18/11/14

Il viaggio mancato


Me la ricordo quella storia. E quella donna.
Ci eravamo incontrati per caso, io ero l'amico degli amici di altri amici, quelle cose di quel tipo “aspetta che voglio presentarti una persona” e via dicendo.
Gli occhi di quella donna mi dissero subito che le interessavo. Mi inorgoglii.
Mi piaceva come mi guardavano, quegli occhi. Mi era necessario. A quell'epoca il buio era solo il vestito del sabato, non lo esibivo, somigliavo ad uno che nella vita si dava da fare, era effettivamente così e le note stonate erano state sedate a dovere.
Negli occhi di quella donna, lampi di curiosità e domande spontanee mi dicevano che avrei potuto farmi avanti, che avrei potuto scrivere con lei un brandello di film, il capitolo di un romanzo, e che avremmo potuto contare certi numeri del sonno insieme, incluse le comete.
La stella dei giorni dispari e il valletto delle tenebre, sembrava il titolo di un pessimo feuilleton ma poteva funzionare. Scrissi di più, in quel periodo, come tutte le volte che qualcosa mi accendeva per contrasto. I miei occhi mi piacquero di più, come la mia bocca ed il resto del corpo.
Dimenticai anche velocemente i tuffi nei musei del passato, quelle visite estenuanti tra reperti di illusioni, i desideri ridotti a immagini formato fototessera, i brividi fermati a metà del cielo e persi come pioggia breve e liberatoria.
Dimenticai l'eventualità del mio nome.
Dimenticai le scorie delle storie precedenti, quella scandalosa malinconia nel restituirsi le promesse. Dimenticai i buoni propositi che mi erano stati estorti alla frontiera dei cambiamenti di abitudini, all'ingresso della fabbrica di sopportazione della normalità.
In quei giorni mi tornarono anche in mente i sorrisi di tutti quelli che avevo perso, strinsi i pugni alla notte lo stesso ma tutto appariva più leggero e persino giusto.
Le mie parole, anche le più abusate, mi sembrarono di nuovo interessanti, più piene, attente a piccoli indizi di verità, persino sagge.
Ricordo in particolare una mattina, una passeggiata nel quartiere dove ero nato, il cielo era rosa e grigio insieme, non riconoscevo le insegne dei negozi, quasi quasi non mi riconoscevo neppure io. Il rosa dell'orizzonte non era più bello di me, quella mattina.
Mi piaceva il mio nuovo specchio. Mi piaceva quel viaggio negli occhi di quella sconosciuta.
Quando mi chiese “e ora dove andiamo?”, mi sembrò di aver smarrito qualunque forma di orientamento possibile. Potevamo andare dappertutto, per quel che mi riguardava.
Non riuscivo nemmeno a capire che profumo indossasse, mentre mi camminava a fianco, con passo sicuro, girando la testa in contemporanea al suono della mia voce.
Ma non scoprii mai quale profumo indossava quel giorno, e nel tempo a venire.
Perché non era accaduto niente. Proprio niente.
Le comete erano cadute tutte lontane da noi, anche se avevamo potuto individuarle una ad una e brillare con loro stringendoci senza toccarci, per confidenza, per necessità, per beffa.
Non accadde nulla e non ci scrissi niente, su questo viaggio mancato.
Mi sembrò, quando persi il conto dei giorni dall'interruzione di un niente che prometteva una pericolosa pienezza, di aver autorizzato qualcuno a proiettare un sogno nella mia stanza più grande e comoda. Mi sembrò anche di aver ceduto il posto a qualcun altro in sala, ma senza vederlo davvero; forse per educazione, per prudenza, per la smania di non stare mai fermo.
Chiesi una nuova camera, poco tempo dopo.
Una camera piccola dove finalmente sembrava impossibile sognare, e il cielo poteva apparire come una di quelle finte librerie nelle case dei ricchi svogliati.
I viaggi mancati sono sempre l'inizio di movimenti mai considerati.

Luca De Pasquale, 18/11/2014

16/11/14

L'insopportabile snobismo dell'infelicità


Mi sveglio con una canzone dei Mr. Mister in testa.
Sì, dei Mr. Mister. Mi piacevano, e anche parecchio. Richard Page aveva una gran voce e suonava bene il basso, i pezzi erano ariosi e ben costruiti, il taglio era molto americano ma è inutile fare gli snob, questi preconcetti è meglio lasciarli a quelli che escono di casa con i foulard al collo per dimostrare che hanno classe.
Mi sveglio con “Partners in crime” e scopro che fuori c'è il sole. Quindi oggi sentirò più voci di bambini, più risate nelle case qui attorno, sarà una domenica più confortante per tutti.
Preparando il caffè, penso allo stereotipo dell'infelicità che finisci per trovarti addosso, come il filo di lana che si usa per segnalare il cliente della banca da rapinare. Ti si chiede di essere coerente con l'infelicità che ti porti dentro. Devi essere aderente al ruolo, devi fare un certo tipo di cose e non devi allontanarti troppo, altrimenti sei un bluff. Se possiedi particelle concrete di infelicità devi dimostrarlo, assestarti sulla tua pedana, quella a picco sull'inferno, e non deviare mai.
Devi sbagliare continuamente. Ed essere esposto alla visuale altrui.
Se qualcosa ti va bene, se qualcosa lo riesci a custodire e sviluppare, non devi darlo troppo a vedere. Quelli come te sono quelli dei disastri, perché stai esitando di fronte alla prossima catastrofe?
Perché non ascolti musica triste? Perché non assumi un'aria malinconica, perché non sei sempre la fotocopia regionale di Stéphane in “Un cuore in inverno”?
Se scrivi un certo tipo di cose, se propugni una certa specie di pensieri e convinzioni, ti è richiesta la tristezza, la tetra compunzione del vaticinatore infelice ed inascoltato. Devi essere una specie di Cioran casereccio da tasca o da borsa, al quale ricorrere quando si è disposti a intraprendere qualche discorso astratto e pungente.

Mi muovo in casa, anche in casa mia, come un ladro. Ho le movenze di un ladro. Mi appartiene più l'effrazione che la comodità.
Sono strane e poco variegate le idee che la massa ha della tristezza. Io provo una profonda ed inconsolabile tristezza osservando le evoluzioni del bene obbligatorio.
La regolarità dei cicli può distruggermi. Ne sono consapevole, e dunque evito di entrarci.
Ma se capisco che il mio ruolo dev'essere quello del triste, dell'abissale, mi ribello. Mi sento molto più leggero e frizzante di certi pachidermi che portano il loro fottuto sorriso ovunque vadano.
I ruoli uccidono gli uomini. I ruoli uccidono le passioni e anche le coincidenze. I ruoli rendono un uomo e una donna solo scopata, costruzione e malinconia.
Il ruolo, quale che sia, ti rende solo un uomo di merda. Un lombrico.
Gli uomini più morigerati, i padri di creature, i coccolatori della quiete, finivano per toccare il loro vertice guardando di nascosto spezzoni incestuosi di film porno, dove un tizio entra in bagno, ci trova la sorella e se la sbatte.
Gli uomini di pace sono quasi sempre degli insicuri, dei complessati, con un disegnino di Edipo stampato sul cazzo.
Mi muovo come un ladro tra le persone, nelle relazioni, sono disturbato dall'idea di finire in un ruolo. La sensazione di avere un ruolo, quello cui tanti aspirano con la bava alla bocca, mi fa impazzire e allora devo scombinare le carte.

Dopo le seratine mi abboffavo di Swayzak fino all'alba. Sembra il nome di un medicinale. Lo erano, gli Swayzak, un medicinale. Tornavo a casa, mettevo su la loro deep house spietata e suggestiva, chiudevo gli occhi e ballavo da solo fino alle prime luci del mattino. E poi crollavo. Dovevo far muovere il mio corpo in modo diverso, senza un obiettivo, dovevo liberarmi. Non ho mai smesso di liberarmi. Mi ci vorrebbero millenni per superare i movimenti obbligati con i movimenti spontanei.
Spesso giocare all'amore e all'amicizia è stato un movimento obbligato. Non aveva nulla a che vedere con quel che desideravo e che sentivo.
Per questo non scriverò mai storielle borghesi per i borghesi. Storielle piene di inventiva che si concludono con una morale borghese o semiborghese; e che comunque dovrebbero distrarre dalla noia elefantiaca di vite compresse e davvero infelici, quelle sì. Nulla mi è apparso tanto infelice e condannato come il sistema di vita borghese, fatto di tanti traguardi da raggiungere, step introduttivi, soste insapori, emozioni aiutate da corsetti rossi su tette calde, morsi sulla schiena e creme gelatinose per rassodare qualcosa che rimarrà sempre molle, floscio e deprimente.
Secondo il sistema di vita in corso nella mia classe di appartenenza, quella classe media e culturalmente attenta non si sa a che, io dovrei essere l'infelice, lo zero che si dibatte nelle sue maledizioni, il reietto elegante e acculturato che protesta inascoltato.
Non cado in questa pentola di frattaglie e sugna.
Non sono l'infelice in sala d'attesa: per restare sveglio, per essere combattivo, ogni mattina faccio scempio delle mie certezze, mi infilo il cazzo in culo da solo, volgarissimo seppuku per non ridursi a riserva di altri numeri, di altre realtà, per non essere il passatempo di nessuno e neanche di me stesso.
Non mi piace la pietà. Mai e con nessuno. È una pianta che ti invade casa, e il suo colore verde nausea finisce con il convincerti che sei tra i giusti. Stronzate.
La gente ama assolversi fingendo sacrifici spirituali, comprensioni sospirate, vicinanze ridotte, e guarda il dolore degli altri, senza conoscerlo, fingendo che sia una trasmissione della De Filippi. Chi crede di essere scampato al brodo di bontà è solo un pazzo o un visionario, condannato a scrivere roba autoprodotta, ad amare il suo stesso bisogno di amare, perso in nostalgie suggerite, in mancanze trovate nei film, nei risvegli, in quei momenti senza tempo che seguono le pratiche sessuali e gli addii senza copyright.
Non mi piacciono i borghesi. I borghesi mi fanno veramente schifo.
E non sopporto l'infelicità da contratto.
Dunque stappiamo un Asti Gancia, mostriamo pure il dente cariato e mescoliamoci senza pretese, cani senza padrone, operai spremuti e fustigati dalla curiosità di quel bene salvifico che in giro si dice funzioni.
Poche volte nella vita la scintilla accende la luce: in quei momenti occorre essere lucidi e senza suggeritori. Senza teatro. Senza mutande. Senza numeri. Senza penitenze. Senza debiti. Senza scrupoli.


Luca De Pasquale, 16 novembre 2014

15/11/14

Passi indietro e fili d'Arianna


Se è vero che facebook serve a ritrovarsi, allora è più inutile di quanto pensassi.
Con Pantilimone e Motoclò passiamo un'ora a rivedere, nei limiti del possibile, le persone che hanno popolato le nostre vite. Pantilimone è ossessionato dal sapere cosa sta facendo la sua ex moglie; tra loro è finita di merda e lui non l'ha mai perdonata. Ancora oggi mi dice che quando si sono lasciati di certo lei aveva già fatto scaldare qualcuno in panchina.
Di che ti stupisci”, taglia corto Motoclò, “ad un certo punto della vita le donne diventano delle tali stronze”
Naturalmente non condivido. E non condivido nemmeno le smanie di Pantilimone. Io non voglio sapere niente delle persone che ho conosciuto.
Credo che ognuno abbia diritto alle proprie chances, ma dopo è finita. Che importa sapere con chi si è continuato, dove si vive, se si fanno le stesse cose di anni fa?
Ricordare gli episodi tristi è masochistico e anche ridicolo, ricordare le gioie passate e non ripetute è solo pomposa necrofilia. Pantilimone stappa una birra e continua a fissare la foto del profilo di sua moglie; non è da sola nell'immagine. Con lei, uno stagionato personaggio con pizzetto molto curato.
Sto pezzo di merda”, dice Pantilimone, “un po' lo ricordo, era un collega di quella troia”
Dopo la separazione, Pantilimone è rimasto solo. I suoi amici e conoscenti sono rimasti dalla parte della consorte; perché la consorte cercava di stare al mondo meglio di lui. Lui pensava che stare al mondo significasse portare i soldi a casa, sbottonarsi i pantaloni, fare un figlio e trattare con tolleranza i suoceri. La moglie era più vitalistica e lo ha fottuto. Non dovrebbe pensarci più.
Mi secca ritrovare volti del mio passato su facebook. Non li contatterei mai. Non saprei cosa dire. Tentare di comunicare sarebbe un traffico di mezze giustificazioni e frasi fatte. Non si riesumano chances a caso.
Già la maggior parte dei contatti su facebook non sai chi cazzo siano. Non ci parli, non ci scrivi, ci si ignora. Inutile aggiungere fuffa: non si celebrano i tempi andati con furore ebete.
Una donna non è migliore di altre solo perché un tempo ci scopavo e ci scambiavamo promesse.
Gli amici dissolti non vanno idealizzati; queste sono fantasie buone per quando si è in agonia in un letto di ospedale.
Chiamami Ennio, nel 1985 siamo stati molto vicini”
Col cazzo. Ci vediamo all'inferno, Ennio. Portati una tuta e un babà.

Anni fa mi scrisse una donna con la quale avevamo vissuto il vento caldo che non porta da nessuna parte. Quella specie di amori ideali che sono più fragili di una nuova acconciatura e più friabili di un sogno su palafitte.
Le sue parole di nostalgia mi risultarono fredde e magniloquenti, era il tentativo di recuperare un'emozione che avevamo gettato nel mare d'inverno, facendola annegare e gonfiare orribilmente. Del vecchio desiderio non era rimasto in piedi nulla. Solo nostalgia incarognita e paura della solitudine, della piattezza dei contentini affettivi tipici dell'età.
Mentre leggevo la sua mail, piccola pioggia da un buio pregiudicato, mi venne da ripensare alle sue mani, che erano sempre fredde, e al suo sguardo triste anche quando accettava l'amore.
Un'onda di impotenza che non potevo fronteggiare. Schegge di smottamenti e mutamenti ai quali non avevo partecipato e non avrei mai più potuto metterci mano seriamente.
L'avevo desiderata, forse anche amata. Ma mentre leggevo ero fermo sulla sedia girevole della mia scrivania, con la sigaretta in bocca, calmo, spalmato sulle mie finestre, adulto come un dolore e ragazzo come un ricordo. Risposi in modo prevedibile, non nostalgico, gentile, assente, diverso, non ripetibile e mai ripetuto. Mai più di una chance. Una delle poche leggi in questo regno malfermo, in questo principato del dubbio eterno.

Ho avuto molti amori platonici, come tutti gli idioti che scrivono.
Ci ho sguazzato, in quegli amori. Come l'idiota che si declina al meglio delle sue utopie. Ho sperato in amori folli, brucianti, improvvisi, in devozioni che interrompessero l'orologio della ragione e il suo masticare il tempo da venire. Mi sembrava, idiota che scriveva e sognava, che il promettersi amori al momento impraticabili elevasse al rango di cavalieri della notte, di uomini della pioggia. Come desideravo. Come avevo letto nei libri che amavo, da bambino.
Come uno stupido ho contato chi fuggiva e non chi restava. Come un eroe disegnato male ho scelto di innamorarmi degli spazi da colmare e non delle mani che mi reggevano la testa mentre sognavo.
Chissà quando ho smesso di pensare che soffrire potesse essere elegante e costruttivo; non lo ricordo.
Mi piaceva dire “non averti è doloroso”. Idiota.
Mi piaceva sovrappormi all'impossibilità e scagliare frecce alle stelle.
I baci erano paura. Il sesso era rischio e non piacere. Mi piaceva pensare che per amarmi si sarebbe potuta tradire l'impostazione di una vita intera.
Io ero l'uomo della pioggia: non ci si poteva amare. Io ero l'altro, l'incostanza, l'artista finto imprevedibile, l'ex bambino del dolore, lo scarabocchio di Dio. Pensavo che amarmi poteva essere una bella sfida, e mi piaceva rimanere deluso per poter costruire altri ponti adatti a far transitare solo me su sponde di fantasia e di precarietà, le più comode.
Volevo, pretendevo, che il pensiero di me potesse ossessionare e deviare.
Non si può amare completamente uno spirito tormentato, sussurravo, fammi vedere che sai fare, deludimi.
Volevo vedere se le stelle si possono mangiare e se poi ci si può andare a nascondere nelle lacrime degli altri. Una volta tanto. Un tentativo.

La compagnia di Pantilimone e Motoclò mi opprime, mi infastidisce. La loro disillusione è razionale e schematica, anche pecoreccia, greve, consequenziale. Anche il terzo amico, che oggi manca, A. Eknaght, con il suo cognome esotico non promette nulla di buono e la sua smania di vivere e riprendersi mi fa pensare alla morte più di qualsiasi altra cosa.
Forse sono rimasto tra i solchi di Kayleigh dei Marillion, forse mi hanno lanciato confetti mentre facevo incubi di ragazzo, forse ho letto libri troppo decadenti a tredici anni, non so e non conta. So solo che le ricerche di Pantilimone mi sfiancano, così come il rosario mnemonico di Motoclò.
Chi ci ha amato, chi abbiamo amato, quanti desideri sotto i cieli estivi, sulle spiaggie, nelle camerette, ascoltando dischi, piangendo padri e madri, disconoscendo amici e fratelli.
Voglio che vadano via. La loro nostalgia, la loro rabbia, sono carte bruciate in scenografie di arlecchini a mezzo servizio. Non sento vero gelo e vera passione nelle assenze e nei ricordi che mi propinano.
Aspetto di poter richiudere la porta, farmi male con quella raccolta di inediti dei Magazine e ricordarmi che ho l'età giusta per sgombrare lo sguardo e scoprire come sono veramente i miei occhi.


Luca De Pasquale, 15 novembre 2014

14/11/14

Lettera dall'ombra


Un uomo si abitua anche agli addii.
Un uomo può abituarsi alle privazioni, all'aria che diventa improvvisamente gas.
Un uomo può abituarsi alla consistenza del buio, senza ninnoli sulle mensole, senza foto ricordo, senza parole di accompagnamento.
Un uomo finisce, se predisposto, ad abituarsi alla sua storia e alle sue conseguenze.
Un uomo di un certo tipo sulle sedie vuote vede l'assenza e non l'attesa.
Un uomo che è stato bambino in una culla sul maremoto non può che bere e consumare le persone, invece di attorniarsene. Una sorta di vampirismo silenzioso, con il retrogusto dei posti abbandonati, delle porte scardinate, dei ritratti sfocati, illanguiditi solo dalla percezione fantasma di quello che non è continuato.

Tutte le volte che qualcosa è finito, io stavo fumando. E guardavo oltre. Una finestra, un finestrino, una prigione. E tutte le volte mi sono ripetuto che era diverso ed uguale, che la cascata cambia direzione, l'acqua torna indietro, le pietre restano scivolose e gli ingenui ci cadranno, sfasciandosi la testa.
La cosa più difficile, mi sono sempre detto, è dare continuità e senso all'oscurità. Sceglierla. Senza timori. Senza vigliaccheria.
Amo l'oscurità come una madre persa e necessaria.
Amo il grembo vuoto delle ore, la conca difettosa, consumata e accogliente. Amo le sensazioni stonate e taglienti, amo medicarmi dopo un'emozione e continuare ad ascoltare la fascia di dolore intermittente, la bocca masticata che implora il giorno dopo senza soccorsi, senza luoghi comuni e soprattutto senza amori fasulli.
La luce mi interessa pochissimo, mi confonde il più delle volte, e detesto tutte le salvezze come nemici giurati.
Mi devo diluire. Avvelenare. Devo incidermi la pelle con disegni dai pochi contorni, suggestioni spartane e sempre armate, lasciarmi andare significa giocare tra buio e luce ma non passare mai nella stanza più illuminata.

L'oscurità non è triste. L'oscurità è il fuoco. L'oscurità è la fontana che non rinnega l'origine della tua acqua. L'oscurità è l'ambiente in cui accogli quando ami, e lo fai credendoci, lo fai in buona fede, lo fai perché esistono creature del giorno e creature della notte.
Non si ama facendo trovare la casa pulita, il sesso profumato, non si ama con le promesse di eternità, quelle sono rose nelle mani del diavolo, non si ama sponsorizzando il lato dolce e costruttivo degli inganni, non si ama mistificandosi, rinnegando l'eccesso di ombra.
Io sono fedele. Non ho mai cambiato idea e non la cambierò. Anche nelle dimore oscure si ama. Anche negli alberghi svuotati dal tempo e dai cambi d'abitudine si può costruire un nido, si può tentare di accendere un fuoco.
Non ci tengo ad entrare nello spicchio di luce a tutti i costi. Non sarei io.
La musica funziona meglio nel buio. Come gli sguardi. Anche i silenzi funzionano meglio, non sono carichi di menzogne. Nel buio puoi parlare liberamente, puoi non preoccuparti dei preconcetti altrui, puoi trovare lo stile più aderente ai tuoi desideri e alle tue inclinazioni. Nel buio puoi congiurare contro te stesso e poi rivelarti che scherzavi. Nel buio puoi prendere la mano dell'ospite e chiederle di trattarti normalmente, di incontrarti in una zona neutra e grigia dove le carezze non sono tavole della legge e la disperazione può risultare solo un hobby passeggero.

E se i tuoi fantasmi, innumerevoli e mai stanchi, si mettono a giocare a dadi tu puoi decidere di fare altro. Il buio ha pochi confini, forse non ne ha, mentre la luce arriva sempre con quell'atteggiamento di dono, di ricompensa, che non gradisco affatto.

Non bisognerebbe mai imparare che i fiori marciscono. Non bisognerebbe mai esserne consapevoli. Le bellezza che sfiora e non veste realmente inizia presto a puzzare più di ogni male necessario.

Ci sono momenti in cui la dolcezza è qualcosa di insopportabile. Ferisce. Proprio come la luce dopo il buio. Gli occhi devono abituarsi, la postura del corpo patisce la novità, si dibatte cercando di trascinare tutto nell'oscurità, come una preda, senza rispetto. Ma perde. E allora ci si divide in due. Metà uomo al buio, metà no.

Su un canale privato c'è un film con Mastroianni. Piove. Tutto è lento, fangoso, denso, e il ricordo di se stessi è una goccia di sangue su altalene vuote. Se qualcuno entra nel mio regno quando il giorno finisce, so che la verità si ristabilirà quando rimarrò nuovamente solo. Non ci si può mentire quando si è soli. Meccanicamente apro lo sportello del frigo, passo per il bagno, fumo, mi cambio, mi piacciono i pullover scuri che possano confondersi con il colore dei capelli.
Un tempo mi piaceva molto scrivere lettere. Ne scrivevo di continuo. Andavo a fondo, affondavo la lama, inventavo persino desideri e malinconie. Scrivevo lettere nei tragitti in treno. Scrivevo con i guanti. Scrivevo con la febbre addosso. Scrivevo lettere e mi sentivo vivo, emotivo, una lastra blu notte nella vita di qualcun altro. Ho smesso di scrivere lettere. Preferisco guardare negli occhi. Se reggono. Se non sono solo acqua fissa. Se si abituano al buio.
Si finge l'amore per scongiurare il precipizio. Si finge la luce per poter dormire di notte. Si addestra la musica a facilitare l'immaginazione. Si parla di passione come si potrebbe notificare un male incurabile ad un amico. Si beve per cercare riflessi in bicchieri che sono specchi solo per un quarto. Si vomita per ricominciare e per toccare il fondo.
Si pensa che il sesso lasci tracce sensibili, squame illuminate, seconde pelli da carezzare quando la solitudine monta sulla marea e ride, ride come una sirena pazza e sconcia.
Tutto è denso e tutto si corrompe nel movimento, le sensazioni durano poco, troppo poco. Mi sembra di avere dentro un uomo che suona un pianoforte al buio e ciò nonostante non riesce ad innamorarsi di se stesso.
Probabile che la corda spezzata sia il sorriso più bello. Probabile che foderare un vecchio libro con una copertina turchese sia una gioia maggiore che capirsi. Può anche darsi che le lontananze siano le clessidre più affascinanti, quelle da spolverare almeno una volta al mese. Può darsi che la saggezza abbia un senso, ma continuo a considerarla un'inutile abitudine della quiete.
L'eccessiva altezza può dare le vertigini, ma anche lo sguardo dal basso, lo scorrere ai lati dei muri come un ruscello d'elettricità compressa, sovvertendo ogni valore in perfetta solitudine, senza manifesti.

Alla fine, hai scritto ed è molto tardi. Nel posacenere ci sono tanti di quei mozziconi da costruire un castello. Ma non hai messo ordine nella stanza centrale della casa. Quella non la tocchi mai. In quella stanza preferisci il disordine, perché è lì che ti piacerà ricordare pezzi del tuo futuro, senza commentare mai lo stupore, gli incastri e i disincanti di prassi.
Hai scritto a lungo, un flusso senza avvenimenti, come stavi e come avresti potuto organizzare gli spazi per i tuoi giullari e i tuoi assassini.
Hai scritto, infilerai le parole da qualche parte. Ti alzi e quello che vedi subito è il filo scoperto che non si è riavvolto al burattino. Ti conosci. Ti conosci, sei un figlio di puttana. Cercherai una pozzanghera dove far terminare quel filo e dalla scossa farai dipendere pezzi di vita, sviluppi e propositi, lidi di lacrime e viaggi estivi.
Figlio di puttana, che si corregge solo al buio e inverte i pezzi per esplorare l'indegna virtù dell'errore.


LdP, 14 novembre 2014

13/11/14

Cointreau e autostima indotta


"Quand nous sommes seuls longtemps, nous peuplons le vide des fantomes"
Guy De Maupassant

Della disfida tra il Movimento Cinque Stelle e il PD non me ne frega niente.
Sono lontanissimo da entrambi gli schieramenti, i toni farneticanti mi spazientiscono e le provocazioni all'establishment democratico, che sembra un brodo scolorito, non mi divertono neanche un po'.
Ogni tanto qualcuno crede di provocare, ricordandomi quanto il PD sia un partitaccio. Ma è come se mi parlassero delle corna dei vicini di casa, la cosa non mi riguarda. Avrò votato PD un paio di volte, il tempo di rendermi conto che non si trattava di qualcosa di sinistra; non penso di essere così attaccabile, visto che c'è in giro gente che ha votato il Cavauallera e poi l'ha disconosciuto, non per le sgroppate di viagra e le leggi personalizzate, quanto per la triste ammissione che votare il Berla non è servito a sistemare il figlio, la compagna dell'altro figlio e il nipotino promettente.
Le tristi ed arrembanti omelie dei pentastellati mi annoiano terribilmente. Penso a questa roba, roba da poco, mentre fumo una sigaretta fuori ad uno dei tanti megastore di merda in giro, io che di megastore un po' me ne intendo.
Il cinquantenne abbronzato entra in cerca di affari; vuole acquistare un televisore enorme per casa e una pennetta usb per scaricare musica. Troverà un tizio in divisa che cercherà di vendergli anche l'aria, in quei posti cercano di ammaestrarti con un mare di cazzate sull'efficienza e sulla cortesia, aizzano competizioni inesistenti tra poveri cristi e morti di fame, giocano sulle necessità della gente, niente di più e niente di meno.
Il cinquantenne regalerà un libro di merda alla moglie, per Natale. Il dolce e santo Natale, in cui si dà fuoco al culo delle renne e niente di più, niente di meno.
Forse il cinquantenne regalerà un altro libro di merda anche all'amante, essere sopravvalutato che gli avrà donato la gioia più grande della seconda età: ritrovare il cazzo in rampa di lancio. Dai ad un uomo di mezza età l'illusione di aver trovato la rabdomante del suo cazzo e lui diventerà docile come un coniglio domestico. Mangerà la sua carotina tra le tue cosce, sbaverà per un bel quadro e un bel tramonto, ti dedicherà una canzone. Tutta roba coatta, dovuta alla celebrazione obbligata di un piccolo cazzo capace ancora di innaffiare le cosce di un imprevisto.
Se dovessero prendermi queste sindromi, tra pochi anni, mi sparerò in bocca in una pasticceria la domenica mattina. O nello studio di un fotografo di matrimoni, con la scusa di dover prendere accordi.
Non giocherò a fare il supergiovane. Non andrò in giro per concerti e presentazioni nella speranza di dimostrarmi vivo, a me e agli altri. Preferirei l'alcolismo e la sopraffazione, forme di paganesimo campestre e sodomia a rate. È tutto da vedere, se arriverò a sessant'anni. Faremo il possibile, ma senza dare via il culo. L'ho visto fare troppe volte.

Da ragazzino mi faceva impazzire Lisa Gastoni. Mi ammazzavo di seghe per lei. Ci andavo giù pesante, consumavo intere confezioni di fazzolettini. Aveva uno sguardo torbido e peccaminoso che mi faceva ammattire, era un desiderio carnale quasi doloroso. Come il desiderio carnale dovrebbe sempre essere. Scoparsi non è un confettino da bomboniera, come vorrebbero molti ravveduti, molti impotenti e altrettante frigide. Scopare è la mezza morte. Guardo tutti questi imbecilli che entrano in questo schifoso megastore e penso che bene o male scoperanno tutti. C'è l'invecchiata regina del prepuzio, quella che dopo il lavoro di bocca ti chiedeva il feedback, c'è la finta spiritualista che impazziva tra le lenzuola, c'è il mezzo prete che predicava amore e a casa tentava di allungarsi l'uccello, c'è il padre di famiglia che è venuto dentro solo quando doveva filiare, c'è l'ex amico che ha ancora sensi di colpa se pensa di fottersi un'amica, c'è lo stiloso bisessuale che crede di vivere in “Sex and the city”, c'è quella che si bagna solo con scrittori e artisti in genere, anche i più squallidi. Scopano tutti, respirano tutti. Un bel gioco, non c'è che dire.

Sembro una vedetta lombarda, qui fuori. Sono fuori controllo, nel senso che tutta questa gente mi è insopportabile alla vista. C'è solo bisogno di sane eversioni e nessuna giustifica sociale. Nessuna.
La mancanza di morale non è certo l'etichetta più laida da indossare. Sto aspettando un amico che di sicuro mi romperà i coglioni con l'esaltazione della sua quiete interiore e dei suoi successi, mi parlerà della stima che gli altri hanno per lui e che dunque gli infondono. Siamo delle sporche e sciocche macchine idrauliche, tutto collegato e quasi tutto stupido.

“Luca, rovini sempre tutto”, mi dice Scogo.
“In che senso?”
“Quando scrivi delle belle cose poi la nota dopo è sempre sgradevole”
“Devo ristabilire l'ordine”
“Dovresti trovare un filone, sai?”
Gli sorrido. Cercalo il filone, cercalo tu, cercatelo nel culo. Magari ti spunta anche una baguette, un'ostia di autostima.
Poi mi chiede dove può trovare una bella poesia per fare colpo su una che sta su facebook e che vorrebbe insaponarsi. Gli dico che al posto suo userei Guy De Maupassant; una scelta raffinata e non banale. Mi chiede dove può trovarlo.
“Non so se ha traslocato, ora mi informo”
“E dai Luca: c'è qualche sito di traduzioni e citazioni?”
“Vai su wikiquote, Scogo”
“Garantisci”
“Io non ho mai garantito niente”
Pazzesco usare Maupassant come passepartout per la fica, ma è probabile che scrivere serva anche a questo. Gli scrittori che negano questo uso della scrittura soffrono di eiaculazione precoce e quando vengono sgranano gli occhi come bestie al macello, sbavano a sinistra ed evocano i santi: non sono persone da tenere in considerazione.

Ho voglia di Cointreau. Non è una posa. Mi piace il Cointreau, è come l'elettronica morbida di notte quando fuori piove; riesci a fare l'amore con la tua vita. Non ci sono santi a tre quarti che ti disturbino e tutto è in una dimensione ovattata e febbrile.
Sono notti in cui si riesce ad amare qualsiasi cosa; la luna presa a calci dal cielo e rintanata in un angolo con un alone di pioggia, le distanze che non sono più dolore ma mattonelle, gli amici raccomandati con ricevuta di ritorno, le donne che ti hanno chiesto di amarle per iniziare ad amarsi da sole, i vigliacchi accerchiati dalla necessità di privilegiarsi per riuscire ad essere gentili con il prossimo.
Torno a casa che è sera tardi, le chiacchiere di Scogo sono state stupide come sempre, ma è un buon diavolo. Ha solo bisogno di essere accettato. Solo quello. È tenero in questa sua smania: regala anche cartocci di castagne alle ragazze che abborda e crede sinceramente in Dio. Colleziona dischi blues e strimpella la chitarra, sempre con la sindrome del ragazzo da spiaggia in cerca di approdi sessuali adolescenziali.
Scogo è la mia nemesi. Perché a lui piace così tanto essere accettato, riconosciuto e complimentato. Gli basta e diventa per questo, quando accontentato, davvero una persona piacevolissima e affettuosa.
Io penso che essere accettati sia solo un gettone per un vecchio videogame, e mi puzza di truffa, di fretta e di troppa voglia di vivere senza le paure addosso.
Ho accettato Scogo. Da tempo. Lui non mi ha accettato, cambio troppe volte stato d'animo per i suoi gusti. E secondo lui sono sboccato, dilapidando eventuali qualità letterarie da sfruttare in altro modo. Pensa che io sia un uomo difficile, complicato e votato a chissà quali fantasmi.
Ma non gli svelerò mai il mio mistero.
Anche perché non ne so un cazzo, alla fine.

Luca De Pasquale, 13 novembre 2014

11/11/14

Arsenal-Fiorentina 0-1


27 ottobre 1999: la Fiorentina vince a Londra con l'Arsenal, meraviglioso gol di Gabriel Batistuta e io disteso sul pavimento, senza voce, tutto vestito di viola, viola fuori e viola di sogni anche dentro.
Al minuto 75 tocco il cielo, viola, con un dito e anche di più. La voce mi tornerà solo tre giorni dopo.

Non so bene perché da giorni continuo a ricordare quella partita e quell'emozione così poco condivisibile. Poco condivisibile per motivi ambientali, io che sono napoletano e anche contento di esserlo, poco condivisibile perché tante volte la Fiorentina è solo affar mio e del mio cuore. Non è semplicemente tifare per una squadra, è molto di più, è passione, istinto, è appuntamento fisso con la voglia di gioire per quei colori da quando avevo otto anni.
Non so perché sto ricordando tanto quella partita, io che di emozioni colore viola ne ho vissute tante, inclusa la supercoppa vinta ai danni del Milan, l'emozionante campionato '81-'82, tutti gli anni di Batigol e Rui Costa, ma anche l'inferno della Florentia Viola e della C2 a causa del fallimento. Non ho mai smesso di tifare, per un solo secondo. L'inferno della C, lì ho seguito quasi di più, e non davo nulla per scontato. Sogno di poter assistere ad uno scudetto della Viola. Mio padre è riuscito a vederne due. Tifo Fiorentina non perché ci tifava mio padre; fu una scelta naturale e non indotta, casuale, credo perché sin da bambino ho amato il viola più di ogni altro colore.
Il resto è venuto spontaneo. Ma ammetto, e lo trovo emozionante, che ogni volta che la Fiorentina gioca io ritrovo un piccolo soffio di mio padre. Si raddoppia dunque il valore di questa grande passione.

Arsenal-Fiorentina e l'esultanza di Batistuta mi tornano alla mente in momenti impensabili. Mentre sono in strada, mentre parlo con un estraneo, mentre fumo alla finestra, persino mentre lavoro o scrivo. Come se quel mio gettarmi a terra e urlare, mentre mio padre mi guardava divertito, fossero parti di una liberazione mancata, di un'ascesa che non avrei retto per più di cinque minuti.
Dopo le grandi gioie, le grandi piccole gioie, il buio aumenta considerevolmente. Dopo l'adrenalina c'è l'abisso, spesso anche contemporaneamente. Ma è dopo il momento peggiore. È come un fuoco d'artificio che dovrebbe servire per celebrare e invece uccide i presenti, lasciandoti al centro della scena, qualche volta con una sciarpa viola addosso e una sigaretta spenta al centro della bocca.

In fondo, non mi piace condividere troppo le mie emozioni. Mi piace annotarle, accatastarle, e levarle di mezzo quando qualcuno bussa alla porta. Mi piace avere il fuoco sotto il letto, tra le carte, in testa, ma se qualcuno mi cerca preferisco la tenuta da lavoro, non stirata ma pulita.

Alla posta c'è l'impiegato che scherza sulla Juventus, prendendo di mira il collega a fianco che invece è gobbo. Sto al gioco, ma non dico che sono viola irrecuperabile, da sempre e per sempre. E ripenso ad Arsenal-Fiorentina, a quel mio asfaltarmi sul pavimento rantolando, le corde vocali fottute e il sorriso di mio padre, lui che esultava sempre sobriamente.
Ricordo un gol di Alessio Tendi in Fiorentina-Juventus del 1978, ricordo il rigore di Antognoni a Como la sera del terremoto a Napoli, ricordo anche le sconfitte assurde, come quella interna con la Pistoiese nel derby in serie A del 18 gennaio 1981, una grande delusione.
Batistuta è stato il campione che ho amato di più in assoluto. Più di chiunque altro. Con Batistuta ho volato, come mio padre con Hamrin. Non c'è paragone tra quello che ho provato con Batigol e il resto degli idoli viola, Baggio incluso. Batistuta era la mia mitragliatrice personale.

Mi manca Firenze, cazzo. Mi manca il colore viola. Vorrei viola ovunque.
Mi manca anche Batistuta.
E mi manca mio padre.

Da qualche sera vado a dormire sorridendo, quasi sghignazzando, pensando a chissà quale partita mi verrà in mente. Nelle ultime notti la doppia vittoria con il Napoli, 5-2 qui e 4-0 a Firenze, la sconfitta interna con il Milan per 3-7, il pareggio a Barcellona 1-1, il fantastico 4-2 ai gobbi dell'anno scorso. Mi torneranno in mente anche le partite tristi della Florentia Viola, così come alla mente tornano brutte storie, pessime relazioni, inganni e sciocchezze. Il setaccio nella memoria è proprio solo degli stupidi, e io cerco di non esserlo troppo.
Non so come affrontare questo forte bisogno di viola carico che mi colori come mi piace; forse non è solo la Fiorentina, forse sono viola proprio io, perché il viola somiglia ad una notte che non è ancora andata davvero a dormire nel nero.
Io mi sento, probabilmente, una persona di questo genere, un amante della notte che non si vuole addormentare completamente, un collezionista di stoffe viola che possano regalarmi quelle piccole dosi di bellezza senza le quali non ha senso tirare avanti, neanche per un minuto.

Oggi mi ha telefonato uno che voleva parlare a nome di una Onlus. L'ho lasciato sfogarsi, ma pensavo a Pescara-Fiorentina 1-2 del 10 febbraio 1980, gol di Sella e Pellegrini a recuperare la rete di Prestanti. Mio padre ed io ascoltammo quella partita alla radio, una radio arancione che nella penombra della stanza emanava una luce giallastra calda e rassicurante come il senso della famiglia e degli affetti quando non si è ancora compromessi dalla vita.
Esultai come un pazzo per il pareggio di Ezio Sella, ma mai come la partita con l'Arsenal, quello, per qualche strano motivo, è un picco irripetibile.
Il tizio della Onlus prende fiato e gli sbatto il telefono in faccia.
Sta per piovere, sono a Napoli e non a Firenze, chissà dove è finito Ezio Sella. E chissà dove respira mio padre ora. Mi auguro sotto un cielo viola di sogni ancora in piedi.


Luca De Pasquale, 11 novembre 2014

09/11/14

Amare è un lusso


House music. Balla. Balla pure. Tette, profumi, strusciate, briciole di luna in tasca, promemoria del cazzo nelle mutande, parzialità a manciate di chiodi tra occhi e orecchie, balla, balla pure e vaffanculo.
Metti le scarpe con i tacchi per farmi eccitare, esalta il mio ego convalescente che poi torna mostro da poltrona dopo il rumore, leccami la faccia per assicurare strisce di tormento, tradisci chi cazzo vuoi ma poi non venire a piangermi in grembo.
House music. Pezzi di carne che si muovono come piante sott'acqua, luci stroboscopiche, necessità di drogarsi per dimenticare, sesso orale nei cessi con le mani sui fianchi e la saliva rappresa, ambiguità e disincanto, un villaggio turistico di distruzione nella pancia.
La luna, un poster squartato, a picco sulla strada, gocce bianche nel nero che si ciba di se stesso e delle sue moine. Ti piace leggere libri, a me no, mi infastidisco velocemente, preferisco i disperati che non leggono e che non vogliono entrare in quel mondo.
House music carica, la molla sinuosa che ti abbassa i pantaloni e ti fa godere senza voglia, minuti che passano, lo scopo è quello di tornare a casa senza ricordare il nome, la storia, persino il futuro.

Qualcuno ti accompagna a casa. Chiacchiere in auto. Il sorriso come una caramella dal gusto salato. Che fai, chi sei, quando hai iniziato a vivere.
Borghesi.
Bravi ragazzi. Che noia i bravi ragazzi. Che mancanza di palle, alla fine.
A casa pensi a mangiare, ma ti spogli e ti infili nel getto d'acqua per cercare sollievo. Ma un pezzo di pioggia non si può fare una doccia. Sei composto da pioggia e fontane sciolte. Sognerai madri sbagliate. Lascerai che i denti diventino gialli di nicotina. Non risponderai mai a quella fottuta lettera. Non si risponde ad un addio se non con un altro addio.
I mobili, i cassetti, sono fatti apposta per mettere in ordine le maledizioni. Ti cuoci un piatto di pasta alle tre del mattino, e l'esterno del mondo, il buio fuori le finestre, niente ti dice di più di quel che ti sei detto da solo. Il rumore del frigorifero è sordo, come quando muore qualcuno e devi ricominciare daccapo.
Scriverò quel che provo, ma non mi salverò per questo. Sono spacciato, lo sono da sempre, è una percentuale di forza che si parla allo specchio e getta via i vecchi rossetti.
Lascio mezzo piatto sul tavolo, lo copro. Cibo per fantasmi, topi e temporali. Ho lasciato mezza faccia nello specchio, sono io il mio film dell'orrore.
Mi stendo al buio. Ho nel naso l'odore di corpi che volevano scopare. Corpi che si sono spruzzati di quei profumi adatti a montare l'immaginazione e la foia. Ho il temporale dentro e non ho mai pensato che collezionare orgasmi serva a sentirsi più a proprio agio con la vita. Non bisognerebbe mai mostrarsi quando si gode. Le regole le deve stabilire il buio, non quel voyeurismo pecoreccio e funzionale. Godere al buio, godere come un fantasma, diluirsi in un incontro per allentare la pressione della notte lunga, quella che si mette a dormire nelle ossa e non ti lascerà che alla fine dell'estate.
Dormo solo quaranta minuti, e quando mi sveglio ho voglia di bere. Ho anche voglia di appiccare il fuoco. Ho voglia di non ricordare il mio nome e la mia storia. La vanità mi disgusta profondamente e le conoscenze mi turbano, perché spesso mi costringono ad indossare una casacca per non dare la stura a disastri.
Telefonami, mi raccomando”
Cucinerai per me, sarai carina, mi farai vedere le tue cose, mi lascerai intravedere le tue abitudini, e vedrò anche troppo chiaro nelle tue opportune speranze, ferendomi a morte come al solito. Potrò maneggiare per qualche minuto le tue passioni, le tue idee, i tuoi vecchi amori, e potrebbe essere dolce. Necessario. Umano.
Ma ho solo voglia di partire. E non di innamorarmi, no. Non ne ho voglia.
Devo tenermi a bada, devo sabotare i sogni e bucare le nuvole con tutte le protezioni accese.
Amare è lusso. E chi se ne fotte se gli idioti continuano a scriverci libri, libri pietosi di sforzo e traguardo, di percorso e preghiera, non puoi legare Lucifero in cantina.
Cadrà anche da lì, e il suo volo abissale senza tonfo ti sveglierà alle prime luci dell'alba, come un richiamo, come un desiderio scontornato, il giardino bianco sul niente, la voglia di amare e ricambiare violentata contro il muro, stuprata da un'ombra familiare, la proiezione della tua logica vestita a festa ma sobria come l'ultima puttana del percorso, la più vecchia.

Sono sveglio.
Sono le sei e ventiquattro minuti. Fuori, e dentro, è freddo.
Amare è un lusso. Un lusso insopportabile.
Mi affaccio. Nel mare c'è una pozza di luce che sembra evocare tutta la pioggia del mondo. In giro ci sono mille madri che si tirano i capelli per rilasciarmi una carezza fugace, e io voglio sfuggire a questa maledizione.
Il tempo della tenerezza, visto in questa luce di tempesta e con questo mare chiazzato di luce, è un meraviglioso equivoco senza domani.
Amare è un lusso. E io respiro solo per capirlo meglio.


Luca De Pasquale, 9 novembre 2014

07/11/14

Attenzione caduta vento


“Ti piace la festa, stai bene, hai mangiato?”
“Tutto bene, hai visto che allegria?”
Ma certo, tutto bene. C'è tanta allegria. C'è così tanto stordimento che uno finisce per rimanere lucido. C'è così tanta intelligenza e brillantezza da dover essere grati alle circostanze.
Ma mi rendo conto, mi dico sommesso, che sono in mezzo a menti che si difendono bene e si distinguono nel mondo?
Nell'angolo c'è Ida o Ada, la scrittrice, che ha sempre quest'aria da Emily Dickinson del cazzo. Fa sesso solo quando crede di amare e si comporta frequentemente da invasata, con il tipico sussiego di chi si strugge alla ricerca dell'altra metà della mela.
Ultimamente non riesce ad amare e amarsi come vorrebbe, e allora ecco che si fa accompagnare dappertutto da Venezio, che è un intrattenitore neutro, innocuo.
Si sa che non ci prova con le donne, Venezio. Non prova a baciare con la lingua umida, non prova a mettere le mani tra le cosce, e quando parla con una che gli piace non la immagina mai godere: preferisce sognare di trovarsi in uno spot o in un quadro di Magritte da spiegare ai bambini.
Lui delizia le donne con la sua compagnia sempre positiva, ha sempre una buona parola per tutti, lui legge, ascolta, guarda, e ha quell'aria per bene che funziona e non crea inquietudine e tensione sessuale. Ci scambiamo uno sguardo ostile, un mezzo saluto giusto per non prenderci a pugni.
La sua cortesia galante mi fa venire dolore ai testicoli, per quanto è penosa la pantomima che perpetra da anni.
Lui, anche lui, ha così tanta voglia di innamorarsi. Così tanta da ignorare il senso stesso del ridicolo. Però è una persona tanto okay. In questo festino borghese lui svolazza, affabile e presenzialista, e spera tanto di fare fall in love per poi ascoltare canzoni di notte con l'occhio annebbiato.
Credo che una serata del genere si potrebbe risolvere solo con un veloce rapporto anale o con quel mezzo sesso ansante che si consuma restando parzialmente vestiti e colpevoli.
Troppe tovagliette con disegni indiani. Troppe stampe di pittori celebri alle pareti. Troppa borghesia addormentata in giro, con spie accese tra le gambe e deodoranti inefficaci. Troppa gente che guadagna sopra i mille euro al mese e gioca a fare farina solidale. Troppa gente che ha vissuto con madri e padri fino a troppo tardi, fino a dover rimandare un coito per aspettare che la casa si svuotasse. Troppi di questi invitati insistono con la storia che amano la bellezza, la bellezza della vita, delle cose, dei miracoli umani, della musica sognante, del destino che invia segnali stupefacenti, eccetera. Ti viene quasi da chiederti se questi sognatori defecano, al mattino. Franco, che parla sempre di viaggi stupendi e legge emuli regionali di Chatwin, Franco per esempio si sarà mai masturbato per la donna che lavava le scale del suo palazzo, quella che si china con la scollatura in evidenza? È consapevole di soffrire di meteorismo ed iperidrosi? Pensa che gli dei lo perdoneranno per la sciattezza dei suoi amori non corrisposti e per il suo lavoro da merdoso caporale?
Mi domando perché sono qui. Perché mi hanno invitato. Forse perché anche io ho un'aria per bene, e all'inizio dei rapporti sembro interessante, non il peggiore drop out della porta accanto. Mi qualificano ancora come scrittore perché pensano la cosa mi faccia piacere, ma in realtà le definizioni mi lasciano freddo, se non mi infastidiscono addirittura, anche se positive.

Emma mi sussurra qualcosa, qualcosa che dovrebbe essere divertente per entrambi, e invece nessuno di noi due sorride. Penso che parlare sia troppo e fare sesso sia invece troppo poco, per cui non so cosa dirle e di cosa parlare con lei. Eppure, basterebbe che le dicessi, anche con sguardo vuoto e svogliatamente, che sono stato in quel nuovo posto e che c'è la mostra di Picasso a Firenze. Invece non so cosa dirle e la nostra conversazione muore ai piedi di una distanza esistenziale che è una distesa di ghiaccio secco.
Muoio spesso ai piedi delle persone, ma senza mai inchinarmi. Muoio ai piedi perché in quel momento sto scendendo oltre le poltrone e i pavimenti, cerco la botola della sparizione.
Se Emma ed io ci fossimo messi insieme, qualche anno fa, quando ne abbiamo avuto la possibilità, ci saremmo abbandonati dopo pochi mesi, con le ossa rotte e quel rancore modernizzato che è il frequentare luoghi diversi, cancellare numeri, mail, buttare il pullover che si è indossato a turno dopo l'amore. Mi piace affrontare quella paura concreta che è il sapere che non c'è mai stato nulla e mai nulla potrà esserci.
Decadono, in questa mancanza di prospettive, tutti i motivi pretestuosi e non perché un uomo e una donna debbano scambiarsi delle parole.
Emma smette presto di darmi a parlare, e mentre mi allontano per fumare sul balcone vedo Venezio con la coda dell'occhio, le si è avvicinato e sarà pronto con le sue carabattole argomentali. Fare da pesce lesso, camicia con polsini abbottonati, tono comprensivo e destino da eunuco.

Dal balcone vedo praticamente tutta Napoli. La sigaretta, la fumo piano per non rientrare dentro troppo alla svelta. Ho ancora dentro la veemenza sonora dei Killing Joke, che ho ascoltato per darmi la carica necessaria a venire qui. Odio gli inviti che ti vengono fatti con due settimane di anticipo; finisco sempre per disertare. Ma stasera ero più curioso del solito, e ho sbagliato. Non c'è nulla qui che io possa imparare. Nulla che ricorderò. E, soprattutto, nulla che mi faccia davvero male. Non c'è la bellezza di una donna che mi costringa a rivedere le mie guerre. Non c'è una crema di bellezza esposta o assaggiata che mi piaccia e mi seduca più del fango cremoso, un fango da schizzare sul cielo notturno per inventarsi stelle cadenti.
Non ci sono emozioni, qui e in posti simili, che mi strappino coriandoli di stomaco come vorrei, è una necessità, la mia, che va quasi sempre deserta, disattesa.
Mi appoggio alla ringhiera, mi piacerebbe trovarmi in una camera buia con due o tre spie blu accese, mi piacerebbe ascoltare "Fine line" dei Cars sotto la pioggia, con la voce sussurrata di Ric Ocasek che somiglia ad un sussurrato sogno interrotto.
Le mie emozioni non finiscono negli aperitivi. Nelle adunate. Nelle feste, men che meno. Questi balconi con le candele, scene stucchevoli, già provate, già sperimentate e violentate.
Non basta fare amicizia o finire a fare l'amore. Non basta, non è mai bastato, incuriosirsi di qualcuno o dare fiducia a qualche incognita.
La necessità primaria è spalancare un passaggio oscuro tra se stessi e il canale di scolo di ogni possibile nuovo ignoto, la necessità è prendere il colore viola delle vene e sfociare a mare senza nessuna pubblicità, emozionale, sociale, codificata.
C'è quasi un bisogno sacrale di effettuare la mossa sbagliata, di ritrovarsi nell'errore, nel non compiersi e risultare approssimativi, spingendo gli estranei fuori dalla proprietà e incoronare il vento una volta di più.
Com'ero stupido, fino a qualche tempo fa.
Bastava che mi si avvicinasse qualcuno e io, pur avvisando dei pericoli, dimenticavo che i bagliori oscuri attraggono ma sono piante carnivore e sciocche. Non ho ritratto in tempo la mano per le carezze e ho sbagliato solennemente. Non sono stato sincero fino in fondo. Le zattere non filano sulla melma e sul vento diventato solido, padrone di se stesso.
Finisco la sigaretta e mi chiedo che cazzo credevo di fare. Non sono mai stato interessato a finire su un comodino, in una cornice. Da vivo come da morto. Sbrogliare gli incontri e farli diventare destino è una purga pasticciata, granulosa. Far innamorare è da vigliacchi, se si sa che vincerà sempre il vento.

Rientro dentro. Due o tre coppie di occhi mi squadrano. Perdo lo sguardo in una libreria zeppa di libri di Erri De Luca, Saviano, Camilleri, Domenico Rea, Lucy De Crescenzo; c'è anche un Marx, uno di Massimo Giannini, ci sono commissari napoletani, un dizionario napoletano-italiano e qualcosa su Dario Fo e Paolini. C'è anche un Hemingway, ma per me è l'Hemingway peggiore: “Il vecchio e il mare”. Molto meglio “Isole nella corrente”.
Spio allora i cd, sistemati di merda in colonnine vezzose ma impolverate. Springsteen, Police (e qui va bene), Guccini, De Gregori, Doors, Kool&The Gang raccolta nice price, Daniele Silvestri, musica indiana e africana, una raccolta edicola di John Lee Hooker e una copia pirata di Nevermind.
Il solito jazz da borghesi con acini di curiosità: raccolte dozzinali di Coltrane, Davis, Fitzgerald, Vaughan, il solito “Koln Concert” di Jarrett. Nulla che mi sorprenda, nulla che mi contraddica. E che cazzo.
In questa casa non c'è niente che mi appartenga. In plastica come in carne, in idee come in condizione esistenziale, non c'è parentela e non c'è incontro.
Me ne sbatto di giudicare i gusti delle persone. Non spetta a me. E poi io sono capace di sentire i canti dei tifosi gallesi con base midi, quindi non giudico un cazzo. Ma non c'è sorpresa, quasi mai, non c'è eccitazione e voglia di conoscenza, le persone mi sembrano dei ventagli esposti in una merceria di un'isola nel mese di agosto.
Preferisco ardere da solo che soffiarmi con i loro bisogni.
Preferisco cadere che acquistare crediti per il prossimo gioco da tavolo.
Preferisco il vento alle promesse sollecitate.

Luca De Pasquale, 7 novembre 2014

04/11/14

Il buio oltre lo schema


Mi piace scrivere di musica, mi viene naturale. Mi piace molto meno, salvo rare eccezioni, scrivere in modo poetico. Ci trovo qualcosa di arrogante e di stancante nel tentare la carta delle emozioni a tutti i costi.
Ho l'impressione che c'è chi lo fa come se preparasse un toast, basta infilare la parola amore da qualche parte, accompagnandola alla trita litania sulla passione che vince ogni forma di raziocinio.
A volte basta il vento. O le carezze. Oppure l'idea di guardare la persona che amiamo mentre dorme. O, ancora, di strappare l'amato bene dalle mani e dalle attenzioni di altri, che eroismo, che sfrontatezza.
La gente ha bisogno, continuamente e travalicando di molto il senso del ridicolo, di emozioni positive, di certezze, ha bisogno di osservare quel che ha creato e salvato senza provare troppo terrore di perdere tutto.
Questo terrore indegno, acqua marcia di stomaco e totale assenza di Dio, è uno degli incubi ad occhi aperti peggiori che si possano vivere. E in tanti cercano di scansarlo.
La sensazione di poter perdere tutto in un attimo, in un solo istante pazzo e imprevisto, mi accompagna da quando ero bambino. Non è neanche più paura, neanche un po'.
È l'anima di ferro che mi porto dentro, la struttura portante del burattino. Sarà per questo che della poesia non me ne frega un cazzo e sono intollerante rispetto alle celebrazioni emozionali che attizzano l'ego e l'ingegno di molte anime sensibili.
Buttaci dentro l'amore e non l'inganno, cristo.
Buttaci dentro l'innamorarsi e non il mandarsi al diavolo senza possibilità di recupero.
Buttaci dentro due corpi che fanno l'amore, amandosi con intensità ma senza cacarsi addosso paure e anni dispersi alla rovescia; così sarai letto, così sarai apprezzato (ma dura poco), così ti salverai dal segno meno, che viene visto come un male incurabile, strizzare gli occhi al pensiero ma provarlo mai.

Non conto le ore di questa notte.
L'unica conta che riesco a fare, ma mi distraggo spesso, è quella delle auto che sfrecciano in strada, fasci di fari nell'umida nebbia di questo ennesimo sonno mancato.
Forse mi sono ammalato di quello che è il principale timore di molte persone per bene: mi piace mancare. Non esserci. Non incontrare. Non ritrovare. Giammai ritrovare. Non perdonare. Non riconsiderare. Non accontentarmi delle briciole.
Forse mi sono ammalato, ma continuo a fottermene delle poesie. Forse la cosa è molto grave.
Le connessioni tra le persone mi disorientano. Non mi piace il grande paese. Non mi piace riconoscere qualcuno nella folla. Riconoscersi, ad un certo punto della vita, è un ricatto affettivo.
Non guardo, e non mi interessa farlo, con indulgenza alle peggiori scene dell'elemosina affettiva. Uomini con il fegato marcito dalle delusioni, il fiato di una capra macellata e il cazzo a riposo, uomini disperati e sorridenti che chiedono di essere amati a tutti i costi. Che tristezza. Donne che hanno giocato alla riffa e poi hanno preso quello calvo e tranquillo che fuma la pipa la sera, ha quindici anni in più e sembra saggio, ma è solo un fottuto morto che cammina.
Non guardo con indulgenza nel fondo dell'acquitrino che ci chiede, come un molesto dio monco, di apprezzare quel che ci è capitato e di tramutarlo in orgoglio, in tranquillità, in parco giochi per bambini nati solo per sentirsi presentabili al mondo.

La notte è suggestiva. Amarsi anche di più. Questo è vero.
Ma scriverne, spesso, è da guitti.
Tante cose che ho scritto negli anni scorsi, per amore, per innamoramento, per suggestione, per incontinenza emozionale, nel tentativo accecato di legarmi addosso gioie sfuggite o forse viscide, oggi mi risultano come pagine di diario di un imbecille colossale. È questa, dunque, inumanità? Cinismo?
Le definizioni si sprecano, la sensazione resta e corrode.
Mi sono sempre perdonato poco. Mi sono perdonato meno di quanto abbia perdonato agli altri. Mi affronto, mi corco di botte, mi massacro al buio, poi mi accendo una sigaretta e aspetto il mattino seguente. Essere indulgenti con se stessi è tipico dei deboli. E io trovo la debolezza oscena, molto più della pornografia e della religione più ottusa, quella che chiamiamo speranza, una religione disattenta e zeppa di codicilli fastidiosi, di clausole inique.

Non mi piace perdonarmi, così come non mi piace finire nel fumo di una grigliata, tra le stupide risate obbligatorie, fotografando piedi, tette, amici, amanti, libri, statue, uccelli, alberi, gatti e bambini. Mi piacerebbe scattare foto alla febbre di vivere, o foto alla solitudine che si contorce e cava dal silenzio il suono di un gesto nuovo.
Non mi piace perdonarmi. Non me lo posso permettere e non me lo sono mai consentito sul serio.
Facilmente si viene pedinati dalla controfigura, che ti continua a sussurrare “perdonati, apriti, apri le finestre del sole” e tu lì, a cercare di spiegare a quell'ombra che nel buio ci sono delle bellezze incomparabili, c'è il battito d'ali del momento prima della tempesta, c'è il traghetto che salpa all'alba con pendolari senza nome, che per inciso non ameranno leggere poesie.
Io credo che il buio abbia un senso. Che sia un'altra strada, non meno valida delle scorciatoie illuminate.
Si può scherzare con gli amici, bere vino con loro, carezzare la donna che ami, costruire un lavoro, uno scopo, una forma espressiva, restando comunque al buio. Si può gioire per un regalo, per una ricorrenza, ci si può innamorare ogni giorno di più delle forme d'arte, restando in un buio fondo, denso come vecchi rancori, si può provare un'emozione forte brancolando nelle tenebre, si può provare tenerezza, darla e riceverla, continuando a giocare sporco con la vita, accettando che mentre cingi l'oggetto del tuo amore un pugnale lurido e senza pietre preziose incastonate ti sta scannando come un maiale.
Certi risvegli mi scuoiano, mi appendono in macelleria, mi vendono a tranci, e la mia carne andrà a male, quella avanzata, inizierà a puzzare come tutto ciò che si dimentica sul bancone del tempo che passa.
Cerco il vento, cerco in fondo la sensazione delle labbra che bruciano, delle mani fredde che scrivono sulla pioggia giocando con un eterno imperfetto che è solo pensiero, azzardo della mente e doloroso bisogno di libertà.
Non si tratta di essere complicati, o negativi, o lontani dal bene.
È che forse sei nato su un ferryboat mentre pioveva, alcuni marinai hanno giocato con i tuoi primi sorrisi e il mare, incredibile ma vero, era già nostalgia prima ancora di cominciare.


Luca De Pasquale, 4 novembre 2014

01/11/14

Novembre


Per strada c'è un funerale.
Solo che le persone non piangono. Sembrano dei figuranti più preoccupati del nodo alla cravatta che del cordoglio. O, anche, gente in coda per le audizioni di una nuova edizione di qualche grande fratello.
Non piange nessuno. Forse è meglio così, pare che piangere, piangere qualcuno intendo, porti a peste.
Forse i sogni sono linee di febbre, a maggior ragione se questa realtà è un baule che regala schizzi di merda ogni volta che cerchi di vestiti a festa.
Ci si chiazza di merda. Velocemente e in modo inatteso. Il vestito della sposa può valere come carta igienica in un autogrill, se il destino si è svegliato dalla parte sbagliata del letto.
Una ragazza scatta centinaia di foto ad un bambino, ma anche più di centinaia, è una devozione incredibile e mi sfugge subito di mano. Finisce che devo sempre fare la parte del cattivo, anche e soprattutto con me stesso.
La ragazza scatta nevroticamente, senza sosta, qualunque cosa il bambino faccia o pensi di fare.
C'è gente che fa continuamente foto. E altri che passano la vita a giustificarsi. E altri ancora a sognarsi addosso. Quasi sempre si tratta di ingiustizie che arrancano alla ricerca di un percorso.
È arrivato novembre; ma non si vede e non si sente. All'alba tira vento e di sera fa umido, ma sembra una succursale di settembre con le pareti tinteggiate tenui, inutilizzabili per il letargo che serve.

Continuo a pensare di aver bisogno di fare i conti.
Di restituire i gesti a vuoto, uno dopo l'altro. Senza più attenzione alla gentilezza, reale o presunta, senza contabilizzare i movimenti.
Continuo a pensare che per far quadrare questi maledetti conti occorra essere spietati. Prendere provvedimenti. Restituire. Ripagare. Bene, ma anche male se necessario.
Spegnere tutte le fontane e diventare un getto di pietra. Un invitato senza tovagliolo. Pisciare sul proprio numero. Uscire dalla fila. Rifiutare il rancio. Ammutinarsi. Senza contare sui sodali d'occasione. Che non contano niente, sono come i vermi nascosti dietro i vecchi quadri.
Senza contare sull'abuso del concetto di passione, di apprezzamento, di crescita e di movimento. Agire in un getto di pietra, con un'anima di cera.
Non mi trovo a mio agio nelle relazioni sociali. Ci riesco, a sostenerle, ma mi annoio. Dopo un'ora sono già lontano. Ho fatto molto rumore da ragazzo, ma ora è così noioso.

E poi, sempre troppo domande.
Che fai. Che vuoi fare. Che facevi. In cosa credi. Cosa vuoi dire. Chi ti piace avere vicino. Hai il cuore impegnato. Che bambino eri. Che uomo credi di essere. Voti. Cucini. Ti piace il sesso. Ti piace il calcio. Ti piace Dio. Ti piacciono i bambini. Sei per la fedeltà o per il tradimento. Ti piace viaggiare. Dove hai studiato. Che lavoro hai fatto.
Le domande mi sibilano a fianco come il catarroso sputo di un vecchio, non ho nessuna voglia di rispondere. E non si tratta del gusto di alimentare chissà quali misteri. I misteri finiscono quando si nasce, e riprendono quando si crepa. Le domande mi sfiancano. Le conversazioni, quasi sempre, sono una forca. Non ha nessuna importanza se l'interlocutore è interessante o uno stronzo qualsiasi. Si parla troppo. Si scrive troppo. Si cerca il bene, quello che si pensa tale, con un fare ossessivo.
Ci sono giorni che sono una piccola colata di olio nell'acqua fredda, impossibile amalgamarsi, impossibile evitare di essere visti dopo l'impatto, e la beffa è che ci viene richiesto il classico comportamento da corpo estraneo: fuori calibro, fuori asse, sfocato, incerto, contraddittorio.
Si esegue. Si esce dalla fila. Qualcuno si incuriosisce, ma sbaglia le mosse e finisce nel corteo.

Volevo fare il poliziotto. Sì, il poliziotto.
Mi sembrava un mestiere adatto per disciplinarmi. Al momento giusto non ne ho voluto sapere. Ho sbagliato. Quando passano le auto della polizia, soprattutto se impegnate in un inseguimento, ho ancora quel brivido che avevo da ragazzino. Un brivido di partecipazione, di azione repressa, che come molte altre azioni disinnescate finisce nella scrittura.
Ho cercato la disciplina tutta la vita, trovandone pezzi inutilizzabili, blocchi osceni di regole elementari e ridicole, dettami pretestuosi, teoremi dai genitali tappati, vere e proprie deformazioni della sofferenza di stare al mondo. La disciplina isolata dai sogni non vale niente. Meno dei vermi di cui sopra. È solo nevrastenia, il condannato a morte che annaffia le piante sul balcone.

In una trasmissione televisiva si parla di seghe. Quante te ne fai, quanto tempo ci metti, vieni nei fazzoletti o riesci a schizzarti anche in bocca?
Poi fai godere meglio la tua donna? Conosci bene il tuo pene?
Battutine, freddure, in un parterre di femmine scosciate e uomini con avventurosi tagli di capelli (e nasi grossi, che poi si pensa subito al cazzo), e io sul letto a fumare, gli occhi tra crepe e vecchi poster, attratti dal mare lontano ma pigri come killer in pensione.
È una guerra di pazienza e di fango. Novembre fa paura come una vecchia amante della quale ignoriamo le sorti, quei tranci di vita andati storti che perdono fattezze grazie alla dura repressione del tempo e all'acido salvifico che corrode parti della memoria.

Chissà se ho ancora la febbre, come ho sempre pensato.
Chissà se facendo il poliziotto avrei trovato quella luce blu notte che ho paura di perdere anche quando sembra che io me la sia solo inventata.
Mentre questi eleganti signori parlano di onanismo, la corsia dei miei pensieri si restringe, spingendomi sul piccolo sentiero che porta a quel giardino delle tigri che è l'organizzazione di una serata con alcuni specchi coperti e la propria voce.
Mi fa schifo tutto questo continuo alludere al sesso. Direi che non si tratta di moralismo, me ne stupirei. Il sesso contiene violenza. Smania di vivere, smania che si divora da sola. Il sesso contiene parti vitali dell'ottusità dei sogni, e del perseverare sulla faccia della terra. Il sesso è un'esondazione accecante la sera di Natale; gli altri aprono i regali e tu ti consegni a una necessaria disperazione. E cioè esserci, incidere, conoscere. Per me il sesso con le risatine e i gargarismi è una forma di imbecillità, il sesso è una partita a dadi con l'infinito che ti assilla.
Perderai, sarai sbeffeggiato, innamorandoti crederai di aver sfidato l'eternità, e questo non ti sarà perdonato dagli oratori insalivati sul baldacchino del Grande Bene.

L'inverno non è ancora arrivato.
Novembre”, leggo sul calendario. È una beffa, è un gioco di società.
Non fa freddo, non puoi appoggiare la testa alla finestra, con la sicurezza che i vetri appannati non permetteranno il riflesso.
È un continuo riprodursi, ritrarsi, aggiustarsi i capelli per inviare al meglio il bacio fantasma smangiucchiato dall'etere.


Luca De Pasquale, 1 novembre 2014