30/01/15

I fantocci del padrone


Ti dicevano che per mangiare dovevi fare il bravo.
Ti consigliavano di tenere la bocca chiusa per evitare guai.
Dovevi applaudire il superiore, portargli la borsa, portargli le medicine, sorvegliare la sua porta mentre si faceva ciucciare l'uccello, accompagnarlo in giro con aria accomodante e servizievole.
La maggior parte dei lavoratori che ho conosciuto sembravano ben felici di farselo sbattere in culo. Coscienza critica zero. Coscienza di classe, meno di zero. Alcuni erano di sinistra solo per hobby. Per loro, essere di sinistra si manifestava nell'andare al cinema a guardare qualche film noioso, ritwittare un post de “Il Manifesto”, prendersi una questione al bar con il tizio berlusconiano, oppure strabordare in vecchie estetiche ormai grottesche, come farsi una canna zompettando su Bob Marley.
Ma il culo, il culo era libero e aperto per i transiti padronali.
Anche io, a modo mio, ho venduto parte del culo per dieci anni o giù di lì. La mia colpa era quella di desiderare e portare avanti una forma di autonomia comprensibile: l'indipendenza economica. Non l'agio, ma la sussistenza. La sussistenza dignitosa.
Non i privilegi, i tipici privilegi da latrina del lavoro dipendente, ma una dignitosa sopravvivenza a testa alta. Solo che in certi contesti è praticamente impossibile non prendersi gli schizzi di merda, e la considerazione più atroce è che devi guardarti dai tuoi simili più che dai burocrati ingessati che entrano ed escono dagli uffici a chiappe strette, assertivi e fintamente intraprendenti, tutti impegnati a mostrare un'umanità desolatamente inesistente alla prima prova tangibile.
Dicevano “mostra iniziativa, mostra le tue capacità”, ma si sapeva che si trattava di un bluff. L'unica reale iniziativa tollerata, in certi contesti, è solo quella di servire, di far funzionare la tua parte d'ingranaggio senza rompere i coglioni.
Anche un lavoratore incazzato, che cerca di restare cosciente, vigile e rispettato, può riuscire ad apprezzare un datore di lavoro, un superiore, purché questa figura non sia ambigua, viscida, deprimente come quasi sempre è.
Tutte le volte, salvo rarissimi casi, in cui ho dovuto sedermi di fronte a qualcuno che cercava di ammaestrare me come gli altri, che doveva dare direttive o giudicare il mio lavoro, mi sono bastati pochi minuti per stabilire che si trattava di un pezzo di merda senza un minimo di talento.
Cacaglianti analfabeti, ignoranti fieri ed immersi nell'arroganza, fantocci telefonici o informatici, tramite del tramite, interfono del padrone virtuale come una slide, consulente al sapore di vaselina, consigliori con il fiato pesto e la tariffa abbonata per spirito di corpo.

Non giustifico, e non giustificherò mai, la vocazione al servilismo. Ho vissuto alcuni anni senza acqua calda. Non posso permettermi un'automobile e nemmeno le vacanze. Ho venduto le cose cui tenevo di più per pagarmi il fitto, ho passato delle notti ad inventariare dischi di maniaci che volevano un organizzatore delle loro cantine, per pagare bollette o inique cartelle Equitalia. Gli enti perseguitano gli indigenti, i paesi che hanno scacazzato capitalismo fallimentare sono i più esposti alle iniquità e all'ingiustizia sociale. Oggi, tra parole sordide come “austerità”, “crisi” (nella sventata accezione negativa degli opinionisti conservatori e dei politici molesti) e altri motti di fasullo ravvedimento, passa ancora la notizia infondata che salario significa sacrificio, che il lavoratore deve accettare i cambiamenti della società e cercare di sfangarla, in qualsiasi modo, lecito o illecito che sia.

Vengo da una famiglia borghese, ma al contempo operaia. Non ho mai saputo bene cosa è il benessere. Ho deciso presto di interessarmene il meno possibile, non volevo impazzire come un coglione, uno di quei condannati che si autodistrugge cercando di catturare tutto il cielo con uno sguardo.
Non mi autodistruggerò, come lavoratore e come uomo, perché i miei diritti sembrano non arrivare all'altezza delle scrivanie degli stronzi e dei fantocci.
Non inizierò a compatirmi perché prima cassintegrato e ora disoccupato, perché vecchio per il famoso ed infame “mercato del lavoro”, e ancor di più non rinuncerò alla cultura “perché c'è altro da fare, e occorre rimboccarsi le maniche”.
Certi idioti dovrebbero mettersi in testa che la cultura, o meglio il tentativo culturale, la curiosità sana e anche umile, non è una perdita di tempo o una fumisteria intellettualoide, è parte integrante della lotta.
È grazie all'ignoranza che continuava a specchiarsi con un compiacimento demenziale che siamo arrivati a questo punto.
Come quei miei colleghi che bisbigliavano la frasetta “che me ne fotte, basta che mi pagano” e poi facevano la risatina complice.
Perché io ho famiglia”
Non ho tempo di mettermi a fare l'intellettuale, io”
Tu evidentemente puoi permetterti di continuare a scrivere, leggere troppi libri e comprare pure dischi”
L'intelletto non è un'entità astratta. È, anzi, un investimento pragmatico. Io non sono una persona “colta”, non mi basterebbero due vite e poi è una definizione di merda, mortificante, statica, molto borghese.
Per continuare a scrivere mi sono lavato con l'acqua gelida a gennaio, sono rimasto fuori dalle feste, dai party celebrativi, dai flash mob a culo nudo, sono anche rimasto fuori dalle sale del consenso. Non c'è alcun eroismo, gli eroi sono ben altri, è solo resistenza che cerca di mantenere alto un livello accettabile di consapevolezza.
Non apprezzo, nemmeno un po', quelli che si sforzano di mostrarsi rivoluzionari, consci e duri a morire, e che intanto continuano a nascondere soldi sotto la cuccia del cane in giardino, e che al contempo acquistano un gadget per il caporeparto, il direttore, l'amministratore.

I miei ex colleghi avevano il brutto vizio di organizzare collette e regali per i direttori e per i responsabili, figure meste e vuote che ruotavano attorno alle nostre carogne già pronte.
Non ho mai partecipato ad una sola colletta per quegli stronzi fasulli, non ho mai partecipato ad una festa con valvassori e sudditi in perizoma; se l'avessi fatto, mi sarei sputato in faccia per anni ed anni.
I regali e le collette sono aumentati in modo esponenziale quando si venne a sapere che alcuni di noi avrebbero perso il posto. Ognuno cercava di farsi notare in qualche modo, di apparire insostituibile e fedele, per me era la degenerazione totale dell'essenza umana.
Ho deciso velocemente che era tempo di lasciare la tazza del cesso e i trampolini disseminati dappertutto. Ero stanco di svegliarmi ogni mattina e accorgermi che c'era qualcuno o qualcosa che cercava di violarmi con disinvoltura e nonchalance, nel nome di quella legge inaccettabile che è pagare il proprio diritto al salario con la completa sconfitta della dignità.
Il risultato, prevedibile ed in linea con le mie aspettative, è stato che l'azienda si è sbarazzata con molto entusiasmo di me, pisciandomi quattro soldi in mano, salutandomi con un ineffabile ed ipocrita “passa pure a salutarci”.
La mia è una storia ordinaria, banalissima, nello stivale che scalpiccia nella merda, niente che differisca dal disastro in corso.
Nessun martirio, nessuna sventura superiore al consueto, tutto regolare, ero un badge aziendale che è stato disattivato. Ma non mi hanno disattivato l'anima, la voglia di scrivere e raccontare, e soprattutto la voglia di guardarmi allo specchio il mattino, per quanto la visione spesso non sia delle più confortanti.

Brucia di più, semmai, la banalità del bene, più che il grande lago di sterco che è il lavoro dipendente braghe in mano; brucia di più la disarmante pochezza di chi dovrebbe essere solidale, attivo in forme di resistenza, presente al momento dello scontro e non nascosto dietro colonne, postazioni, benefici di cartone.
È più grave che il tradimento, il grande tradimento, provenga dai compagni, da quelli che abitano la tua stessa zona grigia di sterminio post-industriale.
È triste l'avversione per la manifestazione della coscienza non curandosi delle conseguenze; chi parla, chi si palesa per quel che è, non è uno stupido suicida ma un uomo (e un lavoratore) che non vuole abbassare la guardia. Tutto qui.
L'ultima forma di libertà rimasta è resistere. Resistere sognando, Resistere tentando la sorte della libera espressione, ovunque e comunque.
Lottare non è andare al cinema, non è semplicemente indignarsi, non è fingere che il populismo sostituisca la coscienza, lottare non ha niente a che spartire con slogan da social network, rugose forme condivise di dogmi invecchiati male, lottare significa essere presenti e, in qualche modo, rischiare che ti eliminino.
Il rischio della lotta è anche quello, preciso e puntuale, di restare confinato in un dimenticatoio sorvegliato, come un cane che sta invecchiando e che è bene non lanci in giro gli ultimi morsi; ma è o non è parte del gioco?

Tu giudichi troppo”. Sono stato rimproverato spesso in questo modo.
Tu ti elevi a giudice, ma chi ti consente questa arroganza?”
Ma giudice un cazzo, pardon. Io cerco solo di essere critico: in primis con me stesso. Cerco di essere sveglio. E di non vendermi per un appezzamento di terreno, per parte di una casa di proprietà, io che non ho mai posseduto niente, per un giro nel villaggio vacanze del capo.
Così come non mi piace fare aria al culo e all'ego degli altri, non pretendo che lo si faccia a me. Non è con i complimenti che si diventa fratelli, invece è con l'ipocrisia al massimo livello che si diventa complici, ma sia chiaro una volta per tutte: senza la magia della presenza.
E della rivolta.
Non deve essere un regalo del padrone, guardare le stelle dal porcile, non lo deve essere mai più.


Luca De Pasquale, 30 gennaio 2015

29/01/15

Io c'ero quando Paddy McAloon...


Dal momento che mi trovo sulla riva del mare, dal mare posso imparare. Nessuno ha il diritto di pretendere dal mare che sorregga tutte le imbarcazioni o di esigere dal vento che riempia costantemente tutte le vele. Così nessuno ha il diritto di pretendere da me che la mia vita divenga una prigionia al servizio di certe funzioni. Non il dovere prima di tutto, ma prima di tutto la vita! Come ogni essere umano, devo avere diritto a dei momenti in cui posso farmi da parte e sentire di non essere solo un elemento di una massa chiamata popolazione terrestre, ma di essere un'unità che agisce autonomamente.

STIG DAGERMAN

My love and I, we are boxing clever
She’ll never crowd me out
Fall be free as old confetti
And paint the town, paint the town”

PREFAB SPROUT, “When love breaks down”


Piove nello spazio biancastro del pomeriggio che muore. Uno spazio viscido, gelatinoso e subdolo, dove muoversi può significare scendere verso altre salite, ancora più difficili.
Piove e guardo verso il cesso del bar, dal quale è appena uscita una donna vestita di grigio. Ci scambiamo uno sguardo. Un solo sguardo denso ed inutile come un addio.
Ho i capelli bagnati, lo sguardo un po’ triste, e nonostante tutto, nonostante il tempo delle sicurezze e gli anni delle esaltazioni ondeggianti, sento che il mio aspetto è sgradevole e comunica stridore. Qualcosa che non si incastra. Che non si incastrerà mai.
La donna in grigio fa una telefonata mentre ordina un caffè, il tono è concitato, si tratterà di un uomo, forse il suo, forse –più probabile- quello di un’altra.
Una donna che ama ti permette di dormire. Finalmente di dormire. Tu che non dormi mai, che hai dormito pochissimo tutta la vita e sognato in eccesso.
Una donna che ti ama ti consente anche il sonno, tu che hai passato tutta la vita, salvo brevi momenti, a cercare l’esplosione e non il riposo, le spine e non le conchiglie.
La giacca grigia della donne è completamente bagnata, fuori c’è il diluvio e lei da fuori è venuta. Guardo nei fondi del mio caffè, ma non so leggerli e non mi interessa neppure.
Nel bar c’è odore di caffè tostato, di fumo invecchiato sulle pareti, c’è un piatto di porcellana del Campari, la foto gigante di un parente morto e un collage di immagini del Napoli degli scudetti.
Ho tolto i guanti. Mani freddissime. Mi piacerebbe non avere il naso. Aver dimenticato la bocca a casa, in un cassetto. Non ricordare i sogni. Forse, non apprezzare la musica.
I luoghi di mare, d’inverno, sotto la pioggia, sono un richiamo freddo e tagliente, sono attese che iniziano ad espandersi come scherzi crudeli, sono esili dominati e regolati da strati di nebbia.
La donna beve il suo caffè, chiude la comunicazione con l’interlocutore telefonico ed esce dal bar. Nessuno sguardo. Non lo cercavo. Le mie mani hanno un odore di crema, ma non ne ho usata. Il mare, fuori le vetrate, è un righello grigio con piccole sbavature occasionali.

Vedo la donna vestita di grigio salire in auto, al posto di guida. Con una mano, regge la sciarpa sulla bocca. Le mie mani sono così fredde che il corpo non riesce a prendere calore.
Passano alcuni minuti, pago, esco.
Sul marciapiede di fronte c’è uno stronzo che non voglio salutare. Sono molte le persone che saluto solo se costretto, se costretto dagli occhi. Mi nascondo nel fumo della Camel, svicolo, scelgo una strada più lunga.
Non prendo calore neanche con il movimento. Accelero il passo, ricordo una manciata di canzoni tutte insieme, quelle dei Pale Fountains, quasi tutte quelle dei Prefab Sprout, un po’ di Church e alcuni refrain virali degli Stranglers.
Mi ricordo che quando scartai il vinile di “Steve McQueen” dei Prefab Sprout, esattamente trent’anni fa, mi sentivo molto felice e fermamente intenzionato a sognare, a sognare seriamente. Non posso nemmeno dimenticare l’emozione di “Univers”, “Ballata” e “Pioggia di luce” dei Litfiba. Sentivo di essere dotato di un cuore gigantesco, un guerriero pronto ad ogni sacrificio, un titano vestito di ombre e luci, ma maledettamente autentico.
Quelle canzoni erano una sfida, un manifesto di ribellione alla fuga dei colori.
Colori che ora, adesso, mi vengono incontro, incarnati negli ombrelli dei bambini che escono da scuola mentre io rientro. Io sono l’uomo che fuma e che non si protegge dalla pioggia, mentre loro fanno roteare i loro colori bagnati ma sani, ancora puliti.
Mi sento elettrico sotto questa pioggia, mi sento una canzone. Una vecchia canzone: “The golden calf” dei Prefab Sprout, elettrico come quella canzone e altrettanto breve.
Mi sento come la voce di Paddy McAloon, il mio adorato Paddy, spirito dolceamaro mai veramente pacificato, languido ed elettrificato come un corto circuito permanente.
Paddy McAloon era un fottuto, meraviglioso, eroe. Per quelli della mia generazione, fatti in un certo modo, un eroe non cancellabile.
Amare la musica di Paddy McAloon significava ammettere la sconfitta, la breve gittata, ma anche accendere le luci ogni sera, comunque, senza camuffarsi di paura.
Amare la musica di Paddy e dei Prefab Sprout significava anche costruire vasche di fiori su una fragilità non più negabile, e non giocare a fare i superuomini; io non volevo soffrire troppo, ma soprattutto non volevo causare sofferenze. Ma sapevo, già sapevo, che ogni emozione è un mettersi in gioco e comporta conseguenze, spesso imprevedibili. Le canzoni dei Prefab Sprout aiutavano a guardare tutto in un’ottica meno selvaggia e nevrotica.
Si sognava facile con “When love breaks down”, era troppo facile. Trappole di Paddy, trappole micidiali. Quelle canzoni, così perfette, rendevano affascinanti amori e desideri già tarati, magari già fregati, erano già nostalgia al primo abbraccio, ed erano poesia sbagliata al momento del congedo, poesia che ti riempiva lo stesso. E viaggiavi.

Devo moltissimo a Paddy McAloon. Meglio, infinitamente meglio, di tanti libri di poesia e di tante promesse condensate in sms e lettere studiate in notti d’insonnia. Devo a Paddy McAloon l’azzardo della dolcezza, il guizzo elettrico e doloroso delle ritirate, la smodata passione per le giornate grigie, in cui una sola striscia di mare riesce ancora oggi a cingere un’intera vita, a spingere verso l’ignoto, con le mani freddissime e le ciglia un po’ bruciate.
Chiamiamola anche poesia pop, miracolo in sintesi di canzone, io so solo che quel che scriveva e cantava era una parte di quello che volevo e che temevo, e che per questo lo considererò sempre un eroe romantico, di quelli che piacciono a me, di quelli facilmente derisi dagli stupidi e da quelli arrivati troppo tardi.
Una volta tanto, io sempre così riluttante, posso dirlo: io c’ero quando i Prefab Sprout costruivano fortezze di petali sui nostri sogni, c’ero quando la voce di Paddy McAloon giocava al meglio con tutti i silenzi e le attese che non sarebbero mai diventate pubblicità di una felicità troppo custodita.

Luca De Pasquale, 29 gennaio 2015

PREFAB SPROUT PLAYLIST:

When Love Breaks Down
Appetite
Nightingales
Cars And Girls
The Golden Calf
The Ice Maiden
The Wedding March
Moon Dog
Nancy (Let your hair down for me)
The Venus Of The Soup Kitchen
Horsin’ Around
Desire As
Hallelujah

ASCOLTI CORRELATI:
Aztec Camera, The Blue Nile, Danny Wilson, Gary Clark, The Pale Fountains, Orange Juice, Microdisney, Roddy Frame, The Style Council, Josef K, The Icicle Works, Ian McNabb, Everything But The Girl, The The


28/01/15

Zero morale

Karl Hubbuch
Il geometra Grattorio riceve materiale pornografico in buste nere anonime. Si tratta di cd e riviste, preferibilmente improntate a roba interrazziale e situazioni di rapporti orali in pubblico (panchine, ascensori, supermercati, cessi di ristoranti, bagni di cinema, sottoscala della metro).
Il geometra Grattorio li usa per arraparsi con la moglie e anche da solo. La moglie non indossa una minigonna a pelo di culo da anni. La moglie ha sempre un'aria desolata, triste, ed è per giunta molto gelosa; motivi che hanno portato il geometra Grattorio a sentire che gli tirava di meno.
La moglie è più intelligente di lui, ma legge pesanti libri di psicologia e rompe spesso le scatole con atteggiamenti garantisti e un po' ecumenici; fosse una volta che si fa trovare a casa con la bocca intasata di rossetto, la scollatura generosa e il reggicalze. E poi mangia sempre ed è ingrassata. E il geometria Grattorio, che è brutto, grasso e ha perso i capelli, ha perso il graffio di tigre in zona uccello.
Quindi usa i dvd e le riviste, pieni zeppi di pompini, biancheria istoriata e merlettata, donne pronte a tutto e stupidi attori che urlano “oh yeah” ad ogni colpo d'anca. Il geometra Grattorio non è solo brutto e piuttosto superficiale, ha anche un brutto cazzo. Un po' arcuato a destra, come le sue idee politiche, sottile e poco adatto a lunghe percorrenze. Quando fa sesso sembra che stia in palestra agli attrezzi, tanta scena ma poca profondità di colpo, molto movimento ma poco piacere, soprattutto per la donna.
La moglie trova disdicevole la sua abitudine, mutuata dai tanti film porno consumati, di baciarla con la lingua guizzante da fuori, ansando forte, come per un attacco di asma notturno.
Il geometra Grattorio accumula soldi, seghe e ha cercato di chiavarsi la commessa del negozio di sport all'angolo. Le ha fatto recapitare un mazzo di fiori nello spacco di pranzo, ha iniziato a corteggiarla con fare untuoso, è arrivato a regalarle una scheda telefonica. Finché sono andati in quella pensione di Monterusciello dove, dopo un veloce scambio orale a forma di numeri, hanno praticato un missionario e un doggystyle sudati come bestie, e ha goduto solo lui, con quella sua pancia elastica e piena di peli, con quel suo stupido senso di avere il cazzo e doverlo usare, è durato sei minuti ma il suo arnese entrava e usciva senza generare nella donna un vero sollazzo.
Poi, le ha chiesto di masturbarsi con le unghie laccate rosso fuoco, lui avrebbe filmato tutto con l'Iphone. Lei si è rifiutata, hanno provato a rifarlo ma al geometra Grattorio è venuto su mezzo floscio. Hanno rinunciato.

Me lo trovo di faccia, con la sua busta nera in mano.
“Giorno”, fa lui senza sorridere.
“Buongiorno”, rispondo stancamente, guardandogli le mani.
Lo guardo con la coda dell'occhio mentre sale le scale. Me lo vedo chiudersi nello studio e guardare un vecchio film di Salieri fino a farsi venire la voglia di scopare con la moglie, che anche oggi sarà triste, pentita di averlo sposato, attaccata ai figli come un'ostrica, i figli che danno senso alla vita e anche alle scelte sbagliate del passato.
Oggi il mio sguardo è colmo di nebbia, di voli notturni finiti male, di sogni-ricatto, di ricordi stilizzati nella scultura decadente di un tuffo nel magma, oggi non ce l'ho con nessuno, ma io non ce l'ho mai con qualcuno. Io scuoto le catene come un cazzo di schiavo, ma non attacco senza motivo.
Ho rispetto della dignità umana, della schiavitù umana non consapevole, ho rispetto del passaggio che un dio pazzo ci ha dato sulla sua zattera stretta e imperfetta, non attacco gratuitamente. Attacco per autodifesa, per resistenza, per ribellione. Attacco perché non tollero l'idea del controllo. Qualsiasi forma di controllo. Attacco perché il respiro dei giusti spesso puzza peggio di un tubo fecale. Sono corruttibile, impreciso, disordinato, e la mia gentilezza è solo una maledizione da fraintendere. Sono un rinnegato e il geometra Grattorio non mi piace neanche un po'. Per me è feccia, con quel suo distacco affettato, con quel suo ridicolo gingillarsi il piccolo scettro per sentirsi uomo, con quella sua aria furbetta quando conta i soldi e gonfia i conti. Un capitalista lillipuziano, un ignorante che nel vizio vede la concessione meritata alle fatiche della sopravvivenza e della pinguedine sociale.
Non è per moralismo. Ognuno è libero. Anche di masturbarsi per sua madre, o di vestirsi da donna e guardarsi il culo allo specchio per avere un'erezione migliore.
Non è moralismo. È che i vizi non sono divertenti, sulla faccia degli stupidi. Non è divertente guardare coppie infelici che si dimenano nell'educazione dei figli, nella loro sana crescita, per non finire a pisciarsi in faccia.
Non è divertente osservare la mestizia farsi largo tra le rughe, sulle vesciche della pelle che invecchia, non è divertente leggere i diari delle persone, che continuano a sognare, più la vita caga loro in mano più sognano.
“Sognare non costa niente”, dicono.
Bugia. Assoluta, spaventosa bugia.
Sognare costa caro. Finisce che hai la casa piena di ali di cartone e di cera, finisce che sorridi alle possibilità più che alla realtà, succede che scrivi dei libri per omaggiare tutti i rifiuti ricevuti, tutte le delusioni digerite o meno.
Finisce che hai paura di fare del male a te stesso e agli altri, finisce che hai paura di scegliere e scegli una fede o un'ossessione nel depliant dell'agenzia vicino casa.

Vado a riprendere le mie cose in un vecchio armadietto. Effetti personali, così si chiamano. Ma io preferisco chiamarli effetti momentanei. Tali sono, quello valgono. Anche alcune relazioni sono state solo effetti momentanei. Non avevano storia precedente, non ne hanno avuta di successiva.
La crudeltà è solo un punto di vista, quando si agisce nel momentaneo.
La sensazione che conta di più è quella che emerge a notte alta, quando si è soli con il respiro accorciato, respinto dai muri, bloccato dalle finestre, minacciato dai sogni che il mattino seguente prenderanno quella forma così assurda e dolorosa, coda di cometa mai esistita, schiuma sulla faccia di un dio figurante, messinscena dai colori seducenti.
Prendo i miei effetti momentanei, cerco di non pensare alle mie brutte abitudini, una delle quali è non vedere oltre un massimo di due giorni.
“La lungimiranza è dei forti”, diceva un tizio, che magari oggi cura la rubrica di psicologia smutandata su qualche settimanale generalista.
La lungimiranza è un crimine, spesso: arroganza pura.
È come dire, “io merito il domani, il dopodomani, la vita intera”.
O anche, “io merito la felicità”.
Perché? Quali cavilli, quali codicilli, abbiamo lasciato leggere ad un angelo mentre ci addormentavamo?
Quelle sono solo candele, quando manca la luce.
Qui, oggi, ora, io sono ed io resisto.
Qui sono e qui sogno, qui amo e mi consumo, ma il cuore è a forma di coda di cometa. E dal passaggio all'esistenza accertata ce ne passa.
Bravo geometra Grattorio, che sintetizza tutto in una presa al pube.


LdP, 28 gennaio 2015

26/01/15

A spasso nel sistema stitico con forte cordialità


“Cancro: Oggi l'amore vi riserva sorprese che non potrete immaginare! È in ripresa il fascino personale, come pure la percezione della vostra forza spirituale... serata speciale per i single...”
Mentre spingo il carrello al supermercato, l'oroscopo filodiffuso cerca di tenere sulle spine i Cancro presenti. Io non sono Cancro. E comunque, non mi avrebbe fatto effetto.
Cerco di spingere il carrello al ritmo di Barry Adamson dei Magazine in “Twenty years ago”, ma è impossibile. Il brano ce l'ho in testa, ma non basta. Spazi troppo angusti. E poi, il pezzo sarebbe migliore colonna sonora per un esproprio proletario, non per una tranquilla spesa tra casalinghe con il perizoma nero mangiucchiato e vecchie paesane pettegole.
C'è stanchezza nell'aria, odore di detersivi, banalità e forme di cortesia che fanno pigramente lingua in bocca, c'è il direttore del supermercato che somiglia a Renzi, purtroppo per lui, e cerca di apparire decisionale, propulsivo, proattivo, come avrebbero detto quelle teste di cazzo con cui ho lavorato in passato.
Anche io ostento modi gentili, quasi affettati, ma è una farsa. Mai sentito tanto punk come in questo periodo della vita, mai stato così fuori target, essere fuori dal sistema e da ogni microsistema interconnesso mi porta una sorta di inusabile libertà che comunque rinfranca.
Potrei uscire da qui dentro e farmi picchiare dalla polizia; potrei uscire da qui dentro e prendere un tè formale come un vecchio stronzo annoiato. Potrei uscire da qui e non tornare a casa. Potrei uscire da qui e scrivere il più bel libro del mio quartiere, roba per cui farmi sventolare sotto le mutande da un esercito di idioti per qualche mese. Potrei uscire da qui dentro e andare a trovare un dimenticato parente, fargli la sorpresa, ho iniziato a credere in Dio e nei paraventi, sono diventato moderato, ho la tessera del PD, e diffondo la mia felicità rapportuale in giro come un deodorante da cesso, scegli tu se lavanda o fiori di campo.
Non sono un crisantemo come la società vorrebbe, zio.
Ho perso il lavoro ma non mi sono suicidato, non diventerò un piccolo trafiletto su “Il Mattino” di Napoli e qualche lacrima random tra i vecchi conoscenti. Sto imparando le regole della società. Lo sai zio? Ci sto provando. Dammi un altro pasticcino, cazzo.
Mi hanno detto che uno deve partecipare; ti sposi, fai un figlio, fai un sacco di foto e ti spremi per concedere la vacanza a te e al piccolo nucleo che hai creato, poi ogni tanto vai a svuotare il cazzo in quella casa di appuntamenti che il barbiere del tuo amico ha segnalato.
Soprattutto, fai vedere a tutti CHE SEI MOLTO IMPEGNATO. CHE SEI RICHIESTO. E che cazzo, ma che ci vuole. Devi infonderti sicurezze. Te lo chiede il circondario, l'humus, la geografia mentale e affettiva. Devi mostrarti sicuro, e possibilmente notevole. Devi buttare fumo negli occhi, per dio. E non devi fare schifo. Tu, zio, non mi hai mai letto. Ci sono troppi cazzi, anche mosci, nelle cose che scrivo; e quando scrivo la parola “troia” non chiarisco mai che mamme, sorelle e fidanzate sono escluse. E tu te la sei tanto presa per questo, perché sei un uomo retto; mentre io sono uno che le sue poesie e le sue danze le concepisce e le vive proprio in un retto, spesso il proprio.
La mia famiglia è molto cattolica e io per niente. Imperdonabile.
La mia famiglia è socialista o qualunquista oppure ha votato quella merda di tizio per non pagare il mutuo, le bollette, l'assicurazione dell'auto; e io invece -per te, per voi- sono un infimo anarcoindividualista, un eversivo che gioca a fare l'intellettuale o viceversa. Insomma, uno stronzo.
A te, zio caro, piacciono i ricchi e le persone che almeno si fanno una messa al mese con la moglie sotto al braccio; a te piacciono i furbi, che stimi più dei retti, ti piacciono gli inventori di privilegi, quelli che ti faranno la soffiata per sfangarla. Sei solo un borghese schifoso, ma non hai il peso dell'autocoscienza a ricordartelo. Se tornasse il fascismo, e se ti risultasse utile, ti vedrei girare per la vita con il fez cantando canzoni sull'Abissinia. Ora giochi con il PD perché speri che Renzi ti possa far tinteggiare casa gratuitamente, speri di scalare la caldaia dalla dichiarazione dei redditi e continui ad essere un divertito evasore. Ma ti fa tanto effetto la selvaggia crudeltà dell'estremismo islamico; ti sono simpatici i “negretti” che vendono fazzoletti ai semafori (gli albanesi e gli slavi in genere no, questioni di chimica, vero?), c'è stata pure una volta che hai parlato del commercio equo e solidale, e questo ti ha fatto sentire importante agli occhi di quella bigotta di tua moglie e dei tuoi figli coglioni, che hanno pianto lacrime amare per Pino Daniele ma non per la nonna.
Ti vengo a trovare, bevo il the, ingollo qualche pasticcino, poi vado nel tuo bagno e piscio brutalmente nel lavandino, mi sgrullo il cazzo sulle asciugamani alla lavanda, poi ti do un bacio sulla guancia e sparisco nel mio destino di non appartenente al sistema. Nessun sistema possibile. Manco più il totocalcio, da qualche anno a questa parte. No al sistema, si paga in diretta e la notte sembra che il diavolo ti respiri gelo ai piedi del letto. Ma ne vale la pena.

Uno stronzo dell'Enel viene a bussare alla porta alle tre del pomeriggio. Ha un'aria delusa quando lo mando affanculo con modalità zuccherose.
“Ma le converrebbe aderire all'off...”
“Buonasera, la ringrazio”
Gli sbatto la porta sul muso. Tu vieni alle tre del pomeriggio, coglione, e io ti elimino. Basta piazzisti. Basta carità. Basta emissari. Basta collette per i bambini poveri, la maggior parte delle volte sono truffe. Basta con gli stand dei Testimoni di Geova fuori la porta del cesso. E con i missionari americani in camicia bianca che ti danno a parlare mentre aspetti da due ore la più puzzolente e assurda metropolitana del mondo. Basta con i viaggi iniziatici dai quali si torna più disadattati di prima, con un dragone cinese tatuato sotto gli scroti ed un amore esotico da idealizzare a futura memoria.
Quel che resta, in queste stanze bianche e maleducate, è il ronzio degli amplificatori dopo l'esibizione sguaiata di una band punk che si è rifiutata di incidere, di rispondere alle domande del giovane redattore segaiolo di quella webzine per finti elaboratori del mondo indie.

Tutte le volte che si riprendono i contatti con la “normalità”, con chi protesta il giusto, con chi si difende il giusto, con chi usa l'idealismo e la pantografia sentimentale per eliminare polvere e demoni, un'osservazione sorge spontanea e lascia sconcertati per qualche istante: “Mancava poco. Tanto poco. Tanto poco agli incastri, ad oliare la macchina, a procedere senza spruzzare ovunque pezzi d'inchiostro, senza doversi ridurre a vendere ai pazzi panettoni di vomito con sorpresa. Cosa non ha funzionato?”
Già.
Cosa non ha funzionato?
Ma è poi così, seriamente? È vero che qualcosa non ha funzionato o è un'illusione ottica, un condizionamento?
La società ti dice che hai sbagliato tu: che con gli errori ti sei inculato da solo. Il povero è colpevole. Il rifiutato ha sbagliato qualcosa. L'Italia è ancora il luogo dove un anarchico, forse, è più pericoloso di un assassino, di uno stragista in doppiopetto, di un pezzo di merda di parlamentare che apostrofa i disoccupati invitandoli a reagire e a darsi da fare.
Accendo la televisione e la merda mi riempie l'appartamento.
Leggo le classifiche dei libri più venduti e mi cadono le palle a terra.
Chiudo gli occhi e mi sembra di sentire i continui “piuttosto che” comparativi usati a cazzo, la litania infame del “a me non succederà nulla perché io sono furbo”, la preghiera vergognosa “accoglietemi, non toglietemi il senso della famiglia, dell'apprezzamento altrui” e, in ambito più penosamente intellettuale, la formuletta “io sono originale e ve ne accorgerete”.
Poveri illusi. Poveri stronzi. Poveri servi.
Io scrivo su questo blog, ma tante volte originale manco il cazzo: mi hanno cacato fuori dalla letteratura inglese ribelle che nessuno leggeva e che compravo sulla bancarella negli anni infimi dell'università, originale manco per il cazzo, ho frainteso una prima stampa di Bukowski, ho romanzato troppo su Lenny Bruce, e forse il Black Panther Party, chissà, mi piaceva per motivi musicali e ho frainteso anche quello.

Sono punk più di quando ero ragazzo. Ovvio che non significa niente.
So poche cose. Tento di riconoscere quel che proprio non mi va.
Se dovessi partecipare ad uno chef contest, credo che ucciderei un concorrente e poi mi tramuterei in Batman. Preferirei farmelo succhiare da un uomo con la barba nei cessi della stazione centrale piuttosto che partecipare a quei giochi con le cibarie, la grande emozione del giudizio dello Chef Supremo. Ma chi cazzo ti conosce, Cuocone, muori.
So che non mi va di scrivere il romanzo di formazione di Ciro Mottarello, un ragazzo napoletano con la passione della scrittura che si trasferisce a Roma e poi a Milano e poi torna perché ha nostalgia del mare e si innamora di una misteriosa donna... e poi presenta il libro in una saletta di libreria, sotto lo sguardo curioso di una cinquantina di latrine che ti fanno pat pat sulla spalla e ti vorrebbero invece morto, perché si riesce ad essere invidiosi anche di non conta un cazzo. Una delle tante tragedie della razza umana, risorgere sulla sfortuna del dirimpettaio ed intostare un po' il cazzo perché all'amico coetaneo non tira più.
L'impotenza degli altri ci eccita, ci fa sentire sulla strada giusta. Dio o chi per lui ci ha creati ambigui, laidi, sfuggenti come attacchi di panico, sempre in cura per non piangere tutta la vita e invocare madri ed angeli.

Non so bene cosa farò.
Per adesso ascolto i Frankie Goes To Hollywood, mi piacciono ancora. E parecchio pure. Holly Johnson, che carisma.
Statemi lontani, però, se indosserò mai un cappello da cuoco. C'è il rischio che io sia diventato un killer, per quella data.


LdP, 26 gennaio 2015

25/01/15

Il senso della lotta

Blue Collar, 1978, Paul Schrader
La tabaccaia mi sorride mentre acquisto la solita scatola di fiammiferi svedesi, che userò per accendere le sigarette. Non mi piace, non è il mio tipo.
Il mio tipo non esiste.
Però questa donna esercita una qualche fascinazione su di me. Forse perché so che non saremo mai altro che il commerciante ed il cliente. C'è qualcosa nel suo sguardo, nei suoi modi, di molto accorto e sensato. Tutto ciò che è sensato, lontano da questo mio andare a sbattere da una barriera di scogli all'altra, mi tenta e mi accende per pochi istanti. Sento, mentre le sfioro una mano nel passaggio di denaro, il desiderio di irrompere come un maremoto nella sua vita. Di invaderla, di travolgerla, di destituirla, di scoparla al buio, sentendola gemere sotto chili e chili di rabbia. Di rabbia, tagliente, ma dolce come uno in agonia.
Non le chiederei sesso orale, anale, non le chiederei di vestirsi con autoreggenti e rossetto arancione. Vorrei solo sentire la sua quiete sotto la mia rabbia, ed essere delicato come un qualsiasi idiota in esilio. Tutto qui.
Saluto, lei sorride, peccato non essere il suo occasionale stronzo. Meglio per lei e anche per me.

Alcuni gabbiani si stagliano nervosi nella scenografia grigio cenere del cielo. Piccoli dolori tra spalle e braccia. Pezzi del mio sapore sparsi per il mondo, ricordi come prostitute a corto di convenevoli, e soprattutto la consapevolezza che i cognomi accanto ai campanelli non sono niente e non significano altro che sinistre occasioni di deviazione.
Tutti quei dischi degli American Music Club consumati sino all'esasperazione, chiedendosi perché mai Mark Eitzel scendesse tanto nei suoi abissi e in quelli che lo incuriosivano. Tutte quelle domande in francese, forse apposta per fraintendere qualcosa, e tutte quelle risposte smozzicate. Tutti quei bilanci falsati, in cerca di una colpa che riordinasse il cielo e i letti, le anticamere del cuore; la ricerca delle colpe per poter versare cemento sulle strade troppo dissestate.
Scrivere la cosa peggiore nel momento peggiore, tentare l'offesa per rivoltare condanne e manie come frittate, spremerle, estrarre un po' di veleno da servire all'ora dei pasticcini. Penso a questa roba claudicante quando trilla il cellulare, ma devio la chiamata verso il nulla. Devio. Mi piace deviare. Mi piace anche il verbo deviare: ho scoperto che ha un senso.

In piazza ci sono dei vecchi che litigano per il calcio e la politica. Mi incupisco. Mi viene in mente che tra venti anni mi guarderò allo specchio, se ci sarò ancora, e mi troverò vecchio. Credo anche che avrò una fottuta paura di crepare. Dubito che all'epoca avrò trovato una fede. Una fede che mi tenga calmo anche in questa roba di schifo, vivere e morire. Vedi tu che razza di stronzo. Pensavo di restare una farfalla nera tutta la vita, una farfalla nera con macchie di colori dell'alba. E invece invecchio. Mi agito quando sento di invecchiare palesemente, poi passa. Ci si trastulla, ci si stordisce. Avresti voluto sentirti una farfalla nera con spruzzi d'alba per tutta la durata del viaggio, e invece. Devi fartene una ragione, ma è un compromesso duro da digerire. In alcuni giorni si è ancora belli, e si resta affascinati dal tempo che resta, sembra un mezzo miracolo sospeso tra le antenne sui palazzi e il tuo cuore.
Poi arriva il vento gelido della sera e rischi di imbatterti nel corpo di qualche trapezista precipitato ai tuoi piedi, come per ricordarti che non devi fare troppo lo sbruffone.
Non esagerare con la voglia di vivere, il vento ti dice, altrimenti il cielo diventerà per te un debito permanente.

Ma accade anche roba più strana ancora. Sei a casa, piazzi un disco dei Gang Of Four che ti squadra il battito del cuore e accelera il sangue, ed ecco che soppianti i tristi effetti degli American Music Club. Percepisci una cosa di cui, forse, riesci ad essere ancora fiero: la resistenza.
Sai che stai resistendo.
Che volevano incularti ma sono arrivati solo a farti togliere i pantaloni, con un controllo di polizia fasullo, con la loro vacua immoralità spacciata per morale funzionante, davvero merda.
Ma loro chi?
A furia di dire e scrivere “loro” si fa la figura degli imbecilli. Poi una definizione per “loro” la trovi: grigi emissari della mancanza di libertà. Strumenti incompleti di potere cieco e parziale, insomma schiavi felici.
Non considero gli schiavi felici come persone: li avverto come nemici e me ne guardo. Bisogna fare resistenza. Uno dei prezzi da pagare è che resistendo sembri un cretino poco furbo, un collezionista di errori e di comportamenti che non pagano. Ma questo tipo di giudizi ha un senso, ha profonde e nobili radici?
No.
La maggior parte dei giudizi, delle castrazioni, delle riprovazioni, sono improvvisazioni, scorciatoie, è la feccia di altre paure, paure mai conosciute, forse quella di contaminarsi accettando le idee -per non dire le ideologie- di chi non ti somiglia.

Leggo Luciano Bianciardi. Magnifico. Voce amara. Voce agra, appunto. Quello che trovo in Bianciardi, in Dagerman, persino nei libri di Henning Mankell, non lo ritrovo nella maggior parte della letteratura contemporanea. Quello che trovo negli “angry young men” lo trovo drammaticamente attuale. Non è vero che sono superati, e che erano i figli incazzati della società inglese diseguale dei sessanta. Il principio di rabbia vale ancora, anzi si è rafforzato. Sono tutti libri che mi fanno riflettere, e che allo stesso tempo, proprio per questo, mi fanno male, mi stimolano con delle ferite, incidono su carne già conciata male. Mi funzionano dentro, significa questo. Leggere può essere doloroso. Non meno di amare. Non meno di lottare, e accettare che la lotta significa anche sconfitta. Spesso finisco di leggere e resto fermo, silenzioso, con una gran faccia di cazzo che scruta il vuoto, scomode ombre cinesi che si mescolano a geometrie di vuoto, figure sbavate con la lingua che fuoriesce dalla bocca e va a leccare pezzi di anima finiti cosce all'aria, escrementi di sogni, carcasse di idoli che non si ha il coraggio di rimuovere. Golem che sono diventati grumi di sangue rappreso, i voli sbagliati della farfalla nera, i frammenti d'alba caduti dalle ali. E non c'è poesia in questo. Non c'è poesia duratura nel cadere, è una puttanata letteraria. Bisognerebbe invece restare a mezza altezza, lo sguardo sicuro, la testa non piegata, la voglia di dare un senso alla rivolta che non si può esaurire nel fottuto fatalismo che alberga in giro.
“È così che va”
“Oggi funziona in questo modo”
“Bisogna comprendere i propri limiti, e trarre insegnamento”
Ma vaffanculo.
Sono la stessa persona che a diciotto anni andò, eccitato come un ebete, a fare una croce sul simbolo di Democrazia Proletaria, sentendosi un piccolissimo eroe idealista, una testa di cazzo piena di buona volontà.
Sono la stessa persona. La disillusione, enorme e fustigante, sconcia e riduttiva, non mi ha spento. Credo più di allora nel senso della lotta. Solo che è cambiato il contesto, il mio cuore è cresciuto, e il numero dei vigliacchi è aumentato in modo esponenziale, perché la società italiana ha mangiato merda fino ad ingrassare per davvero, facendo somigliare ricchi e poveri, ladri ed idealisti, servi amici dei padroni e padroni con il viso illuminato da quella retorica populista che tanto piace e tanto offende la dignità.
Credo ancora nel significato del no, credo ancora in un corpo a corpo con i mostri della riduzione dell'essere umano a cose, a mera catena di montaggio, a codice aziendale. Con un banale vaffanculo, retaggio adolescenziale ancora utile, mi lancio contro il nemico e so che sarò manganellato, che dovrò farmi medicare e nel dolore cercherò quella madre in fuga che ho chiamato quiete. Madre snaturata e tanto evocata, che non ho avuto il piacere di conoscere, e che secondo me non è nascosta in chiesa, nella nascita di un figlio o nella pubblicazione di un libro.
Forse si nasconde nelle stanze meno illuminate, quei luoghi polverosi dove decidiamo, con addosso paure centuplicate, di non soccombere e di rischiare.
In questo caso, ma solo in questo caso, questa madre mi guarda senza sfiorarmi, mi osserva senza sostenermi, sorridendo comprensiva a quell'accelerazione nel vuoto rappresentata dal senso della lotta.


LdP, 25/1/2015

23/01/15

Sensibilità post punk al Caffé Musicale Idroculo


È così.
Parlo con uno, e scopro che mi considera un metalhead fuori tempo massimo. Mi confronto con un altro, e quello mi dice “a te che piace principalmente la fusion per bassisti”. E io non rispondo.
Parlo con un altro ancora, ed ecco che mi ritrovo definito come “uno che adora l'adult oriented rock e il rock melodico tinteggiato di hard”.
E che cazzo. Ne avessero azzeccata una.
Del resto, tranne forse il cantautorato italiano più noioso e paludato e il country reazionario, mi hanno tuffato dentro tutto, dal progressive elegiaco ed intransigente al blues delle origini. Sbagliando puntualmente.

A nulla è servito chiarificare, eppure non mi è mai apparso troppo misterioso cosa mi piacesse davvero. Non so, non capisco. Le libere deduzioni sono all'ordine del giorno. Tu non mangi pesce e automaticamente non mangerai nemmeno cinghiale e pollo; tu esci poco la sera e quindi sei un misantropo. Ma anche, figuriamoci, tu hai chiare tendenze anarchiche ed allora ti deve far schifo il socialismo. Libere deduzioni a iosa e molta superficialità.

Da quando non lavoro più come venditore di dischi, è scattato una specie di meccanismo della nostalgia a tempo. Ogni tanto qualcuno mi chiama per fare un po' di nostalgia insieme. In genere, si tratta di persone per bene, che hanno mantenuto (eccome) il loro posto di lavoro e che guardano alla cosa da un punto di vista squisitamente esterno, e dunque di totale parzialità. Io i dischi li vendevo per la grande passione che da sempre mi accompagna, ma lo facevo anche per mangiare, per arrivare a fine mese. La semplice nostalgia generalista per i negozi di dischi non è quindi il solo sentimento che può dominare uno con la mia storia personale. Io ci ho mangiato vent'anni, anche se mai pranzi luculliani, con la vendita di dischi. È vero, l'odore del vinile è bello quasi quanto quello delle belle femmine, ma non mi manca solo quello, diamine. Mi manca il mio lavoro. Un lavoro nel quale sono specializzato, e non poco specializzato. Non sono mai stato un commesso improvvisato; improvvisati semmai erano i miei capi.

Manolo mi invita a prendere un caffè d'orzo al Bar Musicale Idroculo, e io ci vado solo perché mi trovavo a scendere per pagare una bolletta. Ci vado, ben sapendo che non provo alcuna simpatia per quel luogo, e che dei complimenti dispensati dai discomani spaesati ad “una delle ultime roccaforti della musica” non me ne può fottere di meno.
Manolo si sta facendo crescere un pizzetto quasi esistenziale, nel patetico tentativo di scopare un po' di più e di risultare sofferto, vero, agli occhi del mondo. Ma il pizzetto non gli ingrosserà la base del pene, l'anello di partenza, quello che dovrebbe promettere un tronco. A lui, a lui si tratta di un Mikado sbiancato. Nessuna donna con un po' di cervello perderebbe tempo con uno come lui.
Arrivo all'Idroculo, accolto da un tappeto sonoro indianeggiante con tanto di rap in napoletano e assolo di violino. Manolo è già lì.
Ho solo venti minuti, Manolo”, annuncio. Meglio mettere le mani avanti.
Fa il grugno offeso: “Oh, okay, meglio di niente”
Convenevoli, ordiniamo il caffè d'orzo, il sottofondo cambia: cover di “Blue Moon” con tamburi asiatici e un tizio che biascica qualcosa in dialetto, accennando a concetti molto originali come la libertà, la tolleranza e la fiducia in un mondo migliore. Sembra di ascoltare un deputato del PD fatto ad acido.
Il pizzetto di Manolo sta lì, impettito e curatissimo, ma la ragazza scosciata che prende l'ordinazione non sembra avere per questo le farfalle nello stomaco. Non sembra disposta ad innamorarsi di lui; posso dire di condividere la sua linea.
Manolo presenta anche un'altra novità: degli occhiali con montatura pesante, nero seppia, che dovrebbero conferirgli un'aria austera ed allo stesso tempo propensa ad un vivido e generico confronto culturale.
Uomo inscopabile. È un orsacchiotto. Come fai ad immaginartelo ansante con le labbra bagnante e tutti i muscoli tesi?
Qui hanno ulteriormente migliorato. Mi trovo molto bene con i consigli di Muddy, FryFry e Robiola”
Quali sono i loro reali nomi di battesimo?”
Uh, non so... sai che non lo so? Ma sono gentili e competenti”
Indubbiamente”
La pigrizia discorsiva aiuta sempre la diplomazia. Sempre.
Sto scoprendo il krautrock”, mi annuncia Manolo, “lo so che a te non piace proprio, a te piace il rock americano e il metal”
Il rock americano?
Io. Io, il rock americano. Bestemmia. Sono da sempre per un europeismo rock decadente, e questo mi infila nel rock americano, magari in una di quelle ballatone da highway.
Risentito, replico: “Manolo, sei quanto meno inesatto. Sono almeno quattro lustri che amo il krautrock, e non si può dire che io impazzisca per il rock americano, che sia cock o meno”
Cock?”
Lasciamo perdere”
Ti piacciono i Kraftwerk? I Can? I Faust? I Neu?”, mi sento chiedere da quel pizzetto di pietra e bolo, aromatizzato Nivea Uomo.
Lo chiede ad alta voce, per far sentire alla scosciata, che invece non se lo caga assolutamente. Sta lavorando su WhatsApp, altro che Manolo.
Adoro questi nomi”, rispondo scazzato, “ma aggiungici anche la Neue Deutsche Welle, il rumorismo berlinese e qualcos'altro che sta tra Hannover e Amburgo. E non vivrei mai senza i Palais Schaumburg”
Credevo ti facesse schifo questa roba”
Per non prenderlo a pugni, cerco di cambiare discorso, ma lui continua a riportare tutto verso la musica, continuando a prendere granchi incredibili, frutto di disattenzione, di pressapochismo e di banalità.
Ed è competitivo come una capra di montagna, ma incorna a vuoto.
Vuole sopraffarmi. Perché, vincendo il confronto, mi garantisce il suo affetto tranquillizzato, come fanno in molti: se non mi dai problemi ti amo, altrimenti...
Ma non gli lancio il salvagente. Tutt'altro.
All'affermazione proditoria “del resto, credo che tu abbia proprio tutto dei Rolling Stones, devono essere il tuo gruppo chiave”, sgrano, sfringuello e me lo inculo.
Ascolta, Manolo. Io non so perché tu pensi mi piaccia il rock americano. Di americano mi piace ciò che è slabbrato, irregolare, spettrale. Per il resto, è bene che tu sappia quali sono i miei generi chiave: left wing post punk, ambient e minimal house, IDM, Rock In Opposition, Black Rock Coalition, new pop decadente, white funk politico con basso slappato, forme deviate di industrial marziale”
Il pizzetto di Manolo si indigna con lui, prendendo una forma arcigna e diseguale.
Non mi piace quando fai queste esibizioni di sapere, Luca”
Accidenti. Sta cercando di mettermi a posto, di farmi tornare su binari di correttissima finta modestia: “Non mi piacciono le persone che si mettono sui piedistalli, esistono anche gli altri. Gli altri sono importanti per specchiarci meglio nel mondo, l'umiltà è accettare le diversità”
Ha un tono davvero ieratico e anche accademico, mi fa quasi paura.
Gli altri sono importanti quando non rompono il cazzo”, butto lì.
Intanto, nel fantastico ultimo-baluardo-della-musica-acquistata-in-tempo-reale-guardando-in-faccia-il venditore-simpatico, si passa ad un disco di John Coltrane, tanto per far vedere che piace anche il vero jazz, a chi ama tutta la musica. Pandemia. Pagnottismo. Panmusicalismo progressista con il garbo di chi caca bene al mattino.

C'è tensione tra me e Manolo. Forse non arriviamo alle mani perché abbiamo superato i quaranta, a me fa male la schiena, non so a lui, e poi che noia fare una scena madre in un posto del genere, dove l'affettata gentilezza will prevail e gli insicuri cronici cercano di togliersi polvere e ragnatele dalle mutande.
Attacca una pippa su certi miei modi di fare arroganti, arriva alla minaccia esistenziale ed esoterica “gli amici possono anche stancarsi”, a chi lo dici, bianconiglio del cazzo, sono secoli che lo dico.
Poi, a sorpresa, senza colpo ferire, arriva la sua fidanzata, o quella che si può definire come tale solo perché si infilano e giocano sulla parola “progetti”, cercando di santificarla agli occhi del Grande Niente.
Ha un buon profumo di lavanda vaginale da erboristeria e sembra molto più intelligente di Manolo, anche se non è che ci voglia molto. Ha quarantadue anni come lui, quindi finiranno per sposarsi, sennò si fa tardi e poi la clessidra biologica comincia a imbarcare merda e moschini.
Si danno un bacio che andrebbe meglio in una piscina che qui, al Bar Musicale Idroculo, mentre una sosia di Lina Sastri canta su una base di Moby che aveva a sua volta campionato una base di Prince che in realtà era l'edit di un dj di Imola. Okay. Bella musica al Bar Musicale Idroculo: qui dentro si drena sapienza e ci si lustrano le palle agli occhi delle sfitinzie, viva Drive In, viva il revival!
La fidanzata in pectore di Manolo si intitola Ada. Capta la tensione tra il suo moschettiere e me, mi guarda incuriosita ma senza partecipazione, ha un approccio difensivo.
Tutto bene, amore?”, chiede a Portos.
Su molte cose io e Luca non la pensiamo alla stessa maniera. Forse la nostra amicizia si è arrugginita”, dice, gravissimo e molto distante, smaccatamente distante, risentito.
È un'ipotesi, Manolo. Sei molto lucido”
Che fai, sfotti pure?”
No, non potrei. Non sono un boy-scout ma sono un buon uomo. Me lo hanno detto sempre gli zii e le zie che ho visto una volta ogni dieci anni, me lo hanno detto alcune fidanzate a cottimo e sono riuscito a convincermi, sono una brava persona. Non ho nulla contro di te, non essere permaloso. Non sfoggio alcuna sapienza, sono un tipo caotico, sostanzialmente mi piace quel che mi arrapa e lo approfondisco”
Peggio che andar di notte: “Luca, potresti usare un linguaggio più pulito? QUI C'È LA MIA COMPAGNA”
Lascia stare, amore, dai...”
Che bella gente frequenta il Bar Musicale Idroculo.
Mi alzo, con calma, dico “arrivederci”, e stringo la mano ad entrambi, come se non fosse accaduto nulla. Infatti non è accaduto nulla. Non so cosa farmene dei figuranti, non sarà un sacrificio perdere un idiota.
Penso che Manolo sia patetico, perché verrà il giorno che alla sua compagna non basterà più frequentare locali, fingere di amare all'unisono artisti e gruppi, e l'immagine di lui che guarnisce una torta per i suoi genitori non le farà più la tenerezza di adesso. Ci sarà un giorno, presto o tardi, nel quale a questo boia sarà richiesto un guizzo, una nota stonata che sbavi qualcosa di passionale, e lui non ne sarà capace. Perché la paura gli veste il culo e gli tiene a bada tartaro e carie in bocca, ma il buco è in agguato, tra palle, stomaco e sopravvivenza, ed è un buco che non risparmia nessuno.
Siamo solo degli esperimenti in cerca di felicità. È tutto qui. Anche i nemici sono inutili, a ben pensarci.

Per essere signore, pago il conto anche allo sverminapalle ed esco dal meraviglioso posto “dove c'è ancora il coraggio di proporre musica”.
Mi saluta, ma è peggio di un addio, il disco d'esordio -tra nu tango, ska e canzone d'autore- di una band fieramente residente nel quartiere Vomero, che come è notorio è meglio di Seattle dei tempi d'oro, della Berlino bowiana e della grande Sheffield.
Devo pagare la bolletta. Devo dare da bere e da mangiare a quel buco che mi fregio di riconoscere e affrontare nei giorni migliori, quando non ho paura anch'io.
Piove, e sono sicuro che in alcuni punti di questa città c'è qualcuno che mi attribuirebbe una passione per i Genesis, Fela Anikulapo Kuti, Ivano Fossati, Nicola Conte, Loredana Berté, gli Aerosmith o Juliette Greco.
Tutto sommato è accettabile. Non abbiamo più diciassette anni e non sono mai stato un purista. A me piace tutto quel che si contamina e si screzia, ma non rompete i coglioni con assoli di violino su glitch e proclami dialettali da starlettes alt-rock quartierale.
Quando ho bisogno della scossa, prendo un disco dei Fall, uno di quelli in cui Mark E. Smith sa di esagerare con i biascicamenti ed i deliri, uno di quei dischi dove fa lo sciamano con la bocca impastato. Mark E. Smith, grazie a Dio, è un pazzo necessario e meraviglioso. Quando ho bisogno di sognare, di fare penitenza, addirittura di chiedere pietà e farmi le mie lavande gastriche, posso ricorrere a Martin Fry, Paul Weller, Roddy Frame, Gary Clark dei Danny Wilson, ma posso recuperare anche la grande coppia Roland Orzabal/Curt Smith.
Amo i dischi. Amo i negozi di dischi. Ancora li amerei se l'Italia fosse un paese decente dove il disco non passasse nelle mente sotto le spoglie di hobby o fissazione. Amavo il mio lavoro, perché era un lavoro: a fine mese arrivavano pochi soldi ma erano benedetti da quell'odore di vinile e di curiosità permanente. Ora è tutto decadente, decaduto, sbiadito. Ma qualcosa mi spinge a sognare ancora le band di Sheffield, le stranezze americane non da radio FM, la marzialità tedesca cabarettistica o rumorista.
Io ci ho mangiato, con il mio amore per gli Einsturzende Neubauten. Non era un hobby, non era una stranezza. Era parte della libertà che oggi manca quasi del tutto, perché siamo costretti a strapparla dal culo di quella carcassa spolpata che è la società dei consumi.
Sono anarchico e socialista, sono un venditore di dischi, sono un relitto carico di vecchie passioni in ampio disuso, ma sono in piedi. Nonostante quelli come Manolo.

LdP, 22/01/2015