25/05/15

Dischi cupissimi: Burst - "Origo" (Relapse)


Ascoltare “Origo” degli svedesi Burst, quarto lavoro del gruppo, è un'esperienza. Non consigliata ai deboli di cuore, ai soloni dell'approfondimento tedioso (“questo lo hanno gia fatto i...”, “niente di nuovo, è solo metalcore svedese”, “mi bastava un vecchio disco dei Neurosis”), ma soprattutto non consigliato a chi non cova -con un minimo di consapevolezza- rabbia dentro, rabbia che fatica a guarire e che brucia come un'infiammazione permanente.
Sono suoni lancinanti e straziati, quelli dei Burst, con voce scream e sei corde sotto sforzo, alternati però sapientemente a fasi oniriche letali che rappresentano la bellezza aggiunta del disco, il suo plusvalore. Come, forse, un uomo in agonia che si ostina a sognare. Come un demone capace ancora di innamorarsi. Come la luce del mattino lattiginoso dopo una notte di pioggia e di brutti sogni, di storie chiuse e di lavori insoddisfacenti.
Penso, in questo caso, a “Comes into view” con un basso zoppo e settantino e una chitarra malinconica, insinuante, mai statica, quasi sensuale. Penso alla parte centrale di “Where the wave broke”, maledettamente emotiva, quasi shoegaze, saltellante di dolore.
Il disco, uscito ormai da dieci anni per la sempre sorprendente Relapse (che in un fil rouge marcio e slabbrato riesce sempre a infilarci qualche scheggia di sogno), è da qualche giorno nel mio stereo, che ci tengo a sottolineare non è per audiofili e maniaci. È lo stereo di uno che mangia musica e non c'è altro da dire. Contrasto apertamente quella scuola di pensiero (???) che definisce necessario un impianto da mille e una notte per arrivare a capire un disco. È una teoria laccata, superficiale e stantia.
Con il pezzo “Stormwielder”, dopo scudisciate metal, sembra di finire in una dispersione à la Robert Smith, con un'aria rarefatta, satura, implacabilmente cupa. Qualcuno potrà pensare che quest'alternanza tra disperante aggressione sonora e interludi dreamy sia fittizia e costruita a tavolino, a me sinceramente non sembra affatto. È parte integrante, questo pastiche emozionale, del verbo metalcore, è struttura poco regolamentata ma anche legge tacita e funzionale del genere.
Al timone dei Burst c'è Jesper Liveröd, già bassista dei potenti Nasum; proprio l'efficace brano d'apertura, il già citato “Where the wave broke”, è dedicato a Mieszko Talarczyk, leader dei Nasum, perito tragicamente in Thailandia nel 2004, sorpreso dallo tsunami.
Forse è vero che dopo la violenza, dopo la rabbia e la decompressione, i momenti più quieti assumono una valenza differente, una sorta di quieta trascendenza, l'imprevista ricomposizione delle tenebre.

Ed allora, in questa luce rosa di un pomeriggio qualsiasi di estate in arrivo, ecco che “Comes into view” sembra uno spezzone di un disco di post rock ben riuscito, dimenticando tutto l'edificio dolorante da cui fuoriesce. Da riscoprire.

LdP, 25 maggio '15

24/05/15

Disillusioni come scala di priorità


Nel piccolo centro tutti conoscono tutti. Ognuno si arrampica facilmente su quel che sa degli altri. Ognuno crede di poter vivere al meglio la tendenza alla familiarità.
Non mi piace questa roba. Non mi è mai importato di cosa le persone pensassero di me, a meno che non si trattasse di affetti, dei pochi affetti concepiti.
Non so bene cosa pensino le persone che incontro quasi ogni giorno. Si va da “ecco lo stronzo con la sigaretta” a “quello un tempo lavorava in città, oggi è disoccupato, me lo ha detto...” e altre inimmaginabili sfumature. Questioni di nessuna importanza, di pochissimo conto.
L'apparenza inganna. Potrei sorridere e invece indossare l'anima del drogato, del malato terminale, del perverso. Potrei apparire dimesso, dismesso, malinconico e invece godere di spirito combattivo. Non è importante. Per me come gli altri. Sono solo chiacchiere da portinai con la prostata ingrossata e da donne intente ad invecchiare tra pettegolezzi e confessionali. Intanto, tonnellate di esseri umani continuano a morire, spesso dimenticati, il più delle volte fraintesi, quasi sempre accompagnati dal patetismo ipocrita del “resta in pace”.
Resta in pace. Resta. Dove? E la pace, sicuri che c'era?
Resta. No grazie. Meglio cambiare scena, credo penserebbe lo scomparso di turno. Non si “resta” nella pace decisa dagli altri. Gli altri non decidono. Gli altri sono spesso un'entità imbarazzante, che non può sovvertire prospettive e destini.
Scherzosamente, ogni tanto penso a cosa mi getteranno nella bara. Un basso elettrico? Sarebbe un peccato. Una macchina per scrivere? Troppo pesante. Un pacchetto di Camel Lights? Ecco, okay, me lo fumerei di corsa. Ma sono fantasticherie scaramantiche, perché non mi farei mai seppellire. Meglio cambiare argomento prima che diventi tutto sinistro.

Penso alla foto che farei per un mio libro. Di certo non metterei la mano sotto il mento e non assumerei la tipica faccia di cazzo della profondità di pensiero e di comunicazione. Tanto varrebbe farsi un selfie al cazzo, magari in quello stato intermedio di cose tra mollusco e maglio.
Luca De Pasquale vive e lavora a... ha studiato...”
No, Luca De Pasquale non ha studiato niente e infatti non lo scrive, non lo millanta. La scuola mi faceva schifo e l'università mi sembrava un ritrovo per infelici a chiappe umide. L'idea dell'insegnamento non mi attraeva. Credo che piuttosto che studiare giurisprudenza mi sarei fatto violentare da un primate.
Queste scelte hanno accompagnato e determinato i commenti dei successivi vent'anni, che posso sintetizzare con questa parola così aulica: “PECCATO”.
Ma peccato un cazzo. Me la sono giocata. Sono stato altro, spesso sbagliando tutto. Ma che importa. Non ha nessun peso. La parola peccato non significa nulla. In fondo, sono un tipo da strada. Un volgare mozzo come tanti.
Peccato, uno come te...”
Uno come me? Cioè, un qualsiasi uomo del sud, di media altezza, di media intelligenza, fissato con la musica, tabagista, non certo un cesso da balcone ma neanche Robert Downey Jr., uno qualsiasi. Questo è il dramma di molti: riuscire ad accettare di essere come tanti, come quasi tutti, maledettamente ordinari, sciaguratamente prevedibili.
Ho smesso presto di sognare palcoscenici e gente che mi applaudiva a fiducia. Ho subito interrotto i giochi da spogliatoi di calcetto con le misure dell'uccello. Ho interrotto, peggio di un coito nascosto, quel flirt di merda con l'idea dell'amore puro e incorruttibile. Forse ho vomitato una pizza in grembo ad un messo dell'eternità, a Cupido in calzamaglia, all'imitazione sonnolenta del santo protettore della memoria, ho trattato come un piazzista molesto il miglior angelo finito alla mia porta. Mi sono autodistrutto per corrispondenza e per procura, a gettone e per contratto, ho cercato di recitare il mio Shakespeare ma avevo la voce crepitante di un comprimario in un film porno, quelli che partecipano per quattro minuti e alla fine del film non sai nemmeno se hanno eiaculato.

Chiudo gli occhi, così, per gioco, e mi vengono in mente nomi e nomi di persone che ho conosciuto. Una trottola che può indifferentemente fermarsi su uno a caso, la conclusione è sempre la stessa: ci siamo capiti, ci siamo conosciuti per davvero?
La risposta è quasi invariabile: no. Ma è detto senza raccapriccio, senza disfattismo, senza provocazione.
Ci si entra dentro così poche volte nella vita. Il resto è tutta superficie, cerotti, bende, scopate, foto di cerimonia, tavolate ebbre con overdose finale di bicarbonato, altarini impolverati con folla di volti che non torneranno mai più, se non accompagnati dal vento della notte.

Come quando pensavi che qualcuna ti fosse davvero entrata nelle carni, solo perché l'avevi desiderata, una, due, mille volte. E perché lei ti dava l'idea di desiderare te, per motivi a volte oscuri a volte troppo chiari per esseri veritieri. Il desiderio è solo uno strato, troppo spesso sottilissimo e impalpabile, dall'odore dolciastro e nauseante, fittizio come un nascondiglio, un trucco di scena. Appartenersi è qualcosa invece, per i miei canoni, che mette in gioco la discesa all'inferno. Anche con il sorriso. Anche con benevolenza e apparente bonomia.
Accumuliamo una serie di inutili santini del cazzo cui tributiamo la nostra nostalgia, le nostre lacrime di frustrazione, le nostre poesie senza capo né coda. Non ha nessun senso. Spesso sono solo avatar. Cartoline semoventi che continuano in altre direzioni. Desideri che sono rimasti sui nostri muri con puntine da disegno, quelle che usavano gli adolescenti di una volta per i poster dei cantanti.
Sento sempre più spesso la parola “disillusione” nei discorsi da tardo quarantenni che mi trovo a sostenere. Parola inesistente, status ambiguo. Quelle che molti definiscono “disillusioni” sono per me una sorta di scala di priorità, la parte terminale di quella immensa gavetta che dovrebbe portare finalmente a riconoscere sprazzi di vero.
Senza amarezza addestrata, senza cuore in mano o sul comodino, senza sciocchi diario di bordo da dare in pasto a curiosi, superficiali e cacciatori di orgasmi patinati.
La vita che corre, il mare che si increspa e diventa rischio più serio. Tutto qui.

LdP, 24 maggio 2015

20/05/15

Tratte abituali


La metropolitana procede lenta. Lenta. Lentissima. Il vagone puzza di ascelle e piedi.
C'è una donna di mezza età che si è tolta le scarpe. Noto smalto rosso fuoco, brivido di disgusto. C'è un ragazzo con una barba a manica di cantero che si è infilato in bocca le stanghette degli occhiali. Vorrei fumare e so che tra pochi minuti inizierò a vedere il mare.
Il sapore del caffè tostato di quel bar, il cornetto non fresco, l'odore di camomilla nei miei capelli che chiari non sono, e sapere, ricordarsi, che ogni vista del mare è un pugno nello stomaco, una violenza, uno stupro, una felicità schivata, una statua monca, un dio senza testa, un dio finito male.
Lo sferragliare della vecchia metropolitana mi fa tornare in mente un pezzo dei Bark Psychosis. Sono dolente mio malgrado, sono rarefatto e mi piace, mi guardi in questo vagone ma io sparirò a breve e non ho tratte abituali.
La mia testa non ha tratte abituali, i miei pensieri, persino il tendersi della pelle, la tentazione di ricordare un futuro, la tentazione di risultare l'attrazione, il suono, la sosta, l'oasi, la finta eutanasia.
È pieno giorno, c'è il sole, tra poco il mare, ma questo vagone è imbottito di notti insonni, di fermate dimenticate, di stupidi graffiti, di tentativi pigri di superarsi e salutarsi in corsa.
I piedi di quella donna mi danno il voltastomaco. Non è vero che il sesso è sempre. Non è vero che il pianoforte è sempre poesia. E non è vero che la poesia è nobiltà. E poi, la conoscenza. La conoscenza è un colabrodo. Un sax suonato da un drogato. Una puttana che si trucca e io che muoio a rate.
La conoscenza è l'inganno del traguardo, è l'elaborazione pubblica di un complesso finito nel ripostiglio. Oggi mi sento ignorante, parziale come una bugia inutile, oggi mi vedo vestito di cenci presentabili, carta d'identità scambiata e spalle larghe per poter credere nel riposo.
Mi piace il rumore dei fiammiferi nella notte. Mi piace da impazzire e lo porterei avanti fino ad invecchiare, fino a smentirmi, io che amo le fiabe per gli assenti, le presenze silenziose, i ricordi che non rinnovano mai il visto, gli stupidi che si allontanano e pezzi di musica isolati, come ruscelli da cartolina, come giocattoli non utilizzati in tempo reale.
Il rumore dei fiammiferi nella notte è il suono del mio respiro, è l'attesa che non chiede pazienza e rifiuta sogni in decalcomania, è il miraggio che non urla, timido, inavvicinabile come tutte le forme d'amore più improvvise.
Ogni tanto scrivo, ogni tanto accendo la luce nella stanza, mi ricompongo quando mi penso, mi annuncio quando mi sfuggo, mi comprendo di più quando sono sobrio.
Il rumore che preferisco, dopo una certa ora, è quello del fiammifero che frigge sulla striscia marrone della scatola. Lo porto verso la bocca, a volte la sigaretta non c'è, e lo spazio che percorre la mia mano sinistra è la distanza dalle stelle e dalle fotografie.

LdP, 20 maggio 2015

Recensioni - DEAF DEALER "Journey Into Fear", Cult Metal Classics 2014


DEAF DEALER – Journey Into Fear (Sonic Age Records/Cult Metal Classics 2014)

Chi ha avuto modo di leggere la mia intervista al bassista dei Deaf Dealer, Jean-Pierre Fortin, su questo blog già saprà di quale disco sto parlando.
Per gli altri, mi basta dire che questa ristampa della sempre meritoria label greca Cult Metal Classics è degna di massima attenzione per tutti coloro che hanno amato l'heavy metal più puro degli ottanta, ma anche per chi ha amato gli Iron Maiden e quelle band classiche che proponevano un sound sorretto e per così dire “tipicizzato” dal basso elettrico.
Infatti, pur offrendo all'ascolto una cifra originale e di notevole impatto, ascoltando questo classico per troppo tempo sommerso dall'inadeguatezza del mercato discografico non possono non venire in mente (anche) gli Irons e Steve Harris, vista anche la geometria della formazione, basso centrale, doppia chitarra solista, voce e batteria.
Jean-Pierre Fortin, coadiuvato dal vocalist Michel Lalonde, dai due axemen Yves Pedneault e Marc Brassard e dal batterista Daniel Gregoire, sforna infatti al basso una prova davvero maiuscola, connotata da stop and go, arpeggi e cavalcate harrisiane di notevolissima fattura, mai fuori contesto e capaci di tingere il sound della band canadese con grande forza.
Journey Into Fear”, originariamente inciso nel 1986, araba fenice per tanti cultori del metal ottantiano, supera però agevolmente la prova del tempo; anzi, paradossalmente, suona più moderno e compatto di tanti dischi usciti negli ultimi anni. Un insistito paragone con gli Iron Maiden non farebbe giustizia alla band canadese, però posso dire tranquillamente che questo lavora non sfigura affatto se associato a lavori come “Piece of mind” e “Powerslave”. La competenza tecnica è altissima.
Gli episodi felici del disco sono molti. “Back to God's country” apre con aggressività, “Mind games” travolge da subito con la batteria ed è una cavalcata veloce e spietata, “Blood and sand” parte come una ballad ma si evolve al meglio, “Tribute to a mad man” si affida ad uno dei tanti bass start da urlo, “To hell and back” gioca su intarsi veloci e molto tecnici tra sezione ritmica (con Fortin sugli scudi) e i due axemen.
Escape from the witch mountain” è un pezzo strumentale di grande forza, ed è qui che quelli come me possono toccare il cielo con un dito, considerato che Jean-Pierre Fortin non ha un solo momento di tregua, con una presenza corposissima e, qui con la piena valenza del complimento non derivativo, davvero vicina alla meravigliosa bulimia di Mr. Steve Harris.
Il disco si chiude con la title track, cupa ed epica a suggello di un riuscitissimo esempio di NWOBHM in salsa canadese, salsa per verità assai saporita, a confermare tutta la straripante qualità musicale di quella terra.
Difficile comprendere come un disco del genere sia rimasto sommerso per ventotto anni, considerata la qualità. Mi auguro sinceramente che questa splendida ristampa ottenga tutta l'attenzione dovuta, una sorta di doveroso e grato risarcimento per una delle tante ingiustizie discografiche perpetrate. E che sia, questa ristampa, il viatico per una resurrezione del marchio Deaf Dealer, garanzia assoluta.

TRACKLIST:
Back To God's Country
Mind Games
Blood And Sand
Tribute To A Mad Man
East End Terror
To Hell And Back
Escape From The Witch Mountain
Journey Into Fear

Jean-Pierre Fortin – electric bass
Michel Lalonde – vocals
Yves Pedneault – lead guitar
Marc Brassard – lead guitar
Daniel Gregoire - drums


Luca De Pasquale, 20 maggio 2015

19/05/15

"Non sei nel giro degli scrittori famosi" "Io faccio rock'n'roll"


La radio passa “Advice for a young at heart” dei Tears For Fears. Conosco questa canzone da anni ed anni, è rassicurante. Mi parla di anni che sono irrimediabilmente finiti, irripetibili come è giusto, anni in cui credevo di sognare, ma in realtà mi tenevo a freno e circoscrivevo lo sguardo solo ai desideri.
Errore imperdonabile. Anticipo sulla nostalgia, ammortizzatore del disincanto.
La telefonata con Aldo langue, ci sono molto silenzi. È piuttosto penosa e patetica. Non abbiamo un cazzo da dirci e sarebbe molto più opportuno che ce lo dicessimo, ci siamo persi ed è normale, buona vita ed un vaffanculo Asti Gancia.
A me non fotte nulla che lui fa ginnastica la mattina, che mangia pulito e che ha iniziato a credere nella reincarnazione. Davvero non me ne fotte niente e lo ammetto. E lui non se ne sbroda niente del mio rock duro, delle mie troppe sigarette, del mio modo di fare a diminuzioni e sottrazioni, della mia rabbia sociale che sembra un pannolone grondante piscio acido.
Non leggerò una riga del suo sito sugli orologi russi. Lui non leggerà mai mezza riga di un'intervista, di una recensione, le mie note gli sembrano esotiche, caratterizzanti, e infatti non le ha mai lette.
Sono anni che non ci confidiamo più nemmeno fatti di sesso. Lui ha un modo di pensare al sesso che a me fa schifo dal profondo: come un suggello e un dono di Dio. E poi lui fa il sesso nudo come un verme, che è tipico degli uomini che non hanno capito un cazzo della rudezza della vita.
La sua compagna ha dei denti orribili ma è una brava donna. Mi reputa un perdente, non un vero scrittore perché non mi trova sugli scaffali delle librerie che si illude di frequentare. Non crede che io sia un narratore perché non mi vede inserito nel giro degli scrittori. È vero e non lo nego. Bambola Bellabocca, dietro la stazione centrale, è più inserita di me nel giro degli scrittori nati sotto il culo del Vesuvio. Per Verdura, la compagna di Aldo, io sono spazzatura rabbiosa che ha rinnegato la fortuna incredibile di essere un uomo del sud.
Niente di più assurdo. Non posso farci nulla se non vado in giro a scattare foto a monumenti, tramonti campani e cani abbandonati a via Caracciolo. E poi, non ricordo di aver mai sostenuto di essere un narratore. Narratore di che? E con quale prosopopea? Io semplicemente indago, e quando c'è da inghiottire merda mangio senza protestare troppo.
Non sei nel giro degli scrittori, non ti vedo mai”, disse acida Verdura, qualche tempo fa, mentre Aldo continuava a palesare la sua aria dolciastra da animale di compagnia con occasionali mansioni sessuali.
Infatti”, risposi, “per questo soffro di insonnia”.
Ci cascò pure, lo spirito critico superno.
Ora Aldo ed io siamo al telefono, e non vediamo l'ora che finisca.

Di fronte c'è un tizio che ha abbassato la tapparella. Lo fa ogni giorno alle tre. Accende il pc e si tira una sega guardando siti porno. Caccia quattro gocce nel fazzolettino di carta adeguatamente preparato, poi si va a lavare il cazzo e infine tira su la tapparella. Un rituale praticamente quotidiano. Non si cura di me. Ma io so cosa fa. Se fossi un vecchio chierichetto, direi che rischia di diventare cieco. In realtà credo faccia bene, soprattutto se è un tipo nervoso. Troppo sperma annebbia. Non ci trovo nulla di male, ma credo che venirsene in uno scottex guardando una scopata amatoriale dialogata sia piuttosto deprimente, in un secondo momento. Va da se che ognuno cerchi di stare meglio come preferisce. Io continuo a preferire il rock and roll. Ma quando spengo lo stereo, fuori il cielo promette sempre pioggia e temporali.

Da giorni mi trastullo con un brano giapponese, “Mizerable” di tale Gackt. Molto elegante, affascinante, sensuale. C'è dentro pure un violino molto insinuante e al basso c'è uno dei miei preferiti, Chuck Wright dei Quiet Riot. Questo per rispondere a chi sostiene che molti musicisti metal sanno suonare solo roba pestata. Menzogna.
Come un vecchio pazzo, mi fermo alla finestra a scrutare il vento e i giochi delle nuvole con quel pezzo in cuffia. Funziona. Funziona benissimo e continuerò. Il mio modo di pensare prevede anche l'ipotesi di essere fatto fuori il giorno dopo, quindi sono tutti attimi guadagnati, suggestioni che sono la mia polvere sul mondo e sulla bellezza che non capisco. Su certe cose sono ottuso e un po' cieco, fatico a riconoscere la bellezza e soprattutto a mantenerla. Ho sempre pensato che la vera bellezza, quella sgombra da sovrastrutture e regole, possa spaventare a morte. Sono il primo coglione a finire con il fiato corto per questo. E dunque mi rifugio in Gackt e nel cielo gravido di pioggia. Mi sento così il protagonista pulito di un film che non girerò facilmente.

Molte riviste specializzate -non si sa bene in cosa- mi fanno pensare alla masturbazione e all'impotenza precoce. Molti libri mi fanno pensare a uomini gialli come limoni, ferite che drenano ego in continuazione. Le dichiarazioni d'amore in pubblico mi fanno pensare a delle soap di merda. I nuovi percorsi spirituali mi fanno pensare ad un esercizio di autoconvincimento ben riuscito. Le promesse elettorali mi spingono all'eversione armata. I talk show mi fanno pensare a Cannibal Holocaust. I selfie. I selfie sono immondizia. Mi fanno pensare alla stitichezza.
Quando Verdura mi ha apostrofato, dicendomi che non mi vede nella griglia degli scrittori vincenti, mi sono sentito come un vecchio calciatore, un centromediano metodista di una squadra di mezza classifica del 1973-74, fermato da un molestatore all'autogrill.
Piccola Simmenthal d'amore, ma ti ho mai fatto credere di pensarmi come George Best o Rob Rensenbrink?
Tante cose non sono vere, dolce Manzotin della giustezza. Sono solo gabbie mentali del cazzo dove infilare chi capita. Non sono omofobo, per esempio, anche se tu lo pensi. Ti piace, lo so, pronunciare la parola “omofobia” , perché ti fa sentire giusta, rispettabile, progressista ed aperta. Così come ti piace la parola “sostenibile”, associata anche alla stitichezza o all'omicidio. A me piacciono poche parole. Poche parole e poche persone, perché il disordine cattura sempre troppo presto la mia attenzione.
Mi piacciono poche parole perché non sono un vero narratore. Non sono sul tuo comodino e allora ecco che sono un bluff, un esotico scrivano che magari iniziò tanti anni fa a scrivere per un pass vaginale.
Sono uno stronzo malinconico; penso che adesso sto ascoltando “Lady” di Gino Vannelli e mi struggo sul tramonto, vedi che derive imprevedibili hanno gli uomini.
Ma faccio, il più delle volte, rock and roll. Finché avrò benzina e vento.

LdP, 19 maggio 2015

18/05/15

A comprehensive approach to music: interview with ANDY CURRAN


There’s a platonic as well as lasting artistic love story between Canada and me. When I was a kid it didn’t take long to understand that it was (and still is) a great home of rock. Among the huge number of bands that I adored, with Rush in the lead, Coney Hatch have a special place, a group with three albums under their belt, released between 1981 and 1985 (I’d like to point out that the first two records have been remastered by the same worthy label Rock Candy. I strongly advise everybody to get them).
They have been a hard band even a melodic one, being able to play powerful riffs as well as remarkable interludes. Coney Hatch had as bassist Andy Curran, whose style shown by the instrument was estremely valuable. Later, thanks to the hard'n'heavy encyclopedia written by Hans van den Heuvel and edited in Italy by Beppe Riva, I knew with a great interest about an issue of Andy’s eponymous solo album.
This record has been released by the label Alert in 1990, and it’s performed perfectly well, it has been very significant for me; since then I’ve been following Andy with great pleasure, by chasing him along different projects as Caramel, Soho 69, Drug Plan and to find it again with Coney Hatch’s album “Four”, launched by the very active italian label Frontiers. But Andy Curran lives on rock, so he isn’t only a musician in a narrow sense but he’s also a producer, a records management consultant and much more. A while back I was very happy to know about his important collaboration with Anthem which is also, not by chance, the same label of Rush.
I therefore have told with Andy about canadian rock, Coney Hatch, electric bass and record production markets in this interview that he has accepted with a great availability and spirit of cooperation.
Let me say that it’s always a pleasure entering in contact with artists who keep humility, humour as well as the will to tell and share, even though they have lived rock at the highest levels.

Good reading.



LDP: Andy, would you like to tell us about the beginning of your career, the choice of bass and the adventure called Coney Hatch?


AC: It seems I was always growing up around music. My dad played the guitar and piano and we had lots of great pre bed time singing along with him. My grandfather was a trumpet player in the BBC orchestra that use to go live to air from Alexander Palace in the UK. My sisters listened to AM radio 24/7 and had a great collection of 45s. Thats where I first heard The Beatles, The Monkees, Herman’s Hermits and a lot of bubble gum pop like The Ohio Express (first record I ever bough was Yummy Yummy). Then along with my older brother, they started buying albums like Black Sabbath, Creedence Clearwater Revival, Joe Walsh, Frank Zappa, Johnny winter, Devo, The Tubes, Led Zeppelin..even Cheech & Chong. Wow, they basically introduced me to some of the coolest music ever and it was game over. My sister’s boyfriend gave me a Hofner Beatle Bass for my 17th birthday which I still have today and I took a few lessons to get me up and running and then ear trained myself and spent the remainder of my teenage years and early 20s playing along to my vinyl collection. I really wanted to be a guitarist but hell, I had a free bass so I never looked back! My parents planned a family trip back to the UK where they were born and specifically a town called Muswell Hill. My mom was the one who showed me Coney Hatch which was an actual physiatric hospital and I wrote the name down in my lyric book as I’d started to try and write songs early one. When I returned home to Canada it was during the rise of the Sex Pistols and punk rock so that was a cool time to be in England. It was then that I really thought I wanted to be in a band and after seeing The Edgar Winter Group with Bad Company at Maple Leaf Gardens in Toronto I made a promise to myself that I would get on that stage one day! Coney Hatch played there twice !! Anyway, I met Dave Ketchum through a circle of musicians I started hanging out with and Dave and I formed Coney Hatch probably in the very early 80’s. We started playing covers by our favourite bands and two years later with a revolving line up that had Steve Shelski and Carl Dixon in it, we were 1/2 original material and 1/2 covers. Kim Mitchell from Max Webster caught wind of us as we had a good buzz happening in Toronto and when he swept in to produce a demo that was the beginning of my “real” music career. I still thank him to this day for that chance he gave us. It was a pretty quick ride for me going from my parents basement to church basements to crappy night clubs to awesome filled legit rock clubs to Arenas and open air festivals once our records were released.



LDP: Your personal path shall exude music... Could you talk about your evolution from being a bassist and singer, up to develop your present collaboration with Anthem?

AC: Well, the singer part of the puzzle was always because in the early days no one else wanted to sing, so I thought - what the hell - I’ll  give it a try. Then seeing guys like Geddy Lee and Phil Lynott play bass AND sing I was like wait a minute..this is cool and I really worked hard at doing both at the same time. I always felt that maybe for me I was a songwriter first before being a bassist and singer so I spent more time working on that  craft then I did trying  to  be a bass hero. I always tried to write parts that  were right for the song not what  would get me in Bass Player Magazine. The more records I had the opportunity to make, the more interested I became in production and the process and art of making records. When I left Coney Hatch and fronted the various bands that followed,  it really forced me to focus on the vocal department and I really worked hard to try and be a better singer and push myself. Eventually I started producing young bands, writing music for TV and chasing that end of the business. I kept in touch with Pegi Cecconi and Ray Danniels who were still at Anthem Records and I’d bring them in projects I’d been developing. After years of talking and back and forths with Pegi & Ray, he eventually asked me to come over and do A&R for his label and groom me as a manager. It seemed like a very natural step as I’d made my own records, I had worked with other artists so I could certainly lead the charge and oversee the making of records for Anthem. As far as the management part, I’ve seen so much and experienced so many highs and lows that I felt I could be a great sounding board to musicians and artists and talk their talk. That was ten years ago…its been quite a ride.


LDP: In some of your interviews I read (with satisfaction) about your musical tastes which are heterogeneous and in a spirit of eclecticism. What kind of music did you enjoy listening to as a kid, and what do you like today?

AC: Bottom line is I’m a music lover and fan first for sure…then a musician. I mentioned some of the bands and artists my brother and sisters turned me on to but in the early years it was ALL hard rock & metal for me. As a Canadian kid the airwaves were filled with Rush, BTO, April Wine, Streetheart, Goddo and Max Webster. I loved all of them. Then on to Deep Purple, Edgar winter, AC DC, Rose Tattoo, Aerosmith, Ted Nugent, Peter Frampton, Saxon, Judas Priest, Krokus, Maiden, James Gang, Lynryd Skynrd, Cheap Trick .…Just a steady diet of RAWK! Then a bass teacher of mine Scott McLeod said «Andy you better start listening to some jazz rock and try and push your self to learn those baselines». That opened me up to Jeff Beck, Stanley Clarke, Jaco and Weather Report. He also told me the best bass lines in the world were in funk songs so I really started getting into WAR and then Bob Marley. As I mentioned that trip to England in 1979 was pivotal in shaping my music mind. I discovered Ultravox, 999, The Clash, the Ramones, Buzzcocks, The Police and the Sex Pistols. So if you mix up all those bands in a blender and try and write songs….. That was me! 
Today I think a big change for me was embracing some of the iconic bands that I really didn't listen to a lot when I was young like The Rolling Stones, The Doors, the Who, Steve Miller, Steely Dan to name a few. I have really grown to respect, enjoy and appreciate them. I fell in love with Tom Petty many years ago and adore his music. I think I have every album he’s ever released, same with Cheap Trick. Robin Zander is one of the greatest vocalists ever. I also really became a fan of ambient music too starting with Patrick O’Hearn who played with Frank Zappa and Missing Persons. I love Thievery Corporation, Massive Attack, Portishead, & The Gorillas for cool vibes. Some of the newer bands I’ve been listening to are Middle Class Rut and Royal Blood. Finally let’s not forget my guilty pleasure….Rammstein...
My daughters play me a steady diet of Rap and EDM so I’m working on adding those styles to the blender!

LDP: You recorded a solo album for Alert in 1990 which I liked so much. It was so variuos and innovative as well as so rock, obviously. You have touched on grunge, rock blues and much more together with Caramel, Drug Plan and Soho 69.

Have you ever considered your eventual comeback as soloist, sooner or later?
 
AC: I would love to do another record. I have so much music I’ve recorded at my home studio so there’s no shortage of ideas…it’s just a matter of cutting myself into many parts so I can be a dad, husband, A&R man, manager, hockey player, dog walker then get into a studio record that record and play some shows!
One day Luca

LDP: You should know that I've always been a Rush addicted, I basically started to love music by listening to them. I was very happy when I knew that you, one of my favourite artists, would have joined the band. Would you like to describe your relationship with them?

 
AC: It’s been a surreal adventure with Rush. As I mentioned I grew up as a big fan listening to them & learning Geddys baselines. I saw them so many times in my teenage years including one of the nights they recorded “All The Worlds a Stage “ at Massey Hall. They were and still are one of my favourite bands. When Coney Hatch was signed to the same label I was on cloud nine and was very proud to be within an arms length of them. When I first met Geddy he asked me to play tennis as he heard I was pretty good. The friendship started there and over the years he’s been great friend and sounding board. He helped with my band Caramel before I signed the deal with Geffen with some amazing guidance. When I was hired at Anthem it went to an entirely different level. It started slow with assisting putting together the sessions for Feedback. That went very smooth and before I knew it the guys were asking me to show up to the studio and listen and offer my opinion, etc. It wasn’t until meeting for the Snakes & Arrows record that I really felt like a part of “their” team. They had a list of producers they asked me to contact so I took notes and said “no problem” closed my book and got up to walk away at which point they said «the meetings not over..who do you think would be a good fit?»
Nick Raskulinecz was on my list and thank god I had prepared for that question to one day pop up. The rest is history. Nick earned that gig and made two amazing & successful records with the band (Snakes & Arrows and Clockwork Angels) Since then they’ve welcomed me with open arms. I’ve been around for the making and mixing of their records and DVDs, they've invited me to pre tour rehearsals and live shows and asked my opinion on so many matters, it’s a pinch me moment every time but I’m flattered and proud to be part of the team and inner workings with the band Ray & Pegi. I know they trust me and I have their backs. Alex and I spent a few weeks in Vancouver with Mike Fraser for the mixing of a DVD and quickly became pals. As a hockey fan ,helping Neil Peart with the making of his Hockey Night in Canada theme was a truly memorable project. Hockey, Rock N Roll & Rush…are you kidding me? I take care of their partnerships with Gibson, Fender, DW Drums, Tech 21, PRS, Sabian, Orange Amps, Moog etc so as a musician again I can quickly talk the talk with all of those companies and make sure the guys are happy.
Getting back to Rush they are by far three of the classiest, sweetest most generous guys I know. To work with them and be on the ride all the way to the Rock n Roll Hall of Fame has truly been an honour.

LDP: I really must ask you something about Canada. It's absolutedly the home of rock, considering the precious artists who have come from there over the years. In fact, here in Europe there's a huge number of canadian rock enthusiasts, me in the first place. How do you look at the canadian music scene today?

AC: You’re right, some on the best bands in the world hail from my homeland. The first time I recognized that was when I first went to California to visit my relatives and The Guess Who were on the radio there. I remember thinking how cool that was! The Canadian scene is still producing some amazing artists and bands. From Deadmaus to Metric, Arcade Fire, Fiest who all have great international profiles to some of our household names like Big Wreck, Billy Talent, Sam Roberts and the Tea Party, its still such a great breeding ground of talent. Something in our drinking water I think?

LDP: On the occasion of Coney Hatch's comeback in 2013, you have recorded an album, Four, for italian Frontiers, which is based, by some chance, in my hometown, here in Naples. How was working with this record label and how was your comingback with Coney Hatch?

AC: Serafino who heads up the label is responsible for getting the original Coney Hatch back in the studio. Without his faith and interest in the band it would probably have never happened. We had other offers but Frontier were very fair and we have nothing but good things to say about their support they gave us. The record was voted in the top 50 albums of the year in 2013 by Classic Rock magazine which was a great pat of the back. most of the reviews were very positive and complimentary and we played a handful of shows with some of the new songs in the setlist.
It was a blast.

LDP: And speaking of record companies, what do you think about the state of the industry at the moment? It is said that records were dead, finished, today cds media are in trouble while vinyl seems to be back in fashion....

 
AC: This is a tough question.It’s very sad especially for rock how fans have stopped buying music and supporting their favourite bands and artists. It doesn’t help that most of the record stores are gone but between younger fans stealing music and grabbinganything they can for free it's a total disregard for the art form. It’s all single driven now and feels very shallow and empty to me. Everything feels like a flash in the pan and I can remember a band since the Foo Fighters that has come along with any staying power. I get very mad and emotional about this topic as I’ve watched the industry get decimated. So many friends have lost their jobs, bands have stopped touring, live venues and recording studios have closed and it was a domino effect that was far more damaging than the average fan will ever comprehend. The concert scene and live shows are the only part of the biz that are alive and kicking and it’s probably because people have no way of stealing that experience and nothing will replace being at an event like that. I do think the resurgence of vinyl is a positive sign but I honestly have no idea what shape the biz will in five years from now. My 2nd career choice was to be an NHL hockey player. It's a bit late for that now and I’m too skinny!


LDP: Let's go back to your ralationship with electric bass. What about your concept of the instrument? You have played in so different contexts and you have always been able to place a powerful sound. What kind of gear did you use at that time and what are you using now?

AC: I still love playing bass and feel that it's the glue that holds down most great songs. I listen to old 60s music and sometimes all I hear is bass and the vocal.Its amazing to hear how prevalent the bass lines were in the music I grew up on and how up front in the mix it sits. It’s so rewarding locking with a great drummer and keeping a song chugging. I think bass and drums really set the tone for so much modern music and the new EDM and Rap stuff is so bass driven its crazy cool. I have added to bass my collection now. It’s up around 11 at the moment. I have many short scale, long scale, 4 strings, 8 string and 12 string basses all with their own special tone and colour sound wise. My newest friend is a 1969 Dan Armstrong clear plexi glass bass, so awesome. Geddy Lee also gave me a killer Fender Custom Shop Jaco fretless reliced bass.
With the help of Billy Seigle at Fender I recently made a “frankenbass”. It's a P bass body with a Jazz bass neck. It has Steve Harris signature pick ups that he gave me last time we were together and a badass bridge. That has become my #1 bass for playing live with Coney Hatch. For the music I play live yes you are correct . I rely on and strive for a powerful sound. Nothing subtle there. I still play through a vintage 1980 black faced 300 watt Ampeg SVT head and an Ampeg 8X10 cabinet. I have three TECH 21 pedals. The Red Ripper, XXL and the VT Bass. I use a Boss Octaver, a TC Electronics Spark & PolyTune 2. Lastly a Digitech CR-7 stereo chorus and these are all on a pedal-train pedalboard.

LDP: Can we hope to see you here in Italy, sooner or later?

AC: I was in Milan once with Rush for a few days, but it’s on my bucket list to spend some time hitting some great small cities especially down at bottom of your country near Palermo. I want to see The leaning tower of Pisa and my mom and dad spent some time at Lake Como and said it was incredible. Serafino from Frontiers owes me some pizza and red wine for dinner so I’d like to take him up on that offer soon.


ANDY CURRAN MAIN WORKS:

Coney Hatch – Coney Hatch 1982
Coney Hatch – Outa Hand 1983
Coney Hatch – Friction 1985
Andy Curran – Andy Curran 1990
Lee Aaron – Some Girls Do 1991
Soho 69 – Scatterbrain 1993
Caramel – Caramel 1998
Kim Mitchell – Kimosabe 1999
The Kordz – Beauty&The East 2011
Coney Hatch – Four 2013

Rush – Snakes&Arrows 2007 production
Rush – Clockwork Angels 2012 production
Rush – 2112 Deluxe Edition 2012 production
Dearly Beloved – They Will Take Up Serpents 2010 management

Thank you to Andy, Sro-Anthem, Manuela.

©Luca De Pasquale 2015
in collaboration with Manuela Avino



13/05/15

Rughe


Scelgo un contrasto fortissimo. Violento.
Il disco dei Kontinuum, Kyrr, appena uscito, imbottito di dolente new wave e hard spigoloso, in una mattina di sole abbagliante, di cosce nude, di allegria indotta, insomma di luce.
Scelgo uno dei dischi più invernali di questo 2015 per una giornata di sole e mare, io stesso mi sento un compromesso su due piedi, una via di mezzo che non ha voglia di dimenticare, oltre al costume, tutta la schiuma nera.
Prendo il caffè al bar e non guardo nessuno. Mi accorgo solo di una ragazza che ha la bocca sporca di cappuccino e di un vecchio che inveisce contro Renzi. Tre estati fa e due estati fa ero a caccia di nuovi appartamenti piccolissimi, ero stanchissimo di fingere che mi interessassero tutti i rapporti umani in circolazione. Ho sempre amato avere poche persone accanto, possibilmente non troppo avvezze a straparlare, ad analizzare, a costruire scenari, a fare dietrologia su ogni cosa.
Non è peccato mortale preferire la sottrazione all'addizione. In fondo, il segno meno potrebbe somigliare ad un sorriso abbozzato, trattenuto nei denti come tutto l'amore che continua a non spiegarsi e a morire nei giorni migliori.

Con il disco dei Kontinuum in testa, nelle guance, come polsino tergisudore, come parastinchi, come scudo vichingo non istoriato, entro in un luogo per attendere qualcosa, per un'ora. Ascolto senza volerlo delle telefonate altrui. Un suocero che sta preparando la pasta al sugo per una giovane coppia indaffarata, quando si ritireranno a casa. Una nonna che becca la nipote all'università e la chiamata dura pochissimo. Leggo il giornale, poi mi concentro sui cirri di polvere per terra. Non ho niente da dire a queste persone e non intavolerei mai una conversazione sul tempo o sulle tasse. La loro dedizione alla quotidianità è ammirevole e mi disorienta. Mi sembrano tutti molti convinti di quello che fanno, dei loro doveri, delle loro abitudini. Sono da apprezzare. Tra loro c'è un uomo che conosco di vista da una ventina d'anni. Ci scambiamo un cenno con la testa. È invecchiato paurosamente ed io queste cose le sostengo a fatica. Noto che è un po' zoppo, parla dei suoi figli ad una donna sformata con il muso triste, io continuo a fissare i cirri di polvere che si rincorrono sul pavimento sporco.
È come se quegli agglomerati grigio-neri di sporcizia giocassero a nascondino nelle mie stanze vuote, perché i miei occhi li riconoscono come familiari, come fantasmi da non scacciare, come memorie da non radere al suolo, come parti della storia.
Ho voglia di fumare, ma non posso alzarmi. Perderei il turno. Non posso allontanarmi. Sono taciturno, mi porto dietro tonnellate di numeri civici, di portoni con i vetri smerigliati, di finestre con i vetri ingialliti dal fumo, di persone svuotate come bigné, di rock per guarire e di sesso-ombre cinesi per guardoni già eliminati da killer di passaggio.
La ragazza ringrazia il suocero per la pasta che mangerà, è contenta di avere una nuova famiglia, di far parte di un nucleo, ripone il telefono e sorride a se stessa. Io mi sento una torre di Babele, un attore ubriaco su un ponte di legno, mi sento una scommessa finita in carta da macellaio, una caramella di veleno per scongiurare i troppi antidoti in giro.
Mi sento una ruga della mia stessa faccia, di espressione e di permanenza, ma non sono triste. Lo so che continuerò ad abbandonarmi nei giorni dispari e quando pioverà. Lo so che continuerò a perdonarmi pochissimi, ad offrirmi volontario per le imprese più difficili, a sentirmi estraneo quando mi si chiede troppa confidenza, a sentirmi la responabilità nella schiena dell'amore e di quel che ne consegue, quando ammetto che fuori c'è il sole.
È il mio turno. Mi alzo. La mia voce è grigia come la polvere che si rincorre nelle stanze che non apro mai al pubblico.

LdP, 13 maggio 2015


10/05/15

Tenebre tascabili


I bar che stanno per chiudere. Con il tizio che pulisce il bancone.
I tramonti che non sono cartolina, ma cielo ad ore.
I libri che non servono ad immedesimarti, pratica di tanti, ma a ritagliare un pezzo di buio per il giorno successivo.
E le case che somigliano tutte a camere d'albergo troppo grandi, con un numero ingiustificabile di quadri, bomboniere, immagini sacre, picoglass e tovaglie fiorate.
Ma chi l'ha detto che è piacevole conoscere chi abita nel circondario?
Chi ha detto che è rassicurante salutare qualcuno sapendo esattamente chi è?
Chi ha detto che i pentimenti sono marce indietro, e chi osa negare che i buoni propositi sono soprattutto paura?
E chi continua a pensare, riuscendo a non scoppiare a ridere, che ogni nuova goccia dentro è esperienza e bisogna accoglierla?
Come un segugio, conto i passi che mi separano dalla mia casa/motel e fiuto i casi di rovina che mi camminano accanto per pochi istanti. Riesco sempre ad intercettare uno sguardo, una qualche movenza che mi segnalano, in modo neutro, senza pathos, uno smarrimento, una deviazione fatale, un vorticare inutilmente su se stessi.
Sono sguardi e movenze, mezzi silenzi e vergogne, che ho imparato a conoscere e riconoscere. E a rispettare. Rispetto i buchi neri, le stelle incendiate, i festoni striminziti di festeggiamenti passati in sordina, rispetto la paura della consunzione, l'insostituibile gratuità della vendetta e del conto da chiudere, riesco a rispettare molto meno gli esseri umani party permanenti, con le candele ad indicare la strada, i totem personali imposti come quieto e sperimentato rimedio, quelli che si festeggiano ogni giorno per fingere di essere fuochi d'artificio.
C'è un preciso momento, dopo piccoli assaggi di felicità e gratificazione, di lampi di soddisfazione e di gratitudine, che somiglia al vuoto, al vuoto vero, al sonno fermo senza sogni, al naufragio senza storia attorno, perché non tutto può essere racconto, romanzo, novella, confidenza dolciastra, spunto di confronto.
Esiste un attimo privato e bruciante che ha la forma dello zero e il calore volgare delle fiamme involontarie, è un attimo incomunicabile, il nadir delle tenebre personali, originarie, incancellabili. Non ci puoi scrivere, non ci puoi girare un film, non è qualcosa che chiede riscatto, semplicemente una resa momentanea, fermarsi sotto il cielo ad ore e aspettare che torni un sole grezzo e nervoso, lo scenografo smemorato delle speranze casuali.
Nei momenti di tenebre capita di prendere degli abbagli. Abbagli sciocchi, che invecchiano nel solo ripresentarsi, abbagli che accorciano il respiro come l'asma, come il movimento più subdolo di una paura improvvisa. In quei momenti sei esposto, sei debole, sei un coglione al largo di te stesso, lontanissimo dall'isola, dalla sponda, dalla nave.
Ti abbagli per rimuovere, credi che sia così, le cause del vuoto, la velocità spietata dell'oscuramento, ma così facendo costruisci una storia di danni, di non riconoscimento di te stesso, di vigliaccheria passionale.
Ti forzi a scambiare un profumo acre per l'odore della casa dalla quale sei fuggito sempre, e se qualcuno sembra volerti nel suo mondo la prendi per quella verità che non hai saputo guardare in precedenza.
Sbagli finché sei giovane, volenteroso e testa di cazzo. Poi smetti.
Prendi un altro sguardo, non confondi qualcosa da tatuarti addosso con un karma, capisci che il vento di dentro è solo, forse, il raffreddore di un demone mai esorcizzato.
Chi si mette a scrivere quando il vento di dentro è capriccio, sublimazione di mille suicidi scongiurati, quadro di famiglia e di fantasmi, è solo un maledetto stronzo. Come me adesso, anche se scrivo di vecchie sensazioni e di smarrimenti superati dal calendario.
L'importante è non prenderci la mano.

LdP, 10/5/'15

Tracklist:
Gino Vannelli - Lady
Marillion - Incubus



09/05/15

Ricordo di Gary Thain


Gary Thain è stato un bassista straordinario.
Sfortunato (ed ennesimo) rappresentante di quello sciagurato gruppo di star chiamato “Il Club 27” (che annovera anche altri bassisti come Dave Alexander degli Stooges e Helmut Köllen dei tedeschi Triumvirat), e cioè musicisti scomparsi a ventisette anni, Gary non era proprio il prototipo del bassista hard'n'heavy. Neozelandese di nascita, affondava le sue radici principalmente nel rock blues, propensione confermata con la lunga militanza nella leggendaria Keef Hartley Band e con l'apparizione al fianco di Pete York, storica figura del blues inglese.
La sua entrata negli Uriah Heep, nel 1972, lo lanciò letteralmente nell'emisfero, all'epoca aureo, dell'hard rock di qualità. Sostituì negli Uriah Heep un ottimo musicista come Mark Clarke, bassista nei Tempest e nei Colosseum (più tardi nei riformati Mountain al posto del grande Felix Pappalardi), e non lo fece rimpiangere. Thain aveva uno stile molto particolare al basso, una sorta di virtuosismo nascosto, per così dire. Preciso e imponente nella tenuta ritmica, Gary riusciva allo stesso tempo a lasciare una traccia melodica, fluida, all'interno di ogni brano, tanto in quelli veloci che nelle ballate tipiche della band inglese.
Per quanto sorprendente e molto riconoscibile nei lavori in studio, Thain dal vivo si trasformava in un vero e proprio animale da palcoscenico, catalizzando su di sé le attenzioni del pubblico. Con movenze glam, fuso con il suo strumento, il bassista neozelandese aumentava sul palco la sua presenza nel tessuto sonoro degli Uriah Heep, arrivando in certi casi ad essere quasi la voce principale. Per una prova di queste capacità, consiglio di reperire due live, “Uriah Heep Live January 1973” e “Live At Shepperton”.

Gary Thain è entrato dunque di buon diritto nel novero di quei bassisti che hanno riempito e caratterizzato il sound di una band, qualità che negli anni settanta non era poi così facilmente riscontrabile come si può pensare. Il basso era spesso sacrificato nel mix, alcuni ottimi dischi di rock, hard rock e proto-heavy hanno dimostrato che anche con un ottimo bassista si rischiava di dover affrontare un basso inaudibile nello spettro sonoro.
Poi, dipendeva dalla personalità del musicista e anche dal tipo di impostazione creativa della band. Riuscireste mai ad immaginare gli Yes senza il basso di Chris Squire? Al contempo, nei Deep Purple fu Glenn Hughes, con le sue radici funk, a far alzare il volume del quattro corde, che il tranquillo (ma ottimo) Roger Glover teneva piuttosto basso.
Molti grandi bassisti sono stati per lungo tempo sacrificati, nell'economia del wall of sound; oggi sembra che ci sia l'effetto opposto, e non sempre con buoni risultati. La prominenza del basso quasi obbligata, se non coadiuvata da una preparazione tecnica eccellente e soprattutto da una certa dose di buon gusto, rischia di generare effetti caotici e di evidenziare, semmai, una certa approssimazione o se non altro una speculativa derivazione di quel che è stato già fatto. Mi capita ancora di ascoltare lavori hard in cui il bassista -onnipresente nel missaggio- sembra volerci ricordare quanto siano stati fondamentali per lui Steve Harris, Cliff Burton e Billy Sheehan. Ma non è semplice essere ultrapresenti ed originali al tempo stesso.

Nonostante gli Uriah Heep abbiano poi avuto degni, degnissimi successori di Gary, tra i quali il crimsoniano John Wetton, il magnifico e solerte Bob Daisley e il bowiano Trevor Bolder, il marchio di Gary Thain è rimasto, quel particolare triennio nella band non è stato fortunatamente rimosso e dimenticato.
Su quello che poi è stato il triste declino dell'uomo (e di conseguenza del musicista) non voglio soffermarmi qui, anche perché la protagonista del disfacimento, esoterismi leggendari a parte, è stata di certo l'eroina.
Di Gary Thain si parla poco, a conti fatti, nel circuito del rock. Non è assurto allo status metafisico di un Phil Lynott o di un Cliff Burton, ma come strumentista ne aveva tutte le potenzialità. Ci dobbiamo quindi ritrovare di fronte ad uno di quei casi limite che ti portano a chiederti cosa avrebbe fatto se fosse sopravvissuto. Quanto sarebbe maturato ulteriormente Cliff Burton? Phil Lynott, che aveva sbandato verso il pop, sembrava avviato ad una carriera di cantante più che di bassista.
Gary Thain era un irrequieto, uno di quegli “scorticati con la tarantola”, non penso sarebbe rimasto per sempre con gli Uriah Heep.

Sulla carriera di Thain, come riferimenti bibliografici, si trova ben poco in giro, a fronte della sua rilevanza come musicista ed innovatore. C'è in giro un oscuro libro tedesco, “Meister der tiefen töne”, scritto da Sonja Wagner e un libro generico sul “27 Club” che tratta abbastanza largamente la rapidissima parabola di Gary.
Riservandomi nuovi approfondimenti su questa figura così rilevante per l'emancipazione rock del basso elettrico -perché insisto nel dire che non possiamo limitare l'espansione del basso al solo dio Pastorius, sarebbe un grave errore storico-, approfitto di queste righe per ricordare Craig Gruber, primo bassista dei Rainbow di Ritchie Blackmore, scomparso quattro giorni fa dopo -mesto ed abusato eufemismo- “una lunga malattia”. Gruber è stato un signor bassista, ma ha sicuramente raccolto meno di quel che poteva. Oltre al seminale primo lavoro della meravigliosa band dell'arcobaleno, troviamo sue tracce anche negli Ozz, con Gary Moore e naturalmente negli Elf, band che fu la palestra di Ronnie James Dio, Mickey Lee Soule e del nostro.
Non ho praticamente trovato traccia della notizia, se non su webzine specializzate in hard rock e siti di estimatori affranti. Il solito provincialismo che ci porta ad interessarci di beghe da rock context, piedini tra figuranti dei talent e ci fa perdere totalmente di vista tutto ciò che è stato sogno rock e professionismo indiscutibile.
Ma le tracce vere, in materia di rock, restano, e tornano a galla anche sotto strati e strati di patinate strisce depilatorie e falsamente revisioniste. Il buon rock è pur sempre un terremoto perpetuo, lavora sotto e sopra, come il basso di Gary Thain.

Luca De Pasquale, 9 Maggio 2015