30/10/14

L'altalena e il cazzo caricato a salve


Ti volevano con la testa vuota e il cazzo caricato a salve. Ti volevano disinnescato, pacificato, tranquillo, con l'anima cerniera, innamorato di una pace impossibile.
Oppure ti volevano bucaniere, pirata, figlio di puttana, lontano dal branco ma produttivo.
Determinato secondo i crismi della determinazione.
Ti volevano associabile a folate. Guest star di un convitto, di una fica annoiata, di un gruppo di pensatori, di un insieme di penne spuntate, ti volevano numero di matricola aziendale, ti volevano amante platonico che se lo fa succhiare a debita distanza solo per respirare meglio da infatuazioni di passaggio, ti volevano entertainer per presentarti con meno vergogna il prossimo stronzo.

Ti scrivevano per scrivere ad uno specchio, e tu sapevi che se avessero trovato la crepa, l'incrinatura, sarebbero fuggiti. Lo aspettavi. Lo volevi. Si trattava di scommettere senza sputare.
Hanno cercato di salvarti quando non chiedevi altro che affossare ogni scialuppa, perché certi esseri umani hanno questo vizio, la coscienza a posto per le cose e le pratiche più inutili.
Ai tuoi rifiuti, i primi, gli ultimi, non importa, c'è stato chi ha preso il compendio di psicologia e ha cercato di delineare un tracciato inesistente.
Io ti conosco bene”, diceva qualcuno, “so come sei fatto”.
E invece non sai niente.
Perché ieri ero finito, ma oggi ti uccido e dopodomani mi faccio catturare, e tra un mese sarò un fantasma.
Ti volevano vibratore gentile. Animale da compagnia dalla lingua veloce, quelle raffinatezze pretestuose, senza costrutto, senza densità, senza il tanfo della vita. Ma quello c'è sempre. Quello non se ne va mai.
Puoi lavare le mutande dell'anima quanto vuoi, ma le tare sono strutturali.
Ti volevano padre per riconoscerti normale, nel flusso della normalità.
Ti volevano scrittore ben pubblicato per avere la scusa di seguirti senza doverti poi difendere, se prendevi le strade sbagliate e polverose.
Ti davano consigli e suggerimenti per scongiurare le loro paure, non le tue.
Ti volevano ai piedi di un Dio qualsiasi, per poter pensare di ritrovarti dove ti lasciavano.
Ti volevano infelice per compiacersi: “Io sono diverso da lui”, quanto è bella questa frase, quanto è utile, non è vero?
Ti stuzzicavano, per capire se avevi il cazzo caricato a salve e l'anima minimamente sovrapponibile alla realtà.
E si scandalizzavano, se facevi presente che ogni tenerezza nasconde una profonda violenza, e che questo tu, purtroppo, lo sai.
E si commuovevano, lontani come alberghi a ferragosto, per echi e frammenti della tua storia complicata, senza capire che ogni lacerazione è di chi se la porta e mai di chi partecipa. Altrimenti impazziremmo tutti.
Io non so se vivrò a lungo. A volte lo desidero, altre proprio no.
Non so se morirò in una bella giornata di sole o in una notte di pioggia.
Dovessi scegliere, opterei per la seconda.
So cosa mi interessa. Mi interessa che lo sguardo sia acceso, mi interessa che la coscienza non debba cedere il passo alla tranquillità obbligatoria.
Non tengo un diario personale. Credo che le pagine di un diario sincero siano fulmini, e che durino ben poco.
Questo blog non è un diario. Il diario si scrive quando si ha paura di morire. O di bruciarsi.
Non ho questa fortuna. Mi capita di guardare nei crepacci e di trovare, inutilizzabile, quel che volevo dire e raccontare.
La mia sensibilità è solo una maledetta puttana che mi fa perdere la testa una notte sì e una no, in un'alternanza che somiglia ad un minuetto spettrale, un ballo solitario in un locale con i sigilli. Dopo un crimine. Dopo un crimine che non ho ben capito in cosa consista.
Forse proseguirsi è un crimine, a volte ne sono convinto, poi mi distraggo.

Mentre il finto prete ti cerca per spiegarti cosa ti perdi, tu ti buchi e stai meglio. Ti fai la dose e sulle pareti rocciose esce la decalcomania della tua bontà, qualche fiore e la voce di un amore che accetterai di buon grado.
Tutte le volte che qualcuno ti cerca per amarti nel modo sbagliato, hai la consapevolezza che devi andarti e rifugiare. Come un animale ferito. Come una coda di vento che ha perso il tornado. Come tutti quelli che onorano la propria storia più disperdendosi che aggregando.

La notte è dolce, leziosa, e quand'è così la tua sensibilità troieggia, ammicca, spaccia profumi e insonnia, diluisce baci, vagheggia lettere mai scritte, confessioni mai ricevute, pentimenti mai incoraggiati, per grazia.
La notte è dolce, sembri quasi a posto, e la persona dietro i vetri cerca di scoprire se la tua anima è davvero un tizzone o lo scarabocchio di un bambino che ha sempre amato l'uomo nero. La verità non sta da nessuna parte. La verità è davvero un cazzo caricato a salve. Spara, inutile e celebrativo, ma non può nascere che un veloce equivoco.

Cinque minuti prima ti fotti con una canzone, poco dopo sei salvo. Salvo senza aiuti.
Poi precipiti, rovinosamente, e cadendo riesci ad accendere tutte le luci di cui disponevi. Sei una stella cadente, sei una magia, sei un'altalena su qualcosa che mozza il fiato e niente ti rivela.
Un magma di assenze che vanno a giocare al luna park, che sognano a turno, che si abbracciano come amanti disperati per tornare estranei subito dopo, quando sotto la porta, dopo una notte d'amore, non si ha nemmeno il coraggio di guardarsi negli occhi.
Nel movimento dell'altalena c'è il senso del perdersi, e quel senso mi piace, che si chiami scrittura, musica, sonno, eroina, baci o equivoco.
Non sono un animale da compagnia che scodinzola alle prime coccole e per la ciotola piena. Non sono un cazzo caricato a salve: contengo dosi di paura, la paura degli incanti di ogni piccolo uomo.

Luca De Pasquale, 30 ottobre 2014


Ringraziamenti doverosi: Jack Bruce, Steve Kilbey, The Church, Jim Thompson

29/10/14

Tra Steve Kilbey e la notte


La mania dei dischi non vale meno -se la si vuole chiamare mania- della mania per la pulizia dello spirito. Della mania di risultare coerenti. Delle manie inerenti la libertà, la libera espressione, i costumi sessuali e il volontariato.
Io mi libero attraverso i dischi che amo, e le condanne sono meno insopportabili grazie alla musica. Io volo in una sola canzone, mi consumo in poco meno di quattro minuti e poi rinasco.
Anche se nel mio regno non è mai Pasqua e le resurrezioni avvengono solo in lontananza.

I Church.
Quando ascolto i Church significa che sono malinconico. E psichedelico quanto basta. Quando ascolto i Church significa che declinerò la notte a modo mio, vale a dire senza stare troppo a menare il can per l'aia.
Ho sempre amato la voce e il basso di Steve Kilbey, sono quelle cose che ho inseguito tutta la vita e non mi basteranno mai.
The further adventures of the time being”, da “Magician among the spirits”, è il pezzo che mi descrive e mi salva in questa fine di ottobre. Ottobre è per me un mese di malinconia e di ricercata solitudine. Le atmosfere di questo pezzo mi appartengono, mi consentono di distendermi senza preoccuparmi del resto e dell'avanzo.
Mi piace quando fa notte e posso mettere su questo pezzo, con le luci di casa che sembrano un Rothko ubriaco, perché questo, più degli altri undici, è un mese in cui quel che ci si porta dentro somiglia ad una camera di motel messa a soqquadro.

Si fa notte, mentre nelle case vicine qualcuno fa carne alla griglia, altri scattano foto al bambino che gioca, una coppia di amanti si fa largo in quella piscina melmosa che è il cercare di allungare il brodo emotivo di una scopata.
Magician among the spirits” viaggia, ed io con lui. Disco enorme, Kilbey nei panni del demiurgo di contorni febbrili e caldi, voglia di liquore che devo tenere a bada perché so di non avere ben chiaro il senso del limite.
Ma lo riconosco, lo ammetto, non sempre mi piace mantenere il controllo. Mi piace perdermi, sbavare oltre i bordi, ferire le linee di confine con le ali. Rigorosamente lontano dalla complicità da telefilm di certi eccessi, che invece sono e devono essere semplici estensioni della personalità.
Ma non bevo. Mi bastano i Church, mi basta la voce di Steve Kilbey e quel basso che saltella sobrio e profondo nell'aria calda delle chitarre.
Grandi i Church. Il mio roost notturno, l'appollatoio adeguato ogni dieci o venti notti di pausa. Come i Prefab Sprout, ma incidendo di più nei tessuti meno visibili.

Di notte, le persone che riescono ad amare hanno occhi trasparenti. Come vetro attraversato dal fuoco. Nella scena blu, blu di oscurità, riescono a scintillare. Come un canto di elettricità pulita prima di morire.
Ed è inutile cercare le mani, l'abbraccio, la conferma, perché bastano gli occhi, quel flusso ondulato di illuminazione non eterna che è il mescolarsi senza chiedere troppo alla vita.
Il tempo passa e nelle notti del tempo che passa inesorabile ho sempre meno bisogno di rumore e di scuse.
Ogni mattina nuova disconosco un oggetto. La mattina dell'ultimo giorno dell'anno avrò disconosciuto 364 oggetti e forse altrettante persone o sintomi di passioni.
Ogni mattina, lavanda gastrica di una smania, disconosco un pezzo di me stesso e lo lancio in pasto ai miei cani. Ogni mattina ho un nuovo progetto che si costruisce sulla morte dei precedenti. Sono fatto così: cerco zampilli nelle carogne. Spolpo la zavorra stanca tutte le mattine e cavo, deus ex machina orbo e limitato, da quella materia il suono nuovo che mi serve. Mi serve a controllare sobriamente lo stato della mia inevitabile perdizione.
Da semi scomposti e marciti prendo il necessario per creare piccoli idoli tuttofare della durata di un giorno, una notte, addirittura un sorriso.
La faccina con il sole da disegnare alla lavagna per guadagnarsi qualche vicinanza può andare affanculo.
I fiori notturni sono come rapaci, e per amare si lanciano nel vento, impiccati alle loro radici, persi in una canzone dei Church, innocui e psichedelici come amori non censiti.
Tra due ore sarà già notte.
Ascolto “Ricochet”, il basso di Kilbey transita nell'auricolare sinistro, equilibra il blu e il nero, è la carta d'identità scritta con gli sboffi di vento che gli altri hanno trascurato.


Luca De Pasquale, 29 ottobre 2014

28/10/14

Il diavolo in verde


My devil had been long caged, he came out roaring.”
R.L. Stevenson

Poco dopo le quattro del mattino, in un sogno difficile, spietato e senza tregua mi raggiunge un demone.
Uno dei demoni della notte. Stavolta in verde, sotto spoglie di luce scura, con voce roca, una voce verso cui lancio un pugnale prima di svegliarmi.
E così, anche stanotte sogno demoni. Un classico del mio inconscio.
È frequente, molto frequente, che io sogni demoni, corruttori, ombre. Sin da quando ero bambino. Sono sogni molto realistici, nei quali sono sempre parte attiva, lottando o partecipando, e in molti di questi sogni sono io l'ombra, la parte oscura.

Guardo l'orologio e sono le quattro e dieci minuti. Mi sento la schiena pesante, come se mi avessero dato una sacca di frantumi da portare dietro. Passo per lo specchio del bagno e trovo al buio il mio sguardo luminoso e cupo, piscio, apro qualche finestra, accendo una sigaretta, mi piazzo accanto ad una finestra e guardo l'invisibilità del vento, che agita le foglie e crea continui mulinelli di carte nella strada deserta.
Vecchie poltrone. Vecchie coperte. Niente tende. Molto spazio e molto freddo.
La sigaretta dura troppo poco. Alcuni eventi lontani sembrano ieri, altri più recenti risultano seppelliti, smembrati, rinnegati fino al dissolvimento.
Ho strane sensazioni addosso.
Indefinibili, sfuggenti, reali. La percezione di essere capace di tutto e al tempo stesso di aver trovato rifugio in luoghi senza coordinate, dove non conta la storia personale, i trascorsi, le caratteristiche riconosciute.
Poche finestre accese, in questo panorama notturno di lontananza.
Dietro quelle finestre, chissà, qualcosa di fermo e tranquillo, o passioni smantellate, stick di rossetto vuoti, colazioni già preparate, impiccagioni alla Condé.
Ma non cado nella trappola. La lontananza, con i bastardi come me, tende a rendere tutto sognante, ma sono quasi sempre cumuli di ali bruciate che emettono fuochi fatui, visibili maggiormente di notte.
La lontananza, con i bastardi, funziona perché ti racconta di quel che non sei, di quel che non vivi, di quel che apparentemente perdi con il tuo equilibrio. Sono stato uno di quei bastardi idioti capaci di provare nostalgia per ciò che non conosceva. Sono stato uno di quei bastardi senza senso.

A quest'ora tutto è ovattato, e tutto sembra sovvertibile. Sono le tipiche sensazioni di un insonne seriale, e io sono insonne da sempre. A quest'ora la rivolta sembra sempre l'unica strada; se ti fai plasmare da questo senso di onnipotenza disperata sai che straccerai fiori come uno stupido, come un visionario rallentato, hai imparato che la distruzione è un lusso limitante.
Alle quattro e quaranta, secondo il mio orologio, mi chiedo se il diavolo verde mi è rimasto nello stomaco. Nello stomaco. Nella cassa toracica, che rabbrividisce per il freddo e sembra sputarmi fuori come un estraneo.
Questi sono orari in cui il diavolo vince, espropria, ti regala altre emozioni per poi riprendersi tutto, con brandelli della tua anima attaccati. Mi sono fatto corrompere tante di quelle volte, io che non riesco ad opporre un dio, un pretesto, un dogma diluito, niente.
Posso opporre me stesso. Unicamente me stesso.
Questi sono orari in cui puoi sentire chiaramente il richiamo di strade diverse, di strade che taglino ponti e comunicazioni con tutto quel che risulti minimamente conosciuto.
È una vita che taglio, scavo cunicoli per uscire dalla scena della tavolata, del brindisi, del letto peccaminoso e banale, per uscire dalla scenografia della cortesia e dell'abitudine alla bontà simulata, è una vita che rovescio vino sulla tovaglia buona, fuggendo senza voltarmi appena sento di risultare conosciuto, inquadrato.
Non bisognerebbe permettere a nessuno di supporre, anche solo lontanamente, quel di cui abbiamo bisogno.
Non puoi saperlo. Non devi saperlo. Non devi sapere nulla di me. Nulla.
Se scrivo, non mi rivelo affatto. Non c'è nulla da rivelare e ancor meno da condividere. Meglio conoscere il meno possibile di uno che scrive. Ignorare chi sia, cosa voglia, in cosa speri. La conoscenza inquina l'amore, quando l'amore vuole essere un'imitazione ben riuscita.

Se uso la prima persona, non sono io.
I miei incubi sono i miei.
La mia storia è bruciata.
Agli abbracci preferisco gli sguardi. Alle mani preferisco la devozione. Al sesso preferisco il volo notturno. A Dio preferisco le luci dell'alba, e la musica. Agli amori ideali preferisco la fratellanza silenziosa. Ma veramente silenziosa. Nessun contatto. Nessun abboccamento.
Ai ricordi, ora e sempre, preferisco me stesso e la mia vita.
E per finire, alle promesse da marinaio preferisco il percorso che si interroghi, sì, ma senza la molestia di certificarsi agli occhi degli altri.


Luca De Pasquale, 28 otobre 2014


26/10/14

Non mi piace più la tua pagina, mezza sega


Devo avere un'espressione drogata e persa come quella di Mark Sandman, mentre mi sistemo sul letto e accendo il televisore. Su Deejay Tv ci sono tre cazzoni con una chitarrina che intonano un'assurda canzone demenziale.
La conduttrice, carina e snob, parla della loro pagina facebook e del numero di “mi piace” conseguito grazie ad un'attenta strategia di comunicazione.
Anche io ho una pagina facebook come scrittore, nel 2004 contava circa 750 persone e l'ho cancellata un giorno che mi girava di traverso. La maggior parte di quelli che avevano aderito non sapevano neanche che scrivessi e soprattutto cosa.
Stima simulata. Di retrovia. Avrebbe più senso un pompino al videocitofono.
Stima accidentale. Stima di simpatia e di etichetta. Non saprei cosa farmene, nessuno dovrebbe sapere cosa farsene.
Lo scrittore autoprodotto Rigo Monorco mi chiede di mettere “mi piace” sulla sua pagina. Lui scrive di grandi amori dominati dal fato e dal caso, una specie di Lelouch post sodomia. Non ci siamo mai scambiati mezza parola. Una volta l'ho invitato sulla mia pagina, così, per movimento a manetta, ma lui non ha aderito. Me ne sono anche dimenticato. Mi scappa di mettere “mi piace” sulla sua, e solo perché sbaglio rigo: c'erano altri dodici inviti in sospeso.
È fatta, maledizione; ho messo “mi piace” ad un tizio che non leggerò mai, che sbrodola saggezza da convegno di partito, che crede di salvarsi l'anima inframezzando citazioni da se stesso (…) con foto di sventurati animali abbandonati. Ma è fasullo, moneta falsa e senza conio, carità in mutande rosse, e la mia mano destra, quella stronza irresponsabile, che gli affibbia pure un “like”.
Io sono mancino. Mancino naturale. Fiero mancino. Sinistro in tutto e fiero di esserlo. Quella stronza di mano destra che stia al suo posto.
E così, per qualche giorno mi tocca leggere le idiozie di Rigo Monorco.
Il suo buongiorno ai lettori: “Renzi, non prenderci in giro! Renzi, ma perché invece dell'acqua non ti sei rovesciato addosso un secchio di sterco di capra?”. E mette la faccina. Il post va deserto.
Poche ore dopo, tocca alla pubblicità: “Potete ordinare il mio libro direttamente da me. Se vi piace leggere, se vi piacciono storie che non le mandano a dire, sono la persona giusta. Questo è il mio sesto libro”
Si stima, il formichiere monorchide. Si stima e gli piace dircelo.
Alle 16e41 posta Lucio Battisti seguito da una cosa legata a Grillo.
Alle 17e05 reputa opportuno deliziare la sua platea con la foto di un cane dietro le sbarre.
Alle 17e16 infila una foto in cui lo si vede intento ad entrare al Louvre.
Alle 17e23 ci prova palesemente con un'ingenua che ha osato interagire con lui; è molto probabile che abbia tanta di quella voglia di una donna da ritrovarsi il cazzo tra naso e bocca.
Alle 17e41, per chiudere, mette un classico di Miles Davis accompagnato da una citazione di un suo racconto giovanile pubblicato a pagamento con una casa editrice siciliana.
Io sono su facebook principalmente per motivi professionali, e questo è spam. Dico a facebook che non gradisco vedere quei contenuti, e Mr. Facebook mi chiede il perché. Annullo e mando tutto in mona.
Vuoi contattare Rigo per spiegargli i motivi?”, mi chiede facebook.
Ci manca pure questa.

E intanto la nuova notte, quella dominata dall'ora solare, scende su di me, sulla mia casa, su questa caramella scaduta di fuoco e ghiaccio che è il mio contegno.
Ma è una notte leggera, superficiale, con un nero scolorito, rimmel per appuntamenti erotici che nascono sotto una cattiva stella, quella della presenza obbligatoria. È un velo di notte così superficiale che non nobilita nessuna assenza, non garantisce il rimpianto, non acceca il senso del domani come pure dovrebbe essere.
È una notte che potrebbe andare solo in discoteca a farsi sbattere dietro un muretto, da un impasticcato qualsiasi, da un Rigo Monorco danzante, da un ragazzone svogliato e qualunquista che si sia tatuato motti celtici sull'avambraccio.

Basta recinzioni. Basta terrazze. Basta feste sulle terrazze. Basta categorie da proteggere. Basta scrittori volenterosi e autoadoranti. Basta ai coltivatori di ego e cazzo. Basta alle morgane protettive, la sensualità come una busta di latte sgonfia, come una chat a pene allegro con l'ipotesi di una passione, e soprattutto basta con l'accigliata compunzione di comunicare, vivere, intervenire, mobilitarsi.
Basta con i babbuini scopritori di verità, che da un palchetto liberano le tossine e creano saliva sdrucciolevole. Basta con le continue salvezze, che è la cosa principale.

Massima di Rigo Monorco: “Dopo la sofferenza si diventa la sorpresa dei propri specchi”.
Oddio, che impressione. Sono davvero stravolto da tanta profondità in poche parole.
Ma allora te lo meriti, il mio piace. Che stupido sono stato. Ho sottovalutato. Perché sono arrogante e distruttivo, e allora devo chiedere scusa, con le ginocchia che possano coprirmi il pacco, l'anima arrugginita, la stanza delle armi e altre zone oscure.
Il saggio è Rigo Monorco, non io. Lui ha lavorato alacremente sulla sua pochezza, l'ha convertita, l'ha bonificata, mentre io con la mia ci impazzisco, me la chiavo ma non l'amerò mai.
Mi sa che acquisterò il libro di Rigo Monorco, “Lo strano caso del ragazzo amato dal prossimo amore”, mi farò piacere il suo brodo di pollo e piedi, farò la dovuta penitenza, ché già non sono religioso e questo mi danneggia.

Può darsi che la vera bellezza stia nel fare l'amore con la musica di Gigi Finizio e Claudio Baglioni. Oppure comprare libri di ricette e convocare gli amici per una gara culinaria. O ancora, perdersi nelle meraviglie del mondo e condividerle. Può darsi.
Io non nego niente. Come diceva Elio Petri, a ciascuno il suo. Ed è una delle poche citazioni che mi consento.
Però, la deriva. Lo sguardo sottocoperta con la tempesta sopra, le stelle senza nome e non cadenti come da preghiera e desiderio, la brace della sigaretta di nascosto, in piena notte, irriconoscibili, stranieri, non immortalati, non reperiti, non a regola di luce.
Questo è, a suo modo, denso e impagabile.
Mai, certo, come Rigo Monorco, che ora scrive con enfasi: “Nel mio libro ho parlato di esperienze che non conoscevo. È l'incanto della narrazione”
Come mi sento piccolo, quando Rigo Monorco motteggia. Quanto sono precario, ai piedi di tanta bellezza.
Rigo, se non fossi etero (dosso, geneo, morfo) giuro che saresti il primo. Il primo.
Però, la deriva. È una luce che non tornerà mai più, una malattia di respiri trattenuti che mi regalerà la febbre migliore.

LdP, 26 ottobre 2014

E invece



Sul lungomare foto da un matrimonio.
Mi viene da pensare alle cozze, e non so perché. E a me le cozze mi disturbano alquanto. Mi viene da pensare a pacchiane cornici d'argento. Mi viene da pensare al catechismo forzato, ad una guantiera di dolci la domenica a pranzo, mi viene da pensare a gruppi di amici che non hanno niente da dirsi ma continuano ad incontrarsi.
Passo avanti velocemente, c'è quel sole di ottobre che somiglia a quello di agosto, i riflessi del mare non portano emotività e neanche scontentezza, è come assistere ad una mostra senza provare altro che un solletico piacevole.
Ci sono già i furgoni che fanno le salsicce sul lungomare, pensare ad una salsiccia a quest'ora del mattino è immorale. Mi chiedo se sarebbe il caso di farmi una foto con il mare come sfondo... la uso per il blog, la posto sul social? Ma, naturalmente, mi prendo per il culo. Non farei una foto stamattina, dietro di me si vedrebbe certamente una luna che si impicca, e questo non è bene mostrarlo di domenica.
Mamma con bambino sulla panchina. Che si manda messaggi con l'uomo che le piace. L'uomo che le piace non è pero il marito. Auguri.
Accendo la bionda e il vento se ne mangia metà, come mi mangia il cuore ogni volta che esco e c'è troppo sole. In bocca ho un sapore ferroso, deciso. Ferroso come il sangue, misto a tabacco recente. Non ho la bocca pulita. Questo preclude alcuni rapporti, dove devi avere denti chiostrati e lingua simpatica. La lingua veloce e cortese, senza la memoria di vecchi culi.

Cammino radendo il parapetto, ieri è morto Jack Bruce, è stato un colpo. Cammino e penso a cose disordinate, penso che il cazzo non porta amore e il cuore non somiglia al cazzo. Penso a tutti i luoghi comuni che mi hanno riempito le tasche, annoiandomi. Penso ai rimedi che popolano i calendari nelle case, i sogni della gente, penso che il passaggio è davvero breve e mi sembrava ieri che avevo diciassette anni.
Mentre incrocio una comitiva di giapponesi, mi chiedo anche se abbia un senso perdonare, dimenticare, quell'avulsione del marcio che ci insegnano dalle scuole medie, abboffandoci di cazzate sulla bontà di fondo degli uomini.
Penso alle Berte che filano e sognano il matrimonio, povere stupide, povere ricamatrici dagli occhi di cerbiatto azzannato. Penso alle “brave persone” che sanno di esserlo e si rifugiano dietro l'aria quieta, le braccia conserte della pazienza, la buona parola per ogni fottuta occasione.
Penso che scopare è come dare da mangiare ad un Tamagotchi e poi calpestarlo senza pietà. Penso alla felicità dopo il sesso, un biplano senza motore, un biplano da giardino e da bambini, che lanciato nel cielo di casa fa aria ed elimina l'odore del sudore e degli umori.
Penso sinceramente, lambendo questo mare che è a tutti gli effetti una troia per tutti, che guardare nel canale di scolo aiuta ad apprezzare i momenti di sincera affezione e di trasporto.
Penso, infine, che non abbia alcun senso andare a piangere su un pezzo di pietra, se dentro non senti niente che ti porti lì. È più vero lasciare un bacio in un punto bianco e vuoto della strada, quando l'assenza la percepisci per davvero, ti scortica, ti condanna, ti sputa in bocca e ti costringe a ricordare il tuo nome senza aggiungere altro.

Arrivo dove volevo arrivare.
Le tapparelle sono abbassate. Non c'è nessuno. Non c'è nessuno da anni. Noto delle piante, rampicanti e rigogliose. Il cancello è verde, ma sembra di legno. Accendo un'altra sigaretta. Dovrei scrivere qualcosa di dolce, e invece. Dovrei accendere una candela per la dolcezza mancata. E invece.
Dovrei, sì che dovrei, concedere altre possibilità.
E invece.
Potrei scrivere qualcosa di rassegnato e al tempo stesso di intenso, penso che potrei riuscirci. E invece. Invece vedo solo un portone appena ridipinto, delle stupide piante e un appartamento disabitato, cristallizzato nella fine e nell'oltraggio del non ricordo.
Arrivo in questo luogo come un soldato che torna in patria, ormai non più atteso, cambiato nei tratti, nell'espressione, cambiato dentro e non uguale a quanto era richiesto.
Ci arrivo quasi invisibile, mani in tasca, occhi nascosti e sigaretta. Ma sono, a dispetto delle apparenze, una ruspa, un ufficiale giudiziario mutilato, un bambino in incognito, una scheggia vestita più di orologi che di silenzi.
Credo che ognuno abbia il diritto di avere e quindi vivere una desolazione, un'incongruenza, uno di quegli errori indimenticabili.
Vivo e respiro il mio, oggi, senza farmi spazio nella domenica, addossato alle onde come un animale che si è inventato, come in un disegno, per poche ore.

LdP, 26 ottobre 2014

25/10/14

For Jack Bruce


Just this morning I mentioned, once again, Jack Bruce. And just today in the afternoon, while i was searching for other things on line, I found out that Jack Bruce is gone. 
The world loses not only a legend of bass, a supreme bassist, but most of all an intelligent and versatile performer,  he was open to the fusion of different generes, and though he always paid attention to tradition, he was always able at the same time to reinvent and review perfectly all that he played.
I wrote so many times about Jack that even now I haven't any other words left which could express in the best way my very high esteem for him, as well as my gratitude for all the wonderful music that he conveyed to us with both hands.
After the death of Jack Bruce, today one piece of my life is gone forever, him, a stranger for me but in the mean time the most familiar companion on the road of mine, someone I always hoped to meet one day. 
Jack Bruce made the history of rock. Not only with The Cream but also by his peculiar and fascinating soloist career, or by the  trio union with Leslie West and Corky Laing, and still by his amazing collaborations with Michael Mantler and Kip Hanrahan, as well as his beginnings with Graham Bond. Anywhere he made a record, Jack was able to leave a strong, ductile and relevant impression to everybody approched and loved his music. I couldn't say now the titles of the pieces I feel closer to; Surely “Harmony Row” has got a very particular meaning for me since it was the first album I bought ever. 

Just last night I was fiddling around on the internet, in search of a Cream's limited box edition which wasn't at all necessary to me, since I own anything and I know all the songs by heart. 

But filling my life and my home with Jack Bruce, it was so comforting and exciting, I always felt him as a far and the closest brother of mine, one of the most important cornerstone of my imagination, and of my will to live. 
I never liked any memorial practices, and all the words I spent above doesn't want to be like that, because they could never be pronounced with an assumed sense of constriction and opportunity. This death left to me an empty feeling inside, the shock of someone who lost a vital piece, a personal hero and a great artist for everybody.

Then thank you, Mr. Jack, I'll miss you so much.

Luca De Pasquale, october 25, 2014

Per Jack Bruce


Proprio stamane avevo citato, per l'ennesima volta, Jack Bruce.
E oggi pomeriggio, cercando altro su internet, ho scoperto che Jack non c'è più.
Il mondo perde non solo una leggenda del basso, un musicista supremo, ma anche un interprete intelligente, versatile, aperto alle contaminazioni, attento alla tradizione ma perfettamente in grado di reinventare e rielaborare.
Ho scritto tante di quelle di volte di Jack che adesso non ho altre parole che possano rendere al meglio la stima enorme che provavo nei suoi confronti, e anche la riconoscenza per tutta la splendida musica che ci ha profuso a piene mani.
Con la scomparsa di Jack Bruce, oggi se ne va un pezzo della mia vita, uno sconosciuto ma familiarissimo compagno di viaggio, che ho sempre sperato di poter incontrare un giorno.
Jack Bruce ha scritto la storia del rock.
Non solo con i Cream, ma anche con la sua diseguale ed affascinante carriera solista, nel trio con Leslie West e Corky Laing, nelle collaborazioni sorprendenti con Michael Mantler e Kip Hanrahan, nei suoi inizi con Graham Bond. Ovunque incidesse, Jack lasciava una precisa impronta, solida, duttile, pregnante.
Non saprei dire, adesso, a quali incisioni di Jack sono più legato; di sicuro “Harmony Row” ha un significato molto particolare per me, è stato il primo disco in assoluto che ho comprato.
Stanotte smanettavo in rete alla ricerca di un cofanetto limitato dei Cream, un cofanetto che non mi era realmente necessario, perché dei Cream ho tutto e conosco i pezzi a memoria. Ma era così rassicurante e appassionante riempirmi la casa e la vita di Jack Bruce, che ho sempre sentito come un fratello lontano e vicinissimo, una colonna portante della mia immaginazione, della mia voglia di esserci.
Non mi sono mai piaciuti gli esercizi di commemorazione, e questo non vuole esserlo in quel senso scontato d'obbligo e di opportunità. Sento un grande vuoto, il trasalimento di chi perde un pezzo, un pezzo fondamentale, un eroe personale e un artista per tutti.
Grazie allora, Mr. Jack, mi mancherai moltissimo.


Luca De Pasquale, 25 ottobre 2014

Interview with Colin Hodgkinson / Intervista a Colin Hodgkinson



Since I was a boy I dreamt to interview, maybe one day, someone of my bassists heroes. I was used to figure myself as the editor of a rock-blues magazine but that dream seemed to be so far.  Thus I asked to me if a job as “bassologist” ever existed. I believed that it didn't....One of those bassists that I dreamt to meet and interview was Colin Hodgkinson, an extraordinary musician, a fine performer of blues and rock bass, most of all a lefty, at that. And so it is with great honour that I present this interview that Colin granted to me, which proves one more time his kindness and willingness.
Good reading.

LDP: Dear Colin, it's fair to say that you went through the world of blues, rock and hard rock in its entirely. You are an applauded master of your instrument, which you were able to reinvent not only in the narrower sense of its accompanying function. Are you satisfied with the path you've been on? What are in your opinion the main moments of your bright career?

CH: Main moments were joining Alexis Korner in 1969, he taught me a lot about life and was a dear friend, it was thanks to him and Chris Barber that the whole British blues scene got started.
Another highlight was of course forming Backdoor with Ron Aspery and Tony Hicks. The record companies were not interested in us so we recorded our own LP and the press loved it, we got great critics and then all the majors wanted to sign us. This was the time when I really defined my style, exciting times! The time I spent with Jan Hammer was also great, we made some fine music and had a lot of fun together he is a fantastic musician.
Finally, meeting Frank Diez on a session and persuading him to form a duo with me, he’s a beautiful blues player and we’ve now had the Duo for 28 years.

LDP: One imperative question, which were your main influences on electric bass playing? How did you achieve such a recognizable style?

CH: My influences were really double bassists especially Red Mitchell, Charlie Mingus, Ray Brown and Scott Le Faro. I heard my first bass guitarist live in 1958 and he played Duane Eddy’s “ Rebel Rouser” I was hooked after that. I liked a lot of the rock music at that time, people like Chuck Berry, so I started to play chords and solos, that was the foundation of my style. One tune that had a big influence on a lot of bass players was “ My Generation” by the Who, where John Entwistle plays that 8 bar solo, such a great sound, too.

LDP: Certainly you're a tutelary deity of the bass, highly appreciated by the most intelligent and musically cultured generations; among your contemporary bassists who are those ones that you prefer?

CH: I prefer 4 Bass players for different reasons; Duck Dunn and Willie Weekes for grooves, Ken Gradney from Little Feat, a total original the way he plays also Victor Wooten who has his own thing, plays chords too.

LDP: Personally I've sold cds for twenty years, and than I was swallowed up in the maelstrom of the literally "solid" music crisis. How do you look at the present situation?
CH: I’d hate to see CD’s disappear, I don’t use the computer for music, I was sad to see vinyl go although a lot of young guys are buying it now. Some of my album covers are works of art!

LDP: I find that your albums under the moniker of Electric Blues Duo with Frank Diez, are valuable works and your soloist record "The Bottom Line" is a beautiful, sencere and involving achievement. Do you got in mind any other project in the short term?

CH: I don’t have a solo project in mind right now but I’m always writing stuff so maybe in the future.

LDP: What kind of gear do you usually employ?

CH: I love tube amps, I use an Ampeg SVT2 with an Eden 4x10 XLT, on smaller gigs I use a Mark combo, a great Italian invention!

LDP: How is your relationship with fretless bass?

CH: I love playing fretless, at the time of “ The bottom line” I was playing it a lot but I haven’t used it “ live” for a couple of years. I have a Warwick 5 string Thumb bass and it has a great sound.

LDP: Most of the people tend to take on the role of music critics, even though they didn't study periods, performers, without really going further in that. Don't you find it is a too dispersive approach? Do you think that, today, musical journalism still makes sense?

CH: Everyone has their opinions and tastes, I just think that if you’re going to write about it, you should have an open mind and some knowledge of the subject.

LDP: Who are those contemporary bassists that mostly impressed you? Is there anyone that you could estimate as your potential heir?

CH: I like Tony Levin, Victor Wooten, Jaco was great, and a lot of guys have something interesting to say.

LDP: Let’s do our easy but funny "top ten" game: do you want to tell us your those essential ten records, the famous “desert island records”...?

CH: OK This is hard but I’ve listed 10 albums that have influenced me over the years....

1 and 2) Robert Johnson “ King of the delta blues singers” volumes 1 and 2
3) Gerry Mulligan quartet “ Live at Salle Pleyel, Paris 1954
4) Charlie Mingus “Blues and roots
5) Oscar Peterson trio “ Night Train”
6) James Brown “ Live at the Apollo”
7) Little Feat “ Feats don’t fail me now”
8)Wes Montgomery “ The incredible jazz guitar
9) JJ Cale “Okie”
10) Miles Davis “ Miles Smiles”


Da ragazzo sognavo di poter intervistare, un giorno, i miei eroi bassisti. Mi immaginavo redattore di una rivista specializzata rock blues, ma vedevo la cosa lontana. Mi chiedevo, anche, se esistesse il
mestiere di “bassologo”. Mi sembrava di no…
Uno dei bassisti che sognavo di incontrare e intervistare era Colin Hodgkinson, musicista straordinario, magnifico interprete del basso blues e rock, e per giunta mancino.
Con molto orgoglio vi presento l’intervista che Colin mi ha concesso, confermando ancora una volta la sua gentilezza e disponibilità.
Buona lettura.

LDP:  Caro Colin, si può ben dire che hai attraversato nella sua interezza il mondo del blues, del rock, dell’hard rock. Sei un maestro riconosciuto del tuo strumento, che hai saputo reinventare in chiave non solo meramente d’accompagnamento. Sei soddisfatto del tuo percorso?
Quali consideri i momenti salienti della tua scintillante carriera?

CH: I momenti più importanti sono venuti dall'unione artistica con Alex Korner nel 1969, mi ha insegnato molto sulla vita ed è stato un grande amico, è grazie a lui e a Chris Barber che il corso del blues inglese nel suo complesso ha avuto inizio. Un altro momento saliente è coinciso con la formazione dei Backdoor con Tony Aspery e Tony Hicks. Le compagnie discografiche non erano
interessate a noi, così abbiamo registrato il nostro LP e la stampa lo ha amato, abbiamo ricevuto critiche entusiastiche e solo in seguito tutte le majors vollero scritturarci. Quella è stata la volta in cui io ho davvero definito il mio stile, momenti emozionanti!
Il periodo trascorso con Jan Hammer è stato altrettato grandioso, abbiamo realizzato della buona musica e ci siamo divertiti un sacco insieme, è un musicista fantastico.
Infine, altro momento cruciale è stato incontrare Frank Diez in una sessione di registrazione e averlo persuaso a formare un duo con me, lui è uno straordinario musicista blues e abbiamo mantenuto il Duo per 28 anni.

LDP:    Domanda inevitabile, quali sono state le tue influenze al basso elettrico? Come sei arrivato al tuo stile inconfondibile?

CH: Le mie influenze sono venute soprattutto da contrabbassisti, specialmente Red Mitchell, Charlie Mingus, Ray Brown e Scott Le Faro. Ho ascoltato il mio prima bassista dal vivo nel 1958; suonò “Rebel Rouser” di Duane Eddy, da quel momento mi ha preso completamente. Mi piaceva molto la musica rock di quel periodo, artisti come Chuck Berry, così iniziai a suonare gli accordi e gli assolo, che è stato alla base del mio stile. Un pezzo che ha esercitato una considerevole influenza su una molteplicità di bassisti è stata "My Generation" degli Who, in cui John Entwistle suona quell'assolo in progressione otto bar.

LDP: Sei un nume tutelare del basso, riconosciuto dalle nuove generazioni più intelligenti e preparate musicalmente; quali altri bassisti tuoi contemporanei ti sono piaciuti di più?

CH: Trovo un suono favoloso in quattro altri bassisti per diversi ordini di motivi; Duck Dunn e Willie Weeks per il ritmo, Ken Gradney nei Little Feat, per un modo di suonare assolutamente originale e ancora Victor Wooten che ci mette del suo in tutto quello che suona…

LDP:  Io ho venduto dischi per venti anni, e poi come tutti gli addetti ai lavori, i veri specializzati per intenderci, sono stato risucchiato nel vortice della crisi della musica “solida”. Che rapporto hai con la musica “liquida”?

CH: Non vorrei vedere i cd scomparire, non uso il computer per ascoltare la musica, mi sono rattristato per la scomparsa del vinile anche se molti giovani lo stanno comprando adesso. Alcune cover dei miei album sono delle opere d'arte!

LDP: Trovo che i tuoi dischi con Frank Diez sotto il moniker di Electric Blues Duo siano pregevoli, e il tuo disco solista “The Bottom Line” è un lavoro splendido, sincero e coinvolgente. Hai in mente altri progetti a breve?
CH: Non ho in mente un progetto solista al momento ma butto giù di continuo del materiale perciò magari in futuro..

LDP:  Che strumentazione usi?

CH: Amo gli amplificatori valvolari, io uso l’Ampeg SVT2 con un Eden 4x10 XLT, nei concerti più piccoli un Mark Combo, una grande invenzione italiana!

LDP: Com’è il tuo rapporto con il basso fretless?

CH: Mi piace suonare il fretless, nel periodo di "Bottom line" lo suonavo un sacco ma non l'ho impiegato dal vivo per un paio di anni. Ho un basso Warwick Thumb a cinque corde, ed ha un suono favoloso.

LDP: Tutti si improvvisano critici musicali, anche senza aver studiato periodi, interpreti, senza aver approfondito davvero. Non trovi che sia dispersivo? Pensi che ai tempi di oggi abbia ancora senso il giornalismo musicale?

CH: Tutti hanno le loro opinioni ed il loro gusto, penso solo che se ognuno ha intenzione di scrivere di musica debba avere una mente aperta ed una certa conoscenza del soggetto.

LDP: Quali sono i bassisti di oggi che ti hanno maggiormente impressionato? C’è qualcuno che, sulla lunga distanza, puoi considerare un tuo erede?

CH: Mi piacciono Tony Levin, Victor Wooten, Jaco è stato grande, e molti ragazzi hanno qualcosa di interessante da esprimere.

LDP:  Facciamo il banale ma divertente gioco dei dieci dischi da isola deserta. Ci dici i tuoi?

CH: Ok è stato difficile ma ho stilato la lista dei 10 album che mi hanno ispirato nel corso degli anni:

1-2) Robert Johnson “ King of the delta blues singers” volumi 1 e 2
3) Gerry Mulligan quartet “ Live at Salle Pleyel", Paris 1954
4) Charlie Mingus “Blues and roots"
5) Oscar Peterson trio “ Night Train”
6) James Brown “ Live at the Apollo”
7) Little Feat “ Feats don’t fail me now”
8) Wes Montgomery “ The incredible jazz guitar"
9) JJ Cale “Okie”
10) Miles Davis “ Miles Smiles”

Luca De Pasquale 2014

traduzione dall'inglese di Manuela Avino

24/10/14

Perché finalmente si dorme senza sogni


L'uomo è cosi superficiale, che anche dove ha la vera sicurezza della sua esistenza, dove lascia l' orma della sua presenza, cioè nel ricordo, nel cuore dei suoi amici, anche lì deve venir meno, deve sparire, prontamente sparire.
Goethe

Mi tolgo bracciali, braccialetti, orologio, devo essere libero. Non piego i vestiti. L'acqua non vuole orpelli. Una doccia non è una semplice doccia. È una liberazione dalle tossine. È una centrifuga esistenziale.
Finisco sotto il getto e mi chiedo perché tutta questa notte attorno, quest'oscurità invadente, melmosa, infida. Mi dico con onestà che mi piace la solitudine. Mi piace molto. Mi serve. Mi riempie. Mi scandisce, sotterra tutte le micce che ho addosso, e questo deve essere il mio scopo primario: non brillare e scomparire nello stesso momento.
Troppe bocche di fuoco. Troppa carica in un corpo solo. Troppi fili scoperti a pelo d'acqua, rischio continuo, minaccia mai sventata.
L'acqua calda, i miei pensieri. Tutto quello spazzare e lucidare che non serve a niente: la polvere resta dov'è, e il sole la metterà in evidenza nel giorno sbagliato, quando i miei occhi non avranno pazienza.

C'è a chi piacciono luci e rumori.
Non è il mio caso. Non me ne sono mai fatto una colpa.
Esco dalla doccia e penso che mi serve una dose di John Martyn, così mi concentro meglio; e sarà opportuno che vicini e dirimpettai non siano in casa, perché ho la necessità di non sentire segnali di vita. Mi deconcentro facilmente, così come mi sveglio al minimo rumore, di notte. Ho una necessità fisica e violenta del silenzio. Il vero silenzio.
Niente rassicurazioni in giro, quella è la condizione ideale.

La scrittura come vanità. Impossibile solo a pensarsi. La scrittura vanitosa è come lavarsi il cazzo prima di un appuntamento, è solo schiuma. È solo tempo stirato ai piedi, un tappeto a forma di tigre, un accappatoio vezzoso. E invece la scrittura mi viene addosso, mi fa vomitare, mi sputa in faccia e mi stupra lo stomaco, il culo, la bocca, la memoria. Mi prende in giro, facendomi intuire di essere incinta di me e poi abortisce in un cesso pubblico, ridendo, svanendo, rilasciando regolare fattura di dispersione.
Non vado in pace. Non mi piace andare in pace. Non ci sono tagliato. Questo non è garanzia di autenticità, anzi.
Sono un baro. Un trapezista imbottito di cocaina. Sono un gioco con naso, bocca e occhi. Non sono certo più autentico dello stronzo che scrive per la notorietà. Sono peggio di lui. Perché io scrivo per lambire un assoluto che non mi appartiene e non mi apparterrà mai. Perché scrivo mentre una donna senza fattezze, una delle tanti finte madri puttane, mi tiene la testa mentre vomito quel che non accetto, la mia stessa ribellione e tutta quella tabella di leggi al contrario che difficilmente possono diventare strizzatina d'occhi.
La scrittura mi raggiunge alle prime ore del mattino nel letto, mi provoca, mi tocca, mi fa eccitare, dilapida il riposo guadagnato, mi infila una sigaretta in bocca e mi fa credere di essere mia, solo mia, senza la possibilità di essere presa e maneggiata da qualcun altro.
Ma è una bugia. Una ripetuta e pietosa bugia. Non si prende così in giro un uomo. Non giocando con il desiderio e con l'anima. Non si porta un uomo in giro come un accompagnatore brillante, per poi lasciarlo in un motel deserto senza valigie, senza foto ricordo, senza il programma del giorno dopo.

Bene, bravo, bis.
Come sei arguto. Come sei simpatico. Come sei sorprendente.
Ma la gente fa complimenti agli specchi e non alle persone. Il mio sosia riceve tanti di quei complimenti che potrebbe pure montarsi la testa.
Ma a me, a me che abito in questo corpo accorto con testa tormentata, restano le visite notturne, e quelle mani bianche e lunghe che mi inducono a vomitare quando comincia a fare giorno.
A me restano le notti in luoghi disabitati, la fierezza del non ritorno, l'ebbrezza della sparizione. A me resta il vizio dello scompiglio, mentre quel bastardo se ne va in giro a prendersi qualche complimento e ad incuriosirsi per non smentire quella banalità che vuole un uomo sensibile anche curioso, attento a luci, rumori, movimenti, voglie, costruzioni.

Lui gode, io mi vendico. Lui guarda, io scrivo. Lui cerca, io nascondo.
Lui accetta tutte le madri, tutte le stanze, gli alberghi, le parole, le promesse, le occasioni, le evoluzioni della sorte, le connotazioni del carattere.
Io non ho casa. La mia casa è acqua sospesa nel buio. L'acqua non vuole orpelli, e ogni fede è musica congelata, il gesto che si ritrae se scompaginato da luce estranea.


Luca De Pasquale, 24 ottobre 2014

23/10/14

Overdose 5:11


Couldn't leave you if I tried
Couldn't weather this alone
And through the darkness you still provide
The sweetest love I've ever known

Take the shadow from the road I walk upon
Be my sunshine, sunshine
And in the emptiness
You look and find someone
The damage is undone
And love has made you strong
And Heaven gave me mine, Thalheim

David Sylvian

Per la prima volta da mesi e mesi, i vetri della camera da letto sono appannati al mio risveglio.
Mi intercetto nello specchio e non voglio saperne.
Chi sei, arruffato stronzo? Pettinarsi, che idea.
Si pettinano i fighetti. I vanitosi. Quelli che stanno perdendo i capelli.
Il cielo ha qualcosa di straordinariamente promettente, io a questo ci arrivo. Ci arrivo nonostante tutto. Ha una luce che smonta le volontà di lotta, di continuo corpo a corpo. Io a questo ci arrivo. Anche se sono fatto in un certo modo.
Il cielo di stamane mi comunica molto e mi sottrae altrettanto. E sento di avere il respiro di un vecchio nel corpo di un ragazzo. Credo che queste modalità da reduce possano, in qualche modo, offendere il cielo e questa luce.
E scatta, lapidario e subdolo, un senso di colpa, un disagio bianco, una stanza vuota al di sopra della mia testa.
Troppa complessità, troppi tunnel, troppe curve a gomito e una serie di precipizi senza segnaletica.
E sai che per uscire, uscire dal tuo luna park a picco sul tramonto, ti dovrai vestire e truccare come una puttana.
Un'allegra e svampita puttana che dovrebbe lasciar fare, invece di ribellarsi. Alla gente piace sentirsi dire “lasciati andare”: nel quotidiano, a letto, ovunque e comunque. Si sentono meglio se qualcuno si improvvisa liberatore.
Mi sommergo di acqua calda, in quest'atmosfera incerta e cauta dopo il risveglio; è tempo perso imporsi strategie.
Prima di addormentarti sei costretto a sentire le auto, i rumori della strada; quando ti risvegli sei costretto ad incontrarti da qualche parte, e in genere sono spazi stretti, angusti.
Al risveglio, manca quasi sempre la possibilità di una visione larga. Sciolta dagli incantesimi calibrati che uno si è dato per dominarsi e non sanguinare smanie ovunque.
All'alba devi pagare il biglietto del battello per il giro del lago.
Ti rinchiudi nei vestiti, accendi una sigaretta e riesci a sentire l'acqua sotto, l'acqua calpestata per alleggerire le distanze.
Ti chiedi, che cazzo ci faccio in una città di mare? Forse sono un uomo da laghi, non da mare. Ma il mare non si conclude con un battello, il mare è immenso e l'inquietudine diventerebbe ingestibile.

Poi le ore vanno in rodaggio, così come le tue ossa, i pezzi del tuo corpo e del tuo cervello. Riacquisti tracotanza, perdi quella patina riflessiva e sincera, ma dal fiato corto; torni rapidamente l'animale che sei, l'animale che si riconosce allo specchio, l'animale che è stanco di soffermarsi sui dettagli, su un certo tipo di dettagli.

Il riff di basso di “O My God” dei Police. Virale. Eccitante. Erotico. Virile. Semplice e invasivo. Irrinunciabile, da trent'anni a questa parte. Mi muovo. Mi coniugo. Mi candido. Me ne vado affanculo.

Overdose nel cesso del posto di lavoro. Vene blu notte. La normalità come peggiore maledizione possibile. Sangue dal naso, vene blu notte, scoparsi la vita come viene, con le mutande o senza. Tutti quei bastardi che usano il “piuttosto che” relativo, comparativo, a cazzo. Tutti quei bastardi che non si sono mai bucati. Tutte quelle cretine che sbavano per la pace e per la tranquillità. Tutti quegli orrendi rituali di comprensione forzata. Tutti i bravi ragazzi che sbarcano la vita, e io che non mi ricorderò mai di loro. Tutto l'inutile sesso aperitivo, antipasto o digestivo. Tutte quelle schifose promesse con lo stesso colore dei libri ingialliti. Overdose nel cesso del lavoro, tentativo di autodistruzione, senza riflettori, senza tranquillanti. Vene blu notte e poi viola, la mancata comunione, il buonsenso preso a sprangate, le tre bottiglie mignon consecutive di W5 mentre quei due si inculavano nei bagni della stazione di Livorno e uno dei due gemeva proprio come una donna.
E quella che mi toccava il cazzo piano e poi forte, con gli occhi folli, mentre il suo uomo era di là con quella torma di persona per bene, noiose e firmate, benestanti e dal culo pulito. Sporcizia, tradimento, gusto del proibito più prevedibile, sesso clessidra per approdare ad una nuova dimensione di fuga, tutto circoscritto a smanie senza regole.
Overdose nel cesso del lavoro.
Quei soldatini marcabadge, tutti orientati a sposarsi, mettere su famiglia, piacere ai parenti dei parenti, le bomboniere, la saliva lavorata dal dentifricio, la paura inchiodante della povertà, il catechismo per i figli, le abboffate domenicali, votare a destra per illudersi che il paese possa sfornare imprenditori, avere una morale per sostenere lo scagazzo della morte.
E i finti playboy che girano a vuoto con cazzi imbuto, cazzetti a metà strada tra il bisbiglio dell'amore e il bisogno di svuotare i coglioni, i finti playboy che pensano di sgrullarsi il cazzo nella continuazione di un film di Truffaut, pensando di essere intellettuali e sensibili. Overdose, overdose, overdose.

Una canzone degli Stadio: “Sole domani”.
Mi torna in mente alle 5e11 del mattino, mentre sono impegnato a rendermi conto di avere una bocca, un respiro, occhi, corpo da portare fuori dalle coperte, mentre mi accorgo che sono uno che vive. Come tutti.
Una notte di pioggia non è la mai stessa notte”, cantava Curreri, e Nanni ci ricamava al quattro corde. Bella. La ricordo volentieri.
Ricordo che ascoltavo questa canzone quando prendevo dei treni alle quattro del mattino, avevo più o meno diciott'anni. Mi emozionava il solo di Ricky Portera alla chitarra, perché durante quel solo Nanni prendeva note chiuse e ovattate, ed io sognavo.
Sono le 5e11 del mattino e non ho neanche dei numeri da giocare al lotto, non ho sognato cose che ricordo. Sono le 5e11 del mattino e venderò cara la pelle.

Sapone bianco, neutro. Asciugamani verde con arabesco dozzinale. Sigaretta spenta sul marmo antistante la finestra. Buio pesto fuori. Odore di caffè da dentro, dai vecchi sogni, desiderio di scottarsi la bocca e tornare a letto.
La luce pulita del giorno a schiarire vetri, sguardo, a rinfrancare l'estensione semovente della quiete. Impossibilità di stare fermi. Indirizzi sottomarini per sviare. Per sviarsi. Il tizio idiota che fa esercizi ginnici sul balcone dopo le sei, in boxer. Ma non fai arrapare nessuno, svitato peloso. Nessuno. Ti arrapi da solo. Ti arrapi di te stesso. Sei grottesco. Guardati le braccia, immaginati fluttuare su una donna, tenendoti su quelle braccia sode, virili come legno marcio, sono sicuro che ti guardi quando scopi, guardi te e non lei, sei fiero di te, verme da catamarano, attore stempiato, chef supremo della tua minestra esistenziale.
Neon acceso nella credenza. Pasta, biscotti, ricordi. Neon che si sta per fulminare. Pezzo di neon da anima risvegliata. Pezzo di neon da precarietà coraggiosa, striscia di polvere, dose di pazienza, lunga nota impiccata ad una balaustra, nota lunga, dittatore invecchiato e defenestrato, dissuasione da ogni spezzatino indigesto di divino e di destino.

Alle 5e11 l'animale si sveglia, danza su nuvole basse, pugnala l'orizzonte solo per uno scatto diverso e difficile, l'animale è consapevole di rintanarsi non per morire meglio, ma bensì per costruire strade di polvere tra un'oasi e un'altra.
Lontana quell'overdose in quel cesso, il punto notte, il grado zero, la rabbia ritmo, il sesso tisana, l'orgoglio orbo e vittima di un fango dove i migliori continuano a giocare all'attesa migliore.


Luca De Pasquale, 23 ottobre 2014