28/06/15

Scatto fantasma


Tuttavia il suicidio metafisico permette, a differenza di quello fisico, di continuare nel bere e nel mangiare, nell'andare a spasso e nel cogliere le piccole e grandi gioie della vita benché sempre sotto l'ombra di un'assenza, di un nulla, di una disperazione che ha la sua gravezza. D'altra parte, anche in tempi migliori si è sempre detto che il mondo è una valle di lacrime, ma piena di isole, cioè di osterie, salotti, giardini, piccoli paradisi che consentono di compiere quella traversata che è la vita di un uomo in modo sopportabile e qualche volta addirittura piacevole”
Piero Chiara, 1980

La quasi totale maggioranza delle persone che ho incontrato sembravano delle promesse. Questa è una prerogativa degli incontri, in particolare dei nuovi. Solo che è facile, quasi obbligato, passare dal rango di promesse a quello di buchi neri.
La maggior parte delle persone che ho conosciuto sono ora dei buchi neri. Ricordo poco, ricordo quel che voglio ricordare, so per certo che la mutazione è stata reciproca. Si scompare continuamente dalla vita degli altri. E il recupero è una scommessa fuori moda, anacronistica, come la bolletta del Totip.
Ogni tanto incontro qualcuno di questi buchi neri, ed appare da subito che la strada percorsa è stata divergente, che ogni discorso è solo una fisarmonica temporanea, che può illudere di accorciare le distanze ma non ha un reale valore.
Il rischio dei rimpianti va censurato da subito. Perché i rimpianti diventano presto una mandria, un arca di Noè di malinconie ingestibili, che ti costringono ad abbassare lo sguardo quando si fa sera, quando immagini e voci confuse ti tornano in mente, a ricordarti chi eri e di quante promesse ti eri circondato.

Uno dei modi per ovviare a questi rasbuffi di malinconia anarchica e mezza orba è fermarsi in un punto panoramico e ventoso, accendersi una sigaretta e magari ascoltare “Darkest dreaming” di David Sylvian respirando piano.
Non chiedere risarcimenti. Chiarificazioni. Tabulati. Curve di sviluppo e bilancio delle sparizioni. Mai attualizzare vecchie emozioni. Mai farsi gonfiare il cuore dagli spostamenti d'aria calda che non sono riusciti a diventare terremoti.
Mai sproloquiare su vecchi amori, insane passioni e spasmi d'amicizia legati ad un periodo preciso, ad un momento particolare, ad una circostanza.
Bisogna avere il coraggio di radersi al suolo. Di non sognare con vecchio materiale, di non fantasticare su altri fantasmi. Bisogna sforzarsi di non cercare vecchie chiavi di appartamenti lasciati da anni ed anni.

Quel che poteva essere” è solo un ricatto morale. È autolesionismo. Resa. È morte di giuste morti. È il ripescaggio codardo di scie già saldate ad acque ferme, tramonti incartapecoriti, segnalibri dei sogni, foglie secche su sangue finto. Non ho mai accettato questi ricatti. Non ho mai ascoltato queste sirene ubriache e spietate.

Mi è capitato di incontrare donne che mi sono piaciute. Promesse. Donne alle quali sono piaciuto, forse per gioco. Promesse. Ho ritrovato per caso e per penuria di strade alternative persone che mi avevano manifestato interesse. Dinamico, fisico, emotivo, idiota, passionale, scacciapensieri. Mi è sembrato, in tutti questi casi, di incontrare dei fantasmi, come quelli che in Scozia vengono pagati per muovere le catene a beneficio dei turisti.
Tutti i miei vecchi amori sono finiti in una notte sola, rinchiusa sotto un bicchiere capovolto. Sembrava un calice, ma era un semplice bicchiere.
Le mie amicizie più sincere, quasi tutte distanti nel tempo, nello spazio e nel sentire, sono come scorpioni in miniatura assediati dalle orribili formiche del tempo che è passato, che ha diluito, frainteso e smembrato lo slancio iniziale. Così deve essere. Così è. È un gioco che ho sempre accettato e che continua a non farmi paura. Quasi sempre incontro anime del passato e non so di cosa parlare. Non mi va di sforzarmi. Non mi va di fare il resoconto degli anni lontani. Non mi va di indorare la pillola e la fiducia, quella è una parola che si usa per i matrimoni, quando vince il riso, i fotografi e l'ipocrisia del bianco e del “nel bene e nel male”. Nel male un cazzo. Il male non lo regge quasi più nessuno. Il matrimonio è un'istituzione marcita, ipocrita, di facciata e completamente campata in aria. La vera unione, quella più densa e profonda, è una fiammata blu che deve impaurire il sole e finire nel silenzio. Basta.
Tutto il resto è solo tempo che è passato, il più delle volte con vigliaccheria.

Quando guardo qualcuno negli occhi, quando scambio un pensiero, un'emozione, un'idea, quando ci si arrampica sulle similitudini, io mi ricordo che siamo saponette. Che sfuggiamo alle premesse e alle promesse, e che ci rimpiccioliamo con l'uso. Forse possiamo sperare di profumare fino all'ultimo, ma non c'è una garanzia precisa o un accordo scritto in tal senso.
Non sono riuscito mai a scrivere un romanzo o un racconto che abbia rappresentato ai miei occhi una di quelle fiammate blu. È preferibile, perché la fiamma spero di conservarla per quel che sono e sarò, non la voglio stendere su carta.

Una coppia di innamorati si allontana da un bar, in una mattina di una domenica afosa e nuvolosa. Deja vu. Sono abbracciati e si allontanano. Deja vu. Può darsi che io li abbia anche conosciuti. Promesse. Buchi neri.
A volte, i buchi neri sembrano invitarti, richiamarti a vecchie funzioni, ti propongono di rispolverare ossessioni che avevi rimosso.
Sembrano volerti parlare di baci che non hai mai ricevuto, di viaggi inesistenti come quelli del più che sedentario Salgari, ti ricattano con la promessa di un nuovo odore di bruciato che somigli a quello della tua infanzia. Questi tentativi mi costringono a diventare un killer, e passare oltre.
C'è un fotogramma de “Le cercle rouge” di Jean-Pierre Melville che amo infinitamente e che rappresenta quel che mi porto dentro quasi con allegria. Corey (Alain Delon), condannato a cinque anni di reclusione, viene rilasciato in un'alba fredda. Dopo aver rifiutato di riprendere i suoi effetti personali, tra i quali la foto della sua donna, inizia ad aggirarsi per le strade della città senza meta, con addosso un'espressione sardonica, amara ma quasi serena.
Raso a zero, non di capelli ma di anima. E per questo, più libero di chi libero -anche fisicamente- è sempre stato. Libero di non esplorare vecchie promesse, libero di sorridere al giorno che si staglia imprevedibile alle spalle di una sfocata scenografia di buchi neri ormai inoffensivi.

LdP, 28 giugno 2015

27/06/15

Difficiles Nugae (La fenomeride)


La mia sigaretta dopo pranzo si trasforma rapidamente nel set di un film con Carmen Villani o Gloria Guida. In lontananza, su un altro balcone, una donna prende il sole. Seduta con un vestito piuttosto corto, la donna mi intercetta ed inzia rapidamente un rituale di accavallamenti e scavallamenti che mi mettono in profondo imbarazzo da subito. Non sono turbato come potrebbe esserlo un adolescente o un raspatore onanista, ma è fuor di dubbio che l'ostensione “possibile” mi crea dei problemi. Praticamente non sono in grado di girarmi alla mia destra che la donna accelera le parole crociate veloci delle sue cosce.
Se io fossi un altro tipo d'uomo, se io avessi tempo da perdere, che dovrei fare? Non credo nel voyeurismo fine a se stesso, l'unica sarebbe capire come arrivare al suo palazzo, al suo piano e poi alla sua porta e chiederle senza apparente emozione: “Buongiorno, ho notato le sue cosce sul balcone. Sa, io stavo fumando una sigaretta. Mi dica, pensa che potrei esserle utile in qualcosa?”
Ma non andrò a scovare lei e le sue cosce accaldate. Quasi certo che il marito sia poi in casa. Magari anche dei figli. Capace che chiamerebbe la polizia. È una fenomeride. Semplicemente una fenomeride. Che non è una parolaccia e neanche un giudizio. Di espositrici di cosce ne ho conosciute più di veri amici e persone dabbene. Mostrare le cosce non implica giudizi di valore; di certo rompe meno i coglioni che doversi sorbire delle poesie o la compagnia di qualche conoscente innamorato della vita.

Quando finisco la sigaretta, la donna è praticamente come posseduta; le sue cosce disegnano geometrie aeree, mi chiedo se non si stanchi di tutta questa ginnastica e, soprattutto, se lo spettacolino non sia per qualcuno in linea d'aria più vicino di me, qualcuno che dalla mia posizione non posso vedere. Le sue mutandine bianche salutano me e questo dannato, viscido, pomeriggio estivo in cui qualsiasi attività sembra avere il fiato corto.
Se è un'esibizionista, mi chiedo rientrando, sarà rimasta delusa che non ho osato cacciare il cazzo sul balcone ed iniziare a fargli le trecce. Ma provo un senso di precarietà anche con questo psicoporno voyeuristico irrorato di noia e sfizi improduttivi.

Da qualche mese a questa parte, mi annoio ancora più facilmente del solito. I social network mi provocano costipazioni mentali ed intestinali. Non reggo le allusioni politiche velate o meno, le foto oltremarine e i selfie dalle barche e dai paradisi terrestri, non sono iscritto a pagine inneggianti ai posti dove vivo e dove mi sottometto al rito della geografia mentale, non accetto di finire in gruppuscoli di anarcoidi, black bloc in poltrona, scrittori dall'uccello intorcinato e ambasciatori della cultura italiana. Non sbavo come una lumaca dietro mignottoni che spargono il loro olezzo ad ogni post, non commento per la duecentesima volta il link musicale autocelebrativo del cinedo di turno.
Di come mangia la gente non me ne frega un cazzo. Per quanto mi riguarda, possono farsi uno spuntino di pane e merda con ombrellino arancione; possono votare per Salvini e poi andare in vacanza nel sud Italia, possono parlare di immigrazione e pensioni, non riesco a farmi coinvolgere.
Non inseguo le persone. Non ho mai saputo inseguirle e non imparerò certo ora. Non ho buona volontà.

Vengo a sapere che apriranno due nuove librerie nel quartiere. Adesso tutti gli ultra (fasulli, quasi sempre) della lettura e della cultura da recuperare a pelo di water faranno salti di gioia. Mi hanno detto che ci saranno persone che ho conosciuto, coinvolte. Questo non cambia le carte in tavola. I libri li acquisto on line e non desidero ricevere consigli di lettura di sorta. Non metto la camicia buona per andare in un posto a illuminare di Dentosan un sorriso da cinico, in mezzo a libri che non acquisterei mai, tra scrittori buoni a decorare piastrelle da cucina e fasce tergisudore.
Comunico questo pensiero a Johnson Maria, che nel frattempo mi ha telefonato.
“Disfattista, disfattista, disfattista. Ma la vuoi finire di fare il bastian contrario? Così ti alienerai tutte le simpatie...”
“Ma di che simpatie parli?”
“Dico in genere”
“Non dire in genere. Stai parlando di me, Johnson Maria? Ti sembro allora un tipo che si è costruito le sue simpatie con metodo?”
“Ma non conviene essere impopolari”
“Concordo con te, ma non me ne frega un...”
Intanto, cellulare all'orecchio, sono uscito di nuovo sul balcone. Le parole mi rimangono in gola, perché la fenomeride è ancora lì. Anzi, parla anche al telefono, proprio come me. Ora sta a gambe completamente aperte e le dondola pure. Questa è un'ignominia. Ma vedi tu se un libero cittadino deve vedere pregiudicata la possibilità di voltare la testa a destra sul suo stesso balcone.
“Ha bisogno di qualcosa, signora?”
“Ha caldo? Posso intervenire in qualche modo?”
“Ma lei crede che io abbia un binocolo incorporato negli occhi? Guardi che vedo solo macchie, ho più di quarant'anni e sono pure ipermetrope”

Johnson Maria, invece, sta parlando ancora. Parla e parla. Mi dice che andrà in Cilento per tre mesi e tu che fai? Lo mando affanculo.
Eccone un altro, penso, che diraderà le sue telefonate vedendo che la reazione è tetragona, squadrata, dura e proprio per questo ingiustificabile.
Alla gente la rabbia raffreddata non piace. Si deprimono, anche se tu sei più allegro e vivace di loro. Alla gente piacciono le persone accoglienti che non significano un cazzo. A loro non basta che tu non li demolisca; non devi nemmeno demolire te stesso, perché non si fa. L'autodistruzione con il sorriso sulle labbra è l'undicesimo peccato capitale. E non devi essere nemmeno troppo sboccato, perché non sei più un ragazzino. Puoi anche tradire la tua compagna, inculandoti qualcuno a caso, inarcando le reni nell'aria del peccatuccio perdonabile, ma non devi essere troppo sboccato, che poi passi per un ragazzino arrabbiato.
Sparati una siringa nelle vene, ma continua con quella storia della disponibilità. E accetta, Dio buono, i “piuttosto che” comparativi, il whatsappese spinto, le coscienze politiche innaffiate sui social, vai in giro anche tu a dire che la crisi è ovunque, che è colpa dei governi, che sono tutti fascisti, perché l'uomo è una creatura meravigliosa ed è tutta colpa dei politici se stiamo inguaiati e ci sborrano in faccia la Gatorade indigesta dell'ottimismo.

Mi perdo Johnson Maria. Mi chiamerà tra quattro mesi. Abbronzato, con una nuova amica, e mi chiederà “come va?”, con quella sua aria arresa che mi fa saltare i nervi. Che andasse a farsi fottere.
La fenomeride è ancora in azione, ma il sole sta svanendo dal suo balcone e dunque il gioco sta per finire. Potrò riprendere a girarmi verso destra, proprio io che di destro non ho nulla, nulla di nulla. Io tutto sinistra, mancino orgoglioso, sinistro fino all'ultimo giorno.

Sono calmo e aspetto.
Non so bene cosa.
Di notte mi sento a casa. Di notte si chiudono molte di quelle cazzo di bocche ed io riprendo a respirare. Di notte è bello guardare lontano. Di notte puoi far finta che non ti specchierai mai più, e che tutto l'amore e la passione che ti hanno fatto i vermi nel culo per anni erano solo un brutto sogno, una digestione difficile.
Continuiamo allora lo sport della respirazione e non infrangiamo le tavole della nostra geografia affettiva e comportamentale.
La fenomeride è scomparsa. Io, già da un po'.

LdP

24/06/15

Una grande distribuzione di merda


Trovo inconcepibile la musica senza basso. Ce n'è. Un pezzo senza basso, sarà un mio limite, non mi dice niente. Non mi trasporta. Non mi conduce. Non posso utilizzarlo per avvicinarmi alla vita, ai sogni, a me stesso, agli altri. Senza basso non funziona mai.
È così da quando ero adolescente. Da trent'anni a questa parte mi sveglio con dei giri di basso in testa e spesso sono costretto ad andare a ripescarli in montagne di musica trattenuta o dispersa.
Perché ormai mi è difficile identificare subito quello che mi è magicamente tornato dentro al risveglio. Dimentico di voler ricordare, rimuovo e passo avanti. Tanto tornerà. I giri di basso tornano sempre.
Il groove del basso è sempre lì dietro l'angolo, ad accogliermi in una nuova metronomica ossessione, a dare ritmo al camminare, allo scrivere, al pensare.

Incontro ancora gente che si dice dispiaciuta che io non “venda” più musica. Ormai mi sono stancato di rispondere. Vedo che è molto difficile distinguere tra una persona innamorata della musica e un venditore. Ho provato a spiegare, ma evidentemente non ci sono riuscito appieno. Così come è stato durissimo far capire che la scrittura non è un hobby, pubblicazioni a parte. Quando ho pubblicato il primo libro solista nel 2004 e i racconti nelle antologie, tutto nell'arco di un tempo ragionevole, gli stupidi mi dicevano “ricordati di me quando diventerai famoso”. E dicevano pure sul serio. Una cosa assurda, talmente idiota che non riusciva neanche a divertirmi.
Ma come si fa a credere che scrivendo ci si metta a posto economicamente? Solo l'ignoranza può portare pensieri del genere. Queste stesse persone, probabilmente con la stessa espressione ottusa e “momentanea”, mi hanno in seguito suggerito di perseguire altre passioni. Perché il tempo era trascorso e loro non riuscivano proprio a capire perché io perseverassi. Certo, se il metro di giudizio è rappresentato dal successo e dal riscontro, nessuno farebbe più un cazzo. Io ho scelto da piccolo di continuare in direzione ostinata e contraria e non recederò di un passo.
Ma loro mi consigliavano di cambiare passioni. Anzi, non altre passioni; “altri hobby”. Li ho cordialmente invitati ad andare a distribuire qualche fellatio in giro.
La verità è che parlare sta diventando superfluo e anche un po' noioso. Le persone se ne fottono delle verità, delle verità che ogni individuo, pur tra mille errori, si porta dentro. L'importante è formularsi un giudizio, un'idea, dare una definizione nella quale, quando capita, andare a ripescare quell'individuo. La gente vuole sentirsi dire che va tutto bene. Quasi sempre. Se dici che non va bene, si sentono molestati, turbati inutilmente, e schiumano fastidio, a volte si indignano. Il più delle volte lasciano perdere, con finta eleganza. Metti di fronte a una persona pavida la tua scelta di essere in bilico tra sogno ed autodistruzione, quella persona scomparirà velocemente dai tuoi orizzonti.
Potrebbe essere una fortuna, a conti fatti.
Ricordo il pubblico al teatro, quando recitarono alcuni testi tratti da quell'antologia, tra i quali uno mio. Si vedeva che volevano sorridere. Volevano sentirsi spensierati, sotto la parvenza di un ingegno impegnato in qualcosa. Nessuno sguardo mi entrò dentro quella sera; al limite potevo percepire un mezzo profumo di scopata curiosa e morsi, l'ovvia micosi del colpo di scena. Poca cosa. Il pensare positivo è una delle più peregrine ossessioni di quest'epoca, non posso fare nient'altro che sgrullarmi e salutare con un'alzata di cappello. Il pensare positivo rompe più altro che i coglioni, è una delle tante mode.

Mi dispiace che non vendi più dischi”
In culo. Come se la mia massima aspirazione -e non parlo di lavoro- fosse stare dietro una postazione con una divisa tipo la nazionale di pallamano della Guinea Bissau a sentire, tranne preziose eccezioni, stupide richieste improntate alla più becera forma di consumismo a coda di pavone.
Le casacche sono merda, le divise aziendali sono merda.
La grande distribuzione è una montagna di merda che serve gli individui più mediocri del sistema, e di individui ancor più mediocri ed inetti si serve per organizzare il tutto. Ci sono finito dentro. Non sono ricco di famiglia, non potevo girarmi i pollici, aprire locali o mettermi a fondare fottute organizzazioni no-profit. Non potevo fuggire in campagna a fare il poeta che si divide tra cavallette, fieno, salutismo campestre e sesso con i piedi che intanto puzzano di erba e di formaggio sincero.
Ci sono finito dentro, ma mi sentivo dinamite sotto cumuli e cumuli di diarrea, di paura della povertà, di pochezze professionali elevate a leccate di culo inutilizzabili, mi sentivo come un terrorista in un plastico di Vespa.
Eppure, a qualcuno piacevo in divisa, in livrea, ero bene o male finito in un pezzetto, anche se inconsistente, di società sdoganata e sdoganabile, comunque era un lavoro. Stavo lì. Potevi trovarmi lì. Potevi venire a scambiare due chiacchiere distraenti con il commesso di fiducia. Molti hanno bisogno di queste stronzate, come dei dolci la domenica.

Poi, era esotico che scrivessi pure. Mi caratterizzava. Mi rendeva simpatico, diverso nei limiti. Non mettevo bombe, scrivevo. Mi beccavo qualche sorriso. Mi ci pulivo il culo, con quella tipologia di sorrisi. Oltretutto, non rompevo le scatole con l'impegno civile e mai lo romperò, ci sono tanti omini con i baffetti e il collo raggrinzito ad urlare slogan svuotati, sarei stato di troppo. La società italiana è irrecuperabile, i buoni sembrano delle controfigure patetiche ed agitate, i cattivi sono solo dei borghesucoli impegnati ad accaparrarsi privilegi, ammontonare soldi e precetti morali da disattendere sotto le coperte e nei pubblici uffici. Non c'è da moralizzare, è un verme malato la società italiana, è il nulla che parla continuamente di dignità senza sapere di cosa si tratti realmente.
Non mi aspetto nessun miglioramento, e non lo dico per scaramanzia. Ma che scaramanzia. Faccio resistenza. Mi ammutino. Rifiuto. Mi sottraggo. Disobbedisco. Disobbedisco da mollusco: ci vuole stomaco proprio per questa condizione lillipuziana. Ho scritto stomaco, non eroismo.

Ripeto, non sono il tipo che andrà a coltivare rape in campagna. La campagna non mi piace e non mi appartiene. La natura mi interessa molto meno dell'immoralità degli esseri umani. Sono un immorale urbano, e nella cinta urbana resterò, disobbediente che non vuole compagni tra i piedi, non faccio carte con predicatori e santoni, che me lo leccassero, non porterò mai regali al capo di turno. Strozzati con i cremini, padrone figlio di puttana. Non pago l'obolo della gratitudine. Guarda in ultima fila, razza di stronzo dal temperamento padronale e organizzativo, non ci sono: sono e resterò assente alle parate.
Me le ricordo bene, le riunioni con il direttore in stile predicatore americano che arringava i plaudenti, che li esortava al concetto meraviglioso di “grande famiglia”. Tutti cercavano di incularsi a vicenda, ma si applaudivano forte quelle stronzate. Ci portarono in dote persino una specie di consulente psicologico che avrebbe dovuto indagare nelle nostre menti e nei nostri cuori di venditori e di schiavi, uno con il Rolex al polso che turbò le impiegate più sensibili al fascino dell'uomo riuscito. Non dissi una sola cosa vera, a quel tizio. Tu non sei Jung, tu non sei Raymond Carver, ti manda il padrone, ti manda il coglione imbevuto di sciocca cultura aziendale ricalcata sul modello statunitense: io ho il diritto di prenderti per il culo. Perché per le quattro cazzate che dici e per i concetti che cerchi di inculcarci guadagni in una botta quanto faccio io in due mesi e mezzo. E poi, colpa non smacchiabile, ti manda il padrone. Io non amo il padrone. Io sono un operaio. Non mi faccio regalare panini al prosciutto e cocktail per tenere la bocca chiusa. Sono rosso più di tanti rossi ufficiali, ma non mi faccio amici nel sindacato, gli stessi amici del padrone, le stesse connivenze, lo stesso squallore.

Ci si tiene a sentirsi dire che va tutto bene, In questo, io accontento tutti. Sono una brava persona.
Per i soliti pochi va tutto bene. Certo che a loro va bene. Però, se serve, posso dire che vada bene anche a me. E in fondo va bene. Perché sono ancora qui. Riesco a guardarmi ancora allo specchio, anche se di errori ne ho fatti a iosa e nemmeno me li perdono.
Scrivere non salva, lo ripeterò fino all'ultimo. Forse è anche peggio. Perché è come se ti accorgessi di tutto e avessi anche il tempo di approfondire le percezioni, i contesti, gli orizzonti. Scrivere non significa affatto essere sensibile e ben incamminato. È un luogo comune. Non esiste lo scrittore della porta accanto, quello confidenziale e concavo, accogliente. Scrivere è una frontiera di resistenza, non è la banalissima seduzione del lettore.
Discettare di grandi amori e nobilissimi ideali va bene per forum sulla sifilide o rubriche di consigli sessuali e amorosi, gestite dalle inchiavabili mogli di qualche trombone mediatico.
Non sempre uno che scrive ha voglia di essere preso per un alfiere della cittadinanza e della coscienza civile. Io scrivo con l'animo del cecchino, dell'amante nudo e tremante in un motel con le lenzuola sporche di sperma e sangue mestruale e le croci sulle chiese mi mettono addosso una malinconia indicibile e un fervente senso di morte. Quando scrivo sono borderline. Quando scrivo sono fottuto e lo so pure. Quando scrivo, so che la salvezza ha bussato alla porta del vicino e ha lasciato solo un depliant sotto la mia, opuscolo mal scritto che utilizzerò per affrontare le notti in cui non si respira per troppa coscienza.
Scrivere non significa avere voglia di scambiare tossine con gli altri. Scrivere è un atto privato e il più delle volte è un esercizio sterile e narcisistico. A volte scrivere è come cacciare il cazzo duro dai pantaloni e aspettarsi che qualcuno ci sputi sopra incuriosito.
Altre volte è come scoparsi la carità altrui, l'obbligo di essere compresi, rifocillati, l'obbligo suggerito di far innamorare qualcuno.
Nessuno è obbligato ad innamorarsi. Nessuno. È un qualcosa di cui ci siamo convinti per affrontare meglio la clessidra difettosa, per sfoderare la grinta e l'euforia dei periodi migliori. Ci innamoriamo di quello che sembra fare al caso nostro. Penso di non fare al caso. Neanche al mio. L'importante è essere reali e cercare di restare autentici secondo la propria miope percezione, anche se questo comporta qualche onta e qualche ricusazione.

Gli operai attaccano a lavorare sulla terrazza sopra la mia testa alle 6e45 del mattino, perché lavorano sottopagati e la cosa forse non è nemmeno regolare, devono finire in fretta e furia. Sono sveglio dalle cinque, ma la cosa mi disturba egualmente. L'istinto mi spingerebbe a salire sopra e prendermi questioni, ma credo che verrei alle mani e poi è inutile prendersela con gli operai. Resisto. Non voglio iniziare male la giornata. Giorni fa sono sceso a parlare con un sedicente funzionario Enel indossando dei guanti tagliati di pelle e quello ha pensato che volevo gonfiarlo, si è indignato. Poteva anche finire in quel modo, non posso negare di averci pensato. Non passa una giornata che qualcuno non ti rompa il cazzo in qualche modo. La quotidianità vampirizza, rende isterici. Non sopporto i precetti solenni, trovo indecenti le campagne aggressive di sensibilizzazione (oltre che molto retoriche), non mi piace che qualcuno mi dica cosa devo mangiare, chi dovrei pregare, a chi dovrei leccare il culo, che tipo di legame sentimentale mi si addice. Figuriamoci come posso essere “portato” per quella forma di cultura aziendale che prevede, già dal suo atto formativo, la reattività di un cerebroleso. La verità è che un anarchico non può finire a lavorare in una grande distribuzione. Eppure è successo.

In cucina c'è una colonia di formiche. Le schiaccio disordinatamente, le elimino senza stare a pensarci. Qualche animalista mi farà il culo per questo? Lo aspetto sotto l'arco della porta. È così che veniamo schiacciati, senza che qualcuno ci pensi realmente, senza decisioni, senza norme che abbiano un valore. Si resta schiacciati per leggi di grandi numeri, per l'alternanza della casualità, e perché il potere, qualsiasi forma di potere, nasce in palazzi lussuosi dove ogni immagine votiva è solo una foto della piccolezza dell'anima.
Chissà se le formiche hanno un sindacato non colluso con formiche padrone. Chissà se le formiche sono state costrette a guardare ore ed ore di slide atte a spiegare come si vende, come si sorride, come si truffa, come essere schiavi senza protestare, come sposare un marchio e mai, mai più, la propria anima.

Luca De Pasquale, 17 luglio 2014




23/06/15

Il condizionamento del lieto fine obbligatorio


La triste discesa all'inferno di Laura Antonelli non è certo la prima cui mi capita di assistere, nel mondo dello spettacolo e dell'arte.
Laura Antonelli, come per tantissimi della mia generazione e non solo, è stata uno dei miei primi imprinting erotici, e da allora è rimasto lì, indelebile come parecchi dei totem dell'adolescenza.
Penso di aver iniziato a leggere Vitaliano Brancati grazie a “Malizia” di Samperi; e le cosce della Antonelli sulla famosa scala sono state una specie di condanna eterna ad un voyeurismo casereccio, domestico, rubato.
Confesso di aver visto, molti anni dopo, anche “Malizia 2000”, mesto revival di quel maglio sensuale che fu il suo predecessore; con una certa malinconia mi accorsi che la Antonelli era ancora bella e conturbante. Poi venni a sapere del trattamento estetico, della reazione allergica e della caduta di Laura.
Ma oggi, appresa la notizia della sua scomparsa, devo banalmente considerare che per me Laura Antonelli resterà sempre la Angela di Malizia, quell'inopinato reggicalze anche mentre stirava, quello sguardo invitante che sembrava chiamarmi direttamente dallo schermo.
La prima volta che vidi il film, ero in salotto con i miei genitori. Non riuscivo a nascondere il mio imbarazzo ed il mio turbamento. Le scene del film divennero per un certo tempo, piuttosto lungo, un'ossessione notturna che mi portava a non prendere sonno e a vagheggiare donne seminude alle mie dipendenze. Ma l'imbarazzo peggiore lo avevo già superato: un paio di anni prima, sempre in salotto con i miei, eravamo “capitati” su un film in cui una donna seduceva un fattorino o qualcosa del genere. Al gesto della donna di sollevarsi la maglia (e non indossava il reggiseno), dovetti fuggire in bagno, sconvolto da un qualcosa che mi era successo. I miei non dissero nulla, intelligenti e sobri, ma non ebbi il coraggio di guardarli in faccia per diversi giorni.
Solo qualche anno dopo, sommessamente e con quel garbo antico, mio padre mi disse: “Mi sembri un tipo molto impulsivo e sensibile rispetto ad un certo tipo di cose e situazioni; vedi di non combinare troppi casini...”

La storia di Laura Antonelli non è a lieto fine. Ma sono convinto che le storie a lieto fine siano poche. Certamente in minoranza rispetto alle fiabe patinate che diventano soggetti di film per decerebrati, plot di libri ripetitivi e leitmotiv di trasmissioni miracolistiche. Il lieto fine non è obbligato ed è anche raro.
Alla mia età ti sei fatto il callo, e se non sei un completo deficiente hai presumibilmente capito che la logica delle compensazioni non regge, che il rimborso divino è una mattana per lestofanti, e che noi non siamo nessuno per decidere cosa ci spetta e cosa no, da quale ambito aspettarci le stelle e da quali reali nemici difenderci.
Se uno dei rimedi per sfuggire a tanta patetica pochezza è gingillarsi in un epicureismo decadente dalle gambe corte e dal fiato di nicotina, allora ben venga la perdita di ogni punto di riferimento, di ogni codice civilmente riconosciuto e consacrato. Alla fine, nel grottesco tentativo di risultare coerenti si finisce per diventare delle matrioske di porcellana portate in dono da un parente stronzo, che non piangeremo e non proteggeremo da nessuna caduta, nessuna di quelle che abbiamo già sperimentato.

Oggi il mare è di un blu tanto bello da risultare quasi osceno; quella sensazione inquietante di non riuscire a dominare nessuna forma di bellezza autentica. Impossibile non pensare ad una fuga da se stessi, una fuga senza solennità, semplice, scalcagnata e salvifica. Prendere una sedia a sdraio, trovare il punto più lontano dalla folla, dai ricordi, dalla stessa resistenza quotidiana, dalle tentazioni e dalle speranze, dai propri dati anagrafici ed emotivi, mandarsi affanculo di brutto e sistemarsi devotamente tra la linea dell'acqua e quella del cielo. Senza augurarsi alcuna salvezza. Strafottendosene della morale più conveniente, delle marce indietro, della simpatia da dimostrare, del fascino da spruzzare di profumo e di quella giovinezza che in certe notti mostra il lato inguardabile della medaglia.
Sbattendosene forte delle occasioni da cogliere, delle rivincite a punti, del telefono che squilla, dell'affetto da ricambiare per etichetta, del vigore sessuale che troppo spesso suona come la campana del condannato che non vuole morire.

Tutto questo blu in circolazione mi fa a pezzi; ne sto prendendo coscienza anno dopo anno. Ho il mare troppo vicino agli occhi e forse nelle vene. La bellezza mi distrugge. Non sono probabilmente adeguato a riceverne in gran quantità, perché l'anfora è piccola e l'acquario interiore è un misto di pezzi di cielo rubati e di palude spettrale. Non c'è rimedio e non c'è lieto fine.
Questa consapevolezza non mi migliora ai miei stessi occhi e non mi spinge a guardare all'altro e agli altri con arrogante sufficienza.
Tutto quello che cerco, in giorni blu come questo, è il punto più lontano, sdraio sottobraccio e sigaretta in bocca, occhi che funzionano e linea dell'orizzonte incalcolabile.
E se la bellezza mi scompone, non sono un debole e non sono nemmeno nel giusto. Sono di passaggio e non chiamerò mai quel numero che ti mette in attesa per il lieto fine.

LdP, 23/6/2015

21/06/15

Cerco di tenermi a bada (senza lubrificarmi)




Studiare i musicisti e le loro opere significa imbattersi in continuazione in brutte storie d'indifferenza, più ancora che di fallimento. Artisti dotatissimi finiti nel (non) mercato di nicchia, aspirazioni sommerse, vite che si spezzano nel momento stesso -questo il beffardo e più comune gioco del destino- in cui sembra che sia in atto una sorta di risarcimento.
In realtà la vita è una continua tensione verso il riconoscimento delle proprie capacità ed attitudini; il più delle volte, il tutto finisce nel cesso ed è inutile restare lì fermi a decidere se tirare lo sciacquone o ripescare i sogni meno spugnati.
Tenersi a bada è uno sforzo notevole. Tenere a bada l'impulso -tanto per dirne una- di andare palesemente contro questa società borghese, ammorbata, svuotata di ogni senso, fintamente protesa al progressismo, sensibilizzata nel modo più squallido verso la notizia da tg, società che si pulisce il culo per bene prima dei grandi appuntamenti e si innamora in continuazione di guitti, cialtroni, comici, capipopolo e ignoranti tribuni protettori dell'amato bene.
Continuiamo a vedere i vari commissari che ci propone Rai Uno, fede cristiana nella tasca sinistra e pistola giocattolo nella destra; continuiamo a sostenere che la lettura debba essere divago, continuiamo ad idolatrare “gli italiani che ce la fanno”, continuiamo a servirci del successo altrui per interpretare le possibilità di ottenere il nostro.

Cerco di tenermi a bada. Mi costa molta fatica. Ci provo.
Mi tengo a bada anche quando assisto ai capricci di chi si crede creativo, arrivato, di chi si fraintende e da persona si tramuta -ai suoi stessi occhi- in icona o addirittura idolo.
L'ho sempre detto e lo ripeto: non è pubblicando libri, dischi e opere che si è migliori degli “altri”. Anzi. Spesso l'artista non è altro che un impasto per pizza o torta al limone, ma crede di essere il dolce maestoso che la Regina di Saba sta applaudendo con le lacrime agli occhi e la fica bagnata.
Non è così. Lo è raramente.

Cerco di tenermi a bada quando mi dicono che c'è la crisi. Ognuno si lamenta e piange.
Non posso portare i miei figli al mare, quest'anno”
Ho guadagnato solo 25000 euro nel 2014, porca puttana”
Come fanno le case editrici a pubblicare libri rischiosi? Nooo... è per questo che c'è tanta cattiva letteratura in giro...”
E chi dice questo poi se lo legge, il libro leggero da ombrellone, da gin fizz, da sprizz and fuck, si fa convincere dal tenente Tamarindo Tetta e la sua passione per la filatelia. Si fa convincere dalla serie televisiva che sembra voglia denunciare collusioni mafiose e che parla anche bene dell'omosessualità e dei matrimoni gay, e che nella storia ci mette anche il senegalese che salva sette persone da un pirata della strada. Sono tutte cose che odorano di un progressismo necessario, quasi obbligato, all'acqua di rose e profondamente ipocrita; comunque, per niente combattivo, reattivo e conscio del protrarsi e del peggiorare delle disparità di classe. Che importa se pochi bastardi hanno i soldi?, sembrano dirsi e comunicare al prossimo, “io almeno sono progressista”.
Come se bastasse accettare ed essere lucidi. È così che ci inculano da sempre, convincendoci di far parte di un qualcosa che ragiona, che si muove e si organizza.
Ma siamo tragicamente soli e perdenti. Forse ci basta pubblicare un libro e apparire preziosi. Forse ci basta costruirci una famiglia. Forse ci basta dichiararci agnostici per rimandare la scelta di un credo qualsiasi, tanto poi si vede.

Cerco di tenermi a bada quando so che la pentola a pressione sta per scoppiare. Cerco di tenere a bada l'anarchia che da sempre mi sradica e mi violenta, che mi sbarra tutte le scorciatoie per il consenso e per le lenzuola pulite, per le terrazze delle feste estive e per il sorriso di accoglienza dei fortunati che prima di darti il benvenuto hanno passato due ore a scegliere come vestirsi.
Cerco di tenermi a bada quando sento che sto per ammutinarmi, quando sono costretto ad ammettere che disprezzo molti di quelli che fanno parte del mio ceto coatto, “quelli per bene, piuttosto eruditi, che cercano di fare qualcosa”.
Cerco di tenermi a bada quando so che mi serve fare qualcosa per ottenere il permesso di tentare qualcosa d'altro, ma la lingua non la caccio, il cazzo lo tengo nei pantaloni, mentre il mio orgoglio è diventato un Golem di panna montata da proteggere comunque.

Cerco di tenermi a bada anche quando mi vengono i sensi di colpa per alcune cose che scrivo, quando mi accorgo che qualcuno si risente o si sente chiamato -quasi sempre sbagliando- in causa.
La pace è per chi se la può permettere. Non per tutti. Forse non per me. Quello che noto è che a molti bastano gratifiche (di qualsiasi genere, da quelle economiche al più generico benessere, dall'attenzione altrui al moltiplicarsi delle occasioni sociali) per perdere ogni impulso di ribellione e di non allineamento. Come a dire: “accorgetevi di me ed io mi calmo, ve lo giuro”.
Che è da vigliacchi e da pigliainculo.
Una delle caste più nutrite è quella dei rotti di culo in doppiopetto. La mia non è una posizione pacifica, ma ho già ammesso che la capacità di sprigionare empatia non è una delle mie qualità. Spiace vedere che qualcuno se la prende sul personale, quando poi le mie allusioni non sono nemmeno velate ma chiarissime.
Mentre lavoravo nel mio decennio nero, impiegato in un'azienda privata, non ho lesinato chiarissimi riferimenti negativi alla situazione, cosa che sicuramente avrà contribuito a fottermi più velocemente. Mi sono arrogato il diritto di dire e scrivere che i miei diretti superiori erano dei coglioni e non ho mai cambiato idea. Quando qualcuno veniva in negozio e mi diceva “è un buon posto di lavoro, vero? Pagano bene?”, io subito dicevo “No, è un posto come un altro, cultura zero, grande finzione, miserie umane a go-go, e pagano anche di merda”. Stupore, un po' di incredulità e il verdetto: “A questo non va mai bene niente, che palle, è un negativo”.
Sì. Non mi va bene niente, salvo rari casi. Sono fatto male. Il blando benessere mi ricorda sempre l'odore della merda in aperta campagna. Il concetto di “buone occasioni da sfruttare” non mi rende un arrivista, mi lascia solo all'angolo di una strada con la sigaretta in bocca, a chiedermi “ma si parlava di bocchini?”

Sono limiti. Precisi limiti. Tutti abbiamo dei limiti. Tutti. Tutti possiamo scegliere, nei limiti del possibile, di costruirci la nostra idea di dignità e di senso. Tutti abbiamo tendenzialmente la possibilità di costruire e levigare la nostra scala di valori. Punto.
Magari sto sbagliando tutto.
Magari potrei andare al mare, mettermi sotto un ombrellone a leggere le avventure di Tamarindo Tetta, smettere di fumare e cercare di guadagnare credito proprio con quelli che me lo farebbero sudare.
La voglia di riscatto” di cui scrivono quelli che curano le rubriche di posta nei rotocalchi, quelli con tante figure, quelli che ti informano su chi chiava chi, quando e a che velocità.
INCREDIBILE! L'attrice del 'Calicanto Espadrero' trovata in compagnia del ballerino/schermidore Ennio La Prostata al porto di Civitavecchia! Ma lei dice: 'Sono molto religiosa'. Lo scoop”

Io non sono religioso. Un altro limite. Non ho apparenti motivi per essere religioso. O di destra. O contro gli stranieri. O pronto a fingere che qualcosa mi piaccia per ottenere qualche facilitazione.
Si può ancora, spero, scegliere come farsi fottere dalla società.
Per me l'importante è non risultare patetico ai miei occhi, un pavone del cazzo spaventato dall'indifferenza, dal fastidio leggero altrui, dal predicozzo dietro l'angolo e dalle stronzate di accompagnamento per pensionarsi prima del tempo.
Cerco di tenermi a bada, anche quando mi regalano una stella per affrontare la notte.

LdP, 21 giugno 2015

17/06/15

Gastrite grunge



Te ne accorgi, che stanno per spararti cazzate di cui non ti frega niente. Te ne accorgi, che non c'entri un cazzo. Te ne accorgi, che due individui possono parlare tra loro ma appartenere a due mondi inconciliabili.
Te ne accorgi, che devi darti velocemente alla fuga, che devi girare l'angolo e cercare di riappropriarti del tuo vero odore, quel misto di deodorante, sudore della notte, bagnoschiuma, pelle troppo rosa e tabacco.

Parlo con alcune persone di cose delle quali non me ne fotte niente. Parliamo di lavoro, di letteratura, delle mezze stagioni, delle pizze, del troppo fumo, di un avvocato coraggioso che io non so chi è e manco lo voglio conoscere. Dico delle cose, ma è come se avessi un suggeritore. E le parole che mi arrivano sembrano un gioco di rifrazioni fantasma, che il mio corpo stritola e trasforma in fumo. La strada è deformata dal calore, le finestre sono tutte uguali, l'attesa di piccoli eventi è uguale per tutti e grida vendetta senza averne voglia.

Rocco Recchia è preoccupato perché vuole diventare una star del giornalismo musicale moderno e me lo dice. Lui che si preoccupa di scrivere una retrospettiva su Charlie Parker, quando riceve ancora la generosa paghetta dai genitori alla bella età di quarantadue anni. Il suo è un gioco, uno sfizio, una forma di egotismo, di edonismo lubrificato, è voglia di consensi, di adepti, è ego culino nello specchio della Dorian Gray di quartiere che prende venti euro più cinque extra se le fai mettere il rossetto.
Rocco Recchia è anche un esperto di divani belgi ed ha aperto un blog su questo. Per Rocco Recchia è importante scrivere perché lo fa sentire vivo. Per Rocco Recchia fare l'amore è come misurarsi la pressione. Per Rocco Recchia io sono uno condannato all'autodistruzione. Certamente. Molto meglio che essere Rocco Recchia.

Dopo tutte le chiacchiere sulle commistioni tra letteratura e jazz, tra sessualità e cinema indipendente, ho tanta voglia di rimanere solo e arrivato a casa mi sparo i Witness, che erano una magnifica band francese grunge, due dischi notevoli, “Smooth” e “Grimace” per poi sparire nel dimenticatoio, nelle camicie di flanella macchiate per sempre, di sogni, di eroina, di puerilità riottosa e di incapacità di accontentarsi.
Ogni uscita dai binari che mi consento, devo tornare al rock, come per rifocillarmi. Qualsiasi tipologia di rock, purché non si tratti di indie fighetto senza cuore. Preferisco Sandy Marton ad un finto cantore di diaspore esistenziali che poi va in birreria con la ragazza figa a consumare una giovinezza con intangibili e fasulle percentuali di jamesdeanismo. Sì, del grunge adoravo lo spirito autodistruttivo anche (soprattutto) ingenuo, quella convalescenza melmosa e imprigionata in un tempo breve. Del grunge conservo la fissazione per i guanti tagliati, anche oggi che me ne mancano sette ai cinquanta. Dal grunge ho attinto per riempire sacche di resistenza, quando mi sono trovato a dover gestire rapporti imbarazzanti.

Mi metto a lavorare e intercetto Bruno Vespa con una camicia a manica corte grottesca, che dal ponte di una nave o qualcosa del genere annuncia uno special tutto “mericano” sui gorgheggiatori de “Il Volo” che trionfano oltreoceano. A Vespa non chiederei nemmeno “scusi, a che piano?”, se me lo trovassi in un'ascensore. Credo che lo aggredirei, chiedendogli urlando se sa chi è Sologub o Halldor Laxness. Tanti auguri ai vibratori di glottide che magari sono dei bravi ragazzi, ma non vedrò il programma.

Alimauro, invece, al telefono mi chiede se so di una scrittrice sentimentalmente libera. Come se io fossi un sensale, un procuratore emotivo di donne che scrivono. Che ne so, fatti una sega, cialtrone. Fatti un calco al cazzo, fallo solidificare per bene e poi ficcatelo in bocca, magari pensando a quale frase di Byron o von Kleist associare al tutto. Spompinati il calco e apriti una bustina di mayonnaise in bocca, sarai per dieci secondi una tardiva decalcomania farsesca di Jean Genet.
Alimauro Nocillo ha scritto il suo terzo romanzo, “L'impiantito dell'assenzio”. Lo ha presentato ovunque, credo anche nel cesso di casa. In copertina c'è un quadro di Odilon Redon e lui pensa che questo innalzi la sua opera di un paio di zeppe. Invece è una merda di libro, scritto da un tizio imberbe con evidenti problemi erettili. Credo che per lui sarebbe molto più proficuo imparare a ciucciare il suo calco, sentendosi così una sorta di situazionista post-urbano. Queste definizioni gli piacciono tanto, come a tutti coloro ai quali non si rizza bene l'uccello.

Non è stata una giornata difficile. No. Tutt'altro. Ho anche fumato meno e succhiato due mentine. Ma non mi sono censurato. Ho semplicemente scritto quel che mi è passato per la testa oggi.
Un treno scuro di angeli grunge già dissolti, una sacca calda di sogni gelidi in transito tra la gastrite e il paradiso, a distanza di sicurezza da abbracci letterari poco geometrici.

Moneta, non poesia.
Un'ala sola per volare, ma non lavaggi del cervello.
Grunge, non crossover.
Gastrite, non prigionia.

LdP, 17 giugno 2015



13/06/15

Amori tossici e bossa in camicia blu


Pomeriggio con “Amore tossico” di Claudio Caligari. Grande film. Mi piace tornare a questo film dopo aver visto Banderas incularsi le galline del Mulino Bianco e sfornare i suoi biscotti latini per le irrequiete casalinghe dell'advertising.
Film senza speranza, senza morale, istantanea neanche troppo invecchiata di una facile e prevedibile maledizione, la droga.
Film di siringhe, di cucchiai, di fiamme, occhiaie, dissipazione e gioventù polverizzata. Meglio del solito programma di medicina. Meglio dell'intervista molto umana al calciatore che ammette di strimpellare la chitarra. Infinitamente meglio delle lacrime finto neorealiste della monnezza pomeridiana nazionale.

Mi raggiunge una mail di scuse di un venditore ebay, nel primo pomeriggio. Tono mortificato per evitare la contestazione e il reclamo. Tu confidenziale, emoticon, puntini sospensivi come se tra noi fosse in ballo una bella scopata sudata di giugno. Non lo mando affanculo perché il disco mi serve ancora. Non lo mando affanculo perché mi piace ancora comprare dischi.
Mentre il suggestivo brano “Chiuso qui” degli Osanna viaggia tra vene e cervello, sulla mia scrivania ci sono troppi appunti, troppi scippi, troppe intuizioni e un pacchetto di sigarette che sembra infartuato dal caldo.

Mi scrive pure un altro, che deve essersi segnato che ho acquistato in passato un vinile di Bob Dylan per un cliente. Mi propone alcuni vecchi vinili del buon Bob a 11,90 euro ciascuno, facendo passare il tutto per un affare clamoroso. Col cazzo. Non comprerei mai vinili usati di Bob Dylan. Non compro vinili usati da piazzisti on line e con tutto il rispetto per Bob non posso definirmi un suo seguace. Rispondo al tizio che ho già tutto di Bob Dylan e lui contropropone i Pink Floyd. Cestino la sua mail.

Mi farebbe piacere scambiare due chiacchiere di notte con Ric Ocasek dei Cars, con quella voce malinconica e monocorde. O con John Cale dopo qualche bicchiere di troppo. Avrei voluto conoscere Jack Bruce. Mi farei una scampagnata con Mark Mothersbaugh e Jerry Casale dei Devo. Ma anche con Walter Becker e Donald Fagen.

Fa un caldo impossibile. L'estate è un procedimento odioso della natura. Che c'è di meglio di una notte di temporali in inverno, con l'anima che sfrigola prima di tradirsi una volta per tutte? Non mi piacciono i piedi nudi, per strada. I vestiti troppo corti e i culi che chiedono di essere guardati e soppesati. Mi sembra di stare al supermarket, ad esporre tatuaggi e astrusi simboli orientali, a cercare sguardi per non accettare che i muri sono bianchi e sporchi e se si avvicinerà un poeta a scrivere dei versi gli spareranno in testa. Dovrei viaggiare in continuazione per evitare l'ossessione dei muri bianchi, impregnati di vecchiaia, di trattative esistenziali di dubbia consistenza.
Anni fa ho stracciato tutte le lettere che avevo conservato. Donne, amici, donne che non lo sono state, fulminazioni empatiche, cartoline di stima, malattie veneree in forma di sogno, il Vesuvio che sputa simpatia ed io che mi fotto con tutta la nicotina disponibile in città. Ho stracciato vecchie foto, ho buttato amuleti, capelli di strega, souvenir di dolcezza adulterata, encomiabili e nostalgiche icone di un passato embrionale e stroncato in tempo. Detesto la nostalgia. Detesto la mia stessa malinconia, quella che mette in risalto gli occhi persi, le labbra socchiuse, le macchie della notte sulla pelle e il carico di roba in sospeso, quel mondo parallelo di fantasmi e sospiri che si ripresenta subdolamente di notte, tra un'idea e l'altra.
C'è una canzone che mi uccide sempre, e dico sempre: “Sugar Mice” dei Marillion. L'ascolto e mi mette in ginocchio, mia padrona per qualche minuto, delirante maitresse della malinconia, adorabile puttana che mi sbava addosso mascara e senso di inappartenenza. La evito per quanto possibile. Sono innamorato di quella vecchia canzone ed è per questo che l'ascolterò il meno possibile. Fa male, scortica, svuota le riserve, incendia le vele protettive, mi abbandona al centro della notte come un soldato ferito dal fuoco amico. Non posso più permettermi questa roba, se non voglio soccombere.

Su una terrazza poco distante ballano. Ballano e si scatenano. Riconosco una bossa suadente, piuttosto erotica, dei Matt Bianco ultimo periodo, quello lounge. Vedo svolazzare vestitini a fiori, ci sono delle candele, vino, schiamazzi, camicie azzurre sbottonate al collo di uomini piuttosto banali, quelli che passano queste serate ad abboffare di complimenti le donne per cercare di scoparsele. Molti uomini sono viscidi quando corteggiano. Come se l'ombra o la decalcomania del loro cazzo li connotassero prima della loro voce e di quel che dicono. Vogliono vivere momenti gradevoli, amano le donne per trovare un senso al loro essere uomini e il complimento che preferiscono ricevere è “seduttore”. Cercano di sfornare biscotti alla Banderas, ma tra pochi anni finiranno ad inculare galline di plastica dopo la cena di Natale. Sono solo dei cazzi deambulanti in camicia azzurra. In genere indossano una collanina d'oro e fingono di ridere quando la loro preda racconta qualcosa della sua vita. Conosco queste serate. Conosco il senso dell'uccello come traino, come locomotore, come religione di passaggio, come vaporizzatore di misera eternità da fermare in foto o in avventura. Conosco la fasulla allegria della seduzione e la nostra misera propensione da accattoni a conservare cimeli di leggerezza, di sogno, di sensazioni perdute.

La notte si annuncia uguale alla precedente. Ho molto da scrivere, ma ho anche troppo caldo ed una lucidità che non è andata al mare e che delimita confini, barriere, dighe, imbarazzanti lontananze e come un segugio cerca l'ombra e la nuvola più vicine per depistare il presenzialismo di questo sole del sud sempre in mutande.
Fumo la mia sigaretta del tramonto mentre svolazzano vestiti con margherite, azalee, rose e altri fiori e gli uomini in camicia azzurra cercano collegamenti tra il piacere, il senso di sé, la libidine giovanile e lo spessore della propria avventura in queste notti senza vento, dove gli unici eroi sono i pensieri che hanno il coraggio di tradursi in azioni scomposte ma sincere.

Mentre la festa impazza, finisco a guardare “El lado oscuro del corazon 2”, non capendo tutto. Ma Dario Grandinetti ha una faccia davvero interessante, e nei panni dell'amante maledetto e poetico ha una certa credibilità, di certo più di quelle controfigure in camicia azzurra, tutti preoccupati di strappare il numero di telefono giusto e di essersi lavati bene i genitali prima di uscire.

LdP, 13 giugno 2015



09/06/15

Frogs Overdose - per Layne Staley


"At 7 am on a Tuesday, usual August ...
Next week I'll be 28...
I'm still young, it'll be me...
Off the wall I scrape... you...
I can't wake, I gotta wake...
To cause this wake, I gotta wake no more...
It causes wake, to drown this hate....
To never really stay, never will.....
You take your plate...
Put me through hell, live, live...
Direct your fate...
You say I can do it so well...
Your expiration date... [2x]
Fate, date, expiration date...
(this was the last time)
Hate...
And don't fuck with me again...
My own clean slate...
Don't fuck with me again...
Makes your eyes dilate...
Makes you shake...
Irate..."

Una sera di primavera del 2010, stanco e più stanco del tran-tran, logorato dallo squallore del contesto lavorativo e dalla pochezza affettiva in giro, arrivai alla notte ascoltando ossessivamente “Frogs” degli Alice In Chains, dal famigerato e malinconico album tripode.
La voce di Layne Staley mi ipnotizzò completamente, soprattutto nella coda lancinante del pezzo. Mi parlava, quella voce, di tutti i tormenti tenuti malamente a bada, di quel bisogno violento e sudicio di ribellione continua, di ammutinamento, di fecondo disprezzo per il “lato equilibrato della vita”.
Ascoltando la sommessa declamazione di Layne in coda, mi chiesi che senso avesse poi “cercare di essere quadrati”, “essere costruttivi”, “relazionarsi armonicamente agli altri” e tutta quella zavorra emotiva tipica di ricostruzioni non richieste e di insicurezze con le mutande macchiate di merda.
Durante la riproduzione ossessiva del brano, mi domandai anche perché non avessi mai deciso di farmi. Una tentazione continua, eppure sempre scongiurata. Ma non c'è bisogno di drogarsi per vedersi comparire i demoni allo specchio. Mi domandai crudelmente perché si tenta e si ritenta con la storia dell'amore. L'amore a tutti i costi, primo fra tutti quello del ridicolo.
Per me, pensai, un padre di famiglia non vale più di un ragazzo che muore in un cesso della stazione con una siringa nel braccio. Per me, andai avanti, uno scrittore apprezzato non vale un'oncia di più di una puttana che lo succhia in macchina ad un panzone schifoso, gemendo per finta e intascando i trenta euro con rassegnazione.
Quando finalmente mi decisi ad andare a dormire, avevo la bocca bruciata dalla nicotina, il respiro appesantito, emicrania e fiele, distanza siderale dal me stesso che avrei desiderato e una certa dose di gratitudine per il signor Layne Staley, che Dio o chi per lui lo abbia in gloria.
Mi addormentai solamente alle prime luci dell'alba, sconfitto e con l'appartamento divorato dal disordine, molto di più di una posa da scrittore dannato, ma quale scrittore e quale dannazione. Avrei scritto ancora. Avrei scopato ancora, assentandomi quasi del tutto dalla scena. Avrei telefonato a qualche coglione per passare una mezz'ora di socialità contenuta. Avrei sentito ancora tutte quelle stronzate sul giusto atteggiamento da tenere nella vita; chi continua con queste menate è già morto. È solo un orsacchiotto del cazzo che si aggira in lussureggianti serre di plastica, sborrando ovunque il suo maledetto ottimismo.
A chi mi chiedeva il libro giusto, le parole giuste, le relazioni giuste, il lavoro appropriato, avevo voglia di rispondere la verità, e cioè che nessun miglioramento ha più dignità della caduta, nessun quadretto familiare ben riuscito scongiura la curva sbagliata, la risata della ribellione fallita, la parabola che i preti non bisbiglieranno mai in confessionale.

Layne Staley è stato fondamentale per me. Fondamentale. Fraterno. Paradigmatico. Focale e dannato per sempre, come tutti gli amori che non ti fanno ragionare per davvero.
Quello sguardo triste e fragile, quasi infantile, e le sue ultime apparizioni, nascosto negli occhiali da sole, piccolo abissale tormento d'uomo in forma di voce, quelle mani nervose nei guanti tagliati, quel suo chiedersi la data di scadenza.
La data di scadenza. È dalla culla che mi chiedo la mia, senza volere risposte e spiegazioni, rifiutando la terapia della semplicità obbligatoria, e cioé sole, mare, cazzo duro da regalare alle donne, bei libri da scrivere, bei sorrisi ai bambini e ai vecchi, pollice verde, regole alimentari, altari osceni di religioni e di morti, segno della croce con la mano sbagliata, tanto basta far vedere, esibizioni di credi politici per scardinare l'indifferenza altrui.
Non c'è stata una sola volta, da un appuntamento galante ad un colloquio di lavoro, da una cordiale corrispondenza al restyling dal barbiere, in cui io abbia dimenticato che esiste una zona del vivere che è pericolo di consumazione troppo veloce, una living room di spettri e occasioni mancate, una tana che conserva la memoria del peggio di noi stessi.
Si vive lo stesso e si vive anche bene, in certi momenti. Ho imparato che sono gli imbecilli ad avere sempre paura della negatività, della lucidità che funge da rasoio e suicidio monodose per poi ricominciare con rinnovato vigore.

Devo molto alla voce di Layne Staley e anche alla sua fine, se devo essere sincero. Non c'è stato lieto fine nella storia di Layne Staley, un fiore di carne straziata nel breve ed intenso spettacolo pirico del grunge. Un lampo che non potremmo usare per Instagram, per i nostri avatar, per stringere al cuore il partner e chiedere a Dio quel “per sempre” che ci rende adulterati e fuori fuoco agli occhi del cielo, formiche al sole su uno scorpione morto, cani a tre zampe che non rilasciano autografi.

Luca De Pasquale, 9 giugno 2015