30/01/15

I fantocci del padrone


Ti dicevano che per mangiare dovevi fare il bravo.
Ti consigliavano di tenere la bocca chiusa per evitare guai.
Dovevi applaudire il superiore, portargli la borsa, portargli le medicine, sorvegliare la sua porta mentre si faceva ciucciare l'uccello, accompagnarlo in giro con aria accomodante e servizievole.
La maggior parte dei lavoratori che ho conosciuto sembravano ben felici di farselo sbattere in culo. Coscienza critica zero. Coscienza di classe, meno di zero. Alcuni erano di sinistra solo per hobby. Per loro, essere di sinistra si manifestava nell'andare al cinema a guardare qualche film noioso, ritwittare un post de “Il Manifesto”, prendersi una questione al bar con il tizio berlusconiano, oppure strabordare in vecchie estetiche ormai grottesche, come farsi una canna zompettando su Bob Marley.
Ma il culo, il culo era libero e aperto per i transiti padronali.
Anche io, a modo mio, ho venduto parte del culo per dieci anni o giù di lì. La mia colpa era quella di desiderare e portare avanti una forma di autonomia comprensibile: l'indipendenza economica. Non l'agio, ma la sussistenza. La sussistenza dignitosa.
Non i privilegi, i tipici privilegi da latrina del lavoro dipendente, ma una dignitosa sopravvivenza a testa alta. Solo che in certi contesti è praticamente impossibile non prendersi gli schizzi di merda, e la considerazione più atroce è che devi guardarti dai tuoi simili più che dai burocrati ingessati che entrano ed escono dagli uffici a chiappe strette, assertivi e fintamente intraprendenti, tutti impegnati a mostrare un'umanità desolatamente inesistente alla prima prova tangibile.
Dicevano “mostra iniziativa, mostra le tue capacità”, ma si sapeva che si trattava di un bluff. L'unica reale iniziativa tollerata, in certi contesti, è solo quella di servire, di far funzionare la tua parte d'ingranaggio senza rompere i coglioni.
Anche un lavoratore incazzato, che cerca di restare cosciente, vigile e rispettato, può riuscire ad apprezzare un datore di lavoro, un superiore, purché questa figura non sia ambigua, viscida, deprimente come quasi sempre è.
Tutte le volte, salvo rarissimi casi, in cui ho dovuto sedermi di fronte a qualcuno che cercava di ammaestrare me come gli altri, che doveva dare direttive o giudicare il mio lavoro, mi sono bastati pochi minuti per stabilire che si trattava di un pezzo di merda senza un minimo di talento.
Cacaglianti analfabeti, ignoranti fieri ed immersi nell'arroganza, fantocci telefonici o informatici, tramite del tramite, interfono del padrone virtuale come una slide, consulente al sapore di vaselina, consigliori con il fiato pesto e la tariffa abbonata per spirito di corpo.

Non giustifico, e non giustificherò mai, la vocazione al servilismo. Ho vissuto alcuni anni senza acqua calda. Non posso permettermi un'automobile e nemmeno le vacanze. Ho venduto le cose cui tenevo di più per pagarmi il fitto, ho passato delle notti ad inventariare dischi di maniaci che volevano un organizzatore delle loro cantine, per pagare bollette o inique cartelle Equitalia. Gli enti perseguitano gli indigenti, i paesi che hanno scacazzato capitalismo fallimentare sono i più esposti alle iniquità e all'ingiustizia sociale. Oggi, tra parole sordide come “austerità”, “crisi” (nella sventata accezione negativa degli opinionisti conservatori e dei politici molesti) e altri motti di fasullo ravvedimento, passa ancora la notizia infondata che salario significa sacrificio, che il lavoratore deve accettare i cambiamenti della società e cercare di sfangarla, in qualsiasi modo, lecito o illecito che sia.

Vengo da una famiglia borghese, ma al contempo operaia. Non ho mai saputo bene cosa è il benessere. Ho deciso presto di interessarmene il meno possibile, non volevo impazzire come un coglione, uno di quei condannati che si autodistrugge cercando di catturare tutto il cielo con uno sguardo.
Non mi autodistruggerò, come lavoratore e come uomo, perché i miei diritti sembrano non arrivare all'altezza delle scrivanie degli stronzi e dei fantocci.
Non inizierò a compatirmi perché prima cassintegrato e ora disoccupato, perché vecchio per il famoso ed infame “mercato del lavoro”, e ancor di più non rinuncerò alla cultura “perché c'è altro da fare, e occorre rimboccarsi le maniche”.
Certi idioti dovrebbero mettersi in testa che la cultura, o meglio il tentativo culturale, la curiosità sana e anche umile, non è una perdita di tempo o una fumisteria intellettualoide, è parte integrante della lotta.
È grazie all'ignoranza che continuava a specchiarsi con un compiacimento demenziale che siamo arrivati a questo punto.
Come quei miei colleghi che bisbigliavano la frasetta “che me ne fotte, basta che mi pagano” e poi facevano la risatina complice.
Perché io ho famiglia”
Non ho tempo di mettermi a fare l'intellettuale, io”
Tu evidentemente puoi permetterti di continuare a scrivere, leggere troppi libri e comprare pure dischi”
L'intelletto non è un'entità astratta. È, anzi, un investimento pragmatico. Io non sono una persona “colta”, non mi basterebbero due vite e poi è una definizione di merda, mortificante, statica, molto borghese.
Per continuare a scrivere mi sono lavato con l'acqua gelida a gennaio, sono rimasto fuori dalle feste, dai party celebrativi, dai flash mob a culo nudo, sono anche rimasto fuori dalle sale del consenso. Non c'è alcun eroismo, gli eroi sono ben altri, è solo resistenza che cerca di mantenere alto un livello accettabile di consapevolezza.
Non apprezzo, nemmeno un po', quelli che si sforzano di mostrarsi rivoluzionari, consci e duri a morire, e che intanto continuano a nascondere soldi sotto la cuccia del cane in giardino, e che al contempo acquistano un gadget per il caporeparto, il direttore, l'amministratore.

I miei ex colleghi avevano il brutto vizio di organizzare collette e regali per i direttori e per i responsabili, figure meste e vuote che ruotavano attorno alle nostre carogne già pronte.
Non ho mai partecipato ad una sola colletta per quegli stronzi fasulli, non ho mai partecipato ad una festa con valvassori e sudditi in perizoma; se l'avessi fatto, mi sarei sputato in faccia per anni ed anni.
I regali e le collette sono aumentati in modo esponenziale quando si venne a sapere che alcuni di noi avrebbero perso il posto. Ognuno cercava di farsi notare in qualche modo, di apparire insostituibile e fedele, per me era la degenerazione totale dell'essenza umana.
Ho deciso velocemente che era tempo di lasciare la tazza del cesso e i trampolini disseminati dappertutto. Ero stanco di svegliarmi ogni mattina e accorgermi che c'era qualcuno o qualcosa che cercava di violarmi con disinvoltura e nonchalance, nel nome di quella legge inaccettabile che è pagare il proprio diritto al salario con la completa sconfitta della dignità.
Il risultato, prevedibile ed in linea con le mie aspettative, è stato che l'azienda si è sbarazzata con molto entusiasmo di me, pisciandomi quattro soldi in mano, salutandomi con un ineffabile ed ipocrita “passa pure a salutarci”.
La mia è una storia ordinaria, banalissima, nello stivale che scalpiccia nella merda, niente che differisca dal disastro in corso.
Nessun martirio, nessuna sventura superiore al consueto, tutto regolare, ero un badge aziendale che è stato disattivato. Ma non mi hanno disattivato l'anima, la voglia di scrivere e raccontare, e soprattutto la voglia di guardarmi allo specchio il mattino, per quanto la visione spesso non sia delle più confortanti.

Brucia di più, semmai, la banalità del bene, più che il grande lago di sterco che è il lavoro dipendente braghe in mano; brucia di più la disarmante pochezza di chi dovrebbe essere solidale, attivo in forme di resistenza, presente al momento dello scontro e non nascosto dietro colonne, postazioni, benefici di cartone.
È più grave che il tradimento, il grande tradimento, provenga dai compagni, da quelli che abitano la tua stessa zona grigia di sterminio post-industriale.
È triste l'avversione per la manifestazione della coscienza non curandosi delle conseguenze; chi parla, chi si palesa per quel che è, non è uno stupido suicida ma un uomo (e un lavoratore) che non vuole abbassare la guardia. Tutto qui.
L'ultima forma di libertà rimasta è resistere. Resistere sognando, Resistere tentando la sorte della libera espressione, ovunque e comunque.
Lottare non è andare al cinema, non è semplicemente indignarsi, non è fingere che il populismo sostituisca la coscienza, lottare non ha niente a che spartire con slogan da social network, rugose forme condivise di dogmi invecchiati male, lottare significa essere presenti e, in qualche modo, rischiare che ti eliminino.
Il rischio della lotta è anche quello, preciso e puntuale, di restare confinato in un dimenticatoio sorvegliato, come un cane che sta invecchiando e che è bene non lanci in giro gli ultimi morsi; ma è o non è parte del gioco?

Tu giudichi troppo”. Sono stato rimproverato spesso in questo modo.
Tu ti elevi a giudice, ma chi ti consente questa arroganza?”
Ma giudice un cazzo, pardon. Io cerco solo di essere critico: in primis con me stesso. Cerco di essere sveglio. E di non vendermi per un appezzamento di terreno, per parte di una casa di proprietà, io che non ho mai posseduto niente, per un giro nel villaggio vacanze del capo.
Così come non mi piace fare aria al culo e all'ego degli altri, non pretendo che lo si faccia a me. Non è con i complimenti che si diventa fratelli, invece è con l'ipocrisia al massimo livello che si diventa complici, ma sia chiaro una volta per tutte: senza la magia della presenza.
E della rivolta.
Non deve essere un regalo del padrone, guardare le stelle dal porcile, non lo deve essere mai più.


Luca De Pasquale, 30 gennaio 2015

29/01/15

Io c'ero quando Paddy McAloon...


Dal momento che mi trovo sulla riva del mare, dal mare posso imparare. Nessuno ha il diritto di pretendere dal mare che sorregga tutte le imbarcazioni o di esigere dal vento che riempia costantemente tutte le vele. Così nessuno ha il diritto di pretendere da me che la mia vita divenga una prigionia al servizio di certe funzioni. Non il dovere prima di tutto, ma prima di tutto la vita! Come ogni essere umano, devo avere diritto a dei momenti in cui posso farmi da parte e sentire di non essere solo un elemento di una massa chiamata popolazione terrestre, ma di essere un'unità che agisce autonomamente.

STIG DAGERMAN

My love and I, we are boxing clever
She’ll never crowd me out
Fall be free as old confetti
And paint the town, paint the town”

PREFAB SPROUT, “When love breaks down”


Piove nello spazio biancastro del pomeriggio che muore. Uno spazio viscido, gelatinoso e subdolo, dove muoversi può significare scendere verso altre salite, ancora più difficili.
Piove e guardo verso il cesso del bar, dal quale è appena uscita una donna vestita di grigio. Ci scambiamo uno sguardo. Un solo sguardo denso ed inutile come un addio.
Ho i capelli bagnati, lo sguardo un po’ triste, e nonostante tutto, nonostante il tempo delle sicurezze e gli anni delle esaltazioni ondeggianti, sento che il mio aspetto è sgradevole e comunica stridore. Qualcosa che non si incastra. Che non si incastrerà mai.
La donna in grigio fa una telefonata mentre ordina un caffè, il tono è concitato, si tratterà di un uomo, forse il suo, forse –più probabile- quello di un’altra.
Una donna che ama ti permette di dormire. Finalmente di dormire. Tu che non dormi mai, che hai dormito pochissimo tutta la vita e sognato in eccesso.
Una donna che ti ama ti consente anche il sonno, tu che hai passato tutta la vita, salvo brevi momenti, a cercare l’esplosione e non il riposo, le spine e non le conchiglie.
La giacca grigia della donne è completamente bagnata, fuori c’è il diluvio e lei da fuori è venuta. Guardo nei fondi del mio caffè, ma non so leggerli e non mi interessa neppure.
Nel bar c’è odore di caffè tostato, di fumo invecchiato sulle pareti, c’è un piatto di porcellana del Campari, la foto gigante di un parente morto e un collage di immagini del Napoli degli scudetti.
Ho tolto i guanti. Mani freddissime. Mi piacerebbe non avere il naso. Aver dimenticato la bocca a casa, in un cassetto. Non ricordare i sogni. Forse, non apprezzare la musica.
I luoghi di mare, d’inverno, sotto la pioggia, sono un richiamo freddo e tagliente, sono attese che iniziano ad espandersi come scherzi crudeli, sono esili dominati e regolati da strati di nebbia.
La donna beve il suo caffè, chiude la comunicazione con l’interlocutore telefonico ed esce dal bar. Nessuno sguardo. Non lo cercavo. Le mie mani hanno un odore di crema, ma non ne ho usata. Il mare, fuori le vetrate, è un righello grigio con piccole sbavature occasionali.

Vedo la donna vestita di grigio salire in auto, al posto di guida. Con una mano, regge la sciarpa sulla bocca. Le mie mani sono così fredde che il corpo non riesce a prendere calore.
Passano alcuni minuti, pago, esco.
Sul marciapiede di fronte c’è uno stronzo che non voglio salutare. Sono molte le persone che saluto solo se costretto, se costretto dagli occhi. Mi nascondo nel fumo della Camel, svicolo, scelgo una strada più lunga.
Non prendo calore neanche con il movimento. Accelero il passo, ricordo una manciata di canzoni tutte insieme, quelle dei Pale Fountains, quasi tutte quelle dei Prefab Sprout, un po’ di Church e alcuni refrain virali degli Stranglers.
Mi ricordo che quando scartai il vinile di “Steve McQueen” dei Prefab Sprout, esattamente trent’anni fa, mi sentivo molto felice e fermamente intenzionato a sognare, a sognare seriamente. Non posso nemmeno dimenticare l’emozione di “Univers”, “Ballata” e “Pioggia di luce” dei Litfiba. Sentivo di essere dotato di un cuore gigantesco, un guerriero pronto ad ogni sacrificio, un titano vestito di ombre e luci, ma maledettamente autentico.
Quelle canzoni erano una sfida, un manifesto di ribellione alla fuga dei colori.
Colori che ora, adesso, mi vengono incontro, incarnati negli ombrelli dei bambini che escono da scuola mentre io rientro. Io sono l’uomo che fuma e che non si protegge dalla pioggia, mentre loro fanno roteare i loro colori bagnati ma sani, ancora puliti.
Mi sento elettrico sotto questa pioggia, mi sento una canzone. Una vecchia canzone: “The golden calf” dei Prefab Sprout, elettrico come quella canzone e altrettanto breve.
Mi sento come la voce di Paddy McAloon, il mio adorato Paddy, spirito dolceamaro mai veramente pacificato, languido ed elettrificato come un corto circuito permanente.
Paddy McAloon era un fottuto, meraviglioso, eroe. Per quelli della mia generazione, fatti in un certo modo, un eroe non cancellabile.
Amare la musica di Paddy McAloon significava ammettere la sconfitta, la breve gittata, ma anche accendere le luci ogni sera, comunque, senza camuffarsi di paura.
Amare la musica di Paddy e dei Prefab Sprout significava anche costruire vasche di fiori su una fragilità non più negabile, e non giocare a fare i superuomini; io non volevo soffrire troppo, ma soprattutto non volevo causare sofferenze. Ma sapevo, già sapevo, che ogni emozione è un mettersi in gioco e comporta conseguenze, spesso imprevedibili. Le canzoni dei Prefab Sprout aiutavano a guardare tutto in un’ottica meno selvaggia e nevrotica.
Si sognava facile con “When love breaks down”, era troppo facile. Trappole di Paddy, trappole micidiali. Quelle canzoni, così perfette, rendevano affascinanti amori e desideri già tarati, magari già fregati, erano già nostalgia al primo abbraccio, ed erano poesia sbagliata al momento del congedo, poesia che ti riempiva lo stesso. E viaggiavi.

Devo moltissimo a Paddy McAloon. Meglio, infinitamente meglio, di tanti libri di poesia e di tante promesse condensate in sms e lettere studiate in notti d’insonnia. Devo a Paddy McAloon l’azzardo della dolcezza, il guizzo elettrico e doloroso delle ritirate, la smodata passione per le giornate grigie, in cui una sola striscia di mare riesce ancora oggi a cingere un’intera vita, a spingere verso l’ignoto, con le mani freddissime e le ciglia un po’ bruciate.
Chiamiamola anche poesia pop, miracolo in sintesi di canzone, io so solo che quel che scriveva e cantava era una parte di quello che volevo e che temevo, e che per questo lo considererò sempre un eroe romantico, di quelli che piacciono a me, di quelli facilmente derisi dagli stupidi e da quelli arrivati troppo tardi.
Una volta tanto, io sempre così riluttante, posso dirlo: io c’ero quando i Prefab Sprout costruivano fortezze di petali sui nostri sogni, c’ero quando la voce di Paddy McAloon giocava al meglio con tutti i silenzi e le attese che non sarebbero mai diventate pubblicità di una felicità troppo custodita.

Luca De Pasquale, 29 gennaio 2015

PREFAB SPROUT PLAYLIST:

When Love Breaks Down
Appetite
Nightingales
Cars And Girls
The Golden Calf
The Ice Maiden
The Wedding March
Moon Dog
Nancy (Let your hair down for me)
The Venus Of The Soup Kitchen
Horsin’ Around
Desire As
Hallelujah

ASCOLTI CORRELATI:
Aztec Camera, The Blue Nile, Danny Wilson, Gary Clark, The Pale Fountains, Orange Juice, Microdisney, Roddy Frame, The Style Council, Josef K, The Icicle Works, Ian McNabb, Everything But The Girl, The The


28/01/15

Zero morale

Karl Hubbuch
Il geometra Grattorio riceve materiale pornografico in buste nere anonime. Si tratta di cd e riviste, preferibilmente improntate a roba interrazziale e situazioni di rapporti orali in pubblico (panchine, ascensori, supermercati, cessi di ristoranti, bagni di cinema, sottoscala della metro).
Il geometra Grattorio li usa per arraparsi con la moglie e anche da solo. La moglie non indossa una minigonna a pelo di culo da anni. La moglie ha sempre un'aria desolata, triste, ed è per giunta molto gelosa; motivi che hanno portato il geometra Grattorio a sentire che gli tirava di meno.
La moglie è più intelligente di lui, ma legge pesanti libri di psicologia e rompe spesso le scatole con atteggiamenti garantisti e un po' ecumenici; fosse una volta che si fa trovare a casa con la bocca intasata di rossetto, la scollatura generosa e il reggicalze. E poi mangia sempre ed è ingrassata. E il geometria Grattorio, che è brutto, grasso e ha perso i capelli, ha perso il graffio di tigre in zona uccello.
Quindi usa i dvd e le riviste, pieni zeppi di pompini, biancheria istoriata e merlettata, donne pronte a tutto e stupidi attori che urlano “oh yeah” ad ogni colpo d'anca. Il geometra Grattorio non è solo brutto e piuttosto superficiale, ha anche un brutto cazzo. Un po' arcuato a destra, come le sue idee politiche, sottile e poco adatto a lunghe percorrenze. Quando fa sesso sembra che stia in palestra agli attrezzi, tanta scena ma poca profondità di colpo, molto movimento ma poco piacere, soprattutto per la donna.
La moglie trova disdicevole la sua abitudine, mutuata dai tanti film porno consumati, di baciarla con la lingua guizzante da fuori, ansando forte, come per un attacco di asma notturno.
Il geometra Grattorio accumula soldi, seghe e ha cercato di chiavarsi la commessa del negozio di sport all'angolo. Le ha fatto recapitare un mazzo di fiori nello spacco di pranzo, ha iniziato a corteggiarla con fare untuoso, è arrivato a regalarle una scheda telefonica. Finché sono andati in quella pensione di Monterusciello dove, dopo un veloce scambio orale a forma di numeri, hanno praticato un missionario e un doggystyle sudati come bestie, e ha goduto solo lui, con quella sua pancia elastica e piena di peli, con quel suo stupido senso di avere il cazzo e doverlo usare, è durato sei minuti ma il suo arnese entrava e usciva senza generare nella donna un vero sollazzo.
Poi, le ha chiesto di masturbarsi con le unghie laccate rosso fuoco, lui avrebbe filmato tutto con l'Iphone. Lei si è rifiutata, hanno provato a rifarlo ma al geometra Grattorio è venuto su mezzo floscio. Hanno rinunciato.

Me lo trovo di faccia, con la sua busta nera in mano.
“Giorno”, fa lui senza sorridere.
“Buongiorno”, rispondo stancamente, guardandogli le mani.
Lo guardo con la coda dell'occhio mentre sale le scale. Me lo vedo chiudersi nello studio e guardare un vecchio film di Salieri fino a farsi venire la voglia di scopare con la moglie, che anche oggi sarà triste, pentita di averlo sposato, attaccata ai figli come un'ostrica, i figli che danno senso alla vita e anche alle scelte sbagliate del passato.
Oggi il mio sguardo è colmo di nebbia, di voli notturni finiti male, di sogni-ricatto, di ricordi stilizzati nella scultura decadente di un tuffo nel magma, oggi non ce l'ho con nessuno, ma io non ce l'ho mai con qualcuno. Io scuoto le catene come un cazzo di schiavo, ma non attacco senza motivo.
Ho rispetto della dignità umana, della schiavitù umana non consapevole, ho rispetto del passaggio che un dio pazzo ci ha dato sulla sua zattera stretta e imperfetta, non attacco gratuitamente. Attacco per autodifesa, per resistenza, per ribellione. Attacco perché non tollero l'idea del controllo. Qualsiasi forma di controllo. Attacco perché il respiro dei giusti spesso puzza peggio di un tubo fecale. Sono corruttibile, impreciso, disordinato, e la mia gentilezza è solo una maledizione da fraintendere. Sono un rinnegato e il geometra Grattorio non mi piace neanche un po'. Per me è feccia, con quel suo distacco affettato, con quel suo ridicolo gingillarsi il piccolo scettro per sentirsi uomo, con quella sua aria furbetta quando conta i soldi e gonfia i conti. Un capitalista lillipuziano, un ignorante che nel vizio vede la concessione meritata alle fatiche della sopravvivenza e della pinguedine sociale.
Non è per moralismo. Ognuno è libero. Anche di masturbarsi per sua madre, o di vestirsi da donna e guardarsi il culo allo specchio per avere un'erezione migliore.
Non è moralismo. È che i vizi non sono divertenti, sulla faccia degli stupidi. Non è divertente guardare coppie infelici che si dimenano nell'educazione dei figli, nella loro sana crescita, per non finire a pisciarsi in faccia.
Non è divertente osservare la mestizia farsi largo tra le rughe, sulle vesciche della pelle che invecchia, non è divertente leggere i diari delle persone, che continuano a sognare, più la vita caga loro in mano più sognano.
“Sognare non costa niente”, dicono.
Bugia. Assoluta, spaventosa bugia.
Sognare costa caro. Finisce che hai la casa piena di ali di cartone e di cera, finisce che sorridi alle possibilità più che alla realtà, succede che scrivi dei libri per omaggiare tutti i rifiuti ricevuti, tutte le delusioni digerite o meno.
Finisce che hai paura di fare del male a te stesso e agli altri, finisce che hai paura di scegliere e scegli una fede o un'ossessione nel depliant dell'agenzia vicino casa.

Vado a riprendere le mie cose in un vecchio armadietto. Effetti personali, così si chiamano. Ma io preferisco chiamarli effetti momentanei. Tali sono, quello valgono. Anche alcune relazioni sono state solo effetti momentanei. Non avevano storia precedente, non ne hanno avuta di successiva.
La crudeltà è solo un punto di vista, quando si agisce nel momentaneo.
La sensazione che conta di più è quella che emerge a notte alta, quando si è soli con il respiro accorciato, respinto dai muri, bloccato dalle finestre, minacciato dai sogni che il mattino seguente prenderanno quella forma così assurda e dolorosa, coda di cometa mai esistita, schiuma sulla faccia di un dio figurante, messinscena dai colori seducenti.
Prendo i miei effetti momentanei, cerco di non pensare alle mie brutte abitudini, una delle quali è non vedere oltre un massimo di due giorni.
“La lungimiranza è dei forti”, diceva un tizio, che magari oggi cura la rubrica di psicologia smutandata su qualche settimanale generalista.
La lungimiranza è un crimine, spesso: arroganza pura.
È come dire, “io merito il domani, il dopodomani, la vita intera”.
O anche, “io merito la felicità”.
Perché? Quali cavilli, quali codicilli, abbiamo lasciato leggere ad un angelo mentre ci addormentavamo?
Quelle sono solo candele, quando manca la luce.
Qui, oggi, ora, io sono ed io resisto.
Qui sono e qui sogno, qui amo e mi consumo, ma il cuore è a forma di coda di cometa. E dal passaggio all'esistenza accertata ce ne passa.
Bravo geometra Grattorio, che sintetizza tutto in una presa al pube.


LdP, 28 gennaio 2015

26/01/15

A spasso nel sistema stitico con forte cordialità


“Cancro: Oggi l'amore vi riserva sorprese che non potrete immaginare! È in ripresa il fascino personale, come pure la percezione della vostra forza spirituale... serata speciale per i single...”
Mentre spingo il carrello al supermercato, l'oroscopo filodiffuso cerca di tenere sulle spine i Cancro presenti. Io non sono Cancro. E comunque, non mi avrebbe fatto effetto.
Cerco di spingere il carrello al ritmo di Barry Adamson dei Magazine in “Twenty years ago”, ma è impossibile. Il brano ce l'ho in testa, ma non basta. Spazi troppo angusti. E poi, il pezzo sarebbe migliore colonna sonora per un esproprio proletario, non per una tranquilla spesa tra casalinghe con il perizoma nero mangiucchiato e vecchie paesane pettegole.
C'è stanchezza nell'aria, odore di detersivi, banalità e forme di cortesia che fanno pigramente lingua in bocca, c'è il direttore del supermercato che somiglia a Renzi, purtroppo per lui, e cerca di apparire decisionale, propulsivo, proattivo, come avrebbero detto quelle teste di cazzo con cui ho lavorato in passato.
Anche io ostento modi gentili, quasi affettati, ma è una farsa. Mai sentito tanto punk come in questo periodo della vita, mai stato così fuori target, essere fuori dal sistema e da ogni microsistema interconnesso mi porta una sorta di inusabile libertà che comunque rinfranca.
Potrei uscire da qui dentro e farmi picchiare dalla polizia; potrei uscire da qui dentro e prendere un tè formale come un vecchio stronzo annoiato. Potrei uscire da qui e non tornare a casa. Potrei uscire da qui e scrivere il più bel libro del mio quartiere, roba per cui farmi sventolare sotto le mutande da un esercito di idioti per qualche mese. Potrei uscire da qui dentro e andare a trovare un dimenticato parente, fargli la sorpresa, ho iniziato a credere in Dio e nei paraventi, sono diventato moderato, ho la tessera del PD, e diffondo la mia felicità rapportuale in giro come un deodorante da cesso, scegli tu se lavanda o fiori di campo.
Non sono un crisantemo come la società vorrebbe, zio.
Ho perso il lavoro ma non mi sono suicidato, non diventerò un piccolo trafiletto su “Il Mattino” di Napoli e qualche lacrima random tra i vecchi conoscenti. Sto imparando le regole della società. Lo sai zio? Ci sto provando. Dammi un altro pasticcino, cazzo.
Mi hanno detto che uno deve partecipare; ti sposi, fai un figlio, fai un sacco di foto e ti spremi per concedere la vacanza a te e al piccolo nucleo che hai creato, poi ogni tanto vai a svuotare il cazzo in quella casa di appuntamenti che il barbiere del tuo amico ha segnalato.
Soprattutto, fai vedere a tutti CHE SEI MOLTO IMPEGNATO. CHE SEI RICHIESTO. E che cazzo, ma che ci vuole. Devi infonderti sicurezze. Te lo chiede il circondario, l'humus, la geografia mentale e affettiva. Devi mostrarti sicuro, e possibilmente notevole. Devi buttare fumo negli occhi, per dio. E non devi fare schifo. Tu, zio, non mi hai mai letto. Ci sono troppi cazzi, anche mosci, nelle cose che scrivo; e quando scrivo la parola “troia” non chiarisco mai che mamme, sorelle e fidanzate sono escluse. E tu te la sei tanto presa per questo, perché sei un uomo retto; mentre io sono uno che le sue poesie e le sue danze le concepisce e le vive proprio in un retto, spesso il proprio.
La mia famiglia è molto cattolica e io per niente. Imperdonabile.
La mia famiglia è socialista o qualunquista oppure ha votato quella merda di tizio per non pagare il mutuo, le bollette, l'assicurazione dell'auto; e io invece -per te, per voi- sono un infimo anarcoindividualista, un eversivo che gioca a fare l'intellettuale o viceversa. Insomma, uno stronzo.
A te, zio caro, piacciono i ricchi e le persone che almeno si fanno una messa al mese con la moglie sotto al braccio; a te piacciono i furbi, che stimi più dei retti, ti piacciono gli inventori di privilegi, quelli che ti faranno la soffiata per sfangarla. Sei solo un borghese schifoso, ma non hai il peso dell'autocoscienza a ricordartelo. Se tornasse il fascismo, e se ti risultasse utile, ti vedrei girare per la vita con il fez cantando canzoni sull'Abissinia. Ora giochi con il PD perché speri che Renzi ti possa far tinteggiare casa gratuitamente, speri di scalare la caldaia dalla dichiarazione dei redditi e continui ad essere un divertito evasore. Ma ti fa tanto effetto la selvaggia crudeltà dell'estremismo islamico; ti sono simpatici i “negretti” che vendono fazzoletti ai semafori (gli albanesi e gli slavi in genere no, questioni di chimica, vero?), c'è stata pure una volta che hai parlato del commercio equo e solidale, e questo ti ha fatto sentire importante agli occhi di quella bigotta di tua moglie e dei tuoi figli coglioni, che hanno pianto lacrime amare per Pino Daniele ma non per la nonna.
Ti vengo a trovare, bevo il the, ingollo qualche pasticcino, poi vado nel tuo bagno e piscio brutalmente nel lavandino, mi sgrullo il cazzo sulle asciugamani alla lavanda, poi ti do un bacio sulla guancia e sparisco nel mio destino di non appartenente al sistema. Nessun sistema possibile. Manco più il totocalcio, da qualche anno a questa parte. No al sistema, si paga in diretta e la notte sembra che il diavolo ti respiri gelo ai piedi del letto. Ma ne vale la pena.

Uno stronzo dell'Enel viene a bussare alla porta alle tre del pomeriggio. Ha un'aria delusa quando lo mando affanculo con modalità zuccherose.
“Ma le converrebbe aderire all'off...”
“Buonasera, la ringrazio”
Gli sbatto la porta sul muso. Tu vieni alle tre del pomeriggio, coglione, e io ti elimino. Basta piazzisti. Basta carità. Basta emissari. Basta collette per i bambini poveri, la maggior parte delle volte sono truffe. Basta con gli stand dei Testimoni di Geova fuori la porta del cesso. E con i missionari americani in camicia bianca che ti danno a parlare mentre aspetti da due ore la più puzzolente e assurda metropolitana del mondo. Basta con i viaggi iniziatici dai quali si torna più disadattati di prima, con un dragone cinese tatuato sotto gli scroti ed un amore esotico da idealizzare a futura memoria.
Quel che resta, in queste stanze bianche e maleducate, è il ronzio degli amplificatori dopo l'esibizione sguaiata di una band punk che si è rifiutata di incidere, di rispondere alle domande del giovane redattore segaiolo di quella webzine per finti elaboratori del mondo indie.

Tutte le volte che si riprendono i contatti con la “normalità”, con chi protesta il giusto, con chi si difende il giusto, con chi usa l'idealismo e la pantografia sentimentale per eliminare polvere e demoni, un'osservazione sorge spontanea e lascia sconcertati per qualche istante: “Mancava poco. Tanto poco. Tanto poco agli incastri, ad oliare la macchina, a procedere senza spruzzare ovunque pezzi d'inchiostro, senza doversi ridurre a vendere ai pazzi panettoni di vomito con sorpresa. Cosa non ha funzionato?”
Già.
Cosa non ha funzionato?
Ma è poi così, seriamente? È vero che qualcosa non ha funzionato o è un'illusione ottica, un condizionamento?
La società ti dice che hai sbagliato tu: che con gli errori ti sei inculato da solo. Il povero è colpevole. Il rifiutato ha sbagliato qualcosa. L'Italia è ancora il luogo dove un anarchico, forse, è più pericoloso di un assassino, di uno stragista in doppiopetto, di un pezzo di merda di parlamentare che apostrofa i disoccupati invitandoli a reagire e a darsi da fare.
Accendo la televisione e la merda mi riempie l'appartamento.
Leggo le classifiche dei libri più venduti e mi cadono le palle a terra.
Chiudo gli occhi e mi sembra di sentire i continui “piuttosto che” comparativi usati a cazzo, la litania infame del “a me non succederà nulla perché io sono furbo”, la preghiera vergognosa “accoglietemi, non toglietemi il senso della famiglia, dell'apprezzamento altrui” e, in ambito più penosamente intellettuale, la formuletta “io sono originale e ve ne accorgerete”.
Poveri illusi. Poveri stronzi. Poveri servi.
Io scrivo su questo blog, ma tante volte originale manco il cazzo: mi hanno cacato fuori dalla letteratura inglese ribelle che nessuno leggeva e che compravo sulla bancarella negli anni infimi dell'università, originale manco per il cazzo, ho frainteso una prima stampa di Bukowski, ho romanzato troppo su Lenny Bruce, e forse il Black Panther Party, chissà, mi piaceva per motivi musicali e ho frainteso anche quello.

Sono punk più di quando ero ragazzo. Ovvio che non significa niente.
So poche cose. Tento di riconoscere quel che proprio non mi va.
Se dovessi partecipare ad uno chef contest, credo che ucciderei un concorrente e poi mi tramuterei in Batman. Preferirei farmelo succhiare da un uomo con la barba nei cessi della stazione centrale piuttosto che partecipare a quei giochi con le cibarie, la grande emozione del giudizio dello Chef Supremo. Ma chi cazzo ti conosce, Cuocone, muori.
So che non mi va di scrivere il romanzo di formazione di Ciro Mottarello, un ragazzo napoletano con la passione della scrittura che si trasferisce a Roma e poi a Milano e poi torna perché ha nostalgia del mare e si innamora di una misteriosa donna... e poi presenta il libro in una saletta di libreria, sotto lo sguardo curioso di una cinquantina di latrine che ti fanno pat pat sulla spalla e ti vorrebbero invece morto, perché si riesce ad essere invidiosi anche di non conta un cazzo. Una delle tante tragedie della razza umana, risorgere sulla sfortuna del dirimpettaio ed intostare un po' il cazzo perché all'amico coetaneo non tira più.
L'impotenza degli altri ci eccita, ci fa sentire sulla strada giusta. Dio o chi per lui ci ha creati ambigui, laidi, sfuggenti come attacchi di panico, sempre in cura per non piangere tutta la vita e invocare madri ed angeli.

Non so bene cosa farò.
Per adesso ascolto i Frankie Goes To Hollywood, mi piacciono ancora. E parecchio pure. Holly Johnson, che carisma.
Statemi lontani, però, se indosserò mai un cappello da cuoco. C'è il rischio che io sia diventato un killer, per quella data.


LdP, 26 gennaio 2015

25/01/15

The Real Rocker: interview with BARRY SPARKS


I started to know about and recognise Barry Spark's bass playing thanks to Cosmoquad, a power rock fusion trio who is still closed to both hard rock and fusion fan's hearts; I was used to consume a massive dose of fusion bass at that time, that's how I found Cosmoquad. I was immediately struck by Barry Spark's sound; he simultaneously proved to be virtuous and balanced. I felt, it was clear, that Barry was capable of extraordinary technique even though without flaunting his own evident skills. He never risked leading to a sort of "circus" performance: with too much tapping or slap, as well as with too many solos. Barry was able to introduce himself with a fierce and a powerful sound, without getting caught up in those usual traps which are typical of bass heroes. So I started searching for any records in which Barry took on the role of bass, since then. I found him with Yngwie J. Malmsteen, the great Michale Schenker. I read his name in John West's solos albums, later I saw him with Dokken and together with the mythical Ted Nugent.... then I got, with such difficulty with the italian distribution, his own solo albums: the fully acoustic one, "Glimmer of hope", and the definitely rock record, "Can't look back".
Barry is one of the top rock bass players out there, which is not surprising. That's because he can unite the emphatic groove, which is ideal for boosting such tough and complex tracks, and the bass player's awareness. It is him who fills and accomodates the structure, who holds it up and, if you like, encourages it.
I wanted to interview Barry for a long time. It has been a courtship that I started with shy e-mails some years ago, and now, here we are, with an interview that confirms Barry Spark's spirit of rock, as well as his own eclecticism, kindness and his willingness as person. His opinions about the world of rock and also the disintegration of the "true and real" music (that is to say "listening it on a physical medium"), show that in this artist you can find the soul of rocker together with uncommon intellectual honesty and consistency, which are qualities really difficult to find in the musical scene nowadays.

LDP: First of all, Barry, how did you start? When and why did you choice electric bass?

BS: When i was about 8 or 9 years old, I was a Kiss fan like everyone was in the late 70's! I would air guitar with my brother while playing Kiss records! I loved Ace Frehley the most. Around 1979 I bought an electric guitar out of a Sears catalog for about 50 bucks!
(that was a lot of money, I saved for forever!) My brother also started playing as well. A year or two later my brother wanted to form a band with his friend from school. I didn't really want to be left out, so I decided to play bass. I remember thinking well, Geddy Lee from Rush makes the bass pretty interesting so I will try this too! I instantly loved it and practiced for hours and hours everyday, playing along with records.. like Rush “2112”, Iron Maiden "Killers"... Tygers of Pan tang "Spellbound" was another favorite to jam to.

LDP: Who were your main reference bass players?

BS: My heroes were (still are!) mainly Geddy Lee (Rush), John Entwistle (The Who), Steve Harris (Iron Maiden), Chris Squire (Yes) but I also loved bands like Aerosmith, UFO, Scorpions, Black Sabbath (loved Geezer), Van Halen. Also Fran Sheehan from Boston played great too. All the great rock bands from that time (I still love these players today!). Also I remember my guitar teacher telling me to buy Jeff Beck "Wired" and The Dixie Dregs "Dregs of the Earth" also Stanley Clarke "School Days". These albums blew me away!
It still doesn't really get better than that stuff. Stanley Clarke is unreal! Untouchable for that super fast finger picking! Oh yes... Percy Jones from Brand X is awesome too. Of course Billy Sheehan showed us all a thing or two as well!

LDP: You are a musician who's gifted with extraordinary technique, so you are capable of playing whatever you want. You have already proved that on several occasions, joining with musicians like Yngwie Malmsteen, Dokken, Michael Schenker, Tony MacAlpine, Ted Nugent, Uli Jon Roth.... How can you always find your own state of mind in such exciting situations, so easly? Which are the experiences that you'd rather remember?

BS: Well, I have been very honored to have been given the oppurtunity to play with so many great guitarists and bands. I think with each different project I don't really change my mindset or anything, I just try to play what is best for the song. Of course if I can add a cool lick or a cool part, I try to do it!
Sometimes, yes, less is more, but I have always also had the attitude to "go for it' a bit and let the magic happen. Again, it's not something I really think about. I just think my influences run deep! So my Geddy, or Entwistle impersonation (which hopefully by now sounds like my own twist on it) is always there.
For example.. when I played for Ted Nugent, it was a three piece and his music is real "old school rock' n' roll" so it was real open, especially live, so I had plenty of room to really play, for this reason I really had a great time with Ted. It was a bit like "Cream" and also Ted liked it that way, so that encouraged me too!

LDP: You have recorded two solo albums, very different from each other, also various and peculiar, and in both of them you didn't push your virtuosity, even tough you could just do it, instead of preferring the musical composition and the amalgam. Do you think you could record an ultra technical solo album, anytime soon? Have you planned any other foray as alone artist?

BS: That's a good question. Well, in the past, on at least these two albums you are talking about, the first one actually had no bass at all! Strangely that was an entirely acoustic album.
And that came about for several reasons, one being, I wasn't set up to really record a proper full blown album (you need to think that this was way back in 1998 or so, and the digital recording wasn't so easy to come by as it is now. So that was done on ADAT machines. Anyhow I knew I could at least make a good sounding acoustic album this way and I still think that album sounds pretty good. For the next one, it was more of an attempt to make a "pop rock-ish" sort of thing. So funnily enough. Sometimes when I write songs which is usually done on an acoustic guitar, well, on that album, I didn't really notice until much later. But I think the bass was probably done rather quickly, although the bass playing is fine, maybe more simple is all, which sometimes is better if the song calls for it.
Also my mindset might have been on the guitar perhaps, where as, if I come into a studio to play on someone elses album, I am using my "I am a bass player" brain and probably hoping to shine on the the bass a bit! Anyhow my point is that I may have just played a bit more simple because I was thinking about the guitar parts and just not trying to "show off" so much as a bass player.
My latest album is a band called "Riot On Mars" with the amazing vocalist Michael Vescera! But it's mainly a duo of just him and I.. I play all of the instruments and it's a real "old school" rock album! My favorite style of music. Sort of Rainbow, Rush, Thin Lizzy, Zeppelin sounding to my ears.
It is being mastered now and I am very happy with how its coming out! On this album, when it came time to record bass, I approached it the same as if I would play on a Ted Nugent album or something, so I really wanted the bass to stand out.
I really wanted to have the bass been a very important part of the song... plus tone wise.... I really went "over the cliff" I went for a more "Geddy" or Entwistle" tone using a seperate track for distortion, which I blended with my clean signal (same thing I do live, whenever possible) anyhow the bass on this album really stands out I think and I allowed myself to "play" quite a bit! It's not all out shredding so much because, I mean, the songs still need to have the right bass part. But I took a different approach and I wanted the bass to really say something. I think it has some of my best playing ever on this album!

LDP: In the late 1980s/in the early 1990s, electric bass could find a new dimension in the landscape of hard rock and metal music, thanks to musicians like Stu Hamm, Billy Sheean, yourself, Randy Coven and a few other people. You are part of this "race" of extraordinary bassists without any awe of guitarists. Do you think that the emancipation of electric bass in the hard rock is still in progress?

BS: Well, first off, I thank you for including me with such good company! Again, for me it's always just been a simple goal of "playing the best I can" and "best" meaning if I can "strut my stuff” I do! If i need to play something simple, well , I do that too.
As for if the bass is continuing to evolve? I certainly hope so! To be honest, a lot of what is happening today is sort of discouraging young players, not putting in the time to practice as much as I did 20 years ago (and still do!). Today people want "instant satisfaction" and with all the amazing technology (which is wonderful) but it also stops people from really having to play so well (you can always fix it now and it's easy to do so). I don't want to sound so negative. It's just that "times have changed" and I sometimes can't help but look back at Zeppelin, Deep Purple or listen to Rush or my old Yes albums or anything from those "good ol days" days! (does it get better than that?) maybe not? It seems now. Don't people even have the attention span to listen to a whole album? It's all about people's I-phones!
I am a vinyl record collecting freak, so that keeps my love of Rock alive. But of course there are many great players today too and I hope the bass continues to evolve!
But as along as music is "mere background music" on people's I phones...sadly... well, maybe the golden years of music as we know it, are gone. For example, considering those great classic albums as Pink Floyd's “Dark side of the moon”... If they were released today, how many people would even listen to the whole thing? Maybe "money" would be a hit but that's it! It wouldn't have a chance, people are facebooking and playing video games instead of "listening" to good music!
"Listening" to music used to actually be something people did!
When Van Halen first came out, everyone (I mean everyone, not just guitar players) was listening to Eddie Van Halen and saying...wow! That guy can play guitar! It was exciting for the whole world. Now a lot of the really good euro metal bands are playing really good but it's mostly only other guitarists listening.
I remember in the 80's, going to a rock concert was the best and most exciting thing for people to do. Now even the most popular bands can't really play the arenas like they did back then, because people are just not as "into" it as they were. It's nice to be able to play huge stadiums in Japan with B'z nowadays because it just won't happen in most other places in the world. The Japanese fans still love to see live music.
One more point is that when I was growing up (now I am sounding old! hahaha) well, when I was growing up, music was so so very important to me (still is) but I don't see that it is the same to young people now. I could be wrong, but albums like Rainbow's “Rising". these to me, changed the world! This was very important stuff. And it meant a lot to me. I knew each member of every band I liked, most of younger people don't pay much attention to who the drummer is or bass player (well I could be wrong but it seems this way to me) Again it seems music is less important when you get it for free and when it isn't an actual "product" you can feel in your hands, if it's just an mp3, you can't even see.... well, it doesn't seem as important as a full length "album" did back in the good ol' golden years of Rock! Jimmy Page was so mysterious, it made him a Rock God! Nowadays... Well you just can check Katy Perry or whoever, and you can read on twitter what they ate for lunch, so much for the mysterious Rock Gods! Led Zeppelin was larger than life, because you didn't get to know every detail. You only had the Music! But all the negativity aside, I do try to always think positive and hope things get better. So people......please.....keep on Rockin' on! And keep "real" music alive!

LDP: I'd like to know something about your relationship with fretless and what kind of technical skills do you prefer on bass, as you master all of them...

BS: Fretless! Well, that is a tough bass to master isn't it! As for my fretless playing...hmm... I feel I have a long way to go on that!
I play it from time to time but I would never say I am a fretless player so much! Tony Franklin is amazing, as well as Marco Mendoza.
I am much more comfortable on a fretted bass, but I do love fretless and when I feel brave enough I try to play it too!
Mainly I am a finger player and very proudly I do play with all four fingers, even my pinky, I am not sure if I have ever seen anyone else play this way.
I am most comfortable playing fingerstyle. Rock bass is really my thing. Geddy, Geezer, John Paul Jones, I do my "take" on this style the best.
From time to time though, if needed, a pick works well for some rock stuff. I love Chris Squire! But if I don't need to do it. For me, fingerstyle is the way to go.

LDP: Your work on bass in two records of John West is really amazing. Long ago I read an interview with Steve DiGiorgio, who said that in "Mind's Journey" you taught everyone a glorious lesson (and it's true!). You received a great demonstration of esteem by a lot of people. Are there any peculiar musicians, whom you particularly appreciate?

BS: Well first off, I want to thank Steve for such nice words! At the time I don't think we really thought very many people were paying much attention to those albums.
John West is a great singer and we knew it was good stuff, so it's nice to hear maybe some people actually were listening. Again, as for the bass, I was just trying to do the best job I could do. I do think I was playing well at that particular time (hopefully I am better now!) but as for chops, I remember being in top form! Which I always try to be in that. Practice for me is very important as the bass is a very demanding instrument.
As for people I admire, the list is long. All the people I have ever worked with, I feel are great and I have played with many of my heroes. Michael Schenker is still probably my fave lead guitarist ever. As for bassists, some I mentioned already but I will make a list again here. I love Geddy Lee, Chris Squire, John Paul Jones, Roger Glover, Stanley Clarke, Steve Harris, Paul McCartney, Bob Daisley played some great stuff too, Percy Jones, Tom Hamilton from Aerosmith. Jaco of course!
Even guys like Pete Sears form Jefferson Starship was a cool player, most guys I like were not so much soloist guys (some are). Most are great "Rock" players, I always wanted to be a great "Rock" bassist.
Of course I love and appreciate jazz and other forms of music. But my main love is Rock N Roll: Deep Purple, Zeppelin, The Who, Rush, The Beatles.
These guys were all larger than life Rock N Roll Gods!
Another guy I admire very much is Steve Morse. He is a great player and I also used to read his guitar magazine columns every month. He always had great wisdom!

LDP: What kind of gear do you play at the moment?

BS: My main basses are my new signature basses made by ESP. My brother Kevin had designed these for me first. A white one you can see me playing in lots of pictures.
This is now made by ESP. When I first toured with UFO back in 2003, I was playing a Thunderbird bass in honor of Pete Way.
Dokken guitarist Jon Levin came to a gig in New York, I remember him saying, "wow that bass looks cool on you! I said, it may look cool, but it sounds terrible! Hahaa so anyhow Jon and I were going to have a small company in Wales make us some custom instruments. That kinda fell thru, so I asked my brother to give it a try.
And he made me a great bass! He came up with the shape, sort of Thunderbird like, but a bit smaller and different woods, maple and alder. Anyhow these basses I love and I like having my own "Thing" they are truly unique and they Rock!
As for amps, in Japan with B'z I have some real cool custom speakers made by a Japan company called F.A.T.
As for amp heads, usually ampegs, a classic or pro 4 works well but mostly, because I like how reliable they are and how they all always sound the same, a GK Rb 800 is an easy choice.
My strings are S.I.T and my pickups are Seymour Duncan.

LDP: Why don't you talk about your next plans? Are there any records that are coming out? How is your collaboration with B'z progressing?

BS: As I mention before my new band is called "Riot on Mars" look for it soon!
As for B'z, I love playing for them. They are great people, they play great, the music is great, basically it's a real cool thing! B'z have a new album coming out in Feb, I believe, and a huge Japan tour will be form March thru to July, so I am very much looking forward to doing all of that soon!

LDP: Let's close with a question focused on your taste in music. If you might list on instinct some records you love, what titles would you mention to me?

BS: Ok. Some of my fave albums in no particular order.. But these albums are sort of "part of my life" very important music to me. The soundtrack of my life stuff!

Rush (anything of course) but maybe Rush 2112, Hemispheres, Caress of Steel;
Yes: Close to the edge, Fragile, Relayer. Tormato, Going for the one, Drama;
Stanley Clarke: School Days;
Jeff Beck: Wired;
Kiss: Destroyer, Rock n Roll Over;
Aerosmith: Rocks! Toys in the attic, Draw the line;
UFO: Obsession, Lights Out;
Michael Schenker Group: first album, second album and Assault Attack;
Scorpions: Taken by Force, Lovedrive;
AC/DC: Back in Black;
Led Zeppelin: (anything) but tops for me is...Led Zep 4, Led Zep 2;
Dixie Dregs: Dregs of the earth, Unsung heroes.

Well there are many more, but on a desert island maybe I could survive with even just these!

Thank you for the great questions!

©Luca De Pasquale in collaborazione con Manuela Avino

Thanks: Barry and Alessandra Sparks, Manuela Avino






Il senso della lotta

Blue Collar, 1978, Paul Schrader
La tabaccaia mi sorride mentre acquisto la solita scatola di fiammiferi svedesi, che userò per accendere le sigarette. Non mi piace, non è il mio tipo.
Il mio tipo non esiste.
Però questa donna esercita una qualche fascinazione su di me. Forse perché so che non saremo mai altro che il commerciante ed il cliente. C'è qualcosa nel suo sguardo, nei suoi modi, di molto accorto e sensato. Tutto ciò che è sensato, lontano da questo mio andare a sbattere da una barriera di scogli all'altra, mi tenta e mi accende per pochi istanti. Sento, mentre le sfioro una mano nel passaggio di denaro, il desiderio di irrompere come un maremoto nella sua vita. Di invaderla, di travolgerla, di destituirla, di scoparla al buio, sentendola gemere sotto chili e chili di rabbia. Di rabbia, tagliente, ma dolce come uno in agonia.
Non le chiederei sesso orale, anale, non le chiederei di vestirsi con autoreggenti e rossetto arancione. Vorrei solo sentire la sua quiete sotto la mia rabbia, ed essere delicato come un qualsiasi idiota in esilio. Tutto qui.
Saluto, lei sorride, peccato non essere il suo occasionale stronzo. Meglio per lei e anche per me.

Alcuni gabbiani si stagliano nervosi nella scenografia grigio cenere del cielo. Piccoli dolori tra spalle e braccia. Pezzi del mio sapore sparsi per il mondo, ricordi come prostitute a corto di convenevoli, e soprattutto la consapevolezza che i cognomi accanto ai campanelli non sono niente e non significano altro che sinistre occasioni di deviazione.
Tutti quei dischi degli American Music Club consumati sino all'esasperazione, chiedendosi perché mai Mark Eitzel scendesse tanto nei suoi abissi e in quelli che lo incuriosivano. Tutte quelle domande in francese, forse apposta per fraintendere qualcosa, e tutte quelle risposte smozzicate. Tutti quei bilanci falsati, in cerca di una colpa che riordinasse il cielo e i letti, le anticamere del cuore; la ricerca delle colpe per poter versare cemento sulle strade troppo dissestate.
Scrivere la cosa peggiore nel momento peggiore, tentare l'offesa per rivoltare condanne e manie come frittate, spremerle, estrarre un po' di veleno da servire all'ora dei pasticcini. Penso a questa roba claudicante quando trilla il cellulare, ma devio la chiamata verso il nulla. Devio. Mi piace deviare. Mi piace anche il verbo deviare: ho scoperto che ha un senso.

In piazza ci sono dei vecchi che litigano per il calcio e la politica. Mi incupisco. Mi viene in mente che tra venti anni mi guarderò allo specchio, se ci sarò ancora, e mi troverò vecchio. Credo anche che avrò una fottuta paura di crepare. Dubito che all'epoca avrò trovato una fede. Una fede che mi tenga calmo anche in questa roba di schifo, vivere e morire. Vedi tu che razza di stronzo. Pensavo di restare una farfalla nera tutta la vita, una farfalla nera con macchie di colori dell'alba. E invece invecchio. Mi agito quando sento di invecchiare palesemente, poi passa. Ci si trastulla, ci si stordisce. Avresti voluto sentirti una farfalla nera con spruzzi d'alba per tutta la durata del viaggio, e invece. Devi fartene una ragione, ma è un compromesso duro da digerire. In alcuni giorni si è ancora belli, e si resta affascinati dal tempo che resta, sembra un mezzo miracolo sospeso tra le antenne sui palazzi e il tuo cuore.
Poi arriva il vento gelido della sera e rischi di imbatterti nel corpo di qualche trapezista precipitato ai tuoi piedi, come per ricordarti che non devi fare troppo lo sbruffone.
Non esagerare con la voglia di vivere, il vento ti dice, altrimenti il cielo diventerà per te un debito permanente.

Ma accade anche roba più strana ancora. Sei a casa, piazzi un disco dei Gang Of Four che ti squadra il battito del cuore e accelera il sangue, ed ecco che soppianti i tristi effetti degli American Music Club. Percepisci una cosa di cui, forse, riesci ad essere ancora fiero: la resistenza.
Sai che stai resistendo.
Che volevano incularti ma sono arrivati solo a farti togliere i pantaloni, con un controllo di polizia fasullo, con la loro vacua immoralità spacciata per morale funzionante, davvero merda.
Ma loro chi?
A furia di dire e scrivere “loro” si fa la figura degli imbecilli. Poi una definizione per “loro” la trovi: grigi emissari della mancanza di libertà. Strumenti incompleti di potere cieco e parziale, insomma schiavi felici.
Non considero gli schiavi felici come persone: li avverto come nemici e me ne guardo. Bisogna fare resistenza. Uno dei prezzi da pagare è che resistendo sembri un cretino poco furbo, un collezionista di errori e di comportamenti che non pagano. Ma questo tipo di giudizi ha un senso, ha profonde e nobili radici?
No.
La maggior parte dei giudizi, delle castrazioni, delle riprovazioni, sono improvvisazioni, scorciatoie, è la feccia di altre paure, paure mai conosciute, forse quella di contaminarsi accettando le idee -per non dire le ideologie- di chi non ti somiglia.

Leggo Luciano Bianciardi. Magnifico. Voce amara. Voce agra, appunto. Quello che trovo in Bianciardi, in Dagerman, persino nei libri di Henning Mankell, non lo ritrovo nella maggior parte della letteratura contemporanea. Quello che trovo negli “angry young men” lo trovo drammaticamente attuale. Non è vero che sono superati, e che erano i figli incazzati della società inglese diseguale dei sessanta. Il principio di rabbia vale ancora, anzi si è rafforzato. Sono tutti libri che mi fanno riflettere, e che allo stesso tempo, proprio per questo, mi fanno male, mi stimolano con delle ferite, incidono su carne già conciata male. Mi funzionano dentro, significa questo. Leggere può essere doloroso. Non meno di amare. Non meno di lottare, e accettare che la lotta significa anche sconfitta. Spesso finisco di leggere e resto fermo, silenzioso, con una gran faccia di cazzo che scruta il vuoto, scomode ombre cinesi che si mescolano a geometrie di vuoto, figure sbavate con la lingua che fuoriesce dalla bocca e va a leccare pezzi di anima finiti cosce all'aria, escrementi di sogni, carcasse di idoli che non si ha il coraggio di rimuovere. Golem che sono diventati grumi di sangue rappreso, i voli sbagliati della farfalla nera, i frammenti d'alba caduti dalle ali. E non c'è poesia in questo. Non c'è poesia duratura nel cadere, è una puttanata letteraria. Bisognerebbe invece restare a mezza altezza, lo sguardo sicuro, la testa non piegata, la voglia di dare un senso alla rivolta che non si può esaurire nel fottuto fatalismo che alberga in giro.
“È così che va”
“Oggi funziona in questo modo”
“Bisogna comprendere i propri limiti, e trarre insegnamento”
Ma vaffanculo.
Sono la stessa persona che a diciotto anni andò, eccitato come un ebete, a fare una croce sul simbolo di Democrazia Proletaria, sentendosi un piccolissimo eroe idealista, una testa di cazzo piena di buona volontà.
Sono la stessa persona. La disillusione, enorme e fustigante, sconcia e riduttiva, non mi ha spento. Credo più di allora nel senso della lotta. Solo che è cambiato il contesto, il mio cuore è cresciuto, e il numero dei vigliacchi è aumentato in modo esponenziale, perché la società italiana ha mangiato merda fino ad ingrassare per davvero, facendo somigliare ricchi e poveri, ladri ed idealisti, servi amici dei padroni e padroni con il viso illuminato da quella retorica populista che tanto piace e tanto offende la dignità.
Credo ancora nel significato del no, credo ancora in un corpo a corpo con i mostri della riduzione dell'essere umano a cose, a mera catena di montaggio, a codice aziendale. Con un banale vaffanculo, retaggio adolescenziale ancora utile, mi lancio contro il nemico e so che sarò manganellato, che dovrò farmi medicare e nel dolore cercherò quella madre in fuga che ho chiamato quiete. Madre snaturata e tanto evocata, che non ho avuto il piacere di conoscere, e che secondo me non è nascosta in chiesa, nella nascita di un figlio o nella pubblicazione di un libro.
Forse si nasconde nelle stanze meno illuminate, quei luoghi polverosi dove decidiamo, con addosso paure centuplicate, di non soccombere e di rischiare.
In questo caso, ma solo in questo caso, questa madre mi guarda senza sfiorarmi, mi osserva senza sostenermi, sorridendo comprensiva a quell'accelerazione nel vuoto rappresentata dal senso della lotta.


LdP, 25/1/2015