26/10/15

Foulard per artisti senza emorroidi


Spesso mi capita di incontrare quello che è diventato famoso. Famoso facendo della musica commerciale e falsamente profonda e dettagliata. Lo conoscevo di vista, veniva ad acquistare dischi in negozio e a stento salutava. Ho assistito involontariamente alla sua evoluzione. Mi è sempre sembrato una scimmia innestata su un palo telegrafico, ma ora lui si atteggia a bello. Ha sempre un foulard al collo, le sue camicie sono immacolate, il suo sorriso è quello di uno al quale le cose sono girate stranamente bene, al di là di meriti effettivi francamente opinabili. Un tempo ci salutavamo con un cenno del capo, ora neanche più quello. Ho provato ad ascoltare la sua musica e la trovo orripilante, banalissima. Quello che voleva il pubblico. La maggior parte degli “artisti” che conosco ai quali la sorte ha arriso hanno saputo leggere nel cuore della gente. E questo per me non è né un complimento tantomeno una nota meritoria.
Perché leggere nel cuore -o nel culo- della massa indistinta non mi sembra poi un'operazione così rimarchevole. Il musicista apprezzato che non mi saluta più è l'ennesimo esempio di persona che si è dedicata a monetizzare i bisogni emotivi della massa. Non sarà il primo e non sarà l'ultimo che riuscirà ad esibire quell'aria “riuscita” che mi sta tanto sui coglioni. Ma io non mostro nessuna ostilità per questi campioni della Lettura Interiore Generalista. Perché dalla mia posizione, defilata, aggressiva di rinculo, forse sprezzante e certo isolata, posso passare solo per un rosicone.
Il “rosicone” è una di quelle figure comode che le persone amano evocare quando si trovano di fronte ad uno che è andato fuori strada (o meglio, che sulla strada giusta non c'è mai stato) e che si prende, dal suo minuscolo reame, il lusso di non apprezzare quello che è quasi plebiscitariamente apprezzato.
Non mi piacciono gli artisti commerciali. Quasi mai. Il loro gusto, il loro rovistare nelle evidenze necessarie, mi deprime e mi sconcerta pure.
Non sono per la nicchia obbligatoria, non sono un elitista andato fuori di senno, ma penso che oggi si dia qualifica di artista (scrittore, musicista, fotografo di grido, pittore, fumettista, astrattori di profondità, profondisti foulardizzati) a chiunque, eccezion fatta per chi forse lo meriterebbe di primo acchito, così, per grezze ma reali capacità.
Mi presentano scrittori, artisti larghi e polidisciplinari, rubicondi ragazzotti dall'entusiasmante prolificità espressiva, ma quasi mai mi rimane addosso la sensazione di aver conosciuto un vero artista. Il più delle volte, mi convinco unicamente di aver conosciuto una persona abile e fortunata, capace di farsi apprezzare per doti confuse e tutto sommato ancora allo stato embrionale; a questo si aggiunga che l'aria pulita e costruttiva di queste persone mi dà da pensare che non soffrano di emorroidi o di altri piccoli mali mesti e miseri. Che so, la loro brillantezza sociale e la loro facilità a farsi sovrastimare sembra segnalare la totale assenza di piccole disfatte come il tartaro ematico, il meteorismo, le emorroidi appunto, l'alluce valgo e la curvatura irrazionale del pene. Sembrano sani come pesci e allegri, fattivi e inspiegabilmente carismatici nella vasca dei troppi pesci. I loro libri, i loro dischi, le loro attività solipsistiche dall'apparenza collettivista e salvifica, tutto mi passa accanto senza lasciarmi una sola vera impressione duratura. Ci ho provato, ho provato a mettermi in discussione, mi sono dato dell'arrogante stronzo ma proprio non ci riesco: per me, per la mia sensibilità, si tratta di inutile zavorra. E io la zavorra non la evito. La incendio direttamente.
Questi apostati della buona riuscita non hanno lo stesso problema con gente come me e miei simili: perché a loro non arriva il brusio degli invisibili. Loro sono sulla buona strada, la strada con i lampioni, la strada garbata e presentabile dove anche le puttane sembrano gran dame e i teppisti appaiono come loro personaggi, disinnescabili dal demiurgo in qualsiasi istante. Loro, quelli che “ci stanno riuscendo”, danno agli stupidi l'impressione di poter dominare il laidume del mondo e girarlo a loro vantaggio, come un girasole di merda in una teca.

Ad essere sincero fino in fondo, non so come potrei trovarmi nei loro panni. Non ci riuscirei. Per miei precisi limiti. Di gittata, di pazienza, per non aver saputo sancire il confine richiesto tra purezza e disgusto. Come tutti gli uomini, i riusciti e gli invisibili non fanno eccezione, anche io sono un misto di polvere di stelle e merda secca. Nobile in alcuni aspetti, indegno in altri. Sicuro di me fino all'insolenza su alcune cose precise, debole ed esposto in altre. Ma io sono uno di quelli, e siamo in tanti, che non ha saputo mostrare una precisa linea di demarcazione tra bene e male, ed in quella linea sottile come un perizoma bordeaux da chiavata semplice non ha costruito un suo ruolo identificabile.
Nei panni di un riuscito sarei un fallimento colossale, un colabrodo, un uomo di merda senza neanche la scusa della rabbia.
Mi sta bene osservare la faccia da scimmia innestata del vellicatore di masse, che con quei suoi foulard mi ricorda che l'arte, l'arte che mi seduce e mi fa stare male, tanto benessere parziale mi regala, non è la sua. Non la sua e di quelli come lui, tendenzialmente asserviti ad un padrone molto sporco e detestabile, quel tiranno interiore strippato di ego che chiede riconoscimenti, riconoscibilità, presunzione creativa e vezzo dell'intensità da modulare secondo le voglie dei fruitori. È il concetto della signora che va a comprare del salame milanese al supermercato. Il banconista dei salumi, a suo modo riuscito artista dell'affettato e del palato medio-borghese, le vende effettivamente del salame milanese, ma di quel tipo nuovo, che so, salame biologico dopato veg-friendly, salame delle terre di mezzo, quelle dove non ci sono ciminiere e persone che si ammalano di cancro. Il banconista è entrato nel cuore (o nel culo) del gusto borghese, e sempre più persone si serviranno da lui.
Io preferisco i banconisti anziani, quelli seri, quelli che ti danno ciò che hai chiesto, e che se ti suggeriscono qualcos'altro non lo fanno per questioni di ego spruzzato. E che magari soffrono pure di emorroidi. Alla fine, quelli sono i migliori.

LdP, 26 ottobre 2015


PS: Questa nota è stata scritta con l'ausilio di un disco, come sempre: “Inmazes” dei danesi Vola. Disco clamoroso. Nessuno nel giro di quattro isolati sa chi cazzo siano, ma io li amo. Credo soffrano anche loro di emorroidi, ma che Dio li conservi.


22/10/15

Unguibus et rostro


Il sogno è crudele, spietato, veloce.
Come lo è stato quello di due notti fa.
Sogni veloci, quasi come la vita. Sogni crudeli che ti danno da pensare per giorni interi. Sogni che non sono segnali. Che non sono metafore, ma veri e propri atti di libertà. Consumati in lontananza e in solitudine.

Stamattina è faticoso il riassetto con la realtà. Il caffè e le sigarette sembrano non servire a nulla.
La musica somiglia alla febbre. La pelle non sembra rosa, ma bianco macchiato. Bianco con innesti di grigio e chiazza nera incombente. Il sentimento del giorno è la difesa. Difesa a tutti i costi. Difendersi costa caro, far diventare la difesa un attacco è peccato di superbia e caduta assicurata.
Il panorama dalla mia finestra è lattiginoso, incerto. Capisco che mi nutro delle mie stesse debolezze. Per qualche ora, ore comunque veloci, demone di me stesso. Plenipotenziario. Stupido.

Una donna per strada parla di “farfalle nello stomaco” a proposito della conoscenza con un uomo. Lo dice ad un'amica. Dalle poche parole che intercetto, l'uomo appare un completo imbecille. Uno di quelli che fa casino, che confonde le acque. Che la dà a bere. A certe donne piacciono uomini che sembrano attivi, concreti, affidabili. Peccato che la maggior parte delle volte sia tutta fuffa. Solo agitazione. Eclettismo con il trucco. Cronica incapacità di seguire veramente l'istinto. Apparenza ben preparata. Mi allontano.

Una donna ha le calze sgranate, sfilate. Pare che la stoffa abbia delle lacrime rapprese. È una scena orribile, è geometria inquinata, è uno strano simbolo di dolore e sogni sbagliati. Mi allontano.

Alle persone piace fantasticare sugli altri. Vogliono condire loro la pietanza con fantasie e speranze. Poi restano delusi. Quando iniziai ad avere un minimo di visibilità come scrittore, ricordo che alcune donne mi dissero che pensavano di incontrare un ruvido, un figlio di troia, un mezzo pirata, un irrazionale eccentrico. Era -secondo loro- l'immagine più consona per quello che scrivevo. Ma evidentemente apparivo completamente diverso dalle aspettative. E parlo di carattere, non di altro.
Non essendo libero, non paventando un'apparenza disinvolta e ribelle come negli scritti, anche quello che scrivevo diventava improvvisamente merda o, peggio, indifferenza. Quell'esperienza mi ha insegnato molto. Mai deludere le proiezioni altrui. Si paga sempre.

Passano gli anni. Non passano invano. Si sceglie meglio, si sceglie con più fedeltà a se stessi. Ma allo stesso tempo aumentano le insofferenze. Le mie crescono. Principalmente per quelli che si ripetono. Quelli che non escono mai dal loro recinto. Mi scandalizzo nell'osservare come si reiterino in modo monomaniacale le abitudini e, quel che è peggio, IL GUSTO. Il gusto e le inclinazioni diventano veri e propri alibi per un'immobilità colossale e preoccupante. Non so. Io, per esempio, dieci anni fa non avrei mai detto che avrei approfondito fino allo spasimo la scena rock e metal cantata in tedesco. Dieci anni fa scrivevo che il contrabbasso somiglia al corpo di una donna (bella) e magari pensavo pure di essere originale. Dieci anni fa su venti cose che scrivevo ne dedicavo otto a Jaco Pastorius, sei a Patrick Dewaere e le restanti a persone di passaggio. Oggi non dedico la mia scrittura a nessuno. La mia scrittura vuole evocare, anche celebrare, ma non è dedicata. Dieci anni fa mi piaceva immaginarmi con dei bei pantaloni bianchi stretti attorno al pacco, oggi non li metterei manco morto. Mi sentirei una specie di angelo peripatetico, un equivoco puttino non rassegnato all'invecchiamento.
Dieci anni fa non riuscivo ad uscire dai romanzi di Henry Miller. Che amo ancora oggi, ma non li rileggerei più. Dieci anni fa avevo problemi con Knut Hamsun, che pure adoravo, per le sue posizioni politicamente equivoche. Oggi me ne sbatto se uno scrittore è di destra: lo leggo lo stesso e lo apprezzo pure, se è il caso. In dieci anni, l'unica cosa che non ho mai cambiato è la marca di sigarette. Il resto, tutto modificato, tutto aggiornato. Come dovrebbe essere. Bisognerebbe agognare ai cambiamenti: anche a quelli di gusto, di predisposizione, di geografia mentale.

Una cosa che mi repelle e allo stesso tempo mi abbatte un minimo è prevedere quel che mi verrà detto, i comportamenti, i silenzi, intercettare con molto anticipo pensieri, scuse, frasi fatte, inquietanti forme di autogiustificazione o tirate autoelogative. E mi succede quasi sempre. So che quello, per dire, non mi risponderà a tono. Che quell'altro dirà di avermi letto e non lo ha fatto perché è la sua forma di educazione del cazzo. Che quel cliente cercherà di risparmiare tre euro pena l'abolizione della transazione. Prevedo i buoni comportamenti e quelli infelici e mesti. Non sono Nostradamus, ma mi girano abbastanza le palle. Una categoria per la quale potrei dirmi chiromante, aruspice e quant'altro è composta da quelli che non ti parlano in faccia. Che pensano di far parlare i loro comportamenti. Che non hanno mai detto qualcosa di davvero totalmente sincero nella loro vita. Chiaro che è paura di prenderlo in culo. Ma prima o poi tutti ce lo prendiamo dritti in culo, senza sconti e unguenti. Tutto dentro, fa male, scortica e poi passa. Essere inculati non ci avvicinerà alla santità e non ci renderà nemmeno dei sinistri demoni senza requie. Lo avremo solamente preso un po' in culo.
C'è stato un periodo della mia vita che il mio culo doveva essere attraente, considerata tutto quel che ha dovuto svogliatamente accogliere; eppure oggi sono ancora qui, mi sento un po' vergine, quella sensazione ridicola che porta le persone ad impernacchiarsi ridicolmente ai matrimoni, mi piace ancora il vento e in certe notti mi sento particolarmente nobile.

La mattina seguente, chiaro ed urgente, si accenderà quel neon che amo tanto: WE ARE ALL PROSTITUTES. E non si torna indietro. Per fortuna.

LdP, 22 ottobre 2015



21/10/15

Baby be mine dei tempi andati (prestazione coniugale incolore)


Il pezzo è “Baby be mine” di Michael Jackson.
Il sesso, però, è sempre lo stesso. Si inizia con i baci, si continua con le carezze, si finisce con la penetrazione. Sempre uguale. Senza variazioni. Un rituale che non esce mai dai binari, una mezz'ora che vorrebbe essere selvaggia senza riuscire ad esserlo, per giunta incastrata tra lastre di comprensione, di sopportazione e di routine.
Questo mi racconta l'ex compagno di liceo Mario, che per me è sempre stato Mariolino Cacca. Ha cercato di rinvigorire il rapporto con la compagna facendo sesso con “Baby be mine” sparato, nella fase postprandiale. È durata dieci minuti, Mariolino Cacca non sa neanche se lei è venuta. Dice che non gemeva nemmeno come sei anni fa. E lui aveva male ai reni mentre spingeva forte forte, pensando di inarcarsi come un atleta.
In realtà si stava muovendo come uno sciancato e non aveva neanche la certezza di aver passato bene il filo interdentale.
Mentre Mariolino Cacca mi parla e mi racconta, con il piglio confidenziale di chi cerca complicità virile, io lo immagino tra le gambe della compagna e ho quasi un conato di vomito. Vedo la loro camera da letto, le foto dei bambini, il crocifisso al centro del muro portante, la testiera del letto che trema e sbatte contro la parete, vedo il piccolo stereo portatile che manda “Baby be mine” e vedo lui, il rospo, il ragno, Mariolino Cacca, che fa quanto gli è possibile con il suo pene normale, la sua rabbia normale, la sua frustrazione sopra il livello di guardia, la sua moderazione intellettuale che è sempre così noiosa.
Eppure “Baby be mine” è un pezzo abbastanza libidinoso. Ti fa pensare abbastanza a scopare. Ha un suo ritmo, e se riesci a non pensare che l'orgasmo non serve in realtà a nulla, può anche andare bene.

L'orgasmo non è colla emotiva, mio caro Mariolino Cacca; anche se si serve di un tipo di colla che è solo acqua, solo proiezione di desiderio che evapora se non c'è una passione seria.
Nei suoi discorsi, capisco che vuole dare la colpa alla compagna se la scopata non è riuscita come avrebbe voluto. Per questo lo disprezzo. Cosa doveva fare lei? Sei tu che non hai fantasia, Mariolino Cacca. Non è un problema che il tuo pene sia assolutamente nella norma, il problema qui è che è la tua anima a rientrare mestamente nella norma. Non bruci, non muori, non sbagli. Scopi la tua donna come alle elementari scrivevi i dettati. Scopi serrando i denti. Scopi girando la foto di tua madre, perché sei pieno di complessi. Quando vieni, quando schizzi, quello è uno dei rari momenti in cui accenni -malamente- alla religione che segui invece svogliatamente, con tutte le tue banalissime invocazioni. Sciocco e sacrilego al contempo, Mariolino Cacca. Scopi la tua donna per farla sentire al sicuro e per sentirti tu stesso protetto. E questa roba non porta dietro niente di buono, Mariolino Cacca. Sei un brav'uomo. Il tuo problema è anche questo.
E poi, smettetela di giocare agli unici nel mondo. Al grande amore puro come il bianco, bianco come il nulla. Ad una certa età due persone che si incontrano ed hanno la pretesa di amarsi sono solo due lunghi curriculum che iniziano a corteggiarsi, e quasi sempre a ripetere gli stessi riti, le stesse parole, gli stessi orgasmi e la solita, cronica, mancanza d'anima e di palle.
Siamo così vicini al poco, all'abisso, che finiamo per regolare i tempi dell'amore con quelli della paura.
E la passione, quell'immortalità già ferita, non diventa altro che un ospite per il quale abbiamo riesumato il miglior segnaposto a tavola, un ospite che diserterà tutti i nostri inviti.
E che crederemo di ritrovare nei libri, nelle fantasie tenute a freno, negli amori che gli altri ci raccontano, con quelle facce convinte che sembrano dei trailer beffardi di film meravigliosi. Film mai girati, che pure finiscono per creare in noi l'atroce oscenità dell'invidia.

No, Mariolino Cacca: non servirà neanche farlo in quelle altre posizioni, con il nuovo abat-jour, con il nuovo completino “Tiger Doll Love” che le hai regalato. O sostituendo Michael Jackson con Titti Ferro o con chi cazzo ti pare. Voi vi scopate senza sentire il vuoto sotto e sopra. Senza le lame sulla spiaggia deserta appena fuori del letto. E no, così non funziona. L'ospite continuerà a non raggiungervi mai.

LdP, 21 ottobre 2015

17/10/15

Rasoi nell'acqua gelida: la fortuna di inziare con "Night time" dei Killing Joke


Con i Killing Joke ho da sempre un rapporto totalizzante. Che travalica e sorpassa la natura meramente musicale. Un rapporto “esistenziale” con la band. Principalmente con lo sciamano apocalittico supremo, Jaz Coleman.
La mia scoperta dei KJ risale ad un'oscura compilation del 1985, un'accozzaglia di artisti e brani sinceramente risibili, che comprendeva anche nomi come Gary Low e Captain Sensible, imborghesitosi dopo i Damned. Quel vinile mi portò a fare la conoscenza di “Love like blood”. Da quel giorno, ricordo che era un pomeriggio invernale, non ho più lasciato Jaz e compagni.
Sì, perché ero già stanco, appena tredicenne, del pop senza mutande che piaceva ai miei coetanei. Un pop levigato, plastificato, ambiguo ed edonista che non sentivo appartenermi.
Disordinatamente, come si poteva fare all'epoca, mi informai sui KJ con il mio commesso di dischi di fiducia. Non ne sapeva molto, a lui piaceva la fusion da petting, quella protetta; però mi procurò il vinile di “Night time”.
E lì fu notte. In un'accezione meravigliosa. Una delle più belle notti della mia vita.
Il suono tagliente del disco, la chitarra affilata di Geordie, il basso preciso di Paul Raven, la voce pulita ma sinistra di Jaz: tutto andava ad incastrarsi con i miei bisogni di cupezza, di rottura, creando una sorta di immedesimazione con le parole inquietanti dello sciamano.
Non c'era un solo brano che non mi piacesse. “Love like blood” era di una larga spanna superiore agli altri, ma episodi cadenzati ed oscuri come la title track e “Darkness before dawn” (titolo spettacolare), il famigerato “Eighties” che successivamente sancì la querelle riguardo al plagio dei Nirvana, l'asmatico “Tabazan”, gli efficaci e ficcanti squarci elettrici di “Kings and queens”, la circolarità di “Europe”, i riverberi temporaleschi di “Multitudes”.
L'intero disco, per me reduce dalle estenuazioni laccate degli Spandau Ballet di “I'll fly for you”, aveva qualcosa di nuovo e di mai sentito prima. Sembrava pop, sembrava new wave, ma si intuiva che provenisse da altro, che fosse un'incarnazione e non qualcosa di preesistente.
Questo lo scoprii qualche tempo dopo, andando a riscoprire la magnificenza di dischi più ostici come “Revelation”, “Fire Dances” e il binomio iniziale irragiungibile di “Killing Joke” and “What's this for”.
Ma “Night time” aveva per me una valenza di cambiamento ed evoluzione. Eccetto Prefab Sprout e pochissimi altri, non sarei più finito nelle ganasce del pop. Il suono chitarristico di Geordie Walker, una sorta di rasoio riverberato nell'acqua gelida, ha influenzato i miei gusti a venire fino ai giorni nostri. Ancora oggi mi rendo conto di dipendere da quel suono, è come una droga, e l'ho ricercato come un folle in altri gruppi, in altri dischi, non bastandomi la pur nutrita discografia dei KJ.
Quanto a Jaz Coleman e alle sue irrinunciabili paranoie sociali, era un personaggio la cui macabra fascinazione esercitava su di me un magnetismo mai stemperato. Era per me il Joker, il dotto folletto con le occhiaie, il demone musicale ed il demiurgo esoterico.
Quando nel 1986 uscì “Brighter than a thousand suns” io ero già innamorato perso della band e amai quel disco -ancora più pulito di “Night time”- fino alla completa consunzione del vinile.
L'accoppiata dei dischi 1985-1986 non viene considerata la migliore nella cronologia discografica dei KJ, perché possiamo ben dire che si tratta dei due capitoli più “ordinari” (anche nel senso di pulizia sonora) della band dello sciamano di Cheltenham. Ma quei dischi, apici di una fase elettrica e più mainstream, hanno per le persone della mia età un valore incalcolabile.
Non volendo seguire il flusso di musiche improntate all'ottimismo e alla commerciabilità più sfacciata, i KJ sono stati la mia baita sull'oscurità, l'imprinting necessario ad iniziare l'esplorazione di artisti e contesti più oscuri, spesso criminalmente sottovalutati dal grande pubblico. Che, si sa, notoriamente non è in grado di approfondire e soprattutto non ne ha nessuna reale intenzione.
I Killing Joke, non mi stancherò mai di ripeterlo, sono stati a tutti gli effetti i miei Beatles. Jaz Coleman il mio Elvis Presley. Le tematiche trattate da Jaz anche nei dischi successivi mi hanno influenzato più di tanti fasulli libri di rottura, compiaciuti in sofferenze tanto barocche quanto studiate a tavolino.
Brighter than a thousand suns” se possibile ha superato in bellezza il suo predecessore (credo che farò suonare “Wintergardens” alla mia cremazione, se avranno uno stereo), ma “Night time” è stata la scoperta, la sorpresa, l'amore a prima vista, il colpo d'occhio su un buio pregno di fascino, di coraggio, di lucida disarmonia nello sguardo sul mondo.
I KJ sono una band unica nel panorama mondiale. Ancora oggi. Hanno influenzato musicisti di area metal, rock, goth pop, dark, wave; echi della loro magnifica follia si ritrovano anche in nuovi orizzonti in crescita come l'atmospheric sludge e centinaia di band post metal ogni giorno si inchinano al salmodiante joker Jaz.

Jaz e i suoi sono tra i pochissimi che non si sono sputtanati. Che non incidono dischi ridicoli come quasi tutti quelli generati dallo sciocco demone di tenere in vita dinosauri diventati ceramiche di lifting e parodie urticanti di se stessi. I Killing Joke sono ancora durissimi. Professionali. Spietati. Geordie taglia e ricuce con il fuoco le nostre orecchie come una volta. Jaz è più rauco e gutturale, sempre più oscuro nell'aspetto e nella postura, ma è un sovrano che incute soggezione e che dimostra come il genio, quando non costruito dai bigotti del marketing, non invecchi tanto facilmente. Paul Raven è morto, che distribuisca plettri alle porte di altri mondi e riposi in pace, Youth è tornato, Big Paul Ferguson è sempre Big Paul Ferguson, e questo vuole essere un complimento.

Pylon”, il disco in uscita in questi giorni, è fenomenale. È un ceffone in guanti neri alla malinconica pattumiera del pop mondiale ma anche al volgarissimo revival rock di giovani band che di avventuroso possono avere solo il nome.
Pylon” è un gancio da mattatoio sul collo di vecchie rockstar che continuano a gorgheggiare su Californie, culi di bionde e che perdono il loro tempo ed il nostro cercando di spiegarci i punti cardine di nuove ed utili religioni della riappacificazione.
I Killing Joke non ci propinano la pace delle puttane commerciali.
I Killing Joke sono anarchia oscura, sono rasoi su una scacchiera di un qualsiasi Re della notte, sono la continuazione fiera della diversità e della libertà di espressione e di Apocalisse.
Sono una delle rare incarnazioni sensate di un mondo, quello musicale, che delude e che si ostina a preferire la creatività indottrinata alla violenta e seducente anarchia di una libertà spesso controproducente.
Giù il cappello, massimo rispetto e silenzio.


Luca De Pasquale, 17 ottobre 2015







15/10/15

O'Fetaciaro (il mio orrore quotidiano)


Un tempo mi piaceva la musica fusion. Un tempo. Mi gasavo molto ad ascoltare virtuosismi, in particolare bassistici. Per fortuna, mi piaceva anche molto altro.
Poi ho scoperto che mi annoiavo a morte, tranne rare eccezioni. Come in quei rapporti che dai per scontati, poi ti svegli una mattina e scopri che tutto ti è estraneo e lontano.
Oggi, e da diversi anni, mi divido tra più generi musicali. L'heavy metal allegrone tutto tette e birre naturalmente non mi appartiene affatto. Certe cafonate americane e certe imitazioni europee sono insostenibili. Anche qui ci sono doverose eccezioni. Come i Kiss, W.A.S.P.  e Motley Crue, che non mi sembrano certo degli indagatori degli abissi dell'animo umano, ma mi piacciono ancora. Certo, se voglio riflettere ed arrivare a qualche conclusione, non sceglierò certo i Kiss.
Comunque, da anni ho lasciato la fusion. Come posso aver lasciato D'Annunzio.
Eppure, c'è ancora qualcuno che mi ferma per strada o mi cerca, mettendomi di fronte al fatto che io sono un fissato per la fusion. Quando le persone non si aggiornano sulla vita degli altri -ed è pienamente legittimo- si rischia di prendere dei granchi. Granchi imbarazzanti e poco belli da vedere. 
Un tizio che neanche ricordo come si chiama, ma che nei negozi dove ho lavorato chiamavamo “O'Fetaciaro”, mi chiede se gli posso suggerire dischi di bassisti a sette o otto corde.
Me lo chiede al bar, dove lo incontro per caso. Lo chiamavamo “O'Fetaciaro” perché ha un fiato perenne impastato di pesto alla genovese, tartaro e carne semicruda. Avrà scopato quattro volte in vita sua, se gli è andata bene. Vive per la musica. Una musica di merda, fatta di convintissimi acrobati dello strumento. Tastierine isteriche, basso slap, assoli di batteria e vocalizzi femminili da colite spastica. Orrore supremo. Orrore ricusato da molto tempo.
Non voglio parlare di musica con lui. Lui ancora mi vede con quel gilet del cazzo addosso. Non si è aggiornato ed è stato un bene che non lo abbia fatto. Mi immagina a sbavare per un assolo di basso e passare come lui il tempo ad acquistare dischi esornativi, per gente abbiente e sostanzialmente insensibile.
Rispondo con imbarazzo, a monosillabi, vorrei che sparisse.
Ho comprato un cofanetto dei Casiopea”, mi informa. Che puzza quell'alito. Maledetto.
Capisco. Bene”
Poi ho preso un'edizione giapponese dell'ultimo di Marcus Miller e ho scoperto una band quebbecchese di fusion tipo un incrocio tra i Toto e gli Spyro Gyra”
Capisco. Bene”
Mastica il cornetto. La sua bocca è un'esposizione di bolo, molliche maciullate e denti irregolari. È il mio orrore quotidiano. Il mio prezzo da pagare. Ogni giorno devo saldare una rata diversa allo sportello dello squallore.
Ah, poi sono stato dove lavoravi tu e mi hanno det..”
Non mi interessa”
No, è che hanno preso dei dischi...”
Non mi interessa”
Scusa, ma hai chiuso male?”
Ho chiuso. Mi piace chiudere”
Scusa”
Dice scusa con la tipica “sh” dei napoletani poco interessati alla dizione. Il mio orrore quotidiano.
Finiamo la colazione in silenzio. Vorrei che sparisse. Ci salutiamo freddamente, ma lui mi fa la domanda finale: “E che stai ascoltando tu? Non ti piace più il basso?”
Non mi piace più il basso? Quest'uomo è totalmente pazzo.
In questo periodo ascolto Gang Of Four, Disappears, Talking Heads e derivati. Anche 23 Skidoo e A Certain Ratio
Sono tipo Yellowjackets?”
Inutile continuare.
Sì, in un certo senso”
Quindi fanno fusion?”
In un certo senso”
Muori. Cazzo, muori. Il mio orrore quotidiano. L'Equitalia dell'anima. Ma vaffanculo veramente.

Esco dal bar. Lui va a destra, io a sinistra. Regolare.
Piove. Tempo emotivo. Cupezze del cielo. Ho bisogno di un disco molto emotivo, devo tornare a casa. Credo che metterò su "Fire dances" dei Killing Joke. Un disco cupissimo. Non vedo l'ora. Sì, ho bisogno di questo: mezzo sogno, mezzo Inferno. I colori pastello sono buoni solo per l'intimo femminile da sbirciare.
Ma, mentre armeggio con l'odiato ombrello, mi sento toccare la spalla con energia. È di nuovo lui, O'Fetaciaro.
Che c'è?”, dico scortesemente.
Shcusami Luca, mi sono accorto che non ho il tuo numero di telefono”
Mmh. E perché dovresti averlo?”
Un tempo lo avevo”
Non credo. Lo escludo”
Forse hai ragione, shcusa. Forse avevo quello del tuo collega, quello con i capelli color...”
Non mi interessa”
Qualche volta l'ho chiamato”
Non mi interessa”
Vabbuono, senti ma non vuoi darmelo il tuo numero?”
Perdonami, ma per farne che? Sei una persona simpatica, ma non siamo amici”
È come se gli avessi dato un pugno. Arretra, con un'espressione tra il disgustato e il sorpreso.
Mi guarda con una bocca a dodecaedro. Attorno alla bocca ci sono molliche masticate e uno sboffo di crema chantilly. Il mio orrore quotidiano. Sto ancora pagando.
Sei villano, però”, dice. Proprio così: “villano”. Una parola che non ti aspetteresti da lui.
Io volevo solo parlare di musica con te, ma tu sei un villano”, si giustifica. Io non dico niente.
La sua faccia è ora cattiva. È bruttissimo.
... e comunque non mi stupisco che ti hanno fatto fuori là dentro... hai capito? Cioè, è normale con uno che fa così... anzi ti dico che mi fa piacere che ti hanno cacciato... hai capito?”
Ho la sensazione che voglia mettermi le mani addosso. Serro la mano sinistra a pugno. La tengo dietro la schiena. Incocci male, penso, ho da smaltire qualcosa come trent'anni di rabbia conservata. Ma resto calmo.
Ma tu vedi a questo villano... questo scostumato”, dice, allontanandosi lentamente. Ho ancora la sensazione che potrebbe improvvisamente scattare.
Buona giornata”, gli dico, con un sorriso forzato. Non ne vale la pena. Proprio con O'Fetaciaro non potrei mai.
L'unica cosa sensata che potrebbe fare per se stesso sarebbe farsi togliere le costole ed iniziare a succhiarselo da solo, con gli Spyro Gyra in sottofondo. D'Annunzio docet. È un dato tecnico incontrovertibile: con il cazzo in bocca si parla meno.

Piove e piove. Il mio orrore quotidiano. È andata, anche oggi.

LdP, 15 ottobre 2015

14/10/15

L'oscenità dell'amore


Per favore, un po' meno d'amore e un po' più di dignità.
Vonnegut

Cerchiamo tracce d'amore ovunque. Dappertutto. In ogni frase che ci viene rivolta. Nei ricordi. Nelle speranzose proiezioni del pensiero. Nei movimenti confusi del bisogno. Nei libri. Nei film. Nelle persone che non conosciamo. Nelle pratiche sessuali, che sono ben altra cosa. Nelle canzoni.
Si vuole amore e si caccia amore. Si esibisce amore. Ci si predispone continuamente all'amore.
Tutto questo “amore” in giro mi crea problemi. È francamente troppo. Penso che chi gioisce per l'amore in ogni dove sia completamente pazzo.
Non ho mai sopportato gli invasati dell'amore. La loro euforia è incondivisibile, più che altro sul lungo termine, e stucchevole.
Mi sembra di avere a che fare con dei confetti. Con delle bomboniere. Con dei valletti di qualcosa travestiti da Cupido. Vestirsi da Cupido è semplice, economico e poco appassionante.
I sognatori di questioni amorose hanno fatto il loro tempo. Sono retorici, demagogici, stagnanti. Sono spesso sconfitti ma interpretano il ruolo di perpetui vincenti. La loro credibilità è poco più di zero.
L'amore non è ovunque. Spesso è solo banalità spumosa, euforia appunto, non può essere Carnevale ogni giorno. Il nostro scopo non è quello di scovarlo e diffonderlo. Dovremmo invece essere attenti e non falsificarlo continuamente. Una buona unione sociale non è detto che sia amore. La presenza di figli non garantisce l'amore. L'invecchiamento dell'amore non è una prova certa di solidità. Rinunciare alle tentazioni non è virtù. Quasi sempre si tratta di vigliaccheria emotiva e di sensi di colpa denudati in un luogo pubblico, quello dove si usa esibire le proprie soddisfazioni emozionali.
Abituarsi alla dose d'amore prevista non significa aver trovato la pietra filosofale, la quieta ciclicità del bene. Amore non è sempre pulizia, coerenza, partecipazione, costruzione.
Tutte queste marmellatine d'amore sui tavoli della colazione, ognuna con il suo sapore industriale e quasi mai differente dalle aspettative, hanno perso il loro impatto rassicurante.
Molti dei grandi parlatori di sentimenti hanno nascosto alla meno peggio sotto il tappeto le bucce di banana, le magagne, le tare, le delusioni cocenti, i condom bucati, le carte del divorzio, le rughe, le promesse finite cosce all'aria nelle stanze autoptiche del rancore.
Ogni tanto qualcuno annuncia il suo nuovo amore con un'enfasi quasi commovente. I nuovi amori, gli amori che dovrebbero fare piazza pulita di tutte le rovine precedenti, rovine chiaramente rinnegate. Come quando si liquidano come “peccati di gioventù” i tentativi fallimentari di annettere qualcuno nel nostro cuore e nella nostra vita.
Diffido delle dichiarazioni entusiastiche. Da sempre. Diffido profondamente. E mi annoio pure. Diffido e non ricambio. L'amore “novità” non è un sapone, nemmeno soda caustica o lavanda intima. È un nuovo segmento. Una nuova casa. Un nuovo modo di guardare. Ma non purifica il cazzo di niente.
Quest'ossessione della purezza è roba da esaltati. E puzza di stantio e strumentale lontano un miglio.
È per l'ossessione della purezza che si diventa ridicoli. Che si parla a vanvera. Che si nega l'evidenza. Che si costruiscono utopie con le gambe corte, cortissime, come la capocchia di un fiammifero.

Ci hanno insegnato a negare continuamente la possibilità di aver fatto schifo. Ci hanno insegnato a negare continuamente i fallimenti, le sviste, le ostinazioni demenziali finite al macero. Neghiamo sempre, neghiamo tutto. Omertosi, ipocriti esibizionisti del passo avanti.
Quello che scriviamo, che diciamo, come ci spacciamo sui social, tutto è improntato alla nostra buona esposizione. Facciamo di tutto per risultare al meglio delle nostre possibilità. I risultati sono quasi sempre penosi.
Perché ci piace negare le ombre e le streghe dalla bocca sporca, ma principalmente ci piace negare l'errore, la macchia.
I nuovi amori a molti servono per ricostruirsi un'immagine. Per se stessi e per gli altri. Per se stessi relazionati agli altri.
Il meccanismo è elementare: io mi convinco di vivere una nuova fase migliore delle precedenti ed ecco che ve la mostro.
Come si mostrano le foto della pasta cucinata alla slovena, dei nostri amati animali domestici, dei tramonti mozzafiato, del fidanzato faccia di culo, della nostra fede politica aggiornata, della religione da cinquantenni sfigati che ci siamo inventati per non finire nelle ganasce del nulla.
Il tutto, naturalmente, nascondendo quello che è andato a male o in mona. Tutto quello che non ci farebbe raccogliere che una magra figura è destinato ad essere omesso. Sempre e comunque.
Negare, negare sempre.
Del resto, come ci dicono quando ci vogliono fotografare?
Aspetta, mostra il tuo lato migliore!”
Certo. Hai ragione. Aspetta che scarto la confezione appena arrivata con il nuovo amore, il nuovo mobile in salotto, il nuovo viaggio, il nuovo intimo, il nuovo credo.
Con tutte queste novità, chi cazzo si accorgerà delle macchie e dei vermi?

LdP, 14 ottobre 2015

13/10/15

Senza dio

Eric Drooker
I misteri non sono ancora miracoli.
Goethe

Il predicatore parla di bene. Di affetto. Di collettività. Di sacrifici. Di premi.
Con me predichi nel deserto. Nel più totale deserto.
Le tue parole non mi fanno impressione. Non mi fanno paura. Non suscitano pentimento.
Senza dio il tempo è una clessidra di polvere. Restano le onde. L'odore sui vestiti, al mattino. I gesti sono a picco su un imbuto. Senza dio il premio non lo prendi e non lo dai. Di fronte ad un panorama incredibile, di notte, pensi di essere speciale. Per pochissimi istanti. Poi smonti la baracca e riprendi a guardarti nella clessidra. E non hai nessuna voglia di parlare.

Il lavandino perde. Lavandino vecchio, di pessima qualità. Lavandino di casa vecchia. Mai smaltato. Mai cambiato.
Lo specchio, con il sole, diventa un quadro opaco fatto di polvere e rifrazioni ingenerose.
Gli operai parlano. Nella casa a fianco. Si sente il suono di whatsapp. Quel suono orrendo e fastidioso. Parlano di Napoli-Fiorentina di domenica. Se solo sapessero che sono viola dalla testa ai piedi, viola anche dentro, e che nel viola mi muovo anche quando non si parla di calcio.
Hanno anche riparato l'antenna. Forse metteranno dei pesci nella fontana, giù nel parco. Ne saranno felici i bambini, i troppi bambini presenti.
Il telefono squilla.
Non rispondo.
Insistono.
Non rispondo.
Qualcuno mi scrive. Roba leggera. Informazioni. Conati di informazione. Chiacchiere.
Non rispondo.
Ci provano.
Io non rispondo.

Nel pomeriggio, fuori al supermercato ci sono due bambini, due zingari. Mi chiedono soldi. Non rispondo.
Da lontano, le luci del bar prima mi fanno pensare al Natale, poi ad un obitorio. Bar Morgue. La donna anziana con il bastone è accompagnata dalla giovane che si è intubata in un vestito stretto. Gli uomini le guardano il culo. Lei lo sa, sorride e continua a parlare con la donna anziana. Provo una tristezza ad uncino, di quelle che svuotano solo metà corpo.
Il vigile urbano finge di sveltire il traffico. È una frana, è grasso e anche cretino.
Il tipo affacciato sulla soglia del negozio di cravatte ed orologi a tema nautico fuma una sigaretta. Gli affari gli andranno di merda. Chissà se lui ce l'ha, dio. Se dio l'ha visitato. O se si sono incontrati a metà strada. Avrà la mia età, ma sembra mio nonno. Indossa dei pantaloni grigi. Giovanili, vezzosi. Porta la fede, una di quelle particolari e anche cafone, arabescate. Il pane odora nella mia busta. Mi fermo sotto un cielo che va oscurandosi. Accendo una sigaretta e resto fermo tutto il tempo della fumata.
Passano tante persone che conosco di vista, ma non so nulla di loro. Loro ignorano il mio nome, la mia storia, quello che volevo, quello che voglio, quello che ho sbagliato. Una condizione ideale per non familiarizzare mai. Solo superficie. Menzogne. Escamotage continui per ritardare informazioni, formulazioni di giudizi, di idee; scappatoie semplici per sabotare ogni forma di curiosità.
Qui non sanno niente di me. Sono invisibile.
Venti anni che giro per queste strade e non sanno nulla. O sono stato bravo a nascondermi, oppure sono riuscito nell'intento di non risultare interessante, neanche il minimo.
Ogni tanto guardo qualcuno in faccia e mi chiedo se ha dio. Come ci si sente?, mi chiedo mentre indago con i pochi mezzi a mia disposizione. Come ci si sente a non considerarsi soli? Come ci si sente quando si vuole rispondere a qualcuno o a qualcosa?
Quando ci si affida a ciò che non si vede e non si (di)mostra?
Ma sono domande che mi piacciono proprio perché non faccio in tempo ad elaborare risposte.

Entro in un negozio di casalinghi. Saluto e non sorrido.
Acquisto un portacenere verde di plastica fetente, delle pile stick cinesi, un quaderno che puzza di pelle finta, una candela. Pago tre euro ed esco, salutando senza sorridere.
Una donna, quando sono entrato, mi ha detto qualcosa del tipo “prego”, ma ho finto di non aver sentito. Volevo solo acquistare il più schifoso portacenere in giacenza. Il più inutile e cromaticamente inopportuno. Questo è rosa. Non mi contiene. Non contiene le mie cicche. Non contiene dio e neanche le sue imitazioni. È un orripilante portacenere comprato per sfizio in una sera autunnale.
Senza dio è così. Si agisce spesso a caso. Si agisce per onde, per movimenti. Frequentemente involontari.
Niente premi. Niente percorsi riconosciuti. Parificati. Niente anatemi.
Sono senza dio.
Credo nelle onde del mare. In quelle ci credo. Credo nelle stelle cadenti alle quali non dare mai un nome. È una sofferenza, non poterle mai ricordare e distinguere.
Senza dio, è chiaro che ho perso.
Ma stasera ho un nuovo portacenere. L'ennesimo oggetto o persona che non mi conterrà mai.

LdP, 13 ottobre 2015

10/10/15

Il demone - quarta ed ultima parte


Gianfranco vinse la corsa al titolo di “Miglior Impiegato Del Mese”. Scritto con tutte le iniziali in maiuscolo. Premio di quattrocento euro, più due ingressi gratis alle terme di Agnano più, ancora, un mese di sconti al supermercato di Fuorigrotta. Il taccagno non organizzò nemmeno un rinfresco per i colleghi. Fece solo di tutto per pavoneggiarsi con la nostra responsabile commerciale, che cercava di portarsi a letto da più di un anno. Non mi complimentai con lui. Anzi, trovai il modo di urtarlo nel corridoio degli uffici, simulando di andare di fretta e di guardarmi poco attorno.
Urtandolo, lo costrinsi quasi a piroettare su se stesso.
Ehi!”, protestò lui.
Proprio quello che volevo. Bravo il mio stronzo.
Mi girai di scatto: “Ehi cosa, Gianfranco? Hai qualche problema?”
Fai attenzione, cazzo”, replicò, guardandomi con astio. Midra e Carla intanto passarono proprio in quel momento, guardandoci incuriosite.
Tu devi stare attento. Quando si cammina si guarda, Gianfranco. E comunque ora levati dalle palle, che vado di fretta”, ringhiai. Avevo tutti i sintomi dello scoppio d'ira imminente: saliva prosciugata, tachicardia, formicolio alle mani, sguardo velato, difficoltà a distinguere i contorni degli oggetti e i colori troppo decisi.
Ma come ti permetti? Ma vattene affanculo, psicopatico!”
Non avevo bisogno d'altro. Partii. Mi gettai addosso a lui con tutto il mio peso, ed il mio peso non era proprio trascurabile. Cadde, cademmo. Gli portai la mano sinistra alla gola. Da terra cercò di mollarmi un calcio nei coglioni, ma riuscii ad attutire il colpo. Non sapevo fare a botte. Era tutta improvvisazione e rabbia repressa, ma avevo la vaga sensazione che fosse più utile ed efficace che essere cintura colorata di qualcosa. Non conoscevo nessuna mossa particolare, ero goffo, pesante, addirittura scoordinato: ma partivo per fare male, senza l'idea di poter essere trattenuto.
Ma andò proprio nel modo peggiore, perché ricordo che fui strappato via dal corpo di Gianfranco da circa otto braccia, e forse incassai anche un calcio negli stinchi. Un braccio robusto mi serrava il collo, ma feci in tempo a guardare Gianfranco, che stava cercando di rialzarsi. Perdeva sangue dal naso.
Sapevo di avere ragione. Del resto, aveva appena vinto una cifra che rappresentava quasi il totale dei miei risparmi dopo quarant'anni di lotte e annegamenti. Li avrebbe per giunta spesi in modo ridicolo, magari avrebbe acquistato una nuova playstation o avrebbe proposto un last minute parigino a una delle decerebrate che gli piacevano. Solo una donna senza onore e senza amor proprio può arrivare a chiavarsi un uomo del genere. Molte donne, ancora oggi, associano la dignità alla condotta sessuale, nel senso che cercano di non farsi affibbiare sgradevoli definizioni da una schifosa società maschilista come la nostra, soprattutto al sud. Ma peccano in altro: scegliendo uomini di merda e, quel che è più grave, non sottraendosi al doppio ruolo di moglie e madre proprio con gli abietti.

Fui sospeso dal lavoro. Un mese senza stipendio con una multa da pagare. Cinquecento euro. Alcuni mediatori fecero in modo che Gianfranco non mi denunciasse. Fui costretto a chiedergli scusa sotto lo sguardo del corpo impiegati nella sua quasi totale interezza, e mi fu consigliato di inventare una scusa plausibile per giustificare anche solo parzialmente la mia violenza. Spiegai tra i denti che mio padre stava male. Per inciso, fu mio padre a darmi i soldi per pagare la multa, visto che ormai avevo meno di quattrocento euro da parte.
Ma feci in modo di rendermi la vita impossibile anche dopo l'increscioso “chiarimento”. Uscendo infatti dall'ufficio del responsabile risorse umane Giammelli, dove si era consumato il rituale di espiazione, profferii una frase a voce alta: “E ora che è finita questa farsa del cazzo, andatevene affanculo per un mese e anche di più”
Giammelli mi sentì. Mi rincorse fuori e, appoggiato alla porta con la postura di una ruota per criceti, mi urlò dietro: “Civera, stai attento... Civera vedi bene quello che fai! Civera, guarda che stai rischiando assai...”
Non mi voltai, ma gli mostrai il medio.
Furono le sue urla ad accompagnarmi fino alle scale: “CIVERA, CIVERA, CIVERA!”

Mi restarono attorno poche persone. Che tornarono spesso sull'argomento. Pontificavano. Comportamento autodistruttivo, dicevano. Temperamento violento.
Carolina venne a sapere della cosa. Mi telefonò. Mi disse con voce sommessa “non ti vuoi bene” e mi disse anche che avremmo potuto vederci, se volevo. Fui morbido, ma traccheggiai. Non avevo voglia di incontrarla. Con Francesca smettemmo di frequentarci. Diceva che non si sentiva amata. Non era quello per cui ero stato ingaggiato. Era un'ipocrita. Aveva assoldato il mio cazzo dopo un veloce colloquio, ed ora voleva tutto il resto. Non è aprendo le gambe e complimentandosi per la prestazione che si guadagna l'amore di un uomo. Se l'amore di un uomo è qualcosa che possa andare oltre uno sfregamento di pietre, una scintilla ed una stella cadente più immaginata che intercettata. Lasciai casa dei miei, che per ovvi motivi mi portavano il broncio ed erano visibilmente preoccupati. Si avvicinava il mio quarantunesimo compleanno e tutti i conflitti erano aperti, squarciati sull'orizzonte come intonaco sbrecciato. Lo stesso intonaco sbrecciato che trovai nel minuscolo appartamento dove andai a sistemarmi. Per un mese dormii di pomeriggio. Di notte uscivo. Passavo da un bar ad un locale, sbevazzavo, fumavo, mi cacciavo in conoscenze assurde e frequentazioni lampo che mi davano esclusivamente noie e generavano situazioni grottesche. Non ero il tipo d'uomo che ammantava le nuove conoscenze di elementi salvifici. Semmai operavo il procedimento inverso. Le nuove conoscenze servivano a cadere di più. Cadere diversamente. Senza santini. Senza promesse. Con addosso un senso di colpa e del peccato stesso di vivere totalmente ingestibili. Del resto, l'autodistruzione ha un senso preciso quando è gratuita, non frenata, metodica ma non accompagnata da alibi, pretesti e giustificazioni. L'autodistruzione è una meravigliosa puttana che ti tradisce anche quando si occupa di te, quando ti prepara tisane e ti somministra pillole, quando ti rimbocca le coperte e ti propone di innamorarti, quando si manifesta come una madre paziente e pietosa e quando ti seppellisce sotto coltri e coltri di malinconia e cieli neri. L'autodistruzione ti illude come la peggiore delle sgualdrine; perché a volte, in certe notti, ti senti come se potessi avvinghiarti a lei, abbracciarla, farla davvero tua, esserne proprietario, responsabile e unico vero amante. Ma è tutto posticcio, falso ed incongruente. Restano solo risvegli difficili, canzoni in inglese con il testo sempre frainteso, sguardi di donna prima e dopo. Con in mezzo un rituale che sembra più bello ed unico nelle notti di temporale e vento. Ma che è a tutti gli effetti comune ed abusato come guidare l'automobile, imparare a smanettare su svariati dispositivi o migliorare con gli attrezzi in palestra, sotto lo sguardo vuoto e spento di un istruttore tatuato con una cavigliera da frocio che scopa bene le donne.

Una mattina di novembre entrai in chiesa. Avevo una strana voglia di pregare. Di affidarmi. Ma non conoscevo una sola preghiera ed un solo Dio. Conoscevo ancor meno la mia voglia di recuperare. Di scusarmi con la vita e anche con me stesso. Forse avrei dovuto finalmente firmare per accettazione i fogli della mia nascita, e con un bel sorriso, di quelli che ogni tanto mi riuscivano, dimenticare la stilografica sulla scrivania delle mie paure.
La chiesa, dentro, aveva colori azzurrini, violacei, qualche bagliore turchese e rosso. Mi ricordava il bar dove mi ero fatto di W5 qualche sera prima. Solo che questa doveva essere la casa -una delle case- di uno che con me stava avendo fin troppa pazienza.
Qui non potevo pagare la consumazione della mia stupidità. Avevo freddo e mi sentivo idiota.
Scusa”, mormorai, “scusami”
Cercai di bagnarmi la mano sinistra con l'acquasanta, ma l'acquasantiera era vuota. Incrociai lo sguardo di una donna anziana e ricurva su se stessa. Uno sguardo di totale estraneità e di diffidenza. Io non somigliavo a suo figlio, evidentemente, e lei non a mia madre. Senza suggestioni, siamo condannati ad ignorarci o a minacciarci di portare la diversità in parata, come simulazioni di una guerra per imbecilli.

All'altezza di un negozio di chincaglierie olandesi, arrivò una telefonata. Monica. Una vecchia conoscenza che avevo recuperato. Si era separata dal marito. Aveva un bambino piccolo. Andavamo d'accordo. Più che altro perché entrambi schifati dal sistema a sorteggi degli affetti. Uniti nella stanchezza, nell'incredulità combattiva, nel sesso e qualche volta nell'insonnia.
Stasera lo lascio a mia sorella, posso venire a dormire da te”
Il letto è per una sola persona, Monica”
Sai che non m'importa”
Perfetto. Senti, una cosa...”
Dimmi! Vuoi che porti qualcosa da mangiare? Posso cucinare io qualcosa di veloce”
No”, risposi con voce arrochita, sempre più stanco, “vorrei che mettessi quel rossetto leggero ed un po' rosa che avevi la volta scorsa. Voglio venirti in faccia”
Siamo molto diretti, eh? Ma guarda che prima o poi sarò io a chiedere qualcosa a te, furbone”
Puoi chiedermi quello che vuoi, senza remore”
L'aria era fredda, mi facevano male le caviglie, mi mancavano le luci della chiesa e il mio spaesamento era l'unico neon acceso in chilometri di momenti consumati, presenti e da venire.
Chiedimi quello che vuoi”, ripetei a Monica.
Tanto, prima o poi finirà.
Tanto, prima o poi finirò.

Luca De Pasquale, 10 settembre 2015




08/10/15

Il demone - terza parte


Il chiarimento con la Grande Inquisitrice fu deludente da tutti i punti di vista. Lei mi vomitò addosso tutto il disprezzo e la deprecazione possibili, si prodigò nello smontare ogni mia abitudine, attitudine, desiderio, certezza, tratto distintivo. Mi disse anche che ero un porco. Che andavo dietro a delle troie e a delle donne da niente. Che la mia musica faceva schifo. Mi rivelò, lei che non era venuta una sola volta a prendermi, che i miei colleghi non mi apprezzavano, anzi. Mi diede del narcisista, ed in quanto tale era chiaro che mi era sfuggito quanto i miei colleghi mi tenessero poco da conto.
Tenni un atteggiamento serafico durante tutto il confronto, in tutto un paio d'ore serrate. Mi limitai ad interloquire, in qualche frangente fui sarcastico ma neanche tanto, mi rifugiai nelle sigarette e nell'orizzonte pezzato di rosa, una specie di pigra cartolina da non spedire mai.
Ecco un'altra psicotragedia borghese”, pensai, ben sapendo che non sarebbe passata alla storia. Un piccolo evento che sarebbe giocoforza transitato nella mia di storia, ma niente di nuovo, di rilevante. I nuovi scrittori ci scrivevano pagine e pagine, su cose simili a quella che stavo vivendo da protagonista passivo. Lei amava gli scrittori dediti all'indagine sistematica dei sentimenti e dei rapporti. Io no. Proprio non ci riuscivo. Quegli scrittori che poi si sentono affini e iniziano a stabilire rapporti tra loro come fossero un'oscura cricca o un'imbattibile squadra di pallavolo aziendale.
Che ti credi che non abbia capito cosa c'è tra te e quella persona?”, mi disse, con un'espressione di torvo disgusto, per inciso molto ben riuscita.
Non ero certo di capire a chi alludesse, pensai alla commessa all'angolo, di Francesca non poteva sapere a meno che non mi avesse fatto pedinare, di Maria A. era da escludere a priori.
Mi soffermai a guardare la sua libreria. Tutti libri di “nuovi” scrittori giovani. Nuovi e giovani. Tutti napoletani o quasi. Viva il Sud, con la maiuscola. I suoi dischi. Jazz, jazz e jazz. Coltrane, Miles Davis, Monk, Horace Silver, Bill Evans, Keith Jarrett. Gente grande, ma non era roba per me. Mentre guardavo i suoi cd, quasi tutte raccolte economiche assemblate con criteri quanto meno opinabili, lei approfittò per ribadirmi che la mia musica faceva schifo, violenta ed inascoltabile. Ma era solo colpa sua. Perché lei non aveva ascoltato una sola parola sulla mia vita, quella antecedente al nostro incontro. Non una sola parola. Solo delle fottute proiezioni improntate all'ottimismo. Ero certo di non averle mai parlato di Coltrane e Miles Davis. Ma ricordavo di aver tentato, senza esiti accettabili, di introdurla alla musica che preferivo, il post punk, la deep house suonata, il doom. Per lei erano parole astruse, esibizioni di chissà quale scienza maschilista e settaria, per cui non aveva trattenuto nulla. E ora nel calderone ci buttava anche la mia “musica di merda”. Tipico. Sistematico.
Ma non ce l'avevo con lei. Volevo solo che finisse. Che smettesse di parlare e che mi dicesse, chiaro e tondo, che potevo tornare anche da dove ero venuto. Ci contavo, di tornare da dove ero venuto. E cioè da un mostro in movimento, la mia vita, volutamente senza contorni, senza zattere, senza baite, senza tessere e carte di benefici, senza libri di giovani scrittori napoletani tra i coglioni.
Ti sarei grato se questa notte tu andassi a dormire dai tuoi genitori. Mi dai molto fastidio, la tua presenza è un supplizio. Cerchiamo di essere veloci nel riorganizzarci, d'accordo?”
D'accordo”, risposi serafico, “ma dove dormo è affar mio”
Ma certo. Non escludo che di mezzo ci sia qualche troia”
Non ti riguarda già da tempo. Siamo tutti delle troie”, conclusi.
Sei un pezzo di merda e anche un maschilista”
Sei suscettibile, Carolina. In fondo è un concetto punk di grande verità”
Sei ridicolo. Puerile. Sei un lestofante e un pezzo di merda. Torna pure dalla tua troia o da quella persona”
Ah, dunque operi una scissione? Ci sarebbe tanto una troia che 'quella persona'? Mi mandi in confusione... e poi ti chiederei di andarci piano con il frasario, troppo scurrile, non vorrei che i tuoi gentili amici pensassero che alla fine è colpa della mia vicinanza”
Fallito. Grossolano. Egomaniaco. Frequentatore di zoccole”
Accesi una sigaretta. Mancava ancora poco. Non aveva quasi più voce. I libri dei suoi scrittori giovani e napoletani sembrava mi guardassero anche loro, naturalmente con disprezzo. Quegli scrittori che si conoscono tutti tra di loro e si sostengono, un branco di ernie con necessità di risaltare.

Per strada chiamai Francesca. Dopo due squilli, il cellulare risultò non raggiungibile. Ma vaffanculo anche tu e tuo marito. Uno dei tanti cornuti per la pena dei quali pentirsi dopo un po' di diversivi. Carolina aveva ragione: potevo risultare un volgare maschilista. Minacciava pioggia. Avevo sulla spalla uno zaino simile agli Invicta della mia epoca. Una scena triste. Considerai parti e pezzi della mia vita con occhi esterni, neutri ma non benevoli. Quarant'anni. Impiegato di concetto. Sovrappeso. Lettore e amante di libri senza successo. Di scrittori morti suicidi. Trentasette sigarette al giorno. Credente solo nei giorni peggiori. Capace di entrare in chiesa per mescolare in una preghiera la salute dei genitori, una vincita insperata, una scopata con Maria A., capace di entrare in una chiesa nonostante il poco soffocato bisogno di uccidere un mio simile. Ero stato capace di entrare in chiesa un'ora dopo che l'ex donna del mio migliore amico me lo aveva preso in bocca. Pensai a quella vecchia avventura sporca e insolente, sordida, e il cazzo mi si indurì nei pantaloni mentre ero alla biglietteria della metro con i miei quarant'anni.
Proprio in quel momento pensai che mi sarebbe piaciuto poter ricevere un rapporto orale. Veloce, senza parole, con il rossetto pulp. Per suicidarmi un po'. Per svuotarmi come un dispenser di sapone al carbone. Per ridurre la mia vita, riassumerla in un pompino. Altro che i nuovi scrittori capaci di indagare nell'animo umano. E di essere anche napoletani allo stesso tempo. Come me. Io, un napoletano completamente disinteressato a storie di camorra e di sopraffazione. Io, forse napoletano per caso. Niente pizza. Mare del nord anche nei giorni più belli.

Sul corso che portava a casa dei miei genitori, mi fermai al bancomat. Prelevai quaranta euro. Un euro per ogni anno della mia vita. Il saldo diceva 413,05 euro.
Era tutto quel che possedevo. 413,05 dopo ventidue anni di lavoro. Non avevo messo niente da parte. Avevo sempre guadagnato poco. Lo avevo detto a Carolina, ma lei mi aveva risposto offrendomi una cena e poi dicendomi, nel seguito della serata, che voleva amarmi. Mi ero lasciato convincere.
413,05.

Citofonai. Mi arrivò nitida la voce di mio padre: “Se?”
Ciao papà. Sono Giuseppe Corrado”
Ah”
Posso salire?”
Che è successo?”
Io e Carolina abbiamo rotto. Mi ospitate?”
Sali, stupido”
Sapevo che avrei passato tutta la serata a spiegare la situazione, soprattutto a mia madre. Che mi avrebbe detto, a me quarantenne, frasi come: “Morto un papa se ne fa un altro”, ma anche “Si chiude una porta e si apre un portone”.
Ed ero anche certo che mia madre mi avrebbe cucinato tre fette di carne, dopo un abbondante primo. Per lei ero sempre sciupato e troppo magro, anche se pesavo oltre i novanta chili e la mia altezza non poteva portarsi in giro una massa del genere.

Chiuso nella mia vecchia cameretta, con nelle orecchie un obsoleto cd walkman e i Periphery a tutto volume, vidi il display del cellulare illuminarsi nel buio. Poteva essere Carolina, in vena di pentimenti repentini o rincari di dose. No, Francesca. Messaggio dal bagno di casa, con il marito davanti alla televisione a vedere merda generalista.
Che fai?, scriveva.
Rotto con C. tornato a casa dei miei miei ci vediamo domani dopo mio lavoro? Possibile pensione via Nievo un'ora”
Rilessi e sorrisi per il “miei miei”. Rafforzavo.
Ok ci vediamo alle 18 e trenta fermata 120 rosso di fronte cioccolatteria. Ti penso ciao”
Sentii solo un brivido al basso ventre, ma il resto del corpo taceva.
413,05 in banca. Quarant'anni. Sovrappeso. Avrei ucciso Gianfranco, o lo avrei inculato. Dovevo comprare anche il nuovo degli Ulver, uno dei pochi gruppi che ancora mi dicevano qualcosa.
Risposi scrivendo velocemente: “Porta rossetto pulp, mi raccomando. Voglio venirti in faccia”
Pensai di aver esagerato. Ma dopo cinque minuti arrivò un altro sms: “Mascalzone :)”
Chiusi gli occhi, gli Ulver mi avevano avvolta in una nebbia di doom e psichedelia laterale. Ma riuscii a distinguere il rumore di una bussata alla porta della camera con le nocche.
Chi è?”, dissi con voce innaturale.
Mamma. Posso?”
Ma certo che puoi. Tu puoi sempre.

-continua-