30/09/15

Perversione e intimità

Andrew Dasburg - Lucifer, 1913
Guardo le labbra di Silvano muoversi. Parla di cose che non conosco. Che non approfondisco. Di libri che non leggo. Di musica che non mi coinvolge. Leggo il labiale “Rolling Stones” e mi compiaccio della mia deduzione, e cioè che Silvano non ha ancora capito che non li ho mai seguiti. Silvano non ha mai fumato, così assume un'aria schifata tutte le volte che accendo una sigaretta, dunque molto spesso. Le sue labbra continuano a muoversi fiduciose, perché per lui io e lui siamo amici e siamo vicini, addirittura simili.
Magari Silvano sarebbe uno di quelli che al mio funerale sosterrebbe che eravamo amici per la pelle. Mai stati. Se non lo vedessi più, non sarei addolorato. Sono affezionato a lui come ad un momento non spigoloso. Ma non lo sento come un fratello. Forse perché, nello snobismo della propensione a tutto quel che si disgrega, non lo reputo capace di andare a fondo, di affrontare il niente o quello che somiglia ad una disciplina di reali privazioni.
Mentre Silvano parla e parla e parla, sono alle prese con il mostro silenzioso, l'assenza che parte da dentro e ti fa annuire anche se non stai seguendo. Guardo una donna graziosa che parla con un'amica a poca distanza da noi. La immagino con un cilindro argentato in testa e ho voglia di entrare dentro di lei con tutta la mia sporca coda di stelle al seguito. Con il mio esercito di straccioni emozionali sotto ricatto perpetuo. Con il mio battaglione di fedelissimi fantasmi, quelli che scrivono per la luna e poi non ritrovano mai i fogli.
Io lo so. Sono fregato. Completamente fregato. Chissà da quanto. Per questo la desidero. Per questo vorrei che indossasse per me un cilindro argentato, per questo vorrei che mi accennasse al suo uomo ufficiale e poi decidesse di farsi prendere e di prendermi. Gioco a perdermi. Gioco a fottermi. Gioco a squarciare le ferite senza essere un qualsiasi maiale. Il suo piacere sarebbe una dose, so che la rispetterei. Il problema non è il rispetto. Il problema è la mina esagonale che mi porto nel petto, la mina che va di moda tra gli angeli neri che non ho mai voluto, ma che a tutti gli effetti sono i miei parenti più prossimi.
Ho sempre finto di amare quelle donne che somigliavano a degli addii affascinanti. Perché non ero mai sicuro della mia permanenza. Perché la sola idea della permanenza certa è uno schifo assoluto e non confina affatto con l'Assoluto.
Silvano continua, forse ora siamo nella sua cucina, nelle sue abitudini, nel suo triste sesso con candele e avvisi, “attenta che sto venendo”, lo so che lui il profilattico lo scuce al buio, potrebbe sembrare un momento sporco e lui ha paura della sporcizia.
Silvano ed io non potremmo mai essere davvero amici, lui morirà esclusivamente della sua morte, sarà impegnato tutto il tempo a difendersi dalle difficoltà, a costruire il suo mondo, fissato com'è con il voler riconoscere l'odore di casa, degli affetti, dei suoi vestiti, dei suoi figli, dei suoi francobolli rari e dei suoi mal di pancia da abbuffate.
Provo desiderio per quella donna, che intanto si è accorta del mio sguardo da cane avvelenato. La voglio perché non guarirò. Se indosserà quel cilindro per me, commetterà un errore. Persino i giochi sessuali necessitano di qualche briciola di permanenza sostenibile. Ma io sono tetragono ed incorruttibile, in questo senso. Il desiderio fisico si sposa bene alla percezione della propria vita come un labile confine tra il troppo e il niente. C'è gente molto più intelligente e sensibile di me in giro, ma io ho una certa fantasia nel sabotarmi e nel fottermi dando le spalle a tutta la pubblicità di Dio che mi mettono sotto la porta.

La donna si tocca i capelli più volte, non le tolgo gli occhi di dosso. Se mi baciasse equivarrebbe ad uno sparo in faccia. Resterei senza occhi e con l'anima appesa al resto come una sacca ematica mezza vuota. Forse l'intimità vera è dotata di echi sinistri, forse nell'intimità che non sia solo paccottiglia e spaccio di umori, un duo di esseri umani decide di arrampicarsi ad una parete di ghiaccio per testarne la tenuta senza equipaggiamento. Mi prenoto per essere io quello che sceglie di cadere. A lei non deve cadere nulla, neanche il cilindro argentato. Non permetto ingiustizie in ere di buio. Al buio non si può essere ingiusti e banali.

Poi lei saluta l'amica e va via. Cammina guardando per terra, ed è così perché sa che la sto guardando, le sto dicendo addio, senza rancore e senza cilindri in testa.
Silvano intanto parla d'amore. Non so cosa voglia da me. Non siamo amici. I suoi amori mi sembrano dei formaggini. I suoi amori sono animali domestici in un recinto e nei suoi campi ci sono tanti di quegli spaventapasseri imbevuti di morale che Satana si annoia con lui e le sue difese estenuanti.
Silvano non cadrà mai. Si arrenderà solo all'ultimo respiro, protetto, sorvegliato, amato e tollerato dai suoi cari. Per me sarebbe già troppo. Non vedo oltre pareti di ghiaccio e cilindri argentati, perché sono un po' cieco e certamente arrogante. Come tutti quelli scivolati troppo presto via dalla strada maestra, quel puzzle per bambini buoni.


LdP, 30 settembre 2015

29/09/15

Blu vertigine

Salvatore Morra Supino - Città sul mare (1974)
Scrivere: tenere severo giudizio contro se stessi”
Ibsen

Notte blu, bianca, nera. Notte crudele. Notte clessidra.
Notte che sembra un pezzo dei Cocteau Twins. La chitarra di Robin Guthrie.
La ragazza appoggiata al muretto, per strada, sembra respingere gli assalti del suo uomo. Lui cerca di baciarla, lei si sottrae e poi ride, infine prende lei l'iniziativa. Sembra una danza poco aggraziata e il mio sguardo si stanca molto presto.
Notte che somiglia anche al bacio di Munch. Che è un continuo rimpasto di sensazioni contraddittorie, spinte vitali e ritirate bendati, la pulsione liberatoria del cielo notturno e contemporaneamente la pesantezza causata dalla mancanza di contorni e spigoli. La distesa di cielo blu scuro finisce allora per ricordare uno di quei plaid che spesso trovi nelle case delle persone anziane, invecchiati ma puliti, plaid che emanano un odore frammisto di fiori secchi e naftalina.
Forse stanotte sono io a sentirmi anziano. La stanchezza non soddisfatta tende a confondere le carte in tavola. È mare aperto? C'è un faro? Perché questa sensazione da fine della festa? Perché quest'ossessione di chiudere conti, saldare debiti, rinfocolare passioni, prendere nette distanze da ciò che non appartiene?

La ragazza e il suo volenteroso uomo ora sono accartocciati al muro di fronte. Il vento agita i capelli di lei. Biondi mesciati. Ho finito la mia sigaretta e con due dita la scaravento oltre la loro figura fusa in un movimento atemporale e noioso. Rientro. Certe volte sono stato parte attiva in movimenti del genere. Ma, prima o poi, sentivo l'esigenza di staccarmi. Questa notte rigenera canzoni dei Cocteau Twins che non andrebbero riascoltate. Perché amplificherebbero sensazioni poco gestibili. Trascinandomi come un fantasma in un'altra stanza, mi rendo conto che questo momento preciso della notte mi ricorda la colonna sonora del film 'Mysterious skin'. Pressoché uguale. Sono le 2e21. Non ho sonno.

Domani la donna delle pulizie che viene nell'appartamento sotto il mio inizierà ad urlare alle 8e45. Vivo di tempo misurato. Amo gli orologi e l'insonnia fa il resto. Lei inizierà ad urlare e io constaterò che il cielo è azzurro e quindi non promette che una scena fissa, stucchevole. Scrivo male di mattina. Non mi concentro. Finisce che mi innervosisco. E che penso a tutti quelli che non mi va di leggere, perché agenti inquinanti. Di mattina si appartiene più alla propria vita che alla scrittura. E dunque scrivere non funziona. Chi scrive solo di giorno, come un impiegato adibito ad organizzare cartelle e fascicoli, lo vedo come un pazzo. Ma io parlo e ragiono da insonne. E quindi non vale. Poche idee valgono e meritano la conferma, il contratto, il vitto, l'alloggio.
Sono le 3e36 e senza motivo apparente mi viene da ripensare ad una scena di sesso allegro e robusto con la musica di Pino Daniele in sottofondo. Non ricordo se è capitato proprio a me. Le canzoni di 'Vai mò' e 'Ferryboat'. E sopra la musica, il sesso, la foga, le labbra drogate, il ritardo schematico dell'orgasmo. Con questo buio, mi chiedo come si possa arrivare ad un pensiero simile. Intanto il vicino di casa lato destro si è svegliato per pisciare. Come piscia male, questo figlio di puttana. Quattro gocce, sono sicuro che sgrulla e la sua tosse mi da fastidio. Tossisce come un vecchio, ma non è vecchio. È però triste come la vecchiaia anticipata. Uno così, se mai si innamorasse ancora finirebbe per impazzire. Non si sa gestire da solo, figurarsi in due. Ma che ne so io che sarebbe “ancora”? Magari non si è mai innamorato. È abbastanza mesto e avaro per non aver mai provato l'assurdità dell'innamoramento, quello stato di grazia con demoni. Quella fontana di delfini e libertà che poi si trasforma in una statua semovente, un Caronte in cartongesso, uno specchio giocattolo che ti rimanda l'immagine di un illusione da aggregare al resto. Sono le 3e39 e sono ancora vivo, qualcosa pulsa dentro, i bei ricordi non sono soprammobili ma lame vive in un rebus svogliato, la mia persona e il mio corpo.

Una volta dissi a mio padre che soffrivo. Lui mi rispose “ma tu scrivi. È già tanto”. Mi piacerebbe ricordare meglio quella frase di mio padre. No, forse più la sua voce. Mio padre era troppo sensibile, ma è stato bravo nel non farsi divorare. Avrebbe potuto. Tutti avrebbero capito. Io per primo. Mio padre è stato bravo. Mio padre non amava andare a fondo nelle sensazioni di dispersione e scacco. Non poteva permetterselo. Penso di aver preso tutto, anche le sensazioni che lui lasciava a mezz'aria, e di aver invertito tendenza. Prendo tutto. Sono una macchina che funziona solo di notte e qualcosa restituisce. Anche solo parole. Anche tracce troppo leggere per essere riconosciute. Cicche di sigarette. Canzoni dei Cocteau Twins. Alle quattro e qualche minuto guardo l'orologio e crollo. La casa è immersa nel buio e il gatto ha il respiro pesante. I quadri in salotto sono meno bui del resto. C'è odore di fumo, di detersivo, di carta. Forse dormo.

Mi sveglio che sono una maiolica in frantumi con occhi scuri, spettinato, uomo, creativo a corrente alternata, equivoco, masochista il giusto, lucido nelle esplosioni e confuso nel disbrigo delle noie generiche. Se fossi una donna non mi troverei attraente se non i primi sette minuti. Troppe zone scoperte. Troppi predatori nascosti nella quiete del disordine. Ma sono immagini e pensieri stupidi. Sono le 5e52, mi dice l'orologio. Voglio un caffè. Credo di non aver mai fatto sesso con Pino Daniele in sottofondo. Ci manca solo che inizi a ricordare la vita degli altri. Ne sarei capace, perché sono un pazzo insonne.
È troppo presto per le urla della donna delle pulizie. Dormono ancora tutti. Ma io ho esaurito i crediti per dormire. Non scriverò una sola riga stamattina. Non sono uno di quei tipi metodici che si costruiscono il successo scrivendo ad ore prestabilite cose prestabilite. Sono incapace di pianificare. Il mio limite sono i lampi. O forse no. Ma è ancora troppo presto anche per capire qualcosa, per supporre, per trastullarsi.

Seduto in cucina. Niente Cocteau Twins. I quadri in salotto li ho guardati. Con la luce del giorno perdono tutto. Anche io perdo tutto. Lo splendore della paura, come cantavano i Felt. Da fontana divento rubinetto, da uomo che scrive divento uomo che resiste, mi sospendo, commino multe ai miei passi falsi. Dimentico la notte bianca, blu e nera. La notte crudele. La notte clessidra. E “insonnia” potrebbe essere il nome di un profilattico o la marca delle mie mutande. Senza scomodare la trascendenza più volte evocata durante la febbre.

Luca De Pasquale, 29 settembre 2015


28/09/15

Gli sgarri


La signora prende il sole sul balcone, si pettina, muove il collo, fa tante biciclette con le cosce. Noi uomini siamo rozzi e in presenza di scene del genere siamo portati a pensare che voglia passione, sporcizia, sesso. Insomma, che voglia il nostro. Ma è quasi certo che vorrà solo quello del marito. Quelli della mia generazione non sono mai usciti dai film con Alvaro Vitali e con il bravissimo Renzo Montagnani. Siamo tanti Lino Banfi e stiamo ancora lì a fare della filosofia se ci diventa duro nei pantaloni.
Ormai sono stanco della signora che muove le cosce. È più di un anno che me le agita praticamente in faccia. Credo di preferire la mia sigaretta e la vista della tangenziale che brulica. Preferisco guardare anche i gatti nel vicolo.

Mi sto convincendo, intanto, che c'è qualcosa da festeggiare, in questo tempo ed in questo spazio. La mancanza di aspettative, nella fattispecie. Mi trovo bene, benissimo, a non aspettarmi praticamente nulla da nessuno. È, banalmente, tutto da guadagnare. Perché posso dire, dall'alto della mia età di mezzo, che ogni aspettativa è destinata alla smentita totale o parziale. Gli sgarri sono minuscoli, minimi e quotidiani. Ma si accumulano come neve sporca fuori la porta di casa. Le disattenzioni. Le scostumatezze. Le incoerenze egoistiche. Le ripicche. Le scene madri destituite di ogni fondamento. Se sei duro rischi di restare isolato, è vero; ma se ti ostini con morbidezze e attenzioni disinteressate, è probabile che ti si pisci addosso. Magari con il sorrisetto umano. Ti vogliono l'uomo e l'amante adatto, ti vogliono amico ma sovrapponibile alle loro vite e ai loro bisogni. Ti vogliono duttile, come al lavoro. Manovriero in senso positivo. Devi avere un grande spirito di adattamento e devi chiedere poco.
Ma la cosa peggiore è che si offendono. Ma chi? Tutti. Forse me incluso. Ognuno sembra riversare sui vicini le proprie fissazioni, le proprie leggi. Volendo bene, oggi si rischia di mancare di rispetto. E quasi sempre le attenzioni, comprese quelle sessuali, nascono da circuiti personali e non condivisi. L'effetto è quello di una grande stanchezza. E di strafottenza, quasi di inedia. Perché dovrei starti alle calcagna se tu aspetti che te lo dimostri prima io per concedermi poi la tua cortese reazione?
Vieni a vedere il mio concerto ed io leggerò i tuoi libri.
Ascolta tutte le mie geremiadi affettive ed io di riflesso ti dedicherò qualche minuto della mia grande anima.
Fammi godere, saprò ricambiarti. Usi la bocca? Allora lo farò anche io. Tre minuti dopo il mio orgasmo, io ti garantisco il tuo. Potrei pure fingere di sentirti di più, e farlo in spagnolo. So che così vieni prima, vero, stronzone?
Devi condividere con me la stima che provo per Enzuccio; se lo farai, ecco che anche io mostrerò benevolenza per il tuo amico o per quella persona più tua che mia.
Sposami ed io sposerò te. Fammi sentire bella e io ti farò sentire degno di trovarmi bella. Funziona così. Una gran rottura di cazzo.

La cosa più ridicola in assoluto è che ogni tanto qualcuno mi fa notare che io esibisco un insopportabile pessimismo sociale. Lo fa sentendosene fuori: “Ma chi conosci? Che hai passato per pensarla così?”
Che ho passato? Quello che passiamo tutti. Solo che io ho poca pazienza. Il bello è che chi ti fa questo tipo di commenti crede di poterne parlare dall'esterno, e magari è proprio uno dei miei esempi negativi.
Se io dico che spesso l'amicizia è una farsa di egoismo, ecco che arriva l'amicoide che ti da ragione, aggregandosi all'attacco indistinto. Ignorando che lui è uno dei peggiori, e che io spesso penso a lui quando scrivo pesante.
Poi accade il contrario: che un tizio qualsiasi, che tu non ti sei mai cacato in vita tua, si offende per qualcosa che dici o scrivi. Pensa che ce l'hai con lui. Forse lo pensa perché oggi è facile essere paranoici in queste cose. È un difetto che ho anche io. Se qualcuno dichiara che l'anarchia è una cosa di merda, magari io decido di levarmelo dai piedi. Ma magari non ce l'aveva con me.

Sempre di più, credo che sia completamente inutile fingere confidenza, devozione, vicinanza, condivisione. Tanto poi si viene scoperti, e si fanno delle figure di merda. Io apprezzo più chi mi taglia e chi mi dimentica piuttosto che chi mi mantiene teoricamente in vita per far vedere. Perché sembra brutto, perché è inutile essere così chiaramente ostili. Ma è un errore. Meglio la chiarezza che traccheggiare.
Non ho mai fatto mistero, soprattutto ultimamente, che buona parte delle persone che ho conosciuto e frequentato nella mia vita ora non conta più niente per me. Nulla. Meno di una banale novità. Perché magari mi hanno esasperato con banalità, contraddizioni, comportamenti capricciosi, panciate di egoismo e autostima a clistere, perché hanno sbagliato il momento della predica o del complimento, perché volevano garanzia di fedeltà cieca che io rifiuto totalmente.
Ma cazzo, chi l'ha detto che dobbiamo scoparci tutti a turno? O far scopare le nostre anime in un girotondo da scout con le emorroidi, mezzi costipati e mezzi invasati? L'affetto è una cosa che si conquista e che poi si deve mantenere, ma dev'essere spontaneo. Non si torna indietro dai buchi neri. Gli sgarri, al mio paese, anche sgarri minuscoli, si pagano in forma semplice e non cruenta. Si pagano con la fine delle trasmissioni. Niente di orrendo.

Ci ricontattiamo, io e Fanfone. Dopo due righe scopriamo che non abbiamo un cazzo da dirci. E che raccontarci quello che abbiamo fatto separatamente negli ultimi cinque anni sarebbe uno stiracchiarsi sui chiodi, perché nessuno dei due se ne fotte niente dell'altro. Ci sta. Ciao Fanfone, ciao Luca. Senza lacrime. Senza stolide dichiarazioni di autenticità emotiva e di rancore. Ciao Fanfone, manco a dire che è stato bello un tempo. Ci siamo capitati tra le palle per qualche tempo e abbiamo fatto buon viso a cattivo gioco. Finita lì. Stima per la franchezza, stima per l'azione non fasulla. Ciao.

Il discorso di Fanfone vale il doppio per le scopate inabissate nel tempo, per le piacionerie-dildo, per le chat con il cuore appoggiato sul cazzo, per la ginnastica di dodici minuti terminata nel pitale e nei fazzoletti con il ciuccio del Napoli. Abbiamo evitato di andare in palestra e, giusto per movimentare un po' la cosa, ci siamo sussurrati un “ti amo” con i denti lavati. Può succedere.
Da questo ad annoverarci come “ex” ce ne passa, no? E poi “ex” non ha nessun senso. Sono due lettere azzeccate con la sputazza. Ex di che? La parola ex mi fa pensare all'estinzione. Ex è quello che sono stato, quello che credevo di essere. Poi mi sono mandato affanculo da solo. Nel futuro. Senza chiedere il permesso a nessuno.

“Indurisci il cuore”, dicevano in un bel film. Spesso ci ho pensato, negli anni. Però magari ho indurito l'uccello, oppure ho stretto le pacche. E pensavo che stavo indurendo il cuore. Perché è facile pensare di fare letteratura della propria vita anche se si scrive solo la lista della spesa. Troppi libri. Troppe canzoni. Troppi film. Ed è così che un'ovvia e legittima dichiarazione d'intenti, “ehi tu, mi piaci un po', mettimelo dentro e facciamo finta di volerci bene” diventa un po' ridicolmente il plot di un romanzo da abortire. È incredibile quanto siamo affamati di sogni e quanto sbagliamo.

In questo spazio, in questo tempo, mi sento abbastanza okay. Mai del tutto. Se così fosse, mi sarei sparato per la noia.
Mi sento mezzo okay perché la luna tramonta proprio nel pozzo. E lì affoga. Perché la bellezza dell'alba non è per gli stronzi. Perché non cerco ricchezza e notorietà, ma fiamme. Perché ho smesso di credere di poter costruire qualcosa di riconoscibile e di non equivocabile. Tutto è equivoco e momentaneo. Meglio l'improvvisazione che la monomania. Meglio puzzare di zolfo che vendere false boccette di acquasanta. Mai santificare i motivi per cui gli altri si interessano di te. Quelli non sono miracoli. Quella è la vita, senza sovrastrutture. Ci si piace, ci si spiace. Gli anelli valgono quanto i profilattici. Le promesse sono cocci che il gioielliere spaccia per pezzi unici, e tu per questo dovresti incidergli la gola a sangue. Spesso ci si insegue per convenienza. Per non crepare. Lo si dovrebbe ammettere. Si starebbe meglio.

“Ti giuro che prima o poi leggerò quel pezzo che hai scritto...”
Dici davvero? Oh, ma allora devo cacarmi nei pantaloni e portarti gratitudine. Una di queste sere ti porto a casa un pollo fritto e se vuoi parliamo un po' del nostro passato, quello che non abbiamo mai vissuto. Quello che forse ci ha suggerito quella merda di facebook, o un'amicizia in comune che non si fa i cazzi suoi.
Fammi uno sgarro serio: dimmi che non te ne fotte niente. E io, allora, stima.
Ma non farlo dire prima a me, diamine.

LdP, 28 settembre 2015

26/09/15

Un'enfasi insopportabile


Io faccio sesso solo quando un uomo mi fa sentire a casa”, mi dice un'amica. Ne capisco il senso, non sono ancora andato del tutto, ma è chiaro che si tratta di una follia.
Ho enormi difficoltà con tutte le patetiche dichiarazioni che si rilasciano in materia di sesso ed affettività. Le trovo sempre poco calibrate e molto enfatiche. Quello che meno sopporto al mondo è quest'aria di solennità che si respira in giro. Questa solennità tediosa che si vorrebbe spacciare per serietà, tanto si somigliano.
La solennità risulta quasi sempre ridicola. E gli afflati, reali o posticci che siano, mostrano sempre un lato b ben poco attraente, è come se un impiegato con la pancia e i denti incapsulati indossasse un perizoma per voi e cacciasse la lingua per tentarvi.
Se nella mia vita avessi fatto sesso solo quando qualcuna mi faceva “sentire a casa”, allora non avrei mai potuto sostenere un rapporto completo, ma solo un prudente petting da microdotati.

Ma, mentre mi disturba questo emettere comunicati stampa della propria anima, al contempo mi sento in colpa. Già. Perché mi rendo conto che anche io precipito nell'indifferenza e nel sospetto, nella noia e nella farsa dell'ascolto. Proprio io, che tanto fustigo la molle e burrosa indifferenza dei rapporti umani. Dunque, predico bene e razzolo molto male. Forse non è colpa mia se mi annoio così facilmente e se il mio senso del ridicolo è davvero tarato in modo da precludermi molte conversazioni. Le persone che non prendono nulla sul serio, gli eccentrici autoreferenziali, sono una delle piaghe dell'umanità, d'accordo; ma è così complicato dare credito agli istintivi e compulsivi manifesti programmatici che molti ti vomitano addosso.

Superati i quaranta, per esempio, è chiaro che tu senza figli dovrai sorbirti tutte le melliflue disquisizioni su come è bello averne. Tu, che sei stato un qualsiasi pirata sentimentale del cazzo, sei condannato a sorbirti le giuggiole di chi nell'altra metà vede l'eterno, il magnifico, il miracolistico.
Anche con chi è impegnato nel perseguimento di una fede, una qualsiasi fede, diventa un problema. Perché tu non sei nemmeno ateo, sei semplicemente un cazzone che non ha trovato Dio e probabilmente non lo troverà mai. E hai pure addosso un senso di colpa per questo, perché sai che il tempo è poco e dovrai prima o poi fare i conti con l'Enorme Nulla Bianco. Il credente, il credente in qualcosa, è spesso intransigente e ti tratta come un mendicante sfortunato. E tu dici vaffanculo e te ne vai, disturbato.
Questo vale in tutto. Ad esempio, anche in politica. Due anni fa feci il grossolano errore di dare un piccolo contributo al Partito Democratico. Forse ero stanco della mia anarchia totale, dell'individualismo spremuto, ma non ne ero affatto convinto. Forse era un modo patetico di dichiararmi “non sarò mai di destra”, ma non è che ne fosse bisogno. Probabile che io fossi caduto nella marchiana ed usuale trappola del “ora che non sono più tanto giovane devo essere un moderato”. Credo però fermamente che la moderazione sia una forma di compromesso inaccettabile. D'altro canto, è impossibile reinventarsi il “pasionario” che non si è e non si è mai stati. Con i pasionari non ci sono mai andato d'accordo. Troppo assolutisti e acritici, nella maggior parte dei casi. Invasati ed ortodossi della loro ortodossia. Schierati a prescindere, populisti e contraddittori in modo esasperante. Già a scuola, con i pasionari delle occupazioni volavano accuse al vetriolo. Mi sembravano un gregge di annoiati alto borghesi con il pallino dell'estremismo intelligente. Io mi facevo i cazzi miei ed ero interessato a forme di ribellione più estreme e più individualiste. Mi piaceva sentirmi solo contro la società e non volevo sodali e solidali tra i coglioni. No, non sono un pasionario. Sono distante in modo equivalente dai pasionari e dai conservatori borghesi. Le fedi che ti danno il kit e la divisa per dimostrarti degno mi fanno schifo. Quel che è certo è che sarò sempre con la minoranza, che non nego ciecamente l'esistenza (e il peggioramento) degli squilibri sociali ed economici. E che con i ricchi non ho niente a che spartire. È già molto. Mi piacerebbe credere all'uguaglianza, ma non è attuabile. Sarò morto da decenni e ci sarà ancora qualche utopista di buona volontà. Auguri.

Il mio ex compagno di università Orto Medro si è innamorato di tale Giordana. La scintilla non è scoccata in chiesa, Dante è lontanissimo, ma in un negozio di commercio equo e solidale. Ora convivono e hanno organizzato un cineforum casalingo molto radical chic per loro e gli amici della cricca. Guardano quasi esclusivamente film impegnati. Fanno uso di bastoncini d'incenso per depurare l'aria (io starnutirei), si sono iscritti ad un'associazione di zona per il recupero di tossici ed ex delinquenti, viaggiano in posti che diano loro l'idea della conoscenza del mondo, bevono vino rosso, si imboccano l'uva e scopano alternando contumelie lubrificanti a penose metafore animaliste, del tipo “orsetto adorato” e “cicala del mio cuore”. Accidenti, che merda. Orto Medro è sempre stato un tipo stucchevole, su queste cose. Per lui il sesso è una santa icona di fusione. E per questo, per crederci ancora di più, si comporta come un peluche di cinghiale con il piccolo pene rosa che spunta come una benedizione. Se assistessi ad una loro scopata, credo che dovrei solo convincermi che vanno abbattuti. Orto Medro e Giordana credono nella natura e nella forza della coltivazione, nei cieli orientali, lui non le chiederebbe mai di venirle in faccia o di farselo succhiare con il rossetto, perché è convinto che così mancherebbe di rispetto a tutte le donne. Lui -in modo contraddittorio- è però disposto a praticarle il cunnilingus, proprio perché è un peluche idiota e perché nella sua vita ha scopato pochissimo ed è un insicuro: su dimensioni, sostanza, larghezza e movimento. Mi hanno invitato al loro cineforum, ma non mi va di guardare un film prodotto in Costa D'Avorio dal primo stronzo umanista che poi va in giro a dire di essere un filantropo. Mi piacciono film senza speranza, crudi, lividi, film che non mi facciano -paradossalmente- evadere da quella che è la mia percezione della realtà. Se vivo il fango, io devo capire il fango; non imbellettarmi e simulare un viaggio in Africa con una finta bibbia progressista in mano.

Oggi è una giornata d'autunno che però fa pensare alla pizza, alla nostalgia incurabile, agli errori e alla spaventosa crudeltà del dover scegliere questo invece di quello. Mi sento come un figurante dell'ultimo film di Jean-Pierre Melville, il più cupo, e so che non guarirò. Quindi non accendo bastoncini d'incenso e preparo l'ennesimo pacco di roba da buttare: vestiti, scarpe, carte, mie tracce. Meno se ne trovano, più volerò in alto.

LdP, 26 settembre 2015









23/09/15

A spasso nella Libreria Oleografica Vesuviana


Si fa confusione tra il silenzio e il mutismo.
Come tra la solitudine e la disperazione. Come anche tra la 'maturità' e i risultati conseguiti nella vita. Si fa confusione tra stravaganza e ribellione. Si mischiano le carte tra bontà ed ipocrisia. Si assolutizzano i buoni esempi e si massimizza l'impatto negativo delle pecore nere. E poi, amore e bisogno d'amore sono stati da tempo chiusi in una stanza, nella speranza che prima o poi siano una cosa sola.
Detesto il mutismo, che mi ricorda sempre la passività; invece amerò fino alle fine il silenzio. Il silenzio scelto. Il silenzio che permette i gesti, che non annacqua tutto nel rumore e nelle evidenze.

Nei negozi, evito come la peste i commessi a gamba tesa.
Posso esserle utile?” No, smamma. Non puoi essermi utile. Quando ero commesso io, non ho mai chiesto a nessuno se potevo rendermi utile. Ero pagato per lavorare. Osservavo, guatavo i clienti, quasi li pedinavo. Ma non chiedevo niente, checché ne dicessero quelle merde in perenne corso di formazione, corsi di vendita proattiva, empatica, aderenziale forse, una vendita allo scanno, da tabellina dei premi. Il dipendente che vende di più avrà in omaggio un robot intelligente per pulire casa. Un Ipod. Una cena alla pizzeria Squacchiariello, quelle in centro che fanno le vere pizze napulegne al gusto di legna, di Vesuvio e di felicità del sud.
La parola 'team' mi fa pensare alla formula Indy, mai ad un formicaio di disperati che devono vendere prodotti. “Non sai fare squadra”, mi dicevano gli invasati. Ma io non volevo fare squadra. Neanche un po'.
Non ho mai creduto alle grandi famiglie. Penso che sul posto di lavoro è più accettabile il sesso che l'amicizia.

Entro in una libreria e mi deprimo. È tutto catalogato e categorizzato secondo i gusti della gente e secondo le libere associazioni del lettore medio. Quelli che loro credano sia il lettore medio. C'è un enorme settore nomenclato “Letteratura Napoletana”, con tanto di neon che figurerebbe bene tra le chiappe di Babbo Natale. C'è un po' di tutto: si passa da Marotta a De Crescenzo, passando per i nuovi astri e quelli che hanno l'unico merito di essere nati in Campania, neanche in città. Risultano affiancati lo scrittore giovane-vecchio che da anni scrive di sesso e cornuti nei quartieri Spagnoli e quello che non lascia passare due pagine senza parlare di terre dei fuochi e di camorra. Camorra che è ovunque, come sostiene ogni volta che gli chiedono un parere, foss'anche sui risultati del Napoli. Dal lattaio, dal commercialista, persino nascosta nelle colonnine che distribuiscono grattini per il parcheggio. Sono molti gli scrittori napoletani/campani che chiamano alla rivolta, che esortano il lettore medio a palesare tutto il coraggio insito nella nostra terra depredata e martoriata. Lo fanno con grossa pervicacia, dai loro bei loft al centro storico o a Posillipo. E riescono a convincere, perché il grande difetto degli uomini è sentirsi la coscienza sporca se non partecipano al rinascimento di qualcosa. Se non ti indigni, ti fanno capire, non sei vivo. Se non partecipi, sei fuori dalla società e potresti prenderti del vigliacco. Gli scrittori esortativi e civici questo fanno; vellicano come vibratori i sensi di colpa degli indecisi, degli appannati, di quelli che si cacano sotto di non piacere alla gente.
Stesso motivo per cui i romanzi di (finta) formazione coinvolgono, meglio ancora se dentro ci sono vecchi e bambini e naturalmente un'orda di cattivi, di
stupratori seriali, di padri padroni, di bulli scolastici e post-scolastici, di camorristi con la croce d'oro in petto e l'altare di S. Giuseppe in casa. E poi non può mancare l'eroe di turno, l'ex scugnizzo che è andato a vivere a Brembate e torna per senso della sua terra, oppure il semplice ma determinato investigatore con due divorzi alle spalle e una passione per i vecchi orologi svizzeri. Purché Napoli e il sud vincano, vincano di nuovo, levino la loro voce stentorea e oleografica il giusto per titillare la codardia quotidiana dell'uomo medio.
Dopo dieci minuti, mi sembra che tra questa libreria e un qualsiasi negozio di materiale hardcore non ci sia alcuna differenza. Anzi sì; in quell'altro tipo di esercizio ci vai con il cazzo ritto, assediato da ruscelli di sperma e di rancore, e sai che troverai quello che ti serve. In posti come questo, invece, ti impallinano con polpette commerciali e morbuali che andranno a riempire gli spazi vuoti della tua condotta colpevole collettiva.
Il commesso ha capito che non ho bisogno di lui. Sta ronzando attorno ad una cliente vestita di bianco, con nel sorriso una naiveté un po' artata. La donna ha le cosce abbronzate e fa venire voglia di sentire tutto il calore impensabile delle sue gambe sode strette alla vita. È una donna innegabilmente arrapante, capisco cosa sta passando per la testa del commesso sudato. È quel tipo di donna che basta apra bocca e tu non capisci più un cazzo della tua vita e dei suoi dintorni. Quella donna-sirena che è anche onesta e più intelligente di te, intendiamoci; ma la sua bellezza ti rende stupido da subito e condannato a girare a vuoto.
Mi avvicino alla scena. Il commesso è visibilmente confuso. Parlano, ovviamente, di libri: credo del romanzo di una scrittrice femminista americana. Dal vestitino della donna provengono zaffate dolciastre che danno alla testa; i suoi movimenti sono armoniosi e sembrano comporre geometrie carnali inattuabili.
Il commesso cerca di ottenere il numero di telefono della donna. Dopo il telefono tenterà su facebook, su whatsapp e skype; chissà come andrà a finire.
Prima di uscire dalla libreria, cerco inutilmente libri delle edizioni Sur e vecchie edizioni Iperborea prima che “giallo Svezia” iniziasse a trionfare nelle case degli italiani del sud. Non trovo niente. Però, se io volessi i libri di quello scrittore che “esce in televisione”, quelli ci sono proprio tutti. Regole del mercato, chiaro. In questa libreria -una di quelle nate per reazione alla mancanza di librerie- c'è tutto quel che si vende e nulla di quello che potrebbe restare inevaso e finire nei resi. La cosa in sé è ineccepibile e non posso far altro che andarmene affanculo con le mie liste impossibili di russi minori, olandesi rimbaudiani e stampe fuori catalogo da decenni.

Una ventina di minuti più tardi, nei dintorni di un circolo di patatinerie brulicanti, riappare la donna vestita di bianco. È davanti a me e il suo odore potrebbe sedurre una legione di uomini eterogenei. Mi accorgo di lei e ne percepisco di nuovo la potenza medusea, ma è come se fossi immune dal virus. Tempo fa l'avrei seguita. Avrei cercato di contattarla. Sapendo che io sono uno a termine, che nel propormi non spaccerei mai una sola stilla di eternità, e che dunque sono votato alla precarietà. Non mi sono mai proposto come un affidabile elettrodomestico. Nasco e muoio in continuazione. E quanto all'aria dolente, quella me l'hanno insegnata a scuola, mica è una trappola o uno specchietto per le allodole. E che cazzo.

Una ragazza con le tette grosse ed una maglietta promozionale non ben chiara mi sbatte un volantino in faccia: “Ciao, prendi!!”. E certo che lo prendo. Lo prendiamo tutti, prima o poi.
Si annuncia l'apertura di una nuova libreria. Anche qui si usano parole grosse: “CHE LA CULTURA SI RIPRENDA LA CITTÁ”. Ma anche: “TI ASPETTIAMO, RISPONDI ALL'APPELLO DELLA NAPOLI CHE LEGGE! PER TE SCONTISTICA PERSONALIZZATA E INTERATTIVA! MA CHE ASPETTI, ALLORA?”
E che aspetto? A me basterebbe che mi procuraste tutti gli scrittori svedesi, danesi e norvegesi senza commissari, quelli per intenderci discepoli dei padri esistenzialisti ed anarchici. Ma non me li procurerete. Come gli scrittori uruguayani e i baltici minori. Mi proporrete un altro Masaniello visionario, di quelli che vedono la terra dei fuochi anche nel cesso del bar.
Questo si porta e questo mi proporrete. Ed io non verrò.

La luce della sera avanza come un mantello monco, perché ai lati del cielo c'è ancora l'aura solare. Sono nato sotto il Vesuvio, ma dentro di me c'è una distesa di fiordi. Alla pizza preferisco l'armagnac. Al mutismo preferirò sempre il silenzio.
La dama bianca la sto superando in questo momento, senza girarmi. Il suo profumo arriva come una coltellata tra nuca e fiordi, quei colpi che zittiscono e poi si trasformeranno in parola scritta. E nient'altro.

Luca De Pasquale, 23 settembre 2015



22/09/15

Accerchiato


Puzza di carne alla brace alle 16e05. Nausea.
Lite domestica alle 16e07 con recriminazioni e rivendicazioni. Orrore concettuale ed uditivo.
Alle 16e12 mi chiamano alle crociate: aderisci al gruppo pro qualcosa o qualcuno, ne va della tua coscienza civile, non possiamo essere tutti pecore. Sono le parole che mi ammoniscono: mi ingiungono di “prendere posizione”.
Ma mi è impossibile prendere posizione su qualcosa che non mi interessa minimamente. E le crociate, anche quelle che sembrano buone, non mi appassionano per niente.
Non siate pecore” è la poco velata minaccia etica. Ne prendo atto. Ma voi che tuonate dai pulpiti, voi puliti, voi cuori empatici, voi fortezze di bontà, voi predicatori laici del giusto e del vietato vietare, voi per me dovreste mettervi a pecora. Tra di voi, si intende. Io non parteciperei neanche in quel caso.

Alle 16e27 mi telefonano da un call center. Una voce di uomo frigido mi recita la pappardella a memoria.
Non mi interessa”, dico.
Ma signore, lei...”
Riaggancio.
Lo stesso stronzo ritelefona alle 16e33. Mentre dei bambini angloitaliani si menano nella casa a fianco, con il padre che ride come un idiota. Io stavo cercando di lavorare. Al telefono è proprio lo stronzo di prima. Faccio una voce di donna anziana, non so nemmeno se mi riesce. Fingo di non capire niente. Una vecchia befana suonata, agli ultimi spiccioli di vita. Il tipo sembra volerne approfittare, il bastardo. Caccio la mia voce normale, lo tratto di merda, lo lascio silenzioso.
Alle 16e44 mi arrivano due mail da Twitter, pronuncia napoletana “tuit-er”. Due nuove persone mi seguono. Uno è un chitarrista acid blues da Glasgow. L'altra è una tipa cinese che nell'avatar si infila le mani tra le cosce. La blocco subito.

Con grande fatica arrivo a sera, riuscendo quasi a finire il lavoro. Sono nervoso e ho fumato troppo. Allora, per acquietarmi, devo pensare a qualcosa che mi rassereni. Mi viene da pensare a “Confidenze troppo intime”, il film di Patrice Leconte che ho rivisto ieri per la terza volta. Elegante, bello, di sostanza. Luchini stratosferico. Se fossi una donna, uno come Luchini mi farebbe innamorare. Molto più dei mascelloni, dei forzuti e dei seduttori dozzinali in circolazione. In genere, mi piacciono personaggi più estremi di quelli che incarna Luchini. Ma Luchini, come Auteuil, è una cosa a parte. Corre il perenne rischio di interpretare se stesso. Come tutti i grandi attori, del resto. E subito dopo aver pensato a Luchini e a Sandrine Bonnaire, ecco che mi ritrovo seppellito da suonerie, da sms, da messaggi vocali, da volgarità domestiche ben udibili, da abitudini invasive. Mi convinco sempre più di essere uno di quelli che dovrebbe vivere in una piccola casa più o meno nel nulla, ma a dieci minuti a piedi dal centro. Per comparire e scomparire a mio piacimento. Per decidere quando, come e perché. Ora sono abbastanza lontano da dove ho sempre portato la mia faccia, ma non basta. Non è ancora come vorrei. Non voglio sentire il vicino che piscia e si masturba, o che esulta al gol della sua squadra del cuore. Non voglio dover cambiare marciapiede perché ci sono dei coglioni che si fanno dei selfie. Non voglio assistere al corteggiamento a canna ritta dell'uomo sposato con figli alla ragazzotta coscialunga della palazzina in fondo alla strada. Non ho piacere a fumare sul balcone di notte mentre degli sconosciuti sudaticci ci danno dentro con pratiche orogenitali e lavoretti “quick” di ago e cucito. Non accetto il medico di paese, l'unica pasticceria della zona, non tollero lo sguardo curioso di chi ti fissa e non ti saluta, ma sa tutto di te. Tutto quel che è codificabile.

Penso che quel film di Leconte parli, più o meno, di gesti doverosi di allontanamento e avvicinamento, a seconda di quel che si prova veramente. Ma è difficile. Non tutti se ne accorgono, ma le ali sono tarpate se non inesistenti. I condizionamenti sono troppi e spingono verso succursali di caos.
Non firmerò la petizione delle pecore, non caccerò fuori la mia coscienza civile posticcia come fosse un dildo in erezione, e poi devo ammetterlo, la porzione di silenzio che mi sono ritagliato non mi basta.
Forse, se potessi disporre di un'espressione bambinesca e sincera come quella di Luchini, le cose sarebbero più facili. Potrei indossare degli eleganti pullover malva e nessuno mi romperebbe l'anima. Forse ho commesso degli errori. Forse ho sfiorato troppi mondi nei quali non c'entravo un bel niente.
Tutte questioni insolute e momentanee. Credo proprio che a breve guarderò quel film per la quarta volta. Perché il volto di Luchini, quando nel suo studio entra la Bonnaire, è uno dei momenti cinematografici che adoro. Quasi come il contegno di Stéphane/Auteil quando -in “Un cuore in inverno”- resta solo davanti ad una tazzina di caffè.

LdP, 22 settembre 2015

21/09/15

Labbra, cuore, specchio


Oggi mi hanno colpito due scene.
La prima, la vetrina di un fotografo. In prima fila sulla mensola di vetro -impolverata- campeggiava un album dal titolo “Fabrizio: i miei primi meravigliosi 18 anni”. L'immagine di copertina ritraeva il suddetto Fabrizio, un rubicondo e paffuto ragazzotto in giacca e cravatta.
Un album fotografico per una festa di 18 anni? Un album-sunto dei primi 18 anni di vita? Impensabile. Mi sono fermato e ho guardato il volto del ragazzo per almeno un minuto. Sorridevo a pensare come sarebbe un mio album “I miei primi contraddittori 43 anni”. Innanzitutto, in copertina non ci sarei io. Probabile un quadro di Bacon o Spilliaert. Nell'album non ci sarebbero che poche foto; più probabile che ci potessi inserire articoli, fotocopie di bollette, lettere di licenziamento, intimidazioni di Equitalia, corrispondenza con musicisti e artisti in genere. L'album vivrebbe massimo un mese, poi lo getterei nel fuoco. Odio le reliquie. I souvenir celebrativi. Odio puntellare la mia vita di eventi da ricordare. Una sorta di clessidra della morte, un abominio autentico. Non voglio ricordare giorni di calendario, voglio ricordare le sensazioni. Austerità assoluta, nessuna celebrazione.

La seconda scena. Squallidi tavolini di un bar a ridosso di una fermata d'autobus. Un ragazzo piuttosto in carne con l'alopecia, la sigaretta in bocca e addosso una tipica t-shirt di gruppo musicale non ben identificato. Mi sono chiesto chi stesse aspettando. O cosa. Me lo sono immaginato innamorato da anni di una che non se lo fila, se non come rincalzo. L'ho immaginato piangere segretamente per lei. Dedicarle delle canzoni che lei non degnerà della minima attenzione. Uno di quelli che scopa poco o pochissimo in attesa del grande amore, del rimborso spese del padreterno, della fantasia che diventa una colomba e non una macchina atta a massacrare. Finirà con lo sposare una donna che non ama, ma che è carina e devota. Finirà in canottiera a guardare sport. Porterà la bara dei suoceri, quando sarà il momento. Non ci sarà mai un vero istante di ribellione nella sua ingenua vita. E di questo mi dispiace.
Perché di fronte a prospettive del genere, io sceglierei mille volte l'autodistruzione. Non puoi sposare una persona che non ami. Non le puoi restare accanto, se poi scopri che non c'è niente. Che è stato un equivoco, una frizione di errori tra inguine ed arterie.
Me lo vedo, il ragazzo con la sigaretta in bocca, fare ragionamenti equilibrati sull'affetto da dare e ricevere, sui sacrifici di coppia e altre stronzate del genere. In troppi continuano a pensare che l'amore ci sia dovuto. Non è così. L'amore è qualcosa in più. È di certo un bel miracolo, ma sempre sorvegliato da uno stormo di avvoltoi pronti a fare scempio della prima incertezza fatale. L'importante è saperlo. Sapere che niente è garantito e niente è giusto di suo. Applicare un po' di inumanità necessaria alla proprie manie di rischio e tentativo. Tutto qui. Buona fortuna e niente fiori e neanche opere di bene; solo un fiammifero nella notte più fredda dell'anno o un bacio su uno specchio appannato, fingendo che siano labbra.

Poi arrivo a casa e il mio cuore è lucido come uno specchio sotto i colpi di straccio di una donna annoiata. Vorrei divorarmi il cuore e addormentarmi. No, forse no. Solo sostituirlo. Il mio cuore è un cross-fader. Il mio cuore è uno stick di rossetto nel quale hanno invertito e confuso i colori. È la luna che mi scrive in faccia e mi prende in giro. Il mio cuore è sopravvissuto ed io non ho mai imparato a perdonarlo per questo. Con lui uso il rasoio, la frusta, la parola, l'umiliazione della confidenza non richiesta, lo oltraggio con i miei capricci, lo sottovaluto, lo metto in castigo dietro una lavagna di ghiaccio. Lo costringo a guardare film notturni con me e le mie schifose sigarette. Lo deprimo, con le mie ipocrite tirate contro la bellezza. Perché sono un ipocrita, un pessimo attore, un baro e un mercenario per ripicca. Perché sono un volgare cronista di cicatrici e mi manca quasi sempre il coraggio migliore, quello della luce del sole.
E anche oggi, pur continuando a sorridere come un ebete, propinerò al mio cuore diapositive di luoghi abbandonati, poesie interrotte, rivoluzioni sessuali senza promesse, canali radio all'ultima trasmissione, battelli da lago che ospitano sempre almeno un personaggio di film o di libro, quel disco dei Church che è una corteccia scura e morbida come il letargo. E anche oggi sarà lui a compatirmi, fingendo di essere convinto di battere nel petto di un personaggio da film di Zurlini. Mi dirà che è vero, che somiglio a Daniele. Che ho quella nobiltà di distruzione dentro. E poi mi esorterà ad un gesto calmo, sensato, come si fa con i malati, con gli uomini in esilio, con i ribelli che non sanno maneggiare bandiere e dunque tornano bambini.


Luca De Pasquale, 21 settembre 2015



20/09/15

La ruga Steve McQueen


Writing is a defence against boredom, but it's also a cure for melancholy”
Bohumil Hrabal

Ho già scritto di Paddy McAloon e dei Prefab Sprout.
Ma quanto mi mancano. Lo so che Paddy fa ancora musica, a dispetto della sua condizione di quasi cieco, ma non è la stessa cosa. Mi manca “Steve McQueen”.
Perché “Steve McQueen” non è un semplice disco: è una condizione dell'anima. Niente di meno. Al di là di ogni becero gioco di etichette, che ormai mostrano tutta la loro pochezza, inflazionate in forum, libri, pagine social, chiacchiere saputelle senza passione. Con “Steve McQueen” ce ne si poteva fregare tranquillamente, di cosa fosse. Di quale recinto disciplinare gli fosse destinato. Non era solo pop.
Steve McQueen” ha cambiato molte vite di quelli che hanno la mia età. Quel mondo, quella condizione, sono poi venute a mancare. Con quel disco ti potevi innamorare anche di un pezzo di lego, un poster, una luce esterna, un odore di febbre. Con “Steve McQueen” eri semplicemente e meravigliosamente predisposto all'amore. Quali ne fossero le conseguenze. Una delusione, con quella magia di vinile, finiva per essere un pretesto per nuove sensazioni. Canzoni perfette. L'immagine della giovinezza che non si arrende davanti a nulla, che idealizza ed estetizza, sì, e che se ne fotte di soffrire per un po'. Tanto, sembrava dire l'immagine in copertina, ti innamorerai di nuovo e sarà ancora meglio. Quel mondo è venuto meno, alla fine dei conti. E con lui, anche le cause, le conseguenze, la sventatezza, l'ottusità, la caparbietà, la capacità di guardare nell'acqua torbida e scovare comunque sirene.

Sono trascorsi trent'anni da quando acquistai quel disco. Non sono mai guarito. Sono ancora perdutamente innamorato di quei solchi, ma è come guardare la foto di una bellissima donna mai più incontrata, che oggi si può solo immaginare parzialmente sfiorita e purtroppo -sì, purtroppo- pacificata. Imborghesita. Smemorata. Una donna che non avresti mai il coraggio e la sfrontatezza di ricontattare, per il terrore di ottenere in cambio una visione deprimente, di letale malinconia. Non c'è niente di peggio di ricordare chi potevi amare o chi ti ha amato, finendo per conservare solo la sensazione di una porzione di tempo sopravvalutata.

Ogni tanto mi rifugio in “Steve McQueen” e anche nei dischi successivi dei Prefab. Probabilmente per sfuggire a quella follia invecchiata del settorialismo musicale. Coinvolto anche senza voglia in sterili discussioni tra puristi, so che se torno verso i Prefab Sprout e Paddy McAloon non dovrò districarmi tra diktat, ampollose e ridondanti descrizioni della musica e del contesto che l'ha generata. I Prefab Sprout erano un modo di sognare, di non arrendersi. Di concepirsi, soprattutto, come creature difettose ma in grado di amare. Di amare sul serio. Di rivoluzionare tutto per seguire istinto e passione.
Oggi sento latitare quel coraggio forse sciocco, non tanto nelle persone quanto nell'aria. Quell'aria, quella scenografia tra sogno e veglia, sono estinte quasi del tutto. Spesso mi guardo attorno e non vedo altro che ragionieri affettivi. Gente che urla ai quattro venti di amare ed essere riamata, ma che in effetti si barcamena tra psicologia da latrina, romanticismo da sgrassatore per il cesso, con l'aggiunta di insopportabili tempeste calcolate e sterzate grottesche e fuori tempo verso l'errore consapevole.
Gente che dovrebbe finire a Forum, in quelle farse attoriali di bassissimo profilo che vorrebbero convincerci della loro autenticità. Prendi un guitto di Pordenone ed uno di Napoli, mettili insieme a raccontare che erano amici per la pelle e che hanno litigato per una donna. La quale poi si presenta in studio e dall'accento scopriamo che è di Perugia. Jules et Jim in versione per ebefrenici, con tanto di giudice fasullo.
Mi manca da morire Paddy McAloon. Come se lo conoscessi. Come se parlassi del mio migliore amico, io che per scelta ne ho pochissimi e che prima di fidarmi del tutto dovrò farmi un catetere.
Sulla mia carta d'identità, quel fetido rito di riconoscimento cartaceo, vorrei la foto di Paddy sulla copertina di “Steve McQueen”. Ma mi andrebbe anche la foto del fratello Martin, per inciso un bassista di gran gusto (ecco che anche io scacazzo fuori dal vaso emotivo per mostrare la competenza, come siamo deboli e penosi).

Il 1985 non tornerà mai più. Sto diventando sempre più blu, con il passare del tempo. Appena mi distraggo, finisco a sgranocchiare il mio enorme croccante al gusto malinconia. Me ne sbatto dei miei capelli grigi, delle rughe d'espressione, degli acciacchi fisici che mi ricordano la fine delle energie inesauribili. Me ne frega invece che quel disco ancora è unico, irripetibile, e che mi fa un po' male, lo ammetto. L'ho già detto e scritto troppe volte, che tutto ciò che mi piace è un mezzo dolore.
Stasera il vento è finalmente fresco, stasera non mi sento particolarmente giovane ed ecco che quel disco torna a girare sotto la puntina della mia malinconia, un disco rotante che sprigiona bellezza non ammuffita e che si muove dentro di me come un'affettatrice.
Non so quante rughe ho adesso, proprio mentre chiudo questa breve nota, ma è certo che la più profonda e tenera, probabilmente tenera, è quella di “Steve McQueen”.

Luca De Pasquale, 20 settembre 2015

19/09/15

Viola, mutevole e addestrato al buio


Stanotte un incubo mi ha preso alla sprovvista. Mi sentivo inseguito perché inseguivo. Mi sono svegliato e mi sono ritrovato quasi per terra. Ho aperto gli occhi. Le tre e venti. Non sapevo cosa fare. Mi sono guardato nel vetro della finestra. Ero quasi bello. Mi sentivo molto uomo. Uomo fino in fondo. In maniera eccessiva, inutilizzabile, pericolosa. Bugiardo, anche. Bugiardo con me stesso. Con quell'uomo che si era appena svegliato, io.
“Va tutto bene”, ho sentito dire ai miei pensieri. Bugiardo.
Ma mi sentivo anche un ladro. Uno specializzato in effrazioni. Un ladro gentiluomo condannato da un'idea fissa. L'idea fissa come metodo di splendida tortura.
Avevo fame. Avevo sete. Avevo voglia di chilometri e chilometri di notte da sorvolare. Sentivo la pelle come lava semovente, faglie incerte e dolorose del risveglio. Maremoto. Porto sepolto. Memoria del domani stampata sul muro come un calendario.
La fame ha iniziato ad assediarmi, ma sapevo che si trattava di una fame diversa, erano spasmi e movimenti verso la mia stessa bugia, mi sono disprezzato per qualche minuto.
Mi sentivo viola. Viola in tutto il corpo. Impossibile da spiegare. Viola, mutevole e addestrato al buio. Mai come in questo periodo. A sorpresa e senza possibilità di invertire la marcia.

Mi sono vestito. Ho mangiato dei biscotti senza accorgermene. Ho aperto tutto: finestra, porta, occhi, fantasia. Non ho resistito e ho acceso una sigaretta. È durata troppo poco e l'ho divisa con il signor Vento. È durata troppo poco come tutto quello che mi accende e mi trascina. Dopo il fuoco c'è l'assestamento e il silenzio, ed io non riesco a sopportarli. Non posso chiedermi di pazientare e accettare gli alti e i bassi.
Mi sono seduto per terra a guardare il cielo notturno. Ho cercato nella memoria treni, navi, viaggi, mi sono chiesto se la mia pelle ha ancora lo stesso sapore di anni fa. Non è possibile, ma io non lo saprò mai con certezza.
Ho iniziato a sorridere quando il mio cervello mi ha segnalato una delle verità più aggiornate della mia vita, e cioè che non riesco più a dormire. Non sono più capace di dormire.
Inseguivo qualcosa nel sogno, e questo è bastato a farmi sentire assediato, circondato da variazioni non gestibili, ipersensibile e condannato a restare sveglio e tacere, oppure mentire. Che poi è la stessa cosa.

Ho ricordato quei versi di Keats che mi colpirono:

Bellezza e verità sono una cosa
questo è quanto sappiamo sulla terra
e questo è tutto che sapere importa

Impossibile gestire quel disordine che ti giudica comunque colpevole, e che finalmente non è ripugnante, ma ha qualcosa di profondamente attraente.
Ho capito che non posso arrivare a spiegarmi razionalmente perché resto sveglio di notte e al contempo -pur stanchissimo e provato- sento gorgogliare roba dentro che non conosco, che troverei stupida se ci pensassi a lungo, che potrebbe apparire come una forma di dolore ed invece non lo è.

Mi sono alzato definitivamente. Un nuovo capitolo della mia insonnia. Dell'atroce distanza dalle stelle, parafrasando De André. Ho acceso una luce fioca ed ho iniziato ad aspettare la mia pazienza, la mia resa. Senza forzare. Senza esagerare come al solito. Ho ricordato canzoni. Una dopo l'altra. Ho pensato alla mia età e a come mi sento. Quarantatré anni. Alcuni giorni mi sento vecchissimo e al tramonto. Un tramonto colmo di irrazionali promesse e di sogni. Ma altre volte mi sento un ragazzo, giovane e coraggioso sul ponte di una nave enorme e silenziosa. Capitano di quel che voglio e quel che mi resta. Capitano mezzo cieco che conosce la differenza tra l'amore e l'odore dell'amore. Forse. Capitano che scrive per gli altri e che quando potrebbe ricevere qualche ringraziamento è già lontano. Si è fatto sostituire. Ha confessato che scherzava. Che era una sfida. Una scommessa. Un calcolo da scenografia onirica, una prova da sforzo sotto un colore, il viola, che è probabilmente il colore del sangue, la base cromatica delle scene di scoppio, di ritirata e di rivolta.
“Stupido imbecille”, mi sono sussurrato, “torna a dormire, torna al rifugio comodo e smetti di fumare”.
Ma questo non ha cambiato un dato incontrovertibile.
Vale a dire che sono viola, mutevole ed addestrato al buio.

LdP, 19 settembre 2015

Canzoni da insonnia:
Nino Buonocore – Una città tra le mani;
David Sylvian – Before the bullfight;
Andrea Chimenti – Sangue;
David Sylvian – Thalheim;
The Cars – Fine line;
Edison's Children – The awakening;
David Sylvian – Darkest dreaming;
David Sylvian – Orpheus;
Sylvan – Heal




18/09/15

Interno notte


Ululano i lupi al freddo,
in città rispondono i cani;
il sole tramonta dopo mezzogiorno,
la notte comincia nel mezzo del giorno.

Ululano i lupi nel buio,
nelle strade è la luce dei lampioni,
come nel cielo l'aurora boreale
sopra gli ammassi di case.

Ululano i lupi nei fossi,
ritrovano la voglia di sangue
desiderano monti e boscaglie
quando vedono il fuoco dell'aurora boreale.

Ululano i lupi sul monte,
rochi ululati d'odio,
in cambio della loro libertà
castità e sbarre hanno avuto dagli uomini”

August Strindberg


In giro ci sono poche persone alle quali in effetti gira bene. Il resto, con qualche sfumatura, mangia molta merda. E soffre. Non vede l'ora di digerirla, la merda. Di dimenticarla. Di passare improvvisamente al dolce. Il riscatto e la rivalsa sono diffuse ossessioni.
A chi patisce in questo modo, e sono in molti, molti anche a non ammetterlo, suggerirei di chiudere completamente baracca. Soprattutto socialmente. Di accettare l'invisibilità e di rovesciarla come un calzino. Di tagliare i ponti con rami secchi, contatti ed abitudini inutili, affetti massacrati di noia, speranze fraintese dal primo istante.
Chiudetevi quel cazzo di facebook, per cominciare. E tutti gli altri social a seguire. Non chiamate quell'amico ormai distante per inerzia, ogni nove giorni. Smettetela di fissarvi con persone che non vi vogliono. Che non vi ameranno. Che non vi scoperanno. Che dei vostri hobby, delle vostre passioni e delle vostre sofferenze se ne fottono.
Piantatela di farvi delle storie per non restare soli. Piantatela di idealizzare artisti, scrittori, cinematografari, giornalisti che sembrano più intelligenti di voi, musicisti che sembra suonino per voi ma che non possono neanche immaginare che siete vivi.
Accorciate le distanze. Accorciate e bruciate le propaggini.
Quello che non funziona va mandato all'inferno. Chiuso, fattura, arrivederci e grazie. E vaffanculo. Elegantemente. Con una bella giacca da camera e un sigaro in bocca o su per il culo.

Da tempo non ne potevo più di queste farse. Svicolavo, mi dibattevo, risultavo contraddittorio, conflittuale, inaffidabile. In realtà stavo cercando di uscirne. Una volta per tutte e senza rimpianti.
Luca lo scrittore”. Non mi sono mai qualificato in questo modo. Luca chi? Lo scrittore chi? Oggi gli scrittori sono quelli che mostrano le copertine dei loro libri, quelli che si fanno i selfie. Quelli che parlano al cuore e al pancreas della gente, strizzando l'occhiolino fresco e pulito da piccoli marinaretti. Non è un sogno e non è una qualifica “Luca scrive”. Non siamo in una canzone della Pausini. La maggior parte delle canzoni italiane moderne è una merda e non voglio finirci dentro. Neanche per sbaglio.
E basta con le stronzate di contorno, i riconoscimenti facciali ed interiori. Mi sembra di conoscerti, ti dicono. No, non mi conosci. È così che le persone restano deluse. Come quella storia che sembravo uno -non so come sia possibile- associabile ad una cultura di sinistra italiana. Ma certo che no. Un equivoco. Certo, si andava per esclusione. Perché probabilmente non avrò in comune con la destra che una posizione su duemila. Ma non uccidere un uomo non significa essere un santo.

Più ti divincoli, più il guard-rail sparisce dalla strada. Rischi continuamente di precipitare, perché finisce per esaurirsi quel carburante nevrotico dell'uomo moderno, il supposto supporto degli altri. La loro considerazione. La loro benevolenza. La loro non richiesta pazienza. Le opportunità che credono di darti, tu che non le volevi. Che non le hai mai volute. Se sei inserito tra le persone per bene e non ti comporti a tono, tu che forse mi leggi, sappi che finirai su una strada senza illuminazione e senza persone che ti aiutino a cambiare le gomme o che ti possano regalare una borraccia se il deserto ti minaccia. Se non ne vuoi sapere di raccontare storie edificanti, finirai nello sgabuzzino dei tipi strani, insieme a gente bavosa, onanisti, disadattati, maniaci compulsivi, melomani impotenti, poveri cristi calpestati dalla loro stessa codardia. Il fascino che pensavi di esercitare sulle persone si trasforma in un dildo e ti allargherà tutti gli orifizi come una pessima beffa fisica e morale. Scoprirai che la fiducia era a tempo e termine, che la fiducia nei tuoi mezzi non ti apparteneva, era ufficialmente in mano agli altri. Puoi, a questo punto, scegliere solo due strade: o ti spari in faccia o rendi tutto questo una forza aggiunta.

Per farlo, devi saper astrarre. Astrarre e astrarti. Estrarre e allo stesso modo sradicarti. Senza sensi di colpa. Te ne devi sbattere se poi ti dicono che avevano sperato in te. Non è vero. Cercavano solo una mano. Un'affinità. Il ricatto delle affinità. La mania persecutoria del non disattendersi, di rispondere al ritratto che ha in testa l'altro.
È così che finiscono nel letame le storie d'amore. Sembra che tu abbia tradito. E tutto questo solo perché non hai risposto al nome che non potrai mai riconoscere; se qualcuno ti definisce “mio amore” scambiandoti per qualcun altro, tu devi andare via. Allontanarti e dimenticare. E non farti ripescare. Non si può amare per sogni interposti. A quel punto, è molto più onesto scopare e lavarsi con contegno subito dopo, magari continuando a darsi del lei come in certi film carucci di marca francese.
E pensare che sognavo per me e per te una casa in cima al monte”
Mi hai chiesto se la volevo, una casa in cima al monte? Ah, no? Ci siamo fraintesi? Perfetto, contratto sciolto. Senza lacrime, senza coccodrilli, senza libri dedicati tardivamente. Il mondo è pieno di gente da amare e poi da dissolvere nell'acido del rancore. Esercitati pure altrove.

Sì. Mi sono allontanato dalla civiltà. Lo desideravo. Mi serviva. Tutto è diverso, rispetto a prima. Sento tutto di più. Ogni tanto arrivano bellissime folate di pace, ma è chiaro che anche le sofferenze sono diverse, più arcigne, senza appigli, senza consolazioni, soprattutto incondivisibili. Sono scomparso dai radar. Me ne assumo tutta la responsabilità. Conosco meglio i muri delle stanze, le facce degli estranei, le musiche, i miei tratti somatici, i profumi dell'aria, e il sesso non mi sembra più una pratica di movimento e distrazione. Ogni attimo, val bene la pena saperlo, va comunque -felice o distruttivo- in direzione opposta alla vita, è una sottrazione. E allora bando alle ciance. Libero arbitrio. Potere di dimenticare. Di ricreare. Di sbagliare diversamente. Di non piacere. Libero arbitrio di fottersi l'interno come si desidera. Se vieni a casa mia, accetta le mie luci, il lavabo che perde, accetta i miei morti e i miei fantasmi, accetta come scrivo e quel che scrivo, non pretendere che ti incanti con una bella storia a lieto fine, non pensare che i rapporti di cortesia decidano per noi, come gli umori sessuali. Si decide a livello verticistico, senza che noi si possa intervenire, si decide in stanze senza finestre, si decide al buio. Potremo sperare di essere un tiro di dadi. Una carta vincente in una serata di pioggia. Potremo sperare che il nostro piacere fisico e il nostro bisogno d'amore non finiscano sul ponte levatoio o su un tavolo autoptico, alla mercé di una vecchia stronza che sbrana una caramella mentre ci seziona pensando ai cazzi suoi.

A volte, quando decido di dormire, guardo il soffitto e sto attento ai rumori. Mi accorgo che ho ancora briciole di musica dentro. Anche se ho spento lo stereo da ore. Mi accorgo che i miei occhi hanno ancora fasci di luce di riserva all'interno. E che tutto questo non è affatto odio, non è isolamento, è strada non annunciata, è specchio in fondo alla foto dove non ti si vede. Sei sfocato ma sei energia, sei a rischio, ma non più di altri.
Scrivere non qualifica. Amare non qualifica affatto. È solo una scelta. Una scelta spesso occasionale. Quello che ti qualifica è la coscienza. Anche solo quella bastevole a farti rendere conto di quanto poco spazio hai per muoverti.

Una delle cose più dure da affrontare è la delusione altrui. Hai implorato che non avessero aspettative su di te, ma loro hanno sbagliato lo stesso, pur avendoti rassicurato nei momenti che sembravano topici.
Basta strizzare gli occhi e fingere di ricordare una canzone.

Luca De Pasquale, 18 settembre 2015