31/08/15

Un dannato caffè nostalgico senza senso


Luca, che prendi?”
Un caffè”
Solo un caffè?”
Si, grazie”
Non vedo Attilio da diversi mesi. Questo nostro caffè, stamattina, è il frutto di diverse trattative dilatate nel tempo tramite sms, posta privata di facebook e una telefonata vera.
In realtà non avevo molta voglia di vederlo, almeno oggi. Perché c'è un sole caldissimo, l'aria è praticamente ferma ed ho dormito male. Ma non potevamo tirarla ancora a lungo, rischiavamo di crepare di vecchiaia e di non prenderci questo benedetto caffè.
Seduti ai tavoli fuori, chiacchieriamo dell'essenziale -o di quel che sembra tale-, ci riassumiamo mesi e mesi di vita, rievochiamo qualche momento topico di un passato remoto, proviamo a sovrapporci, ma con crescente difficoltà scopriamo che sì, il tempo è passato. E non è passato a caso.
Me ne accorgo dalle prime battute, dai primi scambi verbali. Attilio tende a far finta di niente. Che non sia trascorsa un'eternità da quando ci somigliavamo per davvero; da quando le nostre vite sembravano somigliarsi ed armonizzarsi facilmente.
Ogni tanto lo sai che rileggo il tuo libro? Mi fa ancora sbellicare dal ridere... tipo quando racconti...”
Mi rabbuio immediatamente, ma dissimulo. Quel dannato libro, è come se non lo avessi scritto. È di undici anni fa. Avevo un'altra vita. Altre emozioni. Altre prospettive. Avevo addosso un'altra arroganza, ero più puerile nelle antipatie, negli eccessi, nella dannazione. Non ho voglia di parlarne, ma Attilio non lo capisce ed insiste. Pensa che a me faccia piacere. Per me vale come quei patetici ricordi sessuali che noi maschi amiamo ancora ripescare: “Ti ricordi di quando ti facesti l'amica di...”

Quello di Attilio è un soliloquio accalorato su un libro pubblicato e dimenticato. Non lo seguo, sorrido malvolentieri, penso ad altro. Passano alcuni minuti e mi sembra di essere precipitato in un quiz a punteggio, perché lui mi chiede “aggiornamenti” sulla sfera sentimentale. Gliene concedo qualcuno. Ed è qui che si scatena: lui è uno di quelli che pensa alle gioie del presente come fossero un'enorme gomma per cancellare tutto quel che c'è stato prima. È uno di quelli che esalta il momento e al contempo butta qualche schizzo di merda sul passato, il suo e quello degli altri. Non partecipo. La divaricazione sta diventando imbarazzante.

Hai comprato qualcosa di nuovo di quei bassisti fusion che ami tanto?”, mi domanda con un sorriso sbiancato e un po' fesso.
Bassisti fusion? Ma è una vita fa. E che cazzo.
Sono diversi anni che non sento musica fusion, Attilio. Mi piace il jazz-rock dei seventies ma non certo la fusion”
È come se non avessi detto niente.
Mi rimette in mezzo Jaco, lo slap, varie etichette mentali sui tipi di ascolto, jazzer, rocker, metaller, progster. Gli dico che non rientro in nessuna di queste categorie. Non mi piace essere confinato in una definizione parziale e discutibile. Ma lui continua.
Anzi, rincara la dose rivelandomi che quest'estate, in vacanza, è stato ad un concerto di una band italiana di jazz elettrico dove “il bassista faceva malattie pazzesche e ti ho pensato”
Contento tu.
Non vedo l'ora di tornarmene a casa. Non ci provo nemmeno, a parlargli di Mick Karn, di John Giblin, di Richard Sinclair. Se gli dicessi che ho ascoltato tutta l'estate John Martyn, non se ne farebbe capace. Perché per lui io sono ancora “Luca, il patito di basso elettrico virtuoso”. È rimasto attaccato come una cozza a quel ricordo rassicurante ed esotico. Come è rimasto attaccato al mio strampalato esordio letterario, ai tumulti sentimentali che ricorda più di me, e forse pure al mio caratteraccio insofferente.

Guardo spesso l'orologio, perché sta diventando un inutile supplizio.
Leggo qualche volta il tuo blog”
Grazie”
Carino”
Oh, ma grazie mille, sei tanto cordiale a dirlo”
Ma non pubblichi più un vero libro?”
Staremo a vedere”
Sei rimasto in contatto con qualche tuo collega scrittore?”
No”
Nessuno proprio?”
No”
E con i tuoi colleghi di lavoro, li senti? Ogni tanto vi vedete?”
No, giammai”
Capisco, è dura”
Dura? Per niente, Attilio. Solo fisiologico. Nessun dramma all'orizzonte”
Poi caccia in mezzo alcune donne che mi ha visto accanto anni ed anni fa, per un mese, per due giorni, per tre settimane, per una serata di alterazione emotiva. Mi chiede se le sento ancora, se con qualcuna si è conservato un minimo di rapporto, “ne hai qualcuna su facebook?”, come se si trattasse di applicazioni.
È una domanda del cazzo, la salto con disinvoltura. Non sono fatti suoi, e poi se pure gli facessi dei precisi distinguo finirebbe con il fraintendere tutto e saltare ad assurde conclusioni. È una domanda pruriginosa e sterile, a questo punto io potrei chiedergli se gli piacciono ancora tanto i pompini POV come nel 1999.

Stremato, all'ottava sigaretta in due ore, subisco l'ultimo dissennato assalto all'arma bianca.
Vedo che fai delle interviste ai musicisti, bravo”
Grazie Attilio”. Troppo buono, sono commosso.
Com'è che li contatti? Come fai?”
Oddio mio, oh maledizione.
Ho una lista di contatti. Senti...”
Ma ti pagano? Quanto ti pagano? Cioè, in che modo chiedi il compenso, cioè, tu dichiari quanto...”
Scanso la domanda. Lui ritorna ad incornare.
Dev'essere bellissimo intervistare i propri idoli. Una cosa molto carina”
Un'altra volta con questo “carino”. Per me “carino” si può usare per un pullover in vetrina o per uno di quei fottuti romanzi moderni da ombrellone.
Attilio, ma mica sono tutti idoli. Io non idolatro i musicisti. Sono uomini, uomini come me. Posso stimarli, essere legatissimo alla loro musica, ma l'idolatria è ben altra cosa e la evito come la peste”
Fa una risata da ebefrenico: “Ma se intervistassi Jaco, voglio vedere poi come la metti con l'idolatria...”, e giù un'altra risata insopportabile.
Assumo un'aria austera, quasi vittoriana: “Attilio, anche se molti non se ne sono accorti, Jaco Pastorius è morto. Come Jack Bruce, che come dovresti sapere è il musicista che ho amato di più. Con lui, pace all'anima sua, forse avrei avuto problemi a non mostrare accenni di idolatria. E poi, guarda che molti musicisti non sono simpatici neanche un po'. Perché, appunto, sono uomini come noi. Ci sono quelli sinceramente travolgenti, ma anche quelli che se la tirano, quelli un po' stronzi ed autoreferenziali. L'arte non rende un uomo un golem, un semidio, un altare”
Interessante riflessione”, conclude lui. Ma è un po' deluso.

L'incontro termina con Attilio che finisce con gli occhi nel culo di una ragazza mediterranea e fa pure la battutina un po' zozza da maschi complici. Storie di cazzo per accorciare le distanze. Non è divertente.
Attilio è rimasto forse al 1997, o al 2000, o forse al 2010. Io sono per lui il Luca di quegli anni, con tatuati addosso i miei tratti distintivi da Bignami affettivo. Per lui è come se lavorassi ancora in quel supermercato francese di merda, la tragedia è che per lui io lavoro ancora. Anche se sono disoccupato. Per lui, io amo ancora il basso slappato fusion come nel 1991, e magari sono fidanzato con quella fiamma del 1995. Per lui, io sto ancora cercando di pubblicare il seguito di “Tu non sai chi è Frank Ressel”. Beati cazzi.

E invece gli anni sono passati.
L'uomo che ha di fronte è un insieme di rughe, impulsi, gioventù che urla ancora sotto i veli della calma, l'uomo che ha di fronte è un cambiamento in corso. Nessuna garanzia di lieto fine. Le ferite sono diventate scorciatoie per il mare. Le vendette, dei manoscritti da non presentare a nessun editore. E il futuro è quel che dovrebbe essere, una luna di cartone in una camera d'albergo. Se poi si animasse e mi spingesse in galassie al momento inimmaginabili, non sono cose alla mia portata. E certamente di Attilio. Che saluto comunque con affetto e mi avvio verso casa, con gli anni addosso come sonagli e gli occhi più intelligenti. Gli occhi delle nostalgie mandate regolarmente affanculo.

LdP, 31 agosto 2015

29/08/15

La folla, il deserto, l'amore


Buongiorno Luca! Come stai? È pronto il tuo nuovo libro? Stai scrivendo? Io e Dorotea siamo stati in Turchia, come potrai vedere dalle foto che ti allego nella mail... siamo stati d'incanto... un posto incantevole... noi ci sentivamo come una coppia di adolescenti... con tutte le conseguenze che puoi immaginare!!! Ti saluto e spero che queste foto ti mettano di buonumore... Roberto”

Di buonumore? Ma guarda tu che presunzione. Ma che motivo di tripudio potrei trovare in delle foto di conoscenti in vacanza? Perché si tratta di conoscenti, non di amici. Forse non troverei gaudio neanche in diapositive di amici, perché sostanzialmente non è che queste cose mi travolgano. Ho sempre evitato di passare le ore a guardare le foto di viaggi, mie ed altrui. Perché mi sembra che si tratti di roba già morta. È principalmente una cazzo di nostalgia. Penso che solo le foto dei matrimoni possano essere peggio di quelle dei viaggi, in quanto ad autocelebrazione. E poi non capisco e non voglio capire, nel caso di questi dei dell'amore, l'allusione al ritorno ad una dimensione adolescenziale. Che significa? Si tratta di un eufemismo per accennare pudicamente ad un sesso eccezionale? Patetico.
Ma mi rendo conto che il mio fastidio non è molto condivisibile. Perché “in un'era di tragedie umane e civili”, come dice il tipo della cartoleria vicino casa, la gente vuole distrarsi e avere visioni positive.
E dunque, se l'amico/conoscente vive una seconda giovinezza in Turchia, io dovrei essere felice. La cosa dovrebbe cambiare le carte in tavola alla mia giornata.
Ma quanto scommettiamo che l'amico non vuole sentire una sola parola sul mio precariato lavorativo e -ancor peggio- quello esistenziale scelto in una nutrita rosa? Perché Roberto vuole sì inviarmi le sue foto dalla Turchia con la sua eccitante partner di coiti revisionisti, ma le foto delle strade deserte e dei luoghi abbandonati che piacciono a me lo destabilizzano. Gli fanno pensare, lui così elementare e soleggiato, che ho dei problemi non risolti.
Tutti hanno problemi non risolti. Tutti. La vita non è un antivirus. Tutti siamo sporcati da qualcosa. Tutti siamo esposti alle intemperie. Dobbiamo solo decidere come affrontare la folla, il deserto, l'amore, il ricatto della fine. In fondo sta tutto lì. E chi vede nella sua vita un'opera d'arte plausibile, una forma dinastica di continuazioni, un tributo grato al dono del respiro, beh, quell'individuo è il più a rischio di sbroccare e rompere le palle al prossimo suo.

A volte mi sento circondato più da foto che da persone. Da immagini, da avatar, da visioni stilizzate e modificate di se stessi e degli altri. Molte donne sono belle in foto. Le loro labbra sembrano chiederti, in quello scatto finito e conservato, baci, devozione, stupidi innamoramenti senza domani. Molti uomini si aggiustano con gli occhiali da sole e smorfie attoriali di altissimo valore grottesco. Lo faccio anche io, che non mi piaccio quasi mai. Ma se mettessi sulla carta d'identità, sui social, sul curriculum, la foto di un pollo con la barba e una confezione di Viagra tra le zampe cosa cambierebbe? Niente. Si tratta solo di stimolare le percezioni altrui e di rimirarsi con un'indulgenza che non conosco e che reputo peggio dell'olio di ricino.
Amami, ti prego, amami”, sembrano dire quelle vezzose foto nelle quali mi imbatto senza tregua e senza speranza. Ma ti dicono anche cose peggiori, come “io ti amerò se tu mi farai sentire accettato/a”. Che non è amore. Non è amore. Assolutamente. Sono retrovie che urlano paura e cercano il bello.
La frase abusata “ti amo perché mi prendi per quel che sono” io la detesto e la rifuggo. Non si riama per gratitudine e per insicurezza finalmente tenuta a freno. Meglio rompersi il collo.
Meglio guardare con calma l'orizzonte e capire una volta per tutte che l'amore non è ovunque. L'amore non è obbligatorio. Non è un rimborso, un ammortizzatore sociale. Spesso non è altro che la proiezione traballante di una sofferenza stanca.
Forse l'amore è una riffa che si vince se si riesce a precedere la morte. E se ne parla troppo.
E infine, si dice tanto che l'amore è questione di presenza. No e non solo. L'amore mangia assenze, se ne nutre, l'amore in assenza è una cartolina dolorosa ma ha una sua precisa bellezza.

Ho conservato un album di immagini di luoghi abbandonati. Ne vado pazzo. Esercitano su di me un'attrazione fortissima; non morbosa ma importante. Da quando ero bambino, le rovine mi comunicano qualcosa. Ed io non potrei mai disconoscere questa fascinazione. I luoghi deserti, vissuti e dimenticati, mi riempiono gli occhi e l'anima molto più della natura in fiore.
Forse vengo dal deserto. O lo cerco.

Ricordo tre estati fa, in un bed&breakfast, una notte senza luna. Mi svegliai alle quattro del mattino. Mi vestii come se dovessi uscire, aprii la finestra e mi trovai di fronte uno spettacolo di clamorosa bellezza: la notte con pochissime luci. Il sonno dei giusti, le ansie dei colpevoli, i sogni degli ostaggi delle emozioni continue. I miei sogni, sbrecciati, dimezzati, macchie sui fogli, granelli di polvere calda in una corteccia blu elettrico: di certo alla portata dei volgari stivali del tempo, quelli che calpestano senza consapevolezza.
Restai sveglio fino alle sei. Senza dire una parola. Respirando piano. Ogni tanto fumavo. Ogni tanto mi sfioravo gli occhi, la bocca, i capelli. Gesti calmi, arresi ma forti. Fantasia azzerata, completo proscenio alla notte.
In quel periodo stavo vivendo una situazione personale davvero difficile, ma quella notte è stata uno dei momenti più concretamente soddisfacenti della mia emotività. Mi sentii a pieno titolo una delle colonne della notte. Una colonna figurante, ma pur sempre una colonna.

Oggi è sabato. Si dice che sia il giorno fortunato dell'Acquario. Non saprei dire, ma mi piace questo senso di lucidità che sento addosso. Sono consapevole di non essere un esercito. O un genio. O un grande poeta. O un uomo così speciale. Non ho gli occhi a specchio. Anche se indago dentro continuamente e il più delle volte vengo accoltellato dalla mia ombra. I miei fantasmi giocano con me ed io con loro. Non è propriamente rassicurante come uno spot della Barilla, ma ce la si può cavare.
Mi piacciono gli spettri. Distruggono la piattezza, il consenso agognato, i giochi senza scopo, la becera contemplazione delle proprie abilità. I fantasmi sono le spugne della grande notte. Ho bisogno di questo. Più delle comodità. Più delle curiosità. Molto più della folla.

LdP, 29 agosto 2015

27/08/15

Piccola macchina di lampi


Con l'insonnia nulla è reale. Tutto è lontano. Tutto è una copia di una copia di una copia...
Fight Club

Alle tre del pomeriggio ho quasi sempre già dieci ore di vita addosso. Dormo sempre meno. Il primo caffè, alle sei circa, lo bevo nello stupore. Che il buio se ne sia andato, si sia dissolto. Che io respiri e che abbia le idee chiare. Che le creature notturne che sono venute a trovarmi siano scomparse, proiezioni, copie, processi sventati, le allegre signorine morte del mio inconscio. A poco a poco prendo coscienza, se possibile. Ma metà del mio corpo è ancora nel buio, come i miei gesti, come l'anima, se esiste.
Eccomi, accidenti, vaffanculo”, mi dico qualche volta. Dove il vaffanculo sta per okay.
Capita che dopo il caffè mi fumi una sigaretta davanti al televisore. I programmi del mattino sono deprimenti. Non ho interesse a sapere come posso rendere la mia pelle più morbida. Quanta verdura devo mangiare per cacare meglio. Di quei due che hanno aperto un casale biologico in Val D'Aosta. Delle stronzate del governo, con i ministri che sbagliano i dati dell'impiego e si salvano sorridendo come arance marce. Un governo che finge di essere progressista e di sinistra è quasi peggio della dittatura rozza e cafona della destra tracotante. Anarchia, anarchia da ultimo avamposto, anarchia da soldato senza rancio e senza missioni, anarchia da antieroe svogliato. Questo mi piace. Che il governo vada a farsi fottere.
Su un canale privato, compare un chiavatone a canotto che parla di cosce sode ed intanto mostra le sue. Briciole per gli ultimi fuochi di Onan di pensionati e mariti cornuti. Ultimo sussulto erotico, equivoco che tira sotto i testicoli, e poi quel senso di invecchiamento ed assedio del tempo che porta alla resa o all'omicidio. O a entrambe.

Su un'altra rete locale, un'ingenua giornalista con un corsetto ingeneroso prova a fare la rassegna stampa. Non si capisce un cazzo e purtroppo ho finito la sigaretta. Ne voglio subito un'altra, per resistere. Per svegliarmi.
Finisce che spengo la televisione e mi sparo venti minuti di Brand X dal vivo. Quello che fa Percy Jones è ancora oggi irreale. Su “Nightmare patrol” e “Malaga virgin” c'è da venirsi nei pantaloni. Il basso fretless di Mr. Jones è torrenziale, non riesci a capire se è un gioco o fa sul serio. Fatto sta che fa sangue e sveglia del tutto. Percy Jones, il mio secondo bassista preferito dopo Jack Bruce. Per me sono stati più importanti di Jaco, ed è tutto dire.

Nel sogno tradivo qualcuno. Vedi che pezzo di merda. Tradivo ma non mi divertivo. Tradivo ma non amavo. Tradivo e non conoscevo realmente nessuna delle due donne. Tradivo e mi chiedevo perché. Non è un atteggiamento da traditore purosangue. Tradivo e mi tormentavo. Mi sono svegliato con violenza, mi sono quasi dovuto giustificare con il muro. Poi ho capito che si trattava dell'altra vita, quella tutta al buio, quella con il mio corpo fermo in un letto, magari con la bocca aperta ed un'espressione idiota e fragile. Nella realtà -quella che mi sembra rispondere ai criteri di realtà- sono accorto, vigile, selettivo e con un forte codice d'onore. Questi sogni mi infastidiscono. Soprattutto se mi vedono in balia di cose che non conosco o riconosco, di desideri altrui, di condanne che non sconto mai ad occhi aperti.

Un amico mi dice che lui tutte le domeniche va al cimitero a trovare i suoi cari. Non so se ammirarlo o disprezzarlo. Io al cimitero non voglio andarci. Non parlo con il marmo sporco (più che freddo come si usa dire) o con i fiori putrefatti; non scambio sorrisi con vedove e non provo un senso di pace. Piuttosto, di orrore e di inerzia. Forse è la mia mancanza di Dio a fottermi. Può essere. So solo che quando mi è capitato di andare al cimitero si sono riaperte vecchie ferite, che hanno ripreso per l'occasione a zampillare come fontane. I cimiteri mi rendono duro, spietato, in lotta ed in contrasto perenne, e quella quiete non richiesta mi fa sentire un kamikaze, uno pronto a tutto, uno pronto a fare tutto quel che serve per brillare come una mina in una delle notti scenograficamente più decenti.
Al cimitero mi sento uno stronzo. Almeno ai matrimoni mi viene solo il voltastomaco. Al cimitero mi sento un vigliacco, uno che non ha saputo proteggere dalla morte. Uno che morirà pure lui, riuscendo probabilmente a compiersi solo al cinque per cento. Uno che deve vendicare qualcosa. E questa sensazione mi destabilizza. Io i miei morti li omaggio con l'insonnia, e con questo senso di disperazione a doppia lama che è meglio di una crociera. Non so fare di più. Sono a tempo e credo in troppe poche cose per sembrare nobile. Punto.

Mi correggeresti una poesia?”, mi fa uno.
Ma che cazzo vuoi?, penso. Non correggo e non scrivo poesie. Come si fa a correggere una poesia? Tra poco mi daranno da fare editing anche delle analisi del sangue o delle feci. Editerò i bugiardini, le istruzioni di cottura, i testamenti, gli editti condominiali, i suggerimenti per far scivolare meglio il condom sulla guglia dell'ottimismo. Ma non puoi fare editing all'anima. O all'insonnia. O al senso di pace da ottenere con strane tregue con altrettanto strani fantasmi.

Sta arrivando l'autunno. Lo aspettavo. Ho più senso dell'anno scorso? Sono più bello dentro? Ho vendicato qualcosa? Ho vendicato tutto l'amore finito a schiumare dietro i traghetti, inerte, vilipeso? Ho un'anima pronta a morire e non solo comodamente ad amare? Cosa mi ha salvato tante volte, impedendomi di innamorarmi di me stesso e delle mie complicazioni? Quante vere morti mi porto dentro? Posso dire di essere degno di guardare il cielo della notte senza tradirmi per l'ennesima volta? Perché sogno continuamente? Perché respiro male di notte? Se stringo una mano, comunico la vita o l'attesa della vita che si allunga?
Sono una piccola macchina. Mi batto. Finirò in qualche modo. Continuerò a scrivere e a respirare. Continuerò ad amare la pioggia più della mia storia. Gli alberghi deserti più delle case. Le spiaggie spazzate dal vento più delle promesse. E mi chiederò fino all'ultimo giorno se la mia anima riesce a contenere abbastanza musica e luce per somigliare ad una costruzione volenterosa.

LdP, 27 agosto 2015



26/08/15

Spirituale solo in condizioni avverse


Bryan Ferry, 'Sensation'.
Un due tre, archi, batteria, chitarre ritmiche, stick bass. Si decolla. C'è Tony Levin nel match. Dio del ritmo. E poi entra, celestiale e leggermente effeminata, la voce del Vate, del Dandy Supremo. Ed io alzo il volume a manetta, muovendomi come una specie di imbecille, proprio sotto la linea dello stick di Tony Levin.
Quando uscì nel 1985 l'album “Boys and girls”, nel quale il brano è contenuto, ero innamorato di una che non mi voleva. Che non lo sapeva nemmeno. Che avevo idealizzato. Di lei non sapevo nulla e niente volevo sapere in anticipo. Conoscere i dettagli prima, ho sempre detto che poi passa la voglia. Ed ovviamente la cosa è reciproca. Spontaneamente e paritariamente reciproca.
Non ci si innamora dell'addomesticamento che si vede già in filigrana, senza bisogno di microscopio: solo i cacasotto si innamorano delle sicurezze annunciate.
Mi fanno un po' pena ed un po' tristezza quelli che passano il tempo a spiegare al mondo quanto il loro partner sia speciale.
Siamo onesti: nessuno, a conti fatti, se ne frega un cazzo. Diffido degli agiografi sentimentali; sono noiosi, scopano male, pensano male, producono coccole verbali in prossimità dell'orgasmo e precisano continuamente la successione della loro scala di valori. Fottono pensando all'amore e amano, o credono di farlo, pensando ipocritamente a fottere. Il cazzo è la loro lira, i cantori abbronzati di privilegi dell'anima tutti da dimostrare.

Ho imparato diversi anni fa a tenere la sigaretta nella sinistra come Bryan Ferry. Sono soddisfazioni. Mio padre vestiva un po' come Bryan Ferry negli ottanta. Sono soddisfazioni. Vorrei vestire di bianco con una cravatta azzurra. Ed essere più ambiguo di quel che sembro, esteticamente. Algido, se non altro. Invece sono un latino medio del cazzo. Se pensassi di essere bello, sarei fuso. So solo che sono molto meno attraente dei miei sogni, e di quella sensibilità che mi sfiora cinque giorni al mese. Come dandy sono un disastro. In certi giorni ho lo stesso aplomb letterario di un minatore che va allo stadio in canottiera. I cali di tono sono fisiologici, ma spesso esagero.

Forse dovrei esercitarmi in divulgazione verbale e scritta delle mie fortune. Lo fanno in molti. A loro viene naturale.
Non ho mai imparato a spiegare efficacemente perché potrei essere contento di essere me stesso o comunque quel che sono. Ma cosa ci guadagnerei? Mi troverei sommamente ridicolo.
Mi hanno detto che so scrivere bene”
Mi hanno detto che mi presento bene, quando voglio”
Sono stato molto amato, ho alternato fiori di campo e stronze, ma alla fine sono un fortunato”
Me ne intendo di musica come pochi, perché la musica è sempre stata la mia vita”
Bene. E poi?
Che premio vinco? Fossi in un mio immaginario interlocutore, mi direi che è arrivato il momento di farmi asportare le costole per potermelo succhiare al tramonto, innamorato del mio percorso, delle mie potenzialità, del mio charme con data di scadenza, della mia musica preziosa, il mio rock inglese settantino, il mio metal intellettuale, i miei bassisti misconosciuti.
Capita sempre.
Capita che assisto agli assalti autoreferenziali dei buoni di cuore, quelli che si parlano addosso, quelli che ti sommergono di fotografie, quelli che “io sono soddisfatto”. Io ammutolisco, mi tocco i capelli, fumo, guardo palazzi, balconi, vetrine, tutta la polvere del sole sugli oggetti chiari, guardo i capelli delle donne, anche quelle non belle, e muoio per una mezz'ora, fottendo la mia libertà come un cadavere vestito da puttana.
Poi, con la mia malnata buona educazione, smozzico quattro parole di circostanza che mi fanno sempre passare per un infelice o un depresso. E questo unicamente perché mi rompo i coglioni di fare la foca ammaestrata in pubblico.
Ma se sei felice devi dirlo!”, mi diceva un tipo che ancora oggi, dopo i quaranta, starà a misurarsi il pene e pregare per un allungamento, per un moto di dignità e centimetri. E chi lo dice che devo dirlo se sono felice? A chi e perché? E quanto dura? Certo più delle sue fornicazioni, ma comunque dura poco.

Io e Clar'Emma aspettiamo un bambino! Ma ti rendi conto?”, mi urla un mio ex compagno di liceo. Non so nemmeno chi sia Clar'Emma. Ah, sì, era quella che aveva tutti nove e non la dava.
Ehi, è fantastico, ma complimenti!”, urlo anch'io.
Il punto è sempre lo stesso: non me ne frega un cazzo. Lo so che i figli sono una cosa meravigliosa. Ci arrivo con la mente. Con la mia efficace mente, dai che sto imparando ad autovalutarmi. Ma sono un forte cafone spirituale e quindi, figlio o non figlio, sono comunque affari suoi.
Se chi mi conosce, o presume di poter disporre di chiavi di lettura sulla mia persona, si convincesse finalmente che sono spirituale solo all'alba, di notte e durante i temporali, che sono breve più della mia vita, che sono mancino ma anche sinistro, che l'esodo di santi non è passato invano nei miei abbeveratoi, avrei risolto tutte le mie noie sociali.
Se mi piazzi “Dogs” dei Pink Floyd nelle orecchie al centro della notte, e magari fuori piove, io sono capace di qualsiasi cosa. Forse anche di convertirmi a qualcosa. O guardare gli occhi degli animali ritrovando quelli dei miei cari perduti.
Altrimenti è tempo perso, ed anche penosi equivoci emozionali che non fanno bene a nessuno. Forse solo uno che voleva fumare come Bryan Ferry e che ancora insegue la grottesca accoppiata giacca bianca/cravatta azzurro cielo con tanto di ciuffo ed ambiguità letteraria.

E intanto si è fatta sera.
Ecco che cambio. Ecco che divento degno. Quasi caruccio. Mi infilo una sigaretta in bocca, ascolto “Grey broken morning” di Miller Anderson e viaggio nella mia insopportabile brevità, nel petto che ho disinfestato troppe volte, nella luce scura che ricorda un'origine o la suggestione di un destino, ma che potrebbe essere solo fame o sonno arretrato.

LdP, 26/8/2015




25/08/15

Il risveglio come tuffo all'indietro


Considero Mark King e il suo approccio al basso elettrico quasi come un feticcio sessuale. Una sorta di manifesto orgiastico. Niente di meno. È sempre stato così. Mi piace da morire quel suono percussivo ed estremo, il suo usare un anello speciale al pollice (slapring) per lo slap, saranno quasi trent'anni che uso Mark King e i Level 42 per tirarmi su da situazioni molli che non riesco ad apprezzare.
Quando mi è stato detto da qualche serioso e compunto rocker che i Level 42 facevano sostanzialmente un pop funk piuttosto light, ho sempre sorriso con grande strafottenza. Nessuno ha suonato il basso come Mark King. E la mia testa è come un amplificatore per basso sempre acceso.
Al minuto 3:53 di Eyes Waterfalling, dall'incredibile live “A physical presence”, ci sono quei tre colpi di semplice slap che sono una sorta di affermazione dello strumento, della vitalità, della ritmica. Per me valgono oro.

I miei eroi musicali hanno compiti diurni e notturni. Mark King fa parte del lato diurno, è una delle tante piccole certezze che mi servono per resistere, anche quando non ne ho nessuna voglia. Gli eroi della notte li ho citati tante di quelle volte che penso ormai di ripetermi spesso: John Martyn, Mark Sandman, David Sylvian, Mick Karn, Layne Staley e mille altri. Dato che preferisco le tenebre alla luce, ecco che prevalgono nei miei ascolti. John Martyn, che anche quest'estate ha interpretato la parte del leone, è il musicista al quale sono legato dal rapporto più esistenziale. La bellezza della musica di John Martyn è quasi soffocante e mi manda in apnea; forse la amo in modo così sfrenato perché mi ricorda che ho perso. Ho perso in partenza e questo è uno stimolo clamoroso. John Martyn, ne sono convinto, sapeva dall'inizio di essere destinato a perdere. John Martyn se ne fotteva di tante cose e di tanti stronzi, ho letto la sua biografia, ho visto cosa gli è successo. La sua voce riecheggia nelle mie notti insonni, accompagna le mie sigarette, delimita la portata di incubi e previsioni, è un faro sepolto nella memoria che riesce a sorridere e a suicidarsi nello stesso istante, una magia da guitti.

Dormo due ore e poi mi sveglio. Ogni volta che riapro gli occhi, è come un tuffo all'indietro. Finisco nella polvere e nel tempo, finisco nel mio futuro con un occhio bendato e con qualche parola nuova sulle labbra.
Dormi, ti impicchi al primo arcobaleno del sonno e poi ti svegli costruttivo, confuso, insolente, ansioso, invecchiato.
Esci sul balcone e guardi lontano, come se dovesse apparirti qualcosa o qualcuno. Se sei fortunato, becchi i lampi. Poi torni a letto perché in fondo sei uno stronzo, sei uno stronzo anche tu, con il tuo fabbisogno di riposo. Non hai il coraggio insensato di dormire il meno possibile. Ci provi. Ti hanno convinto che ci devi provare. Questione di lucidità, di cera, di colorito, eccetera.
Stamattina il cielo sembra annunciare un temporale estivo, ma è un cielo traditore e piuttosto banale, in fondo. Troppa luce. Mi concedo “Call me crazy”, John Martyn voce e chitarra e il contrabbasso -di insostenibile bellezza- di Danny Thompson. Arte che chiama la pioggia. Arte che riscatta il senso di questi momenti, parti del percorso, tuffi all'indietro come tutti i risvegli, spostamenti senza annunci, diversioni, divagazioni, depistaggi continui.

La vendita privata dei vinili e dei cd, che per anni mi ha aiutato a non crepare strangolato dal sistema ufficiale, è finita a puttane. Nessuno vuole più pagare per la musica. Vogliono risparmiare. Sempre e comunque. È avvilente. Quando mi arriva la mail di tale Lorenzino Cresio, che per trentacinque cd mi offre quarantuno euro e cinquanta, capisco che è finita. Spulcio tra i titoli che ha selezionato: Frank Zappa, Average White Band, Focus, Grateful Dead, The Fabolous Thunderbirds, il grande Michael Chapman, Barclay James Harvest. Gli rispondo educatamente che non se ne fa nulla. Quarantuno euro per trentacinque pezzi è un abominio. Soprattutto perché non stiamo parlando di cd neomelodici o di raccolte di Al Bano, platinum collection del cazzo o raccolte con inedito e traccia karaoke. Si tratta di rock di qualità. Ne faccio quasi una questione morale, niente affare. Lorenzino Cresio, che è pazzo come tutti i collezionisti di dischi (me incluso) o quasi, mi scrive una piccatissima mail in risposta, nella quale stigmatizza il mio rifiuto, preconizzandomi una cronica difficoltà a piazzare dischi in giro nel mio futuro semplice ed anteriore. La cestino senza controreplicare: depenno Lorenzino Cresio, grossista di polpette di cinghiale, dalla mia lista di contatti. Come lui, ne avrò depennati altri duecento. Mi spiace, ma per principio non vendo un disco di John Entwistle degli Who.
Non morirò di certo senza Lorenzino Cresio, uno che mi offrì -qualche anno fa- la clamorosa cifra di trecento euro per l'intera discografia di Frank Zappa. Ma con trecento euro oggi non ti fai nemmeno quella -in serie economica- di un qualsiasi artista italiano mediamente prolifico.
Più hanno soldi, più vogliono risparmiare. Stessa equazione per certi artisti; più sono noti e più producono merda: ma non quella “d'artista” di Piero Manzoni, in questo caso, si tratta di una merda facilmente smerciabile, trasversale, per tutti i gusti, decodificata come la pizza il sabato sera, la scopata delle 15e30 la domenica con le tende abbassate ed un porno di Salieri in bassa frequenza per stimolare, merda decodificata come la pay tv, come la preghiera con le parole sbagliate per seguire l'esempio della famiglia, come il voto obbligato per persone e movimenti che somiglino un minimo al lassismo più utilitaristico.

Passano due ore e Lorenzino Cresio si fa vivo di nuovo. Ecco il testo della sua mail:
Ciao Luca, allora non mi hai fatto sapere niente? Ciao Luca, ecco che allora ti propongo un cambiamento: di cd me ne vendi quaranta e io offro cinquanta euro. Posso passare tra due ore, ti trovo a casa? Buona giornata e serata, LC”
Buona giornata e serata? E il pomeriggio, la notte, non me li scrivi? Questo farà sì che rifiuterò ancora, gentile Lorenzino Cresio. Ti mando su Amazon, a suo modo è un viaggio anche quello. Anche se poi non potrai postare i tuoi selfie ridicoli con fette di anguria, il perizoma di tua moglie, la bellezza innocente dei tuoi bambini viziati, il tramonto sul mare che per te significa solo l'approssimarsi dell'ora di cena o una scopata coniugale dopo l'abbuffata di rito, pesce fritto e vino frizzantello.

Tutto sommato lo scambio di mail con Lorenzino Cresio mi ha messo di buon umore. Il cielo si è purtroppo liberato, basta con John Martyn per ora: tornerà stanotte, più bello ancora. Mi piazzo alla luce con “Mr. Pink” dei Level 42, vero e proprio rituale dionisiaco per chi vive di note basse. Il tuffo all'indietro si interrompe, adesso si vive, adesso si ride, anche e soprattutto di questa precarietà circense che somiglia ad un'espiazione ma più probabilmente è un contrappasso con difficoltà di digestione.

Luca De Pasquale, 25 agosto 2015










23/08/15

Linguisti e cunnilinguisti


Il ragazzo piuttosto bruttino e dal fisico infelice si è specializzato in cunnilingus, pur di essere accettato dall'altro sesso. Usa la lingua come una vanga, lo ha letto su dei libri, lo ha visto nei film porno, è la testa che lo ha convinto ad offrirsi come cameriere del piacere femminile. È brutto, qualcosa dovrà pur fare per affrancarsi. Scrive delle pessime poesie e in cuor suo spera ancora nel grande amore. Per ora si arrangia con la lingua. Ognuno di noi si arrangia con qualcosa. Ognuno ha il diritto di chiudere le proprie finestre sull'orrore del mondo e convincersi di qualcosa. Chiedere al primo sconosciuto quale sia la strada più breve per il mare. Guadagnarsi una medaglia da tenere in casa, per scongiurare i rastrellamenti. Lui crede di aver imparato bene a leccare la vagina, cosa che influenza in qualche modo le sue poesie autopubblicate.
Mi è capitato di leggere alcuni suoi versi: fanno veramente schifo. Come si può tendere all'infinito e restare così ancorati a terra, così ansiosi di piacere, di raccogliere complimenti, gratitudine, benevolenza?
Ho avuto modo di leggere le sue disgustose poesie. Sono banali. Ricordo un'immagine orribile in particolare, roba tipo “i tuoi occhi sono la memoria dei nostri sogni”. Non le ho commentate. Non commento mai niente. Non interagisco quasi mai con la gente che scrive. Non accettano contraddittori e critiche. E poi io sono un uomo, a me non leccherebbe niente e comunque non avrebbe accesso nemmeno al mio salotto.
L'amicizia tra persone che scrivono è praticamente un vizio di forma. Una farsa in papillon. La gara a chi lancia l'ego più lontano, come si faceva con i sassi al mare, da bambini.
Non c'è movimento o corrente che tengano, si va verso i lettori e non verso i colleghi. Se poi questi ultimi si presentano come linguisti e cunnilinguisti, allora non c'è neanche da parlarne.

Ogni tanto mi contatta qualche carneade che si qualifica come “autore di bestseller”. Vai a controllare e scopri che il tizio è un venticinquenne che si è stampato quattro romanzi da solo e che rompe il cazzo su facebook, su twitter, si Linkedin, si Instagram e su qualsiasi piattaforma che preveda degli imbecilli che leggono messaggi.
Buongiorno a tutti, vi auguro una buona giornata pubblicando uno stralcio del mio incredibile romanzo 'Ho amato una spia estone che aveva conosciuto Ulisse', sentitevi liberi di rilasciare commenti e buona lettura! Ugo Corrado Azzazzo”
Ma grazie a te, Ugo Corrado Azzazzo: ora infilati pure un dito in culo e fatti una pastina senza glutine.

Poi ci sono i Baroni ed i Baronetti, ma anche i Baroncini ed i Baronelli. Quelli che sono al centro della scena o al centro della periferia della scena. Ti ignorano e cercano di fartelo notare. Una contraddizione in termini. L'ostentata indifferenza è un abominio concettuale, non trovate? Si danno retta tra di loro per poi cacciare fuori l'indifferenza esplicita al momento giusto. Si pestano i piedi sotto l'affollato letto di una bella bambola gonfiabile, la letteratura moderna. A volte sono simpatici, altre è la saccenteria a connotarli, se poi hanno dei seguaci le loro opinioni valgono come anatemi.
Io di queste cose non capisco nulla, perché è difficilissimo che io interagisca con loro. Il massimo che può accadere è salutarsi per strada. Posso apprezzare moltissimo le persone modeste e misurate, non è certo escluso che io possa stimare qualcuno che scrive, anzi; ma non tollero assolutamente la santificata ostensione della propria aura intellettuale. È un'abitudine ripugnante e fastidiosa.

La strada che mi riporta a casa è disseminata di profilattici. Dopo le due di notte, questo vialetto diventa un pompinaio a cielo aperto, perché sono pochi quelli che si arrischiano nella scomodità della penetrazione veloce. Se si fanno una sveltina è perché magari diluvia e sanno che non passerà quasi nessuno. È il sesso orale a chiudere certe serate di banalità e risate con il risucchio. Un sesso orale monodirezionale, però; non capisco come la parte femminile di queste coppie caserecce accetti il non ricambiarsi la pratica. Questi egoisti con i braccialetti d'oro, i tatuaggi a cazzo e un senso di fede che rimesta tra le canzoni di Pino Daniele, le giocate del Pibe De Oro e un'insalata di santi sorteggiati a caso. Quando godono grugniscono, hanno una scossa che somiglia al movimento di un rettile cui è stata mozzata la coda. È qui che dovrebbe subentrare il supereroe, ovverosia il Cunnilinguista Supremo, quello descritto all'inizio della nota. Lui sì che ricambierebbe. Lui sì, che metterebbe in posizione anaforica la donna. Perché lui è preparato e sa cos'è la posizione anaforica; altro che il missionario o quel kamasutra semplificato le cui istruzioni le puoi trovare anche dietro le scatole di formaggini.
Torno in mezzo a quest'oceano di preservativi ammosciati e giallognoli, tristi meduse di lattice sul selciato scosceso. È l'amore, che ci chiede prima la pazienza, poi l'entusiasmo e in rapida successione l'orgasmo, il compromesso, la socievolezza da cineforum e da prelievo del sangue, infine la creatività se le cose si mettono male.
Non c'è niente di male a consumare un rapido pompino dopo le due di notte in un'automobile. Quello che è osceno è tentare la poesia a bocce ferme, quando il senso di decenza ha avuto di nuovo il sopravvento e l'istinto animale si è trasformato da principe pagano in senso di colpa azzoppato.
Per questo non tollero il Cunnilinguista Supremo e le sue buffonate volenterose.
Impara a cadere. Cadi lontano dalle sottane dei santi che ti inventi da decenni. Cadi, cerca di renderti conto che dal Paradiso si viene cacciati non quando lo hai varcato, perché a quello non arrivi; ti allontanano dal Paradiso quando speri di essere riuscito a figurartelo, quando sei tutto preso dalla questione del percorso meritocratico da compiere. Mio caro Cunnilinguista Supremo, mi sa che devi ridimensionarti assai.
Io l'ho già fatto da tempo, al punto che a volte mi chiamano per nome e non mi giro nemmeno.

LdP, 23 agosto 2015

21/08/15

Pasta rosè con calamari ermafroditi e fusi di manioca


Davvero non ce la faccio più con questa diffusa ossessione per il cibo e la sua preparazione. Mi sento accerchiato, condannato a leggere ricette e dover osservare gente che si sbatte tra tegami e fornelli.
Per me il cibo occupa solo, e pure svogliatamente, non più di mezz'ora al giorno. Dopo una pericolosa sbandata per i liquori, anni fa, sono diventato rigorosamente astemio. Cosa, questa, che da più parti è considerata peccato mortale. Significa che non sai goderti la vita. Significa che non puoi marciare su quel famoso binomio vino-sesso, ampliabile naturalmente a trinomio con la storia del buon cibo.
Oltretutto, ti trovi in mezzo a due fuochi: quelli che mangiano tutto con grande entusiasmo, senza nessun pregiudizio di sorta, e quelli che invece mangiano abbottonati in svariati precetti, pur lasciandosi la porta aperta sulla creatività. Ma, alla fine dei conti, mangiano tutti. Chi si straccia le viscere con conchiglioni alla ricotta paesana e chi riesce a cucinare la verdura in duemila modi diversi.
Sembra di vivere a Gambero Rosso City e questo mi rompe i coglioni. I sani piaceri della vita: una sbronza, del sesso laterale e tanta creatività, meglio ancora se da esibire in pubblico.
Chi mangia bene pensa bene”: non mi interessa nessuna delle due forme di salvezza.
Parla come mangi”, frase comune che in Italia, salvo rare eccezioni, significa parlare a cazzo, sotto effetto di suggestioni, di monomanie, di rifugi antidepressivi lastricati di olio leggero, solidarietà sottovuoto, cazzi e fiche in scatola, sentimenti populisti sempre a portata di mano, come pistole che spruzzano acqua ossigenata.
Sono intollerante, non faccio un solo passo indietro, e tutta questa roba mi annoia.

Non ti piace cucinare?”, mi chiese una bella ragazza filiforme anni fa, “sai, io trovo molto sexy gli uomini che cucinano”
Mi fermai, nella cucina del mio monolocale, mentre stavo per preparare un innocuo e ridicolo piatto di pasta con il sugo.
Gli uomini che cucinano e parlano continuamente di cibo mi stanno sul cazzo”, risposi, senza girarmi.
Trasalì: “Come sei aggressivo, ma che ti hanno fatto?”
Semplicemente, non ci tengo a conoscerli ed addentrarmi nei loro segreti”
La filiforme riprese coraggio: “A me piace bere del buon vino... il vino rosso mi manda fuori di testa... diciamo che mi rende allegrotta... e pericolosa...”
Girandomi di poco, colsi uno sguardo piuttosto caldo, accogliente come può essere la fantasia maschile di cosce che si aprono. Provai un senso di forte noia. Lo stereo mandava i Talking Heads e mi sentivo coinvolto mio malgrado in una serata seduttiva di merda, una serata in cui non avevo voglia di essere protagonista e parlare di stronzate.
Mi immaginavo invece alcuni miei colleghi in un contesto del genere; magari avrebbero sfoggiato dei grembiulini con sopra dei limoni o delle banane, quella roba sordida che molti portano avanti pensando di fare colpo. Uomini che parlano di aglio dorato, di sformati, di dimensioni di utensili, uomini che ti fanno assaggiare una salsina e tu donna che ci stai sai che quello è il preludio, l'anticipazione di un uccello medio e sopravvalutato che di lì a poco volerà nel tuo grembo senza nessuna poesia. Se non con il grottesco proposito di iniziare una relazione.
A tavola fu un disastro. La mia pasta era troppo semplice per lei. Avevo comprato un vino apposta per l'ospite, ma doveva essere un vino schifoso. Che naturalmente non toccai. Se devo sbronzarmi, io vado di Armagnac. Del vino non so che farmene.
La serata affondò quando la filiforme scoprì che non si poteva realmente dire che fossi di sinistra o comunque uno di quelli che crede in una società migliorabile. Venne fuori tutto il mio pessimismo sociale, che ancora oggi non nascondo. Non sono un pregiudicato che deve sfuggire alla cattura.
Come fai a non credere in niente?”
Non è proprio così. Comunque, se vuoi pensare che io sia così, fai pure”
Lo sai che mi fai incazzare? Per me la tua è una posa, te lo voglio dire”
Okay”
Ti piace fare il maledetto, ma tutti noi abbiamo bisogno degli altri”
Mai detto il contrario. Solo che mi piace scegliere. E spesso scelgo la solitudine”
Tacemmo per qualche minuto. Era chiaro che non avremmo scopato. Del resto, la fissa di fare continuamente sesso è tipica degli insicuri e dei superficiali. È una pratica che si può tranquillamente saltare, soprattutto se tende a trascinarsi dietro una totale incomunicabilità.
Per educazione e spirito di accoglienza, le chiesi se volesse del gelato. Lo avevo acquistato al supermarket sotto casa. Me ne intendo un po' più di gelati che di vini. Ma a lei era passata la voglia e rifiutò garbatamente.
Dopo un quarto d'ora ero di nuovo solo. Avevo sostituito i Talking Heads con Lou Reed e mi godevo una sigaretta maleducata in casa, di quelle che nessuno fuma più perché fumare in casa non si fa.
Sono un uomo innocuo”, pensai sogghignando, “ma in certe situazioni risulto peggio di un delinquente ed istigo alla fuga”.
Tutta colpa del fatto che non so cucinare e non bevo”, conclusi, lanciando la sigaretta dal balcone, altro gesto assolutamente sconsigliato in pubblico, indice di spaventosa mancanza di rispetto per il prossimo.

Gli ultimi dieci anni sono stati contraddistinti, nella mia personale esperienza, dalla vittoria a mani basse di due parole chiave: leggerezza e cucinare. Non so cosa è peggio. La leggerezza impedisce persino, se portata avanti come ci insegnano ogni giorno, di parlare di sé, di fare una riflessione più lunga di un'esclamazione e certamente di rispondere a tono.
Per dire, basterebbe fare un esperimento sociologico: provate a scrivere a qualcuno “sto attraversando una fase difficile della mia vita, eppure sto lottando”; quasi sicuro che la risposta sarà fuori fuoco, anche se affettuosa. Del tipo: “sai, è appena uscito un nuovo pc che si dice faccia miracoli”.
È diventato imbarazzante parlare di cose personali, condividere una fase, dare un'opinione su una questione spinosa. Vince l'afasia prima e la leggerezza poi.
Io posso solo dire che se uno mi scrivesse “ho deciso di uccidere mia moglie e vorrei lanciarmi a duecento all'ora sulla tangenziale con la mia vecchia Fiat 127 e vedere se sopravvivo”, non gli risponderei perdendomi in un distinguo, che so, tra rock sinfonico e rock progressivo.

Sono intollerante. Aspetto che spesso mi rende detestabile. Non intendo porre rimedio in alcun modo: tantomeno fingendo. L'intolleranza controllata e non becera non è chiusura mentale, anzi; spesso è proprio la conseguenza di un'eccessiva apertura a troppi aspetti dell'esistenza. Perché poi si finisce nel caos, nella confusione involontaria. Poche regole, troppi impulsi. Si sbrocca. Ed è allora, dicono, che si dovrebbe cominciare a cucinare carciofi sintetici in salsa di azalee, è allora che si deve sfoggiare il grembiulino da cuciniere, lasciando intendere che il pene celato dalla stoffa è poi capace di una bella performance socievole e ottimistica. E che il cuore, quell'organo riprodotto su custodie di iphone, su avatar di imbecilli e su copertine di libri, è capace di riprodurre il suono della speranza e dei mattoni che costruiscono. Anche se non sai bene cosa sta succedendo e stai solo cercando i fazzoletti per asciugare la tua venuta, evento che né Dio né i suoi angeli a cottimo terranno da conto.

LdP, 21 agosto 2015

19/08/15

Cronaca nera sentimentale


Latrati di cani in lontananza. Strada deserta. Il fumo non basta mai. Neanche hai finito che ne hai bisogno di nuovo.
All'angolo della strada hanno abbandonato dei pantaloni femminili sporcati dalle mestruazioni. C'è un foglio di alluminio unto da dodici giorni, che il vento fa volare a suo capriccio.
Termometro del di dentro di un uomo, e volutamente non scrivo anima, non è ciò che crea, non la sua faccia, non la sua vita sociale. Il termometro interno è il sonno. La lotta con il sonno e quindi con i sogni.
Il vecchio con i bermuda da malato terminale porta il cane a passeggio. Io mi sono pettinato, anche se al buio non mi si vede. La vanità, quella troia. Sempre in mezzo. Con gli occhiali da sole la gente sembra meno brutta e ridicola.
Cronaca nera sentimentale in alta stagione. Costa poco e sembra movimento. Ti fai una dose e qualcosa ti vorrebbe spingere a credere che sei al centro della scena.
Spegni la musica e inizia il sesso. O viceversa. I cani continuano a latrare, disperati e fedeli più alle assenze che alle cure. I morti continuano imperterriti a non tornare.
La luna sembra un disco che non metterai mai sul piatto, è troppo bella così. Straziante scartarla e usarla.
Pettinato e al buio, distratto e concentrato al tempo, bocca chiusa e occhi fessura, segnalibri in dieci libri diversi, penne preferite perse nei quaderni, tampinato da incostanti forme di vanità senza prezzario, mi domando se esprimersi, tentare di arrivare, declinarsi privatamente e di notte, siano atti di movimento e poi di coraggio.
Fede e santi su poster adolescenziali, tracce d'amore tumulate in foto che non si guardano più, sesso e musica che si incrociano in corridoi vuoti mentre un portiere senza faccia ti passa le chiavi della tua camera.
Cronaca nera sentimentale, scherzi ed addii che diventano una cosa sola, richieste di attenzione sovrastate dal latrato di cani che si sentono soli, non diversi da quegli uomini che stringono in un pugno, al buio, nomi suggeriti da amare e scommesse perennemente equivocate.

LdP, 19 agosto 2014

Ozric Tentacles - There's A Planet Here

18/08/15

La prima notte di quiete


Ma non esiste cammino per l’appuntamento, che non mi sarebbe più dolce della vita o cara. A noi dovevi lasciare la decisione feroce, che ti cela dietro confini inviolabili di freddo”

Allora, prendiamo il nostro eterno commiato, addio e per sempre addio Cassio, se ci rincontreremo, avremo il sorriso sulle labbra, altrimenti valga questo come ottimo congedo"

Ieri, presumibilmente per la trentesima volta nella mia vita, ho rivisto “La prima notte di quiete” di Valerio Zurlini, film uscito proprio nell'anno in cui sono nato, il 1972.
Pur conoscendo la pellicola a memoria -dialoghi, scene, il commento musicale di Mario Nascimbene-, anche questa volta è stata un'emozione. Ad ogni nuova visione scopro dettagli inediti o trascurati, potendo approfondire magari un personaggio minore, uno sfondo rapido, un'allusione velata, un riferimento culturale.
"La prima notte di quiete" è uno di quei film, ma sarebbe più opportuno dire 'opera', che si ama o si odia, capace di accompagnare qualcuno, come nel mio caso, per tutta una vita o di generare insofferenza in altri, perché non si può negare che la pellicola zurliniana ostentava un tono volutamente alto ed aristocratico, uno snobismo decadente e forse estetizzante, una tendenza fiera al nichilismo ed alla disillusione esistenziale. La poesia dello scacco esistenziale non può piacere a tutti. Oggi anche meno di ieri, mi piacerebbe dire a Valerio.

La trama è risaputa e questa non vuole essere una recensione cinematografica. Sono un ancestrale divoratore di cinema, soprattutto di questo tipo, ma non ho velleità di critico. Tutto ruota intorno a Daniele Dominici (Alain Delon), giovane supplente in un liceo di Rimini, un uomo dotato di una bellezza disperata e pigra, trasandata e al contempo fragile; un individuo che sembra aver già fatto i suoi amari conti con la vita, e che sembra avere scelto un'indolente cupezza, un fatalismo tenebroso e sfuggente. Uno di quei personaggi 'esistenziali' che così poco piacciono a chi in un film (ma anche in un libro, in un disco, in un quadro, nei rapporti umani e sentimentali) cerca leggerezza, toni pastello, ironia che stemperi ed elimini tutta la zavorra del vissuto doloroso, azione e colpi di scena che permettano di dimenticare e dimenticarsi per due ore scarse.

Non appartengo a questa scuola di pensiero, che anzi combatto e che rappresenta senza timore di smentita la mia nemesi culturale ed esistenziale. Non mi piace la pesantezza e trovo insopportabile l'abuso di cultura esibita e seriosità; ma mi rifiuto (e crescendo la cosa si è acuita) di trovare nell'introspezione e nella stessa disperazione di esistere un qualcosa di obbligatoriamente artefatto, provocatorio, autoreferenziale e snobistico.
Questo è più o meno il pensiero comune circa i personaggi alla Dominici; ancor peggio se questi personaggi -che appunto sembrano mere costruzioni letterarie- improvvisamente spuntano nella realtà, vivendola di traverso, ai margini, portando con sé forme disordinate di ribellismo, di lancinante distanza dagli schemi più collaudati della società, distanza abissale dallo sfiancante senso di stupefazione sdolcinata che gli esseri umani riversano sull'amore e quel che ne consegue.

In una realtà che è diventata ancora più veloce e feroce di quella del 1972, dalla memoria corta e dalle braghe calate, gli uomini come Daniele Dominici sono considerati con diffidenza, con una punta di fastidio indifferente; la loro inguaribile inquietudine è vista alla stregua di un gioco letterario autodistruttivo, la loro cifra emozionale è un enigma che genera fatue e rapide curiosità, pretestuosi abboccamenti senza una reale spinta alla comprensione. Chi si agita da sconfitto avrà i suoi motivi, che con una puntualità raggelante vanno ricercati in geometriche e svilenti spiegazioni psicologiche, lo svogliato revisionismo della non conoscenza. Chi si muove come un vecchio eroe nero, strafottente e con troppo da dimenticare, è una macchia su un vestito bianco, sui sorrisi di carta, di tessuto e di pelle che popolano le nostre case, i nostri ambienti e i nostri affetti. È una coincidenza, è una notte d'amore da superare presto, è una piccola ossessione che non può durare più della visione di un film, della lettura di una frettolosa recensione.
Chi non partecipa all'entusiasmo vorace delle cose, delle bellezze cotte e mangiate, è un errore esotico e poco più.

Ma Zurlini colse nel segno. Il personaggio di Daniele Dominici, pur caratterizzato da molti dei tipici tratti distintivi dello sconfitto, è universale e non lo si può ingabbiare in un contesto esclusivamente letterario o cinematografico. Daniele è quel che si può diventare -o forse si è- se ci si lascia andare, se si decide di uscire dalle continue pratiche di salvezza che la vita sembra offrirci a cadenze irregolari per uscire dall'anonimato.
Le passeggiate con le mani affondate nelle tasche di giacche e cappotti, con la sigaretta in bocca e lo sguardo disincantato, quelle sono pratiche regolari per chi continua ad inseguire un certo tipo di emozioni; quelle più infide probabilmente, quelle con un retrogusto di provvisorietà, di sradicamento incolmabile.
Daniele, dice la sua sfiorita convivente Monica (una Lea Massari quasi imbruttita ma affascinante anche per questo), non ha mai sonno. Daniele gioca. Che perda o vinca, la sua espressione è sempre la stessa. Disincantata, beffarda, di passaggio. Daniele legge e scrive, ma non assilla nessuno con la sua dipendenza da certe abitudini e inclinazioni. L'arte lo emoziona, è uno specchio, è la sua scena, ma non lo salverà dall'autodistruzione. Come l'amore, del resto.
Come è piena di morti la vita di un uomo”, sussurra Daniele a Spider poco prima che il suo destino si compia. Ed è così. Daniele fa sesso con la disperazione addosso, sempre la stessa, come il suo pullover slabbrato, come il suo cappotto di cammello, che poi era davvero quello di Zurlini. La seduzione non è giocosa, è parte del percorso, della discesa, dell'assuefazione silenziosa alla sopravvivenza.

Mi innamorai subito, quando vidi il film per la vita volta, del personaggio Daniele. Era inevitabile. Ma, mentre all'epoca ne riscontravo la bellezza letteraria e mi fissavo con l'identificazione personale, oggi lo riconsidero in una luce d'urgenza quasi affettiva e paradigmatica, e posso dirmi convinto che Daniele Dominici è una parte di quel che si è, una concreta possibilità di sostanza ed apparenza; non una pagina, non un fotogramma, non una suggestione seduttiva.

Oggi vivo in provincia. La città mi ha lasciato ed io ho lasciato lei. La mia città mi ha trattato come un puntino, non poteva fare altro. Io l'ho trattata come un grembo troppo largo e pullulante.  
Ora capisco e ritrovo parte dell'ambiente che Zurlini ha descritto nel film. La battona che si strofina le carte sulla vagina per 'benedirle', le auto lussuose e scenografiche che rombano e fuggono nella notte, i vitelloni annoiati e viziosi, ancor di più il pornografico malvezzo di filmarsi, riprodursi, proporsi continuamente. La concessione del lusso come prova di esistenza.
E anche, come nel film, il continuo tentativo di identificarti, di capire chi sei e perché ti comporti in un certo modo, cosa ti è successo tanti anni fa, cosa vai cercando.
Non puoi rispondere che non vai cercando proprio niente. Non puoi dichiarare che un figlio è un lusso, proprio come i rimpianti. Malinconia, sradicamento e cinismo personali sono meno perdonati di un assassinio, di una truffa, di un qualsiasi atto di violenza. Gli sguardi della gente somigliano ad una velata minaccia, “se vuoi stare al mondo, stronzo, cerca almeno di starci con un sorriso e non rompere i coglioni”.
Del resto, Daniele nel film viene più volte definito “pezzente di merda”, “morto di fame”, addirittura “frocio sifilitico” da una donna che ha rifiutato. Ma lui non vuole nulla. Nulla in genere e nulla in cambio. Non giudica e non vuole essere giudicato. È libero della (e nella) sua mancanza di libertà, proprio come i delfini nella piscina che osserva con Vanina, in uno dei momenti più belli del film. Ha scritto molti anni prima un libro di poesie che quasi ricusa e non ricorda con piacere. Rinnega le sue nobili origini. Ha venduto libri a rate, ha interrotto più volte l'insegnamento, è stato in galera per una storia di assegni scoperti. Non si capisce se si innamora o muore, nei momenti in cui le emozioni più vitali sembrano prevalere sul mare in tempesta. Non impone niente a nessuno e non tollera imposizioni. Sono i sensi di colpa a decretare la sua morte fisica. È la sua malinconia ingestibile, proprio come quella di Vanina, a renderlo attraente, più ancora del suo aspetto esteriore.
Torna in una casa abbandonata dove ha vissuto un tragico amore giovanile, ed in quelle scene è più bello di sempre, osservato dal fedele Spider. Come quando, sempre insieme a Vanina, osserva e commenta la Madonna del Parto di Piero Della Francesca a Monterchi.

Ho raccomandato questo film a tante persone, nel corso degli anni. Qualcuno, per compiacermi bonariamente, mi ha detto “somigli molto al personaggio”. Sarebbe stato e sarebbe tutt'ora uno splendido complimento, se non fosse completamente inutile. Non è per questo che amo il film, Daniele Dominici e l'opera omnia di un regista ed intellettuale “discostato” come Valerio Zurlini. 
Amo questo film per una serie di motivi differenti, insondabili e intimi; lo amo per aver dato voce ad un certo tipo di solitudine, di filosofia della dissoluzione, per il suo romanticismo forse barocco ma sincero, desolato e potente come il mare d'inverno, come il vento e la tromba di Maynard Ferguson.
Anche nel rivolere l'amore, nel continuare ad amare l'espressione artistica e quel che si riconosce ancora della bellezza, il pensiero della quiete resta indissolubile dall'idea della fine.
Alla faccia di quell'ideologia del “tutto a posto”, che continua a perseguitarmi ancora oggi, con tutti i lavori cambiati, le case abbandonate ed i luoghi più disparati, i contesti più eterogenei, la catena di montaggio delle amicizie e degli amori, gli anni che passano. I falsi nuovi inizi. I nuovi propositi sotto la minaccia armata della solitudine. 
Conosco pochissimo la quiete. Persino la sua definizione fredda. Chi me ne ha parlato meglio è stato questo film. E questo non posso dimenticarlo.

Luca De Pasquale, 18 agosto 2015