26/02/15

Il maglione giallo


Giornata tersa.
Parole in giro. Sempre troppe parole.
Una vecchia canzone mentre cerco la penombra. Mi rifugio. Escogito. Mi travesto. Mi fraintendo e mi distendo a metà strada tra penombra e carta da musica che manda le prime scintille.
Irrequietezza. In dosi spropositate, non gestibili. Mi sistemo in un posto, mi dico di stare buono e tranquillo, ma quando cerco di ritrovarmi sono finito altrove e neanche so perché.

Ho addosso un pullover giallo che mi fa risultare pallido e disordinato nei movimenti. Immaginavo diversamente l'armonia. Ma non voglio cambiare pullover, perché questo non ha odore ed è esattamente quel che cerco.

Apro cassetti, armadi, scompartimenti, scatole, libri, fendo i fogli dove scrivo, dove scrivo a qualsiasi ora e in qualsiasi condizione, apro connessioni che tra loro si detestano. Il sangue dentro, lo sento scorrere, mantenermi in vita, ma la sensazione è quella di una palude diventata liquida dopo una carica di dinamite. La vecchia canzone, la sento più volte ma non mi soddisfa completamente. Mi sembra che non penetri fino in fondo, che non sia bisturi, che non sia aderente del tutto a me, al mio maglione giallo.
Questa canzone mi sta tradendo, mi sta tradendo di brutto. L'ho voluta io, ma lei suona e ondeggia per qualcun altro, qualcuno che non vedo, qualcuno che non ha accesso alle mie frontiere. Forme di cecità e di conservazione.

Cerco un filo tra me con il maglione giallo e una porzione consistente, fin troppo abbondante, del passato. Trovo polvere, marchingegni, ancora parole, ricordi conservati nei libri come petali essiccati, trovo pasticche di naftalina negli armadi. Ma niente fili.
Non trovo più la sceneggiatura di “Ultimo tango a Parigi” che comprai a Portalba qualche anno fa, in un periodo che nemmeno mi riconoscevo la mattina e cazzo, sì, mi piaceva pensare di essere Paul. In quel periodo avevo, come il protagonista del film, un'aria un po' da reduce, tutto raggrumato e vergognoso in silenzi senza fascino, gesti inconsapevoli, ricordo bene che non ricambiavo niente. Sguardi, attenzioni, auguri, curiosità, illazioni, raccomandazioni, gentilezze.
All'epoca non possedevo questo maglione giallo che mi si è incollato addosso, come un sole scambiato disegnato da un bambino per riempire qualche minuto di indecisione.
Tutte le volte che penso a “Ultimo tango” finisco per associare Gato Barbieri, facilmente. Giustamente. Trovo il disco. Lo metto su.
Il sax di Gato è indimenticabile quanto la faccia di Marlon Brando per tutto il film. Altro che la scena del burro, il turbamento più indecente è il dolore, il rischio senza calcoli negli occhi di Brando. So bene che quel film mi rimarrà addosso per tutta la vita, un grido di libertà e di morte che ebbe l'effetto di raschiare il mio cuore all'improvviso e polverizzarmi, adolescente inconsapevole e romantico più per fantasia che per urgenza.

Foto, parole, foto, parole, foto, parole. Tutto troppo. Dappertutto.
Parole che annaspano e diventano spiegazioni, che è uno dei lati più deludenti della vita. Non bisognerebbe spiegare niente. A nessuno. Mai. Puro istinto. E tutti i sogni in fila indiana, nel mezzo della tensione tra arco e freccia. Tutto qui.
Muscoli. Movimento. Sperpero. Sperpero continuo e sogno che non si riconosce.
Mi tolgo il maglione, cerco acqua, getto violento che non sappia rivelarmi l'ora, il tempo fuori, che sia apnea e nebbia per le troppe spiegazioni.


LdP, 26/2/'15

25/02/15

Partire di notte


Quale mondo giaccia al di là di questo mare non so, ma ogni mare ha un’altra riva, e arriverò.
Cesare Pavese

Il rivenditore dei folletto o degli aspiratutto è decisamente uno stronzo ottuso. Prima citofona, lo mando alle risaie. Poi sale trafelato le scale e ripete la pappardella dietro la porta inesorabilmente chiusa. Mi tratta come una svampita beghina, gli suggerisco di far partire il folletto per il suo buco di culo.
Non compro folletti, scope e panni miracolosi del cazzo. Non li compro.
Non compro amicizia al buio. Al buio non ho mai comprato neanche l'amore.
Non amo neanche le trattative. Tutto subito oppure no. Oppure memoria sabotata.
Il venditore scende meno velocemente di come è salito, richiude il portoncino. Si sente un cane abbaiare. Qualcuno continua con il suo fai da te noioso. Non si decide a diluviare, non si decide a fare tempesta per me, per noi, per tutti.

Se scende in politica, se scende nel merdaio, credo voterò Landini. Ci penso e poi mi passa di mente. Cerco di scrivere ma c'è quello che vive sotto che litiga con la sua amante mancata al telefono, rischiando l'infarto. La consapevolezza è che ci sono delle conversazioni rischiose lasciate in sospeso, evitate, scongiurate. Se parlassi, se parlassi per davvero, molte cose scomparirebbero dalla vista. Più persone che cose. Più ricordi che possibilità. Se parlassi come vorrei, non sarei l'uomo che sono.
Se fossi un musicista, penso che abbraccerei il mio strumento, quale fosse la sua forma, se corpo di donna o cannocchiale, e aspetterei di addormentarmi. Senza chiedere una sola stilla di acqua nuova al cielo immobile, abbracciato allo strumento, declinato, solo e attento alle differenti posizioni della luce lunare.

Mi bruciano le labbra. Ma non ho baciato. Tanto meno pregato. Ho preso solo un po' di pioggia, stamattina. Non ricordo altro.
Quella coppia che era con me dal medico in sala d'attesa, li ho immaginati fare sesso e mi è sembrato di creare un fumetto con dei vermi che si accoppiavano, bavosi, striscianti, patetici, senza urgenza di morire, di bruciarsi. Non riesco a pensare all'amore senza la smania controversa della fine e del tempo che si consuma.
Riuscire ad amare, mi dico da anni, significa accettare che non hai molto tempo, che costruire solide apparenze non significa riuscire, riuscire ad amare comporta che lo devi sapere, di non essere nessuno.
Di non essere il cazzo di nessuno, solo un tizio. Un tizio. Un tizio senza cappello, figlio di una pioggia breve, di una lettera tornata indietro, di un angelo qualsiasi in retromarcia.
Come sono ampollosi quelli che parlano di felicità, agognata o goduta. Quanto mi stanno sul cazzo e quanto sono tediose le loro confessioni.

Scrivendo questa roba, forse mi esercito a fare schifo sul serio. Penso: uno che cerca di essere uomo altri non è che uno scherzo in vena di fare sul serio. Mi piace pensare questo e non angosciarmi con la statura dell'anima e altre usanze del buon pensiero, della feconda riflessione.
La coppia del medico. Mi facevano vomitare. Tutti quei baci a fior di labbra e quell'entusiasmo malato, finto religioso, quell'euforia già stanca, quella fusione senza lotta, senza spigoli, senza ferite, senza un domani che possa prevedere demoni e non solo paradisi dalle porte cigolanti.

Ogni complimento che arriva, contiene mezza offesa.
La gente non sa fare i complimenti. Del resto, ottenerli è un fatto piuttosto viscido.
Ogni complimento sembra contenere un tacito rimprovero per la parte non riempita della persona, ogni attestato di stima e simpatia sembra nascondere una riserva che finisce nel pozzetto della carità e della delicatezza, due notorie puttane.
Ci sono state persone in famiglia, mio padre, mio nonno, che purtroppo sembravano sensibili ai complimenti. Questo, in certe occasioni, ha offuscato la loro capacità di giudizio.
A molti i complimenti piacciono troppo. A molti uomini piace sentirsi dire che il loro cazzo è bello, che lo sanno usare, che hanno toccato i punti giusti, che sanno far godere sul serio, altro che chi li ha preceduti. A molti piace sentirsi dire che scrivono o parlano bene, forbitamente, che sono bravi nel loro lavoro, al quale sono attaccati come ostriche o peggio come malattie veneree. Uomini clamidia. Uomini candida, con l'anima a pois a sostituire l'uccello, che invece cercano di tenere pulito per le loro amabili prede. Loro, i maschilisti gentili, i pezzi di merda che ti portano nel locale e ti aprono lo sportello, loro, arretrati e medievali seduttori, figli di mammà, figli del ragù, fratellini del mediometraggio del cazzo in funzione e niente più. Neanche in preda ai dubbi per piacere a Dio o chi per lui.

Amami, amami per quello che sono”
È una frase che viene rivolta ad un'altra persona, ma la si pronuncia guardandosi allo specchio.
Amami per quello che so di essere, ti chiedono.
Cerca di amarmi dicendomi quello che mi è mancato negli anni, nei giorni difficili, in delusioni in fondo mai invecchiate. Dimostrami che sai guardarmi come vorrei, come ho sempre desiderato, come mi è stato negato da chi volevo prima di te. L'amore è sempre questione di conseguenze, il più delle volte è convalescenza spacciata per religione.
In certe occasioni mi sono sentito amato solo perché sembrava chiaro che fossi stato perdonato per gli errori o per quello che avevo mancato. Sembrava amore, erano invece momenti di tregua e niente più.

Il medico mi fa degli strani discorsi sulla vecchiaia. Ho voglia di fumare. Mi dice che il ciclone “Hooligan” sta facendo ammalare molte persone, alcune delle quali a rischio, come anziani e bambini. Ho voglia di fumare. La coppia mi ha dato la nausea e ho voglia di fumare. Mentre il medico parla, penso che è bello partire di notte, partire con la nave. Quando l'ho fatto, è stato bello ed è stato nuovo. Bijoutterie.

È una vita che non faccio altro che partire, e tornare dopo un tempo non calcolato con dei pezzi in meno. Con nuove armature giocattolo ed una cartolina falsa da girare ai chiacchieroni.
Mi piace partire di notte. Sento il senso del cambiamento, la scena che scompare senza troppi tecnici ad imbastire la nuova. Mi piace partire di notte e sentirmi più giovane quando non riesco a capire la direzione del vento. Mi piace non dare per scontato che sono intelligente e sensibile. Sono stato un cretino tutte le volte che i momenti somigliavano a degli esami.
Partire di notte sarebbe l'atto più ribelle e meraviglioso della vita, se non comportasse la crudeltà di lasciare quel che si è fatto, i sorrisi, i movimenti spontanei, persino le nostalgie. Partire di notte, quanto ci fantasticavo da piccolo. Da piccolo sognavo di cancellarmi il nome e diventare un uomo-ombra. In parte ci sono riuscito. La cosa si paga cara, perché gli equivoci diventano più frequenti dei pasti. E poi, l'ombra è spesso un'amante disordinata, un'assassina. Ti scompone, si insinua, ti bacia, è incesto, è vergogna che si fa coraggio e viceversa, sei tu che non ti riconosci, forse sei tu che piangi la velocità dei tuoi desideri e finisci per disprezzarti.
Partire mi è necessario, davvero necessario, per fugare le certezze, per non sentirmi parte precisa ed utile di un disegno che non ho mai accettato per intero.
Partire di notte, credendo che un suono possa bastare a lungo, credendo che la semplicità serva a tenere nelle retrovie il male possibile delle proprie esigenze, credendo che una promessa, una sola promessa a voce bassa possa debellare tutta la crudeltà provata quando si è deciso di non guardare per davvero il piccolo sentiero della pace impossibile.

LdP, 25 febbraio

23/02/15

Vento adulto


Sono uno di quelli che ha perso il posto a quarant'anni. Uno dei tanti italiani e cittadini del mondo ad aver perso “la sicurezza” relativamente all'improvviso.
Io, che in fondo le sicurezze non le ho mai volute. Io, che le comodità e il benessere mi sono sempre apparse come brutte parole svuotate di senso.
Sono uno di quegli ibridi, come altri milioni di individui, che si muovono in territori forse più legati alla mente, all'intelletto, che al graffio reale, all'applicazione fruttuosa della vita e delle sue funzioni.
Sono uno di quelli che prometteva bene e che non si capisce se abbia in realtà mantenuto o meno quel che si intravedeva dai primi anni. Secondo le leggi vigenti, teoricamente dovrei vergognarmi del seminato dispersivo e del raccolto oggettivamente non troppo soddisfacente.
Dovrei essere triste. Arreso, forse. Disilluso. Rancoroso, verde come un limone, probabilmente scortese, di sicuro qualcosa di simile ad un pezzo di merda con il fiato di fiele e le spalle piegate.
Oppure, dovrei essere semplicemente consapevole di poter almeno esibire un bel paio di spalle larghe, compiacermene, regolare l'orologio della carità su questa immagine definita, uno che la sfortuna la affronta, ci ingaggia una colluttazione e si incaponisce a non perdere l'anima. Non troppo, almeno.
Ma non ho di queste sicurezze, io.
Proprio non ce la faccio, con la manutenzione delle sicurezze più gettonate. Se proprio devo esibirmi, preferisco farlo in privato, e se sono costretto al pubblico, allora è probabile che farò la cosa sbagliata con addosso una faccia di orsacchiotto ben educato. Colpa dell'educazione ricevuta, dell'ambiente raffinato e un po' decadente dove ho assistito alle mie trasformazioni, da sopravvissuto a ragazzino, da adolescente insopportabile a mezzo uomo in stato perpetuo di maremoto, fino ad ora, un quaderno che si aggira per il mondo con una pagina scritta e due no, e che non utilizza mai la stessa penna.

La maggior parte delle persone che mi è capitato di incontrare nella mia vita lavorano, amano, viaggiano, praticano l'arte con una sorta di inerziale arroganza. Molto spesso mi sfuggono i meriti, e certamente mi sfugge il loro sogno. Mi sfugge e questo mi rende furioso. Sembra sempre che tutto sia stato annunciato da tempo, e che i cambi di programma rientrassero comunque nel disegno, nella pretattica, nel gioco delle parti. Sono poche le persone che mi sorprendono. Che seducono la mia curiosità, e che soprattutto lasciano traccia. Mi annoio facilmente. Mi allontano con ancora più professionalità, cercando di non essere troppo stronzo, non foss'altro perché ci manca solo la coscienza a rompere i coglioni e la frittata è definitivamente indigesta.
Il soggetto più bersagliato dalla noia sono io stesso. Sono implacabile con me stesso. Non mi perdono niente. Mi stupro continuamente. Mi travesto e poi mi sputtano. Mi pavoneggio allo specchio e poi appicco il fuoco, non risparmiando nemmeno l'ombra, se riesco a vederla.
Detesto le mie ossessioni, i miei tic, le mie debolezze, e il senso del ridicolo mi perseguita qualora mi venga in mente di brillare agli occhi di qualcuno. Di colpire. Di sedurre. Di penetrare, di infestare, di schizzare vita sulla vita.
Io preferisco il vento. Continuo a preferirlo da sempre. Non resta mai, ma lascia i brividi addosso. O i ricordi. O entrambi. E nel vento c'è sempre un po' di musica, anche se magari si tratta di un'invenzione, una suggestione codificata per comodità di sogno.

L'ambiente circostante mi chiede di apparire umile, di quell'umiltà plastificata che significa ben altro, significa SCONFITTA.
Bene, vaffanculo.
I requisiti richiesti in queste fasi della vita sono chiari, umiltà con il curriculum a sostituire la pochette, fatalismo condito da un sorriso amaro, capacità di reinventarsi per finta, per costrizione; non solo, a corredo di questo bisogna anche simulare il rinnovamento, il cambiamento, la piazza pulita, la distruzione del mostro di cemento a favore di un nuovo, piccolo spazio verde dove struggersi per il tempo che resta.
Di nuovo vaffanculo.
A me piacciono i piccoli appartamenti, non rimessi a nuovo, dove le poche finestre -se non l'unica- sembrano quasi degli scherzi, piccoli scherzi per evitare la sensazione della prigionia. Da quelle finestre giocattolo il vento, però, passa lo stesso. E qualche brivido finisce per possederti sempre.
Mi piacciono le giornate plumbee, in cui risaltano macchie di colore altrimenti trascurate, gli ombrelli dei bambini, le auto ferme, i palazzi in lontananza, le scarpe bagnate a metà, i capelli inumiditi che assumono un'altra forma e che si inventano uno di quegli odori irripetibili.
Mi piacciono anche le persone malinconiche che non rompono i coglioni. Che non discettano. Che non predicono. Che non vietano. Che non predicano. Che non ci tengono a spiegarti come sei. Che non parlano in prima persona di come preferiscono apparire. Che non dividono il mondo e gli altri in risultati e fallimenti, in vicinanze ed inutilità.

Ho evidenti problemi con la grande maggioranza di quel che vedo, che sento e che sono costretto a vivermi. Problemi di inappartenenza, che in fondo hanno un loro risvolto positivo.
Mi sfugge il senso, ma mi sfugge di brutto, di tanti legami, di tante associazioni di atti, di propositi, di idee. Mi sfugge il senso, se mai ne ha avuto, dell'atteggiamento persecutorio e misticheggiante con il quale si affronta il bisogno di felicità e di assestamento. Questo accanimento ridondante, cieco, verso tutto quello che potrebbe “migliorare le cose” mi sbatte al muro con addosso un senso di repulsione e di condanna.
Ci sono giorni che lo so, che sono uno spaventapasseri. E che in nome di questa conquista, spaventare l'aria e forse anche il vento ma intanto non morire, penso a me come ad uno spaventapasseri da incendiare nei campi, curioso dell'odore che scaturirà, di quella sensazione di scialo ed errore, peccato e ingiustizia, che accompagna buona parte dei cambi di scena.
Mi piace cambiare scena. In testa e quando vago per i belvedere della notte con la sigaretta accesa e la memoria azzerata.
Sono irrecuperabile e lo so, persevero con la smania del vento e con l'adorazione della tempesta. Non ho il senso della guarigione nel cuore, semmai del vagabondaggio.
Se mi accetto, se accetto le cose, le bugie, le costrizioni, è solo per poco.
Per pochissimo.

Mi piace il vento. Mi piace sentirlo di notte. È la conferma che i colori continuano a muoversi, a sorprenderti anche tra più linee di silenzio disunite e incoerenti.
Mi piace la furia degli elementi che arriva a sabotare l'ordine precostituito delle tappe, e mi piace da impazzire il fuoco, che riesce ad adulterare l'odore che gli altri ti hanno attribuito per non perderti di vista.


LdP, 23 febbraio 2015

21/02/15

Musica e fiamme


Il caffè il sabato mattina.

Cornetti alla marmellata, la permanente, le sigarette sottili, il passeggio, il bancomat che ci impiega due ore per concederti un cinquantino, i buoni rapporti che devono restare buoni rapporti.

“I buoni rapporti”: sembra il titolo di uno di quei pessimi libri che dovrebbero essere letti tra fiocchi d'avena e depilazione genitale pre-scopata.

Il sabato si scopa, ma poi si dimentica. Il sabato godi come gli altri giorni, ma ci devi mettere qualcosa vicino. Che so, una bella serata tra amici. Una soddisfazione personale. Una foto carina accanto ad un piatto greco. Non basta godere. Godere passa. Devi vivere, e il godere ce lo devi infilare di lato, è una parentesi. Oggi anche le funzioni del cazzo le devi virgolettare.

Poi ti devi far riconoscere. E bene.

Devi sorridere.

Devi convincere.

E se pure ti capita di ammaliare, di interessare, non devi apparire pericoloso. O controverso. Devi essere leggibile. Presentare risultati, prima della tua aria, del tuo odore, dei tuoi gesti e dei tuoi sensi.

Devi saperti rappresentare.

Come un bambino che a comando riesce a disegnarsi per aiutare l'adulto di turno a farsi un'idea della personalità, delle propensioni, dei pensieri segreti.

Devi giocare bene. Anche sporco. Ma la scena dietro dev'essere pulita.

Dietro il fuoco, il benessere.

Dietro i sentimenti, la strada.

Dietro la violenza del sesso, la bellezza del viaggio. Altrimenti vaffanculo.



I miei passi in questa mattina seguono il battito denso della musica di Mark Kozelek e dei suoi Red House Painters. Sembrano un mezzo sogno e non mi è chiaro il percorso, la fine della strada. Sembra che io debba concedere qualcosa alle incognite, qualcosa di sostanziale: lo sguardo. Il pensiero del futuro è un cavallo selvaggio da domare, ma può darsi che il recinto sia un'invenzione momentanea.



Da un'auto fuoriesce la voce di Mario Biondi, c'è dentro una specie di amazzone che fuma e batte una mano sul volante mentre aspetta che il semaforo diventi verde. Inconsapevolmente, mi metto a cavalcioni del contrabbasso che sostiene il pezzo, ma di certo non ho niente in comune con questa donna e con la strada che percorrerà.

“L'unica linea è questo feeling / mi ammazzerà lo so”, canta il Mario nazionale, il pezzo ha una sua seduttività, riesce a schizzare brandelli di vita decente, mette in cantiere persino qualche emozione sincera.



Passa un tizio in Vespa che urla “Diego, Diegoooo”, come se Maradona non avesse mai abbandonato Napoli. C'è della frutta per terra, una sorta di natura morta squallida e insignificante, e nell'aria c'è una strana sensazione, come se innamorarsi fosse solo una connotazione dell'arte, una conseguenza di suggestioni ad incastro dalla durata evanescente.

Mi sono sbarbato perché mi sentivo disordinato dentro. Con la faccia pulita non ho ottenuto un cazzo. Sono un illuso ed un illusionista.



Ci sono troppe figure geometriche da considerare, in giro, e troppa musica. Troppi quadri. Troppi libri. Troppe strade. Troppe automobili ed un'infinità di comparse svogliate e mal pagate.

Di notte ti giri dalla parte sinistra e sogni troppo, dalla parte destra non ti addormenti e razionalizzi come uno stupido. Sdraiato sulla schiena non respiri e sulla pancia ti senti troppo bambino e troppo fragile. Alla fine non sai selezionare il sogno utile e ti lasci cullare dalla casualità di ricordi che si trasformano in depliant onirici già intaccati dalle fiamme.



E così, stamattina, mentre cammino e non scelgo davvero la musica, mentre mi dico che sono solo un uomo sotto l'aria che è diventata un tetto nuvoloso con angeli stilizzati e capricciosi, il respiro è di per sé una contraddizione e il fuoco lo sento nei polsi, tra le dita, proprio nel baricentro del corpo.

E non si capisce se è dolore o movimento, se è musica bene invecchiata o beffa, e se il nome che custodisco nel portafoglio ha un senso oppure è un'eredità involontaria da far diventare presto pioggia di coriandoli.

Quel che sia, inizio a fischiettare Mario Biondi e scompaio. Come piace a me.

18/02/15

House music, laghi giocattolo, orgasmi fraintesi


Parlo con una persona che mi si rivolge come se io fossi il Luca del 1997, del 2002 o anche del 2009. Molti amano parlarti come se tu fossi un'immagine ferma nel tempo e nello spazio, immutabile, con pregi e difetti cristallizzati.
Tu sei quello che fa uso estremo di tabacco. Okay.
Tu sei il turbolento sentimentale. È sempre carino avere un amico con problemi sentimentali: così si spettegola più facilmente.
Tu sei insofferente e intollerante, ma lo devi fare in modo divertente; mica mi sei diventato noioso?
Per il mio interlocutore, se nel 1994 mi piaceva una tale Giada, è chiaro che io ce l'abbia ancora nel cuore. Perché alla gente piacciono tanto gli amori impossibili. Si sentono vivi, quando masticano il platonico. È certamente meno compromettente che scopare e sbavare. E allora ti fanno le catenelle addosso: sei ancora innamorato di Giada?
Non so di chi cazzo stai parlando, rispondo, e quello a pensare che sono un tipo nervoso.
Per il mio interlocutore, io sto ancora a contare i peli pubici di Marcus Miller o del defunto Jaco Pastorius; e invece mi interrompe, con la sua maldestra telefonata, mentre mi sto facendo invadere da garage house, minimal e deep house. La musica house mi piace, quando non troppo commerciale, perché si accorda bene alla scrittura, crea i patterns, ti sbatte il culo e ti fa anche pensare, quando diventa descrittiva.
Mi piace l'house music, soprattutto quando è liquida e un po' ossessiva, per metà ti sembra di stare ancora nel ventre materno e per l'altra diventi quello che sei, senza schiaccianti orpelli, e cioé un pezzo di maschio invecchiato, stravaccato, avulso e scoordinato, incapace di acquistare dosi di morale al dispaccio vicino casa.
Il mio interlocutore mi racconta di gente della quale non me ne fotte nulla da decenni, mi racconta rovesci di fortuna a caso, e so bene che a me sarà riservato lo stesso trattamento nella sua prossima telefonata.
Sto al gioco, tanto dopo mi imbottisco di deep house nella penombra, fumando, ad occhi chiusi, senza un domani obbligatorio e senza sciocchi sogni che si mettono a suonare il pianoforte in abito da sposa.
Meglio muoversi a ritmo che sognare per procura e dare fiducia ai fantasmi.

Nel palazzo si danno un gran daffare per le nuove luci delle scale, per la raccolta differenziata, per smaltare le porte, per regolare i termosifoni e le caldaie. Assisto a tutto questo con un grosso senso di noia e se coinvolto me ne esco con espressioni facciali insondabili, un misto tra allegro disinteresse e ampollosa partecipazione a gettone. Sono un inquilino, la casa è del proprietario, capirai che cazzo mi frega delle ringhiere e delle sue luci stroboscopiche per infilare meglio la toppa.
Roba da plutocrati. Da multi-possessori di appartamenti, che fanno anche finta di non poter vivere di rendita. Capirai che cazzo mi frega, io sono un tipo da motel, da dormitorio, dove dormo è solo perché pago.
Il vicino vuole diventare George Benson. Sente musica diluita, chitarrismi morbidi, roba classy, un po' da ditalino, un po' da dichiarazione d'amore. Roba che mi stufa presto e male: lo lascio sfogare con i vari “ooooh baby I love your eyes on my skin” e svisatella di chitarrina, poi gliela faccio scontare con un'ora buona di cassa dritta e bassi digitali, house per inquilini che se ne fottono e che non scrivono per dichiarare amore in giro.

Questo mezzo tramonto invernale, beffardo e parziale, è un distillato di nostalgia maneggevole, ma ci credo poco. Nel parco c'è un bambino che gioca con un cane ed è in questi momenti che la vita sembra chiederti, quasi implorarti, di essere una persona per bene. O semplicemente tranquilla. Sembra suggerirti caldamente di non seguire l'inquietudine, la disposizione acclarata al fastidio, al rifiuto, all'errore. Il bambino gioca con il cane tenero e peloso e io sento, in qualche modo, di aver tradito tutto ciò che potevo essere in termini di ordine, di disciplina, di morale, persino di furbizia.
Ma è tardi ormai, e i vari tutor, ufficiali o meno, hanno fatto una brutta fine, defenestrati, corrotti, piantati alle stazioni o nelle camere da letto, sono stato crudele con loro e non provo sensi di colpa.
Quasi sempre mi è stato chiesto di essere quel che non ero, di interpretare qualcun altro, o magari di turare delle falle, di organizzare dei risarcimenti emozionali, di renderli reali e non fantasie maleodoranti prima del sonno.
Sono sempre stato consapevole che certe volte sono stato amato, se si può usare questo verbo, per traslato, per scomparizioni antecedenti, per aspettative stimolate, per uso e abuso di creme, di preghiere, di squallido erotismo cartaceo e romanzesco, per compensazioni mal interpretate e per cattivi consigli di messia di passaggio, i saggi burattini che perseguitano gli insicuri.
Sono stato amato perché comparivo dal nulla. Solo per questo.
Ma io ero il nulla: e come tale dovevo essere preso ed accettato.
Sono stato voluto, calcando la mano, perché potevo essere una svolta.
Ed io pensavo, ma che cazzo credi ingenua, io sono un abisso e non una scorciatoia. Mi piacerebbe essere una scorciatoia, riflettevo, ma ci ho messo una pietra sopra.

Un'altra persona cade nel tranello della sera con ansie comunicative: un'altra telefonata inutile. Stavolta, mi si chiedono pareri su dischi e libri, ma non è forse chiaro che mi sono rotto i coglioni di dare consigli. Li davo malvolentieri negli ultimi mesi del circo equestre al pubblico, figurati adesso. Non me la tiro, non mi piace fare il saccente nei negozi e nemmeno al telefono. Questo secondo telefonista, Memmo, è uno che però con me di scrittura non parla; perché per lui chi ha un blog non è uno scrittore. Sono scrittori solo quelli che presentano libri. Sono scrittori solo quelli che sono al centro dell'attenzione, foss'anche solo su Shitbook o Facefuck, o su “tuatter”, come dice lui.
Io tuatto, tu tuatti, egli tuatta... il simpatico Memmo, che ancora deve stabilire, a 48 anni, se gli piace più Pat Metheny o Miles Davis. Ma dico, cristo, procedi con un sorteggio: fai le palline e levati dai piedi.
Memmo vuole portare sua moglie a Paris, la dolce Paris. Me lo dice tre volte.
“Splendido”, gorgheggio.
“E tu dove andresti, ora?”
“Sul lago”
“Quale?”
“Uno qualsiasi, ma con poche case attorno”
“Sei sempre un po' decadente”
“Si dice”
“Che stai ascoltando?”
“Chillair, deep house, minimal techno, trip ambient, future jazz, electroswing, deep breakbeat, IDM downtempo”
“Fammi qualche esempio, non ne so niente di questa roba, a me piace la musica suonata”
“Sandro Giacobbe, Marco Armani, Fanigliulo, Marco Ferradini”
“Ahah, spiritoso sempre...”
Ma vai a farti inculare, che è sera. Sera ambigua, nostalgica. Adatta.

“È bello essere innamorati. Voglio condividere questa felicità, perché l'amore è il sogno”, scrive una trappista con le zeppe su Facefuck.
È bello provare anche l'orgasmo senza la marmellata attorno, mi verrebbe da commentare. È bello pure scopare contro le porte e perdere saliva nel momento cruciale, insomma fare schifo agli occhi di Cupido, è bello entrare e guardare gli occhi che si spalancano, è bello persino tossire dopo essere venuti, e poi lentamente morire senza che la gente ti rompa il cazzo con i complimenti garantiti.
È bello non far innamorare, distruggere i vasi di coccio, mandare all'aria intimi colloqui preventivi, fingere che il destino decida più dell'afflusso di sangue sotto i testicoli e della rabbia crocifissa nelle arterie. È bello essere fraintesi e permettere al vuoto di suonare in tua vece, di scrivere per pochi pazzi disposti ad innamorarsi solo del vento.
Senza un indizio, senza un compromesso, senza i fiori alla porta.

Conosco gente che vive nella chimera perpetua di risultare interessanti, colti, delicati, sensibili: l'immagine che ne esce è quella di un gigante di zucchero che si masturba in una stanza vuota, e che si viene in bocca da solo, come un incubo, come l'impotenza che si fa più umana.
Conosco la mia voglia di vivere, a volte mi fa schifo, a volte mi piace ma poi mi viene mal di testa. Conosco i pregiudizi, i miei e anche quelli degli altri. Conosco l'insonnia e le cattive idee della veglia. Conosco questi tramonti adulterati, fasulli, con un vento cinematografico che non è verità.
Conosco la mia grande debolezza e mi spaventa, quella ricerca metodica e implacabile del lago dove specchiarmi per riconoscermi la prima volta.

LdP, 18 febbraio 2015

16/02/15

Buio


A Mark Sandman

Mi sveglio in piena notte.
Il respiro è troppo poco. Le pareti sono troppo. Il cielo fuori è solo un'ipotesi. Non sono uno di quelli che vuole ritrovare il suo odore nel letto, vaffanculo al mio odore, quale sia.
Non fumare di notte, fa male”, mi dicevano i miei genitori da piccolo. Ma io di notte fumo più che di giorno. Perché mi sento meglio. Perché fatico a contenermi. Perché mi piace pensare, mi piace molto, che qualsiasi scelta compierò sono comunque fregato. Fregato come dico io. Fregato come cercavo. Fregato come dev'essere, liscio e blu sulla notte, inutilmente giovane per sempre, lontano da ogni sogno con il contachilometri.
Mi alzo, bevo senza avere sete, fumo, sono bello di notte e non serve a niente. Bello di notte per orologi fermi e gente che dorme, bello di notte per ogni distanza che si rispetti, per ogni confine che reclami vigilanza e razionalità.
Bello di notte. Sveglia elettronica quadrante azzurro. Posacenere stracolmo. Spalle doloranti senza motivo. Mani sulle labbra, ma sono già in silenzio. Il silenzio è sempre una protesta. È il mio ammutinamento all'ufficio di collocamento dei sogni. O delle emozioni. O di niente.
Maschio adulto. Fumatore. Fregato.
Maschio adulto. Armadi pieni di vecchi dolori oggi un po' ridicoli. Fregato.
Maschio adulto, carnagione chiara, apolide, capriccioso, a volte mi ricordo di essermi salvato, altre ricordo il fuoco, il fumo, il silenzio, lo sciopero emozionale, i conflitti, la continua rivolta, lo stancarsi per quel po' di ribellione utile da contrabbandare in giro.
Per quanto ne so, Dio potrebbe essere quel cucù che al buio nemmeno distinguo, incassato nel muro. Per quanto ho scoperto tempo fa, l'amore potrebbe essere principalmente non tradire. Ma non è così. Per quanto ne so, potrei smettere di scrivere oggi: per troppa luce, per caos, per senso del dovere verso la vita. Ma non mi va.
Per quanto ne so, chi si sente fregato è forse al riparo dalle possibili fregature. Ma non penso realmente sia possibile.
Non saprei dare una definizione di “lotta”. So solo che non l'ho mai interrotta. Perché altrimenti dormirei sempre. Non fumerei. Non scriverei. Non sarei così schifosamente severo con me stesso. E contraddittorio. E capriccioso. E smemorato quando sento che è il caso di annullarla, la memoria. E sciocco, quando mi guardo allo specchio. Bello di notte, ma con gli occhi bendati e le mani aggrappate a cordoni di fuga, diligente all'uscita, forse nudo, forse eccentrico. Di sicuro fregato.
Chiedere la pace e prenderla a calci. Interrompere la quieta riunione con i sorrisi larghi e spalancare la bocca per inghiottire la notte.
Ero bambino? E chi se ne frega. Ricordo fumo. Ricordo malinconia, e quasi basta. Ero un uomo promettente? E cosa promettevo, se non la disponibilità ad emozionarmi?
Ero ingenuo? Non credo, perché scalciavo. Ero vivo? Sì, perché riuscivo a respirare nonostante la barriera di ricordi che mi mettevano sotto gli occhi, quel gelato al dolore che sembrava così utile, celebrativo, inevitabile.

Fumo di notte. I miei dicevano che non si fa. Che fa male. Tante cose fanno male, questa non è la peggiore. Spesso, ho la sensazione che muoversi, spostarsi nella vita in dotazione, non sia altro che il rifiuto di ogni risultato appena conseguito. Per questo mi piace fumare di notte e non accontentarmi. Forse non addormentarmi. Per non perdere tempo. Per andare a fondo senza la paura della pesantezza, del disarmo, soprattutto delle contraddizioni.
Bello di notte. Bello inutile nel mezzo del deserto, mentre lo specchio, un po' nascosto, vomita ricordi zavorra e sogni scomodi sulla cerimonia della pazienza, sempre così imbalsamata e fiacca.
Mancano tre ore all'alba, almeno così credo, e mi sento così bene, così libero, da poterlo scrivere di nuovo: sono fregato. Fregato sul serio.

LdP, 16 febbraio 2015

15/02/15

"Sei un ottimo intellettualoide"


Ci sono persone che nel tentativo di farti un complimento finiscono per insultarti.
Una volta uno con una faccia da patata mi disse: “Sì, del resto sei un ottimo intellettualoide tu, leggi molto e scrivi pure”
Io non dissi niente, mi scappò un sorriso. Probabile che nel suo assunto ci fosse anche una punta di velenosa insofferenza verso la mia persona, ma non volli coglierla.
Da piccolo e anche da ragazzino mi dicevano che la scrittura e la musica erano cose da sognatori, che la vita vera è altra cosa. Me lo dicevano, ma già in quei momenti la scrittura era il sangue e la musica era il movimento, il tentativo, l'utopia stessa della respirazione. E delle emozioni.
Consideravo, già allora, l'anima come una specie di ombra che si liberava di me, del mio corpo, ogni tanto, andando a contorcersi nel cielo -spesso nero- come un temporale, come un assedio di lampi, come un volo talmente vicino alla fine da regalare dosi o percentuali di ebbrezza necessarie.
Ma si sa, queste sono sensazioni da puro intellettualoide, una categoria mentale, una facilità descrittiva che si situa a metà tra l'insulto e la catalogazione neutra con spolverata di simpatia gratuita.
La persona che generosamente mi definì “un ottimo intellettualoide” si disperdeva, invece, in pompose osservazioni sull'arte tutta, sull'arte come pura espressione della verità. Un concetto maccheronico e caotico che non riuscivo a fare mio. “Pura” e “verità” sono parole che conosco poco, e se sono stati d'animo cerco di disfarmene velocemente. Mi atterrano, interrompono i voli, mi sporcano di marmellata dal sapore stucchevole.
Forse è arte anche pescare di notte, fare sesso senza perdersi in promesse, forse è arte morire, sicuramente è arte trasformare l'agonia in smania di esistenza. Sicuramente è arte la musica, e per accorgersene basta fermarsi un attimo e rendersi conto che ti veste e ti spoglia, la musica; ti toglie il sonno, ti sfiora, ti stupra, ti regala l'onda ma non ti garantisce il ritorno a casa. Niente garantisce il ritorno a casa. Forse il ritorno a casa non esiste.
Ma tutto questo arrampicarsi, cercare di capire, forse poteva essere evitato svolgendo una professione sicura, ostentando valori da non manomettere e mettere in discussione, forse tutto questo poteva essere evitato con un mazzo di fiori e con un atteggiamento diligente, senza sbavature.

Oggi è una domenica di febbraio. Fin qui, lo dice il calendario.
Impazzano stralci di canzone ad opera dei tre giovani liricisti che hanno vinto Sanremo. Ogni volta che sento quelle voci stentoree, solenni da salotto, mi viene voglia di andare sul balcone e fumare guardando lontano. Canzoni, queste sì, per non sentirsi mai a casa. Canzoni che ti rifiutano e che tu rifiuti, in modo naturale. Non tutta la musica è amore, passione, arte. Non tutti i buoni sentimenti possono essere presi dal mazzo e usati per vincere qualcosa, mano dopo mano. Non tutti i libri ti crescono dentro, ti mettono al muro, ti tagliano ali e faccia con le loro pagine, e con la loro meravigliosa impotenza.
Dopo aver letto “Respirazione artificiale” di Ricardo Piglia ho dovuto rifiatare per un mese e non sono stato più lo stesso uomo. Non tutti i libri mi hanno fatto quest'effetto, anzi. Alcuni libri mi hanno invece incarognito, mi hanno convinto che lo scontro è inevitabile, che lo schianto è parte stessa del progetto di vita e che le sensazioni -anche le più gratificanti- hanno sempre un retrogusto doloroso, quasi immobilizzante.
Non dovrei perdere tutto questo tempo con simili riflessioni da “ottimo intellettualoide”.
Non dovrei, inoltre, avere tutta quest'ansia nei confronti del tempo che passa e mi cambia, che mi presenta un conto salato ma anche interessante: le porte chiuse del passato sono scomparse, insieme ai palazzi che le custodivano. Qualcuno ha raso tutto al suolo al posto mio, mi ha dimezzato il lavoro. Non tornerei indietro. Non ho rimpianti. Continuo a pensare che le seconde possibilità siano un'offesa alla varietà della vita, e che incentivarle significhi spesso ridicolizzare il futuro.
Faccia di patata ora mi direbbe che sono un “ottimo futurista”, e chissà, potrebbe avere ragione.

È da un po' che non sento Faccia Di Patata, non so nemmeno se è aggiornato rispetto a quello che appare la mia vita. Mi auguro di no, primariamente perché non sono fatti suoi; in secondo luogo, se ne uscirebbe con qualche altra definizione difficile da digerire.
Mi ricordo che Faccia Di Patata mi diceva che io amo il jazz; me lo diceva lui, non ero io a rivelarglielo. 
Mi disse anche che io amavo le “sonorità scarne”, che non so bene cosa significhi; non gli chiesi spiegazioni, ne presi atto. Lui sapeva che sonorità mi attraevano. Beato lui.
Per un certo periodo, ho anche pensato di dovergli sottoporre altri elementi della mia esistenza, amici, compagna, pullover, scarpe, vettovaglie. Lui mostrava di conoscermi meglio di me stesso, di chi mi ha cresciuto e di chi mi ha visto crescere, dalla prima peluria adolescenziale a divorzi e funerali.
Mi dico che se Faccia Di Patata mi ha definito un “ottimo intellettualoide”, io devo crederci, cazzo. Ci devo credere di brutto. E la cosa mi deve anche andare bene, perché lui è uno che sa e io invece continuo a rodermi nei dubbi.

Voglio dare fiducia a Faccia Di Patata.
Nessuna fiducia per quelli che invece chiedono sempre le stesse cose. Per quelli che si “aspettano che tu”.
Tu non aspettare, smamma.
Non farti calcoli, non fare ipotesi, dico sempre, che l'anima ogni tanto si libera di me e diventa un disegno di acqua e lampi, un'onda anomala, un'eruzione che sarà bella da vedere finché non mi ucciderà definitivamente.
Ma sì, sarà bella da vedere anche quando mi sarà fatale. Sarà comunque movimento e non rassegnazione. Sarà qualcosa che è più di me. Ed è questo che sento di amare.
Questo amo: rompere il recinto e non essere riportato a casa.
Questo voglio: non riconoscere come casa quello che mi indicano e quello che mi consigliano, o quello che sembrerebbe giusto.
Compiendomi, mi sarò fatale. Come deve essere. Come una melodia che non saprò controllare, andrò troppo sotto l'onda e diventerò una bella canzone che non potrò mai ascoltare in compagnia.

C'è poco da dire, sono proprio un ottimo intellettualoide. Grazie, Faccia Di Patata.

LdP, 15 febbraio 2015

07/02/15

L'ultima madre


C'è qualcosa, nella ricerca del consenso, che mi disturba profondamente. La ricerca del consenso altrui e naturalmente, di riflesso, anche la mia.
Gli individui in cerca di consenso sembrano somigliarsi tutti, come dei radioamatori pazzi, tutti ad inondare l'etere di stimolazioni, confronti ad un solo canale ma ufficialmente aperti, tutti apparentemente pronti a scommettere su se stessi.
E spesso in cerca di riscatto.
Che è una delle cose più schifose della vita, riscattarsi.
Ma da cosa? E soprattutto, per chi? In nome di cosa?
La ricerca di consenso mi ha sempre infastidito, ed io proprio non so fingere; di fronte a quella che io valuto come una cosa noiosa ed anche triste, mi allontano.
Ma, in effetti, è una ricerca molto umana. Così umana che se ne può fare volentieri a meno.
La vita gioca a fisarmonica con i nostri sentimenti, gli amori, le amicizie, gli ambienti, persino i viaggi. Spesso, allontana inesorabilmente. Quella che sembrava magia si rivela una lunga distesa di sale essiccato e di miraggi finiti a cosce aperte. La comprensione ostentata appare per ciò che è ai livelli più profondi, malcelata tolleranza di facciata. La legge che io chiamo del culo caldo fa sì che ci si intestardisca a farci piacere chi ci soffia aria fresca in faccia, chi ci regala ristoro, pausa, ascolto, condivisione.
Condivisione: una parola che è la peggior troia in giro. Tutto è condivisione, tutto è intersezione, abbraccio, afflato.
La condivisione non vale una sveltina sbagliata. La condivisione è un equivoco. Magari una masturbazione. È una fede moderna con le mutande abbassate e un dildo/pulpito dove venerare fior di strategie, fior di strategie fallimentari.
C'è gente che prima ancora di esprimersi, pensa a condividere; aiutata in questa missione sghemba da tomi di psicologia, esperienze issate a lezioni di permanenza, e certamente una volontà di ferro: quella di non farsi dimenticare.
La gente è terrorizzata dall'essere dimenticata.

A me invece piace abbastanza. La notte diventa più buia e le azioni hanno sempre meno terminali cui rispondere.
Passano gli anni. I vecchi amici sembrano scheletri. Mancano i vermi, ma la scena che appare è quella della morte. Non c'è più nulla da dirsi. Forse non c'è mai stato. Equivoci. Occasioni. Come le scopate.
Non ho mai avuto l'hobby di costruire cuori attorno a fazzolettini sporchi di sperma: quando mi è capitato, ho dovuto mangiare sabbia e fare foto al deserto per convincermi che mi ero sbagliato.
C'è amarezza nelle tue parole”, mi diceva qualche tempo fa uno stronzo che non frequento più, un'assoluta testa di cazzo come me.
Ma che amarezza, non sono un budino. Semplicemente, non mi piace girarci intorno. Ci si perde, punto. Bisogna accettarlo. E, in fondo, tante emozioni della vita, belle, brutte, letali, estetizzate, sono solo occasioni. È il caso, nemmeno il destino. Il caso. A cazzo, il caso. C'è chi ci gira dei film. Tutti hanno delle sliding doors nel cesso del proprio cuore, ma è meglio tirare la catena e armarsi per l'ultimo scontro. Non si sa con chi. Ma è affascinante, non sapere chi sarà il prossimo nemico e quanta voglia avrà di ucciderti, di annichilirti, o magari solo di farti sentire ridicolmente umano.

La ragazza che anni ed anni fa scriveva tutte le sere per me era solo una stronza fantasiosa. Io quasi glielo dicevo. Scriveva a se stessa, non a me. La nostra distanza le sembrava interessante, da film, da libro o da qualcosa che avesse minimamente a che fare con l'arte dei sentimenti. L'arte dei sentimenti: una definizione vuota.
I sentimenti sono una distesa di rovi con brandelli di sole finiti nei recessi più cupi, con spine che fioriscono e diventano ossessioni, insonnia, sesso disperato ma sempre troppo scenico, parole di amanti a voce bassa, per non far sentire a dio, che altrimenti finisce per crederci.

Quando arriva il vento sono contento. Sembra un grande detersivo che lotta contro la resistenza fiacca ed inerziale degli abbandoni. Il vento è un divaricatore efficace, ed il miglior modo per un uomo di sbriciolare il proprio nome sulla riva del mare.
Del mio nome non me n'è mai sbattuto un cazzo. Non mi piace leggerlo nelle mail, nei tag, sulla cassetta postale, sulla lingua sporca dei pettegoli e dei mezzi impotenti ai quali sono stato indigesto per motivi insondabili.
Sono riuscito a tenere fuori il mio nome da liste di gradimento, di entrata e di permanenza, da felicitazioni floreali e da quella funesta malattia venerea che si chiama presenzialismo sociale. Sono riuscito a tenerlo fuori anche da manifestazioni ideologiche, ho quasi sempre votato realtà minuscole, inconsistenti, di velleitari nostalgici del mai accaduto; tranne una sbandatella moderata due anni fa -come scoparsi una ragazzina quando si raggiungono i sessanta, niente di realmente compromettente- fingo occasionalmente di essere alla ricerca di un alveolo abbastanza anarchico e socialista da contenere un pezzetto del mio cervello e della mia anima.
Ma, in certe fasi della vita, niente è abbastanza anarchico per andarmi davvero a genio.
Fuggo presto. E non ci tengo ad essere ricordato. Non qui, e non con lacrimucce che sembrano sperma di roditore con un tocco di trucco.

C'è amarezza nelle tue parole”.
Sorrisi, quel giorno. I miei sorrisi cerniera. Pensai che quel tizio, quel figlio di puttana un tempo simpatico, l'amarezza ce l'aveva tra le cosce o a casa, nel suo inferno di fettuccine domenicali e chiavate sotto un crocifisso impolverato e soprattutto criminalmente ignorato. O si crede oppure no. Si deve andare fino in fondo, in ambo i casi. E questo vale anche per l'amore, la ribellione, la rabbia, anche il tormento. Fino in fondo, senza esitazioni. Anche quando il fondo è una lunga distesa bianca con miraggi e carogne che si fondono nel panorama fermo, nella prigione geografica che ognuno di noi cerca di eludere: con un'amante, giocando forte, convertendosi o correndo verso uno schianto che non avverte mai in tempo.

La sera è dolce. Stranamente dolce.
Qualcosa manca sempre. Il fascino è quello. I conti tornano solo quando si è più svagati. Affascinante anche questo. La notte è una lunga linea che trema, che sembra implorare l'eternità dell'amore, un desiderio impossibile, una necessità che si fa tormento e che poi si chiude con un breve sonno/lavanda gastrica.
La lucidità delle tre del mattino, testa sul vetro, docilmente, sigaretta accesa, foto non scattata, scuse non formulate, nome non recitato.
Un silenzio che stupra e torna subito dopo madre. L'ultima madre.


LdP, 7 febbraio 2015

05/02/15

Loving the alien


Se vi prendete il godimento, esso è un vostro diritto; ma se lo agognate soltanto, senza prendervelo, esso resterà quel che era prima: un "diritto meritatamente acquisito" di chi ha il provilegio di godere. Resterà un suo diritto, così come diventerebbe vostro se ve lo prendeste.
Max Stirner

“Loving the alien”, David Bowie.
Sotto la pioggia. Gran pezzo. Cazzo, grande pezzo.
Quando uscì ero ragazzino. Era un periodo che mi usciva sempre il sangue dal naso. Fingevo di essere incazzato con la vita. Facevo scena con me stesso. Ero un innocuo ragazzino imbrattato di sogni. Contavo ogni notte i miei passi dalla luna. Ci credevo. Un innocuo, ridicolo ragazzino.
L'amore era roba da libri. L'amore mi sembrava un meraviglioso gigante sospeso tra luci ed ombre. Ci credevo. Macinavo emozioni senza distinguere. Mangiavo tutto, bulimia, vomito, appetito perenne, ancestrale, ma in controluce già intravedevo le ferite originarie.
Cantavo appresso a David Bowie. Ragazzino innocuo del cazzo. Pregavo a casaccio per implorare emozioni sempre più calde, distruttive, volevo superare la linea di confine. Volevo sniffarla, la linea di confine.
Innocuo ragazzino con più sogni che acne, con più lame che fiori.

Questo posto comincia ad innervosirmi. Perché iniziano a riconoscermi tutti e a me proprio non va. Non ho bisogno di quel calore tiepido. Mi disorienta, mi confonde, è come se qualcuno si facesse delle passeggiate nelle mie stanze con gli stivali sporchi di fango.
Non voglio essere riconosciuto. Voglio essere come un temporale. Passare. Scatenare gli elementi e finire. Voglio essere come “Rinsed” degli Oceansize e questi invece mi salutano. Sono cordiali. Io più di loro. Ma è impossibile contenere gli impulsi disordinati che sovrastano il mio sottosuolo.
La familiarità ha in sé qualcosa di insostenibile e assurdo. Dovrò farmene una ragione.
La familiarità è un falso storico. Un equivoco. Una deriva a luci spente. Si festeggia per contratto. Non ci si uccide a vicenda per decenza. La bontà non c'entra niente, la comprensione meno ancora.

Per strada, mi accorgo che c'è una persona dietro una finestra che mi guarda. Non riesco a distinguere se si tratti di un uomo o una donna. Che importa. Non ti conosco. E poi, non capirò mai cosa vede realmente. Quel che sono per strada, tra la gente, non è come mi vedo io allo specchio. E quindi non posso capire e non ci voglio perdere tempo. Ti piaccio? Non è affar mio, alla fine. Mi trovi disgustoso? Guarda altrove.
Ripenso a mio padre. Dicono che gli somiglio. È vero. Ma io ho più paura di quanta ne abbia avuta lui, di imbruttirmi, avvizzirmi ed invecchiare. Ho una schifosa sindrome di Dorian Gray. Un'aria troppo imbolsita mi farebbe pensare alla morte più spesso. Aspiro a bruciarmi facile in un'ignorante convinzione di fatalismo immortale: non chiedo altro.
Mi viene da fischiettare un pezzo di Piero Piccioni, la colonna sonora di “Io so che tu sai che io so”, incredibile groove di basso iniziale e poi tanta melodia, quella che piaceva a quel romanticone di mio padre. Mi ha insegnato ad ascoltare la musica. Gli sarò sempre grato per questo. Ora gli somiglio, me lo dicono tutti, ma la trovo una cosa normale e, detta con quei toni elegiaci, anche un po' macabra.
Per quel che so e ricordo, lui non amava darsi il tormento gratuitamente, per questo è invecchiato meglio di quanto non farò io. Io desidero le rughe. Molte rughe. Rughe d'espressione e di resistenza. Resistenza attiva e scriteriata. Nessun souvenir garbato dalla mia maturità. Piuttosto, rughe. L'educato rispetto dei ruoli è pappina per vecchi, lo eviterò.

Piove. Guardo la pioggia scendere sui vetri. Sto finendo i miei quarantadue anni. Nessuna ricettina per i posteri. I posteri sono indigesti come dichiarazioni d'amore fuori tempo massimo. So cosa dovrei fare ora. Mettere su “Si tu no vuelves” di Miguel Bosé e spararmi un Nescafé guardando l'orizzonte e godendomi la pioggia. Non è escluso che io lo faccia. Un po' di romanticismo posso esporlo anch'io, senza tracimare nel grottesco.

Mi incarognisce tutto questo bisogno di martiri, eroi e capri espiatori. Mi inasprisce il buon senso. La moderazione ostentata ha sempre un cattivo odore, di stanze chiuse e di merda. E poi tutta questa nostalgia, è un'overdose, scava fosse comuni, incanutisce prima del tempo, è una massa tumorale che mangia ricordi e si attacca alla superstizione, rendendo gli uomini come trottole su un tombino.
C'è fede e superstizione ovunque. Devi stare attento a come e dove cammini, per non restare invischiato in salvifiche prescrizioni e rituali portafortuna. E devi stare attento a non offendere le speranze della gente, peccato che altrimenti non ti verrà perdonato.
Non devi deludere.
Non devi tradire.
Forse non devi desiderare.
Forse non devi guardare.
Se alzi la testa vai incontro alla lama, contentati di quel che vedi fissando il pavimento. C'è chi non ha nemmeno il pavimento, ti apostrofano. Andate allora a fare l'amore con i vostri genitali messi a dura prova dalla coerenza e con quel briciolo di coraggio spampanato che vi è rimasto nel serbatoio.
Continuate a nascondere soldi sotto il materasso e intanto giocate alla civiltà in pubblico.
Continuate a giudicare dall'alto delle vostre ristrettezze, senza neanche accorgervi di quella sanguisuga, la paura, che ha costruito una casa al mare dentro di voi.
La vecchiaia è saggezza. Col cazzo.
L'amore è puro. Non più di una provetta di piscio, l'importante è sorridere.
Si possono amare tre persone insieme? Non so, masturbati di più. Passa prima.
“Sono innamorata di te”. No, te lo sei suggerito da sola. Non vale. Test fallito.
“Mi sembra di conoscere il mio partner da sempre”. È una frase da provinciali. Si scrive nei quaderni delle scuole medie, dopo è altamente confutabile.
“Il male esiste, e per questo non bisogna cedere alle tentazioni che ci offre”
Suggestivo. Ma privo di qualsiasi senso. Il male è solo una diversa angolazione, a conti fatti.
C'è un'enorme differenza tra non credere più alle promesse e alle dichiarazioni spontanee ed essere catastrofici, nichilisti, paranoici. Una differenza abissale.
Abbiamo il diritto di non credere. Un diritto inalienabile.
Abbiamo il diritto di rifiutare le autocertificazioni di spontaneità. Meglio farsi una scopata ancora mezzi vestiti ed evitare lo sconcio reale dell'approvazione reciproca.
Abbiamo persino il diritto di credere a specifiche forme di distruzione, ed incantarci di fronte ad una dispersione di energie, un buco nell'acqua, uno scacco emozionale.
Abbiamo il diritto di fucilare i servi della nostra stessa mediocrità, senza per questo passare per dei superomisti condominiali imbevuti di dannunzianesimo polveroso.
Abbiamo il diritto alla vertigine, all'ammutinamento, all'ostinazione delle idee e delle voglie, abbiamo il diritto sacrosanto di fotterci come più ci aggrada.
Abbiamo il diritto occasionale ma intoccabile di scegliere il brago da porci più adeguato ai nostri vizi e alle nostre ossessioni, senza caramelle di morale sul tavolino.
Abbiamo, infine, il diritto di non arrivare a Dio e di non capirne le funzionalità, e forse per questo di morire prima e più soli.
Io ho il diritto di annoiare quando scrivo, di irritare, di intortarmi nelle mie smanie di assoluto disimpegno da ogni forma di controllo e di buon senso: ne rispondo senza problemi.

LdP, 5/2/2015