30/03/15

Grigio vitalismo senza Dio ("Scrivi come Manzio Newe, ti sentirai meglio")


Faccio un tragitto in autobus e metropolitana che mi sembra di stare a Colchester o a Blackpool in una giornata di ottobre.
Cielo grigio, pioggerellina diagonale e tristissima, lacrime sporche sul vetro dell'autobus, in testa la voce di Thom Yorke o qualche imitatore, chitarre languide, telefono rigorosamente spento.
L'autobus sembra popolato da mostri, deformità che ridono di gusto, distillando mestizia e impotenza sotto le scarpe, nel rigagnolo degli ombrelli, nella pigrizia densa del respirare.
“Non te lo voglio dire dove abito, non mi deve scocciare!”, urla una donna orribile alla quale mancano due denti davanti. Bionda falsa, culo di gomma sfatta e riso molle, orecchini grossi come lampadari.
“E invece me lo devi dire...”, replica un uomo con un pullover a righe di rara bruttezza. Ridono, si corteggiano, si capiscono.

Nelle parole degli stucchevoli buonisti, gli esseri umani sono come fiori. Dobbiamo essere grati di essere stati creati, e di poterci guardare, confrontare, capire.
Solo che anche i fiori possono puzzare di merda. Parecchio. E lo sguardo pietoso è solo un modo di mostrarsi a se stessi, è ipocrisia. A nessuno frega un cazzo di questi mostri. Ma alla gente piace fingere.
Chi dice che la vecchiaia è bella e dolce è pazzo, è un criminale molesto. Non è vero. Non può essere vero.
In questo autobus che va a due all'ora i fiori che puzzano di merda continuano a farsi battute, a trovarsi di reciproco gusto. Io sto zitto, non sorrido, non guardo, non fingo, respiro piano e quasi con vergogna.
Sono un “giovanotto” con un giubbotto blu. Nella tasca destra si capisce che ho sigarette e chiavi. Sono diretto in una casa. E basta.

“Ogni nuova libreria che apre, di questi tempi, per me è un sorriso”, mi dice Serchia, che intanto si passa una mano nei capelli e guarda lontano. Serchia legge perché la fa sentire migliore. Migliore di altre persone. Più giusta. Più fortunata e più responsabile. Più sensibile. Ha un rispetto demenziale per l'oggetto libro. E li ama, i libri, tanto più se portano con sé una qualche idea velleitaria di cultura e pulizia. Serchia mette “mi piace” a tutto quello che le sembra giusto, appassionante, pulito e costruttivo. Per questo e per altro, ha smesso di leggermi da tempo e ci tiene a ribadirlo ogni volta.
Una volta ha anche provato a darmi dei consigli letterari, con quell'aria da bietola con il rossetto, professorale, didascalica. Nelle sue parole avvertivo astio, imbarazzo per le mie scelte. E percepivo il disprezzo per lo scialo delle mie (eventuali) capacità.
“Perché non provi a raccontare una storia senza odio, senza buio, senza rabbia? Sono sicura che ti sentiresti meglio”, aveva chiuso, la bietola.
“Scrivere non è questione di sentirsi meglio”, avevo risposto, senza aggiungere, come avrei voluto, che per quello è preferibile un rapporto anale o una siringa nel braccio. Scrivere non è questione di benessere, bietola. Scrivere non è come fottere. O come piacere. Scrivere non è fare i pavoni con la citazione estratta dal buco del culo, con tanto di campanellino.
“Hai letto l'ultimo di Manzio Newe?”, mi chiede oggi, “ha scritto una cosa splendida, la storia di un bambino che cresce in un quartiere povero e si riscatta andando in Belgio e poi tornando...”
Penso che ora mi dirà “scrivi qualcosa come Manzio Newe”, ignorando che già penso quel che devo pensare, e cioè che Manzio Newe e i blogger/sociofili che le piacciono devono solo prendermelo in bocca. Non ho mai aspirato a diventare come uno di questi ricciolotti con le chiappe bianche e i maglioni pregiati che vanno a dispensare saggezze e sogni in giro. Se loro sono dei fiori, io voglio essere una gran mignotta, una troia che si lava tra le cosce dopo ogni iniezione di pazienza.

A casa, da solo, il Tg regionale parla dell'ultimo libro di Manzio Newe mentre sto addentando un dolce alla mandorla. Mi va di traverso. Manzio appare con uno smanicato molto britannico e una camicia color tabacco non fumato. Parla del suo libro e di amore, amore per la sua terra natia, Napoli, che bella di notte, che bella girarla all'alba in vespa come Nanni Moretti, che bello sembrare di sinistra e scrivere libri.
Che bello lottare a Napoli. Per un mondo migliore.
Che bello amare a Napoli. Le donne del destino che finiscono nei libri.
Che bello guardare il tramonto a Napoli e sentirsi la terra del Sud dentro, fin dentro il culo.
Che bello, infine e perché il tempo del servizio è scaduto, quando una nuova libreria apre a Napoli. Che civiltà, che progresso, che trionfo della sana rivolta dello spirito!
Da applausi, Manzio Newe.
Finisco il dolce alla mandorla, nei miei occhi è chiara la mancanza di Dio e di pazienza, non mi sono riconosciuto come fiore, ma come ago nel braccio. Ecco perché Serchia non mi legge. Ecco perché mi sembra che certi fiori, quelli vestiti meglio, quelli più sorpresi dalla bellezza del creato, puzzino di merda.
L'inglese evangelico che abita nella scala a fianco gioca con i suoi figli a finto cricket nel parco.
“Keep going, keep going, keep going!”, starnazza il father flower.
Manzio Newe ci costruirebbe una storia. Io no. Io mi accendo una sigaretta e godo poco, nel mio grigio vitalismo senza Dio.

Luca De Pasquale, 30 marzo 2015

27/03/15

Conti che non tornano


Alla ASL, la rappresentante farmaceutica seduta sulle panche dei malati ha la gonna rialzata quasi fino all'inguine. Sta aspettando il suo turno, tra una visita cardiologica e l'altra, mentre i vecchi litigano sui turni e sui fogli di prenotazione.
Non so se la donna si è resa conto dell'upskirt, se non lo reputa imbarazzante, oppure se le piace mostrare le sue calze velate e far pensare al fottere come una cosa vitalistica e naturale. Non mi interessano le sue intenzioni e non ho nessun giudizio tra cervello e bocca. Oltretutto, qui c'è una merdosa puzza di malattia e di speranze prese a calci, di fede tramortita dall'implacabile, di povertà che si parla addosso e si piscia sotto.
Non so, ripeto, se quell'upskirt da sveltina e da lingua succhiata veloce è volontario, ma i conti non tornano. I conti non tornano e non basta pensare alla prossima sigaretta.
No.

Poi arriva una tipa tutta trafelata, che fa di tutto per mostrare il culo. Si sbatte con dei fogli in mano, racconta di essere rimasta imbottigliata nel traffico, e intanto sventola il culo sotto il mio naso e non solo il mio. Nessun giudizio. Un infermiere le affonda gli occhi nelle natiche, mentre tutt'intorno i colori dei muri e delle porte parlano di morte da prevenire per un po', di figli che piangono, di persone anziane stanche di lottare, spargendo desolazione sulla mia attesa, sulla mia smania di vivere e di sputare lava contro specchi guasti e su carta che somiglia sempre più ad editti compromissori firmati dopo qualche sbronza.
La donna riccia e sudata sventola il culo, sembra un ventaglio di vanità che puzza di residui di cucina e di umori maschili un po' idioti, penso che questo posto mi atterra, detesto laboratori medici, ospedali, centri specialistici: sono luoghi che somigliano a incubi, con al centro quella fossa nera e silenziosa che richiama troppe volte alla base.
Non guardo il culo della donna, il pacchetto di sigarette è di quelli morbidi e l'ho distrutto nella tasca dei jeans. I conti non tornano, ancora e ancora.

Per strada, un brano dei Bark Psychosis si fa largo nei miei movimenti, e -come si direbbe qui- mi “smerza”, mi flette, mi piega, mi rende parte terminale del vento che mi soffia alle spalle. I conti non tornano. Me lo ripeto spesso, ancora di più negli ultimi tempi, e questa frase ha quasi sempre a che vedere con i rapporti umani, con quegli sforzi innaturali, quelle pose inguardabili da servizio fotografico nelle anticamere della solitudine, quel tentare di chiudersi in un sottoinsieme fantasioso e amoreggiare per amore della vita stessa. Chiudo una telefonata e i conti non tornano. Incontro qualcuno e i conti non tornano. Vengo a sapere di qualcuno, di qualcuno con Sempronio e Caio sullo sfondo, e i conti non tornano. Non mi piace venire a sapere. Se non indago io, se non domando io, significa che me ne sbatto. Che ho tutto il diritto di fottermene e di non essere informato in nessun modo. A volte, mi sembra che sia una priorità di tanti quella di restare a nuotare sempre nelle stesse vasche. E anche quella di essere aggiornati su eventi ed azioni di chi, per qualche tempo, ha fatto parte della nostra vita.
Non la penso così. Non agisco così.
Non esiste la devozione da baci, promesse e sperma.
I momenti condivisi? Pazienza se sono stati rinnegati, l'importante è mantenere il contatto, pensano in molti. Non mi piace questa mancanza di palle. Evitare gli addii, per me, è mancanza di palle. Non ti costruisco un altare se ti sono stato dentro, tra le cosce o nel cuore; non rispetto la memoria di un'emozione se a quell'emozione non è seguito nulla, se non delusione o, peggio ancora, noia e approssimazione.
In fondo, un cazzo è solo un cazzo, lo sfreghi e spara; un amico è solo un amico, non un semidio con la bocca sporca di pietà. E un parente, spessissimo, è solo una contingenza irrisolvibile. Ma questo non implica che pregheremo gli stessi santini e che dovrai piangere la mia scomparsa. Si fa prima ad andare affanculo.

Un uomo molto anziano mi chiede di aiutarlo a salire su un autobus che è fermo alla stazionamento. Passo la sigaretta a chi mi accompagna e lo aiuto. Lo sorreggo, e nel farlo mi accorgo che gli sto carezzando leggermente le spalle. Come un figlio. Come il figlio che non riesco più ad essere, perché la rabbia di esistere, di esistere ed essere presente, qualche volta mi rende una merda.
L'uomo mi ringrazia una prima volta, poi mi dice: “Posso chiederle un altro favore ancora?”
“Quello che vuole”, rispondo. Ho ancora la mano sulle sue spalle.
“Ringrazi i suoi genitori per averla resa una persona così attenta agli altri”
La frase mi arriva come un pugno, un pugno dolce. Affonda nel polistirolo che ho sul cuore, l'alcool solidificato, la nicotina come gatte di polvere in un appartamento vuoto. La frase è sincera e mi fa male e bene, mi confonde.
“Grazie... la ringrazio...”, faccio imbarazzato, lo guardo un'ultima volta e scendo.
Attento agli altri? Chi, io? Io? Io che non sono cattolico, che non sono eucaristico, che il volontariato non so nemmeno dove sta di casa, che ho orrore delle malattie e ancor di più della morte che non si decide. Io, però. Lo ha detto a me. Ed era sincero. Cazzo.
Ma qualche lato buono dovrò pure averlo, anche se i conti non mi tornano mai. Qualche volta, forse, sono quel che si dice un brav'uomo. Anche se non mi piace e non mi piacerà mai tornare sui miei passi, in vecchie stanze, ad abbracciare ipocritamente chi ho rimosso o chi ha contribuito a stampare nel mio stomaco la parola “no”.

Arrivo a casa che ho ancora lo sguardo di quell'uomo dentro, è una sensazione strana. In genere, conservavo solo sguardi di donne, un tempo. Donne che sapevo non avrei mai più rivisto. Mi piacevano da morire quegli sguardi, perché assistevo in diretta alla loro nascita e anche alla loro morte inutile. Riuscivo a tatuarmeli addosso, altro che ideogrammi del cazzo e spade thailandesi da spiaggia provinciale. Era come se quelle donne, quelle belle donne senza nome, lasciassero che qualcosa della loro bellezza morisse su di me, giochi di candela per un condannato ai dubbi eterni e alle stanze in penombra.
Da tempo, gli sguardi delle donne, quando capita che mi cadano addosso, è come se perforassero una nube cobalto gravida di temporali e soprattutto di oblio. Mi trapassano come un fantasma e fanno innamorare lo stronzo piazzato dietro di me, con le cuffiette e il pizzetto, oppure con la giacca lucida e le scarpe marronicce. Ma non io. Me, io, me.

Accendo una sigaretta sul balcone. Alcuni operai stanno mangiando su una carrucola malferma, c'è un esibizionista in boxer che stende una camicia, gabbiani che inseguono piccioni, Napoli sotto e sopra ed io che non so bene cosa farmene. Il mio cellulare trilla, vibra, si illumina. Cambio voce, diventa quasi quella di un orco.
È Melvigi. Ancora. Mi ha già chiamato ventiquattro giorni fa, che cazzo vuole?
“Carissimo Luca, come te la passi?”
“Ok”
“Hai sentito la storia di quell'aereo? Quel pilota, ma come cazzo è possibile... come stai?”
Ancora?
“Okay”
“Ah, bene. Seeenti, ma tu hai saputo che Negrisolo Rodio sta lavorando con dei lituani che fanno del sex food, questa nuova moda? Pensa che Negrisolo Rodio aveva preso a lavorare con il padre che è avvocato, poi però questo signor Cacanauskas è venuto al sud ad investire in questa cat...”
“Non c'è campo! Non c'è campo! Cristo, non c'è campo!!!!”, urlo, manco mi avessero rapinato e aggredito. Riattacco.
Mi godo le ultime boccate di sigaretta. Non parlatemi di gente che per me è peggio che morta. Altrimenti, i conti continueranno a non tornare. E non posso permettermelo.
La privacy del futuro va difesa, a qualsiasi prezzo.

LdP, 27 marzo 2015

24/03/15

La grande macchina dell'assenza


I tre uomini con la sigaretta parlano di Higuain.
L'edicolante parla della visita del Papa a Napoli.
Per strada c'è un odore nauseante di caramello. Quella che vende i vestiti fuma nel negozio e legge il giornale. Ha degli stivali fuori tinta con il resto.
Mi sono sforbiciato i capelli perché non mi sono piaciuto, qualche ora fa.
Mentre mi sbarbavo, senza nessun motivo, mi sono ricordato di una tizia che mi diceva sempre “vienimi a trovare”. Ed io non l'ho mai chiamata. E non sono pentito. Perché non avrei trovato niente da dirle e l'incontro sarebbe diventato un'emicrania, un fastidio transitorio.

Di notte i negozi di vestiti hanno qualcosa di lugubre, con quei manichini, quelle pezze che sembrano perdere lucentezza sotto le luci stradali. Sembrano amori falliti, regali scongiurati.
Di notte le riflessioni sembrano intelligenti e foriere di svolte, di cambiamenti. Poi ci dormi sopra e la mattina dopo hai cancellato tutto. Come una di quelle avventure alticce con l'ansia della penetrazione e della conversazione brillante. Tutta la foga la mattina dopo è un cumulo di piatti sporchi nel lavello. Li laverà qualcun altro, perché a te non sarà richiesto.

Un tempo, mi facevo il problema di dover parlare, quando incontravo qualcuno. Poi mi è piaciuta sempre di più la consapevolezza che non si cerca il fuoco in mari spenti. E che non ti puoi inventare clown per bambini che non ci sono, che non puoi suonare la chitarra sulla spiaggia per attirare gli ingenui in cerca di pubblicità emotiva.
L'odore delle persone lo senti di più, e meglio, quando le bruci in qualcosa che viene meno piuttosto che al momento di denudarsi.
E poi, non ci si può intenerire più di tanto per le religioni che albergano nei cuori degli altri. Puoi rispettarle, respirarle per un po', ma non puoi usarle come vestiti, come baite, come rivincite. Devi rinculare ed essere intelligente.
Quando mi vedo perso, mi tiro giù una frangetta da idiota e me ne vado affanculo con il primo autobus.

Quando ti manca qualcuno, devi solo stringere gli occhi. Non devi guardare l'orologio, non devi cercare una canzone, non devi scrutare il cielo. Nessuno, nemmeno la tua autocommiserazione, ti riprende in un bel film, quando qualcuno ti manca.
Le assenze mi hanno sempre fatto a brandelli. Mi è anche piaciuto, quel dolore sinistro che ha qualcosa di erotico, di ultimativo, di nobile in apparenza.
Sulle assenze, che mi prendono alla sprovvista mentre mangio, mentre parlo, mentre mi propongo o mi incazzo, ci ho costruito una città immaginaria che è il mio rifugio quando la voce delle persone diventa solo una frequenza radio molesta.
In passato mi disperavo, per quel senso di assenza così vorticoso e crudele, correvo a scrivere. L'ex bambino doveva scrivere. Confessarsi. Fare pace con tutti i temporali del mondo. Ingenuità.
Oggi, quando quell'artiglio ad uncino, che strappa quel che vuole e conserva la base per nuove imprese, mi prende, faccio poche cose. Pochissime. Per un brevissimo istante stringo gli occhi. Poi, cerco di ricordare cos'è che mi piace e che mi spinge verso la tranquillità, la tregua, l'idea che non tutto è soggetto ad infiltrazioni, che qualche parte del corpo riesce ad eludere le tarme e anche la cera bollente, quella che nei film mostrano per anticipare una scopata epica.
La cera bollente è la memoria, non serve a niente ritrovartela pochi centimetri sopra il cazzo, con un incubo-bambola che ti aliti addosso il bisogno di farti entrare. Non si sa dove, non si sa per quanto, non si sa se finirai in un reality con una veste da camera e le babbucce di segale, a recitare un Amleto sbagliato di merda.

Ho inaugurato da poco un porto dove non arrivano ancora navi, mentre la mia parte solo all'alba per brevi perlustrazioni.
Ho tagliato il nastro, non avevo sindaci ed assessori tra le palle, non avevo dame cotonate con capelli azzurri e tette rifatte, non avevo dietro di me, come una gigantografia, fede o ideologia. Nessuna delle due utili croci.
Caos, anarchia, insonnia.
Ma anche tanto silenzio, riposto garbatemente nei cassetti, probabilmente con una foglia di lavanda, come faceva mia nonna, forse. Tutto a posto. Le ferite nel primo cassetto. I ricordi nel secondo. Le corazze nel terzo. Le mie maschere nel quarto. Il futuro nell'ultimo, insieme a tanti fiammiferi. Scommessa silenziosa, fuochi d'artificio o rogo.
E ai lati, nella parte più grande del vecchio armadio, tanta inutile libertà da fissare a perdita d'occhio. Nonostante le assenze, i costumi di carnevale andati persi, e quella canzone dei Church che quando ascolto devo sempre strizzare gli occhi e passare avanti. The great machine.

LdP, 24/3/'15

23/03/15

Venirsi in bocca da soli


Trovo inconcepibile la musica senza basso. Ce n'è, in giro. Un pezzo senza basso, sarà un mio limite, non mi dice niente. Non mi trasporta. Non mi conduce. Non posso utilizzarlo per avvicinarmi alla vita, ai sogni, alla scrittura. Senza basso non funziona mai.
È così da quando ero adolescente. Da trent'anni a questa parte mi sveglio con dei giri di basso in testa e spesso sono costretto ad andare a ripescarli in montagne di musica. Perché ormai mi è difficile identificare subito quello che mi è magicamente tornato dentro al risveglio. Spesso dimentico di recuperare, rimuovo e passo avanti. Tanto tornerà. I giri di basso tornano sempre.

Stamattina, dopo una notte di sogni assurdi, tocca al concentrico pattern slappato di "20th Century" dei Brad di Stone Gossard, un'ossessione da anni.

Incontro ancora gente che si dice dispiaciuta che io non “venda” più musica. Ormai mi sono stancato di rispondere. Vedo che è molto difficile distinguere tra una persona innamorata della musica e un venditore. Ho provato a spiegare, ma evidentemente non ci sono riuscito appieno. Così come è stato durissimo far capire che la scrittura non è un hobby, pubblicazioni a parte. Quando ho pubblicato il libro solista e nelle antologie, tutto nell'arco di un tempo ragionevole, gli stupidi mi dicevano “ricordati di me quando diventerai famoso”. E dicevano pure sul serio.
Si lambiva e superava il grottesco. Io lo sapevo e ridacchiavo amaramente, tutta quell'ignoranza compiaciuta mi dava tristezza e un crescente senso di impotenza relazionale.
Ma come si fa a credere che scrivendo ci si metta a posto economicamente? Solo una completa inconsapevolezza può portare pensieri del genere. Queste stesse persone, probabilmente con la stessa espressione ottusa e “momentanea”, mi hanno in seguito suggerito di perseguire altre passioni. Perché il tempo era trascorso e loro non riuscivano ad utilizzare quello schifoso pensiero monetizzante che ad alcuni appare come un efficace metro di giudizio.
Anzi, non altre passioni; “altri hobby”. Non mi piacciono questi pompinari dello spirito. Hanno la bocca sporca del loro stesso seme, e intanto invocano santi, fasci di luce, combattono lo squallido, il negativo, sempre impegnati a ricacciare qualche demone all'inferno. Ma si masturbano con false certezze e si sborrano in bocca. Loro pensano che sia zucchero e miele.
La verità è che parlare sta diventando superfluo e anche un po' noioso. Le persone se ne fottono delle verità, delle verità che ogni individuo, pur tra mille errori, si porta dentro. L'importante è formularsi un giudizio, un'idea, dare una definizione nella quale, quando capita, andare a ripescare quell'individuo. La gente vuole sentirsi dire che va tutto bene. Quasi sempre. Se dici che non va bene, si sentono molestati, turbati inutilmente, e schiumano fastidio, a volte si indignano.
Ricordo il pubblico al teatro quando recitarono un mio testo, insieme ad altri, tratto da una di quelle collettive letterarie che all'epoca andavano.
Si vedeva che volevano ridere, spanciarsi. Volevano sentirsi spensierati, sotto la parvenza di un ingegno impegnato in qualcosa. Nessuno sguardo mi entrò dentro quella sera; al limite potevo percepire un mezzo profumo di chiavata e morsi.
Ma era colpa mia, cazzo. Ero io il maniaco, con questa fissazione di non guardare oltre i prossimi venti minuti, con questo senso disperato di temporaneità che non mi abbandona mai. Il giusto, il sano, stava tutto in quelle risate superficiali.
“Mi dispiace che non vendi più dischi”
In culo. Come se la mia massima aspirazione -e non parlo di lavoro- fosse stare dietro una postazione con una divisa di merda a sentire le sciocchezze di clienti improvvisati.
Le casacche sono merda, le divise sono merda.
L'aziendalismo cieco è il materiale di risulta degli esseri umani. Provo un senso di umana vergogna quando assisto a certi tristi spettacoli di felice sottomissione.
La grande distribuzione è una montagna di merda che serve gli individui più mediocri del sistema, e di individui ancor più mediocri ed inetti si serve per organizzare il tutto.
Ci sono finito dentro. Non sono mai stato ricco, la mia famiglia lotta da generazioni per non finire con il culo per strada, non potevo girarmi i pollici, aprire locali o mettermi a fondare fottute organizzazioni no-profit.
Ci sono finito dentro ma mi sentivo dinamite sotto cumuli e cumuli di diarrea, di paura della povertà, di pochezze professionali elevate a leccate di culo inutilizzabili, mi sentivo come un terrorista in un plastico di Vespa. Ma a qualcuno piacevo in divisa, in livrea, ero bene o male finito in un pezzetto, anche se inconsistente, di società sdoganata e sdoganabile, comunque era un lavoro. "Sei al pubblico, è stimolante". 
Poi era esotico che scrivessi pure. Mi caratterizzava. Mi rendeva simpatico, diverso nei limiti. Non mettevo bombe, scrivevo. Mi beccavo qualche sorriso. Mi ci pulivo il culo, con quella tipologia di sorrisi. Oltretutto, non rompevo il cazzo con l'impegno civile e mai me lo stamperò in faccia, o sulle labbra con pompose parole.
Sono per la rottura, non per l'accomodamento. L'ammutinamento rispetto ad un mondo borghese che mi salutava al mattino e poi mi pisciava in faccia è quel che reputo necessario. Non ho bisogno di far parte di una casta, di una categoria, di un circolo di briscola e burraco con i brillantini sull'uccello e un buon profumo di pulito.

La società italiana è irrecuperabile, i buoni sono delle controfigure patetiche ed agitate, i cattivi sono solo dei borghesucoli impegnati ad accaparrarsi privilegi, ammontonare soldi e precetti morali da disattendere sotto le coperte e nei pubblici uffici. Non c'è da moralizzare, è un verme malato la società italiana, è il nulla che parla continuamente di dignità senza sapere di cosa si tratti realmente.
Non mi aspetto nessun miglioramento, e non lo dico per scaramanzia. Ma che scaramanzia. Faccio resistenza. Mi ammutino. Rifiuto. Mi sottraggo. Disobbedisco.
Non sono il tipo che andrà a coltivare rape in campagna. La campagna non mi piace e non mi appartiene. La natura mi interessa molto meno dell'immoralità degli esseri umani. Sono un immorale urbano, e nella cinta urbana resterò, disobbediente che non vuole compagni tra i piedi, non faccio carte con predicatori e santoni, che me lo leccassero, non porterò mai regali al capo di turno. Strozzati con i cremini, padrone figlio di puttana. Non pago l'obolo della gratitudine. Guarda in ultima fila, razza di stronzo dal temperamento padronale e organizzativo, non ci sono: sono e resterò assente alle parate.

Ci si tiene a sentirsi dire che va tutto bene, io accontento. Sono una brava persona.
Per i soliti pochi va tutto bene. Certo che a loro va bene. Però, se serve, posso dire che vada bene anche a me. E in fondo va bene. Perché sono ancora qui. Riesco a guardarmi ancora allo specchio, anche se di errori ne ho fatti eccome, e nemmeno me li perdono. Scrivere non salva, lo ripeterò fino all'ossessione. Forse è anche peggio. Perché è come se ti accorgessi di tutto e avessi anche il tempo di approfondire le percezioni, i contesti, gli orizzonti. Scrivere non significa affatto essere sensibile. È un luogo comune. Non esiste lo scrittore della porta accanto, quello confidenziale e concavo, accogliente. Scrivere è una frontiera di resistenza, probabile che chi ci arriva non abbia più voglia di stronzate da tempo. Discettare di grandi amori e nobilissimi ideali va bene per forum sulla sifilide o rubriche di consigli sessuali e amorosi gestite dalle inchiavabili mogli di qualche trombone mediatico.
Probabile che uno che scriva non abbia alcuna voglia di essere preso per un alfiere della cittadinanza e della coscienza civile, io scrivo con l'animo del cecchino, dell'amante nudo e tremante in un motel con le lenzuola sporche di sperma e sangue mestruale e le croci sulle chiese mi mettono addosso una malinconia indicibile e un fervente senso di morte.
Scrivere non significa avere voglia di scambiare tossine con gli altri. Scrivere è un atto privato e il più delle volte è sterile e narcisistico. A volte scrivere è come cacciare il cazzo duro dai pantaloni e aspettarsi che qualcuno ci sputi sopra incuriosito.
Altre volte è come scoparsi la carità altrui, l'obbligo di essere compresi, rifocillati, l'obbligo infamante di far innamorare qualcuno.
Nessuno è obbligato ad innamorarsi. Nessuno. È un qualcosa di cui ci siamo convinti per affrontare meglio la giornata, e per sfoderare la grinta e l'euforia dei periodi migliori. Ci innamoriamo di quello che sembra fare al caso nostro.
"Cascare a fagiolo" sul cuore e nelle cosce di qualcuno non è amore.
L'amore è più esigente. L'amore ti pugnala perché è un semi-dio e tu sei uno stronzo.
L'importante è essere reali e cercare di restare sinceri, anche se questo comporta qualche onta e qualche ricusazione.

Gli operai attaccano a lavorare sulla terrazza sopra la mia testa alle 6e45 del mattino, perché lavorano sottopagati e la cosa forse non è nemmeno regolare, devono finire in fretta e furia. Io sono sveglio dalle cinque, ma la cosa mi disturba egualmente. L'istinto mi spingerebbe a salire sopra e prendermi questioni, ma credo che verrei alle mani e poi è inutile prendersela con gli operai. Resisto. Non voglio iniziare male la giornata. Giorni fa sono sceso a parlare con un sedicente funzionario Enel indossando dei guanti di pelle e quello ha pensato che volevo gonfiarlo, si è indignato. Poteva anche finire in quel modo, non posso negare di averci pensato. Non passa una giornata che qualcuno non ti rompa il cazzo in qualche modo. La quotidianità vampirizza, rende isterici. Per questo non prenderò mai la patente in quest'assurda città di nevrotici. Sono già stressato dalla presenza degli esseri umani, ci mancano solo le automobili e i vari impegni di accompagnamento che diventerebbero ingestibili per uno come me, uno che non ama dire o pensare cosa farà tra quindici minuti, figuriamoci.

In cucina c'è una colonia di formiche. Le schiaccio disordinatamente, le elimino senza stare a pensarci. È così che veniamo schiacciati, senza che qualcuno ci pensi realmente, senza decisioni, senza norme che abbiano un valore. Si resta schiacciati per leggi di grandi numeri, per l'alternanza della casualità, e perché il potere, qualsiasi forma di potere, nasce in palazzi lussuosi dove ogni immagine votiva è solo una foto della piccolezza dell'anima.

Non ci resta che venirci in bocca da soli e poi dire che è buono, che è dolce, che ha il sapore dell'infanzia e della verità. Tutte menzogne. L'importante è saperlo.

Luca De Pasquale, 17 luglio 2014

19/03/15

Smalto rosso intimo falso

Morphine "I'm free" (Mark Sandman)

Smalto rosso sul bancone del bar.
Decine di stupidi cazzi che iniziano a pensare, a fantasticare. Ho un vento sporco dietro le spalle. Fatto di polvere, di cose andate a male, di vortici e di bottiglie da collezione, i cocci della memoria.
Smalto rosso che afferra una tazzina, profumo, capelli, noia. Movimento di cazzi attorno. Di stupidi cazzi dotati di scheda elettorale, ipod e tatuaggio cinese. Stupidi cazzi che fanno i test su facebook per arrivare ad un sorriso, o ad una fica che somigli ad un sorriso.
Con la mia faccia e le mie rughe, affronto tutto questo delirio per lo smalto rosso, per una contrazione della pancia, dei testicoli, del cuore ridicolizzato di noi uomini. Le mie rughe. Piccoli crepacci pieni di polvere e di parole, dove gli esploratori non sono i benvenuti e le presenze fatali sono delle ospitate a cottimo.
Festa del papà. Festa di S. Giuseppe. Zeppole. Sms. Smalto rosso. Pantaloni gonfi, il forcaiolo con il pizzetto che parla del ministro corrotto, la vecchia mascherona che parla dell'isola dei famosi e che cerca di farsi guardare, le piace eccitare gli uomini giovani, pensare che un suo sguardo va in pari con un cazzo che si indurisce.
Vento sporco dietro le spalle. Vento sporco. Traditore. Vento vigliacco, che porta petali finti, poesie scadute e mai lette, veglie, lutti e complimenti mai voluti.
Realtà che si divora da sola, minuto dopo minuto, passatempo dopo passatempo, bugia dopo bugia. Piacersi, missione suicida. Perdita di tempo.
Piacere agli altri. Compromesso. Mano sul cuore a giurare su una patria che non esiste, la terra promessa della spinta all'altro, della mano tesa, del cicchetto con gli amici per dimenticare la codardia, l'inconsistenza, i continui tradimenti.
Smalto rosso, votazione per alzata di cazzo. Paese democratico.
Vota il mio cervello, vota la mia anima, vota il mio lavoro, vota il mio cazzo che invecchia, vota la mia gentilezza, vota la mia profondità di pensiero. Votami, fammi sentire utile, sembrano chiedere in molti.
Poi c'è il gioco di quelli che si sentono fraintesi e traditi.
Che rompono solo i coglioni, con tutta questa agitazione. Nessuno li capisce, anche se loro cercano il mondo, cercano di far quadrare il cerchio drogato del mondo.
Cercare il mondo è una frase insensata alla fine di un test su facebook.
Cercare il mondo è una scopata finita troppo presto, serve consolarsi, rosolarsi per bene sotto il sole della gentilezza.

Le mani smaltate pagano ed escono dal bar. Delusione di diciotto cazzi con la fede al dito e dio legato dietro la cintura, come un qualsiasi telefono.
Il vento mi è entrato sotto la camicia, è prurito, smania, tutte le mie imperfezioni che si eccitano, tutti i miei disegni che diventano demoni e che rinunciano persino ad inseguirsi su carta. Nel mio cuore c'è un sax ammalato che si arrampica su un basso slabbrato, infestato, come nei dischi dei Morphine. Con quella voce che recita stanca e profonda e non canta, che non si mette a intonare noiose canzoni sempreverdi in trasmissioni di merda su Rai Uno.
In questo bar di provincia c'è puzza di compassione e di sesso che non si compie efficacemente, c'è un odore equivoco di bontà forzato e di desideri che si limitano a due botte masturbatorie prima di dormire. C'è una disperazione che sa solo dormire e per questo fa ancora più schifo.
In posti come questo dovresti entrare, tutto ben vestito, tu signorotto di città di buona famiglia, dire “buongiorno a tutti, amici miei” e poi spararti in bocca.
Perché tutta questa intimità simulata è offensiva, è pretestuosa, è solo tolleranza con le cimici, non serve ad un cazzo, non ci guadagni il paradiso. Pulci, pidocchi, sanguisughe e gente che applaude dopo una comunione, dopo un matrimonio, gente che sbrodola sugo di lasagna dopo un funerale.
Il vento mi ha preso il collo, mi carezza e mi soffia sulle labbra come una puttana perfetta, mi invita alla solita sessione di musica e pensieri ordinati, ma io perdo il conto. Perdo il conto di tutto, di qualsiasi cosa, e questo mi piace.

“Arrivederci”, dico, esco. Saluto questi uomini, tutti presi dall'eco dello smalto rosso, uomini che stasera cacceranno fuori l'uccello davanti alla moglie, dopo mesi e mesi di partite, emicranie, calcoli renali e finte preghiere. Tutto in onore dello smalto rosso. Intimo falso per sogni consentiti.
Ritrovo il vento di faccia, sono scintille calde che mi fanno sentire osceno e provvisorio più del solito, staccato, slegato, un sax a picco sul mare che crede di affrontare il cielo soffiando piccoli temporali senza previsioni annesse.
Mi sento bene. Per come sono fatto io, sto benissimo quando mi prendono giornate così.

Smalto rosso su vecchi palazzi e auto parcheggiate male, e i momenti che non chiedono di essere altro.

17/03/15

Andare oltre: intervista a Stefano Gallone


Non sono molte le persone con le quali si può parlare un po' di tutto, senza per questo cadere (e scadere) in quella che mi piace definire “tuttologia da vaniloquio”. Stefano Gallone, grazie al suo muoversi tra più discipline e arti e ad una curiosità instancabile, è tra questi rari esemplari.
Proprio il suo entusiasmo e la sua passione mi spingono a non introdurre lungamente questa bella e coinvolgente digressione su letteratura, cinema, musica (“fatta” e sentita), prospettive culturali e molto altro.
Tra le tante cose interessanti dette qui da Stefano, mi fa particolarmente piacere segnalare il comune amore per il grunge e la preziosissima citazione dei God Machine, band maledetta e disgustosamente ignorata da molti “tuttologi emozionali”. Con il senso di questa citazione amara e appassionante vi lascio alla nostra intervista. Buona lettura.

LDP: Stefano, partiamo in modo tradizionale: dai tuoi inizi. Tu ami letteratura, musica, cinema e molto altro; a quali arti ti sei avvicinato prima e in che modo?

SG: Musica, cinema e letteratura sono sempre stati il mio pane quotidiano fin dall’età adolescenziale o forse anche prima, sia in qualità di semplice ma più attento e curioso appassionato che in veste di ipotetico creatore desideroso di sperimentare le sensazioni provate in quegli istanti con le proprie stesse mani. Certo, ai tempi della scuola ancora non immaginavo di laurearmi in una di quelle materie – il Cinema – ma la fascinazione artistica è sempre stata nell’aria fin da quando con il mio compagno di banco aspettavamo con ansia l’estate per avere tutto il tempo necessario a rinchiuderci in casa giorni interi con tre strumenti e un computer a portata di mano.
È stata proprio la musica, infatti, a ritrovarsi, diciamo, disturbata per prima dal sottoscritto. Da bambino ho studiato pianoforte e la cosa, anche se non ha generato frutti particolari – voglio dire, non sono mai stato un pianista – mi ha aperto orizzonti molto vasti donandomi anche una certa capacità nel capire le modalità secondo le quali un determinato artista faceva certe scelte al posto di altre. Poi credo sia venuto il cinema per colpa di mio zio che, in mancanza di una figura paterna fin dalla tenerissima età, si occupava di me portandomi spesso nell’allora unica sala avellinese a vedere cartoni ma anche film di tutt’altro genere, oltre a tenermi con sé quando lui – collezionista di vinile e enorme conoscitore di ogni sfaccettatura musicale – passava in rassegna i suoi ascolti. Infine, ma non così tardi, è arrivata una profonda passione per la letteratura per “colpa” di una professoressa di scuole superiori molto severa ma estremamente abile nel farti riflettere a fondo su un concetto, un’idea o anche solo un semplice pensiero emergente dalla freddezza dei testi didattici. Dalla commistione di amori letterari e cinematografici, credo sia poi sbucata una certa fascinazione per i linguaggi visivi.

LDP: Questo è uno strano paese. Tutti scrivono. Quando ho iniziato io, non era così. C'era ancora una sorta di timidezza e di riserbo rispetto al cimentarsi liberamente con materie delle quali non si padroneggiavano buona parte degli strumenti. Oggi quel contegno è scomparso, tutti provano tutto, tutti pensano di essere originali, diversi e appassionanti. Tutti sono critici musicali, sceneggiatori, poeti, tutti hanno la ricetta giusta per i racconti brevi o per i romanzi/mattone di respiro mittleuropeo. Cos'è, pazzia collettiva? Cos'è, lo spirito di provarci comunque? Non pensi che stia scomparendo -pericolosamente- il confine tra dilettantismo e specializzazione, tra tentativo e passione?

SG: Il nostro è un paese molto strano, certo. Navighiamo continuamente tra inettitudine complessiva e sopravvivenza eterna di bellezza e splendore, e vi ondeggiamo sopra talmente tanto da farci venire il mal di senso. Essendo cresciuto anagraficamente a cavallo tra il declino dell’era analogica e l’inizio di quella digitale, capisco perfettamente e vivo in pieno l’erronea interpretazione utilitaristica che ad essa si è data. Il “tutti-siamo-tutto” della nostra epoca attuale nuoce gravemente alle legittime realtà che si ritrovano completamente sommerse da interi universi di individui con, tra i principali scopi – spesso anche inconsapevolmente – , quello di mettere in risalto il proprio Io in ogni attimo della giornata e non sempre in maniera utile a qualcosa, scambiando per passione ciò che, in verità, è soltanto terrore di isolamento. È una condizione pericolosissima laddove poi, un simile (non)pensar comune manipola e genera (non)gusti ed estreme semplificazioni in tutto, dai periodi lessicali alla più sciocca mancanza di volontà nell’alzare un dito per scorrere una pagina web e finire di leggere uno scritto o ascoltare un brano (per non parlare di certi risvolti politici). Malgrado un individuo non possa essere definito scrittore o musicista solo dalla presenza o meno di una sua opera su uno scaffale, tutto questo marasma di contenuti inesistenti abbassa tragicamente l’asticella del comune senso dell’intendere il pensiero.
L’aspetto, forse, ancora più atroce di questa situazione arriva a manifestarsi quando tutto questo mal di dio intacca ambiti professionali di ben più indispensabile quotidianità come, ovviamente, il giornalismo intero, non solo il suo ambito artisticamente critico (sul quale ci sarebbe da fare tutto un discorso a parte ma, in merito, ho scritto già abbastanza altrove). E allora nasce gente specializzata in bufale colossali o scritti assolutamente inutili che, però, attirano “click” (perché tutto dipende sempre dalle persone, chiunque e ovunque esse siano) e portano migliaia di visite a una non-testata online aperta, magari, apposta per rubare qualche spicciolo ai motori di ricerca e a chi fa informazione e cultura vera. Non credo si tratti di pazzia collettiva perché per fare questo si è davvero più lucidi e scaltri di quanto si possa immaginare. Penso solo che nell’era della comunicazione di massa assoluta ha prevalso l’arraffamento sull’utilità. La soluzione è una sola: la poesia non vende più? Bene: continuare a scrivere poesie fino alla fine dei giorni. Jaron Lanier apre “La dignità ai tempi di internet” scrivendo “Ciao, eroe”.

LDP: Nel tuo ultimo libro, “In un'espressione di niente”, parti da testi di canzoni (splendide) per costruire storie. Qual è in te il rapporto tra musica e scrittura? Sei d'accordo se ti dico che senza musica non è possibile scrivere?

SG: Assolutamente sì, sono indispensabili l’una per l’altra. Ma c’è molto di più. Quando hai qualcosa di concreto e importante da dire – nonché i mezzi cognitivi almeno sufficienti per farlo – e hai dimestichezza con entrambe le attività, puoi indirizzare ogni specifica idea verso una direzione o verso un’altra perché sono entrambe dei linguaggi che generano linguaggi a loro volta. Se credi di avere un’idea che secondo te è inesprimibile verbalmente perché si tratta di una percezione o di uno stato d’animo particolare, la musica – in ogni sua ramificazione – ti viene incontro e ti permette di creare qualcosa capace di conferire il tuo sentire interiore, provocando – all’ascoltatore più attento – percezioni simili alle tue attraverso l’uso dei suoni. Lo stesso vale per la scrittura se hai da dire qualcosa di necessariamente argomentativo per cui un brano musicale non può bastare. Per di più, la scrittura ha una biforcazione essenziale che si estende, da una parte, ad infinite possibilità narrative (per quella letteraria) e, dall’altra, all’organizzazione verbale di ciò che poi andrà a svolgere un ruolo percettivamente “musicale” nella creazione di immagini vere e proprie (per quanto concerne la scrittura cinematografica). È stata questa essenziale interpretazione delle tre arti menzionate a condurmi verso la stesura dei racconti di “In un’espressione di niente”, nati, per l’appunto, a seguito di sensazioni provate all’ascolto e al ricordo dell’impatto provocato in me da alcune canzoni. Da quelle percezioni sono, dunque, nati degli scritti con lo scopo di riversare in letteratura, fin dove possibile, il dato umano e spirituale di origine musicale.

LDP: A proposito di musica, scongiurando la mania delle liste e delle classifiche da isola degli sfigati, parlaci un po' delle tue devozioni. Perché mi piace usare questo termine, devozione, e non semplicemente “gusto”. Come credo converrai che a certi stadi di dipendenza è bene usare la trascurata parola “passione” piuttosto che “hobby”...

SG: Se mi consenti, a “devozione” aggiungerei “vocazione” per meglio sottolineare ciò che di più viscerale e ultraterreno ci lega al non essere mai stanchi di mettere alla prova cervello, occhi e orecchie in puro sentimento passionale, appunto. In ambito musicale, malgrado siano stati i Pearl Jam di “No Code” e “Yield”, nel 1997-1998, a svezzarmi su qualcosa di più serio, per me è stato cruciale il periodo che va dal 1999 al 2001 perché vide l’uscita di album come “Binaural” (manco a farlo apposta dei Pearl Jam), “The Fragile” dei Nine Inch Nails, “Lateralus” dei Tool, “Origin of symmetry” dei Muse e il binomio “Kid A” / “Amnesiac” di firma Radiohead. Sono tutti dischi che hanno influito su di me in maniera definitiva e seminale sprigionando un modo completamente diverso di pensare e porre in essere il dato musicale. Al di là delle nuove sonorità sperimentate in ambito rock da “Binaural”, soprattutto “The fragile”, oltre al dato narrativo apocalittico che mi ha sempre affascinato a livello umano, gode di una struttura talmente abile a miscelare hard rock ed elettronica da rasentare la perfezione pura. Basti da esempio la sola “Just like you immagined”: cinque sole note sul letto di incastri sonori a dir poco epocali. Fino ad arrivare alle sottrazioni più riflessive di “Leaving hope” da “Still” (il bonus disc dell’edizione limitata di “And all that could have been”, il live del tour di “The fragile”), ancora oggi sul podio dei miei brani preferiti in assoluto. Con “Lateralus” andai effettivamente su un altro pianeta proprio come l’elevazione spirituale trattata dall’opera voleva. Sia dal punto di vista emotivo che tecnico, un disco dei Tool non è mai soltanto un disco ma un’opera leggibile da svariati punti di vista, con tanto di messaggi in codice insiti in un interscambio ritmico o in una sequenza sillabica che segue la serie di Fibonacci. Coi Muse del secondo album mi resi conto che il concetto di “power trio” poteva subire ancora evoluzioni notevoli, mentre col binomio dei Radiohead capii che era possibile – e apprezzata – l’incursione della ambient music persino in contesti mainstream.

LDP: Abbiamo parlato spesso di negozi di dischi, possiamo dire di esserne innamorati. Ma non esistono più o, se esistono, non sono più negozi di dischi. Io sono integralista: il negozio di dischi deve essere tale. Si parla di musica, non di pizzette, non di cibo, di sesso e fitness. L'ultimo posto dove ho lavorato era un supermercato dove eri pagato per stare in divisa e dire stronzate alla gente, pur di vendere; per contrasto, oltre ai record store/stuzzicheria/fichetteria ci sono quelli old style che falliscono miseramente, attirando prevalentemente mitomani o dinosauri. Credi ci sia una via di uscita?

SG: Non è che non esistono più negozi veri: ne esistono di meno e alcuni si sono un po’ stancati di venire incontro al cliente per iniettargli curiosità dal momento che hanno percepito il progressivo scemare proprio di un elemento così importante, anzi fondamentale: la curiosità, appunto.
In un negozio di dischi, io, ci sono praticamente nato e cresciuto, sullo sfondo di una non-città come Avellino in cui è sempre stato estremamente difficile godere di possibilità culturali che non abbiano un’etichettatura o derivazione popolare o provinciale. Fu un negozio come Ananas & Bananas (l’attuale Camarillo Brillo Dischi) – gestito, manco a dirlo, proprio da amici stretti di mio zio, altri grandissimi collezionisti di vinile e conoscitori musicali – a salvare letteralmente la vita interiore, in pieno svezzamento post adolescenziale, a me come a tantissimi miei coetanei proprio alle soglie dell’epoca “liquida” (Bauman docet) in cui viviamo oggi grazie alla sua enorme capacità aggregativa di interscambio culturale. Senza aver vissuto quella esperienza, probabilmente starei anch’io ancora lì a ricoprire una posizione lavorativa anonima offerta dal politico di turno, avendo come “hobby” (qui il termine è azzeccato) l’auto presa a rate e lo Smartphone in comodato d’uso.
Ricordo bene Fnac al Vomero, ci venni due o tre volte a curiosare quando ancora non ci conoscevamo – anzi, credo anche di averti chiesto se “Child of the future” dei Motorpsycho era veramente uscito solo in vinile. Anche se lì era possibile trovare molto più di quanto offre solitamente un megastore, la filosofia da centro commerciale culturale lo ha letteralmente distrutto perché coniugare profitto e cultura (con l’idea perenne che vede il profitto essere tale solo se corrispondente a fonte di guadagno industriale) è quanto di più sbagliato possa esistere in ambito artistico. Intendiamoci: non sono contrario ai megastore, ma preferirei che l’idea di negozio semplice non venisse abbandonata del tutto proprio in luce di una salvaguardia anche interiore dell’individuo. Dicevo che alcuni negozianti si sono stancati dell’assenza di curiosità, ma se la curiosità, per larga parte, si è riversata sulle possibilità di risparmio economico offerte dalla rete, questo è anche a causa di un mancato ingegno commerciale. In mente mia – e l’ho scritto – il negozio ideale, al giorno d’oggi, potrebbe tornare ad essere tutore della curiosità utilizzando anche mp3 e e-book. Il motto è sempre lo stesso: dipende dalle persone, da una parte come dall’altra.

LDP: Parliamo di miti, eroi. Tutti noi ne abbiamo. Parliamo sempre d'arte, e principalmente di musica, cinema e scrittura. I tuoi? Sono stato molto felice di trovare gli Alice In Chains nel tuo libro... tutte le volte che si nomina Layne Staley (e Mark Sandman, e...) mi scuoto sempre un po'... parliamo di eroi, permettiamocelo pure. So che abbiamo in comune anche Pier Paolo Pasolini...

SG: Sì, anch’io ho varie figure di riferimento in tutti gli ambiti da noi esplorati, ma preferisco – tranne che per Pasolini e non solo per via del fatto che non è più in vita – non vedere la persona di riferimento come un dio o un eroe, ma assumerla come punto di riferimento tangibile e, nell’eventualità, consultabile in maniera anche diretta, ovviamente dove possibile. Ho detto “persona” non a caso, dunque, proprio perché – principalmente con gli “idoli” in vita, è ovvio – preferisco poter parlare con l’artista di mio interesse più che fare la fila come una docile capretta in attesa di un autografo o di una foto. In questo ho sempre cercato di sfruttare a mio favore l’essere giornalista, riuscendo ad intervistare personaggi da me apprezzati in maniera diversa da quanto richiesto dalla semplice formalità professionale. Conservo ancora tra le altre, ad esempio, un’intervista a Paolo Benvegnù e una con Pierpaolo Capovilla in cui emerge davvero tutto ciò che contraddistingue il tipo di essere umano che credevo estinto. Tra ciò che mi sarà ben più difficile raggiungere in questo senso, mi piacerebbe tanto parlare di chimica umano-musicale con Bent Saether dei Motorpsycho, del coraggio creativo di Demetrio Stratos con Mike Patton, di attualità sociologica e conseguente traduzione audiovisiva con Steven Wilson o – sarebbe davvero il massimo – di spiritualità auditiva col maestro Arvo Pärt.
Parlando puramente di idoli o, se vuoi, appunto, di eroi ma dal punto di vista del semplice seppur grande apprezzamento, certo, anche io ne ho diversi ma rimangono tali, cioè non entrano ad influenzare il mio modo di essere e la mia vita in senso generale. E allora sì, ci sono anche per me Layne Staley e Kurt Cobain come anche Eddie Vedder, Frank Zappa, John Coltrane, Bill Evans o Stanley Kubrick, Alfred Hitchcock, François Truffaut, Ingmar Bergman, Orson Welles, Béla Tarr, persino Bill Hicks, ti confesso. Tutte persone – prima ancora che artisti – dalle quali continuo a imparare tantissimo sotto vari aspetti e in vari modi.
Quanto a Pasolini, il discorso è molto complesso e richiederebbe una sede molto più specifica. Quando parliamo di Pasolini parliamo di un profeta. E un profeta non è altro se non colui che riesce a vedere le cose su un raggio ben più vasto rispetto alla comune dotazione intellettuale, sacrificando se stesso pur di dimostrare le proprie convinzioni. Leggere i suoi scritti e assorbire i suoi film, oggi, equivale a fronteggiare la vera Bibbia umana di cui abbiamo bisogno, per apprendere ciò che non abbiamo voluto accettare e porvi rimedio per andare avanti.

LDP: A proposito di Pasolini, ti confesso che il film di Ferrara, pur amando alla follia Defoe, non mi ha convinto. Proprio per niente. Tu l'hai visto? Vedendo certe realizzazioni, potremmo dire che ci manca tanto Marco Ferreri? Che ci manca anche chi riusciva ad unire armoniosamente poeticità e senso del grottesco?

SG: Non è che ci manca il grottesco di uno come Ferreri o, di più ancora, Elio Petri: a noi italiani manca proprio Pasolini. Sì, il film di Ferrara lo attendevo e sono andato in sala a vederlo appena uscito. Ti dirò che può risultare facilmente un film sbagliato se lo assorbi con sguardo biografico e documentaristico o comunque disincantato, mentre esprime tutta la sua valenza semantica – non senza sbavature – se lo vedi con occhio esploratore, non per forza analitico. Non è, cioè, un film su Pasolini ma un discorso che prende Pasolini come pilastro umano per spiegare come ciò che un uomo è – nella mente, nello spirito, nell’anima – rimarrebbe eterno se solo ci si sapesse rapportare in termini di interscambio di coscienza (questo, se vuoi, spiega anche un po’ il motivo del mio rapporto con gli idoli di cui ti parlavo prima). Proprio come urla l’ultima inquadratura soffermandosi sull’agenda con sopra appuntati gli impegni dei giorni successivi alla morte dell’uomo in carne e ossa, la morte – quella più terribile, cioè quella interiore – , se lo vogliamo, può non esistere.
Ovviamente, a testimoniare ulteriormente le mie pluridescritte tesi riguardanti i miei colleghi di settore, buona parte della critica italiana non ha capito un cazzo di niente e si è lasciata andare alle solite cianfrusaglie politiche. A proposito di morte vera, insomma.

LDP: Torniamo alla musica. In questi ultimi mesi sto massicciamente riascoltando, e mi piace quest'anacronismo, grunge e post grunge. Mi sembra strano (ma fino ad un certo punto) trovare questa musica ancora corposamente piena di senso, ancora disturbante rispetto all'appiattimento sociale. Come anche la scena indie, quella vera e meno annacquata, partendo dei primordi della SST Records, passando per la Sub Pop più “sincera”... che ne pensi?

SG: Guarda, tra le centinaia e centinaia di dischi in mio geloso possesso, tra compact disc e vinile, conservo una ristampa - cronologicamente mi era impossibile acquistare l'edizione originale se non in mercatini vari – della fatidica raccolta “Sub Pop 200” in cofanettino nero come la pece. Lì dentro c’è un vero e proprio manifesto della scena di Seattle che, nonostante io abbia sviluppato orizzonti anche molto eterogenei e divergenti, rimane comunque il mio primissimo approccio al rock duro. Tra Nirvana, Soundgarden, Green River, Pearl Jam, Mudhoney e Screaming Trees ci trovi praticamente le mie proteine soniche principali, talmente appassionate da farmi incuriosire anche di coniugazioni grunge britanniche come quelle di Peach e Bush. Sono perfettamente d’accordo con te: può essere anche roba datata, ma ci sarà pure un motivo se con “Ten”, “Vs”, “Badmotorfinger”, “Bleach”, “Superfuzz bigmuff” ma anche “Vitalogy” o “Jar of flies” riesco ad entusiasmarmi e, al contempo, a stimolare in maniera sempre splendidamente inedita le mie sensazioni e le mie motivazioni espressive. Al di là del gusto e della passione personale, buona parte di ciò che ora viene spacciato come nuovo rock o rock alternativo mi dice meno di niente, non per assenza di chissà quale distorsione, sia chiaro, ma per via di una sincerità espressiva e, soprattutto, esistenziale che non ho mai nemmeno lontanamente percepito in ciò che mi si propina da almeno cinque o sei anni a questa parte. Trovo insindacabilmente più passione e purezza nei deliri di John Zorn o nell’elettronica sperimentale di Thomas Köner, Susumu Yokota o Alva Noto. Magari è per questo che ho deciso di farla anche.

LDP: I tuoi progetti per il futuro. Cosa c'è in cantiere?

SG: Innanzitutto, con qualche lavoretto che ho la fortuna di avere sotto mano almeno per un po’, punto a mettere da parte qualche soldo in più rispetto agli spiccioli che posseggo ora per lasciare Roma e andare a vivere in santa pace con Elisabetta, la mia dolce metà, nel milanese. È una scelta dettata principalmente dal cuore – non potrebbe essere altrimenti – ma anche un po’ dalla realtà dei fatti: da quando ci vivo – ormai dieci anni – Roma si è incattivita più di quanto non lo fosse in precedenza. Non è pensabile che la culla della cultura e della storia italiana se ne lavi brillantemente le mani di tutto – dalla salvaguardia dei propri beni al loro progressivo sviluppo – e lasci chiunque a macerare in un nulla immobile e irreversibile che divora ogni semplicissimo spiraglio di propensione alla produzione di qualcosa di concreto, tanto nell’urbanistica quanto nell’Arte. La cosa è inaccettabile e il singolo, troppo spesso, non ha la possibilità di fare niente se anche il concetto di aggregazione è stato trasformato in sinonimo di provvigione per l’uno a discapito dei tanti. So bene che Milano non è affatto da meno ma non importa, voglio solo stare con Elisabetta e continuare a fare quello che ho sempre fatto.
In tal senso, dunque in ambito artistico, il progetto più concreto in cantiere per il 2015 è un nuovo album – il terzo – con gli Agate Rollings, che stiamo registrando proprio in questo periodo. Anche qua c’è da farsi una risata a denti stretti: mentre in Italia ci si rompe i coglioni di ascoltare un brano per dieci luridi secondi, altrove un’etichetta ci ha apprezzati e ci ha chiesto di provare a fare addirittura un album doppio di elettronica ambient che, in caso di apprezzamento produttivo, verrà pubblicato senza mezzi termini né limitazioni, a ben sperare. Vedremo. In Italia stiamo cercando di battere più che altro il territorio delle colonne sonore per audiovisivi e/o installazioni, specie dopo la bella esperienza per la web serie “Bunker” di Vittorio Gazzera.
A livello letterario, invece, forte del tentativo narrativo di “In un espressione di niente”, qualche mese fa ho iniziato a scrivere un romanzo seguendo uno degli stili in esso sperimentati. Alleggerirò di molto il tiro espressivo ma cercherò di mantenermi tra l’essenziale e il profondamente influente che tanto ammiro in autori – anche se diversissimi tra loro – come Nick Hornby e Raul Montanari.
Cinematograficamente parlando, invece, la profonda delusione che mi ha provocato una buona fetta di ambiente produttivo italiano, da tre o quattro anni a questa parte non mi fornisce l’energia e la serenità necessaria per scrivere nuove sceneggiature oltre un paio di lungometraggi e vari corti che se ne stanno buoni buoni a sonnecchiare nel cassetto. Perciò la mia attenzione si è riversata molto di più sulla critica anche maggiormente analitica, comunque votata allo scopo di valorizzare ciò che veramente dovrebbe sotterrare certe convinzioni nazional-popolari (per la cui tumulazione ho anche steso un Manifesto passato ovviamente inosservato a chi di dovere). Ma questo non vuol dire che non scriverò nuove sceneggiature (non dimentichiamoci il discorso sulle esigenze espressive e sui linguaggi necessari ad accoglierle).

LDP: Per chiudere, vuoi dare ai lettori di questo blog qualche consiglio su dischi, film e libri? Con una sola clausola: approffitando delle tue conoscenze, ti chiedo di dedicarti a ciò che è minore e nascosto, proprio in linea con la filosofia del blog stesso... e per ora è tutto, confidando in una seconda parte a breve e ringraziandoti per la tua gentilezza.

SG: Anche se, sostanzialmente, non proprio minore né nascosto, posso provare comunque a suggerire, per cominciare, l’ascolto del nuovo album di Steven Wilson “Hand.Cannot.Erase”. Sono sempre stato diffidente riguardo la carriera solista di Wilson amando smisuratamente i Porcupine Tree, ma questo nuovo lavoro ha veramente del buono e, soprattutto, tanto ma tanto senso narrativo nel parlare proprio di quella ansia di isolamento di cui parlavamo in precedenza. Di taglio più “underground”, tornando ai primi anni ’90 posso suggerire il recupero di band fondamentali per una vera concezione di rock alternativo come Fugazi e Unwound. “End hits”, per gli uni, e “New plastic ideas”, per gli altri, sono dischi di cui non si può fare a meno se si vuole esplorare il genere oltre i suoi mostri sacri. Tra alternative e grunge, poi, dello stesso periodo proporrei anche il recupero mnemonico di una band non meno imporante e influente di tante altre ben più note. Sto parlando dei God Machine di Robin Proper-Shepard, l’attuale leader dei Sophia. Sfortunati artefici di soli due dischi (“Scenes from the second storey” e “One last laugh in a place of dying” nel mezzo di tragiche malattie e derive esistenziali), sono artefici di opere notevolissime perché intrise tanto di durezza assordante quanto di aperture spaziali e melodiche capaci di costruire all’istante dimensioni altre.
Non meno notevoli, però, gli italiani Fluxus – che tu stesso hai passato in rassegna di recente qui sul blog – nello specifico di “Pura lana vergine”, uno dei miei primi approcci al post grunge più grezzo ma ragionato. Sempre qui in Italia, si parla tanto, poi, proprio di Pierpaolo Capovilla e del Teatro Degli Orrori, ma abbiate il coraggio di andare a farvi frustare dai primi tre dischi della loro band di origine, cioè l’esordio eponimo, “1000 doses of love” e “You kill me” degli One Dimensional Man, un trittico che è una rasoiata.
Cambiando genere e coordinate geografiche, citavo prima Susumu Yokota, un artista giapponese alquanto misterioso e riservato ma sinonimo di piacevole scoperta per il sottoscritto per tramite del mio socio in affari musicali Alessandro Sgarito. “Sakura” è un grandissimo disco di elettronica ambient non necessariamente occidentale, quindi anche densa di tutte le influenze del caso. Ulteriormente formativo per quello che faccio è stato, poi, “Quiet city” dei Pan American, specie per lo stupore del constatare un utilizzo stellare anche dei fiati o comunque degli strumenti tradizioni nel mezzo di arrangiamenti anche elettronici di matrice ambient; così come anche “Perdition city” degli Ulver, band che stimo enormemente per l’inossidabile coraggio compositivo, continua a insegnarmi moltissime cose in sede di arrangiamento. “Teimo”, “Permafrost” e “Nuuk” di Thomas Köner, poi, sono i pilastri su cui si regge la mia fascinazione speciale per la “dark ambient” nonché il mio continuo stupore nel constatare come i suoni ambientali possano essere rielaborati per la produzione di opere intere.
Nutrendo una forte fascinazione per la spazialità sonora e per l’ascensione spirituale che essa può garantire a chi la vuole davvero trovare, non potevo esimermi dall’andare a pescare qualcosa di proveniente dai maestri di una simile predisposizione. È per questo motivo che suggerisco col cuore in mano l’ascolto notturno, e in cuffie, di una composizione come “Alina” di Arvo Pärt (meglio se in associazione col film a cui ha fatto da incremento sonoro, ovvero il dimenticatissimo “Gerry” di Gus Van Sant), maestro supremo di minimalismo realmente sensato ed emotivamente indissolubile.
Potrei andare avanti all’infinito anche nel campo cinematografico (per il quale, almeno, mi preme incitare la visione della prima trilogia di Iñárritu e gli “apocalittici” “La quinta stagione” di Brosens e Woodworth e “Take shelter” di Jeff Nichols) e letterario tanta è la mia propensione alla diffusione umanistica della conoscenza che mi appartiene, ma faremmo veramente notte. Mi fermo qui per pietà del lettore e sono io a ringraziare infinitamente te per questa splendida chiacchierata.


Stefano Gallone nasce ad Avellino nel 1984.
Giornalista pubblicista, sceneggiatore, musicista, produttore e speaker radiofonico, laureato in Cinema presso l'università La Sapienza di Roma, vive e lavora nella capitale dove svolge il ruolo di critico musicale e cinematografico per il quotidiano online www.wakeupnews.eu e Lettera43. È anche stato collaboratore esterno per Il Mattino di Avellino.
Autore di diversi progetti musicali (in primis Agate Rollings, duo di elettronica ambient con Alessandro Sgarito) e cinematografici indipendenti, ha scritto anche il cortometraggio "C'era una volta il cinema" (regia di Marco e Riccardo Di Gerlando), premiato al Festival del Cinema Europeo di Campiglia Marittima, al Vart Festival Via dell'Arte di Trento, detentore di una menzione speciale al Genova Film Festival e trasmesso in rotazione da Coming Soon Television.
Ha all’attivo due pubblicazioni: una silloge poetica (“Epitaffio”, Il Filo, 2008) e un saggio critico (“Post Noir – Tra stile e necessità”, Galassia Arte, 2012). La terza è uscita a novembre: “In un’espressione di niente”, racconti basati su testi di canzoni.

Opera nel campo della critica musicale e cinematografica dal 2005, dal 2009 stabilmente per il quotidiano online Wake Up News (www.wakeupnews.eu), che ha contribuito a fondare e per il quale continua a scrivere recensioni e news con interviste per entrambi i settori. Dall'ottobre 2014 anche per Lettera43 con un blog, “39 steps” (http://www.lettera43.it/blog/39-steps). Ha svolto per WakeUpNews il ruolo di caposezione Musica e Cinema fino al settembre/ottobre 2013.
Ad inizio aprile ha creato una trasmissione radiofonica legata al giornale, WakeUpRadio (http://www.spreaker.com/user/wakeupnewsradio ; va in onda anche negli Stati Uniti tramite www.icnradio.com)
Per la pagina locale avellinese del quotidiano Il Mattino, ha intervistato Cesare Basile, Emidio Clementi, Negrita, Marta Sui Tubi, Marlene Kuntz e Paolo Benvegnù.
Ha esperienza anche nel campo della scrittura cinematografica (cortometraggi premiati come “C’era una volta il cinema”: http://www.youtube.com/watch?v=ru5pDddn9bQ - http://www.youtube.com/watch?v=hhPPFYPqvio e musicale (un progetto di elettronica ambient in duo con Alessandro Sgarito, denominato Agate Rollings: http://www.rockit.it/agaterollings; https://www.youtube.com/channel/UCVZnlavK6AJjeV-Xw1BDwlQ; http://agaterollings.bandcamp.com )