nella storia del genere che abbiamo da poco apprezzato nuovamente nei Riot In Mars, in compagnia del leggendario bassista Barry Sparks.

In questo album, gli As Darkness Dies offrono un suono compatto e al contempo pulito, con le chitarre molto ben armonizzate, una voce convincente (Martin O'Brien), un basso puntuale e attento a dettagli ed accenti (l'ottimo Andrew Purchia), con il notevole plus di una batteria di classe, affidata all'ex Steel Prophet Harry Blackwell, davvero in forma smagliante.

Il lavoro degli As Darkness Dies è molto melodico, lo testimoniano ottimi episodi come l'emozionante ballad “Other side” (con chitarre arpeggiate ed un basso estremamente espressivo), ma anche molto potente (il pezzo di apertura “Black death”, deciso e marziale) e groovy, se si pensa all'inattesa “High road” con un incipit basso-batteria ragguardevole ed una voce efficacissima. “World of decay”, si annuncia con tastiere, di nuovo chitarra arpeggiata old style e il solito basso elegante nei contrappunti. La mente torna inevitabilmente a come intendevano il basso nei lenti band alla stregua dei Metal Church in "Gods of wrath" e gli Armored Saint, anche se aleggia benefica l'icona di San Steve Harris; anche in questo Martin O'Brien si spende al meglio ed il pezzo diventa veloce ed aggressivo.

Ma è in generale il tono dell'intero full length a mostrare quella che potremmo definire facilmente una classica freschezza, con un sound sì devoto agli stilemi cardine del contesto (nella parte centrale di “Silent wings” c'è anche un'impronta emotiva di stampo Queensrÿche), ma con un'agilità strumentale di tutto rispetto ed un songwriting che lascia solo presagire ulteriori affinamenti e la possibilità concreta di catturare un seguito di fan leale e soprattutto competente. La Pure Steel si conferma attenta alla qualità, bilanciando saggiamente le basi più solide con il rinnovamento degli interpreti. Consigliato. 

Voto 7,5

AS DARKNESS DIES LINE-UP:

Martin O'Brien – vocals
Paul Coleman, Scott Williams – guitars
Andrew Purchia – electric bass
Harry Blackwell – drums/percussion


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The worthy german label, Pure Steel Record, focused on excellent metal underground reissues as well as new brilliant productions, is now proposing a work firmed by 
As Darkness Dies, a band made in USA, already known under the moniker of Graven Image; and their record, called "The Future Started Yesterday" released in 2012, was not by chance extremely successful, as regards underground music scenes.  

The present namesake album - which is to be embedded in the best stream of classic heavy metal from the United, has been produced by none other than mytical Mike Viscera (amongst many others, ex Obsession and Yngwie J. Malmsteen) the cornerstone of the genre’s development and whom once more we have just appreciated again in his own collaboration with Riot In Mars, dealing with the legendary bassist Barry Sparks.
In their last album,  As Darkness Dies offer us a compact sound and clean at the same time, with well harmonised guitars, a very convincing voice  (Martin O'Brien) and a timely bass as well as very particular about details and accents (the great Andrew Purchia - with a notable plus granted by a high-end drummer like Harry Blackwell (ex Steel Prophet) who  looks  absolutely wonderful.


This full-length appears to be a melody work, which is confirmed by some excellent episodes like the amazing ballad called “Other Side” - with arpeggiated guitars and an extremely expressive bass – other than to appear very powerful (the opening track “Black death” is decisive and martial) as well as groovy, if we only think about the unexpected “High Road” with its remarkable start of bass and drums combination and a very effective voice.
Carrying on with the listening, “World of dacay” opens with keyboards, a guitar played once more in an arpeggiated old-style and with the usual bass which sounds elegant in the counterpoint. My mind necessarily jumps back to tracks like “Gods of Wrath” of Metal Church, as well as to bands like Armored Saint,  and to how they meant the role of bass in their slow songs, even though the icon St Steve Harris clearly hangs over the whole piece with a positive influence. Even in that, Martin O’Brien has spent the most of his energies and the track becomes speed and aggressive.
But, generally, it’s the mood of the whole full-length to show that kind of quality we could easily define as "classic cool”, thanks to a sound which seems to be devoted to the core labels of the context. in the middle part of “Silent Wings”, for instance, there’s an emotional imprint that seems to be inspired by Queensrÿche other than to show a highly-respected agility in playing and a songwriting that suggests further refinements and the concrete chance to catch the attention of loyal as well as expert fans.
Pure Steel Records proves again to be concerned with quality, by balancing wisely its most solid bases with the renewal of its artists. 
​I recommend it.

Rating 7,5Quee

AS DARKNESS DIES LINE-UP:

Martin O'Brien – vocals
Paul Coleman, Scott Williams – guitars
Andrew Purchia – electric bass
Harry Blackwell – drums/percussion



© Luca De Pasquale 2015
traduzioni a cura di Manuela Avino

09/11/15

L'eliogabalismo delle vanità


Ti fai una foto e la tua faccia sembra una mezzaluna con la pappagorgia, con sfondo soleggiato. Tutte le volte che mi metto in posa si vede che la cosa è forzata. Che non sono naturale. Che regalo il peggio della mia espressività. E dunque niente foto. Vedo che piace molto fare e soprattutto ricevere foto. A me no. Sulla mia carta d'identità mi piacerebbe che ci fosse l'immagine di una balestra, o di una fionda. O della carcassa di un auto viola al tramonto. Cose del genere. C'è una vanità incredibile in giro. Ognuno cerca di guadagnare punti estetici, e non solo. La mia anima è meno bella dei quadri che uso per rappresentarmi. Meno bella delle canzoni che promulgo, quelle suggestive e non quelle violente, quelle sono un caso a parte.
Le foto migliori sono quelle che non mi sono state scattate. I racconti migliori, quelli che nessuno ha letto. Le mie parole migliori si trovavano in silenzi che sono stati usati per diversi scopi, tutti a me completamente incomprensibili.

Sulla pagina di un tizio trovo in uso l'aggettivo “eliogabalistico”. Fa cultura, fa ricercatezza. Eliogabalistico. E perché non “imperroché” o “lanceolato”? Esibizioni di ricercatezza formale. Scopro che il tipo si qualifica come critico letterario e cinematografico e naturalmente scrittore; ma anche “uomo”, perché vanno di moda queste ovvie autodescrizioni. Non c'è bisogno di scrivere che sei un uomo. Avresti dovuto specificare se tu fossi stato un opossum. Ma sei un uomo e non devi spiegare altro. Ma è chiaro che tu per “uomo” intendevi “creatura sovrastata dal senso di umanità e di calore spirituale”. È per questo che puoi andare sin d'ora a farti fottere, lo dico con dolcezza, in modo totalmente eliiogabalistico.

È dopo aver letto queste assurdità che sento ancora più impellente la necessità di fare due passi solitari nell'underground più assoluto. Tutto ciò che cerca di essere estatico e solenne mi manda dritto all'inferno, dove resto per qualche tempo assai volentieri. È dopo aver guardato foto che vogliono essere simpatiche ed autoironiche che si accentua in me il desiderio del colore nero. Nero spietato e senza porte.
Così come mi allontana da qualsiasi voglia di comunicare il notare che il gioco dell'autocitazione imperversa. Alcuni si citano e si virgolettano pure. Come maestri. Guai se hanno scritto un libro “vero” o un articolo a diffusione accettabile, te la faranno scontare per dieci anni. Devono mettersi nella giusta luce: io ho fatto e dunque sono. Ma questo lo dice ogni giorno anche Rocco Siffredi: io faccio e dunque sono. Non vedo grosse differenze. Forse l'eliogabalismo, la critica letteraria ed i viaggi da cuori illuminati che tutto notano e tutto comunicano?

Meglio l'impiegata sfiorita che la bellona autoreferenziale. Quelle “sono bella e per questo tu la dovrai pagare”. Esistono anche uomini che non amano annusare l'intimo femminile, se non per pura casualità. Nessun meraviglioso profumo può comporre una donna vera, se dietro non c'è la scintilla, la più piccola, la più imprevista e dunque sconvolgente. Annusare profumi compositi e sperimentati in laboratori di dolore estetizzato è roba da impotenti.
L'impiegata sfiorita, concetto banalissimo, se la divora a colazione, la bellona autoreferenziale. E rompe pure meno i coglioni.

Gli uomini intanto continuano. Con quella solfa. Quella che non decide tutto il cazzo. Quella che non c'è vanità nella libido di apparizione e conquista. Gli uomini più superficiali giocano a fare i profondi, ma continuano a sperare che il loro cazzo si allunghi per uno di quei miracoli eliogabalistici. Leggono otto libri in due anni e si danno arie di profondità, di trascendenza emotiva. Usano anche delle parole trovate nei libri, sbagliandole quasi tutte, decontestualizzandole in modo triste ed eliiogabalistico.
Prendete me: ho letto un mucchio di libri, ma resto uno stronzo. Non sono un critico letterario. Neanche un po'. I libri non hanno accresciuto la mia profondità. L'hanno levigata, e non è la stessa cosa. In fondo sono solo un superficiale un po' drammatico e non mi sparo pose pacchiane. Non sono caduto ancora nell'eliogabalismo. Quando mi tradirà il cazzo (e una parte di cervello), spero tra qualche anno, finirò a fare yoga con un saio acquistato in cartoleria e una tavola di precetti religiosi mescolati dal sentito dire comune. Parlerò di uccelli dell'Oceania, romperò ancora di più le palle con le albe -già lo faccio ora- e proporrò canzoni malinconiche, anche più di adesso. Perché dai cinquant'anni in poi, anche se ti infili pantaloni bianchi da ricchione etero e scrivi libri, sei comunque un antipasto per la morte. Può trascurarti, ma può anche decidere di mangiarti. Dunque, inutile menarsela tanto.
Meglio depredarsi. Continuamente. Respirarsi in faccia allo specchio e rendersi conto che non c'è tanto di cui andare fieri. Perché molto spesso la presunta nobiltà spirituale è solo una questione di opportunità. Siamo, mercanti, mitomani e puttane. Poi facciamo i girasoli con il Dio che non capiamo e chiediamo perdono per tutto l'amore che abbiamo rispedito al mittente, non si sa bene per quale illuminazione alla rovescia.

Arrivato a questo punto, lo ammetto: poche cose mi emozionano per davvero. Pochissime. La sensibilità cerco di massacrarla ogni giorno, perché mi fa perdere tempo ed energie. Sono diseguale con lei, davvero un pessimo compagno. Le nostre cene sono silenziose come quelle di una coppia in crisi che non scopa da mesi (e comunque senza arrivare mai all'orgasmo, se non due gocce di maniera per far vedere).

Ogni tanto vengo sgridato per la non attitudine ai contatti quotidiani. Ci sono abituato e non mi giustifico più. Non ho il coraggio della quotidianità. Se non in situazioni miracolistiche, anzi eliogabalistiche. Il contatto quotidiano costruttivo e tranquillizzante mi impedisce di depredarmi e dunque lo evito. La quotidianità mi fa pensare alla lavagna a scuola. All'obbligo del saluto. All'ossessione delle piccole cose da scambiarsi senza entusiasmo. Alle idee preconcette che si rafforzano con gli equivoci costanti dello starsi alle calcagna.
Al “io sono qui e tu sei lì, bene”. Roba terrorizzante. Chi ti dice che resto dove mi pensi e mi immagini? Chi ti autorizza a pensare che ti identifico con un luogo, un orario, un abito affettivo?

Oggi mi hanno detto che è l'estate di San Martino. Ne sono lieto. Ma quest'aria di scirocco fa schifo ed è molto irritante. I colori sono smorti e le persone sembrano godere forte del ritardo dei ghiacci e delle nebbie. Ci sono troppi insetti e troppi uccelli. E poi, troppa gente che si fa foto con il mare sullo sfondo. Oggi mi sono immaginato con il solito sfondo marino e il mio sorriso da fusto d'olio con la colite. Con il mare dietro sarei stato, almeno oggi, uno di quei canteri a vento di cui l'eliogabalismo tramanda da tempo.
Sono certo che la mia faccia sarebbe più espressiva e dolcificata se venisse catturata mentre osserva il mio corpo pagare una bolletta o mandare per le terre il solito messo apocalittico da citofono.
Signore, il mondo potrebbe finire da un giorno all'altro”, mi hanno detto. E io avrei voluto rispondere: “Tu finirai adesso, stronzo”.
Ho così poco eliogabalismo dentro che dovrei smettere di scrivere. Iniziare a farmi fotografare ovunque. E ossessivamente postare le icone della mia persona. Fare la conta dei consensi e poi chissà, farmelo in mano per l'emozione. Siamo così deboli e così bisognosi di essere accettati che diventiamo presto delle masturbazioni ambulanti.
Ci basta aver letto tre libri in sei mesi per crederci all'altezza dell'ipotesi di nobiltà. Ma il buio è nascosto lì, in altro buio. Buio con mandibole d'acciaio e sguardo da culturista idiota. Pur sempre buio. Non è gusto dell'apocalisse. Sono solo accenni di eliogabalismo che non mi renderanno più degno di volermi far capire.

LdP, 9 novembre 2015