28/07/15

Ejaculatio Praecox Blues


Ant'Onio Cannizza è un giornalista musicale, un allologo musicale, un prezzemolino ogni minestra.
Contatto Ant'Onio Cannizza per avere un gancio in merito ad un libro sul rock tedesco difficile da procurare. Non l'avessi mai fatto. Mi risponde in modo evasivo, quasi infastidito, e poi -scoperto lo scopo filologico della mia mail- inizia a voler giocare con me come il gatto con il topo. Minimizza da subito la mia attività di ricerca, mi cita compulsivamente gruppi sui quali scommette di cogliermi in fallo, fa pesare la sua appartenenza a varie testate, il suo aver scritto diversi libri sui generi più disparati, insomma si preoccupa di schiacciare quello che lui considera un pidocchio, sarebbe a dire il blogger/scrittore esperto di musica.
Nessuno può essere esperto di musica quanto lui. LUI è l'esperto di musica. Gli altri meno. Per forza.
Eccone un altro, penso. Ecco un'altra testa di cazzo che marca a marmo forte il suo scrivere da settant'anni di musica, lui che ne ha quarantaquattro, uno solo più di me.
Competizione. Strenua e devastante. Voglia di polverizzare l'altro con una spocchiosa gentilezza. Un altro Vate, un altro Ambasciatore, un altro Allologo col sospensorio. Un altro frustrato in pectore. Ma Dio palestra, si farebbe prima ad incontrarsi a metà strada e cacciare il cazzo, centimetro alla mano. Perché tutto finisce per ridursi a quello.
Io ce l'ho più lungo, tu più doppio e a salsiccia viennese, ma quanto duri dentro? Resisti, sai resistere, se lei ti alita nell'orecchio “continua, stronzo?” o apri le valvole?
È così ormai. Siamo quasi tutti così, anche se fingiamo bene. La stima è solo un'occasione di accomodamento, una questione di opportunità, i complimenti sono un modo per pisciarci addosso tra un sorriso ed una raccomandazione.
Quasi tutti gli scrittori vorrebbero l'insuccesso degli altri. Un insuccesso moderato, di certo superiore al loro. E gli esperti, come scrivevo qualche nota fa, sono anche peggio. Finché si tratta di fare proseliti, di essere riconosciuti, anche tu, piccolo stronzo, fai comodo, sei parte del coro che spiccica il loro nome. Ma se entri nel giro devi crepare.
Io scrivevo su Rock Cock Air nel 1979; io ho scoperto il gruppo doom Sale Iodato Incesto SPA; io ho organizzato il festival di imitatori del secondo cantante dei Foreigner, tu che cazzo facevi quando io ero già grande?”
Se non fanno così, la buttano sulla purezza: ad esempio, se tu rimesti nell'hard rock e nello stoner e poi ti consenti roba deep house o pop scozzese, puoi essere demolito perché sei un impuro, non hai tatuata addosso una vera e propria causa coerente.
Che referenze hai per definirti esperto? Per fare interviste? Hai il tesserino di giornalista? No? E allora ti distruggo, ti cito il gruppo sinfonico del Liechtenstein, del quale sbaglio anche la discografia. Questa è la prassi iniziatica. Come quando entri in carcere e ti inculano per darti il benvenuto.
Quanto agli scrittori, a volte impiegano più di una vita (e tonnellate di carta) per riuscire a capire che tutto quel che desideravano sul serio era avere un pene più prestante e fattivo.

Ant'Onio Cannizza, nella sua mail, ha un tono risentito, come se lo avessi disturbato. Io avevo chiesto solo un link. Gli ho scritto che ho un blog, che sto intervistando gente con le palle, che ho molti amici tra i musicisti. Ha saltato a piè pari questa parte indisponente ed è sceso subito nell'agone. “Non penso che tu conosca roba fondamentale come Exmagma, Electric Sandwich, McOil... ma ci arriverai, credo!”
E invece io questi dischi li ho, e da anni. Solo che non glielo dico. Lo lascio nella convinzione che mi ha stracciato, che ha ridotto a scherzo il principiante che vuole cacciare la testa dal sacco senza avere le REFERENZE.
Cannizza bello, le referenze piantatele tra emorroidi e melografia, che può darsi ti si allunghi l'idrante da kindergarten. E che i Neuschwanstein ti conservino così certo delle tue competenze e della tua unicità.

Vad in farmacia, perché devo acquistare le pillole per dormire. Senza pillole non dormo. Roba da cassintegrati, roba da ultraquarantenni. La farmacia è completamente posseduta da afrori di Narciso Rodriguez rosa. C'è qualche cliente che ne ha fatto abuso. Volutamente. Narciso Rodriguez è un profumo da sveltina calda. Un afrore da capelli sparsi sul cuscino e bacini che cercano di essere più aderenti di pezzi della Lego. Se indossi Narciso Rodriguez significa che vuoi godere tu e vuoi far godere anche me. Ma mi mancano le referenze morali e i requisiti di leggerezza per far godere una donna tutta Narciso Rodriguez.
E poi le sveltine sono inquietanti. C'è sempre un demone dietro una sveltina. C'è sempre l'ombra extralarge di una concezione dell'amore da scuola media dietro la violenza ristretta di una sveltina con le bocche aperte e gli occhi sgranati. Non c'è il vero buio in una sveltina e dunque no. No da molto tempo.
La farmacista che mi serve non è bella, ma ha un'aria un po' drammatica, antica, lievemente nevrotica e dolce al contempo. Non so dire perché, ma percepisco una sua infelicità sentimentale. Per come porta i capelli, raccolti a coda, per come muove le mani, per come è timida quando incassa i soldi, i miei soldi. Meriterebbe una forma di felicità più continuativa questa donna, penso mentre la guardo come un estraneo non interessato ad altro. Mi auguro che lo abbia, un uomo capace di non essere una banalità ambulante e tronfia. Spero non si tratti di uno scrittore o di un esperto di musica.
Ci sarà, spero e voglio credere, un uomo che sappia raggiungerla alla finestra, quando lei è triste, prenderle le mano, sfiorarle i capelli senza dire cazzate. Senza quell'enfasi fottuta da mezzi impotenti che giocano a fare i titani che si tatuano nomi addosso con cuore, freccia e formule celtiche che non significano un cazzo.

Esco dalla farmacia con addosso tutta l'insonnia degli ultimi mesi. Mi sento un sole che tramonta in una barca ferma. Mi sento un gioco da tavolo finito nel solaio, in mezzo a vecchie foto, robot degli anni ottanta senza un braccio, audiocassette smagnetizzate. Non mi sento uno scrittore e nemmeno un esperto di musica, anche se questo faccio e questo bazzico. Non sento il desiderio di raggiungere i nastri dell'ennesima nuova partenza in compagnia di sconosciuti verdi come limoni, itterici e gelosi del nulla che propagano. Sì, Cannizza, mi hai battuto tennisticamente con un triplice 6/0. Io a Wimbledon non voglio andarci, preferisco i Challenger, soprattutto se posso giocarli in posti che non dimenticano il mare in un fatale attimo di superbia.

Tra poco tramonterà il sole vero. Forse riusciamo ad armonizzarci in tempo, non so. Come uno di quei gruppi hard boogie di Andorra o dello Swaziland che mi ha citato Ant'Onio.
In banca ho 442 euro, ho 43 anni e tre pacchetti di sigarette duri, di quelli che non si distruggono in tasca. In più, ho le pillole per dormire e non ho ancora dimenticato il sogno del mare, del mare aperto e di quella libertà illusoria di non partecipare al gioco del lancio di merda tra simili incazzati.
Spero di dormire. Spero che quella donna della farmacia abbia quel che desidera. Spero che facciano le nuove boccette di Narciso Rodriguez con dosatori più stretti.

LdP, 28 luglio 2015

27/07/15

Selfie-destruction


In un appartamento non riuscivo a lavarmi bene la faccia, perché il lavandino era tarato per nani. Sbattevo continuamente la testa sotto il rubinetto.
In un'altra casa, tutto era miniaturizzato e non funzionava a dovere. Fornello mini, letto troppo corto, condizionatore che sputava fuori polvere nera e insetti morti; provavi a farti una doccia e il bagno si allagava immediatamente.
In un'altra esperienza ancora, il mio coinquilino -una brava persona educata e gentile- cucinava continuamente ed io mi rintanavo in camera a scrivere, fumando senza soluzione di continuità e tentando malamente di astrarmi. I suoi amici non erano i miei. Quando venivano, non ci si scambiava mezza parola.
I miei, invece, con lui discorrevano, se non altro degli odori culinari trovati in casa o delle bizze del tempo. Ma è risaputo che sono io il taciturno. Quello che non va a caccia di argomenti per assottigliare ed alleggerire le distanze.
Mi hanno detto che nelle case in cui ho vissuto c'erano tante cose belle e migliorabili, più che belle “carine”. Ma io delle cose carine non ho mai saputo cosa farmene. Mi hanno detto che se le avessi gestite meglio, quelle stamberghe, quei buchi, sarebbero stati più confortevoli. Può darsi. Ma non per me. Erano casette di un Big Jim finito in cassa integrazione, catapecchie buone solo per professionisti adulteri in cerca di scopate; perché almeno i bidet funzionavano. E va aggiunto che in una delle topaie si poteva scopare in una sola posizione, perché il letto era su un piano rialzato ed il soffitto era bassissimo. Ti grattavi il naso da supino e andavi a sbattere. Un professionista in vena di distrazioni doggystyle avrebbe dovuto scartarla a prescindere.
Ho pagato quelle case con parte dello stipendio che percepivo; una larga parte. 800 euro, 900, 750, 550, infine 300, ma l'ultima era davvero terribile. Puzzava di muffa e poco importa che il panorama fosse mozzafiato (lo dicevano, ma non me ne accorgevo più di tanto); il fiato me lo mozzava quell'odore schifoso.

Un paio di donne, in quegli anni ormai cosparsi di polvere e di noia, si spaventarono e fecero saltare delle serate che si annunciavano galanti.
Addirittura dei dietrofront a cose già praticamente definite; una scusa, un pretesto, e volavano via prima che io potessi garantire sulle lenzuola nuove.
Non potevo dar loro torto. E poi, io non mi mettevo il grembiulino per cucinare una qualsiasi pasta al pomodoro e arrostire una colardella. Nessuna buona apparenza. Nessuna lampada di sale all'ingresso. Fumavo in casa, manco sul balcone come gli uomini per bene. Niente cibo alternativo. Niente pesce, cozze, calamari, telline, vongole, chele di granchio. Niente disco di Keith Jarrett e luci soffuse. Detesto questa roba laccata, queste atmosfere da defaillance genitale. Non ne posso più di uomini che usano Bill Evans e Miles Davis per accelerare le pratiche di cazzo. Per certe cose, soprattutto se non si è degli esteti con le mutandine smacchiate, è meglio il raw funk ed un basso slappato. Infinitamente meglio Serge Gainsbourg.

Ricordo quelle case solo perché sono dotato di memoria. Non c'è nessun altro motivo valido. Per me una casa in fitto vale un'altra, cioè nulla.
Non mi affeziono. Non mi appassiono. Rendere presentabili le tane di un déraciné è un gesto molto borghese, ma più che altro patetico e sostanzialmente scomposto. Parlare pulito, pensare pulito, levigarsi, censurarsi, comportarsi da accessorio e non da persona; tutte pratiche che mi hanno sempre disturbato.
C'è una forma di disperazione nell'ordine che mi fa orrore. Un sintetizzarsi, un declinarsi per un pubblico immaginario, che siano amici, donne, parenti, conoscenti o colleghi. Molti hanno una paura fottuta di mostrare i propri difetti, le inevitabili miserie dell'anima, il sesso mal riuscito, le ossessioni, le tare, la nostra indiscutibile e controversa vocazione all'estinzione. E quindi, sulla base di questa certezza, non intendo perdere tempo e farlo perdere agli altri con stucchevoli accorgimenti di savoir faire e di apparenze.
Il quadro è storto al muro, e così rimarrà. Un occhio è nel sole, l'altro nella notte: le cose non cambieranno. Metà della mia anima cerca di costruire, di rinsaldare, di ottemperare ai bisogni, ho una metà davvero buona, come quei biscotti bigusto della pubblicità. L'altra metà, se proprio la vogliamo mettere a fette di torta (ma il grembiule equivoco non lo indosso), è nerofumo sottovento, scritto tutto attaccato. Calze autoreggenti color sparizione, talmente smagliate e poco funzionali al piacere da non poterci fantasticare e venire sopra.

Incontro casualmente un amico che mi racconta di quanto riesce ad interessarsi agli altri, di quanto, parole sue, è “armonizzato” al contesto.
Lo fa con un tono di malcelata riprovazione, perché sommessamente -nemmeno tanto- vuole far risaltare il mio individualismo arrogante, quella cinica abulia che viene detestata dai più volenterosi.
Vuole dimostrarmi a tutti gli effetti di essere inserito nel tessuto della società, nel cuore degli altri, assunto che sembra il titolo di una canzone romantica per sbavoni.
Per lui il mondo è in bianco e nero: ci sono i buoni e i cattivi. Lui è buono. Lui è efficiente nel modo di andare incontro alla vita e alle persone. Sembrano frasi da dire sottovoce dopo un massaggio orientale, di quelli puliti però, non quelli dove ti fai pure succhiare il cazzo.
L'amico ha tentato di aggiustarmi con pinze e tenaglie; con slogan e prove di forza logiche, atte a dimostrare che da soli non valiamo nulla, che un uomo solo è condannato allo scacco. La scoperta dell'acqua calda, quella buona appunto per il bidet.
Sono comunque d'accordo con le idee accomodanti dell'amico, con la sua sincera partecipazione ai flussi di umanità che non chiedono altro che incontrarsi, consumarsi, amarsi.
Io credo che le fasi di disumanità, se pure vogliamo definirle in modo così squadrato, servano. Mi piace tuffarmici dentro e fottermene di quel che pensano fuori. Mi serve aggredirmi, tendermi agguati. Tutti dovrebbero fare un bagno di umiltà e accettare che si può andare in crisi, che una concezione dura e piuttosto buia della vita non è necessariamente una sconfitta. L'assioma luce=positività/buio=negatività non convincerebbe nemmeno un ragazzino delle medie, se è sveglio e non attaccato al perizoma della madre.
Il buio chiede la grazia della luce ogni tanto, è l'orgasmo mensile che mettono a disposizione degli uomini che nel bello e nella tregua trovano più motivi per intensificare il ricambio delle sabbie mobili che scrivere stronzate.

Oggi sei uno scrittore, domani sei uno stronzo, poi un impiegato, un amante, di nuovo uno scrittore, un figlio avvolto in tende nere, una farfalla della notte, e poi ancora uno scrittore. Le giacche sono sempre quelle. Ci sono foglioline di tabacco in ogni tasca e il profumo delle case abbandonate, una dopo l'altra, in albe che ricordano le grandi scene implose di Jean-Pierre Melville.
Flauto traverso, pianoforte, intossicazione da fumo, abat-jour mezzi rotti in camere piene di ricordi, il corpo che invecchia e la rabbia che sostituisce la droga, recessi della mente popolati da ladri stilizzati e galantuomini, puttane a molla, la fuga dai concorsi per essere salvati, il bacio che ti arriva tardi, quando hai già infranto lo specchio con tutta l'aggressività di chi pretende di lavare il proprio destino ogni giorno, mantenendo in piedi una forma di dignità.
Ieri eri uno scrittore e ti dovevi interrogare su che maglia a collo alto sfoggiare, che parole scegliere, quali adulazioni filtrare. Poi sei stato nudo come un verme per anni, in direzione opposta alle corsie preferenziali, ti sei snobbato, ti sei sodomizzato ogni sera prima di dormire, sei stato eccentrico in quelle forme di freddezza che sembravano uno sbracato richiamo all'arte e ad un esistenzialismo urbano di ultima generazione, in pratica zavorra per monchi.
Ti sei scopato tutta la noia e il disgusto, tutti i liofilizzati ingeriti a forza, ti sei scopato la tua essenza da fraintendere, ti sei venuto in bocca, hai scelto di trattarti da zoccola a luci spente, senza reclamizzarti. Come invece fanno quasi tutti.
Io ho scritto”; “io sono specializzato”; “io ho approfondito...”; “modestamente, sono stato l'unico a...”

Per un anno mi sono fatto patetici selfie dietro al computer, quando scrivevo di notte. La prima cosa che pensavo quando li guardavo era: “Che faccia di cazzo, Cristo. Ma almeno io lo so. Dovrei portare questa faccia di cazzo in una libreria, fare saliva, arraparmi per le suggestioni che potrei creare nell'anima di qualcuno, ma è necrofilia, necrofilia di merda”
Poi ho smesso di generare quelle istantanee. Nelle giornate migliori somiglio a John Cusack, e mi fa piacere. In foto sono quasi sempre un cantero spetenato, le espressioni sono poco spontanee, mi sembra sempre di essere stato intercettato mentre sto rubando o violando qualcosa. Sensi di colpa ancestrali. Mi aiuta trovare che spesso ho una gran faccia di cazzo. Apprezzo di più quando mi sento bello. Può capitare. Tutti i non belli godono di giornate di estrema e futile bellezza.

L'estate è ancora lunga. C'è una coppia che balla in una casa vicina. Tra dieci minuti si riempiranno tutti i buchi e zone estese della coscienza. Si comunicheranno l'utile e il giusto: “Hai goduto?” “Oh sì, amore mio, mia stella, grazie”
Dio non se ne chiava un cazzo se ci fottiamo o ci ammazziamo. Per questo è opportuno continuare a vivere. Per questo è affascinante osservare la nostra energia, commutata in speranze ed istinto, planare verso specchi d'acqua così scuri che ogni variazione può diventare magnifico lampo, breve ventaglio di luce, passione che almeno si è dichiarata.

LdP, 27 luglio 2015

25/07/15

Poco e niente


Quando arriva la tempesta di vento e di pioggia, sono eccitato come un ragazzino. Mi serve questa roba. Mi serve per ripulirmi. Tutto quel caldo di merda. Tutto quel sole pezzente e fastidioso.
Ho bisogno di continue tempeste. Altrimenti muoio.
Ho bisogno che l'orizzonte si oscuri, ogni tanto, che la visibilità sia pochissima e densa di nebbia e di suoni senza fonte accertabile.
Devo muovermi come un lupo. Devo sbranare il tempo e pazienza se mi abbatteranno.
Devo accorciare la distanza tra lo specchio e l'aria. Devo infrangere lo specchio quasi ogni mattina e poi levigare i cocci per renderli piccoli soprammobili con un po' della mia anima dentro.
Ogni tanto devo tagliarmi. Considerare il taglio, la scucitura del tessuto. Devo pettinare i miei brandelli, sedermi in poltrona e aspettare che piova. Tranquillo. Svuotato di qualsiasi dispersiva morale. Riluttante a qualsiasi accorgimento. Oggetto non riconosciuto. Pulsione equivoca. Stanza abbandonata. Acqua invernale conservata nei vestiti. Mare in diagonale sul muro, impossibile trovare l'angolazione opportuna.
Decadenza, errore, forzatura, luna in saldi, vene con i nodi, vestiti viola con toppe accecanti, pozzanghere che conservano lettere mai scritte. Distruzione, autodistruzione, costruzione, ricostruzione.
Musica privata uccisa all'alba da qualche strega.
Porto notturno senza attracchi, viaggio senza ricordi, sesso che si sfrega contro il dolore e produce scintille fredde, cera per scrivere, per modellare capelli disordinati, ceralacca per chiudere pratiche e inoltrare le relative domande d'oblio.
Sono poco e niente, ma mai tristezza che si esaurisce.
Sono la rabbia del desiderio che non sa spiegarsi e dunque va a chiedere piccole carità al cielo scuro. Sono la telefonata che non sa riprodurre la nostalgia come le onde del mare, sono la telefonata interrotta. La cartolina senza mittente. Gli anni migliori che si castrano in pubblico per evitare il tedio assurdo della nostalgia.
Sono poco e niente, ma non scrivere è un suicidio. Il niente è un minuto aggiunto all'orologio e scocca furtivo, innocuo, carnefice in miniatura, amico e demone, fratello, padre, sforzo del respiro.
Sul niente ho costruito le mie case migliori. I rapporti più duraturi.
C'è chi vuole distrarsi in continuazione. Me ne fotto di quelli che vogliono sollazzarsi. Non li apprezzo e non li amo. Mi piace la densità. La polvere. Le zone e gli spazi vuoti servono. Per continuare ad amare questo breve passaggio beffardo e colorato al punto giusto da rendere ciechi per troppa malinconia.

LdP, 25 luglio 2015

23/07/15

Sobrietà Umiltà Vendetta


Il tizio con il SUV quasi mi investe, mentre torno a casa tutto sudato con le buste della spesa. L'ennesimo imbecille che nel SUV vede ed ostenta l'allungamento poco utile del suo cazzo.
Trattasi di un ragazzone con le braccia muscolose, tatuate; questo riesco a vedere nel rapido ed arrogante passaggio che rischia di porre fine ai miei giorni. Riesco a vedere anche le cosce nude della sua passeggera, stese quasi sul cruscotto.
Uno di quelli che fa tutto in automobile. Anzi, con il suo SUV estensione del pene. Uno di quelli che sembra che la vita se la mangia, sicuro di sé, del suo status, dei suoi vizi. Uno che non si sarà mai ritirato a casa a piedi con questo caldo e la spesa dietro, come i vecchi.
Non invidio il suo SUV e il suo cazzo. No. E non vorrei come partner una capricciosa arrapona con le cosce sempre in mostra e un esercito di riserve nel cuore vuoto pneumatico.
Non mi hanno mai eccitato donne del genere. Non mi sono mai piaciute le scopate mezzo soap opera mezzo seduta in palestra con steroidi, anabolizzanti e sciocche battute di buon senso.
È un caldo maledizione, quello di questi giorni. Avrò perso venti chili in sudore e incazzature.
Desidero acqua gelida e luce notturna. Voglio le finestre delle case chiuse. La gente muta. Le radio con le canzoni estive fuori uso. No selfie, no cocomeri, no libri da ombrellone.
Lo so che fumare fa male, con questo caldo: per giunta sono in salita. Forse creperò appena raggiunto il cancello. Fine di una parabola contraddittoria. Fine di equivoci, stronzate, inutili rimandi al passato, fine di spiegazioni pretestuose, di interpretazioni lubrificate, di passioni fraintese, di amicizie con la chiave di carica dietro il culo, fine ingloriosa di piacionerie passatempo che valevano meno di un omicidio o di un furto.
Fine di quelle sciocche lezioni con coccarda e cartella, porta gratitudine, porta rispetto, sii assennato, non drogarti, non bere, non desiderare la donna d'altri, non rubare, non commettere atti impuri.
Precetti e regole. Continuamente. Ma si può sapere una buona volta chi cazzo è il capitano della nave? Cosa vuole e cosa va cercando? Perché sono un po' stufo, stanco di ammutinarmi in faccia ai suoi sottoposti e non a lui. A chi devo consegnare i miei gradi se non voglio far parte della ciurma e preferire lo status di naufrago? A chi devo inoltrare domanda?

Le notti sono lunghissime. Bollenti. Annego in temperature da latte bollito, con tanto di pellicola, con tutto il caravanserraglio dei sogni appresso. Sogni destabilizzanti, abortiti in percentuali risolutive. Sogni da naufrago. Sogni da uomo in mare che continua a scambiare le scialuppe per pericolosi predatori marini e se ne allontana.

A casa mi lavo, mi profumo, mi pettino. Continuo ad avere la faccia che non corrisponde a quanto ho dentro. Soffro d'insonnia e mi mando affanculo in continuazione. E non ne posso più di esperti. Di musica, di quadri, di cinema, di sport, di sesso, di arte in genere, di cucina manco a parlarne. Persone che parlano troppo e si scopano da sole. Si scopano allo specchio con i rossetti delle madri e delle sorelle. Uomini che si depilano il culo, se lo guardano allo specchio e magari si masturbano, nell'illusione di essere anche oggetti di piacere da rimirare. La maggior parte degli “esperti” sono solo dei palloni gonfiati con l'ego a forma di vibratore. Fa troppo caldo per sopportare tutta la supponenza in giro. Fa troppo caldo per fare i bravi bambini.
L'anima non è una pistola d'ordinanza, da queste parti. Neanche un SUV. E non il sesso. Non c'è moderazione, in queste stanze di sudore, pazienza e affanni senza custodia protettiva.
Trilla il telefono, ma non voglio parlare di fantasmi.
L'altarino dei ricordi melliflui ha un piede rotto, come i tavoli nelle case degli sfrattati. Le preghiere agli dei tornano indietro come chiamate rifiutate. Ogni piccola concessione di Dio paghi lo scatto alla risposta e poi ti fotti in qualche modo.
L'entusiasmo sessuale ha un apparenza sgranata e fuori fuoco, proprio come le foto ai fantasmi, quelle che fanno gli imbecilli nelle notti di pioggia, sperando di cogliere il mistero e diffonderlo. La fissazione della giovinezza è come un banco di pesce avariato, scartato dalle casalinghe attente al prodotto, fotografato dai turisti di tutto, i turisti della vita, i turisti della grande curiosità esistenziale. Fa ancora più caldo e continuo a fumare.

SUV. Sempre Uniti Veglieremo. Salsicce Unte Vittoriose. Sesso Urticante Vorticoso. Sedimentate Unioni Vivaci. Sobrietà Umiltà Vendetta. Ecco, questo è l'acronimo che preferisco.
Ma la vendetta è una cosa brutta, non si fa”.
Ma chi lo dice? Il Capitano? E chi lo ha mai visto, il Capitano?
Io vedo solo gente che gli lava il ponte, la cuccetta, la cabina, la divisa. Vedo solo schiavi in livrea, ognuno con addosso la sua maledetta e consistente filosofia di sopravvivenza. Niente che porti lontano. Niente che sia naufragio e basta, non di quelli finti che si portano oggi, quelli in cui vince la morale banale “tutti possono recuperare”.
E se uno non volesse?
Io il ponte non glielo lavo, al Capitano. Ho troppo caldo e ho commesso troppi errori. Il bonus non me lo merito e non lo voglio. Tutto quello che desidero adesso, proprio adesso, è uno specchio scuro di acqua fredda, il passaggio della nave meraviglia immensa e da sognare a distanza di sicurezza.
Come un testimone e non come un figurante. Senza perle di saggezza in bocca, miste a saliva, impazienza, quell'improvvisazione sentimentale nei confronti della propria vita che è solo un danno, una marchetta, un equivoco, un SUV senza motore.

LdP, 23/7/2015

20/07/15

Lettera dall'aurora scura


Il grande bar della vita in cui ci si incrocia, ci si perde con pene e amori, che affondano, fuggono, dimenticano e ricominciano. I ricordi che sospirano e si battono nel rullo di tamburi della grande porta del bar della vita. Con un triste caffè mattutino e il proprio bicchiere pieno di lacrime davanti alla solitudine appoggiata al bancone”
Gaston Criel – Il grande imbroglio, 1952

Non si scrivono più lettere. Quasi nessuno lo fa più. Se pure si tratta di messaggi personali, sentiti, comunque stiamo parlando di email e non di lettere. Avrò letto questa protesta sul non scrivere lettere da qualche parte. Ecco perché te ne sto scrivendo una. Ma non so se poi è proprio una lettera; forse è un'email vestita da lettera. Più o meno come andare ad una festa in maschera vestito da generale Custer.
Non so nemmeno che tipo di lettera dovrei poi scriverti. Non mi piacciono le cose organizzate. Posso iniziare a dirti che l'età che ho, quella me la sento tutta addosso. Non è un'età veneranda, ma non sono un ragazzino. Gli anni li sento tutti. Forse è meglio. Maturità o non maturità, è meglio.
La mattina il processo di riconoscimento è lungo. Molto lungo. È un film, forse un mediometraggio. Ogni mattina. E spesso si interrompe bruscamente; ancora più spesso perdo personaggi, luoghi, odori, le scene corali affondano nella notte e nel caos, le scene di feste e riunioni presentano buchi narrativi ed esistenziali che non sono in grado di rattoppare.
Da ragazzino mettevo i miei sogni in fila indiana. Facevo l'appello e poi li chiamavo a colloquio. Li analizzavo scrupolosamente: siete pronti ad essere realizzati, anche solo in parte? Siete pronti a far parte del mio carattere, del mio comportamento, del mio destino? Siete pronti a lottare e ad assumere colori che non conoscete?
Siete in grado, incalzavo, di essere passioni e non vizi?
Ero ordinato, nei miei sogni. Ero solenne, trascendente, come l'età richiedeva.
Oggi i sogni sono stati sostituiti da scie. Folate di odori e di vento. Roba incorporea, sfuggente, con capricciosi contorni di dispersione. Scie provvisorie che non prendono mai la strada maestra, preferendo scorciatoie, sentieri più silenziosi, privi di segnaletica. Soprattutto, queste scie -a differenza dei vecchi sogni- non rispondono mai all'appello e c'è poca familiarità tra di noi.
Questa, devo dirti, è una delle caratteristiche della mia nuova età. Ma cerco di essere vigile. Per esempio, cercando di mantenere l'equilibrio tra i ricordi e le prospettive; perché se i primi prendessero il sopravvento, perderei il gusto a quasi tutto.

Così come fatico a riconoscermi al mattino, altrettanto mi succede con le persone. Non mi sento obbligato a riconoscerle. Non mi sento costretto a trovare il linguaggio che ci unisca, l'idea che ci apparenti, il proposito che ci sovrapponga armoniosamente. Credo nelle differenza. In educate forme di distinzione. Credo anche nella lontananza, quando serve, quando è necessaria, quando è spontanea.
Credo anche nelle incongruenze, se hanno un senso durante un percorso. Qualsiasi tipo di percorso. I percorsi prevedono, ne sono certo, fasi di presenza ma anche fasi di assenza. I percorsi prevedono interruzioni. Lavori.

Dalle mie finestre lavo la malinconia ogni mattina. Pezzi di malinconia come biancheria intima. Lavo a mano e lascio asciugare, anche se li dimentico sempre sotto la luna, quando sono già completamente asciutti.
Dalle mie finestre vedo più che altro lavori in corso. Polvere e mutamenti. Vedo il mare spezzato dal cemento. Vedo nitidamente l'illuminazione che le persone scelgono per celebrare piccoli avvenimenti. Vedo tentativi di illuminazione. Vedo una specie di obbligo alla buona volontà che purtroppo, molto spesso, mi annoia.
In questi ultimi tempi, te lo confesso, proprio durante quella lunga fase di risveglio e identificazione, mi chiedo frequentemente se è vero che i sogni, alla mia età e sotto il severo sguardo della lucidità, sono un lusso. Un lusso quasi impossibile da mantenere.
Penso sia così. Per questo vivo di scie e non di sogni. Forse sono un cacciatore di comete o uno stupido. O entrambe le cose.
Sarà per questo che le scie, i lampi, le tempeste di vento, le deviazioni necessarie, mi appaiono come una sorta di compensazione e quindi le perseguo.
Non posso scrivere il mio destino. Nessuno può seriamente pensare di poter evitare il buio.
Però posso accettare i cambiamenti. I nuovi vestiti più stretti. Le notti che ti istigano alla magia e poi, se va bene, ti regalano solo un po' di quiete. Posso accettare gli sguardi che non indaghino troppo. Le mie rughe. Perché ci sono e mi parlano. Posso accettare ed elaborare le inevitabili assenze. Senza riversarle sugli altri. Senza sostituzioni in corsa. Senza perdersi in quella forma di stupido orrore che è il non pensare, il rifiuto della consapevolezza in nome di non si sa quale benessere dalle gambe corte.
Posso chiudere questa lettera dicendoti che non devi allarmarti per me. So che la notte è più lunga del giorno. So che gli attimi migliori, quelli in cui l'orologio davvero lo dimentichi, possono arrivare anche dopo un lungo esilio, una lieve condanna, una costrizione indotta. Continuerò a lavare la mia malinconia tutte le mattine, e quando la lascerò ad asciugare vedrò il solito panorama interrotto di mare e cemento, in parti non uguali.
Scrivere mi è necessario per non naufragare. O per naufragare meglio. Naufragare nei colori che amo. Scrivere mi serve ad amare. Disordinatamente, senza formule definite, senza l'ossessione del lieto fine, ma pur sempre amare.
E amare, come vivere, è quasi sempre notte.

LdP

19/07/15

Insonnia pastello spezzato


Cinque e qualche minuto del mattino.
Un'insonnia che è una montagna impossibile da scalare, un'ossessione non rinviabile, una sorta di condanna alla belle luce di queste ore.
Un uomo con dei bermuda ridicoli si ritira a casa, avrà passato la notte in discoteca.
Questa è l'ora più facile e più difficile allo stesso tempo. L'ora in cui si è più soli in assoluto, accordati esclusivamente con i propri movimenti, con i sogni svegliati male, con il respiro che si affanno al primo pensiero da fraintendere.
Questa è l'ora in cui l'anima offre lo spettacolo migliore, quasi come il cielo: è stesa ai tuoi piedi, l'amante troppo spesso ripudiata e sostituita, l'amica ingombrante di vizi inconsapevoli, la scorciatoia più conosciuta per piccole morti, per gite di castigo dietro la lavagna, per equivocarsi fino ad odiarsi il giusto e anche di più.
La luce dell'alba mi perseguita da quando ho messo piede in questo mondo. Ne sono dipendente e non riesco ad invertire la rotta. Ci sono tante cose che non riesco a fare, troppe. Ho chiesto troppo e continuo a farlo.

Giro per le strade. Non c'è un bar aperto, nemmeno uno. A parte l'orario, è come se fossero tutti già in vacanza. Qui ci sono onde di cemento, balconi scrostati con piante banali, puzza di piscio di cane che si solleva dall'asfalto già caldo. E l'odore sgradevole di motori spenti da poco.
Le strade sono ostili persino a quest'ora, così indifferenti anche alla magnifica polvere cromatica che l'aria offre in queste poche ore di pace. Già, pace. Parola controversa. Beffarda. Parola usata per grandi cause o per debellare stati di tensione relazionale, ma quasi mai associata alla respirazione dell'individuo singolo, dell'uomo non apparentato a niente e nessuno.

Sono da poco passate le sei. Per strada c'è un uomo che porta a spasso il cane. C'è un mezzo fattone che barcolla e scompare in un portone. Tutte le finestre sono comunque aperte, con le persiane abbassate. Non mi pesa fumare a quest'ora, anche se sono alla ricerca di un caffè.
La gente ha fascinazione delle strade deserte solo se poi portano a qualcosa di costruttivo, solo se sono una fase di passaggio. Non le amano per quello che sono. Deserto, appunto. Deserto che non fiorisce. Che non lenisce. Che non aggiusta e non ripara. Che non nasconde nemmeno, non occulta gli sbagli e i tormenti: riesce solo ad evitare al singolo l'esposizione agli sguardi distratti della folla. Non c'è altro. Le strade deserte sono per molti l'attesa di qualcosa, mentre per me rappresentano una scena di movimento interiore che quasi mai riesco a conservare integra.

Puoi spingere sui colori forti. Puoi adagiarti su quelle tinte pastello che non servono a niente. Puoi sederti sulla tua pazienza violentata e fingere di aver trovato una religione. Puoi tentare di scrivere d'amore per sentirti meno stronzo. Puoi svenderti con leggerezza pur di cambiare abitudini a seconda delle esigenze. Puoi usare la musica se non sai parlare. Puoi persino convincerti di essere una guida per qualcuno. Ma le strade deserte restano deserte. E questa non è neanche un'ora adatta per i fantasmi e per certe suggestioni esistenziali che valgono meno di una mezz'ora con la massaggiatrice che prima era un uomo.
Cerchiamo religione e giustizia ad ogni passo, è nauseante. Cerchiamo un senso sfidando tutta l'arrogante crudezza che opprime il nostro sguardo. Pensiamo di stare nel giusto. Di fare il possibile. Di aver costruito un piccolo tempio di dignità umana ambulante. Ma le contraddizioni sono tutte ancora lì, nelle nostre caverne, come orribili pipistrelli mezzi svegli e attenti ai nostri movimenti, soprattutto ai nostri errori.

Finalmente trovo un bar aperto. Dentro c'è un tizio con i capelli bianchi, l'aria sconfitta ed annoiata. Ci scambiamo un saluto pigro, già stanco, ed una frasetta di accompagnamento sul caldo asfissiante. Napoli, sei ore e trentasei minuti del mattino. Ho scattato delle foto alle strade deserte e al panorama.
A quest'ora siamo tutti liberi, come quando da bambini gli adulti si decidono a lasciarci tempi e modi per fare esperienza e quindi sbagliare. N0n c'è poesia in questo bar aperto per dovere, nello sguardo spento di quest'uomo e nel mio girovagare senza meta.
Non c'è nulla di morale ed utile in questa mattina di insonnia accesa e crudele. Nulla che insegni, che rattoppi, che inauguri, che consoli. È solo una mattina d'insonnia e le strade sono deserte.

Non c'è una morale in questa storia. Un pretesto. Una trama. L'idea di un seguito alla prima luce della giornata. È un pastello tratteggiato su carta già usata. Mi piace spezzarli, i pastelli. Regalarli. Mai conservarli.

LdP, 19/7/2015

15/07/15

Lo scrittore permaloso e la "perception du produisis"


Il mio capo francese mi diceva, utilizzando un linguaggio assai originale, che non avevo la “perception du produisis”. Dopo tanti anni, mi capita ancora di chiedermi cosa volesse dire.
Il suo sottoposto, che a sua volta era un mio superiore, mi diceva invece che non “vivevo il reparto”. Forse pensava che con questa frase mi avrebbe tolto il sonno.
In seguito, sono cambiati i personaggi e anche la fantasia degli ammonimenti, ma non certo la sostanza: “sei in gamba, ma non hai grinta”; “quando non c'è Tinozzo le vendite non vanno bene, ti impegni poco”, eccetera.
Successivamente, mi sono sentito dire che la mia scrittura non andava bene. C'è chi mi ha segnalato come superficiale, chi come ripetitivo, chi come pomposo, c'è stato un tizio piuttosto nervoso che mi accusò di essere un sessista schifoso, un omofobo del cazzo tutto preso dalla pessima idea di imitare Palahniuk.
Io sono molto rozzo, non ho mai letto un libro di Palahniuk. E non mi sdraierò sui ceci per questo. Non sono un lettore professionista.
Poi un tizio abbronzato mi disse che usavo troppe interiezioni ed immagini fumettistiche. Un collega scrittore mi fulminò mentre stavo lavorando, dicendomi che uno senza agente non vale niente e non otterrà una ceppa. Mi hanno segnalato che dopo otto anni che non pubblichi solista non sei più uno scrittore.
Il mio libro del 2004 è diventato un cimelio esotico, una soddisfazione da esibire con cautela, senza tirarmela; perché gli scrittori seri e veri sono altri. Questo lo so perché me lo hanno detto. Mi hanno anche segnalato più volte che la scrittura su blog è da sfigati, che lo fanno tutti, e che poi io continuo a parlare dei fatti miei.
In rapida successione, sono stato poi informato che non sono molto conosciuto. Ah, sai che non lo sapevo? E pensare che ero certo di avere la stessa notorietà degli scrittori da supplemento di giornale, quelli intervistati anche se a Renzi viene un attacco di diarrea.
Ripetitivo nei contenuti, provocatorio, infantile, machista, anarcofascista, alla frutta, osceno: ne ho sentite varie. Non mi sono mai particolarmente incazzato. Mica devo piacere per forza. Mica penso di essere Ennio Flaiano. Magari.
Quelle che non mi piacciono sono le lezioni di vita, i toni superbi, la fatiscenza logica di personalità che brillano solo quando le cose girano, perché poi si tratta quasi sempre di cacasotto. Che alla prima difficoltà lacrimano e non riescono neanche a scopare bene (ecco che torna il difetto dell'oscenità, persevero, sono recidivo).
Nessuna persona che se la passasse davvero in modo simile al mio mi ha mai elargito un consiglio fastidioso, intollerabile o saccente.
Le critiche venivano sempre da un presunto “alto”. Da situazioni migliori. Da gente che la fase tosta l'aveva superata in qualche modo o evitata del tutto, grazie ai teli e ai materassi affettivi ed economici del vicinato relazionale.

La vita relazionale ha sempre degli scossoni violenti dopo eventi destabilizzanti: lutti, matrimoni, divorzi, licenziamenti, indigenza economica. In fondo è giusto così. È una selezione naturale implacabile, che non ci si può permettere di prendere sotto gamba.
Sono passato attraverso vari elementi destabilizzanti, soprattutto negli ultimi anni. Sono ancora qui. Non ho seguito nessuno di quegli altezzosi ed arroganti consigli. Respiro ancora. Fumo ancora. Posso permettermi di percepire l'odore del mare e della libertà e dunque vaffanculo.
Molti non si rendono conto di quanto si diventa comici quando si dispensano consigli non richiesti, visuali di vita opinabili, strategie soggettive che ad un altro non dicono proprio un cazzo. Diventando consigliori irrichiesti, lenoni della giusta azione, ci si espone: si mettono in mostra tutte le parti più vulnerabili ed impaurite del carattere.
Il consiglio “cerca di essere più moderato e furbo” è sugo di coniglio, è sborratina del sabato pomeriggio alle 15e30, ansando a carriola dietro il culo della saggezza. Non ha nessun senso per me.
Il consiglio “coltiva più contatti e togliti di dosso quella patina invecchiata di ribelle” mi trova freddo. Mica mi sveglio prima la mattina per studiare mosse da ribelle. E le persone non sono barbabietole. E nemmeno, o almeno non sempre, sterco per concimare alberi da far fiorire.
Mostrati umile, non fare ombra agli altri”. Ombra? Io sono l'ombra, e un'ombra non genera coni di oscurità, è al muro con la sigaretta in bocca. E forse se ne fotte del confino. E forse sogna più di chi i sogni continua a pagarseli, a rate o in un'unica soluzione.

Non ho mai capito cosa volessero quelli, con la storia del produisis, del vivere il reparto, della grinta o delle interiezioni. O della forma dannunziana sperperata nei lazzi osceni.
Tutte parole.
Allergia di stagione.
Qualche mese fa sono andato ad acquistare uno stock di cd usati da un tipo. Quando mi ha chiesto cosa facessi, mi è venuto di rispondere “scrivo”, anche perché cassintegrato non mi piaceva, poco poetico.
La risposta del tipino snob è stata molto antipatica: “Ce ne sono tanti...”. Una risposta piuttosto irridente, quasi infastidita, con il beccuccio a mascherone.
Ma, in generale e in assoluto, c'è una certa antipatia di fondo, in una competizione esasperata anche con chi non si è iscritto al torneo. Il piccolo scrittore cerca di incularti, anche se non pubblichi tu stesso da tempo. L'esperto di musica vuole sopravanzarti e cerca di metterti in difficoltà, per risaltare. Cercano di offenderti facendo passare le tue capacità professionali per divertenti hobby, mentre loro, i tromboni sfiatati, lo fanno per professione, ci mancherebbe.
E ancora, musicisti che si rifiutano di ascoltare gli altri, che buttano merda su quello che fa un genere contrapposto al loro.
Non siamo più nemmeno buoni ad invidiare quelli che ce l'hanno fatta sul serio. Le guerre dei poveri sono all'ordine del giorno. Tutto quello che non riusciamo a realizzare di persona passa al setaccio meschino di quella zona morta del cervello che pretende di esaltare il disprezzo dell'altro e per l'altro.

Faccio l'ultimo esempio prima di andarmene affanculo. Io, ad esempio, non amo gli scrittori commerciali. I cantastorie. Gli scrittori che vogliono far divertire e rilassare. Mi deprimono. Mi portano stitichezza e noia. Non leggo i loro libri, e spesso loro stessi mi stanno sul cazzo. Tantissimi scrittori e pseudointellettuali mi stanno proprio sulla punta del cazzo. Non lo nascondo affatto. L'esempio che volevo fare verte proprio su questo: anche io ho sbagliato. E di brutto. Buttando fango, bolo, lapilli di ricotta calda, ghiande scadute e arroganza da perdente sulle loro belle storie tanto acclamate. Ho sbagliato, sono stato penoso anch'io. Non devo pensare ai loro libri, alla loro modestia studiata -quella sì- a tavolino, alle loro manie di autocompiacimento social, alle tante seghe che si fanno tra ego e retrocopertina. Ho sbagliato. Ognuno per la sua strada. Niente guerre. I ricchi manco si accorgono di te, se ti incazzi. I poveri diventano ancora più stronzi. Non ne vale la pena.

Non so se sono un ottimo scrittore, uno scribacchino, un mitomane melomanizzato, un disumano anarchico con scheletri nell'armadio, non lo so proprio. So che fa molto caldo e che mi sono rotto di polemizzare. So che non ho capito un cazzo di quella storia della perception du produisis.
Forse è per questo che non sono stato mai tra gli impiegati del mese, forse è per questo che dovrò calare le penne anche se scriverò solo la lista della spesa. A me stesso, chiaro, perché non ho mai avuto una cameriera.
La conception du produisis. Ci rifletterò a lungo. Per intanto, mi giro il tutto a manico d'ombrello.

LdP, 15 luglio 2015

14/07/15

Zero in società, zero ai matrimoni


Gli operai attaccano a lavorare sulla terrazza sopra il mio appartamento alle cinque e cinquantacinque minuti del mattino. Mi sveglio con loro. Impiego una quarantina di minuti per ricordare sommariamente chi sono e cosa vado cercando.
Prendo un caffè mezzo tostato, poi vado a fumare sul balcone. Mi accorgo che ci sono troppe costruzioni che si frappongono tra il mio sguardo e l'orizzonte. Probabilmente anche troppe persone. Se avessi potuto scegliere, non sarei qui. Raramente mi è capitato di abitare in un posto e compiacermi, “qui voglio stare e qui starò”. Dopo un po' mi stufo di qualsiasi appartamento, strada, vicolo, mi secca l'idea di entrare in una qualsivoglia comunità, regolata dalle solite leggi-non leggi tipo “fai quello che vuoi, così lo posso fare anche io”, ma anche “ti sorrido ma mi stai sul cazzo, è così che funziona, è saper vivere”.
Questi sono regolamenti che non ho mai appreso. Non mi interessano. Non li decodifico, li rifiuto. Rifiuto la gentilezza affettata ed ipocrita. Rifiuto la furbizia come upgrade anagrafico. Rifiuto l'utopia delle “famiglie spontanee”, delle feste di benevenuto, dei passaggi da guest star nelle vite della gente.

Quasi ogni mattina incontro quel tizio che mi guarda e non saluta. Non lo saluto nemmeno io. Ma chi ti conosce? Non sono un sostenitore della gentilezza monodirezionale.
Le persone, prim'ancora di conoscerti per davvero, ti subissano di domande. Il più delle volte stratificate, confuse, inutili, mezze acide, sospettose, virali. Le curiosità sono degli orinatoi a cielo aperto. Ci passano tutti. Tutti si abbassano i pantaloni e lasciano il loro odore poco interessante. Sono domande rivolte al compagno di pisciata. Non c'è altro, men che meno quell'ecumenismo hippy che trovo semplicemente disgustoso.
“Dove hai studiato?”, “Che fai il sabato?”, “Sei sposato?”, “Che musica ti piace?”, “Ah, davvero hai pubblicato? Quando e con chi?”
Quando mi rivolgono questo tipo di domande, mi sento così lontano che non mi basterebbe scrivere per cento notti per arrivare a descriverlo efficacemente, il senso di assenza. Rispondo volentieri solo quando fuori diluvia, quando tutti corrono. Le domande sono più brevi e non devi costringerti a finire nello sguardo gelatinoso dell'annoiato di turno. Qui al sud la gente ha ancora tanta paura della pioggia. Non vogliono bagnarsi; pensano solo agli ombrelli.
Sono loro stessi ombrelli, l'uno dell'altro, tutti a fare bordone e cordata per evitare le tempeste. Fanno tante domande e poi non sanno gestirsi una piccola, fottuta pioggia. Io sono molto peggio di loro, perché non so gestire i raggi di sole. E non so fare domande con quella stessa aria innocente della quale sono maestri; quando pongo una domanda qualsiasi, mi sono già eclissato dalla traiettoria opportuna.

Anni fa, partecipai al matrimonio di un tizio che mi faceva sempre pensare ad un topo poco dotato sessualmente. Accettai controvoglia, perché sono capace di essere un completo imbecille e snaturarmi. Ma io detesto i matrimoni. Tutto il rituale e il corollario. È roba che mi fa piuttosto schifo. Ci ho provato a farmeli andare a genio, ma è stato un fallimento clamoroso.
Di quel matrimonio e del relativo party nel ristorante sul mare ricordo solo dettagli: le scarpe turchese di una vecchia, le mise corte di certi mascheroni femminili tutte in tiro, i giovani virgulti in giacca e cravatta rosa ma senza calzini e con i polsi spesso tatuati, il pianobarista con il pizzetto e il bassista che fingeva di suonare ma non era amplificato. Qualcuno finì per andare al cesso a strippare un po' di coca, altri si diedero velocemente all'avvinazzamento selvaggio. Si verificavano giochi di seduzione banali come cocomeri da snocciolare, che possiamo sintetizzare con la semplice equazione noia=sesso.
Non sapevo bene come cazzo era possibile che fossi finito lì. Mangio poco e niente ai matrimoni. Non socializzo con maschere di cerone. I fotografi mi stanno sulle palle, quasi quanto tutta la retorica d'accompagnamento. Il chiasso dei bambini non mi fa tenerezza, perché non sono i miei e non sono portato a fare lo zio improvvisato.
Mi chiesi, come da prassi, cosa fare per esorcizzare quel mare di tedio e quel giusto senso di totale estraneità alla cosa. Mi chiesi se fosse il caso di avvicinare la ragazza che mi aveva guardato un paio di volte. Tutte le donne che ho avvicinato e corteggiato per noia, però, si sono rivelate avventure malate dal principio, sciocchi palliativi nati sotto stelle vomitate dai cherubini stilizzati disseminati qua e là, un'ignominia assoluta. Quasi tutte le donne che ho inseguito erano rimedi passeggeri alla folle tendenza a fuggire in continuazione, a seminarmi, a disperdermi e persino a deludermi.
Loro facevano altrettanto per questioni evidentemente differenti; ci si usava, ci si annusava, ci si mandava affanculo con il bonus ipocrita della “grande delusione”. Una pratica consueta, nella razza umana. Fingere che le aspettative fossero enormi, trascendenti, spontanee ed avvolgenti. Una farsa più vecchia dei film peplum.
In quel frangente mi risolsi poi per un contegnoso silenzio con abuso di sigarette. Tornai a casa mezzo digiuno, incazzato, annoiato a morte, per giunta immortalato con espressioni da posseduto in quelle maledette foto. Vado ai matrimoni solo quando realmente indispensabile, e cioè se voglio bene a qualcuno al punto da prestarmi a questo supplizio. Gli uomini in mocassini lucidati senza calzini sono miei nemici. Come i brillantoni impomatati che fanno i simpatici e si credono irresistibili, con quelle battute da alcova automobilistica. Si comportano sempre come se stessero per farsi la scopata allegra sul ciglio della strada in una notte d'estate. Prima di lasciarsi andare al giochino della simpatia radiocomandata, ci tengono a qualificarsi: avvocato, consigliere, medico, giornalista, intellettuale, tecnico, store manager. Parto sempre dal presupposto che si tratta di teste di cazzo; ma non aspetto altro che essere felicemente smentito. Purtroppo accade di rado.
Io? Io, dite? Io non mi qualifico mai. Non ho niente da qualificare. Non posso dire scrittore, non direi mai ex commesso, non mi viene in testa blogger, così come consulente, ghost writer, correttore di bozze, “amico di” e roba simile. E poi non voto. E poi non ho la carta d'identità aggiornata ed una residenza fissa. Mi sento italiano come mi potrei sentire un giocatore di hockey su prato. Non sono patriottico. Non mi sento in ritardo sulle comodità che dovrebbero sopraggiungere alla mia età, ma so che nel pensiero altrui rischio di essere incastonato, sezionato e inscatolato tra gli irregolari, i casi difficili o irrisolti, tra gli emarginati di spessore, quella categoria che è un misto tra arrogante partecipazione emotiva, categorie mentali sottovuoto e monte di pietà dell'ignoranza.
Non tutti vogliono le foto del matrimonio da appendere nella stanza, non tutti si dividono tra la pochezza della sinistra da bidet, quella europeista e razionale, e il forconismo esasperato delle nuove leve. Non tutti si tatuano il nome della fidanzata sotto le palle o sull'omero o tra le scapole, non tutti usano la religione come amuleto, non tutti flirtano con la noia altrui per ottenere attestati di stima effimera e passatempi edonisti.
Una preghiera al tramonto non ha mai salvato nessuno.
Come del resto una bella session di sesso con saliva brillante, gesti magnetici e copiosa eiaculazione in confezione deluxe.
Non vado ai matrimoni, perché in quel contesto è chiaro che io sono uno zero qualsiasi per la società civile, un errore di percorso senza conseguenze, un bengala spento presto; ed è allo stesso tempo lampante che per me la bella società, la famiglia spontanea nei discorsi dei predicatori e dei politici, dei santoni monorchidi e dei pietosi dispensatori di cordialità, è solo un ostacolo alla libertà, alle pulsioni più reali, allo sfogo di quell'ingestibile marea interiore che mi impedisce di aggiornare quella ridicola carta d'identità.

LdP, 14 luglio 2015

12/07/15

La bella T.


La bella T. mi apprezzava, forse a modo suo mi amava, giusto il tempo della scopata inevitabile.
In quel diadema opaco e condensato di minuti apparentemente senza ombre, io trovavo un po' di gloria dentro di lei.
Lei voleva il piacere. Lei voleva una piccola consacrazione, da dimenticare il giorno seguente. Il piacere sessuale è così: è una macchia di colore, il vestito di una sera, la cartolina traslucida da un paradiso a tempo.
Lei voleva il piacere e io volevo crepare.
Mi amava giusto quel segmento di tempo e di gesti, io lo sentivo, però mi bastava guardarle le mani, i piedi, le labbra, per sentirmi nel posto giusto per pochissimo.
Ricordo le sue unghie sempre smaltate. La sua frenesia e la sua trasformazione. Mi chiedevo come fosse possibile che una creatura riuscisse così impunemente a trasformarsi da accurata selezionatrice di piaceri ad amante appassionata, con quello sguardo che sembrava rassicurarti, “è proprio con te che voglio fare questo, adesso”.
Ma non era così.
Una storia come tante. Una storia di insoddisfazione perpetua, di mania di controllo, di insicurezza cronica elevata a decalogo di crudeltà.
Io ero il piazzista. Il malriuscito. Lavoro irregolare, testa irregolare, cuore irregolare, mezzo bruciato mezzo mareggiata stanca.
Non rispondevo alla sua idea di uomo eccitante, più che dinamico, divoratore di vita, occasione di occasioni, procuratore di nuovi nodi, ventaglio di novità.
Però quei brevi percorsi le piacevano. Forse ai suoi occhi mi riscattavo, con quelle buone prestazioni, facendola godere io trovavo un senso. Nonostante i suoi pregiudizi.
La bella T. era così ed io non avrei mai potuto amarla per davvero.
Le persone che vogliono continuamente aggiornare la loro immagine pubblica ed intima allo stesso tempo, non distinguendo che si tratta di due discipline quasi contrapposte, mi hanno sempre dato molto fastidio.
Io, il piazzista, l'incompiuto, quello che poteva essere, quello che si è perso, quello che ha fascino solo quando decide di prestare attenzione all'ego altrui, che siano frammenti di cervello, tette, abitudini, confessioni velate, propositi da scolaretti timorati di Dio.
Dopo il sesso con la bella T., mi veniva voglia di andarmene, di drogarmi, di peggiorare la mia condizione a bella posta, mi veniva voglia di disfare tutti i letti del mondo, di mettere alla berlina tutte le sane abitudini dei recuperatori di senso. Ed intanto, lei aveva ricominciato a disprezzarmi.
Dopo avermi scopato, dopo avermi concesso la sua polvere d'oro, tornavo povero, malmesso, provvisorio, il sognatore scorticato da tenere a debita distanza, l'eccentrica macchina tarata per autodistruggersi.
Io, il piazzista a percentuale. Il cane sotto padrone, il cane con la rabbia, con la bava, capace manco a farsi carezzare per più di trenta secondi.
Quando le odoravo il collo, alla bella T., percepivo chiaramente la mia voglia di morire per un po', la necessità patologica di costruire nuove zone di piaghe nel mio cuore, sulle mie labbra sempre così poco rosse, e quando mi sussurrava “vieni” con quella voce flautata e stronza mi convincevo che sì, stavo per affrontare il mio plotone di esecuzione personalizzato.
Non so più niente della bella T., da tanto tempo.
Era troppo sicura di sé, nella sua insicurezza cronica, per aver fatto le scelte giuste. Io sono rimasto precario. Fuori da ogni scena opportuna. Ho una vocazione alla solitudine tale che non posso immaginare altro che fraintendimenti continui. Non ho tempo per persuadere la gente che voglio migliorarmi. Non ho bisogno di questa merda.
Se la bella T. mi avesse concesso anche i suoi giorni, oltre quelle manciate di notti pigre e arrangiate, saremmo andati in guerra. Una guerra di stracci, di code di scorpione, di scatole piene di souvenir odorosi di giovinezza, di sperma, di arroganza mal riposta.
Perché io sono la quintessenza del balordo. Perché mi piace perdere. Mi piace morire. Mi piace arrivare al limite. Fottermene di ogni regola e di ogni buona pensata passata al setaccio dal comitato dei saggi.
Se la bella T. mi avesse concesso stralci di luce diurna, avrei certamente assistito in tempo reale alla sostituzione del balordo. Lei mi avrebbe chiesto di reagire violentemente, di dimostrarle tutta la mia pochezza, la certezza della bava, quella che forse aveva intravisto durante i nostri baci notturni, mentre le navigavo dentro, l'uomo in mare, il naufrago venditore di stracci e pezze, il sogno tascabile che con la sua agonia porta anche un po' di piacere sessuale.
Ma ancora oggi me lo dico, non sapendo più nulla della bella T., che la voglia di annegare e poi tornare è troppo forte in me per uscire da quella teca polverosa dove conserviamo come cimeli le armi di autodistruzione.
Se penso distrattamente alla bella T., interrogandomi su che fine abbia fatto, mi rispondo velocemente: qualcosa che sia il contrario di me. Questo è certo.
Io continuo ad essere il piazzista, il balordo, quello che preferisce il vento ai profumi.
E dunque, cazzo, io mi sto compiendo. Lambendo la fine ad ogni accenno di miglioramento.

Luca De Pasquale, 12 luglio 2015

tracklist:
Callisto - Latterday Saints
Thee Hypnotics - Cold Blooded Love
Godflesh - Angel Domain