26/10/15

Foulard per artisti senza emorroidi


Spesso mi capita di incontrare quello che è diventato famoso. Famoso facendo della musica commerciale e falsamente profonda e dettagliata. Lo conoscevo di vista, veniva ad acquistare dischi in negozio e a stento salutava. Ho assistito involontariamente alla sua evoluzione. Mi è sempre sembrato una scimmia innestata su un palo telegrafico, ma ora lui si atteggia a bello. Ha sempre un foulard al collo, le sue camicie sono immacolate, il suo sorriso è quello di uno al quale le cose sono girate stranamente bene, al di là di meriti effettivi francamente opinabili. Un tempo ci salutavamo con un cenno del capo, ora neanche più quello. Ho provato ad ascoltare la sua musica e la trovo orripilante, banalissima. Quello che voleva il pubblico. La maggior parte degli “artisti” che conosco ai quali la sorte ha arriso hanno saputo leggere nel cuore della gente. E questo per me non è né un complimento tantomeno una nota meritoria.
Perché leggere nel cuore -o nel culo- della massa indistinta non mi sembra poi un'operazione così rimarchevole. Il musicista apprezzato che non mi saluta più è l'ennesimo esempio di persona che si è dedicata a monetizzare i bisogni emotivi della massa. Non sarà il primo e non sarà l'ultimo che riuscirà ad esibire quell'aria “riuscita” che mi sta tanto sui coglioni. Ma io non mostro nessuna ostilità per questi campioni della Lettura Interiore Generalista. Perché dalla mia posizione, defilata, aggressiva di rinculo, forse sprezzante e certo isolata, posso passare solo per un rosicone.
Il “rosicone” è una di quelle figure comode che le persone amano evocare quando si trovano di fronte ad uno che è andato fuori strada (o meglio, che sulla strada giusta non c'è mai stato) e che si prende, dal suo minuscolo reame, il lusso di non apprezzare quello che è quasi plebiscitariamente apprezzato.
Non mi piacciono gli artisti commerciali. Quasi mai. Il loro gusto, il loro rovistare nelle evidenze necessarie, mi deprime e mi sconcerta pure.
Non sono per la nicchia obbligatoria, non sono un elitista andato fuori di senno, ma penso che oggi si dia qualifica di artista (scrittore, musicista, fotografo di grido, pittore, fumettista, astrattori di profondità, profondisti foulardizzati) a chiunque, eccezion fatta per chi forse lo meriterebbe di primo acchito, così, per grezze ma reali capacità.
Mi presentano scrittori, artisti larghi e polidisciplinari, rubicondi ragazzotti dall'entusiasmante prolificità espressiva, ma quasi mai mi rimane addosso la sensazione di aver conosciuto un vero artista. Il più delle volte, mi convinco unicamente di aver conosciuto una persona abile e fortunata, capace di farsi apprezzare per doti confuse e tutto sommato ancora allo stato embrionale; a questo si aggiunga che l'aria pulita e costruttiva di queste persone mi dà da pensare che non soffrano di emorroidi o di altri piccoli mali mesti e miseri. Che so, la loro brillantezza sociale e la loro facilità a farsi sovrastimare sembra segnalare la totale assenza di piccole disfatte come il tartaro ematico, il meteorismo, le emorroidi appunto, l'alluce valgo e la curvatura irrazionale del pene. Sembrano sani come pesci e allegri, fattivi e inspiegabilmente carismatici nella vasca dei troppi pesci. I loro libri, i loro dischi, le loro attività solipsistiche dall'apparenza collettivista e salvifica, tutto mi passa accanto senza lasciarmi una sola vera impressione duratura. Ci ho provato, ho provato a mettermi in discussione, mi sono dato dell'arrogante stronzo ma proprio non ci riesco: per me, per la mia sensibilità, si tratta di inutile zavorra. E io la zavorra non la evito. La incendio direttamente.
Questi apostati della buona riuscita non hanno lo stesso problema con gente come me e miei simili: perché a loro non arriva il brusio degli invisibili. Loro sono sulla buona strada, la strada con i lampioni, la strada garbata e presentabile dove anche le puttane sembrano gran dame e i teppisti appaiono come loro personaggi, disinnescabili dal demiurgo in qualsiasi istante. Loro, quelli che “ci stanno riuscendo”, danno agli stupidi l'impressione di poter dominare il laidume del mondo e girarlo a loro vantaggio, come un girasole di merda in una teca.

Ad essere sincero fino in fondo, non so come potrei trovarmi nei loro panni. Non ci riuscirei. Per miei precisi limiti. Di gittata, di pazienza, per non aver saputo sancire il confine richiesto tra purezza e disgusto. Come tutti gli uomini, i riusciti e gli invisibili non fanno eccezione, anche io sono un misto di polvere di stelle e merda secca. Nobile in alcuni aspetti, indegno in altri. Sicuro di me fino all'insolenza su alcune cose precise, debole ed esposto in altre. Ma io sono uno di quelli, e siamo in tanti, che non ha saputo mostrare una precisa linea di demarcazione tra bene e male, ed in quella linea sottile come un perizoma bordeaux da chiavata semplice non ha costruito un suo ruolo identificabile.
Nei panni di un riuscito sarei un fallimento colossale, un colabrodo, un uomo di merda senza neanche la scusa della rabbia.
Mi sta bene osservare la faccia da scimmia innestata del vellicatore di masse, che con quei suoi foulard mi ricorda che l'arte, l'arte che mi seduce e mi fa stare male, tanto benessere parziale mi regala, non è la sua. Non la sua e di quelli come lui, tendenzialmente asserviti ad un padrone molto sporco e detestabile, quel tiranno interiore strippato di ego che chiede riconoscimenti, riconoscibilità, presunzione creativa e vezzo dell'intensità da modulare secondo le voglie dei fruitori. È il concetto della signora che va a comprare del salame milanese al supermercato. Il banconista dei salumi, a suo modo riuscito artista dell'affettato e del palato medio-borghese, le vende effettivamente del salame milanese, ma di quel tipo nuovo, che so, salame biologico dopato veg-friendly, salame delle terre di mezzo, quelle dove non ci sono ciminiere e persone che si ammalano di cancro. Il banconista è entrato nel cuore (o nel culo) del gusto borghese, e sempre più persone si serviranno da lui.
Io preferisco i banconisti anziani, quelli seri, quelli che ti danno ciò che hai chiesto, e che se ti suggeriscono qualcos'altro non lo fanno per questioni di ego spruzzato. E che magari soffrono pure di emorroidi. Alla fine, quelli sono i migliori.

LdP, 26 ottobre 2015


PS: Questa nota è stata scritta con l'ausilio di un disco, come sempre: “Inmazes” dei danesi Vola. Disco clamoroso. Nessuno nel giro di quattro isolati sa chi cazzo siano, ma io li amo. Credo soffrano anche loro di emorroidi, ma che Dio li conservi.


25/10/15

Distrazioni, sensibilità, punti di rottura


Mi sveglio e guardo l'orologio.
Sono le 5e42. Regolare. No, sono le 4e42, è tornata l'ora solare. Poco male.
Esco sul balcone. La luce fuori è una delusione totale. Non ha nulla che io possa sovrapporre a “Celestial” degli Skyharbor, una canzone che ormai è un dolcissimo modo per tormentarmi. La luce è una delusione, perché non è davvero notte fonda e nemmeno l'alba. È uno di quei momenti di luce incerta, indefinita, ma senza fascino. Sono pretenzioso. Devo innamorarmi dei colori, altrimenti non partecipo. Spesso ho pretese assurde. Chiedo molto anche alle atmosfere. Sono fondamentali.
Mi è necessario, per esempio, riuscire a percepire la solitudine anche in mezzo alla gente, alle chiacchiere, alla confusione. La solitudine con le finestre accese mi è necessaria come l'aria.
Il mio sguardo deve sempre trovare un punto di distrazione e di rottura, altrimenti impazzisco. I dettagli e le atmosfere mi servono a resistere. Resistere come potrebbe piacermi.
Una finestra sbrecciata al quarto piano. Un uomo con il cane che fuma. Donne che corrono per non bagnarsi i capelli quando piove. Quelli che partecipano alle cerimonie e li vedi fuori le chiese ed i ristoranti con un'aria smarrita, educatamente dimessa. Le insegne dei negozi, quelle più virate al verde scuro, quando fa sera. La grande delicatezza che trovo nelle persone che si credono brutte, ed invece sono bellissime. Belle più della più celebrata bellezza. Ma non lo sapranno mai, il tarlo rimarrà per tutta la vita, crederanno di dover rimediare alle imperfezioni. Ed invece quelle imperfezioni sono uno dei rari esempi di poesia senza parole.
Se la luce del mattino non mi affonda con qualche sfumatura di colore, con qualche pesante cilindro di viola denso e punte di rosa infelice mescolato ad azzurro stupido, io non ho piacere ad alzarmi.

Ieri, per strada, pensavo con un'ombra d'astio alla sensibilità. La sensibilità. Bella parola. Ma non è solo una parola; è qualcosa che ti preleva da dentro in continuazione. E non in maniera indolore. A volte ti prosciuga, ti fa ammalare nei momenti migliori. Può succedere proprio per strada, soprattutto quando ti ritrovi in uno scorcio deserto e lei ti chiede di fare i conti. E allora sei perso, smarrito. Sei un giocattolo senza scatolo, senza molla, ti senti un giocattolo che non vuole giocare. Sensibilità: vecchi vestiti da ricucire, caos tra ricordi e futuro, vetri appannati in cui ti vedi e sei obbligato a riconoscerti. Giacche da colloqui di lavoro, colloqui che diserterai. Stanze preparate per incontri. Che rimanderai. Storie che scrivi ma non ti racconti, richiami interni che non sono mai veloci come le voglie di piccole felicità. Finire in una canzone e non riuscire più ad uscirne, come in “Celestial” degli Skyharbor, “City cloaked” dei Burst e “One minute” di Michael Sadler dei Saga. Sensibilità che ti porta accanto a quei cassonetti di vestiti usati, ti trascina accanto a quelle campane bianche e verdi e ti chiede sottovoce se non sei anche tu un vestito usato.
Sensibilità che al mattino sembra viaggiare con una diversa potenza.
Certe mattine d'inverno hanno un odore fantastico, meglio anche delle sere d'estate; l'odore del tempo che passa. Mattine d'inverno che sembrano uscite da un film di Melville. Dalla scena iniziale di “Un flic” o da quella del rilascio dal carcere di “Le cercle rouge”. Un misto di legname, freddo, fumo e spezie sconosciute. Un odore che ti scavalca, diventa percezione, breve condizione, minaccia e poi sfuma. E tu torni l'imbecille di prima. Non sempre potrai dire di aver imparato qualcosa.

Ma troppa sensibilità finisce per sbavare. Torta con troppo lievito e rossetto di zoccola. Tenere in un recipiente caruccio e decorato la sensibilità è un'utopia. Cercare di piegarla ad un'apparenza elegante e coerente è impossibile: la sensibilità è un magnifico esempio di bipolarità. Dalla tenerezza alla violenza a/r, dal blu magia ai lividi, dalle suggestioni fantasmatiche alle ombre cerbero. La sensibilità porta in fondo a rinnegarsi in continuazione, a diventare delle beffe ambulanti. Perché potrà sembrare che tu venda calore e dolcezza, ma la tua merce è prevalentemente gelida, meccanica, funzionale. E viceversa. A seconda delle atmosfere. A seconda della pienezza della fontana. Puoi metterci le paperelle per i bambini e impiccartici il giorno dopo. Capricci percettivi, tempeste interiori, stelle cadenti prese per pianeti morti, gesti di accoglienza restituiti con tanto di scontrino fiscale.
Se la sensibilità, a conti fatti, diventa consapevole e per questo ingestibile allora occorre rassegnarsi: è una tirannica troia. Tu non potrai decidere più nulla in completa autonomia. Sarà lei a cambiare gli specchi di notte. Lei a baciarti teneramente quando sei scuro e fottuto, lei a tradirti con il primo venuto quando ti sentirai stranamente certo di qualcosa. Sarà lei a girare nella pentola speranze, violenze, sogni, repulsioni, parole, racconti che non ti racconti, vitalismo esasperato, Caporetto emotive, spari, spari a salve, pistola inceppata per la roulette russa e fraintendimento di necessità. La sensibilità è il caos. Non puoi amarla. Non puoi scoparla. Non puoi scriverne. Non ti salva e tu non salvi lei. Non la puoi ingabbiare nel volontariato, nell'animalismo, nell'attivismo politico, nelle proscrizioni comportamentali. Quello è semplicemente stare al mondo in qualche modo che sembri utile. La sensibilità è quella Dea, quella troia che gioca con la tua vita senza chiederti mai il permesso.


LdP, 25/10/15








22/10/15

Il potere del basso metal: intervista a Kennon Pearson (Extinction Level Event)


Quando mi sono ritrovato, da un giorno all'altro, di fronte alla musica degli Extinction Level Event sono praticamente saltato dalla sedia. Non mi sembrava di credere a quel che ascoltavo: una metal band con tre bassi ultraheavy, una voce potente e una batteria implacabile. L'idea di stratificare al meglio il suono del basso metal (da qui la loro efficacissima definizione di “clank” e “clankcore”, ma naturalmente il progetto offre una gamma di sfumature che li porta dal technical metal al djent fino al prog) rende gli Extinction Level Event assolutamente vincenti e di grande interesse. Una promessa che sarà certamente mantenuta.
   Il loro primo ep, “Catalyst”, offre sei brani di grande energia in cui, appunto, è il basso a decidere. Ci sono chiare eco dei migliori Meshuggah, a livello di struttura sonora, così come riferimenti a band come TesseracT e Periphery, ma gli ELE hanno una loro cifra originale.       La band di Winston Salem infatti riesce a costruire un muro sonoro che offre forme e strutture intricate, giochi ritmici tra bassi ma anche sottostrati di melodia intrigante. 
  Per quanto mi riguarda, penso che gli Extinction Level Event siano una delle più riuscite dimostrazioni della continua evoluzione del metal verso forme un tempo impensabili. Ed anche la riprova che è proprio il nostro amato mondo pesante ad essere una delle forme musicali più soggette a felici commistioni e azzardati incroci. Di questo e d'altro ho chiacchierato con uno dei “generatori di clank” degli ELE, Kennon Pearson, che mi ha rilasciato un'interessantissima intervista.










LDP: Gli Extinction Level Event sono una band unica nell'attuale panorama metal e non solo. Tre bassi, voce e batteria. A parte estemporanei progetti come i Bassinvaders di Markus Grosskopf, che però era sostanzialmente molto diverso, voi siete gli unici ad enfatizzare il basso in modo così potente. Come è nata l'idea della all-bass band?


KP: Inizialmente Duncan e Ryan componevano i riff su una chitarra a sette corde, ma non suonava abbastanza heavy, così convennero sull’idea di due bassi ed è così che è nato il sound. Dopo essersi fermati per un po’ io sono entrato a far parte della band, il che ha completato il nostro stile. Attualmente Duncan ed io siamo per il momento gli unici bassisti, ma dato che dipende da come componiamo, potremmo anche tornare alla formazione di tre bassisti. 

LDP: Kennon, immagino che ognuno di voi ascolti musica diversa, con preferenze che suppongo  eterogenee. Quali sono i tuoi gusti musicali ed i tuoi artisti preferiti?

KP: Il mio gusto può variare ma direi che il 98% di ciò che ascolto sia una qualche forma di metal. Ho un mucchio di band preferite ma quelle che ascolto di più ultimamente sono i TesseracT, Ghost, Within The Ruins, After The Burial, Children Of Bodom, Thy Art Is Murder, ed i Mastodon.  A parte tutto il metal che adoro, mi piace il rock classico dei Pink Floyd, il punk del tipo dei Die Toten Hosen, e persino un po’ di hip-hop/rap alla stregua di Mac Miller ed i Childish Gambino.

LDP: Gli Extinction Level Event sono indefinibili. Di voi si è parlato come “clank” e non “djent”, siete stati definiti i “Meshuggah” bassistici. Volendo forzatamente addentrarci nelle etichette... come vi sentite?

KP: È arduo da stabilire perché ci ricolleghiamo molto al “djent”, abbiamo pensato che dovremmo coniare una definizione ad hoc per il nostro sound. Con noi è possibile riconoscere elementi tratti dal djent, prog ed altri stili di metal intrecciati insieme. 

LDP: Negli ultimi anni il metal si è ulteriormente arricchito di sfumature, portando allo scoperto band un tempo inimmaginabili come Periphery, TesseracT, Animals As Leaders. Tu cosa ne pensi di queste nuove band che pur facendo parte del contesto sono così originali? Sono state un'ispirazione per voi?

KP: Le adoro, I Periphery ed I TesseracT al momento sono i miei due gruppi preferiti, ed hanno influenzato un po’ il mio modo di suonare negli ELE. Credo che ciò che renda ciascuna di quelle band uniche nel loro genere sia il fatto di imprimere una loro connotazione su questa new wave del metal  che è attualmente in corso, infatti hanno spianato la strada a molte band più giovani, come noi, per espandere davvero il significato di incarnare un gruppo metal. 

LDP: Quando io ero ragazzo, il basso nel rock duro aveva trovato i suoi apostoli in players più “classici” come Stu Hamm, Billy Sheehan e Randy Coven. Ora, e da diversi anni, c'è una scuola di interpreti fantastici e molto più estremi. Quali credi siano i bassisti metal del presente e del futuro?

KP: Personalmente direi Amos Williams (TesseracT), Nolly (Periphery), Evan Brewer (ex-The Faceless), Dan Briggs (BTBAM), per citarne alcuni. Ci sono un mucchio di bassisti metal fantastici in giro, ma questi sono in definitiva alcuni dei modelli fuori dal comune per me in qualità di migliori bassisti della scena attuale. 

LDP: Il vostro primo EP “The Catalyst” ha ricevuto recensioni molto positive ed a me è piaciuto moltissimo: il groove è pazzesco. Avete già una coesione sonora fortissima, quali i vostri piani per il futuro? Un album intero, per esempio?

KP: Noi siamo in procinto di lavorare al nostro primo progetto full-length (di più ampio respiro), al quale dedicheremo un bel po’ di tempo per esser sicuri di realizzare qualcosa di bello. Una volta che lo lanceremo, un mese del prossimo anno, andremo in tour per supportarlo. Inoltre suoneremo in un gran numero di locali e ci esibiremo in spettacoli regionali, oltre a qualche altro tour così da continuare a incrementare il nostro seguito di fan. 

LDP: Cosa pensi della situazione del mercato discografico? Cosa pensi della paura che stia finendo tutto? È davvero così?

KP: Credo che la paura  si riveli per quello che è: paura. Non leggo davvero nulla di più in questo, dato che ogni industria che sia in vita attraversa diverse fasi e periodi evolutivi, e infatti il mercato discografico ne sta subendo uno di enorme portata proprio ora. Internet è uno strumento grandioso utile ad ampliare gli orizzonti – devi solo lavorare duro per sfruttarlo al massimo. C’è una immensa saturazione di gruppi ed artisti, dunque la chiave di tutto consiste nel trovare il modo di farti notare al meglio delle tue possibilità.

LDP: Mi dici della vostra strumentazione attuale e dal vivo?

KP: Alla base del mio sound c’è il mio Fractal Audio Axe-FX Ultra. L’ho comprato prima di entrare a far parte degli ELE, mentre suonavo in una band hard rock, gli InterTwyneD. È da lì che ha preso forma la tessitura del mio sound e ora andiamo lisci quando suoniamo dal vivo, il mio sound rimane compatto, il che è una sensazione straordinaria. Col tempo probabilmente useremo alcuni cabs per la presenza scenica, ma fino ad ora l’andare diretti, o servendoci di piccoli cabs è stato davvero bello per noi. Quanto ai bassi, al momento sto usando gli ESP LTD che mi piacciono davvero. Il mio basso principale per le performance dal vivo è un B-205SM che ha un tonalità davvero limpida, mentre il mio Surveyor 415 è di gran lunga più grosso e più rigido infatti preferisco il suo impatto per le sedute di registrazione.

LDP: Ti ho chiesto dei tuoi artisti preferiti, ma vorrei che tu mi segnalassi dei dischi che ami, senza classifiche e senza limiti di numero e genere.

KP: Black Sabbath “Vol. 4”, Mastodon “Crack The Skye”, After The Burial “Wolves Within”, Pink Floyd “Wish You Were Here”, Arch Enemy “Doomsday Machine”, Children Of Bodom “Follow The Reaper”, Frank Zappa “The Man From Utopia”, and Black Label Society “The Blessed Hellride”.

LDP: In ultimo, con chi vi piacerebbe collaborare, prima o poi? Vi sentite affini a qualche band in particolare?

KP: Se intendi band con cui andare in tour sarei assolutamente entusiasta di dividere il palco con i Meshuggah, Scar Symmetry, Nile, Behemoth, Periphery, TesseracT, Within The Ruins, Killswitch Engage… Ci sono così tante band con cui spero di andare in tour o esibirmi!

LDP: Grazie mille Kennon!

KP: Grazie a te!



©Luca De Pasquale 2015
   In collaborazione con Manuela Avino



Troverete l'intervista in lingua originale al seguente link: 



EXTINCTION LEVEL EVENT are:


Gavin Grace – vocals
Ryan Reedy – bass
Duncan Pardue – bass
Kennon Pearson – bass
Joey Colvin - drums






Unguibus et rostro


Il sogno è crudele, spietato, veloce.
Come lo è stato quello di due notti fa.
Sogni veloci, quasi come la vita. Sogni crudeli che ti danno da pensare per giorni interi. Sogni che non sono segnali. Che non sono metafore, ma veri e propri atti di libertà. Consumati in lontananza e in solitudine.

Stamattina è faticoso il riassetto con la realtà. Il caffè e le sigarette sembrano non servire a nulla.
La musica somiglia alla febbre. La pelle non sembra rosa, ma bianco macchiato. Bianco con innesti di grigio e chiazza nera incombente. Il sentimento del giorno è la difesa. Difesa a tutti i costi. Difendersi costa caro, far diventare la difesa un attacco è peccato di superbia e caduta assicurata.
Il panorama dalla mia finestra è lattiginoso, incerto. Capisco che mi nutro delle mie stesse debolezze. Per qualche ora, ore comunque veloci, demone di me stesso. Plenipotenziario. Stupido.

Una donna per strada parla di “farfalle nello stomaco” a proposito della conoscenza con un uomo. Lo dice ad un'amica. Dalle poche parole che intercetto, l'uomo appare un completo imbecille. Uno di quelli che fa casino, che confonde le acque. Che la dà a bere. A certe donne piacciono uomini che sembrano attivi, concreti, affidabili. Peccato che la maggior parte delle volte sia tutta fuffa. Solo agitazione. Eclettismo con il trucco. Cronica incapacità di seguire veramente l'istinto. Apparenza ben preparata. Mi allontano.

Una donna ha le calze sgranate, sfilate. Pare che la stoffa abbia delle lacrime rapprese. È una scena orribile, è geometria inquinata, è uno strano simbolo di dolore e sogni sbagliati. Mi allontano.

Alle persone piace fantasticare sugli altri. Vogliono condire loro la pietanza con fantasie e speranze. Poi restano delusi. Quando iniziai ad avere un minimo di visibilità come scrittore, ricordo che alcune donne mi dissero che pensavano di incontrare un ruvido, un figlio di troia, un mezzo pirata, un irrazionale eccentrico. Era -secondo loro- l'immagine più consona per quello che scrivevo. Ma evidentemente apparivo completamente diverso dalle aspettative. E parlo di carattere, non di altro.
Non essendo libero, non paventando un'apparenza disinvolta e ribelle come negli scritti, anche quello che scrivevo diventava improvvisamente merda o, peggio, indifferenza. Quell'esperienza mi ha insegnato molto. Mai deludere le proiezioni altrui. Si paga sempre.

Passano gli anni. Non passano invano. Si sceglie meglio, si sceglie con più fedeltà a se stessi. Ma allo stesso tempo aumentano le insofferenze. Le mie crescono. Principalmente per quelli che si ripetono. Quelli che non escono mai dal loro recinto. Mi scandalizzo nell'osservare come si reiterino in modo monomaniacale le abitudini e, quel che è peggio, IL GUSTO. Il gusto e le inclinazioni diventano veri e propri alibi per un'immobilità colossale e preoccupante. Non so. Io, per esempio, dieci anni fa non avrei mai detto che avrei approfondito fino allo spasimo la scena rock e metal cantata in tedesco. Dieci anni fa scrivevo che il contrabbasso somiglia al corpo di una donna (bella) e magari pensavo pure di essere originale. Dieci anni fa su venti cose che scrivevo ne dedicavo otto a Jaco Pastorius, sei a Patrick Dewaere e le restanti a persone di passaggio. Oggi non dedico la mia scrittura a nessuno. La mia scrittura vuole evocare, anche celebrare, ma non è dedicata. Dieci anni fa mi piaceva immaginarmi con dei bei pantaloni bianchi stretti attorno al pacco, oggi non li metterei manco morto. Mi sentirei una specie di angelo peripatetico, un equivoco puttino non rassegnato all'invecchiamento.
Dieci anni fa non riuscivo ad uscire dai romanzi di Henry Miller. Che amo ancora oggi, ma non li rileggerei più. Dieci anni fa avevo problemi con Knut Hamsun, che pure adoravo, per le sue posizioni politicamente equivoche. Oggi me ne sbatto se uno scrittore è di destra: lo leggo lo stesso e lo apprezzo pure, se è il caso. In dieci anni, l'unica cosa che non ho mai cambiato è la marca di sigarette. Il resto, tutto modificato, tutto aggiornato. Come dovrebbe essere. Bisognerebbe agognare ai cambiamenti: anche a quelli di gusto, di predisposizione, di geografia mentale.

Una cosa che mi repelle e allo stesso tempo mi abbatte un minimo è prevedere quel che mi verrà detto, i comportamenti, i silenzi, intercettare con molto anticipo pensieri, scuse, frasi fatte, inquietanti forme di autogiustificazione o tirate autoelogative. E mi succede quasi sempre. So che quello, per dire, non mi risponderà a tono. Che quell'altro dirà di avermi letto e non lo ha fatto perché è la sua forma di educazione del cazzo. Che quel cliente cercherà di risparmiare tre euro pena l'abolizione della transazione. Prevedo i buoni comportamenti e quelli infelici e mesti. Non sono Nostradamus, ma mi girano abbastanza le palle. Una categoria per la quale potrei dirmi chiromante, aruspice e quant'altro è composta da quelli che non ti parlano in faccia. Che pensano di far parlare i loro comportamenti. Che non hanno mai detto qualcosa di davvero totalmente sincero nella loro vita. Chiaro che è paura di prenderlo in culo. Ma prima o poi tutti ce lo prendiamo dritti in culo, senza sconti e unguenti. Tutto dentro, fa male, scortica e poi passa. Essere inculati non ci avvicinerà alla santità e non ci renderà nemmeno dei sinistri demoni senza requie. Lo avremo solamente preso un po' in culo.
C'è stato un periodo della mia vita che il mio culo doveva essere attraente, considerata tutto quel che ha dovuto svogliatamente accogliere; eppure oggi sono ancora qui, mi sento un po' vergine, quella sensazione ridicola che porta le persone ad impernacchiarsi ridicolmente ai matrimoni, mi piace ancora il vento e in certe notti mi sento particolarmente nobile.

La mattina seguente, chiaro ed urgente, si accenderà quel neon che amo tanto: WE ARE ALL PROSTITUTES. E non si torna indietro. Per fortuna.

LdP, 22 ottobre 2015



21/10/15

Baby be mine dei tempi andati (prestazione coniugale incolore)


Il pezzo è “Baby be mine” di Michael Jackson.
Il sesso, però, è sempre lo stesso. Si inizia con i baci, si continua con le carezze, si finisce con la penetrazione. Sempre uguale. Senza variazioni. Un rituale che non esce mai dai binari, una mezz'ora che vorrebbe essere selvaggia senza riuscire ad esserlo, per giunta incastrata tra lastre di comprensione, di sopportazione e di routine.
Questo mi racconta l'ex compagno di liceo Mario, che per me è sempre stato Mariolino Cacca. Ha cercato di rinvigorire il rapporto con la compagna facendo sesso con “Baby be mine” sparato, nella fase postprandiale. È durata dieci minuti, Mariolino Cacca non sa neanche se lei è venuta. Dice che non gemeva nemmeno come sei anni fa. E lui aveva male ai reni mentre spingeva forte forte, pensando di inarcarsi come un atleta.
In realtà si stava muovendo come uno sciancato e non aveva neanche la certezza di aver passato bene il filo interdentale.
Mentre Mariolino Cacca mi parla e mi racconta, con il piglio confidenziale di chi cerca complicità virile, io lo immagino tra le gambe della compagna e ho quasi un conato di vomito. Vedo la loro camera da letto, le foto dei bambini, il crocifisso al centro del muro portante, la testiera del letto che trema e sbatte contro la parete, vedo il piccolo stereo portatile che manda “Baby be mine” e vedo lui, il rospo, il ragno, Mariolino Cacca, che fa quanto gli è possibile con il suo pene normale, la sua rabbia normale, la sua frustrazione sopra il livello di guardia, la sua moderazione intellettuale che è sempre così noiosa.
Eppure “Baby be mine” è un pezzo abbastanza libidinoso. Ti fa pensare abbastanza a scopare. Ha un suo ritmo, e se riesci a non pensare che l'orgasmo non serve in realtà a nulla, può anche andare bene.

L'orgasmo non è colla emotiva, mio caro Mariolino Cacca; anche se si serve di un tipo di colla che è solo acqua, solo proiezione di desiderio che evapora se non c'è una passione seria.
Nei suoi discorsi, capisco che vuole dare la colpa alla compagna se la scopata non è riuscita come avrebbe voluto. Per questo lo disprezzo. Cosa doveva fare lei? Sei tu che non hai fantasia, Mariolino Cacca. Non è un problema che il tuo pene sia assolutamente nella norma, il problema qui è che è la tua anima a rientrare mestamente nella norma. Non bruci, non muori, non sbagli. Scopi la tua donna come alle elementari scrivevi i dettati. Scopi serrando i denti. Scopi girando la foto di tua madre, perché sei pieno di complessi. Quando vieni, quando schizzi, quello è uno dei rari momenti in cui accenni -malamente- alla religione che segui invece svogliatamente, con tutte le tue banalissime invocazioni. Sciocco e sacrilego al contempo, Mariolino Cacca. Scopi la tua donna per farla sentire al sicuro e per sentirti tu stesso protetto. E questa roba non porta dietro niente di buono, Mariolino Cacca. Sei un brav'uomo. Il tuo problema è anche questo.
E poi, smettetela di giocare agli unici nel mondo. Al grande amore puro come il bianco, bianco come il nulla. Ad una certa età due persone che si incontrano ed hanno la pretesa di amarsi sono solo due lunghi curriculum che iniziano a corteggiarsi, e quasi sempre a ripetere gli stessi riti, le stesse parole, gli stessi orgasmi e la solita, cronica, mancanza d'anima e di palle.
Siamo così vicini al poco, all'abisso, che finiamo per regolare i tempi dell'amore con quelli della paura.
E la passione, quell'immortalità già ferita, non diventa altro che un ospite per il quale abbiamo riesumato il miglior segnaposto a tavola, un ospite che diserterà tutti i nostri inviti.
E che crederemo di ritrovare nei libri, nelle fantasie tenute a freno, negli amori che gli altri ci raccontano, con quelle facce convinte che sembrano dei trailer beffardi di film meravigliosi. Film mai girati, che pure finiscono per creare in noi l'atroce oscenità dell'invidia.

No, Mariolino Cacca: non servirà neanche farlo in quelle altre posizioni, con il nuovo abat-jour, con il nuovo completino “Tiger Doll Love” che le hai regalato. O sostituendo Michael Jackson con Titti Ferro o con chi cazzo ti pare. Voi vi scopate senza sentire il vuoto sotto e sopra. Senza le lame sulla spiaggia deserta appena fuori del letto. E no, così non funziona. L'ospite continuerà a non raggiungervi mai.

LdP, 21 ottobre 2015

18/10/15

Il trionfo della mediocrità supportata


Premetto che in questa nota non parlerò di me.
Della mia sfera professionale. Della mia attività letteraria. Posto, per l'ennesima volta, che questo blog non è la riproduzione della mia vita e dei miei pensieri. Non del tutto, certamente.
Premetto infine che le mie cose migliori sono passate sotto silenzio e che le mie cose peggiori hanno avuto riscontri: confermando certi miei sospetti, alcune meste e rassegnate convinzioni.
Ma in questa nota, come d'altro canto in altre, non parlo di me. Non mi sento al centro del mondo. Non sono al centro del mondo. Sono un periferico. Sono un fantasma. Sono una funivia sui temporali e mi basta che le corse non vengano sospese.

Sempre più frequentemente, mi imbatto in clamorosi casi di cecità culturale e di sensibilità stereotipata, ortodossa, didascalica, sostanzialmente falsa.
Sempre di più mi imbatto in artisti completamente ignorati dal grande pubblico, artisti che faticano terribilmente a trovare anche solo una nicchia dove collocarsi ed essere apprezzati. A fronte di questo, noto con raccapriccio il crescere a dismisura di personaggi (artisti?) che hanno un seguito inversamente proporzionale al loro valore effettivo e alla portata delle loro proposte. Mi capita con la musica. Con la letteratura. I due campi dove agisco di più e dove posso pensare di avere un minimo il polso della situazione.
Ho sempre più la sensazione che valga (e serva) più il supporto che l'efficacia di ciò che si propone. Non c'è da scandalizzarsi, perché è sempre andata così. Ma che fatica accettarlo. E poi, perché accettarlo?
Sembra quasi che il “gusto pubblico” si nutra dell'evidenza, di un'evidenza stabilita e consacrata dallo stesso “gusto pubblico”. A consiglia il libro a B, che lo passa a K, il quale lo propone a Q. Quattro lettori nuovi in due giorni. Nessuno dei quattro spezza la catena proponendo altro. Probabilmente nessuno dei quattro è abbastanza curioso da sperimentare. Come la storia degli artisti minori: perché dovrei leggere uno che somiglia -che so- a John Fante? Io leggo Fante. Fante è famoso, e ne ha parlato anche Capossela. Capossela ne ha parlato con Fazio. Compro il sesto libro di John Fante e non il secondo oscuro romanzo di quel norvegese di 37 anni.

Un po' come quando mi si dice che sono le grandi band quelle che hanno fatto la storia. Ma davvero? Ma allora io sono obbligato ad acquistare l'intera discografia dei Rolling Stones per avere un quadro storico rispondente? Li acquisto in edicola? I Queensrÿche ed i Blue Oyster Cult non escono in edicola. Però io li reputo più importanti -musicalmente- dei Rolling Stones, di certo di miglior qualità.
Si potrebbe anche pensare che io abbia una sorta di gusto con vocazione a perdere, quindi esageratamente attento agli sconfitti, ai sommersi, a quelli che per produrre tre dischi ci hanno messo trent'anni o che hanno dovuto osservare silenzi letterari infiniti. Ma il punto è: cosa manca per indagare oltre l'evidenza? Cosa fa nascere il tributo popolare e lo consolida? Il discorso rischia di essere lunghissimo, disarticolato, confusionario e fazioso, in un certo senso.
Però, e qui mi servo di dati di fatto, il sommerso perde e l'evidente vince. La tendenza non si disallinea mai dal paradigma. Leggevo un'intervista a Nino Frassica su “La Stampa” di ieri, dove il bravo comico (lo adoravo ai tempi di 'Quelli della notte') spende due parole -da me molto apprezzate- sul suo amico Maurizio Ferrini, un comico intelligente e raffinato che a dire di Frassica non ha avuto l'attenzione che meritava. Sono d'accordo. Quanti ricordano Ferrini? Io sì.
Nella musica, nella letteratura, nel cinema, nelle arti figurative, l'elenco è lunghissimo e deprimente. Persone/artisti che sembrava avessero tutte le carte in regola per ottenere se non altro il minimo utile di visibilità, e invece.
A volte ho la sgradevole sensazione di collezionarli emotivamente, questi artisti. Come un puerile gioco al massacro che non intendo neanche vestire dei panni sporchi di una battaglia culturale persa in partenza.
Però così è. E non do valore alle riscoperte revivalistiche, che puzzano sempre di uno snobismo griffato e comunque tardivo. Oggi in Italia si preferisce rivalutare i film di Pierino piuttosto che spendere una parola sensata e sincera su Guido Morselli. Mi si dirà che Pierino faceva ridere, tra fischi e mani in culo alle supplenti bone, e Morselli era uno scrittore isolato in una letteratura suicidiaria, una sorta di roulette russa creativa a motore di dissipazione.
Il punto è proprio questo. La commercialità non richiede sforzi, è indotta, sperimentata sui bisogni altrui e non focalizzata sull'espressione artistica.
Il nu jazz, ad esempio, è una musica spesso priva di contenuti. E funziona come contenitore. Non porta con sé drammi, crisi creative, improvvise cacofonie, devastazioni interiori sublimate. Il jazz lo faceva. Il nu jazz funziona. Il jazz non sempre.
Il metal -oltre ad un seguito fedelissimo e commovente- non ha molti estimatori, né tra l'intellighenzia critica né tra il pubblico comune. “Ma quello è un genere violento”, è la blanda e svogliata opposizione tipica. Tutto oggi è violenza. E il metal sa essere anche molto profondo e delicato, se mi si passa il termine. E posso dire, con l'esperienza di tante interviste ed incontri, che moltissimi musicisti di area metal mi sono sembrati molto più profondi, colti e tormentati di vacue icone pop, rock o jazz/fusion.
Potrei continuare con esempi e paradossi per un'altra abbondante settimana.

Umilmente, devo ammettere che sono un po' stanco. Affaticato, per meglio dire. Per seguire ciò che amo e ciò in cui credo, mi affatico. Affatico il mio cuore, la mia stessa creatività e le mie speranze.

Luca De Pasquale, 18 ottobre 2015

NOTA A MARGINE
Mi piace, in questo contesto, segnalare alcuni artisti e sportivi che reputo sottovalutati (alcuni per grazia di dio hanno comunque raggiunto una certa notorietà, che io non giudico però adeguata); gli anglofoni direbbero “underrated”. Una lista multidisciplinare senza alcuna pretesa di completezza e di coerenza, anzi. Ma una lista sincera e personalmente motivata.

John Braine – scrittore;
Armored Saint – gruppo musicale statunitense;
Didier Daeninckx – scrittore;
Leon Spilliaert – pittore;
Alberto Martini – disegnatore, pittore;
Philippe Djian – scrittore;
Alan Vega – musicista, artista visivo;
Bark Psychosis – gruppo musicale;
Overhead – gruppo musicale francese;
Paul Crauchet – attore francese;
Fausto Rossi/Faust'O – musicista, iconoclasta;
Eric Defosse – attore francese;
Eric Rochant – regista francese;
Claudio Caligari – regista italiano;
Omero Antonutti – attore italiano;
James Coco – attore statunitense;
Nicolas Kiefer – tennista tedesco;
Domenico Caso – calciatore;
Truly – gruppo musicale grunge statunitense;
Lino Capolicchio – attore italiano;
Oceansize – gruppo musicale inglese;
Eric Bogosian – scrittore, attore, monologhista;
Ivano Marescotti – attore italiano;
Timothy Spall – attore inglese;
James Remar – attore statunitense;
Kyrie – gruppo musicale italiano;
Geordie Walker – chitarrista dei Killing Joke;
Callisto – gruppo musicale finlandese;
Stig Dagerman – scrittore svedese;
Knut Hamsun – scrittore norvegese;
Jens Peter Jacobsen – scrittore danese;
Landberk – gruppo musicale svedese;
Bernard Giraudeau – attore, scrittore;
Bernard-Pierre Donnadieu – attore francese;
Lewis Collins – attore inglese;
Jean-Pierre Sentier – attore francese;
Benito Lynch – scrittore uruguayano;
John Toshack – calciatore gallese;
Ring Lardner – scrittore americano;
Stefano D'Arrigo – scrittore italiano;
Karel de Woestijne – scrittore belga;
Emile Armand – scrittore, anarchico;
Ercole Patti – scrittore italiano;
Emilio De Marchi – scrittore italiano;
Eugene Jansson – pittore svedese;
Gaston Criel – scrittore francese;
Gérard de Nerval – scrittore francese;
Tommaso Landolfi – poeta, scrittore;
Ricardo Piglia – scrittore argentino;
Fëdor Sologub – scrittore russo;
Vasco Pratolini – scrittore italiano;
Ernst von Salomon – scrittore tedesco;
Eric Burgess – bassista dei Cerebus;
John Deacon – bassista dei Queen;
Keith Ferguson – bassista blues;
Randy Coven – bassista statunitense;
Lou Castel – attore;
Franco Fabrizi – attore;
Renato Salvatori – attore;
Valerio Zurlini – regista, intellettuale;
Peter Boyle – attore;
Roy Dupuis – attore;
Warren Oates – attore;
Balasz Taroczy – tennista ungherese;
Henri Leconte – tennista francese

17/10/15

Rasoi nell'acqua gelida: la fortuna di inziare con "Night time" dei Killing Joke


Con i Killing Joke ho da sempre un rapporto totalizzante. Che travalica e sorpassa la natura meramente musicale. Un rapporto “esistenziale” con la band. Principalmente con lo sciamano apocalittico supremo, Jaz Coleman.
La mia scoperta dei KJ risale ad un'oscura compilation del 1985, un'accozzaglia di artisti e brani sinceramente risibili, che comprendeva anche nomi come Gary Low e Captain Sensible, imborghesitosi dopo i Damned. Quel vinile mi portò a fare la conoscenza di “Love like blood”. Da quel giorno, ricordo che era un pomeriggio invernale, non ho più lasciato Jaz e compagni.
Sì, perché ero già stanco, appena tredicenne, del pop senza mutande che piaceva ai miei coetanei. Un pop levigato, plastificato, ambiguo ed edonista che non sentivo appartenermi.
Disordinatamente, come si poteva fare all'epoca, mi informai sui KJ con il mio commesso di dischi di fiducia. Non ne sapeva molto, a lui piaceva la fusion da petting, quella protetta; però mi procurò il vinile di “Night time”.
E lì fu notte. In un'accezione meravigliosa. Una delle più belle notti della mia vita.
Il suono tagliente del disco, la chitarra affilata di Geordie, il basso preciso di Paul Raven, la voce pulita ma sinistra di Jaz: tutto andava ad incastrarsi con i miei bisogni di cupezza, di rottura, creando una sorta di immedesimazione con le parole inquietanti dello sciamano.
Non c'era un solo brano che non mi piacesse. “Love like blood” era di una larga spanna superiore agli altri, ma episodi cadenzati ed oscuri come la title track e “Darkness before dawn” (titolo spettacolare), il famigerato “Eighties” che successivamente sancì la querelle riguardo al plagio dei Nirvana, l'asmatico “Tabazan”, gli efficaci e ficcanti squarci elettrici di “Kings and queens”, la circolarità di “Europe”, i riverberi temporaleschi di “Multitudes”.
L'intero disco, per me reduce dalle estenuazioni laccate degli Spandau Ballet di “I'll fly for you”, aveva qualcosa di nuovo e di mai sentito prima. Sembrava pop, sembrava new wave, ma si intuiva che provenisse da altro, che fosse un'incarnazione e non qualcosa di preesistente.
Questo lo scoprii qualche tempo dopo, andando a riscoprire la magnificenza di dischi più ostici come “Revelation”, “Fire Dances” e il binomio iniziale irragiungibile di “Killing Joke” and “What's this for”.
Ma “Night time” aveva per me una valenza di cambiamento ed evoluzione. Eccetto Prefab Sprout e pochissimi altri, non sarei più finito nelle ganasce del pop. Il suono chitarristico di Geordie Walker, una sorta di rasoio riverberato nell'acqua gelida, ha influenzato i miei gusti a venire fino ai giorni nostri. Ancora oggi mi rendo conto di dipendere da quel suono, è come una droga, e l'ho ricercato come un folle in altri gruppi, in altri dischi, non bastandomi la pur nutrita discografia dei KJ.
Quanto a Jaz Coleman e alle sue irrinunciabili paranoie sociali, era un personaggio la cui macabra fascinazione esercitava su di me un magnetismo mai stemperato. Era per me il Joker, il dotto folletto con le occhiaie, il demone musicale ed il demiurgo esoterico.
Quando nel 1986 uscì “Brighter than a thousand suns” io ero già innamorato perso della band e amai quel disco -ancora più pulito di “Night time”- fino alla completa consunzione del vinile.
L'accoppiata dei dischi 1985-1986 non viene considerata la migliore nella cronologia discografica dei KJ, perché possiamo ben dire che si tratta dei due capitoli più “ordinari” (anche nel senso di pulizia sonora) della band dello sciamano di Cheltenham. Ma quei dischi, apici di una fase elettrica e più mainstream, hanno per le persone della mia età un valore incalcolabile.
Non volendo seguire il flusso di musiche improntate all'ottimismo e alla commerciabilità più sfacciata, i KJ sono stati la mia baita sull'oscurità, l'imprinting necessario ad iniziare l'esplorazione di artisti e contesti più oscuri, spesso criminalmente sottovalutati dal grande pubblico. Che, si sa, notoriamente non è in grado di approfondire e soprattutto non ne ha nessuna reale intenzione.
I Killing Joke, non mi stancherò mai di ripeterlo, sono stati a tutti gli effetti i miei Beatles. Jaz Coleman il mio Elvis Presley. Le tematiche trattate da Jaz anche nei dischi successivi mi hanno influenzato più di tanti fasulli libri di rottura, compiaciuti in sofferenze tanto barocche quanto studiate a tavolino.
Brighter than a thousand suns” se possibile ha superato in bellezza il suo predecessore (credo che farò suonare “Wintergardens” alla mia cremazione, se avranno uno stereo), ma “Night time” è stata la scoperta, la sorpresa, l'amore a prima vista, il colpo d'occhio su un buio pregno di fascino, di coraggio, di lucida disarmonia nello sguardo sul mondo.
I KJ sono una band unica nel panorama mondiale. Ancora oggi. Hanno influenzato musicisti di area metal, rock, goth pop, dark, wave; echi della loro magnifica follia si ritrovano anche in nuovi orizzonti in crescita come l'atmospheric sludge e centinaia di band post metal ogni giorno si inchinano al salmodiante joker Jaz.

Jaz e i suoi sono tra i pochissimi che non si sono sputtanati. Che non incidono dischi ridicoli come quasi tutti quelli generati dallo sciocco demone di tenere in vita dinosauri diventati ceramiche di lifting e parodie urticanti di se stessi. I Killing Joke sono ancora durissimi. Professionali. Spietati. Geordie taglia e ricuce con il fuoco le nostre orecchie come una volta. Jaz è più rauco e gutturale, sempre più oscuro nell'aspetto e nella postura, ma è un sovrano che incute soggezione e che dimostra come il genio, quando non costruito dai bigotti del marketing, non invecchi tanto facilmente. Paul Raven è morto, che distribuisca plettri alle porte di altri mondi e riposi in pace, Youth è tornato, Big Paul Ferguson è sempre Big Paul Ferguson, e questo vuole essere un complimento.

Pylon”, il disco in uscita in questi giorni, è fenomenale. È un ceffone in guanti neri alla malinconica pattumiera del pop mondiale ma anche al volgarissimo revival rock di giovani band che di avventuroso possono avere solo il nome.
Pylon” è un gancio da mattatoio sul collo di vecchie rockstar che continuano a gorgheggiare su Californie, culi di bionde e che perdono il loro tempo ed il nostro cercando di spiegarci i punti cardine di nuove ed utili religioni della riappacificazione.
I Killing Joke non ci propinano la pace delle puttane commerciali.
I Killing Joke sono anarchia oscura, sono rasoi su una scacchiera di un qualsiasi Re della notte, sono la continuazione fiera della diversità e della libertà di espressione e di Apocalisse.
Sono una delle rare incarnazioni sensate di un mondo, quello musicale, che delude e che si ostina a preferire la creatività indottrinata alla violenta e seducente anarchia di una libertà spesso controproducente.
Giù il cappello, massimo rispetto e silenzio.


Luca De Pasquale, 17 ottobre 2015







15/10/15

O'Fetaciaro (il mio orrore quotidiano)


Un tempo mi piaceva la musica fusion. Un tempo. Mi gasavo molto ad ascoltare virtuosismi, in particolare bassistici. Per fortuna, mi piaceva anche molto altro.
Poi ho scoperto che mi annoiavo a morte, tranne rare eccezioni. Come in quei rapporti che dai per scontati, poi ti svegli una mattina e scopri che tutto ti è estraneo e lontano.
Oggi, e da diversi anni, mi divido tra più generi musicali. L'heavy metal allegrone tutto tette e birre naturalmente non mi appartiene affatto. Certe cafonate americane e certe imitazioni europee sono insostenibili. Anche qui ci sono doverose eccezioni. Come i Kiss, W.A.S.P.  e Motley Crue, che non mi sembrano certo degli indagatori degli abissi dell'animo umano, ma mi piacciono ancora. Certo, se voglio riflettere ed arrivare a qualche conclusione, non sceglierò certo i Kiss.
Comunque, da anni ho lasciato la fusion. Come posso aver lasciato D'Annunzio.
Eppure, c'è ancora qualcuno che mi ferma per strada o mi cerca, mettendomi di fronte al fatto che io sono un fissato per la fusion. Quando le persone non si aggiornano sulla vita degli altri -ed è pienamente legittimo- si rischia di prendere dei granchi. Granchi imbarazzanti e poco belli da vedere. 
Un tizio che neanche ricordo come si chiama, ma che nei negozi dove ho lavorato chiamavamo “O'Fetaciaro”, mi chiede se gli posso suggerire dischi di bassisti a sette o otto corde.
Me lo chiede al bar, dove lo incontro per caso. Lo chiamavamo “O'Fetaciaro” perché ha un fiato perenne impastato di pesto alla genovese, tartaro e carne semicruda. Avrà scopato quattro volte in vita sua, se gli è andata bene. Vive per la musica. Una musica di merda, fatta di convintissimi acrobati dello strumento. Tastierine isteriche, basso slap, assoli di batteria e vocalizzi femminili da colite spastica. Orrore supremo. Orrore ricusato da molto tempo.
Non voglio parlare di musica con lui. Lui ancora mi vede con quel gilet del cazzo addosso. Non si è aggiornato ed è stato un bene che non lo abbia fatto. Mi immagina a sbavare per un assolo di basso e passare come lui il tempo ad acquistare dischi esornativi, per gente abbiente e sostanzialmente insensibile.
Rispondo con imbarazzo, a monosillabi, vorrei che sparisse.
Ho comprato un cofanetto dei Casiopea”, mi informa. Che puzza quell'alito. Maledetto.
Capisco. Bene”
Poi ho preso un'edizione giapponese dell'ultimo di Marcus Miller e ho scoperto una band quebbecchese di fusion tipo un incrocio tra i Toto e gli Spyro Gyra”
Capisco. Bene”
Mastica il cornetto. La sua bocca è un'esposizione di bolo, molliche maciullate e denti irregolari. È il mio orrore quotidiano. Il mio prezzo da pagare. Ogni giorno devo saldare una rata diversa allo sportello dello squallore.
Ah, poi sono stato dove lavoravi tu e mi hanno det..”
Non mi interessa”
No, è che hanno preso dei dischi...”
Non mi interessa”
Scusa, ma hai chiuso male?”
Ho chiuso. Mi piace chiudere”
Scusa”
Dice scusa con la tipica “sh” dei napoletani poco interessati alla dizione. Il mio orrore quotidiano.
Finiamo la colazione in silenzio. Vorrei che sparisse. Ci salutiamo freddamente, ma lui mi fa la domanda finale: “E che stai ascoltando tu? Non ti piace più il basso?”
Non mi piace più il basso? Quest'uomo è totalmente pazzo.
In questo periodo ascolto Gang Of Four, Disappears, Talking Heads e derivati. Anche 23 Skidoo e A Certain Ratio
Sono tipo Yellowjackets?”
Inutile continuare.
Sì, in un certo senso”
Quindi fanno fusion?”
In un certo senso”
Muori. Cazzo, muori. Il mio orrore quotidiano. L'Equitalia dell'anima. Ma vaffanculo veramente.

Esco dal bar. Lui va a destra, io a sinistra. Regolare.
Piove. Tempo emotivo. Cupezze del cielo. Ho bisogno di un disco molto emotivo, devo tornare a casa. Credo che metterò su "Fire dances" dei Killing Joke. Un disco cupissimo. Non vedo l'ora. Sì, ho bisogno di questo: mezzo sogno, mezzo Inferno. I colori pastello sono buoni solo per l'intimo femminile da sbirciare.
Ma, mentre armeggio con l'odiato ombrello, mi sento toccare la spalla con energia. È di nuovo lui, O'Fetaciaro.
Che c'è?”, dico scortesemente.
Shcusami Luca, mi sono accorto che non ho il tuo numero di telefono”
Mmh. E perché dovresti averlo?”
Un tempo lo avevo”
Non credo. Lo escludo”
Forse hai ragione, shcusa. Forse avevo quello del tuo collega, quello con i capelli color...”
Non mi interessa”
Qualche volta l'ho chiamato”
Non mi interessa”
Vabbuono, senti ma non vuoi darmelo il tuo numero?”
Perdonami, ma per farne che? Sei una persona simpatica, ma non siamo amici”
È come se gli avessi dato un pugno. Arretra, con un'espressione tra il disgustato e il sorpreso.
Mi guarda con una bocca a dodecaedro. Attorno alla bocca ci sono molliche masticate e uno sboffo di crema chantilly. Il mio orrore quotidiano. Sto ancora pagando.
Sei villano, però”, dice. Proprio così: “villano”. Una parola che non ti aspetteresti da lui.
Io volevo solo parlare di musica con te, ma tu sei un villano”, si giustifica. Io non dico niente.
La sua faccia è ora cattiva. È bruttissimo.
... e comunque non mi stupisco che ti hanno fatto fuori là dentro... hai capito? Cioè, è normale con uno che fa così... anzi ti dico che mi fa piacere che ti hanno cacciato... hai capito?”
Ho la sensazione che voglia mettermi le mani addosso. Serro la mano sinistra a pugno. La tengo dietro la schiena. Incocci male, penso, ho da smaltire qualcosa come trent'anni di rabbia conservata. Ma resto calmo.
Ma tu vedi a questo villano... questo scostumato”, dice, allontanandosi lentamente. Ho ancora la sensazione che potrebbe improvvisamente scattare.
Buona giornata”, gli dico, con un sorriso forzato. Non ne vale la pena. Proprio con O'Fetaciaro non potrei mai.
L'unica cosa sensata che potrebbe fare per se stesso sarebbe farsi togliere le costole ed iniziare a succhiarselo da solo, con gli Spyro Gyra in sottofondo. D'Annunzio docet. È un dato tecnico incontrovertibile: con il cazzo in bocca si parla meno.

Piove e piove. Il mio orrore quotidiano. È andata, anche oggi.

LdP, 15 ottobre 2015