30/10/14

L'altalena e il cazzo caricato a salve


Ti volevano con la testa vuota e il cazzo caricato a salve. Ti volevano disinnescato, pacificato, tranquillo, con l'anima cerniera, innamorato di una pace impossibile.
Oppure ti volevano bucaniere, pirata, figlio di puttana, lontano dal branco ma produttivo.
Determinato secondo i crismi della determinazione.
Ti volevano associabile a folate. Guest star di un convitto, di una fica annoiata, di un gruppo di pensatori, di un insieme di penne spuntate, ti volevano numero di matricola aziendale, ti volevano amante platonico che se lo fa succhiare a debita distanza solo per respirare meglio da infatuazioni di passaggio, ti volevano entertainer per presentarti con meno vergogna il prossimo stronzo.

Ti scrivevano per scrivere ad uno specchio, e tu sapevi che se avessero trovato la crepa, l'incrinatura, sarebbero fuggiti. Lo aspettavi. Lo volevi. Si trattava di scommettere senza sputare.
Hanno cercato di salvarti quando non chiedevi altro che affossare ogni scialuppa, perché certi esseri umani hanno questo vizio, la coscienza a posto per le cose e le pratiche più inutili.
Ai tuoi rifiuti, i primi, gli ultimi, non importa, c'è stato chi ha preso il compendio di psicologia e ha cercato di delineare un tracciato inesistente.
Io ti conosco bene”, diceva qualcuno, “so come sei fatto”.
E invece non sai niente.
Perché ieri ero finito, ma oggi ti uccido e dopodomani mi faccio catturare, e tra un mese sarò un fantasma.
Ti volevano vibratore gentile. Animale da compagnia dalla lingua veloce, quelle raffinatezze pretestuose, senza costrutto, senza densità, senza il tanfo della vita. Ma quello c'è sempre. Quello non se ne va mai.
Puoi lavare le mutande dell'anima quanto vuoi, ma le tare sono strutturali.
Ti volevano padre per riconoscerti normale, nel flusso della normalità.
Ti volevano scrittore ben pubblicato per avere la scusa di seguirti senza doverti poi difendere, se prendevi le strade sbagliate e polverose.
Ti davano consigli e suggerimenti per scongiurare le loro paure, non le tue.
Ti volevano ai piedi di un Dio qualsiasi, per poter pensare di ritrovarti dove ti lasciavano.
Ti volevano infelice per compiacersi: “Io sono diverso da lui”, quanto è bella questa frase, quanto è utile, non è vero?
Ti stuzzicavano, per capire se avevi il cazzo caricato a salve e l'anima minimamente sovrapponibile alla realtà.
E si scandalizzavano, se facevi presente che ogni tenerezza nasconde una profonda violenza, e che questo tu, purtroppo, lo sai.
E si commuovevano, lontani come alberghi a ferragosto, per echi e frammenti della tua storia complicata, senza capire che ogni lacerazione è di chi se la porta e mai di chi partecipa. Altrimenti impazziremmo tutti.
Io non so se vivrò a lungo. A volte lo desidero, altre proprio no.
Non so se morirò in una bella giornata di sole o in una notte di pioggia.
Dovessi scegliere, opterei per la seconda.
So cosa mi interessa. Mi interessa che lo sguardo sia acceso, mi interessa che la coscienza non debba cedere il passo alla tranquillità obbligatoria.
Non tengo un diario personale. Credo che le pagine di un diario sincero siano fulmini, e che durino ben poco.
Questo blog non è un diario. Il diario si scrive quando si ha paura di morire. O di bruciarsi.
Non ho questa fortuna. Mi capita di guardare nei crepacci e di trovare, inutilizzabile, quel che volevo dire e raccontare.
La mia sensibilità è solo una maledetta puttana che mi fa perdere la testa una notte sì e una no, in un'alternanza che somiglia ad un minuetto spettrale, un ballo solitario in un locale con i sigilli. Dopo un crimine. Dopo un crimine che non ho ben capito in cosa consista.
Forse proseguirsi è un crimine, a volte ne sono convinto, poi mi distraggo.

Mentre il finto prete ti cerca per spiegarti cosa ti perdi, tu ti buchi e stai meglio. Ti fai la dose e sulle pareti rocciose esce la decalcomania della tua bontà, qualche fiore e la voce di un amore che accetterai di buon grado.
Tutte le volte che qualcuno ti cerca per amarti nel modo sbagliato, hai la consapevolezza che devi andarti e rifugiare. Come un animale ferito. Come una coda di vento che ha perso il tornado. Come tutti quelli che onorano la propria storia più disperdendosi che aggregando.

La notte è dolce, leziosa, e quand'è così la tua sensibilità troieggia, ammicca, spaccia profumi e insonnia, diluisce baci, vagheggia lettere mai scritte, confessioni mai ricevute, pentimenti mai incoraggiati, per grazia.
La notte è dolce, sembri quasi a posto, e la persona dietro i vetri cerca di scoprire se la tua anima è davvero un tizzone o lo scarabocchio di un bambino che ha sempre amato l'uomo nero. La verità non sta da nessuna parte. La verità è davvero un cazzo caricato a salve. Spara, inutile e celebrativo, ma non può nascere che un veloce equivoco.

Cinque minuti prima ti fotti con una canzone, poco dopo sei salvo. Salvo senza aiuti.
Poi precipiti, rovinosamente, e cadendo riesci ad accendere tutte le luci di cui disponevi. Sei una stella cadente, sei una magia, sei un'altalena su qualcosa che mozza il fiato e niente ti rivela.
Un magma di assenze che vanno a giocare al luna park, che sognano a turno, che si abbracciano come amanti disperati per tornare estranei subito dopo, quando sotto la porta, dopo una notte d'amore, non si ha nemmeno il coraggio di guardarsi negli occhi.
Nel movimento dell'altalena c'è il senso del perdersi, e quel senso mi piace, che si chiami scrittura, musica, sonno, eroina, baci o equivoco.
Non sono un animale da compagnia che scodinzola alle prime coccole e per la ciotola piena. Non sono un cazzo caricato a salve: contengo dosi di paura, la paura degli incanti di ogni piccolo uomo.

Luca De Pasquale, 30 ottobre 2014

29/10/14

Tra Steve Kilbey e la notte


La mania dei dischi non vale meno -se la si vuole chiamare mania- della mania per la pulizia dello spirito. Della mania di risultare coerenti. Delle manie inerenti la libertà, la libera espressione, i costumi sessuali e il volontariato.
Io mi libero attraverso i dischi che amo, e le condanne sono meno insopportabili grazie alla musica. Io volo in una sola canzone, mi consumo in poco meno di quattro minuti e poi rinasco.
Anche se nel mio regno non è mai Pasqua e le resurrezioni avvengono solo in lontananza.

I Church.
Quando ascolto i Church significa che sono malinconico. E psichedelico quanto basta. Quando ascolto i Church significa che declinerò la notte a modo mio, vale a dire senza stare troppo a menare il can per l'aia.
Ho sempre amato la voce e il basso di Steve Kilbey, sono quelle cose che ho inseguito tutta la vita e non mi basteranno mai.
The further adventures of the time being”, da “Magician among the spirits”, è il pezzo che mi descrive e mi salva in questa fine di ottobre. Ottobre è per me un mese di malinconia e di ricercata solitudine. Le atmosfere di questo pezzo mi appartengono, mi consentono di distendermi senza preoccuparmi del resto e dell'avanzo.
Mi piace quando fa notte e posso mettere su questo pezzo, con le luci di casa che sembrano un Rothko ubriaco, perché questo, più degli altri undici, è un mese in cui quel che ci si porta dentro somiglia ad una camera di motel messa a soqquadro.

Si fa notte, mentre nelle case vicine qualcuno fa carne alla griglia, altri scattano foto al bambino che gioca, una coppia di amanti si fa largo in quella piscina melmosa che è il cercare di allungare il brodo emotivo di una scopata.
Magician among the spirits” viaggia, ed io con lui. Disco enorme, Kilbey nei panni del demiurgo di contorni febbrili e caldi, voglia di liquore che devo tenere a bada perché so di non avere ben chiaro il senso del limite.
Ma lo riconosco, lo ammetto, non sempre mi piace mantenere il controllo. Mi piace perdermi, sbavare oltre i bordi, ferire le linee di confine con le ali. Rigorosamente lontano dalla complicità da telefilm di certi eccessi, che invece sono e devono essere semplici estensioni della personalità.
Ma non bevo. Mi bastano i Church, mi basta la voce di Steve Kilbey e quel basso che saltella sobrio e profondo nell'aria calda delle chitarre.
Grandi i Church. Il mio roost notturno, l'appollatoio adeguato ogni dieci o venti notti di pausa. Come i Prefab Sprout, ma incidendo di più nei tessuti meno visibili.

Di notte, le persone che riescono ad amare hanno occhi trasparenti. Come vetro attraversato dal fuoco. Nella scena blu, blu di oscurità, riescono a scintillare. Come un canto di elettricità pulita prima di morire.
Ed è inutile cercare le mani, l'abbraccio, la conferma, perché bastano gli occhi, quel flusso ondulato di illuminazione non eterna che è il mescolarsi senza chiedere troppo alla vita.
Il tempo passa e nelle notti del tempo che passa inesorabile ho sempre meno bisogno di rumore e di scuse.
Ogni mattina nuova disconosco un oggetto. La mattina dell'ultimo giorno dell'anno avrò disconosciuto 364 oggetti e forse altrettante persone o sintomi di passioni.
Ogni mattina, lavanda gastrica di una smania, disconosco un pezzo di me stesso e lo lancio in pasto ai miei cani. Ogni mattina ho un nuovo progetto che si costruisce sulla morte dei precedenti. Sono fatto così: cerco zampilli nelle carogne. Spolpo la zavorra stanca tutte le mattine e cavo, deus ex machina orbo e limitato, da quella materia il suono nuovo che mi serve. Mi serve a controllare sobriamente lo stato della mia inevitabile perdizione.
Da semi scomposti e marciti prendo il necessario per creare piccoli idoli tuttofare della durata di un giorno, una notte, addirittura un sorriso.
La faccina con il sole da disegnare alla lavagna per guadagnarsi qualche vicinanza può andare affanculo.
I fiori notturni sono come rapaci, e per amare si lanciano nel vento, impiccati alle loro radici, persi in una canzone dei Church, innocui e psichedelici come amori non censiti.
Tra due ore sarà già notte.
Ascolto “Ricochet”, il basso di Kilbey transita nell'auricolare sinistro, equilibra il blu e il nero, è la carta d'identità scritta con gli sboffi di vento che gli altri hanno trascurato.


Luca De Pasquale, 29 ottobre 2014

28/10/14

Il diavolo in verde


My devil had been long caged, he came out roaring.”
R.L. Stevenson

Poco dopo le quattro del mattino, in un sogno difficile, spietato e senza tregua mi raggiunge un demone.
Uno dei demoni della notte. Stavolta in verde, sotto spoglie di luce scura, con voce roca, una voce verso cui lancio un pugnale prima di svegliarmi.
E così, anche stanotte sogno demoni. Un classico del mio inconscio.
È frequente, molto frequente, che io sogni demoni, corruttori, ombre. Sin da quando ero bambino. Sono sogni molto realistici, nei quali sono sempre parte attiva, lottando o partecipando, e in molti di questi sogni sono io l'ombra, la parte oscura.

Guardo l'orologio e sono le quattro e dieci minuti. Mi sento la schiena pesante, come se mi avessero dato una sacca di frantumi da portare dietro. Passo per lo specchio del bagno e trovo al buio il mio sguardo luminoso e cupo, piscio, apro qualche finestra, accendo una sigaretta, mi piazzo accanto ad una finestra e guardo l'invisibilità del vento, che agita le foglie e crea continui mulinelli di carte nella strada deserta.
Vecchie poltrone. Vecchie coperte. Niente tende. Molto spazio e molto freddo.
La sigaretta dura troppo poco. Alcuni eventi lontani sembrano ieri, altri più recenti risultano seppelliti, smembrati, rinnegati fino al dissolvimento.
Ho strane sensazioni addosso.
Indefinibili, sfuggenti, reali. La percezione di essere capace di tutto e al tempo stesso di aver trovato rifugio in luoghi senza coordinate, dove non conta la storia personale, i trascorsi, le caratteristiche riconosciute.
Poche finestre accese, in questo panorama notturno di lontananza.
Dietro quelle finestre, chissà, qualcosa di fermo e tranquillo, o passioni smantellate, stick di rossetto vuoti, colazioni già preparate, impiccagioni alla Condé.
Ma non cado nella trappola. La lontananza, con i bastardi come me, tende a rendere tutto sognante, ma sono quasi sempre cumuli di ali bruciate che emettono fuochi fatui, visibili maggiormente di notte.
La lontananza, con i bastardi, funziona perché ti racconta di quel che non sei, di quel che non vivi, di quel che apparentemente perdi con il tuo equilibrio. Sono stato uno di quei bastardi idioti capaci di provare nostalgia per ciò che non conosceva. Sono stato uno di quei bastardi senza senso.

A quest'ora tutto è ovattato, e tutto sembra sovvertibile. Sono le tipiche sensazioni di un insonne seriale, e io sono insonne da sempre. A quest'ora la rivolta sembra sempre l'unica strada; se ti fai plasmare da questo senso di onnipotenza disperata sai che straccerai fiori come uno stupido, come un visionario rallentato, hai imparato che la distruzione è un lusso limitante.
Alle quattro e quaranta, secondo il mio orologio, mi chiedo se il diavolo verde mi è rimasto nello stomaco. Nello stomaco. Nella cassa toracica, che rabbrividisce per il freddo e sembra sputarmi fuori come un estraneo.
Questi sono orari in cui il diavolo vince, espropria, ti regala altre emozioni per poi riprendersi tutto, con brandelli della tua anima attaccati. Mi sono fatto corrompere tante di quelle volte, io che non riesco ad opporre un dio, un pretesto, un dogma diluito, niente.
Posso opporre me stesso. Unicamente me stesso.
Questi sono orari in cui puoi sentire chiaramente il richiamo di strade diverse, di strade che taglino ponti e comunicazioni con tutto quel che risulti minimamente conosciuto.
È una vita che taglio, scavo cunicoli per uscire dalla scena della tavolata, del brindisi, del letto peccaminoso e banale, per uscire dalla scenografia della cortesia e dell'abitudine alla bontà simulata, è una vita che rovescio vino sulla tovaglia buona, fuggendo senza voltarmi appena sento di risultare conosciuto, inquadrato.
Non bisognerebbe permettere a nessuno di supporre, anche solo lontanamente, quel di cui abbiamo bisogno.
Non puoi saperlo. Non devi saperlo. Non devi sapere nulla di me. Nulla.
Se scrivo, non mi rivelo affatto. Non c'è nulla da rivelare e ancor meno da condividere. Meglio conoscere il meno possibile di uno che scrive. Ignorare chi sia, cosa voglia, in cosa speri. La conoscenza inquina l'amore, quando l'amore vuole essere un'imitazione ben riuscita.

Se uso la prima persona, non sono io.
I miei incubi sono i miei.
La mia storia è bruciata.
Agli abbracci preferisco gli sguardi. Alle mani preferisco la devozione. Al sesso preferisco il volo notturno. A Dio preferisco le luci dell'alba, e la musica. Agli amori ideali preferisco la fratellanza silenziosa. Ma veramente silenziosa. Nessun contatto. Nessun abboccamento.
Ai ricordi, ora e sempre, preferisco me stesso e la mia vita.
E per finire, alle promesse da marinaio preferisco il percorso che si interroghi, sì, ma senza la molestia di certificarsi agli occhi degli altri.


Luca De Pasquale, 28 otobre 2014


26/10/14

Non mi piace più la tua pagina, mezza sega


Devo avere un'espressione drogata e persa come quella di Mark Sandman, mentre mi sistemo sul letto e accendo il televisore. Su Deejay Tv ci sono tre cazzoni con una chitarrina che intonano un'assurda canzone demenziale.
La conduttrice, carina e snob, parla della loro pagina facebook e del numero di “mi piace” conseguito grazie ad un'attenta strategia di comunicazione.
Anche io ho una pagina facebook come scrittore, nel 2004 contava circa 750 persone e l'ho cancellata un giorno che mi girava di traverso. La maggior parte di quelli che avevano aderito non sapevano neanche che scrivessi e soprattutto cosa.
Stima simulata. Di retrovia. Avrebbe più senso un pompino al videocitofono.
Stima accidentale. Stima di simpatia e di etichetta. Non saprei cosa farmene, nessuno dovrebbe sapere cosa farsene.
Lo scrittore autoprodotto Rigo Monorco mi chiede di mettere “mi piace” sulla sua pagina. Lui scrive di grandi amori dominati dal fato e dal caso, una specie di Lelouch post sodomia. Non ci siamo mai scambiati mezza parola. Una volta l'ho invitato sulla mia pagina, così, per movimento a manetta, ma lui non ha aderito. Me ne sono anche dimenticato. Mi scappa di mettere “mi piace” sulla sua, e solo perché sbaglio rigo: c'erano altri dodici inviti in sospeso.
È fatta, maledizione; ho messo “mi piace” ad un tizio che non leggerò mai, che sbrodola saggezza da convegno di partito, che crede di salvarsi l'anima inframezzando citazioni da se stesso (…) con foto di sventurati animali abbandonati. Ma è fasullo, moneta falsa e senza conio, carità in mutande rosse, e la mia mano destra, quella stronza irresponsabile, che gli affibbia pure un “like”.
Io sono mancino. Mancino naturale. Fiero mancino. Sinistro in tutto e fiero di esserlo. Quella stronza di mano destra che stia al suo posto.
E così, per qualche giorno mi tocca leggere le idiozie di Rigo Monorco.
Il suo buongiorno ai lettori: “Renzi, non prenderci in giro! Renzi, ma perché invece dell'acqua non ti sei rovesciato addosso un secchio di sterco di capra?”. E mette la faccina. Il post va deserto.
Poche ore dopo, tocca alla pubblicità: “Potete ordinare il mio libro direttamente da me. Se vi piace leggere, se vi piacciono storie che non le mandano a dire, sono la persona giusta. Questo è il mio sesto libro”
Si stima, il formichiere monorchide. Si stima e gli piace dircelo.
Alle 16e41 posta Lucio Battisti seguito da una cosa legata a Grillo.
Alle 17e05 reputa opportuno deliziare la sua platea con la foto di un cane dietro le sbarre.
Alle 17e16 infila una foto in cui lo si vede intento ad entrare al Louvre.
Alle 17e23 ci prova palesemente con un'ingenua che ha osato interagire con lui; è molto probabile che abbia tanta di quella voglia di una donna da ritrovarsi il cazzo tra naso e bocca.
Alle 17e41, per chiudere, mette un classico di Miles Davis accompagnato da una citazione di un suo racconto giovanile pubblicato a pagamento con una casa editrice siciliana.
Io sono su facebook principalmente per motivi professionali, e questo è spam. Dico a facebook che non gradisco vedere quei contenuti, e Mr. Facebook mi chiede il perché. Annullo e mando tutto in mona.
Vuoi contattare Rigo per spiegargli i motivi?”, mi chiede facebook.
Ci manca pure questa.

E intanto la nuova notte, quella dominata dall'ora solare, scende su di me, sulla mia casa, su questa caramella scaduta di fuoco e ghiaccio che è il mio contegno.
Ma è una notte leggera, superficiale, con un nero scolorito, rimmel per appuntamenti erotici che nascono sotto una cattiva stella, quella della presenza obbligatoria. È un velo di notte così superficiale che non nobilita nessuna assenza, non garantisce il rimpianto, non acceca il senso del domani come pure dovrebbe essere.
È una notte che potrebbe andare solo in discoteca a farsi sbattere dietro un muretto, da un impasticcato qualsiasi, da un Rigo Monorco danzante, da un ragazzone svogliato e qualunquista che si sia tatuato motti celtici sull'avambraccio.

Basta recinzioni. Basta terrazze. Basta feste sulle terrazze. Basta categorie da proteggere. Basta scrittori volenterosi e autoadoranti. Basta ai coltivatori di ego e cazzo. Basta alle morgane protettive, la sensualità come una busta di latte sgonfia, come una chat a pene allegro con l'ipotesi di una passione, e soprattutto basta con l'accigliata compunzione di comunicare, vivere, intervenire, mobilitarsi.
Basta con i babbuini scopritori di verità, che da un palchetto liberano le tossine e creano saliva sdrucciolevole. Basta con le continue salvezze, che è la cosa principale.

Massima di Rigo Monorco: “Dopo la sofferenza si diventa la sorpresa dei propri specchi”.
Oddio, che impressione. Sono davvero stravolto da tanta profondità in poche parole.
Ma allora te lo meriti, il mio piace. Che stupido sono stato. Ho sottovalutato. Perché sono arrogante e distruttivo, e allora devo chiedere scusa, con le ginocchia che possano coprirmi il pacco, l'anima arrugginita, la stanza delle armi e altre zone oscure.
Il saggio è Rigo Monorco, non io. Lui ha lavorato alacremente sulla sua pochezza, l'ha convertita, l'ha bonificata, mentre io con la mia ci impazzisco, me la chiavo ma non l'amerò mai.
Mi sa che acquisterò il libro di Rigo Monorco, “Lo strano caso del ragazzo amato dal prossimo amore”, mi farò piacere il suo brodo di pollo e piedi, farò la dovuta penitenza, ché già non sono religioso e questo mi danneggia.

Può darsi che la vera bellezza stia nel fare l'amore con la musica di Gigi Finizio e Claudio Baglioni. Oppure comprare libri di ricette e convocare gli amici per una gara culinaria. O ancora, perdersi nelle meraviglie del mondo e condividerle. Può darsi.
Io non nego niente. Come diceva Elio Petri, a ciascuno il suo. Ed è una delle poche citazioni che mi consento.
Però, la deriva. Lo sguardo sottocoperta con la tempesta sopra, le stelle senza nome e non cadenti come da preghiera e desiderio, la brace della sigaretta di nascosto, in piena notte, irriconoscibili, stranieri, non immortalati, non reperiti, non a regola di luce.
Questo è, a suo modo, denso e impagabile.
Mai, certo, come Rigo Monorco, che ora scrive con enfasi: “Nel mio libro ho parlato di esperienze che non conoscevo. È l'incanto della narrazione”
Come mi sento piccolo, quando Rigo Monorco motteggia. Quanto sono precario, ai piedi di tanta bellezza.
Rigo, se non fossi etero (dosso, geneo, morfo) giuro che saresti il primo. Il primo.
Però, la deriva. È una luce che non tornerà mai più, una malattia di respiri trattenuti che mi regalerà la febbre migliore.

LdP, 26 ottobre 2014

E invece



Sul lungomare foto da un matrimonio.
Mi viene da pensare alle cozze, e non so perché. E a me le cozze mi disturbano alquanto. Mi viene da pensare a pacchiane cornici d'argento. Mi viene da pensare al catechismo forzato, ad una guantiera di dolci la domenica a pranzo, mi viene da pensare a gruppi di amici che non hanno niente da dirsi ma continuano ad incontrarsi.
Passo avanti velocemente, c'è quel sole di ottobre che somiglia a quello di agosto, i riflessi del mare non portano emotività e neanche scontentezza, è come assistere ad una mostra senza provare altro che un solletico piacevole.
Ci sono già i furgoni che fanno le salsicce sul lungomare, pensare ad una salsiccia a quest'ora del mattino è immorale. Mi chiedo se sarebbe il caso di farmi una foto con il mare come sfondo... la uso per il blog, la posto sul social? Ma, naturalmente, mi prendo per il culo. Non farei una foto stamattina, dietro di me si vedrebbe certamente una luna che si impicca, e questo non è bene mostrarlo di domenica.
Mamma con bambino sulla panchina. Che si manda messaggi con l'uomo che le piace. L'uomo che le piace non è pero il marito. Auguri.
Accendo la bionda e il vento se ne mangia metà, come mi mangia il cuore ogni volta che esco e c'è troppo sole. In bocca ho un sapore ferroso, deciso. Ferroso come il sangue, misto a tabacco recente. Non ho la bocca pulita. Questo preclude alcuni rapporti, dove devi avere denti chiostrati e lingua simpatica. La lingua veloce e cortese, senza la memoria di vecchi culi.

Cammino radendo il parapetto, ieri è morto Jack Bruce, è stato un colpo. Cammino e penso a cose disordinate, penso che il cazzo non porta amore e il cuore non somiglia al cazzo. Penso a tutti i luoghi comuni che mi hanno riempito le tasche, annoiandomi. Penso ai rimedi che popolano i calendari nelle case, i sogni della gente, penso che il passaggio è davvero breve e mi sembrava ieri che avevo diciassette anni.
Mentre incrocio una comitiva di giapponesi, mi chiedo anche se abbia un senso perdonare, dimenticare, quell'avulsione del marcio che ci insegnano dalle scuole medie, abboffandoci di cazzate sulla bontà di fondo degli uomini.
Penso alle Berte che filano e sognano il matrimonio, povere stupide, povere ricamatrici dagli occhi di cerbiatto azzannato. Penso alle “brave persone” che sanno di esserlo e si rifugiano dietro l'aria quieta, le braccia conserte della pazienza, la buona parola per ogni fottuta occasione.
Penso che scopare è come dare da mangiare ad un Tamagotchi e poi calpestarlo senza pietà. Penso alla felicità dopo il sesso, un biplano senza motore, un biplano da giardino e da bambini, che lanciato nel cielo di casa fa aria ed elimina l'odore del sudore e degli umori.
Penso sinceramente, lambendo questo mare che è a tutti gli effetti una troia per tutti, che guardare nel canale di scolo aiuta ad apprezzare i momenti di sincera affezione e di trasporto.
Penso, infine, che non abbia alcun senso andare a piangere su un pezzo di pietra, se dentro non senti niente che ti porti lì. È più vero lasciare un bacio in un punto bianco e vuoto della strada, quando l'assenza la percepisci per davvero, ti scortica, ti condanna, ti sputa in bocca e ti costringe a ricordare il tuo nome senza aggiungere altro.

Arrivo dove volevo arrivare.
Le tapparelle sono abbassate. Non c'è nessuno. Non c'è nessuno da anni. Noto delle piante, rampicanti e rigogliose. Il cancello è verde, ma sembra di legno. Accendo un'altra sigaretta. Dovrei scrivere qualcosa di dolce, e invece. Dovrei accendere una candela per la dolcezza mancata. E invece.
Dovrei, sì che dovrei, concedere altre possibilità.
E invece.
Potrei scrivere qualcosa di rassegnato e al tempo stesso di intenso, penso che potrei riuscirci. E invece. Invece vedo solo un portone appena ridipinto, delle stupide piante e un appartamento disabitato, cristallizzato nella fine e nell'oltraggio del non ricordo.
Arrivo in questo luogo come un soldato che torna in patria, ormai non più atteso, cambiato nei tratti, nell'espressione, cambiato dentro e non uguale a quanto era richiesto.
Ci arrivo quasi invisibile, mani in tasca, occhi nascosti e sigaretta. Ma sono, a dispetto delle apparenze, una ruspa, un ufficiale giudiziario mutilato, un bambino in incognito, una scheggia vestita più di orologi che di silenzi.
Credo che ognuno abbia il diritto di avere e quindi vivere una desolazione, un'incongruenza, uno di quegli errori indimenticabili.
Vivo e respiro il mio, oggi, senza farmi spazio nella domenica, addossato alle onde come un animale che si è inventato, come in un disegno, per poche ore.

LdP, 26 ottobre 2014

25/10/14

For Jack Bruce


Just this morning I mentioned, once again, Jack Bruce. And just today in the afternoon, while i was searching for other things on line, I found out that Jack Bruce is gone. 
The world loses not only a legend of bass, a supreme bassist, but most of all an intelligent and versatile performer,  he was open to the fusion of different generes, and though he always paid attention to tradition, he was always able at the same time to reinvent and review perfectly all that he played.
I wrote so many times about Jack that even now I haven't any other words left which could express in the best way my very high esteem for him, as well as my gratitude for all the wonderful music that he conveyed to us with both hands.
After the death of Jack Bruce, today one piece of my life is gone forever, him, a stranger for me but in the mean time the most familiar companion on the road of mine, someone I always hoped to meet one day. 
Jack Bruce made the history of rock. Not only with The Cream but also by his peculiar and fascinating soloist career, or by the  trio union with Leslie West and Corky Laing, and still by his amazing collaborations with Michael Mantler and Kip Hanrahan, as well as his beginnings with Graham Bond. Anywhere he made a record, Jack was able to leave a strong, ductile and relevant impression to everybody approched and loved his music. I couldn't say now the titles of the pieces I feel closer to; Surely “Harmony Row” has got a very particular meaning for me since it was the first album I bought ever. 

Just last night I was fiddling around on the internet, in search of a Cream's limited box edition which wasn't at all necessary to me, since I own anything and I know all the songs by heart. 

But filling my life and my home with Jack Bruce, it was so comforting and exciting, I always felt him as a far and the closest brother of mine, one of the most important cornerstone of my imagination, and of my will to live. 
I never liked any memorial practices, and all the words I spent above doesn't want to be like that, because they could never be pronounced with an assumed sense of constriction and opportunity. This death left to me an empty feeling inside, the shock of someone who lost a vital piece, a personal hero and a great artist for everybody.

Then thank you, Mr. Jack, I'll miss you so much.

Luca De Pasquale, october 25, 2014

Per Jack Bruce


Proprio stamane avevo citato, per l'ennesima volta, Jack Bruce.
E oggi pomeriggio, cercando altro su internet, ho scoperto che Jack non c'è più.
Il mondo perde non solo una leggenda del basso, un musicista supremo, ma anche un interprete intelligente, versatile, aperto alle contaminazioni, attento alla tradizione ma perfettamente in grado di reinventare e rielaborare.
Ho scritto tante di quelle di volte di Jack che adesso non ho altre parole che possano rendere al meglio la stima enorme che provavo nei suoi confronti, e anche la riconoscenza per tutta la splendida musica che ci ha profuso a piene mani.
Con la scomparsa di Jack Bruce, oggi se ne va un pezzo della mia vita, uno sconosciuto ma familiarissimo compagno di viaggio, che ho sempre sperato di poter incontrare un giorno.
Jack Bruce ha scritto la storia del rock.
Non solo con i Cream, ma anche con la sua diseguale ed affascinante carriera solista, nel trio con Leslie West e Corky Laing, nelle collaborazioni sorprendenti con Michael Mantler e Kip Hanrahan, nei suoi inizi con Graham Bond. Ovunque incidesse, Jack lasciava una precisa impronta, solida, duttile, pregnante.
Non saprei dire, adesso, a quali incisioni di Jack sono più legato; di sicuro “Harmony Row” ha un significato molto particolare per me, è stato il primo disco in assoluto che ho comprato.
Stanotte smanettavo in rete alla ricerca di un cofanetto limitato dei Cream, un cofanetto che non mi era realmente necessario, perché dei Cream ho tutto e conosco i pezzi a memoria. Ma era così rassicurante e appassionante riempirmi la casa e la vita di Jack Bruce, che ho sempre sentito come un fratello lontano e vicinissimo, una colonna portante della mia immaginazione, della mia voglia di esserci.
Non mi sono mai piaciuti gli esercizi di commemorazione, e questo non vuole esserlo in quel senso scontato d'obbligo e di opportunità. Sento un grande vuoto, il trasalimento di chi perde un pezzo, un pezzo fondamentale, un eroe personale e un artista per tutti.
Grazie allora, Mr. Jack, mi mancherai moltissimo.


Luca De Pasquale, 25 ottobre 2014

24/10/14

Perché finalmente si dorme senza sogni


Mi tolgo bracciali, braccialetti, orologio, devo essere libero. Non piego i vestiti. L'acqua non vuole orpelli. Una doccia non è una semplice doccia. È una liberazione dalle tossine. È una centrifuga esistenziale.
Finisco sotto il getto e mi chiedo perché tutta questa notte attorno, quest'oscurità invadente, melmosa, infida. Mi dico con onestà che mi piace la solitudine. Mi piace molto. Mi serve. Mi riempie. Mi scandisce, sotterra tutte le micce che ho addosso, e questo deve essere il mio scopo primario: non brillare e scomparire nello stesso momento.
Troppe bocche di fuoco. Troppa carica in un corpo solo. Troppi fili scoperti a pelo d'acqua, rischio continuo, minaccia mai sventata.
L'acqua calda, i miei pensieri. Tutto quello spazzare e lucidare che non serve a niente: la polvere resta dov'è, e il sole la metterà in evidenza nel giorno sbagliato, quando i miei occhi non avranno pazienza.

C'è a chi piacciono luci e rumori.
Non è il mio caso. Non me ne sono mai fatto una colpa.
Esco dalla doccia e penso che mi serve una dose di John Martyn, così mi concentro meglio; e sarà opportuno che vicini e dirimpettai non siano in casa, perché ho la necessità di non sentire segnali di vita. Mi deconcentro facilmente, così come mi sveglio al minimo rumore, di notte. Ho una necessità fisica e violenta del silenzio. Il vero silenzio.
Niente rassicurazioni in giro, quella è la condizione ideale.

La scrittura come vanità. Impossibile solo a pensarsi. La scrittura vanitosa è come lavarsi il cazzo prima di un appuntamento, è solo schiuma. È solo tempo stirato ai piedi, un tappeto a forma di tigre, un accappatoio vezzoso. E invece la scrittura mi viene addosso, mi fa vomitare, mi sputa in faccia e mi stupra lo stomaco, il culo, la bocca, la memoria. Mi prende in giro, facendomi intuire di essere incinta di me e poi abortisce in un cesso pubblico, ridendo, svanendo, rilasciando regolare fattura di dispersione.
Non vado in pace. Non mi piace andare in pace. Non ci sono tagliato. Questo non è garanzia di autenticità, anzi.
Sono un baro. Un trapezista imbottito di cocaina. Sono un gioco con naso, bocca e occhi. Non sono certo più autentico dello stronzo che scrive per la notorietà. Sono peggio di lui. Perché io scrivo per lambire un assoluto che non mi appartiene e non mi apparterrà mai. Perché scrivo mentre una donna senza fattezze, una delle tanti finte madri puttane, mi tiene la testa mentre vomito quel che non accetto, la mia stessa ribellione e tutta quella tabella di leggi al contrario che difficilmente possono diventare strizzatina d'occhi.
La scrittura mi raggiunge alle prime ore del mattino nel letto, mi provoca, mi tocca, mi fa eccitare, dilapida il riposo guadagnato, mi infila una sigaretta in bocca e mi fa credere di essere mia, solo mia, senza la possibilità di essere presa e maneggiata da qualcun altro.
Ma è una bugia. Una ripetuta e pietosa bugia. Non si prende così in giro un uomo. Non giocando con il desiderio e con l'anima. Non si porta un uomo in giro come un accompagnatore brillante, per poi lasciarlo in un motel deserto senza valigie, senza foto ricordo, senza il programma del giorno dopo.

Bene, bravo, bis.
Come sei arguto. Come sei simpatico. Come sei sorprendente.
Ma la gente fa complimenti agli specchi e non alle persone. Il mio sosia riceve tanti di quei complimenti che potrebbe pure montarsi la testa.
Ma a me, a me che abito in questo corpo accorto con testa tormentata, restano le visite notturne, e quelle mani bianche e lunghe che mi inducono a vomitare quando comincia a fare giorno.
A me restano le notti in luoghi disabitati, la fierezza del non ritorno, l'ebbrezza della sparizione. A me resta il vizio dello scompiglio, mentre quel bastardo se ne va in giro a prendersi qualche complimento e ad incuriosirsi per non smentire quella banalità che vuole un uomo sensibile anche curioso, attento a luci, rumori, movimenti, voglie, costruzioni.

Lui gode, io mi vendico. Lui guarda, io scrivo. Lui cerca, io nascondo.
Lui accetta tutte le madri, tutte le stanze, gli alberghi, le parole, le promesse, le occasioni, le evoluzioni della sorte, le connotazioni del carattere.
Io non ho casa. La mia casa è acqua sospesa nel buio. L'acqua non vuole orpelli, e ogni fede è musica congelata, il gesto che si ritrae se scompaginato da luce estranea.


Luca De Pasquale, 24 ottobre 2014

23/10/14

Overdose 5:11


Couldn't leave you if I tried
Couldn't weather this alone
And through the darkness you still provide
The sweetest love I've ever known

Take the shadow from the road I walk upon
Be my sunshine, sunshine
And in the emptiness
You look and find someone
The damage is undone
And love has made you strong
And Heaven gave me mine, Thalheim

David Sylvian

Per la prima volta da mesi e mesi, i vetri della camera da letto sono appannati al mio risveglio.
Mi intercetto nello specchio e non voglio saperne.
Chi sei, arruffato stronzo? Pettinarsi, che idea.
Si pettinano i fighetti. I vanitosi. Quelli che stanno perdendo i capelli.
Il cielo ha qualcosa di straordinariamente promettente, io a questo ci arrivo. Ci arrivo nonostante tutto. Ha una luce che smonta le volontà di lotta, di continuo corpo a corpo. Io a questo ci arrivo. Anche se sono fatto in un certo modo.
Il cielo di stamane mi comunica molto e mi sottrae altrettanto. E sento di avere il respiro di un vecchio nel corpo di un ragazzo. Credo che queste modalità da reduce possano, in qualche modo, offendere il cielo e questa luce.
E scatta, lapidario e subdolo, un senso di colpa, un disagio bianco, una stanza vuota al di sopra della mia testa.
Troppa complessità, troppi tunnel, troppe curve a gomito e una serie di precipizi senza segnaletica.
E sai che per uscire, uscire dal tuo luna park a picco sul tramonto, ti dovrai vestire e truccare come una puttana.
Un'allegra e svampita puttana che dovrebbe lasciar fare, invece di ribellarsi. Alla gente piace sentirsi dire “lasciati andare”: nel quotidiano, a letto, ovunque e comunque. Si sentono meglio se qualcuno si improvvisa liberatore.
Mi sommergo di acqua calda, in quest'atmosfera incerta e cauta dopo il risveglio; è tempo perso imporsi strategie.
Prima di addormentarti sei costretto a sentire le auto, i rumori della strada; quando ti risvegli sei costretto ad incontrarti da qualche parte, e in genere sono spazi stretti, angusti.
Al risveglio, manca quasi sempre la possibilità di una visione larga. Sciolta dagli incantesimi calibrati che uno si è dato per dominarsi e non sanguinare smanie ovunque.
All'alba devi pagare il biglietto del battello per il giro del lago.
Ti rinchiudi nei vestiti, accendi una sigaretta e riesci a sentire l'acqua sotto, l'acqua calpestata per alleggerire le distanze.
Ti chiedi, che cazzo ci faccio in una città di mare? Forse sono un uomo da laghi, non da mare. Ma il mare non si conclude con un battello, il mare è immenso e l'inquietudine diventerebbe ingestibile.

Poi le ore vanno in rodaggio, così come le tue ossa, i pezzi del tuo corpo e del tuo cervello. Riacquisti tracotanza, perdi quella patina riflessiva e sincera, ma dal fiato corto; torni rapidamente l'animale che sei, l'animale che si riconosce allo specchio, l'animale che è stanco di soffermarsi sui dettagli, su un certo tipo di dettagli.

Il riff di basso di “O My God” dei Police. Virale. Eccitante. Erotico. Virile. Semplice e invasivo. Irrinunciabile, da trent'anni a questa parte. Mi muovo. Mi coniugo. Mi candido. Me ne vado affanculo.

Overdose nel cesso del posto di lavoro. Vene blu notte. La normalità come peggiore maledizione possibile. Sangue dal naso, vene blu notte, scoparsi la vita come viene, con le mutande o senza. Tutti quei bastardi che usano il “piuttosto che” relativo, comparativo, a cazzo. Tutti quei bastardi che non si sono mai bucati. Tutte quelle cretine che sbavano per la pace e per la tranquillità. Tutti quegli orrendi rituali di comprensione forzata. Tutti i bravi ragazzi che sbarcano la vita, e io che non mi ricorderò mai di loro. Tutto l'inutile sesso aperitivo, antipasto o digestivo. Tutte quelle schifose promesse con lo stesso colore dei libri ingialliti. Overdose nel cesso del lavoro, tentativo di autodistruzione, senza riflettori, senza tranquillanti. Vene blu notte e poi viola, la mancata comunione, il buonsenso preso a sprangate, le tre bottiglie mignon consecutive di W5 mentre quei due si inculavano nei bagni della stazione di Livorno e uno dei due gemeva proprio come una donna.
E quella che mi toccava il cazzo piano e poi forte, con gli occhi folli, mentre il suo uomo era di là con quella torma di persona per bene, noiose e firmate, benestanti e dal culo pulito. Sporcizia, tradimento, gusto del proibito più prevedibile, sesso clessidra per approdare ad una nuova dimensione di fuga, tutto circoscritto a smanie senza regole.
Overdose nel cesso del lavoro.
Quei soldatini marcabadge, tutti orientati a sposarsi, mettere su famiglia, piacere ai parenti dei parenti, le bomboniere, la saliva lavorata dal dentifricio, la paura inchiodante della povertà, il catechismo per i figli, le abboffate domenicali, votare a destra per illudersi che il paese possa sfornare imprenditori, avere una morale per sostenere lo scagazzo della morte.
E i finti playboy che girano a vuoto con cazzi imbuto, cazzetti a metà strada tra il bisbiglio dell'amore e il bisogno di svuotare i coglioni, i finti playboy che pensano di sgrullarsi il cazzo nella continuazione di un film di Truffaut, pensando di essere intellettuali e sensibili. Overdose, overdose, overdose.

Una canzone degli Stadio: “Sole domani”.
Mi torna in mente alle 5e11 del mattino, mentre sono impegnato a rendermi conto di avere una bocca, un respiro, occhi, corpo da portare fuori dalle coperte, mentre mi accorgo che sono uno che vive. Come tutti.
Una notte di pioggia non è la mai stessa notte”, cantava Curreri, e Nanni ci ricamava al quattro corde. Bella. La ricordo volentieri.
Ricordo che ascoltavo questa canzone quando prendevo dei treni alle quattro del mattino, avevo più o meno diciott'anni. Mi emozionava il solo di Ricky Portera alla chitarra, perché durante quel solo Nanni prendeva note chiuse e ovattate, ed io sognavo.
Sono le 5e11 del mattino e non ho neanche dei numeri da giocare al lotto, non ho sognato cose che ricordo. Sono le 5e11 del mattino e venderò cara la pelle.

Sapone bianco, neutro. Asciugamani verde con arabesco dozzinale. Sigaretta spenta sul marmo antistante la finestra. Buio pesto fuori. Odore di caffè da dentro, dai vecchi sogni, desiderio di scottarsi la bocca e tornare a letto.
La luce pulita del giorno a schiarire vetri, sguardo, a rinfrancare l'estensione semovente della quiete. Impossibilità di stare fermi. Indirizzi sottomarini per sviare. Per sviarsi. Il tizio idiota che fa esercizi ginnici sul balcone dopo le sei, in boxer. Ma non fai arrapare nessuno, svitato peloso. Nessuno. Ti arrapi da solo. Ti arrapi di te stesso. Sei grottesco. Guardati le braccia, immaginati fluttuare su una donna, tenendoti su quelle braccia sode, virili come legno marcio, sono sicuro che ti guardi quando scopi, guardi te e non lei, sei fiero di te, verme da catamarano, attore stempiato, chef supremo della tua minestra esistenziale.
Neon acceso nella credenza. Pasta, biscotti, ricordi. Neon che si sta per fulminare. Pezzo di neon da anima risvegliata. Pezzo di neon da precarietà coraggiosa, striscia di polvere, dose di pazienza, lunga nota impiccata ad una balaustra, nota lunga, dittatore invecchiato e defenestrato, dissuasione da ogni spezzatino indigesto di divino e di destino.

Alle 5e11 l'animale si sveglia, danza su nuvole basse, pugnala l'orizzonte solo per uno scatto diverso e difficile, l'animale è consapevole di rintanarsi non per morire meglio, ma bensì per costruire strade di polvere tra un'oasi e un'altra.
Lontana quell'overdose in quel cesso, il punto notte, il grado zero, la rabbia ritmo, il sesso tisana, l'orgoglio orbo e vittima di un fango dove i migliori continuano a giocare all'attesa migliore.


Luca De Pasquale, 23 ottobre 2014

22/10/14

Un caso perso (per fortuna)


Chicago, “Jenny”, da Chicago VI.
Volevo essere Peter Cetera. Ma anche Terry Kath, roulette russa compresa. Mi è sempre piaciuto quel jazz-rock convulso e strafottente nei confronti dei puristi e dei tromboni. Loro, i Chicago, il trombone lo usavano sul serio, e alla grande.
Dei Chicago l'unica cosa che non mi è mai piaciuta è la propensione alle ballate, da un certo punto in poi troppo zuccherose. Beh, mi piaceva “Hard habit to break” ma è anche vero che all'epoca mi piaceva una tipa e dunque ero vulnerabile.
Quando i Chicago tiravano, non ce n'era per nessuno. Erano poco progressivi, ha detto qualcuno. E chi se ne fotte. Erano troppo americani, ha detto qualcun altro. E chi se ne strafotte, su. Troppi fiati, sparava il saputello di turno. Ma vivaddio.
Mi sparo anche “Mother” e vado in overdose. Gli abbellimenti, le chiusure di Peter Cetera sono puro sesso. Il tappeto ritmico ha sempre a che fare con il sesso, ecco perché non so cosa farmene della retorica del sax fallico e della chitarra da stuprare, quel suono continuo ma anche staccato, spezzato, rampicante del basso, quello per me è il sesso. Lo è stato. Da ragazzo, per imparare quello che non si dovrebbe imparare, è stato meglio che parlare con il fratello maggiore o lo zio. Sentivo dischi e intuivo il sesso. Un bel periodo. Tutte le conchiglie da raccogliere sulla spiaggia sembravano stupende, tutte diverse e tutte fondamentali. Naturalmente non era così. Ho preso delle meduse. Delle buste di plastica. Pensavo di sussurrare alla luna e invece mi prendevo la micosi, la lue, la candida.
Viaggiavo e ascoltavo i Chicago dalla mattina alla sera. Bel periodo. Volevo essere Peter Cetera ed invece ero io. Mi sono, alla fine, accontentato.

Anni fa, molti anni fa, conobbi una donna che pensavo potesse piacermi. Iniziammo ad inviarci sms ad ore tarde. La cosa sembrava farsi interessante, perché il mondo pretende che le persone cerchino di piacersi.
Alternavamo messaggi personali ed esplorativi a consigli di libri e musica, condendo il tutto con quel giustificato e insipido entusiasmo del futile, tipico della fase ispettiva.
Stavo al gioco, ma ne vedevo i pericoli. Tendevo a non fidarmi. Degli altri, ma anche di me stesso, e avevo ragione.
Una sera mi scrisse: “Dormi sereno, se dormirai bene lo farò anch'io”
Fraintesi tutto. Io sono un uomo banale, fraintendo. Per uno come me, una donna che ti scrive cinque messaggi al giorno e sostiene di pensarti spesso, beh, quella donna ti vuole e probabilmente vuole fare “all'amore”.
Non sono uno di quegli uomini che rompe il cazzo con le poesie ad ogni piè sospinto, tendo a trarre conclusioni e dunque procedere.
Sono volgare, scollacciato e la prevedibilità della mia mente è un limite di forte interesse, per il sottoscritto.
E così, il giorno dopo mi tenni pronto. Due docce, abluzioni scrupolose, barba “a zizza di pacchiano”, profumo dolciastro da commesso in versione deluxe, slip grigi edizione tour, parlantina sciolta. La chiamai per un appuntamento. Avevo la gola secca e una lieve propensione alla fantasticheria, ma mi sentivo solido. Prima di chiamarla avevo ascoltato massivamente i Chicago.
Non rispose. Venti squilli, niente. Desistei.
Riprovai un'ora dopo. Come sopra.
Infine, due ore più tardi, mi arrivò un suo messaggio: “Ciao, ero con il mio ragazzo. Come stai?”
“Bene”, risposi, “sto ascoltando i Chicago. Te li consiglio, sai?”
Non l'ho mai più sentita.
Quella sera mi guardai a lungo gli slip grigi, tralasciando il contenuto a me fin troppo familiare, e tirai a tardi con Peter Cetera. Gli uomini che non raccontano i loro insuccessi sono dei noiosi testicoli di riserva. Ho fallito più e più volte. Da ogni insuccesso seduttivo ne sono uscito con una nuova carica, come se la cosa mi servisse. Per arrivare a quest'invidiabile condizione, mi sono dovuto sorbire spesso la pappardella sull'amicizia, che trovavo nefasta, ipocrita e -per quanto mi riguardava- perpetuo deterrente per qualsivoglia continuazione.
Ci sono tanti Big Jim in giro, pensavo, tanti teneri orsacchiottoni tutti fili e obbedienza, che te ne fai di un amico sopra le righe? Che cazzo te ne fai, lo esibisci nella teca dei “casi persi” dove intervenire con il garbo della suora laica?
Sono sempre stato un caso perso. Rimarrò un caso perso. L'amore l'ho trovato lo stesso, alla faccia delle civette e dei gufi viagra. Ho trovato l'amore senza scrivere poesiole di merda sull'incavo delle spalle e sul semaforo dell'anima tra omero e scapole, ho trovato l'amore e gli scampoli d'amore in luoghi poco frequentati e senza la garanzia della luce.

Mi piace essere un caso perso, mi sento a casa.
Si hanno meno vincoli e non si è costretti ad ascoltare tutte le puttanate sul vivere bene. Chi ti sfiora tenta guarigioni improvvisate o ti elargisce l'indirizzo della calma, ma a questo preferisco l'harakiri.
Non mangio i dolcini dell'accomodamento, mi fanno venire mal di stomaco.
Gli affetti sono sempre un mare in tempesta, e il Dio delle onde è un maledetto visionario. Inutile ribellarsi, cercando di imporre il metodo sghembo dell'autoconservazione. Il demiurgo delle emozioni è uno psicopatico innamorato del caso e dell'azzardo, è un maestro di naufragi, è l'assassino nascosto nel giardino di casa.
Sono un caso perso. Mi perdo spesso e quando mi ritrovo sono costretto a ricordarmi di tutto. È dura ma tempra, forgia e ringiovanisce.
Mi avevano predetto drammi, sconquassi, decadenze, fatali incertezze, ma non è finita così. Ciò non significa che molesterò il prossimo con quella immonda paccottiglia che è il comunicarsi rasserenati e fermi su un risultato insperato, coagulati su una piattaforma oltremarina dove, tra gabbiani di plastica, navi giocattolo e sirene indisposte, decantare il giusto e incantarsi del proprio incanto.
Il Dio delle emozioni è un killer, un prezzolato, un pezzo di merda.
L'unica salvezza è perdersi, trovarsi ridicolo il necessario per amare sul serio, lontano dagli specchi e dagli spettatori.
E senza maledettissime poesie.

Luca De Pasquale, 22 ottobre 2014

21/10/14

Vaselina Cordless


Già allora portavo nell'anima mia il sottosuolo. Avevo una tremenda paura che in qualche modo mi vedessero, m'incontrassero, mi riconoscessero. E giravo per vari luoghi molto oscuri.
Dostoevskij, “Memorie dal sottosuolo”

L'odore dei vecchi armadi è rassicurante, ma poi lascia addosso un senso di stanchezza e di distanza.
E non sai bene, non lo sai mai, distanza da cosa e da chi.
Ma è distanza. Si tratta di quelle luci basse che hai dentro e che ti guardano vivere. Che ti puniscono per un breve sorriso, e che, come braccia di streghe, ti richiamano all'ordine, ti ordinano di stenderti sul molo della notte, mezzo nudo, misto di resa e lotta, marmellata di eternità precaria, scintilla buona per una sola foto.
Percepisco distanze. Distanze enormi e incolmabili, che stanno bene dove si sono posizionate, che prendono il vento delle finestre aperte come piccole piante da appartamento.
Non è vero che le distanze sono orribili. Affatto.
Le distanze sono misuratori. Sono punti d'arrivo. Sono lampioni che ti puntano gli occhi quando cerchi di dormire. Sono edifici, costruzioni, piccoli alberghi, sono abitudini, sono addii dimenticati nei cassetti. Hanno un valore.
Non sono granché interessato a colmarle. La maggior parte delle distanze in vita mi vanno più che bene. Sono più per le perdite che per le acquisizioni. È la mia natura, lasciare i posti, le persone, cercando di non tornare.
Non mi piacciono gli abbracci dopo dieci, quindici o venti anni. Non mi piace fare pace con cose ed emozioni che si sono dimenticate da sole. Lo dico sempre, non mi piace recuperare, mi sembra un'attività sordida e sciocca, dovuta alla vigliaccheria della nostalgia e all'incapacità di guardare avanti. Non mi è mai piaciuto guardare i panorami, anche i più belli e mozzafiato, con una ringhiera davanti. Preferisco che non ci siano protezioni e che il rischio prevalga sulle precauzioni.

Non mi piacciono le rimpatriate. Di amici, di colleghi, di parenti, di vecchi amori. Le trovo penose e avvolgenti come potrebbe esserlo una multa.
Non mi piacciono i finti fratelli dello spirito, che ti si dichiarano “vicini” in assenza, avverso queste stronzate ideali da quand'ero in fasce.
“Non c'ero, ma c'ero, ti pensavo”
Non me ne sono accorto. Io invece non c'ero e dunque non c'ero.
Passiamo ore, giorni, settimane, mesi a idealizzare roba che ci è capitata, a ricordare sensazioni che amiamo depurare dalla precarietà del momento, ci viene la lacrimuccia e allora abbiamo paura di buttare, di cestinare, di eliminare.
Vivo il problema opposto. Sono un distruttore seriale. Capita che me ne penta, ma proseguo comunque. Sono un uomo profondamente malinconico, ma detesto le nostalgie. Mi sento prigioniero di quell'ambiguità intollerabile che è rimpiangere, mi sento bloccato nei movimenti da tutto quello che vorrebbe ricondurmi a momenti vissuti, bruciati, carbonizzati ed irripetibili.
Ho scelto tanti anni fa di non avere gruppi, comitive e claque, e di mandare costantemente affanculo le sciocche e pretestuose fratellanze spirituali.
Mi piace un certo tipo di solitudine. Non è giusto è sbagliato, è un modo come un altro. Raramente apro la porta a qualcuno. Faccio presente che se si esce dalla porta senza accordi, quella porta non si riaprirà mai più.

Questa mania di prendersi sul serio è così sfiancante.
Il livello di una conversazione non si alza necessariamente se si adottano modalità seriose. Anzi. Il sussiego, la solennità, rendono un sincero colloquio uno stillicidio. La cosa che mi fa tremare di più, forse più della morte, è quel prezzo che si paga alla necessità di apparire sereni, pacificati, in possesso di un qualche stratagemma per non affondare.
Tante volte sono le nuvole a decidere. La pioggia, le pozzanghere, gli ombrelli rotti. Il vento che sferza le labbra e ti costringe a dire la verità. Molto frequentemente la verità, o quel che si crede tale, è paura.
Paura di non farcela. Di essere dimenticati. Di essere etichettati e accantonati. Paura di vivere e di finire in quel piccolo trancio di pizza che è il percorso della persona nella moltitudine del mondo.

Il mare oggi è viola e grigio. È un cielo alla rovescia senza barche, fatto apposta per annegare la zattera di salvataggio.
C'è una donna che parla su un balcone usando il cordless come una pistola, o un vibratore. Sembra quasi ghermire il congegno per procurarsi un piacere sessuale. Sento le sue parole fin qui. Ieri sera è uscita, ha ballato, c'è un uomo che le piace, che la arrapa, ne sta parlando con un'amica. Mi sembra di assistere ad un'imitazione pedestre di Sex and the City, ma non posso impedirmi di origliare un poco.
Si parla di misure. Del cazzo dell'uomo. Delle sue abitudini. Della sua intelligenza. Non ho mai telefonato a nessuno quando ho conosciuto una donna, non ho mai cercato consigli e non ho mai sentito l'urgenza di confessare qualche pulsione particolare. Quelle pochissime volte che mi è sfuggita qualche informazione veritiera, perché mi divertivo sostanzialmente a depistare, ognuno ha voluto leggerci altro e trarre stupide conclusioni. Dunque ho smesso presto.
Da ragazzo pensavo che scopare sarebbe bastato a farmi sfangare i vari pezzi marci della vita. Era un pensiero superficiale. Ma preferivo pensare questa roba che perdermi in quegli intellettualismi così noiosi che sembra siano adottati da tutti quelli in cerca di serietà.
Ad ogni buon conto, sempre meglio il sesso dell'intellettualismo fine a se stesso. Meglio parlare al proprio uccello, come Malerba, che all'amico citazionista e clitofobo. Meglio la vaselina in un cesso che una pianta ad una stronza. Meglio qui e ora che “per sempre però mai”.

Mi pettino all'indietro. Poi me li porto davanti.
Ma sono solo dannati capelli. Che vadano dove cazzo vogliono.
Vanità, che puttana. Ridicola vanità. Non voglio avere il classico muso di patata con quei pizzetti del cazzo, tutti curati, da steward pompati, da palestrorsi selfieficati, da burocrati sulla statale tra la fede e il pompino della nigeriana. Loro, che in famiglia parlano di integrazione per fare colpo su se stessi.
Non voglio avere la barba domata del padre di figli che intona la cantilena della miseria e dei sacrifici. Mi piace la barba insicura, tormentata, caotica e confusa, quella che non piace. Non mi piacciono le barbe che dicono che sei di sinistra, anche se in qualche oscuro modo lo sono anche io (di sinistra); le barbe di sinistra valgono meno dei peli del culo.
Non mi piace come mi guardano le persone in cerca di novità. Fatti qualche fantasia su di me e giuro che ti deludo per partito preso. Le curiosità non sono lotterie, non sono riffe, non c'è nessuna estrazione, le curiosità portano ai pozzi e non alle terrazze fiorate.

Oggi la mia sensibilità è una pianta carnivora. Mi mangiucchia e mi sputa sugli specchi. Non sono nella posizione di potermi assecondare. Devo solo prendere la gavetta e assieparmi dietro un'utopia temporalesca.
Ho una voglia matta di rileggere Carver e Dos Passos, Sherwood Anderson e Steinbeck, ne ho un bisogno fisico, impellente, travolgente. Devo abbandonare per un po' la Scandinavia, tutti quei fiordi-abisso possono farmi male. Molto male.
Distanze. Molte. Riposate come pasta per pizze.
Lievitate quel che basta per vederci al buio.
No, non prenderò il cordless, non me lo scoperò per avvisare gli amici e i conoscenti dei miei passi avanti. Non cospargerò di vaselina il cordless per riprendermi la smorfietta della normalità da dopolavoro.
Non dirò “anch'io sai” in quel cazzo di cordless.
Non si fa spuma d'eterno nei cordless. I cordless si usano per accorciare le distanze, principalmente. E per informare.
Due attività che trovo piuttosto ripugnanti.
Meglio l'alba da una latrina che la voce a rotazione dell'amore in un cordless. Di questo sono sicuro.


Luca De Pasquale, 21 ottobre 2014