30/04/15

Leave that thing alone - dedicato a Geddy Lee


Da un mese a questa parte, i miei movimenti e il mio cuore viaggiano come il basso di Geddy Lee in “Leave that thing alone”.
Uguale. Spiccicato.
Il che significa: non me ne fotte niente di niente. Procedo. Come un bulldozer, magari con l'avanzo di una margherita in bocca.
Niente da perdere -da tempo- e tutto da guadagnare. Leave that thing alone.
Geddy Lee è stato uno dei miei grandi totem per almeno venticinque anni. Ho mangiato, respirato, viaggiato, fatto l'amore e scritto con il basso di Geddy. Rickenbacker, Steinberger o Fender che fosse.
Musicista immenso, irraggiungibile. Pulito. Intelligente. Potente e complesso. Non complicato, complesso.
Leave that thing alone” è uno strumentale che non ammette repliche. Il basso di Geddy regola, gestisce, svisa, invade, possiede.
Ci sono due signori, tali Neil Peart e Alex Lifeson, giganti per una volta in retrovia, che lo sostengono. Magia. Mi faccio accompagnare da questo pezzo perché sto tagliando i ponti, sto sgombrando i vecchi appartamenti, e me ne fotto abbastanza per continuare a respirare.
Capita che per fare questo io debba essere un po' crudele, forse leggermente sprezzante, potenzialmente ingiusto.
Come in passato -nemmeno troppo distante- sono stato trattato io, così mi regolo adesso. Affanculo i romanticismi, le vaccate letterarie, il possibilismo empatico e altra roba che poi si somiglia tutta.

In giro con Eddi, che si raccomanda sempre, pronuncia la finale come “i” semplice, non vedo l'ora che si decida a tornarsene a casa sua. Parla troppo. Parla del suo mondo. Che conosco fin troppo bene. Parla della sua continua voglia di sesso. Ne fa poco e quindi ne desidera moltissimo.
Mi racconta di aver incontrato una sua vecchia compagna di liceo, Rossella detta Roxy, e di volersela “alzare”, come elegantemente sottolinea. Sappiamo entrambi che ha pochissime possibilità. Eddi ha sempre il fiato di pollo speziato e indossa delle camicie a quadroni che lo rendono un misto imberbe tra un campagnolo tonto e un borghese sfigato.
Si è fatta troia”, mi dice, “è molto alta, poche tette, molte cosce”
Ma che ne sai che si è fatta troia?”, domando ingenuamente.
Ha lo sguardo voglioso. L'ho incontrata per caso al tribunale, mi è sembrato che potesse farmi tutto da un momento all'altro”
Taccio. Il cielo è un misto di pioggia abortita ed estate assonnata.
Ha tre figli ed è diventata notaio o forse si dice notaia”
Taccio. Il tabaccaio mi ha dato un pacchetto di sigarette ammaccato, stronzo. Niente da perdere, ma le sigarette datemele a norma, cazzo.
Il marito è un bell'uomo, ma me ne frego... mi arrapa da morire”, continua Eddi.
Ti sei masturbato pensando a lei?”
Mi fissa con una faccia da Woody Allen concentrato: “Sì, sì”
Sei venuto? Copiosamente?”
L'infinito di Leopardi. Sul copriletto. Subito in lavatrice”
A cosa hai pensato mentre venivi?”
Alla sua bocca, alla sua bellissima bocca”
Ho la sensazione che Eddi si stia eccitando sul serio. Ma non ho intenzione di sottrarmi al discorso.
Se avevi necessità hai fatto bene”, dico con autorità, “perché sappiamo entrambi che non è vero che dopo i quaranta si smette di menarsi l'uccello, però...”
Però?”, fa lui, preoccupato.
... però ti sarà rimasta addosso la rabbia. Perché lo sai bene, ovviamente, che non è la stessa cosa. Vero?”
Sto ancora più incagnato di prima, se è per questo”
La desideri tanto?”
Voglio la sua bocca, le sue cosce, il suo c...”
Ho capito Eddi, basta così. Direi che dovresti rinunciare, tre figli, carriera avviata, marito belloccio e ricco, dove cazzo ti avvii?”
Si scandalizza: “Mi stai diventando moralista?”
Un paio di palle. È che detesto tutto quello che è perdita di tempo”
Sei franco, lo apprezzo”
Sono realista, stanco e reattivo”
Consigliami un libro”, cambia improvvisamente tono lui.
Non sto leggendo”
Non ci credo”
Credici, Eddi”
Delusione?”
De che? Altre priorità”
La mia è scoparmi Roxy, Luca”
Toccati di nuovo”
Lo farò a casa”
Okay”

Il pomeriggio che vira alla sera ha un sapore posticcio, come quelle tisane ocra che non servono ad un cazzo. Rientro in casa e i figli del vicino stanno continuando a rompere i coglioni correndo per tutta la casa. Hanno iniziato alle sei e mezza del mattino, sono bambini Duracell, quattro frugoletti infernali in moto perpetuo. Chiaramente, non ce l'ho con loro ma con la famiglia che non li ha saputi educare al rispetto della quiete altrui. Niente orari, niente accorgimenti, anarchia pura. Le creature saranno anche figlie del Signore, ma in qualche misura lo sono anche i miei coglioni di ultraquarantenne che ha delle faccende da sbrigare. Il rispetto e la libertà valgono per tutti. Metto su “Leave that thing alone” tra un tonfo e l'altro nel muro divisorio, tonfi alternati a improvvisi scoppi di pianto e moine grottesche degli adulti. Mi ricordo che non devo fumare in camera da letto. Sto imparando a non fumare ovunque. Quando avrò concluso il mio percorso di salutismo murale ed ambientale, sarò già morto. Il pezzo mi regala la giusta carica, è sempre Geddy, è sempre una presenza rassicurante.
Ripenso ad Eddi ed ai suoi desideri, questa Roxy fatal lady della borghesia che tale si annunciava e tale è stata, questa povera donna che per fortuna ignorerà di essere il soggetto centrale dell'onanismo di un tapino con le camicie a quadri.
Gli uomini che scopano poco sono pericolosi e patetici allo stesso tempo. Si fissano, vendono ogni orpello di presentabilità per qualche misera mezza ossessione irrealizzabile. Già so che Eddi vivrà per qualche mese con la fissa della bocca di Roxy. Raccolgo questa confidenza, non ne faccio basso mercimonio di pettegolezzi telefonici, ma mi intristisco il giusto.

Perché poi, a ben guardare, di tutta la poesia che si cerca di fare della propria vita ne resta in piedi poca, spesso è il materiale di risulta che smuove i fondali, che minaccia le scene fisse e concede l'utile abominio della paura.
Ho agito più per smania della rovina che per il gusto del bello, ho rischiato quando sentivo il tempo squagliarsi e non quando potevo odorare complimenti e baci di un certo tipo. Forse preferisco parlare inutilmente con Eddi della sua fissa per la bocca di Roxy che giocare a chi ha letto più libri con qualche anima raffinata.
L'entusiastico scambio di informazioni che si vogliono “costruttive” puzza spesso di muffa e di vernice traslucida, di capriccio, di diversivo senza sangue.
Non è un mistero e non è ingiusto che la vita mi abbia corrotto, mi abbia allontanato dalla mia nevrotica preghiera di autocontinuazione approvata. La vita non mi ha angariato, non mi ha stretto in un angolo, è solo che ad un certo punto ho avuto bisogno di sintetizzare, di restringere il brodo, di farmi accompagnare da un pezzo strumentale piuttosto che da una personale bibbia colabrodo, cesellata da convenevoli stucchevoli con goffi figuranti.
E così, mentre mi appresto a mettere su cena con Geddy Lee e tonfi infantili sullo sfondo, Eddi si starà toccando, ansante contro lo specchio del bagno, per Roxy la notaia. Anche questa è una storia, se vogliamo universale o universabile.
È rozza come il sottoscritto, che ha la sensazione opportuna di non fottersene che di poche cose. Tra le quali Geddy Lee. Non è poco.


LdP, 30 aprile 2015

Del Bennett/Chris Kringel - I Said (2010)


DEL BENNETT&CHRIS KRINGEL – I SAID, 2009, Cd Baby, 13 tracks

A caccia di dischi dal groove articolato e potente, deviando sul mercato russo e su quello cinese, mi imbatto finalmente in quello che cercavo da tempo, e cioè “I Said”, lavoro firmato della coppia formata dal batterista Del Bennett e dal bassista Chris Kringel, che mi è noto per il suo lavoro con i sottovalutati Aeon Spoke e i Portal, sempre sul versante dei magnifici Cynic.

Potremmo dire che si tratta di un disco fusion intelligente. Perché la fusion intelligente esiste ancora, prescindendo volentieri dalle sonorità da cuscino, vasca con candele o rosa in bocca e sax tenore.
Sezione ritmica affiatatissima, quella di Bennett e Kringel; che per certi versi finisce per ricordarne un'altra delle eccellenti ed indimenticabili, ovverosia quella composta da Mike Clark e Paul Jackson, di hancockiana memoria.

L'amalgama sonoro con gli altri strumenti, sax e chitarra elettrica in particolare, è assolutamente fuori discussione. La disinvoltura sincopata di Bennett va a braccetto con il groove tondo e colto di Kringel, il quale alterna con efficacia e naturalezza fingerstyle e slap, non perdendo mai di vista la geometria profonda del fraseggio, anche nelle fasi soliste. Suono profondo e non pesante, gioco tecnico molto sofisticato ma non dimostrativo e muscolare.

L'ennesimo disco di meraviglioso professionismo finito in quella triste e ingiustificata matassa/montagna di fuori catalogo o introvabili. Non si capisce, al di là del gusto personale, come un lavoro del genere possa essere passato sotto silenzio. O lo si capisce fin troppo bene: pura e persistente miopia tanto dei discografici che di occasionali fruitori, magari più propensi ad acquistare il dodicesimo disco solista del bassista mainstream che ti fa l'assolo slap pulito e rarefatto al momento giusto, magari con aggiunta di esotici vocalizzi.

Personalmente, focalizzandomi ovviamente sulle quattro corde, considero Chris Kringel uno dei grandi della nuova specie, quelli capaci -per intenderci- di operare in diverse e felici misture di stili, e mi viene da mettergli accanto il suo collega “cinico” Sean Malone, Bryan Beller, Ray Riendeau, il sempre brillante Tim Landers, il nostro Lorenzo Feliciati, James Lomenzo, Robertino Pagliari (criminale non ascoltare Ohm e Ohmphrey), Chico Huff, Ric Fierabracci, Dave LaRue e molti altri.

Kringel brilla di luce propria, intersecato al drumming metronomico di Bennett, in “Actively Calm”, nella veloce e travolgente title track (con assolo melodico virato a slap'n'thumb), nel fretless oriented “Imprimus”, nello showdown del compagno “Mr. Bennett” (con echi holdsworthiani e rimandi al trio McGill/Manring/Stevens), nel sensuale e circolare groove di “Song for me”, con tanto di sax onnipresente, in “Twister” che sembra evocare Jaco e Percy Jones.
In tutto l'album, come si vede, lo standard esecutivo è di altissimo lignaggio. Posso anche immaginare che tipo di critiche possa attirare un lavoro del genere, vale a dire un artificioso sospetto di mancanza di profondità strutturale, vista l'appartenenza indubbia al genere fusion.
E invece la profondità ce l'ha eccome: consiste nella competenza strumentale elevatissima (mai circense e fine a se stessa) e nella freschezza del sound e probabilmente dell'intento finale, e cioè intrattenimento strumentale, denso di riferimenti, rimandi, citazioni e spirito rielaborativo con la creatività sempre sott'occhio.

In un mercato sempre più inflazionato da stuntmen delle quattro corde, e mi riferisco chiaramente al mondo del basso elettrico, la sobrietà potente di un Chirs Kringel grida vendetta.
Non so dire se Kringel, autore di fortunati ed efficaci metodi specifici sul basso elettrico (fretless, slap, funk) stia incidendo qualcosa di nuovo, ma spero vivamente di avere modo di poter apprezzare qualcos'altro di suo, oltre alle incisioni che già ho avuto modo di conoscere per derivazioni affettive (alludo ancora ai Cynic, un'adorazione che mi perseguita da anni e che mi ha portato in dote anche i Gordian Knot di Sean Malone).
C'è vita, tanta e sommersa, oltre l'hype da rivista specializzata, oltre lo snobismo sempre più bolso dei puristi e dei contenutisti di maniera, anche perché -volente o nolente- il suono di un basso dominato e indirizzato al meglio arriva dove nessuno strumento o campionamento può arrivare, meglio di un magico panno per eliminare la polvere dagli interstizi più nascosti.
Scovate questo disco, amatelo, mangiate del sano groove superprofessionale e mantenete l'ottimismo.


Luca De Pasquale, 30 aprile 2015


27/04/15

Marillion, Lewis Collins e altri ricordi


Ho sognato per anni con i Marillion.

Mi piaceva da morire la voce di Fish, il suo spirito amaro e surreale, i suoi testi intelligenti, arguti e drammatici. Posso davvero dire di aver sognato con un trittico di dischi fondamentali: Fugazi, Misplaced Childhood e Clutching At Straws.

Fish era il giullare triste, il saltimbanco di talento dedito all'alcol e a scommesse di cuore sbagliate, mi attraeva quel mondo, quei suoni, e la copertina apribile del vinile di Misplaced Childhood è stata uno degli oggetti che più ho maneggiato per cinque anni o giù di lì.

Avevo tredici anni quando uscì Misplaced, mi colpì al cuore. Mi innamoravo di ogni possibilità, di ogni momento, di ogni tramonto. Ero comico e meraviglioso al contempo, perché ero un ragazzo e credevo più ai sogni che alle raccomandazioni altrui. Le amarezze e i fallimenti sembravano a mezz'aria, come fantasmi ancora lontani, eppure una qualche eco di quella disperazione strutturata mi arrivava proprio grazie alla musica dei Marillion e alla voce di Fish.

Dal 1986 al 1988 ho ascoltato tantissimo i Marillion, al tempo potevo ben fregarmene se fossero realmente prog o meno (problema che mi faccio ancor meno oggi), se Fish facesse troppo il verso a Peter Gabriel e se la sudditanza dai Genesis fosse così marchiana come certi critici sostenevano.

So di essere ancora un eretico se dico che i Marillion mi piacevano molto più dei Genesis ed è ancora così. Per me rappresentavano un passo nel sogno, non si sa bene quale, e Fish, gigantesco e sofferente, mi piaceva considerarlo un fratello maggiore, un Pierrot lunare immarcescibile.

Ricordo che la sera spegnevo la luce nella mia camera, mi sistemavo sulla (e nella) vecchia poltrona del nonno e mettevo in continuazione il pezzo “Blind Curve”, del quale amavo follemente il frammento “Passing Strangers”. Le famose mini-suite dei Marillion.

Viaggiavo sulle parole di Fish, poggiandomi sul basso sottile e profondo di Pete Trewavas e sull'arpeggio elettrico di Steve Rothery.



“Strung out below a necklace of carnival lights

Cold moan, held on the crest of the night

I'm too tired to fight.

So now we're passing strangers, at single tables

Still trying to get over

Still trying to write love songs for passing strangers

All those passing strangers

And the twinkling lies, all those twinkling lies

Sparkle with the wet ink on the paper”



Poi finiva che entravano mia madre o mio padre per annunciarmi la cena, ed io restavo sospeso tra le fantasticherie e la mia routine di ragazzo. Quel che ricordo è che mi andava tutto fottutamente stretto. Ogni cosa e ogni persona, io per primo. E che in tutto quell'amore per i Marillion si annidava un pensiero scomodo, che combattevo con scarsi risultati: l'amore è un investimento rischioso. Fotte. Svuota. Contraddice e condanna. Un'astrazione irrazionale, ricattatoria, che nonostante tutto non può essere conservativa a lungo. Tutto si sfilaccia, tutto si allontana e anche se torna non sarà mai per sempre. Questo pensavo. E dunque i Marillion calzavano a pennello per questo tipo di sensazioni.

I Marillion dell'era Fish rimasero l'unico gruppo melodico in piedi quando mi diedi, sovraccarico ed eccitabile, al thrash metal e successivamente alla fusion, sperando di trovare un genere così efficace da unire il mio amore per il basso con un bisogno pulito -da melomane e non da pazzo- di aggressività sonora e temi intricati.

Sono rimasto legatissimo a quel periodo, persino a quelle sensazioni circolari e desolate, e sono rimasto affezionatissimo ai Marillion. Non sarei mai arrivato a Queensrÿche e Fates Warning senza di loro. Senza quel cupo sostare alle porte dei sogni e della melodia, non avrei ottenuto il lasciapassare giusto.

C'è stato un solo disco -in quegli anni- che ha superato Misplaced Chilhood, e cioè Rage For Order, appunto dei Queensrÿche, ancora oggi il mio disco manifesto.



Da adolescente guardavo, credo su una RaiTre sperimentale e pilota, il telefilm inglese “The Professionals”. Mi piaceva moltissimo. Si parlava di agenti speciali della polizia inglese, in particolare due giovani (Doyle e Bodie) guidati da un saggio e dispotico capo (George). Era un telefilm piuttosto violento per l'epoca (oggi farebbe ridere polli e ragazzini), piuttosto scorretto verbalmente e molto d'azione. Il mio idolo assoluto era Bodie, interpretato da Lewis Collins: scanzonato, aggressivo, risolutivo, donnaiolo, fumatore, incazzoso. Avrei voluto la stessa faccia di Bodie/Lewis Collins, invece mi ritrovavo con quell'aria da sognatore non ancora sviluppato, un cerbiattone del cazzo, che prendeva sempre tra il 5 ed il 6 nelle votazioni estetiche fatte dalle compagne di classe.

La mia bolsa vendetta consiste nel fatto che oggi quelli che prendevano 8 e 9 ed erano contesi tra le belle della scuola sono dei mezzi vascelli con la panza e pochi capelli. Io invece sono migliorato, ma non mi piaccio lo stesso: non sono diventato Lewis Collins.



Non mi sono mai spiegato l'insuccesso parziale di Lewis Collins. Era un attore fantastico. Non superò un provino per interpretare James Bond dopo Roger Moore, ma sarebbe stato perfetto, lo dico io. D'altro canto, tanti artisti che ho amato ed amo sono stati travolti dall'insuccesso e dall'indifferenza, tant'è che ho smesso di chiedermi le cause di svariati disastri. Evidentemente, e ne vado fiero, ho una specie di vocazione per i perdenti: Alan Vega, Mike Johnson, Lewis Collins, Guido Morselli, Chuck Connors, Crimson Glory, Simon MacCorkindale. Potrei continuare per giorni e mesi.

Quello che riluce mi interessa assai poco. Mi piacciono le piccole luci del buio ed è vero che gli assembramenti, di consenso e fisiologici, mi fanno orrore. Un orrore ancestrale e limitante. Forse uno snob del cazzo. Forse il gusto della potenzialità che non si realizza è una poesia sghemba come un vecchio testo di Fish nella golden age dei Marillion.



Mi suggeriscono di scrivere le avventure dell'ispettore Cacazio. Non lo farò. Mi suggeriscono di scrivere l'ennesimo libro su qualche musicista famoso, di quelli che agitano l'emotività della massa. Sembra che la furbizia paghi. Non disprezzavo Mango, tutt'altro, ma è come se adesso mi inventassi biografo di Mango e sostenessi che la sua musica ha accompagnato buona parte della mia vita. Non faccio queste marchette di merda. Anzi, sono per la semplificazione. Anche a mio discapito. A chi mi chiede che musica preferisco, mi viene di rispondere che avrei problemi a scegliere una scopata nel Pacifico tra una sirena mora, bionda o rossa. Se qualcosa mi attrae, io ci vado. Con la musica è così, ancora di più.



Mi diverto con piccole annotazioni. Per esempio, i social network mi danno molti spunti interessanti. Mettiamo facebook. Ho quasi mille contatti, la maggior parte dei quali sono musicisti, per giunta non italiani. Con alcuni di loro c'è un vero e proprio rapporto, con altri un'occasione di scambio momentaneo e poi il giusto nulla, pochissimi scrittori, anche perché non amo la vanità e poi io sono sceso in seconda serie perché il blog è serie B e non ho una claque attiva con le dita. Ma quel che mi colpisce sono gli altri. Gli altri muti, inesistenti, non partecipi, solo un avatar laterale sulla sinistra. Completa e totale indifferenza reciproca. Magari resteremo lì per altri dieci anni e non ci scambieremo un solo commento, una mail privata, un banalissimo mi piace. Il nostro contatto, va detto, è totalmente superfluo e probabilmente di pura cortesia. Va ancora peggio con quelli che un tempo erano parti attive della vita e ora sono diventati delle piccole icone rimpicciolite mute come steli funerarie. Ci saranno almeno una cinquantina di persone con le quali il rapporto si è incrinato, prosciugato, e che in modo naturale sono diventati improvvisamente degli estranei. Equivoci, strade diverse, incondivisione di gusti e progetti, fastidi tenuti a bada, amicizie ed amori falliti, tutti arroccati nel silenzio grottesco di avatar semoventi, che magari ti invitano a “likare” una loro pagina o ti invitano a giocare a Fuckin' Blowjobber Incul Farmer Saga e tu rifiuti.

Stamattina mi dicevo che non ha nessun senso avere quasi mille contatti, quando nella realtà ti farebbe piacere incontrarne meno di dieci. E allora l'ipocrita sono io, ipocrita per pigrizia, ipocrita per cortesia e per estenuazione, perché ho altro da fare, semplicemente.

Ma io sono un fermo sostenitore dell'irrecuperabilità di storie logore, perché credo fortemente nella brevità impulsiva e rinnovatrice del futuro. Se devo vivere altri venti anni, allora è bene che io non perda tempo a ripescare dal pozzo gente che si è piombata da sola.

I rimpianti non vanno bene nemmeno per un vecchio disco dei Marillion, forse sarebbe più adatta una ballata di Minghi, ma è troppo religioso per i miei gusti.



Non sono diventato Lewis Collins.

Sono a metà classifica della serie b, perché non mi diverte fare presenzialismo e scrivere le storie del sovrintendente Cunnilingo.

E poi, sì, lo ammetto, le passioni mi rendono dispersivo.



LdP, 27 aprile 2015








16/04/15

Amori falliti al Juicy Julia Kraut Pub


I capelli pettinati.

La camicia chiara, non stirata ma presentabile.

Le luci della sera di primavera. La musica in testa. Le sigarette che sanno di avventura e di sopravvivenza stratificata. Necessaria.

Il dolore allo stomaco è durato fino alle sei e mezza del pomeriggio. Ora sono al Juicy Julia Kraut Pub e sto cercando di farmi piacere una tipa. E sto cercando di piacerle.

Corro. Differisco la mia autodistruzione di qualche mese, di qualche anno.

Corro e quindi già mi chiedo con cosa farà colazione la mattina. Che odore avrà il suo armadio, di che colore saranno le sue lenzuola fresche e vezzose. Come si chiama il suo ultimo amante e quanto questo inciderà nella nostra conoscenza.

Al sesso non ci penso, è la cosa meno importante, è la cosa meno utile in questo momento di chiaroscuri, in questo momento nulla sembra destinato a durare e le pillole dense del nuovo finiscono per avere una funzione lassativa e straniante.

La birra rossa non è belga per davvero e ha un retrogusto di merda. Come questo appuntamento collettivo al pub, mentre lo stereo del Juicy Julia manda in successione Strokes, Benjamin Clementine e il nuovo pezzo di Capossela. Ho capito che in mezzo a questi sgherri che mi parlano mentre penso ad altro ci sarà anche l'ultimo uomo con il quale ha scopato. Non provo fastidio, non provo senso di competizione, ho la sgradevole sensazione che questo posto potrebbe essere il mio ultimo. Sempre così. Se ora entrasse un pazzo e mi sparasse a freddo, non avrei rimpianti. Non mi pento di niente. Non ho chiesto la carità e non mi sono piegato al galateo della cortesia screziata di scaramanzia, non ho fatto altro che guardare il cielo restando in azione e non capendoci un cazzo.

Non ho un meraviglioso romanzo segreto nel cassetto.

Forse è anche per questo che mi sto obbligando a corteggiare questa donna, a scrivere mezza pagina in due, ben sapendo che se ci facessimo una foto insieme uscirei con la mia solita faccia imperfetta, spigolosa e buona per qualche giorno di novità.



La sua scollatura, il suo modo di comunicare che va fuori a fumare, le sue scarpe con lieve rialzo, il suo culo silenzioso, dignitoso, non per tutti, non per chi non le parla almeno un po' alla voce di dentro. Non la seguo.

Mentre una faccia da punto nero mi parla di musica e dischi, pensando che la cosa mi ecciti, penso a tutto il rancore incamerato perché ero incapace di innamorarmi.

Anche se non mi amavano, alcune donne ce l'avevano con me perché non mi mostravo sufficientemente preso. Comprensibile, banale, dimenticato.

Il punto nero mi chiede qualcosa, dice che a lui piace il reggae, che lo fa sentire libero. Io odio il reggae. Della Giamaica non mi è mai fregato un cazzo. E non ho mai ascoltato reggae fumando una canna. Non per moralismo, figuriamoci. Avrei preferito masturbarmi vestito da kukluxklanner su un video di Tura Satana.

Questo punto nero vuole arrivare all'indie rock che nel quartiere si porta. Tutti i figli di papà con le mutande ocra come lui, mutande color carne prima delle vacanze, mutande che nasconderanno per l'eternità le macchie di piscio.

Mi rompo di starlo a sentire, gli tiro in mezzo band dimenticate, i Tail Gators di Keith Ferguson, e lo faccio senza spararmi pose complicate. Alla mia età sarebbe oltraggioso e sciocco.

A lui questa roba non piace neanche un po' e la conversazione si arena. Questi pub di merda sono deprimenti. Dicono che fanno gli hamburger di chianina, questo non mi cambia la vita.

Torna la donna obbligatoria, la donna che mi fa interrogare sulla disposizione della sua cucina, sul nome dei suoi genitori, su quel che potrebbe trovare in me, nelle mie mani e nelle mie parole.

L'amore non c'entra niente. L'amore lo nominano su Canale 5 quei prezzolati, quei conduttori insopportabili, l'amore è un amuleto opaco nelle prediche di un prete in andropausa.

Spero che non parli di Parigi. Spero che non parli di persone meravigliose, che mi annoio subito. Spero che non mi spieghi, incidentalmente, che è negli spettacoli naturali che si annida la saggezza. Questa roba mi fa venire i crampi.

Ma, almeno, lei avrà degli argomenti. Io invece sono un osservatore, consapevole che per essere presentabile necessito di una tale dose di bugie da partire sempre sotto mentite spoglie. Credo di essere uno dei pochi idioti in giro conscio di non nascondere alcuna meraviglia, e di regolarmi per questo in un dato modo.

Questo piacersi così ha un sapore macabro, di deja vu e di necessità, è un rituale tra pennuti europei invecchiati ed imbevuti di kylesa, drogati di connivenze giustificate in anticipo.

Va bene, prenotiamoci per il sesso. Per brividi dietro una porta di casa. Prenotiamoci in tempo per scrutarci gli occhi e l'anima, cercando di non sputarci in faccia troppo presto e con amici testimoni, la categoria peggiore e più squallida. Non bisognerebbe consentire, mai, ad un amico di avere accesso da spettatore ai tuoi amori. Non bisogna lasciare mai traccia e tantomeno creare uno storico comportamentale che possa finire nei libri degli altri, nelle loro manie di narrazione. Non devi essere merce telefonica, pretesto per ragionamenti, devi depistare, assentarti e non giustificarti, la scuola è finita da almeno vent'anni.

La donna obbligatoria mi perlustra chiedendomi se posso consigliarle un libro. Prima le dico che in giro ci sono tanti dementi di buona volontà che consigliano libri dopo ogni rutto, poi mi rendo conto che è come con quel tizio e i Fishbone.

L'ultimo libro che mi è rimasto dentro è stato “La pioggia gialla” di Llamazares, scoperto per caso e non certo per cultura personale. Parafrasando il titolo, quel libro mi ha pisciato dentro, corrodendo pareti e muri divisori; pensavo di stare sul mio belvedere a guardare la sera, ma dopo averlo letto mi sono ritrovato prigioniero in un cesso turco con una macchina fotografica a tracolla e il solito sentimento rassicurante di smarrimento.



C'è un imprevisto. Io e la donna obbligatoria non comunichiamo almeno da dieci minuti, qui al Juicy Julia Kraut Pub. Le necessità reciproche sono state doppiate ed irrise da quel demone pazzo e senza bocca che è la distanza consapevole.

Improvvisamente, non mi chiedo più che biscotti mangerà, come sarà guardare le foto dei suoi genitori e rivestirmi.

Mentre il punto nero riattacca con la musica emozionante e meticcia, furtivamente controllo il portafogli. Ho i soldi necessari per il finto hamburger di chianina e per il taxi.

È andata di lusso a tutti, al Juicy Julia Kraut Pub.

Amen.



LdP, 16 aprile 2015

15/04/15

Pugnette intellettuali. Francamente.


Dico che il buon ottanta per cento di chi scrive -parlando di uomini, chiaro- ha problemi con il suo cazzo ed un tizio si offende.
Molti scrittori scopano male, perché si guardano troppo dentro e pretendono di fare letteratura anche durante una delle più banali funzioni espletate al mondo.
Certi scrittori si infilano uno specchio su per il culo, quando scopano. Tutto deve essere monitorato e far parte di un grande disegno. Tutto è vanità tenuta su con colla simpatica e contegno da ortaggio posseduto, ma non è sesso.
Il cazzo non è cultura.
Fottere non è il sogno sotto altre spoglie. È brutalmente fottere.
Lasciamo perdere quel che viene dopo l'orgasmo o durante. Durante, quelli come me vanno all'inferno con ali di cartone e come demoni ci fanno pure una figura di merda, perché sono troppo sensibili. Dopo, ci sarebbe troppo da scrivere. Dopo si riprende il controllo. Si può amare. Fuggire. Drogarsi. Un tempo potevi anche constatare di esserti scopato un pezzo di legno pieno di regole. Ti venivano gli scrupoli, potevi restare a casa a fare pulizie. Potevi evitare di illudere un'anima perché sospinto da voglie animali e non pacificabili.
Il tizio che si offende lo conosco poco. Ha la coda di paglia ed evidentemente il cazzo di ricotta; la sua anima sarà un'estensione di Dorian Gray con i testicoli rasati e i boxer sportivi.
Non voglio nemmeno pensare cosa offrirà alla sua donna. Si metterà con un candelabro in mano a recitare un'imitazione di John Keats, l'uccello semiduro e semifreddo, l'uccello budino e Rossini edizione edicola.
Il tizio si offende, ma chi lo conosce?
Non ho il piacere e non pensavo certo a lui quando ho scritto il mio volgare assunto, privo di introspezione psicologica e di pulizia, una cosa da puerile ragazzaccio.
Vuole trascinarmi in una polemica, Cazzo Di Ricotta. Mi cita un prosatore bulgaro, un giovane scrittore di Oderzo e mi spara lì la parola “correttezza”.
Puoi leggere anche duemila libri al mese, resta che hai un cazzo di ricotta e soprattutto che non ti conosco, amico.

Mi sento sempre un po' colpevole, quando qualcuno si offende a vuoto. Non sono una bestia. Qualche volta capita anche che regalo un euro a chi elemosina, eccezion fatta per quelli dei calzini che non mi sono simpatici anche quando fanno le battute.
Mi stanno meno simpatici quelli che legano l'abitudine al turpiloquio con l'immaturità, l'essere rimasti bambini ribelli. È un'associazione mentale di comodo, gratuita ed idiota.
Si può essere volgari e gentili al contempo. Dipende dai contesti, dalle persone, qualche volta dall'umore.
Mi colpisce sempre molto negativamente vedere le espressioni disarmate di quelli, pochi ma ancora presenti, che mi chiedono notizie su gente dimenticata, vecchi lavori, vecchi amori, para-consanguinei andati in acido. Perché io rispondo sempre sinceramente. Francamente. Cazzo.
Sei andato a salutare i tuoi vecchi colleghi?”, mi chiede un botolo con l'orecchio sinistro sporgente.
Dovevo andare io a salutarli?”, rispondo continuando a sorridere come una spugna, “me ne fotto di salutarli, non c'è amicizia sul lavoro, per me possono anche crepare”
Il mio interlocutore è disgustato, sul serio. Vorrebbe che sparissi, mi giudica un animale. Un atroce animale. Lo sono. “Non si parla così di persone con le quali hai condiviso anni ed anni di emozioni”, osa dirmi Mr. Left Ear.
Ma che, si scopava e non me ne sono mai accorto? Ci siamo scambiati bomboniere, sperma, pane degli angeli? E allora vaffanculo. Francamente.

Ho incontrato Maria Dada, lo sai?”
Ah, bene”
Ehm...”
Che c'è?” Sono io a fare la domanda.
Ehm... ma non mi chiedi niente di lei?”
Non me ne frega un cazzo di Maria Dada, siamo stati insieme tre giorni nel 1993”
Comunque ha un figlio ed è felice”
Complimenti, questa notizia cambia verso alla mia motilità intestinale e quasi mi spinge ad una repentina conversione in dispense”
Sei sempre così aggressivo?”
Se mi si rompe il cazzo, sì. Francamente.

Luca, ti credevo di sinistra”
Lo sono”
Non è vero”
Mi metti addosso un dubbio atroce”
Luca, sei troppo individualista. Non sei di sinistra. Sei intollerante e non mi piace quello che dici e quel che scrivi di donne e categorie a rischio”
Categorie a rischio? Io sono una categoria a rischio, e infatti sono lo zero che si rotola nella nitroglicerina e conta le stelle”
Sei simpatico, ma hai dei modi quasi fascisti certe volte. Forse lo fai per farti notare, lo capisco”
Ah. Sono io quello che si vuole far notare. Ma certo. Non si vogliono far notare, invece, gli psicologi alla lasagna con le polpettine negli occhi e i piselli nel lettino. Allora non ho veramente capito niente. Francamente.

Luca, che scrivi tu? Che tipo di narrativa fai?”
La narrativa non si tromba, comunque rispondo: “Sono uno sputo di Stig Dagerman andato a male nel frigorifero di un imitatore di Henry Miller, uno che magari si è sparato”
Ah, ho capito... è triste”
No.
Sei triste tu che fai collezione di narratori sensibili, che tu giudichi sensibili perché hanno il libro in uscita e ti hanno lisciato l'ego, peggio di come una puttana svogliata ti succhierebbe il pene (ti piace pene, sì?) per trenta euro, anche se sei sposato e hai figli. Conosco tanti buoni padri di famiglia che hanno voglia di bocchini proibiti, con il rossetto rosso, lo specchio, la candela, la videocamera e il senso di colpa lasciato sul comodino come la dentiera di un malato terminale.
Vanno a messa, ti chiamano per il compleanno, si preoccupano di apparirti simpatici, ma la loro vera fissa è il bocchino delle sere dispari, dopo il calciotto.
Francamente.

Luca, tu hai la rabbia”
Può essere”
Come i cani randagi”
Giusto. Mi piace. Io sono il cane degli Alice In Chains”
E come è fatto?”
Ha tre zampe e il suo affetto è un costante suicidio”
Francamente.

LdP, 15/4/2015


14/04/15

L'ombra che abbaia


Notte finalmente silenziosa.
Ho lasciato piccole braci in ogni camera, su ogni balcone, ho lasciato il disco dei Bark Psychosis senza mai skippare. Ogni auto che passa è un fascio di luci ignote, fugaci, indimostrabili, anonime.
Lei dorme e io non riesco a dormire. Non trovo una posizione. Non trovo mai una posizione. La coperta è marrone chiaro, me la mettevano addosso da piccolo quando mi veniva la febbre. Anche adesso ho la febbre, ma è una febbre diversa, di quelle senza termometro e senza medicine, quelle che ti cambiano lo sguardo, la percezione della luce e del buio, la percezione di te stesso e delle tue azioni.
È come se fossi in acqua, in un'acqua gelida in giacca e cravatta, con la sigaretta spugnata e tutti i braccialetti sciolti, l'orologio fermo, la bocca suturata, tranquilla ma muta. Lei dorme e io no. Tutti i demoni dell'insonnia accesi in un solo gioco al massacro, stanco e generoso, perché alla fine cederò per abitudine, per estenuazione.
Nella penombra vedo me stesso con le cuffiette, vedo i miei oggetti che non sono mai stati veramente miei, vedo piccoli schizzi d'ombra che si allontanano dal mio corpo sdraiato, e mi torna l'odore che hanno avuto tutte le case dove ho dormito e tentato di incendiarmi il respiro.
Sensibilità esasperata, fatali indecisioni dell'immaginazione, lei che dorme ed io che mi consumo.

In questi giorni il jazz mi fa schifo. Mi irrita. Sembra una passione lontanissima. Non è colpa del jazz. È che non riesce a stare dietro alle fiamme che sono il mio orologio liquefatto. Il jazz è bellissimo, certo, ma non è sincronizzato su questo respiro caldo e piacevolmente disperato, mi arriva molle ed arreso ed ecco che fuggo di nuovo.
Invece, questo disco dei Bark Psychosis, Hex, mi somiglia così tanto che finirò per odiarlo molto presto. Come succede tutte le volte che qualcosa di intangibile sembra scattarmi la foto migliore.
La foto di un'ombra imprecisa e combattiva che si abbaia contro nello specchio più scuro della casa, quello che pare non nasconda mai il lato peggiore, il caos eretto che si porta in giro durante le ore diurne.
Lei dorme. Questa è la bellezza che riposa e io non posso farci niente, posso solo guardare. Mi chiedo questo cuore ribelle e senza margini quanto ancora mi romperà i coglioni, quanto ancora smanierò di notte per dolori improvvisi, diagnosi surreali, pensieri in retromarcia, con la bocca che brucia e il corpo che cerca angoli freddi come fossero alibi.
Questo cuore colorato secondo le ore della notte, cuore violento da violentare, cuore capriccioso da agganciare agli uncini per guardarlo meglio e risorgere nelle migliori sabbie mobili che il mercato della sopravvivenza offre.

Mi dicono che io scrivo e questo mi mette al riparo da certe burrasche, che sono consapevole. Bugiardi figli di puttana. La consapevolezza che scivola sulla carta, sigilli ufficiali di sconfitte che si divorano tra loro, il circo di se stessi, la bellezza dolorosa della notte, una bellezza mai superata e mai davvero fermata, posseduta.
Queste ore, questa luce bluastra ed elettrica, le braci lasciate in giro, la bocca che bacia il vuoto sibilando promesse già smontate, io che mi abbaio in faccia e non mi faccio paura, io testimone di quello che cercavo e di quello che mi sono negato, io ammutinato, io idiota, io figlio di ogni addio possibile, io che scrivo quando sono malato e che mi prosciugo quando devo comunicare movimenti senza persecuzioni.
Io bastardo che si tradisce, puttana costruita a tavolino, in gestione al vento, io che guardo l'amore dormire e non so godermi la bellezza della notte, quella luce-resa dei conti che porta le ruspe alle porte della reggia e non risparmia il giullare, il fedele servo e la foto di Dio.
Imbottito di amore come la più ingenua delle creature, corrotto a prescindere, disordinato nel coraggio, finisco a scrivere senza conoscere l'istante di me stesso, della mia piccola verità.
Sono un desiderio ancora vivo, ed in queste notti non ho diritto di parola.


LdP, 14/4/2015

11/04/15

Torre Del Greco, USA: intervista a Guy Littell


Ho conosciuto Gaetano Di Sarno (aka Guy Littell) qualche anno fa. Io vendevo dischi, gli ultimi anni della professione fantasma, e lui veniva in negozio. Una chiacchiera tira l'altra, Nick Hornby non sbagliava in proposito, e così ho scoperto che oltre l'appassionato di dischi c'era anche il musicista. Un musicista sincero, che stava percorrendo la sua strada: con dedizione, con testardaggine, a dispetto delle ovvie difficoltà iniziali, superate brillantamente e con personalità. Guy Littell non è uno di quelli che ti spiattellano in faccia, subito e con ansia, di essere coinvolti in un'attività artistica. Preferisce concentrarsi su quanto vuole esprimere, fottendosene dell'aspetto glamour e autocelebrativo della cosa. Mi interrogavo tempo fa su quanti, al suo posto, avrebbero menzionato la sua collaborazione con il grande Steve Wynn ad ogni piè sospinto, non temendo di ripetere all'infinito una sola notizia, per quanto rimarchevole. Guy Littell è interessato a fare musica, a rispecchiare l'identità dalla quale è partito e che al contempo si rimescola e si arricchisce, non ad altro. Questo, oltre all'indubbia qualità della proposta artistica, è ciò che mi ha maggiormente colpito del suo modo di presentarsi al mondo.

Fedele ad un mio preciso diktat, e cioé quello di non intervistare palloni gonfiati e supposte di botulino andate a male, ma solo artisti che stimo e reputo in costante crescita, vi lascio alla stimolante chiacchierata con Gaetano aka Guy Littell. Ne sentirete parlare e certamente ascolterete la sua musica.



LDP: Il tuo percorso è estremamente originale, come si legge dalle tue note biografiche. Sei su territori amabilmente sfuggenti, cantautorato profondo, di matrice americana, rock trasversale. Come ci sei arrivato?



Guy Littell: Avevo queste canzoni di cui ero convinto e che, soprattutto, avevo sentito la forte esigenza di scrivere ho quindi deciso di registrarle chiedendo l'aiuto di un mio amico musicista, che in quell'occasione divenne brillante producer, questo è accaduto per i primi due lavori e in parte per il terzo e ultimo, al momento. Credo quindi che tu ti riferisca proprio al sound dei primi lavori, soprattutto Later, primo vero album. In quel periodo tutto andò come doveva andare, sono fasi magiche, speciali, che hanno un loro tempo ben preciso per esistere. Con Ferdinando ci trovammo subito in sintonia e per quei 3 anni, tra il primo EP e Later, abbiamo lavorato benissimo, partorendo il sound al quale ti riferisci che era nelle corde di entrambi. Mi sarebbe piaciuto portare dal vivo proprio quelle sonorità, anche solo per poche date, ma non c'era molto tempo per trovare i giusti componenti e provare i brani. Tutto il tour fu acustico, io ed il chitarrista Giuseppe Di Donna.



LDP: E a proposito della tua matrice sonora e creativa, quante difficoltà ambientali hai riscontrato? È decisamente un momento di merda per proporre cose originali, come diceva qualcuno, ma mi sembra non da poco aver diviso il palco con Steve Wynn e aver ottenuto recensioni assai lusinghiere anche fuori Italia...



GL: Steve suona anche l'armonica nella title track del mio ultimo lavoro Whipping the devil back, e ne sono molto fiero, lui è un grande songwriter. Ho sempre cercato di seguire il mio percorso cercando di capire in quali contesti potessi trovare "alleati" per così dire, un pubblico adatto alla mia musica, non ho mai voluto farmi condizionare troppo da dati e statistiche, se cadevo e mi facevo male lo prendevo per quello che era, ho avuto bei momenti che inesorabilmente mi hanno spinto ad andare avanti ma anche momenti meno belli che mi hanno fatto mettere in discussione quanto stavo facendo, non sulla proposta musicale ma sul percorrere la strada della musica. Poi ci sono stati incontri con altri musicisti che mi hanno fatto crescere, anche umanamente, il che è solo un bene. In Italia comunque, soprattutto al nord, ci sono molte band e cantautori che si rifanno ad artisti classici americani, come Springsteen, Tom Petty e tutto quel filone...sono davvero tutti molto bravi e portano avanti i loro progetti con grande determinazione anche loro senza porsi troppe domande, andando in tour anche negli States..a Luglio scorso ho avuto il piacere di suonare al Buscadero Day, a Pusiano in provincia di Como..è stato molto bello, anche perchè nello stesso giorno suonavano anche Chuck Prophet e Dan Stuart dei Green On Red , Elliott Murphy e Phil Cody, oltre ad alcuni musicisti locali molto bravi. Sai cosa mi ha colpito più di tutto? Il fatto che costoro non mi conoscessero e che, solo attraverso Facebook, alla mia richiesta di poter suonare, abbiano risposto di si, senza ascoltare la mia proposta, senza chiedermi materiale, hanno solo intuito che ci tenevo e mi hanno detto di si, qui a Napoli, in mezzo a tanta gente che crede di essere molto speciale quando in realtà non lo sono, una cosa del genere non sarebbe mai successa. A Napoli non si è molto propensi ad aiutarsi l'un l'altro tra musicisti, c'è sempre quel timore che tu possa risultare più bravo e interessante di me, di quei contesti non mi interessa fare parte. Ho, per fortuna, conosciuto altre persone, sempre di Napoli, che portano avanti la loro idea di musica con passione, vera voglia di fare, i gusti poi sono gusti, ma certe qualità non si può non apprezzarle, vorrei ce ne fossero di più in giro.



LDP: Il tuo nome artistico è mutuato da “American Tabloid” di James Ellroy. Quali sono i collegamenti culturali tra la tua musica e altre arti? La percezione è che tu abbia lo stomaco (in positivo!) di raccontare di losers, anche di desolazione, con un sentimento poetico e non patinato e levigato. Non si può amare James Ellroy a caso...



GL: Ti ringrazio per i complimenti. Ho amato "American Tabloid" soprattutto la parabole esistenziale e professionale di Ward J. Littell, tuttavia non so fino a che punto mi abbia influenzato ma immagino che, a braccetto con certo cinema, lo abbia fatto. Per esempio in Later c'è il brano "Small American Town" che credo sia stato ispirato, in parte, da alcuni fotogrammi di American Graffiti di George Lucas, quindi forse si, certe atmosfere, certi paesaggi e stati d'animo mi hanno ispirato. Quello che però mi spinse a scrivere i primi due lavori, l'ispirazione primaria, fu la fine di una storia e fino ad oggi l'ispirazione e' sempre venuta da mie esperienze dirette. Cerco di filtrare un certo immaginario di cui per forza di cose non posso conoscere tutto e a fondo, almeno fino ad oggi, attraverso quella che è la mia percezione da qui, da dove vivo, nel sud Italia, l'America che, mio malgrado, si sente nei miei lavori è il frutto della mia immaginazione, frutto di film e libri preferiti, è quello che mi arriva da fuori, non c'è esperienza diretta con quella realtà e questo mi piace.



LDP: Il lavoro come portiere di notte ha un suo fascino letterario molto peculiare, e nel tuo caso, songwriter e musicista, sarebbe uno spunto magnifico per Leonard Cohen e Stan Ridgway. Che umanità incontri di notte e soprattutto quanto ispira il tuo registro artistico?



GL: Ne ho incontrate meno di quel che pensi però posso dirti che quelli che ho incontrato avevano fame di qualcosa, di sesso, di amore, di cibo, di vita.. la notte come luogo sicuro per non vergognarsi di quello che si è, al riparo da occhi indiscreti e giudizi superficiali. Questo l'ho riscontrato..il mio ultimo album Whipping The Devil Back è nato tra un turno e l'altro così come è stato registrato e varie canzoni si riferiscono alla (non più) nuova avventura di avere di nuovo un lavoro e a quello che comporta come in "Waiting for my shift to start", altre nate grazie a quel tipo di solitudine ma non strettamente correlate al tipo di lavoro come "Deep Enough", altre ancora nate in contesti diversi, con diversa ispirazione come "Whipping the devil back".



LDP: Come si sviluppa il tuo percorso compositivo? Da cosa parti? E in prospettiva quali obiettivi ti prefiggi per il futuro come musicista?



GL: Parto da una sensazione, quindi imbraccio la chitarra e comincio a suonare e può accadere tutto in pochi minuti o comunque può nascere qualcosa di abbastanza solido sul quale vale la pena lavorare a più riprese e va bene comunque, il segreto è cogliere l'attimo e non forzare le cose perché non funzioneranno mai come devono. Per il futuro spero di continuare a fare dischi con la passione di sempre e di suonare molto dal vivo cosa che è un po' che non faccio in maniera continuativa e spero di imparare sempre di più, non solo da un punto di vista musicale ma anche umano che è la prima cosa per godersi la vita.



LDP: Siamo alle ispirazioni e ai famosi debiti formativi. Quali sono i musicisti ai quali devi di più? E quali sono quelli che al momento senti più vicini al tuo percorso?



GL: Devo molto ad alcune canzoni di Lucio Battisti fattemi ascoltare da mio padre durante le nostre passeggiate in auto e che presto imparai ad ascoltare all'infinito cosi come per Elton John,autonomamente ho poi scoperto gli Oasis, Joseph Arthur, John Frusciante, vari album sparsi come August and Everything After dei Counting Crows o Dirt e il bellissimo Unplugged degli Alice In Chains o Friends & Lovers di Bernard Butler (chitarrista dei Suede) per poi arrivare a Mark Lanegan, Neil Young, Elliott Smith...al momento mi interessa molto quello che sta facendo Ryan Adams che considero molto più di un semplice cantautore a stelle e strisce, lo considero dotato di una passione fuori dal comune e di molteplici sfumature che riesce a mescolare e dosare in modo davvero brillante secondo me. Anche Kurt Vile, che ha già pubblicato diversi album, mi piace molto e un altro artista che mi comunica sempre qualcosa di molto forte è Greg Dulli, l'ultimo degli Afghan Whigs lo trovo davvero bello, poi anche certi lavori solisti di Paul Westerberg, gli ultimi usciti per la VAGRANT tra il 2001 e il 2004, che ho riscoperto e approfondito in età un po' più adulta sono stati una rivelazione, la produzione del mio ultimo album credo sia stata influenzata da un disco come Stereo, in parte.



LDP: Mi piacerebbe dire che ci siamo conosciuti in un vero negozio di dischi, e in parte è vero, anche se somigliava più al reparto prosciutti di un supermarket franco-napoletano. Cosa pensi della tragica situazione del mercato discografico al dettaglio? Il cd è finito ma il vinile risorge? Per vendere dischi devi fare anche cocktail e pesce fritto? Mi fa sorridere amaramente sentir dire che gli ultimi baluardi della vendita sono posti dove puoi “rilassarti”, “bere qualcosa” e “fare quattro chiacchiere”. Il negozio di dischi deve avere una sua liturgia o queste sono posizioni antiquate?



GL: Recentemente, per puro caso, mi sono ritrovato ad assistere alla presentazione di un corso per editori in una libreria di Napoli e dicevano proprio questo, che oggi per vendere bisogna creare un bell'evento, quindi quello che dici è vero, ma purtroppo oggi è così, sembra che sia fondamentale fornire ai potenziali acquirenti una condizione di rilassatezza nella quale decidere se comprare o meno, magari distrattamente, con nonchalance, dopo aver bevuto un paio di bicchieri, il comprare cultura diventa accidentale, riflesso condizionato dall' umore del momento, non pianificato come magari accadeva prima, quando era di vitale importanza venire in possesso di quel disco e, ancora una volta, non possiamo fare altro che seguire la nostra strada ed essere contenti se qualche volta riusciamo a far comprare un disco a qualcuno più giovane di noi semplicemente parlandone.



LDP: Siamo entrambi uomini del sud Italia, al di fuori di ogni retorica. Non trovi che sia difficile, nel nostro paese e ancor più in determinate zone, ottenere credibilità con percorsi artistici lontani dal lecca-lecca mediatico e radical chic? Questo non è il paese orbo che riconosce solo quello che si vede e non quel che si muove sotto la superficie?



GL: Sì, lo è, perché è proprio nel DNA del nostro paese essere attratti e dare credito a cose dal valore discutibile, come tanti libri, tanta musica o tanta televisione. È così, ed io credo che l'unica soluzione, se davvero si ha intenzione di proseguire il proprio percorso artistico, è quello di aprirsi al mondo degli addetti ai lavori, delle agenzie, cose che magari gente più pragmatica di noi e animata da grande ed ingiustificata fiducia nelle proprie capacità ha capito prima, chi cerca di fare arte perché ha un bisogno vero di realizzarla tende ad essere felice con quel poco che ha e forse impiega più tempo a capire che forse ci sono dei compromessi da accettare se si vuole arrivare a più persone ma non è detto che tu debba accettarli, io nel mio piccolo non li ho accettati, seguo la mia strada e qualche bella soddisfazione l'ho avuta comunque, magari ci impieghi più tempo ma sei più soddisfatto. Per quanto riguarda la territorialità e il suo ruolo nel penalizzarti o meno posso dirti che fino ad oggi non ho sentito il bisogno di andarmene a Milano, per dire, in pianta stabile per fare quello che faccio, tutto quello di buono che mi è successo mi è successo qui, durante la mia vita in provincia di Napoli, girando per suonare ma sempre tornando a casa a Torre del Greco, Milano mi da l'impressione di essere un posto per persone in cerca di conferme per il proprio talento inesistente, a volte.



LDP: Non posso non parlare con te di Mike Johnson, che è un musicista che amiamo molto entrambi. Non pensi che abbia avuto meno successo di quanto meritasse? Troppo dolente, troppo particolare? E quanti, come lui, non hanno fatto breccia nonostante precise qualità?



GL: Mike Johnson è un grande, uno di quelli che ha fatto dischi quando ne sentiva davvero il bisogno, ha sempre mantenuto un basso profilo quando i dischi si vendevano ancora e lui godeva comunque di una certa fama come braccio destro di Mark Lanegan ed ex bassista dei Dinosaur Jr., purtroppo non ci sono delle regole nel mondo della musica, lui ha un passato importante eppure fatica a trovare una label. Non credo sia dovuto alla sua indolenza come musicista e non credo sia troppo particolare quello che fa, per me è un mistero del perchè lui abbia avuto da qualche anno vita difficile in tal senso. Altri artisti come lui, che magari potrebbero aver raccolto di più possono essere Hayden, cantautore canadese in giro da più di dieci anni, Ron Sexsmith, anch'egli canadese, il cui non-successo planetario è diventato un caso noto a molti.



LDP: Al di fuori della musica, quali sono i tuoi principali interessi? È una domanda che mi piace sempre fare agli artisti, perché tutto quel che sembra esterno, credo, finisce nel meccanismo creativo e di rielaborazione.



GL: È un po' di tempo che adoro camminare, mi rilassa, mi fa stare bene. Camminando do anche un'occhiata alle vetrine dei negozi, poi guardo molti film come faccio da sempre e ne compro anche, poi leggo, anche se meno di alcuni anni fa perchè preferisco sempre evadere con una bella passeggiata quando posso, mi piace incontrare i miei amici e bere con loro un buon bicchiere di vino mentre si fanno quattro chiacchiere e quando posso mi piace viaggiare e rigenerarmi e spero di farlo sempre di più, ho interessi semplici e comuni a molti, ma se ne possono aggiungere sempre di nuovi, ogni giorno.



©Luca De Pasquale 2015

Grazie a Manuela Avino per la preziosa collaborazione.



Guy Littell (Gaetano Di Sarno) nasce a Torre del Greco (Na) nel 1982.

Grazie a suo padre, discreto chitarrista classico, viene introdotto al mondo della musica: frequenti infatti le passeggiate con suo padre in macchina con lo stereo che passa Lucio Battisti, Beatles e il primo Elton John. È fatta, Guy comincia a sviluppare una sana ossessione per alcune canzoni che ascolta e riascolta all'infinito. La bellezza delle melodie semplici e ispirate si impossessa di lui.

A 14 anni scrive la sua prima canzone.
Più tardi ecco la scoperta di Neil Young, Mark Lanegan ed Elliott Smith e l'amore per lo scrivere canzoni aumenta inesorabilmente fino a diventare una costante.
A metà del 2009 inizia a scrivere una serie di canzoni che vuole facciano parte di un lavoro. Alla scuola di Tecnico del Suono di Pomigliano D'Arco conosce Ferdinando Farro, musicista e produttore, il quale gli darà una mano a produrre e a registrare il suo primo lavoro ufficiale autoprodotto: l'ep di 5 pezzi "The Low Light & The Kitchen"(2009, autoprodotto) che ottiene buone recensioni su affermate riviste musicali online come "Onda Rock" e "Lost Highways", mentre precedentemente il suo myspace, con pezzi differenti (alcuni dei quali ancora proposti dal vivo), era stato recensito lodevolmente da "Freakout". Inoltre, grazie a due brani tratti dall'ep riesce ad essere selezionato , su 98 band iscritte, tra gli 8 finalisti di "Giovani Suoni" 2009.
In seguito alla realizzazione dell'ep seguono molte serate da solo e con la band (anche di supporto a Cesare Basile e Dente) dove Guy propone tutto il suo repertorio e cover significative come "Thirteen" dei Big Star e "Eyepennies" degli Sparklehorse.

Nel gennaio 2010 Guy decide di fermare i concerti con la band, vicende personali lo portano alla ricerca del silenzio ed è per questo che ingaggia una vecchia conoscenza : il chitarrista Giuseppe Di Donna che lo accompagnerà in una serie di date acustiche che riscuotono un certo interesse.

Nel luglio 2011 Guy intraprende un lungo club tour di supporto all’album LATER, disco entrato nelle top ten dei favoriti del 2011 secondo testate come Freakout e Rockline (2011, autoprodotto) e tra le varie tappe ha l'opportunità di condividere il palco con Steve Wynn, musicista e cantautore americano leader e cantante dei seminali Dream Syndicate.

A Novembre del 2011 inizia a lavorare alla colonna sonora di CIRO del regista napoletano Sergio Panariello. Il corto è selezionato per il Festival Del Cinema di Roma 2012, viene proiettato al Toronto Film Festival e vince il premio speciale della giuria ai Nastri D’Argento 2013.

Il 20 Maggio 2014, in occasione dell’esibizione in apertura a Dan Stuart, esce il nuovo album WHIPPING THE DEVIL BACK (autoprodotto), registrato nuovamente a casa di Ferdinando Farro e che ospita Steve Wynn all’armonica nella title track.

Con Whipping the Devil Back , Guy decide di fare un album più essenziale ed intimista, scegliendo il calore e l’imperfezione di un master analogico.

A fine luglio dello stesso anno si esibisce al Buscadero Day a Pusiano (Como), con in cartellone nomi come Chuck Prophet, Dan Stuart, Phil Cody ed Elliott Murphy.

Il nome Guy Littell è ispirato al romanzo di James Ellroy “American Tabloid”.