30/09/14

Insonnia camera 6162


Non si può amare ciò che non si conosce”
Dostoevskij “I demoni”

Faccia, acqua, specchio, pettine, ciglia, sopracciglia, anima.
Tutto a soqquadro.
Capelli, armadietto, anima, penne sulla scrivania, serbatoi di musica, libri maltrattati come schiavi di capricci.
Tutto in disordine.
I movimenti altrui non ti lambiscono. Non ti fanno male. Non ti rigenerano. È confusione occasionale.
L'interlocutore paziente ma pieno di pregiudizi è un rivale, è un nemico, è un ostacolo.
Persino la fascinazione involontaria è irritante, è un pezzo di motore scomparso, è la lancetta più corta dell'orologio di un parente defunto.
Un solo pensiero, un solo imperativo: il saldo.
Il saldo attraverso ogni mezzo lecito e illecito. Il saldo, senza sconti, senza cambiali d'aria, senza pazienza e modi garbati.
Il saldo, muti a tavola come persone che stanno per separarsi, come gente che ha imparato a non riconoscersi per stare meglio.

Per strada sento aria nei pantaloni e mi sembra di essere un aquilone con lacciuoli nero coagulo, una fuga ferma. Sensazione di formicolio e di ammutinamento.
Nei polmoni giocano a tennis elementi delle mie amnesie, e il fumo è per soffocarli. In piazza un omosessuale mi fa un commento, io sorrido e non mi infastidisco, ma vorrei essere invisibile. Certi sguardi curiosi sono liquidi che macchiano, maschili o femminili che siano, è come attendere un treno in una stazione chiusa.
Mi raccontano fatti di altre persone che pure conosco e dopo pochi secondi mi accorgo di non seguire più, di non avere mai seguito.
Sono traiettorie. Anche le mie lo sono. Raccontate, valgono poco e niente. Vivere in differita, vivere di immaginazione, è comunque scienza dell'errore.
I miei fatti, se raccontati, sono film riavvolti male; manca sempre la scena migliore, il punto cruciale, l'agnizione, il pentimento, la giusta coordinazione e il fiato corto dell'armonia collettiva.

Sul cavallo grigio, vestito da menestrello, conto fino a quindici e torno facilmente indietro; mi perdo dei numeri e mi zittisco. Ci si vede tra amici e si parla a turno. Che noia. Tocca a me, tocca a te, aspetta che intanto penso a cosa dovrò dirti io, uno alla volta, siamo comunque figli della media borghesia intelligente.
E comunque, della parentesi puttana con la morte e la confusione finisci per non parlarne; esiti, in attesa dello sguardo gentile dell'altro, ansioso del suo turno.

Quando scende la sera sul mare e tu sei per strada, è come se fosse stata sempre notte. Sempre, senza interruzioni. La scenografia mutava solo a seconda della pioggia o del clima secco e caldo. Ma era sempre notte.
Diamo pace a qualcuno. È giusto ed encomiabile.
Ma la coda della cometa che ha spento i giochi delle lucciole ti è rimasta tatuata addosso, qualsiasi cosa fai, qualsiasi cosa speri e pensi. È un animale rognoso e affamato che fai accomodare ai tuoi piedi mentre interpreti la parte del possibile migliore. È la mareggiata che sarà impossibile spacciare per vacanza. È il tuo rogo personale e perenne, inconoscibile, equivoco tra angeli fuori servizio, definizione accomodante per un cielo di buchi disegnati.
Ti viene un attacco di dolcezza, ma non ricordi gli indirizzi.
Ti viene voglia di fare una carezza, di rassicurare, ma sei stato tu a procurare l'occasione del ritorno, perché eri assente, era colpa tua.
Chissà se i bambini sognano ancora, come facevo io, le navi illuminate di notte. Spero di sì. Ogni sogno è un esproprio alla morte.
Per l'illusione, forse, della pace vado a caccia di quell'attore pazzo che vaga nelle stanze della mia insonnia, che suggerisce numeri, soluzioni, che inganna e inganna ancora se stesso e la mia pazienza, quel pazzo in papillon, quel Pierrot lunare con il sangue dal naso e il mantello strappato che adesca i ricordi per assaggiare ogni volta l'estrema debolezza delle vendette e la bieca nostalgia delle prime case sbriciolate.


Luca De Pasquale, 30 settembre 2014

26/09/14

Silenzio 76


Non hanno ristampato tutto il catalogo del grande Mick Karn.
Neanche i dischi di Flavio Giurato. Figurati se qui in Italia ci pensano.
I Green Magnet School sono fuori catalogo. Li trovi forati sul mercato americano, non se li caca nessuno.
Maledetti incapaci, i discografici. E il pubblico forse di più. La maggior parte del pubblico. Mp3 come se piovesse, mentre si spazza, mentre si digerisce la pizza, mentre si flirta con Mr. Verde, mentre si compilano curricula.
Quando sarà, seppellitemi con un pacchetto di sigarette e il primo degli Alice In Chains.
Potrò andare all'inferno con una certa calma.

“Ciao bello”, mi dice il corriere che mi aspetta fuori al parco, “sei tu Luca De Pasquale?”
“Sì”
“Tieni, bello”
“Dove devo firmare?”
“No... noffirma, bello”
“Sicuro?”
“Noffirma, ciao bello”
Scompare. C'è un sole atroce, uno degli ultimi scherzi dell'estate. Lavori nel parco, alacri lavori di manutenzione. Me ne frego, qui sono tutti proprietari, fatti loro, sono loro ad andarci bene. Io sempre stato un inquilino, ho la mentalità dell'ospite in perenne partenza, mi preoccupo poco e niente.
Non sono mai andato da un notaio per una transazione finanziaria, con una bella cravattina a fiocco di cazzo in petto. Sono un roditore da motel e da pensione una stella, che ho frequentato in tempi di difficoltà, le lenzuola sporche di sperma e il rotolo di carta igienica già finito, i peli pubici nel bidet e il dispenser del sapone pieno di un qualcosa che somigliava alla ricotta andata a male.
In una delle ultime notti nel b&b per salutisti, mi capitò a fianco una coppia che ci dava dentro.
Lui aveva una voce strozzata, da doppiatore cocainomane, e continuava a ripetere “Anna, siediti sul cazzo. Siediti lì, Anna, Dio, siediti sul mio grande cazzo”.
Accidenti, che autostima.
Andarono avanti tutta la notte, all night long, e si sentiva che lei gemeva in un certo modo per contratto ambientale e affettivo, doveva assecondarlo. L'uomo, in compenso, mostrava una gran buona volontà, perché il rumore ritmico del letto segnalava un certo impegno flessorio.
Nient'altro che ginnastica ad Arlecchino ritto.
Io, invece, fumai tutta la notte. C'era una donna che continuava a mandarmi degli sms fumosi, veri e propri acquitrini, indizi di passione senza alcun senso della realtà. La donna era legata e mi solleticava sostenendo che le mancavo e che aveva per me un interesse che combatteva senza spuntarla.
“Non dovrei. Non dovremmo”, mi scriveva.
I suoi sensi di colpa mi lasciavano freddo. Non era la prima volta che accadeva roba del genere, un tempo ero stato uno specialista in materia. Rispondevo, stavo al gioco, aspettavo che non accadesse nulla, perché era scritto nelle stelle. Tutta fuffa, tutta suggestione, tutto angoli di pensiero e voglie che ci avrebbero spinto a masturbarci separatamente in pomeriggi noiosi.
Ne avevo pieni i coglioni dei legami, dei progetti, dei doveri, della positività quotidiana e d'alcova, dei figli sognati e portati avanti come scopo di redenzione, ne avevo pieni i coglioni delle famiglie che tifavano e degli imbecilli che profetizzavano. Ne avevo pieni i coglioni anche delle corteggiatrici da ricamo, svogliate e supponenti, e delle donne legate che appendevano le mie parole al letto come un portafortuna per sogni futuri e tuffi passionali troppo impegnativi. Passioni che restavano a mezz'aria, come orgasmi manomessi, come trappole di speranza, perché sia loro che io sapevamo quanto fosse più appropriato che rimanessero con l'ominide più inserito, l'orsacchiottesco fidanzato storico, il compagno bavoso con maggiore spirito pratico, lo scopamico attraente perché sempre ambiguamente in fuga.
Non capivo cosa volesse quella donna con quegli sms notturni, acquosi e poetici, tra John Keats e gli smile, pieni di puntini esclamativi e debordanti richiami all'arte astratta, della quale per inciso non mi è mai fregato un cazzo.
Io sono uno che quando ama crepa. Crepa e brucia come un idiota.
Non ho il senso della misura. Mai avuto. Mi faccio male. Sbatto contro il cielo e torno indietro come un proiettile. Ho un temperamento votato completamente all'autodistruzione e non credo nei valori comuni, anzi li smembro ogni giorno perché mi soffocano.
Quella donna lo sapeva? Pensava di poter disquisire con me di dipinti puntillisti o parlarmi del suo grande amore fallito? Non sono il tipo. Non raccolgo confidenze e non ne elargisco. Le vetrate della vita sono sporcate dal mio sangue, perché tento sempre il volo come un uomo dell'aria, un pazzo dissennato.
E così, mentre Anna si sedeva sul cazzo del doppiatore, e gemevano quadrifonici, io flirtavo di morte con quella donna legata e sciocca. Flirtavo di rimando, di ripasso e di disperazione.
“Che bello che scrivi”, mi trasmise la donna. Le risposi, lo ricordo ancora, “Mah. Non diventerò certo famoso” e lei mi contrastò, dicendo che ero già uno di successo. Nella sua testa, forse, e solo per dieci minuti di insofferenza alla vita con il fidanzatino affidabile, il paraninfo sposabile.
Non farò come il doppiatore, pensavo, non ti chiederò di sederti sul mio cazzo; e mai e poi mai ti reciterei una poesia di Hikmet o di Eluard, perché le poesie non si recitano come sospiri nell'utopia degli incontri, l'unica poesia riconoscibile è la spaventosa solitudine degli esseri umani, che spinge ad uscire di casa e cercare di amare e farsi riamare da qualcuno.
Dopo il coito da sit-com in pay tv, sentii l'acqua scorrere nel cesso della stanza a fianco. L'uomo aveva finito il suo esercizio, e la donna era stata sicuramente la prima a cercare ristoro nelle abluzioni di rito.
Erano da poco passate le tre e anche la ricamatrice d'anima degli sms era andata a dormire, stanca forse della mia laconicità e del poco riscontro emotivo nelle mie risposte.
Poi, improvvisamente, superate le quattro, mi arrivò un suo messaggio: “Luca, hai bisogno di qualcosa? Ciao”
Spensi il cellulare, senza rispondere ulteriormente.
Accesi una sigaretta, il chiarore fuori sembrava un'illusione boreale, come illusoria era la mia libertà, stropicciata, polemica, vendicativa, rischiosa come ogni arbitrio troppo sospirato, sensuale ai piedi dei troni vuoti o inventati, linguaggio codificato per fantasmi da costruire con cura.

Luca De Pasquale, 26 settembre 2014

Riconoscibilità sociale


Fermo in auto con un amico, di sera, mi accorgo di alcuni bagliori in fondo alla piazza.
Campi magnetici, lampi? No, sono i flash per un matrimonio. Gli sposi sono usciti dalla chiesa e tutti fanno foto e lanciano riso.
A me il riso non lo lanciarono; peccato, lo avrei fatto al sugo. Mi piace il riso al sugo.
Dopo le foto di rito, tonnellate di foto, gli sposi salgono in auto e il resto delle persone si sparpaglia ai lati della nostra macchina. Io sto fumando, il finestrino abbassato, si parlava di musica. Gli uomini indossano camicie bianche quasi abbaglianti, giacche scure e dalla foggia discutibile, e non so come sia possibile che i tatuaggi si intravedano lo stesso.
Le donne viaggiano su veri e propri trampoli, vestiti corti estivi, ai matrimoni sembrano sempre erotiche, tutte carnali, tutte da scopare. Da scopare, ma qui e ora, non dopo, non avrebbe più senso. Scopate come sono vestite, scopate per quello che rappresentano ai matrimoni, delle maschere di partecipazione e di profumo concreto. Scopate in piedi, senza nessun romanticismo, il piacere per il piacere, alla faccia del vincolo ineffabile.
Se la vita ti rompe i coglioni con l'istigazione al bel pensare, l'unica è infilarle le dita nelle mutandine, saperci fare e scoparla.
Di stronzi che fanno foto ce ne sono troppi. Di incapaci che partecipano, partecipano, partecipano, non parliamone neppure. Tu sorridi e il reietto ti fa godere, va bene come scambio? Tu speri nel domani e io ti scopo. È uno scambio alla pari?

Che poi quelli che vedi ai matrimoni, se il matrimonio fallisce, non li rivedi mai più. Partecipano solo in tinte rosa, quando il fiore marcisce spariscono tutti, per incanto, e tutti prendono posizione, come soldatini di latta gestiti da un bambino tirannico. Solo i più volenterosi, risultando però insopportabili e indefiniti, cercano di tenere un piede in due staffe. Essere salomonici rende però insipidi e l'effetto è anche peggiore.
Per strada, ancora oggi, incontro persone categorizzabili come “amici di vecchie fiamme”, persone che ho frequentato solo per la durata della relazione di turno. Non ci si saluta più. Non avrebbe senso. Non ne aveva, salutarsi e frequentarsi, neppure durante la relazione, se per questo. Gli amici maschi delle donne spesso si comportano da femminielli isterici, sono gelosissimi e hanno anche il complesso del pene. Si comportano come dei perfetti cornuti in bianco e fingono di dover dare un assenso, un'approvazione.
Ci sono uomini che nascono cornuti, che hanno la vocazione del cornuto, c'è poco da fare. Si manifestano sicuri di sé e delle loro scelte, giocano a fare i maschi capobranco, ma cederebbero di fronte ad un bel maschione con la barba sfatta che sapesse loro fare un bel servizio con la bocca. Dei complessati vitaminici, che probabilmente da piccoli hanno avuto erezioni colpevoli sentendo ansimare i genitori, e che continuano a cercare la madre tra le cosce delle donne.

Il peep show matrimoniale finisce e le auto sfrecciano verso il sicuro ricevimento. Auguri.
Per le scale del palazzo, le due vicine non rispondono al mio saluto. Perché mai? Perché salgo le scale fumando e non si fa? Convinte antitabagiste? Perché non ho firmato la petizione quartierale? Perché non partecipo alla vita condominiale? Perché sono uno scomunicato, un senza lavoro non inquadrato nella società? Se avessi tenuto un bambino nel passeggino e non avessi indossato i miei jeans più rovinati, mi avrebbero certamente sorriso. Se porti a passeggio un bambino o un animale tutti ti sorridono e c'è sempre un pretesto per elargire bocconi liofilizzati di umanità.
C'è il francese con due figli, nel parco, e l'inglese con cinque che sono molto popolari. Tutti si fermano con loro, e fanno le vocine strozzate.
Si è anche molto gentili con gli ossessivi. Quelli che fanno reclutamento religioso, animalista, civico. Tanta convinzione in una causa porta strane forme di rispetto.
Gli indefinibili e i fuori del coro finiscono fisiologicamente per essere emarginati, spesso con loro piacere. Non sai quello che pensano e quello in cui credono, e questo è destabilizzante se non fastidioso. Meglio evitarli.
Se mi mettessi a scrivere che pregare un'entità sumera dopo le 22 serve a purificare l'anima e arrecare buona sorte, troverei qualche imbecille che mi segue. Se sapessi parlare d'amore senza lasciar intravedere la maschera dell'abisso, sarei più amato. Questo lo so e non posso farci niente.
La parte del reietto e del cattivo è comoda e sfronda il caos.

Eppure, accendendo le luci in camera, mi rendo conto che stasera non sono altro che un insieme di suoni, che riesco a riconoscere nell'inizio di “Weathered wall” di David Sylvian.
Io stasera sono solo e semplicemente “Weathered wall”, non c'è altro. Sono suoni suggestivi, sono carezze di una tempesta passata che dovrebbero dare il coraggio di volerne, di gesti, di altre carezze, di somiglianze.
Ma stasera sto bene così. Spengo la luce, lascio la finestra aperta, non mi chiedo niente, non pretendo il grafico dei miglioramenti, faccio partire “Consapevolezza” degli Area e imparo comunque qualcosa.

LdP, 26 settembre

25/09/14

Fretless


Il mio strazio, per me, è il sonno. Se avessi sempre dormito bene non avrei mai scritto un rigo”
Celine

Facevo sogni che le donne con le loro carezze sparpagliavano per riassorbirmi nella loro ombra”
Paul Eluard

Nubi, cielo sgombro e di nuovo nubi.
Il film con Alain Delon senza volume sulla rete privata fino a tarda notte, due libri squadernati, letti saltando all'indietro, senza ordine e senza usare i segnalibri.
Il disco dei Karcius, quel brano che inizia con il pianoforte, che sembra musica concreta e nostalgia, e poi entra a sorpresa il basso fretless che è il linguaggio, forse l'unico, che riconosco subito e che mi riporta a casa sano e salvo.
Parlo con una persona molto credente, mi dice che non si sente “un buon cristiano” perché non riesce ad accettare con rassegnazione “la croce della vita, che va portata”. Quando si parla di queste cose, io mi imbarazzo sempre. Si tratta di una materia che non conosco, che non comprendo, e dalla quale sono troppo lontano per sperare anche in una sommaria compenetrazione.
Non ho la minima idea di cosa significhi ambire ad essere un buon cristiano. Conosco altre perdizioni, che ogni giorno incidono, svuotano, accendono lembi di pelle, evacuano edifici pericolanti e mi permettono di andare ad abitare con calma i posti abbandonati dagli altri.

Esco di buon mattino con un maledetto ombrello appresso. Amo la pioggia e detesto gli ombrelli. Vorrei spezzare questo schifoso ombrello e lanciarlo lontano. La donna della tabaccheria oggi è gentile, forse perché sono solo. Quando mi ha visto in compagnia non è stata altrettanto cortese; ma sarà una stupida impressione.
Nello studio del medico, ci sono delle donne che mi guardano quando io guardo altrove. E questo accade non perché io sia attraente, ma solo perché sono una piccola novità in questo piccolo posto dove tutti si conoscono almeno di vista. In particolare, c'è una ragazza con un colore di capelli impossibile da definire che mi guarda di sottecchi, ma stranamente non sento orgoglio e compiacimento.
Attraente come un angelo storpio. Che non si fida di nessuno, a cominciare da se stesso. Guardo l'ombrello poggiato sul muro, la sala d'attesa odora di caramelle alla mente, di profumi dolciastri e di muffa tenuta a bada.
Questa sala d'attesa è più grande dell'ultimo posto che ho abitato. Lì dentro ero un topo con le bretelle e prima o poi mi sarei spalmato contro il muro.
Quando esco dallo studio del medico, quasi mi sembra di essere andato a vendere il mio corpo; mi sento estenuato senza motivo e ho ancora questo cazzo di ombrello nella mano destra, questa protesi di prudenza che mi fa orrore e mi rende ridicolo.
Saltare a piedi uniti nel vuoto e accorgersi che è una pozzanghera.

“La bellezza sarà convulsiva, o non sarà”, scriveva Breton. Niente di più vero. Quiete e bellezza non possono andare d'accordo, non si armonizzano che per brevissimi periodi.
Tutto in queste strade, intanto, parla di un tentato benessere. Tentativi, tentativi e tentativi. Le donne che incontro nel supermercato continuano a comprare yogurt ed ingrassare, gonfiarsi di una smisurata pigrizia, gli uomini parlano di Napoli-Palermo 3-3 di ieri come se invece si trattasse dell'invasione della Svezia da parte della Svizzera.
“Connettiti con noi su facebook: parrucchiere Erraneo Gianni Stylish”. Leggo questo a4 vergato con un pennarello e mi viene da sorridere. Ancora con questa volgarità del cognome prima del nome. Stylish. Stylish un cazzo. Non capisco quelli che fanno amicizia con i centri abbronzanti, le sale massaggi, le ricevitorie, ma dovrei essere meno spocchioso e chiedere il contatto alla sala giochi all'angolo. Così potrei dire di abitare qui e di essermi integrato.
Faccio una gran fatica a trovare la bellezza. Forse i miei occhi sono raffreddati, o forse queste strade non nascondono alcun tuffo, alcuno sprofondo che contenga qualcosa di più del semplice e inflazionato rischio.

Antonio mi fa vedere le foto della sua nuova compagna sull'iphone.
Guardo distrattamente, vedo solo una montagna di riccioli, troppo rossetto e la classica espressione da cornice a cuore. Antonio sembra invasato da questa nuova relazione. Probabilmente ne parla con tutti. Mi piacerebbe anche dargli soddisfazione, ma queste cose non mi entusiasmano. È solo un'istantanea dalla sua nuova fede. Lui non ha paura che gli altri gli rubino quell'emozione, anzi pretende di condividerla compulsivamente e di vedere omaggiata la sua imperdibile fortuna.
Ma l'amore è il suo, non il mio; e anche l'iphone. Antonio si perderà, in tutti quei capelli ricci, in quel sorriso così regolare, bianco, rassicurante come una torta della domenica.
Ho di nuovo in testa il pianoforte del pezzo dei Karcius mentre lui parla; quando arriverà il basso fretless sarò distante come un'emozione scommessa anni prima, invecchiata, affascinante e vacua.

Questa giornata è una puttana dalle spalle scoperte.
Ho voglia di toccarle il collo e intercettare i brividi, la pelle d'oca e la voglia; per un tramonto educato. Per una sinfonia non pretenziosa e con finale agrodolce. Per una chitarra spagnoleggiante da far marcire nella retorica della passione. Per la resistenza ai bisogni. Per la luna che falcia le passioni come in un gioco a premi. Per il gusto del precipizio e il retrogusto dell'anima. Per questa scrittura su bloc-note, diseguale, mancina, ferita dalle suppliche abortite e dalla musica spesso rinviata.
Per questo rituale di raccontarsi in febbre e ritrovarsi in equilibrio, per la scomunica dei figuranti, per la corposa abiezione di una presenza che chiede, esige, racimola e sventa.
Quando inizierà il fraseggio di basso ricomparirò come una sorpresa, e finirò non so quando. Sicuramente non con la luce del giorno.


Luca De Pasquale, 25 settembre 2014

24/09/14

Posta indesiderata e vigliaccheria


Metropolitana spettrale, 6e26 del mattino, pioggia, latrati di cani in lontananza perfetti per riascoltare i Pink Floyd, stanchezza addosso, aria bassa ma fresca, mulinello di carte accanto al cancello. Impossibile tentare di fumare.
La strada è lordata da volantini pubblicitari del supermercato rionale, gestito da un coglione con i baffetti che conosco di vista. Sul muro, poco sotto casa, qualcuno ha scritto in spray rosso “Ti amo peccato che sei una stronza”.
Da vecchi album di fotografie sono usciti due “pesciolini d'argento”, quei vermi stupidi e veloci, si è rotto un recipiente di vetro, i muri sono rovinati e non saranno tinteggiati se non tra qualche anno. Sono arrivate delle stupide mail alle quali non ho risposto, inclusa una richiesta assurda su presunte stampe coreane dei Pooh.
“De Pasquale, approfitta del tuo sconto su shampoo e scarpe! Solo fino al 7 ottobre”
“De Pasquale, à propos de la transaction du...”
“De Pasquale Luca, gagnez-vous un disque dur chez...”
“Ciao! Pubblichiamo il tuo blog, basta un piccolo contributo che potrai...”
“Ciao Luca... quanto tempo... ci siamo persi un po' di vista eppure io...”
In culo. Sposta tutto in posta indesiderata.

I tuoi dieci dischi preferiti. I tuoi dieci libri preferiti. Le dieci donne più belle. Il migliore amico di sempre. I tuoi dieci migliori ricordi. I dieci avvenimenti più importanti della tua vita.
Classifiche, brandelli, bignami esistenziali. Continuamente. Richiesti e non. Vigliacchi. Noiosi vigliacchi da sfilata condominiale.
Il cielo è diventato rosso e grigio, mentre faccio pulizia nella posta.
Il musicista che sto ascoltando di più in questi giorni è Yerzy Ziembrowski, bassista del gruppo settantino Emergency. Un musicista estremamente dotato che, per la solita legge straniante delle compensazioni, sembra abbia inciso pochissimo. Non ci riesco a scrivere nemmeno un pezzo, tanto poche sono le informazioni recuperabili. Eppure, ce ne sono di blogger che scriverebbero quattro pagine su cose e persone che non conoscono sul serio. Basta lavorare di fantasia e darla a bere su un nozionismo tanto vacuo quanto esaltato.
Io non riesco, in questo senso. O so per davvero oppure taccio. O approfondisco seriamente oppure lascio stare. Su Ziembrowski, purtroppo, ho pochissimi elementi per rimetterlo in luce.
Sì, forse dovrei mettermi a scrivere di cucina. Infilarmi un cappello da chef su per il culo e teorizzare sui gamberetti al Nesquik e sulla crostata di ribes biologica, che aiuta a stare bene con gli altri e andare di corpo. Mangiare bene è vivere bene, dovrei asserire con il cappello da chef tutto in culo, rigido come una mazza ma tanto attento all'efficacia del mio messaggio.
Detesto i programmi di cucina, i cuochi improvvisati, gli uomini che ancheggiano tra i fornelli con questo potere seduttivo così corposo, pare, e irresistibile. Va detto che ho conosciuto perfetti salsisti che al momento buono venivano meno con la batteria virile, ma sto facendo di tutta l'erba un fascio e sono il solito irrispettoso. Chiedo scusa, anche se non so bene per quale motivo.

A chi è tanto attento alla profondità di pensiero e di sentire altrui, mi viene da dire che in certi frangenti non resta che un buon erotismo da diporto. In svariati anni di connessioni civiche e sociali, ho scoperto che sono in tanti a prendersi sul serio in maniera assolutamente drammatica.
Ieri sera ho scritto una nota più esistenziale, più sentita forse, più corrispondente a quello che mi porto dietro e dentro, ma mi darei del fesso se stamattina mi sentissi ancora pieno di quelle riflessioni e di quei momenti, se li rendessi trascendenti, manifesto tascabile e bussola per i rapporti.
Ho incrociato diversi frustrati che amavano misurare lo spessore interiore con il grado di compunzione nei modi.
“È una bellissima persona, sai? Ha avuto un cammino doloroso, lo stimo molto. Si tratta di un uomo estremamente profondo”
Oh, sì. Sì. Peccato che quando si parli di questi uomini “del dolore e dell'altruismo” li si faccia passare per dei mezzi santi, che cacano petali, meditano forte forte e anche quando scopano non sono mai dei vili animali, ma sempre delle creature aggraziate e baciate dal soffio dello spirito.
Il mio cammino doloroso lo sento, lo avverto e lo conosco: ma questo ha accresciuto un sentore animalesco nei confronti della vita, e anche l'hobby di guardare nel baratro nei momenti di tedio. Il mio cammino doloroso a volte mi rode il culo, altre volte mi rende poetico. Sono entrambe le cose. Non rinuncerei mai ad una delle parti e ai vari tentativi di modifica in corso d'opera ho sempre risposto picche. Rien à faire, meglio tentare con qualcun altro.

Naso Di Patata mi parla di sesso come potrebbe raccontarmi un disco di pop emozionale. Non c'è nulla di duro e selvaggio nel suo modo di raccontare il sesso. Solo tenerezza ed emotività, roba da mettersi le mani nei capelli. Mi verrebbe da chiedergli cosa prova quando ha un'erezione. Se sente o meno che in quei momenti la sua vita, la sua stessa misera vita, potrebbe dipendere da quell'erezione. Se si sente uomo al punto da accorgersi che il cazzo duro, quell'organo spesso insensato e dittatoriale, è un amplificatore di sensazioni, di stati d'animo e persino di coraggio. Ma tutto, in Naso Di Patata, è tenerezza legata ai testicoli da un bel fiocco simboleggiante unione, interscambio, progettualità, gratitudine al destino lussureggiante e altra roba simile.
Cosa provi quando entri?, vorrei chiedergli? Ti senti più coinvolto, almeno per i tuoi quattro minuti? Lo percepisci come una ribellione alla morte o stai lì solo a sancire la fortuna?
Vorrei spiegare a Naso Di Patata che sono ossessionato da questi argomenti perché non ho mai sopportato la ceralacca sulla vita, e ancor di più il simbolismo demenziale. Amo gli inizi e le imprese, detesto i suggelli. E detesto i suoi toni bucolici e didascalici sulle splendide unioni. Se davvero esistessero legami puliti in tutto, il senso sarebbe quello del sapone in ospedale. Ed io non ci voglio andare in ospedale, con quella puzza di morte e di speranza che dà alla testa e dannerebbe per sempre.
In questo sono io il vigliacco. La speranza mi fa girare la testa, mi rende un killer, vado fuori giri. La vecchiaia mi terrorizza, quando finirà il rosolio di Dorian Gray sarò fottuto definitivamente. Sono un pidocchio con la data di scadenza, come tutti. Sono ancora un uomo giovane, per questo faccio il gradasso e sono una testa di cazzo. Ma quando la benzina colerà dal serbatoio e sarò un tramonto ambulante sarò spacciato, senza il rifugio antiatomico di Dio, della saggezza, dei figli come pezzi di sé lasciati a fiorire, dell'amore dato e ricevuto, delle opere lasciate e degli sforzi compiuti.
Il mio cuore di fieno e lame non reggerà al declino autentico, e andrò a rimpolpare le fila delle anime perse, dei senza patria. Ne sono consapevole, sento addosso il fiato del tempo, è uno stimolo devastante che rende ciechi e lungimiranti in un panorama di miraggi, di macerie e di fiori viola orientati solo al maremoto.
Scriverci su. Come un cazzone, alle prime luci, spiato dal disordine dei gabbiani in fuga, Jonathan mai tra loro, io non l'ho mai visto, spiato, sondato e pedinato dai punti interrogativi a forma di pugnale arabo.

Luca De Pasquale, 24 settembre 2014

23/09/14

Miroirs et fissures


Arrivavi nei posti per ultimo, ti portavi a letto la padrona di casa e poi ti suicidavi. Le modalità cambiavano sempre, ma dopo aver voluto assaggiare il sentimento di essere in vendita perpetua potevi solo ammazzarti. Lo facevi senza biglietti, senza il gonfalone inguardabile della comprensione, silenziosamente, in tempo per la prima corsa del mattino o l'ultima della sera. Poi risorgevi e ti raccontavi qualche menzogna per poterti sedere a tavola con gli “altri”.

Quella sera a Livorno pensai seriamente di imbarcarmi sulla nave che avevo scoperto avrebbe raggiunto la Spagna e poi chissà. Pensai ai miei genitori, pensai che mi sarei fatto vivo solo dalla Spagna o da chissà, ma che così facendo li avrei uccisi nei bicchieri d'acqua che si portavano sui comodini.
Il resto poteva anche sparire. A nessuno avevo garantito presenza e durata. Molti non hanno ancora capito che la vita non è solo una scopata, o forse meno.
Non avrei dato più mie notizie. In fondo, basta il primo addio per dare la stura al resto. Se il mondo fosse stato più facile, avrei cambiato il mio nome, al quale tengo poco, in “Benoit Vertonghen” e avrei suonato il basso con il plettro in una band fiamminga di prog esoterico. O avrei fatto il cameriere in provincia. Ma niente divisioni del buonsenso, niente congreghe del mutuo soccorso, nessuna raccomandazione a vaffanculo ai confessori improvvisati e alle fate senza data di scadenza a lato dell'orgasmo.
Avevo ventuno anni. Ora ho il doppio di quell'età e permane l'ossessione cruda, ma con qualche fiore in più, di non dare notizie e coordinate. Più di prima, credo che le azioni abbiano precise conseguenze. Più di prima, credo che fermarsi alla chance malferma sia un gesto criminoso, occorre mangiare polvere continuamente, essere apolidi, naufraghi, anche solo nel pensiero. La stabilità affettiva non c'entra nulla con questo, nulla, assolutamente nulla. Ma niente è il capolinea, tutto semmai è assimilabile alle stazioni, ai moli, agli aeroporti: movimento, scoperta, insediamento, esilio, mistificazione.
I test per idioti che si trovano on line mescolano fedeltà, devozione e instabilità, l'affidabilità con la tranquillità, ma è solo un piatto indigesto con troppe spezie, e nulla è vero.

In troppi prima di scopare devono ridere. Come se poi fossero autorizzarti a divertirsi anche in modo. Le risatine prima di scoparsi mi hanno sempre fatto schifo. Devo essere simpatico e brillante per rendere elegante il gesto di cacciare il cazzo dai pantaloni?
E troppe volte, davvero troppe volte, ho sentito la solfa bonaria, fintamente bonaria, che il talento è riuscire. Non ne sono convinto. Il talento, e non alludo certamente ai miei, può essere una dannazione. Un limite, persino un'ostruzione allo sguardo.

I jeans sono vecchi e hanno preso un odore di chiuso anche quando sono puliti. Mentre vedo gente seduta ai tavolini di un bar, mi viene da pensare che a chi sta per morire si dice “vedrai, andrà tutto bene”.
Non capisco. O forse capisco fin troppo bene, ed è troppo da accettare.
Quando mio padre mi diede la mano, che era diventata gialla e piccola, e mi disse: “Sto morendo”, mi incazzai furiosamente, ebbi una reazione nevrotica e consolatoria.
Stava morendo. Lo sapevamo entrambi. Non sapevo cosa altro dirgli, io lillipuziano, soprattutto di fronte all'idea di una prosecuzione nella quale non credo e temo non crederò mai. Anche a me, che cerco di essere sempre lucido, venne da dire “andrà tutto bene” e mi trovai disgustoso, debolissimo, inutile.
Non so perché penso a questo mentre vedo gente che ride e sgomita sesso futuro al bar, so solo che bisognerebbe avere il dovere morale di credere in qualcosa per riuscire a non prendersi tutta la tempesta in attimi come questo. Bisognerebbe studiare prima per salvaguardarsi.

Eppure, avevo usato l'arte per prepararmi. Quanto si è arroganti, quando si crede di essere visionari e sensibili oltre la media. Ricordo con quanta saccente disperazione ho guardato i film di Zurlini, le storie di autodistruzione di Patrick Dewaere, i libri degli scandinavi senza luce, l'overdose di Dagerman, la musica più infida e insinuante, le parabole nero seppia. Sembrava un gioco tra esterno ed interno, il gusto che diventa qualcosa di simile all'immedesimazione, ma ho sottovalutato ogni cosa, come tutti quelli ai quali è stato detto troppo che sono intelligenti.

Oggi, senza drammi, senza sospiri e senza quel ridicolo temere per la mia sorte, posso dire di essere entrato in un film di Dewaere o di Zurlini, quello che intuivo è arrivato poi. Non sono solo film e solo libri, è la vita che appartiene anche alla vita vera.
Ci sono scelte facili, suggerite, protette, sorvegliate e scelte solitarie, a rischio, scelte-reazione, scelte-inclinazione, non scelte di protesta. Quando nuoti in questa seconda tipologia di acque, l'effetto di straniamento è un aggiornamento di condizione al quale non si può rinunciare più. E così, quando esco da un appartamento resto interdetto per qualche secondo, con il sentore di non avere la certezza di rimetterci piede; spesso ho la spiacevole sensazione che le persone siano degli attori assoldati da sorteggiatori del destino mai seriamente bendati.
Condizioni a rischio.
La pioggia non è purificazione, l'insonnia non è spessore, i nuovi e continui amori non gireranno mai tutti i fiori verso il sole, questo lo impari con il tempo e con l'ostinazione. La virata blu è un'immagine da santone new age con i piedi valghi. Trovare un dio non è un'illuminazione, forse ti sei solo stancato di scattare foto in cui c'è sempre qualcosa fuori fuoco: non è semplice ammettere che è l'occhio del fotografo a generare illusioni immature ogni volta che il gioco si fa insostenibile.

Mentre un tizio mi asfissia con la musica, con dati e nozioni che non vorrò trattenere, mi viene da chiedergli se ha mai sperimentato addii in vita sua. Non capirebbe la domanda e penserebbe che sono assai strano. Io credo di aver sperimentato degli addii, dei modi di conoscere e spezzare, per tentare di ritrovare quel sapore e quell'odore che nei miei scritti e nei miei pensieri vagano come fantasmi rispettati, emanazioni incomplete da scrigni senza chiavi. Afferrare e perdere, lanciarsi oltre e rincasare senza più bagagli, chiedendo a qualcuno di citofonare per te, di mediare per la simulata completezza di un ritorno alla base.

Anni e anni fa acquistai dei fiori per una sconosciuta. L'idea mi elettrizzò e per qualche minuto mi sentii uno degli ultimi romantici, un titano delle sensazioni, un galante interprete maschile fuori moda. Scelsi con cura i fiori, scrissi un biglietto, arrivai al suo palazzo e mi fermai. Mi accorsi che stavo compiendo quel gesto unicamente per me stesso. Mi stavo dando dei chilometri da macinare e forse delle labbra come piazzale di sosta. Consegnai i fiori al portiere senza il biglietto e tornai da dove ero venuto, e cioè da una vetrata appena bagnata dalla pioggia, o magari da una canzone di Chris Rea, “On the beach”, che mi piaceva moltissimo.
Oggi non ricordo le fattezze di quella donna, ma ricordo l'atmosfera e ho uno sguardo riassuntivo sulle aspettative che mi agitavano. In quei giorni piazzavo cariche di dinamite in edifici vuoti, questo mi sembra oggi.

È da qualche mese che vado a ritroso per ampliare ulteriormente lo sguardo. Non è un esercizio semplice e men che meno un de profundis. Forse calpestando vecchia sabbia si riesce a vedere il veliero più illuminato e inatteso della notte. Forse è così che funziona nei film di Zurlini e di Dewaere. Muoversi e stendersi su strade un tempo conosciute evita l'assuefazione all'indistinto, forse è il passato il ponte più stabile tra presente e futuro.
Chissà quel mazzo di fiori come sarà stato preso. Magari avrà favorito un amore più sincero del mio, magari ho osato il gesto che il vero cavaliere aveva paura di compiere. Cyrano al neon, stanza senza numero, biglietto senza firma, comparsa ritardataria su un set di Zurlini, tante eccessive astrazioni ma la capacità di sentire il vento sulla pelle e il desiderio nei vestiti che si evita di indossare in pubblico.

Luca De Pasquale, 23 settembre 2014

22/09/14

Acqua alla rovescia


“Buon compleanno Matteo! Tanti auguri a te, tanti auguri a te... soffia!”
Padre, madre e Matteo soffiano su una piccola torta sul balcone del secondo piano di fronte, mentre io pensavo a John Gustafson, il bassista inglese, che solo oggi ho scoperto morto da poco tempo, nel quasi totale oblio.
La sigaretta è tutta storta perché il pacchetto è di quelli morbidi ed io quelli li distruggo nelle tasche, li polverizzo, li rendo delle palline.
In televisione, qualche personaggio quasi famoso imita altri personaggi poco più che quasi famosi, e l'aria è satura di una pioggia che non arriva e che sgombrerebbe il cielo basso da folate di pensieri incerti, in precario equilibrio tra involontarietà e vizio.

Oggi ho preso un taxi.
Il tassista è stato molto gentile, la faccia migliore della confidenza napoletana, abbiamo parlato come due vecchi amici, mi ha pure fatto uno sconto e le sue osservazioni erano genuine e realistiche, senza spocchia, senza obbligo di cortesia.
Non gli ho nascosto, e poi perché, che sono un lavoratore ultraquarantenne in mobilità, oggi è quasi alla moda. Si è dispiaciuto realmente: più di altri amici che avrebbero dovuto, secondo canovacci, strapparsi capelli e lembi di pelle.
Lui cinquant'anni, uomo in crisi che sa, e questo gli fa solo onore, di non potersi permettere di portarsi la crisi addosso.
Io, quarantadue anni e ne dimostro sette/otto in meno, anima fluttuante, sguardo curioso e stanco allo stesso tempo, musica, qualche vizio, pretestuose insonnie e acqua dentro, tanta di quell'acqua da annegare dieci lune di cartone e un istmo gigantesco con dentro il mio passato.
Acqua dentro, sempre, acqua ruggente, acqua dal sottosuolo e non dal cielo, acqua alla rovescia, acqua contro la corrente giusta, infiltrazioni nel sorriso e permessi negati, permessi negati in continuazione.
Io, che flirto con me stesso quando si fa tardi, mi accompagno a casa senza ombrello e non ci provo, non pomicio con il mio ego, non gli chiedo di proteggermi dal diluvio, io che valgo per quanto sogno e non per quanto dovevo valere.
Io che sono acqua alla rovescia e tentativo sfiancante di migliorare cercando prima di capire, cosa quasi impossibile.
Quanta acqua serve per rendere un uomo un temporale permanente e non un ventaglio elettrico, un passatempo accontentato?
Quanta acqua serve alla dignità?
Quanta alla buona riuscita?
Quanta alla migliore rovina?
Dubbi, dubbi, appannamenti del sole, chilometri involontari, io.
Quell'uomo mi piaceva, franco, forte e scoraggiato, saggio e ferito, rispettoso di una cultura sconosciuta ma pieno, con falle evidenti e giuste, della sua vita. Sono stato il suo passeggero ciarliero per una ventina di minuti, alla fine ci siamo stretti la mano con forza, senza esagerare, convinti.
Venivo da una mattinata difficile e tre notti senza pace, inquietanti travasi di realtà e sogno, presagi, idiosincrasie ricordate, cani neri da guardia, incidente sulle scale, agguato in una strada inventata, canzone mai ascoltata.
Venivo dallo sguardo insistente, ostile e insolente di una persona che non conosco, mi contentavo di silenzio, silenzio professionale da tragitto, e invece ci siamo messi in posizione di conoscenza, di scambio e infine di addio.
Mi ha parlato di una passione che non esce fuori, del suo bisogno di allontanarsi dal grigiore, della sua necessità di non appassire. Ho interloquito, quel che potevo: appassire forse è un atto di coraggio, chissà. Potrebbe essere anche intelligenza. Ma io non me la sento, e su queste cose sono un vigliacco che tiene un diario di bordo esposto alla pioggia, acqua che non decido io.

Ho riaperto casa.
Il gatto. L'odore di mio padre sembrava scomparso, mi ha turbato non ritrovarlo. Mi è venuta voglia di aprire tutti gli armadi, ma non avevo nemmeno musica in testa e gli occhi sembravano arrangiarsi da soli, senza supportare l'olfatto. Mi sono detto che non si può dire davvero se le cose sono al loro posto, perché è lo stato d'animo che determina l'ordine giusto, non l'abitudine.
E qual è il mio stato d'animo?
Vaga, ondeggia, si rifugia, si rifocilla, fa incubi e poi sorride, è solo la mercanzia esistenziale, il fagottino per un corto picnic al gusto formiche.
In casa mia non c'è mai stato un pensatoio e nemmeno una stanza dell'amore, non c'è stato l'angolo delle cartoline o delle foto di famiglia, l'altarino del lutto o i souvenir delle vacanze degli altri. In casa mia sognavo il vento e la continuità dell'oceano, ma quella non l'ho mai trovata.
Perché senza vento l'acqua non si increspa, non alimenta il vero movimento sul fondo, e così facendo seppellisce i parchi pubblici dove si usa baciare il cielo e pregare per un riconoscimento.

Luca De Pasquale, 22 settembre 2014

21/09/14

Estraneo


Passare dieci anni nello stesso ambiente e non sentire mai, nemmeno per un attimo, di farne parte. Intrattenere rapporti, conversazioni estemporanee, misurate confessioni, condividere nervosismi, mezze aspirazioni, scampati pericoli, banali tensioni. Eppure, non sentirsi mai parte del tutto. Oggetto estraneo, isolato, equivoco perpetuo sulla nube temporalesca più defilata, oggetto non identificato e ovviamente mal definito.
Mai, nella mia vita, mi sono considerato parte di un insieme, di una comunità, di un team, di una famiglia o peggio di un clan, di un corpo di lavoratori, di una comitiva di amici. Mi crea problemi l’assemblaggio dei pezzi. Mi indispone la configurazione dei limiti. Non concepisco sottomissione, gratitudine a vuoto, il confine stabilito dagli altri, la blanda accettazione di quel che non si è scelto.
Per dieci anni ho lavorato nello stesso posto, mi sembrava un miracolo alla rovescia, una necessità elevata parzialmente a metodica rassegnazione, ma non c’era in me un briciolo di convinzione e di appartenenza. Di complicità ambientale e di reale condivisione. Ancora oggi, quando qualcuno mi ferma e mi ricorda i “bei tempi” e “l’atmosfera iniziale”, io divento un mostro taciturno e sogno solo di scomparire velocemente.
Categoria: i venditori di dischi. In Italia non esiste tale categoria. Chi continua a vendere dischi è solo un disadattato, spesso fieramente. Ma non c’è da categorizzare. Non c’è da sostenersi. Ognuno costruisce guard-rail per la sua pazzia e per il quasi scontato esito del movimento a perdere.
Categoria: giovani (un tempo) scrittori napoletani. Questa categoria è una forzatura perversa, una definizione di comodo e di ipocrisia, buona per chi ama riempirsi la bocca di aria “costruttiva”. Non mi sono mai sentito un giovane scrittore napoletano, né giovane né scrittore secondo il sentire comune, e quanto all’essere napoletani ne vado fiero ma non  vedo cosa cazzo abbia a che fare con l’espressione, con la creatività e soprattutto con la grottesca annessione ad un movimento inesistente, basato su leggi storpie di pura ed assoluta convenienza.
Sentirsi parte di qualcosa si dice salvi spesso il culo. Si dice che faccia sentire protetti. A me è l’esatto opposto. Mi manca il respiro se tutti sono al loro posto, con quelle facce ottuse e convinte, ognuno come uno di quelli che negli aeroporti portano l’insegna con il nome del passeggero cercato.
“Gli amici del cinema del giovedì”. Dio ce ne scampi.
“La coppia vegetariana”. Orrore.
“Quelli della comunità intellettuale di recupero”
“La migliore amica della mia ragazza. L’ex fidanzatino storico trasformato in modello di amore irripetibile ma ora dolcissimo amico”
“La zia fascista e bigotta ma è pur sempre tua zia, no?”
E tu, tu sei sempre il figlio di quella storia che tutti ricordano e che tutti amano evocare continuamente, con quel rispetto fastidioso perché impostato a perenne comprensione, ad emotività sgusciante, a poetica sublimazione piena di silenzi carichi di retorica. E tu sei quello che vendeva dischi nel negozio “al centro di Napoli”, e “com’era bello quel periodo”. Tu sei quello che ha scritto il libro nel 2004 e poi si è fermato, “perché è difficile fare lo scrittore a tempo pieno”.
Tu sei romantico, sensibile e contraddittorio. Tre definizioni che si pestano i piedi, si leccano in pubblico, si scopano senza ritegno e infine muoiono senza gloria.
Ne ho sentite di idiozie. E non ho quasi mai risposto. Definizioni, suggerimenti di definizioni, curiosità a termine, peggio di una sveltina, avrebbe più senso titillarsi i genitali senza giocare alla psicologia da piscina sulfurea.
Ricordo una volta una donna che mi disse: “A te piacciono le relazioni. A te piace tanto costruire e star dentro una relazione. Non ti piacciono le storie occasionali, a te piace l’equilibrio della coppia e la costruzione”
All’epoca non sapevo nemmeno se preferivo il caffè o il cianuro, se farmi prete o andare a regalare il cazzo in giro. Non capivo quella donna di cosa stesse parlando e soprattutto di chi.
Evidentemente, le faceva piacere –per qualche oscuro motivo- pensare a me come ad un costruttore emotivo da competizione, un guerriero del segno più e della dolcezza da orsetto che sorride, scrive poesie (mai scritte), ti chiava ma poi lo trovi dove lo hai lasciato.

Per dieci anni ho percorso corridoi, ho svoltato angoli, ho indossato divise, ho parlato con persone e mi sono fatto conoscere senza fregarmene delle conseguenze, ma era come se mi muovessi in un videogioco con sottotitoli in arabo. Ogni tanto sparavo a qualcosa che si muoveva e ogni tanto perdevo le tre vite d’ordinanza, trasformandomi in uno zombie, in un desaparecido con un pessimo contratto e una pessima retribuzione.
Da quel che ricordo avevo anche un nome scritto su un cartellino di riconoscimento, come un pupazzo del cazzo, un omino di servizio “a disposizione”.
Detestavo che il mio nome potesse essere letto e memorizzato, e soprattutto associato, inglobato. Non tanto all’attività che svolgevo, quanto al contesto, alla fissità straniante della situazione, alla pochezza dell’identificazione veloce, “quello che vende i dischi meno commerciali, quello un po’ strano”.
“Strano” perché la presentabilità mentale non è mai stata una mia priorità; mi piace lavarmi, profumarmi e non fare schifo, a volte sono anche un po’ vanesio, ma dell’aspetto della mia anima e testa mi frega pochissimo e solo nei giorni di novilunio.
Come nel lavoro, spesso stessa solfa nella vita privata.
“Lui è…”
“Lui sarebbe…”
“Ti ricordi N.? Lui allora è…”

No. Lui non è. Lui non è quel che pensi, non è nemmeno quel che pensa lui stesso, è uno. Uno. Un tizio. Un uomo. Lui non è quel che ti aspetti e quello su cui potresti puntare. Lui non diventerà come tu vorresti.
Non ricordate. Non fate collegamenti. Non fantasticate. Dimenticate.

Di fronte casa c’è un tizio che passa ore ed ore sul balcone a guardare nel vuoto. Pare che l’uomo non stia bene di testa. Ignoro quello che possa avere passato. Quando fumo, lui mi guarda. Sento la sua presenza e percepisco quegli occhi affezionati al vuoto. È inquietante. Quanto poco ci vuole per perdersi.
Del resto, chi sono per giudicare quello sguardo? Io stesso, alle prime luci del mattino, guardo nel vuoto o al massimo il fumo della sigaretta, alla disperata ricerca di un punto di somma, uno spazio in cui i conti possano finalmente tornare. Nelle ultime mattine mi sono focalizzato sul monastero che troneggia lugubre sui monti diagonali, oppure mi sono perso sulla tangenziale semideserta e parzialmente avvolta dalla nebbia.
Esiste un punto in cui i punti possano tornare? No, credo. Non con addosso la lucidità. I conti tornano solo in presenza della febbre, dell’alterazione, dell’esaltazione, di quel fomentarsi, quella coda di fuoco che finisce per ustionare la bocca.

Cantano gli uccelli notturni alle 3e44 del mattino. C’è un’afa insopportabile e le lenzuola sono insostenibili. I cuscini, due troppi, uno poco, zero ti alzi e cerchi aria. Percorsi che nascono da una vecchia notte e si servono delle nuove e di quelle che verranno. Inquietudine. Ruspe. Espropri. Crimini. Impossibilità di tornare indietro, a differenza di quando scrivi al computer. Notti che guardi i libri sui mobili e sui tavoli, ne hai letti meno della metà e hai evitato tutti i nuovi volenterosi narratori. Notti che ti aggiri come un Aiace giocattolo tra i tuoi ricordi, con una falce di zucchero e un pugnale altalena.
Notti che ti vedi sornione a rispondere ad altri estranei, “tempi duri per tutti”, ti vedi dire, e provi nausea per il copione che ripeterai a beneficio della protezione dei dati e delle maree, tutto è tuo e lo custodirai fino a soffocarti e dannarti sotto le sembianze di trottola.
Notti che i muri sembrano abbracciarsi per ridurre le distanze, che sono troppe per lo sguardo e mai abbastanza per lo stomaco, notti in cui la scrittura ti appare con tutte le sue debolezze, sangue di ferita, sciroppo amaro a festa conclusa, amante troia e stupenda, signora in nero, madre che non smetterà mai di morire e abbandonarti senza parole.
Notti in cui è facile ripensare a chi non c’è più e che tu sai non essere riuscito a rasserenare del tutto; ho cercato di ripagare l’affetto ricevuto ma intanto stavo coltivando ed esasperando tutte le mie incertezze e mi davo continue missioni di guerra senza possibilità di vittoria. Sensi di colpa come aborti annotati su un’agenda di donna scritta con tenerezza.
Notti in cui il vento fa male, carico di odori già smarriti, di intuizioni ferme alla dogana fantasma dell’incomprensione e dell’inquisizione interiore.
La gente vuole sapere perché il dolore compone parti del tuo corpo.
La gente pretende di venire a conoscenza degli eventi scaturenti, altrimenti si disaffeziona e si concentra su altro. Il dramma in carta regalo funziona, mentre l’estraneità è una galassia ambigua, irregolare, a tratti sensuale e corposa, più spesso associata alle tenebre e alle strade non illuminate. Di drammi in carta regalo ne ho visti e patiti abbastanza. Regali tardivi, quando le conseguenze erano già cicatrici grandi come hotel e il rancio della carità era già immangiabile da anni.
Sono uno dei pochi stronzi che si ferma a guardare quel baratro simulato che è il dolore da rendere commerciabile. Esito e perdo i treni. Esito e rinasco con altri vestiti trasparenti, uomo d’acqua e di insonnie, amante mai esistito, figlio protetto da tutto fuorché da se stesso, dittatore ghignante di un’inutile porzione di vento notturno.
A molti non piace e il bello è forse questo. Il distacco altro non è che libero arbitrio di una storia da compiere. Allontanandosi, bruciando.


Luca De Pasquale, 21 settembre 2014

19/09/14

Dans la neige


Tre di notte. Tre ore all’alba. Può andare bene. Può comunque andare bene.

Mi sveglio e il letto non è un letto, è come una sala interrogatori dopo un violento pestaggio. Ho lottato contro qualcuno, contro qualcosa, contro me stesso. Appena sveglio è come se non avessi dormito; e sento il bisogno di uno specchio d’acqua senza onde che evochi la calma, il dominio e la distanza.
Non ho voglia di parlare o scrivere del torturato rapporto con la notte e il riposo. Non è semplice insonnia. È qualcosa di più intimo e ancestrale, quasi una dolorosa dipendenza. È una scena in movimento per un lupo sperduto, e i lupi sperduti non credo si mettano a raccontare o cercare ascoltatori.
Qualche volta la notte ha odore di ospedale, o di fiori; di cucina, di oggetti familiari o di mare. Qualche volta la notte è un vero e proprio profumo, principalmente di assenze.
E il corso delle ore è una sequenza di porte e specchi, di specchi e porte, in un gioco che mi costringe a far passare gli anni, a invecchiare come a tornare bambino, un gioco che suggerisce di dimenticare e spinge oltre la percezione, vivere in anticipo o in ritardo, prevedere la direzione improvvisa, smembrare l’errore e dimenticare il referto sul tavolo delle paure.

Passeggio per le strade del ricco quartiere con gli occhi stanchi. Sui balconi, i domestici filippini sbattono tappeti, stendono lenzuola e spazzano spostando vasi di piante. Le persone che supero si perdono nelle vetrine, quelle che mi sorpassano sembrano avere tonnellate di sesso addosso da smaltire.
Ognuno rappresenta un pericolo emotivo per se stesso e per gli altri.
Io non faccio eccezione, posseduto sì da dosi di consapevolezza ma anche contaminato da virus irrazionali, streghe, fantasmi di ingratitudine e crudeltà, smanie di eversione in fondo mai sopite.
Da anni ho rinunciato alla continuità emozionale, nel senso che non pretendo mai costanza nelle sensazioni; so che il momento di gioia precede di poco l’abisso e viceversa. L’azione rassicurante può celare orrende sirene di asfissia e costrizione, mentre alcuni mezzi suicidi interiori possono preludere ad un sole imprevisto, screziato, senza Satana.
Non serve andare dallo strizzacervelli per accorgersi che ricevere affetto fa paura, destabilizza, quasi irrita talvolta. Ti sei abituato ad osservare una scena dall’esterno, tu nella neve, tu che procedi solo con il vento, tu che non chiedi, che non ricorri, che non consoli e non ti consoli, tu che usi gli orologi solo per darti fretta e sfidare il senso di morte. Solo quello, solo per quello.
È perversione ed io in questo sono un pervertito. Le attenzioni mi inebetiscono, ma ho la vitalità necessaria per non essere una merda o una pura astrazione.
Eppure, la linea di confine è solo un capriccio di neve, una striscia di ghiaccio che può essere spostata facilmente, o sommersa; sicuramente verrà fraintesa. Ma di questo non ha senso adontarsi.
Stamattina, in queste strade stiracchiate e noiose, sono una bassa frequenza, quasi uno scherzo. Osservo i passanti e non capisco i loro movimenti, avverto le loro voglie ma non mi riguardano. Tutto questo amore in giro, ribollente e frustrato, borbottante e malfermo, è pornografia di Dio, lacrime da oroscopo, sperma trattenuto e orrore di essere dimenticati, è traffico nell’ora di punta, sono chiodi nel muro già caduto, devo tornare al quadro di neve e da lì amare a modo mio.
Amare dal deserto e nel deserto, senza ridicole marce indietro, senza squallidi buoni propositi mutilati dal principio, amare senza benedizioni, senza acclamazione, senza invidia, senza smania di collezionismo, semplicemente amare.
Così impegnativo e folle che un uomo può morirci, o continuare a sognare nella neve che la libertà delle emozioni non si debba prima o poi pagare.

Luca De Pasquale, 19 settembre

17/09/14

Proattività vocazionale e cortesie esistenziali


Benessere è avere sempre l'acqua calda.
Benessere è andare in vacanza con quella tipica aria annoiata di chi ti fa capire di essersi accontentato della solita meta, della solita casa.
Benessere è non sapere come spendere i propri soldi; ed essere felici ed euforici nello scoprire come farlo.
Benessere è viziare i figli, l'amante, scialare per un compleanno, ostentare una generosità disinteressata ed elemosinante.
Benessere è anche fare la predica agli altri e pretendere di poter aiutare.
Benessere è anche schierarsi dalla parte dei più deboli e intanto continuare a farsi i cazzi propri. Non disdicono gli abbonamenti al cineforum, non smettono di fare viaggi, comprano il nuovo pc, ma sono dalla parte dei deboli e degli oppressi e la sicumera cresce all'unisono con la carità.
Sono attenti al prossimo, ma sono anche moralisti. Sono contro la prostituzione, la blasfemia, l'individualismo, il lassismo affettivo, il nichilismo, il pessimismo. Nulla spaventa certi individui più del pessimismo motivato.
Non vado d'accordo con gli ottimisti. Mi annoiano molto. Non vado d'accordo con quelli che infilano l'anima anche nella stitichezza e nel pianto di un bambino nel carrozzino, nei fiori a lato strada come nel cazzo del nuovo compagno, quasi sempre un cazzo ordinario e a tempo.
Non vado d'accordo con quelli che sono sempre fieri dei loro amici e dei loro parenti. Del loro credo politico e sociale. Di quello che hanno costruito e più che altro pontificato fino a quel momento.
Io dubito di tutti, per primo di me stesso. So di poter essere amorale e incoerente, inaffidabile, egoista, se mi gira così. Non stimo facilmente e mi interessa ancor meno essere lisciato con dei complimenti sterili.
A parlare sono bravi tutti. Nei fatti, si è quasi sempre una delusione.

Un amico vola ad Ibiza per una festa organizzata da Miguel Migs. Acquista molti preservativi e dice di volersi prendere una vacanza dai suoi guai. Andrà a ballare house con gli occhi chiusi, intenzionato più che altro a scopare, dando e ricevendo, lontano dai libri, dai doveri, dalle miserie domestiche, da questa città piovra puttana.
Gli dico che potrà anche scopare fino a consumarselo, ma dopo sarà dura. Le pareti di casa sono inospitali quando si torna.
A casa ho dei problemi con l'acqua calda. Ho sempre avuto problemi con l'acqua calda, da un decennio a questa parte. Forse è il simbolo di altri malesseri, ma il pregio è che quando ti lavi ti svegli definitivamente e non ti consenti stupidi sogni.
Il benessere di quelli che conosco non mi fa specie. È sempre stato così, ci sono abituato. A scuola e poi al liceo ero quello sempre al verde. La vita mi ha portato a considerare molte parti del benessere come mollezze fastidiose. Preferisco, se devo scegliere, avere coscienza di me stesso che lavarmi i genitali con l'acqua bella calda. Non si può avere entrambe le cose? Direi che è complicato.
Parlando con un'amica, anni fa, mi resi conto che è proprio una mania quella di osservare lo sguardo dell'altro dopo il sesso. Cercare conferme. Ci vuole coraggio a guardare gli occhi dell'altro dopo l'amore. Perché spesso non dicono niente. Non c'è niente. C'è solo soddisfazione che si è addormentata su se stessa. Manca la devozione. Sono solo fottute speranze personali, non amore. Gli occhi dopo il sesso rivelano il compiacimento, la comodità della prova superata, l'atto di presenza e di sforzo, la banalità del bene, il progetto che si delinea, l'interludio nel percorso di presentabilità.
Non ci capisco niente di questa roba. Continuo a pensare che il sesso sia un furto nel deposito sorvegliato della vita, sia un'inalazione di luce in un buio tormentato e zeppo di frontiere. Molti fanno sesso pensando di girare uno spot sui biscotti del mulino, sui sughi coniugali, molti perdono l'accento sui sensi dopo aver messo al mondo un figlio. È di una tristezza devastante.
Questo modo di pensare alla vita come un percorso mi ha rifiutato, sputandomi addosso, ed io non sono stato da meno: è stato un corpo a corpo senza vincitori e ora ognuno si fa i fatti suoi. Ci si ignora. Con quante persone ci si ignora? La maggioranza.

L'amico che sta pure perdendo i capelli è andato a fottere grazie alla deep soulful house di Miguel Migs. Spero che il suo cazzo sia all'altezza dei suoi propositi e spero che non gli venga quella mania dei filmini. Tornerà, si sarà fatto qualche scopata, tornerà alla sua musica di merda e alla sua paura di invecchiare, la domenica riprenderà ad andare a messa e omaggerà il vecchio padre con una colpevole cortesia affettata.
Meglio lui che altri maldestri predicatori. Lui che non legge un libro manco a pagamento, che ha votato Berlusconi per l'idiozia ignorante di un'impossibile emulazione, lui che parla tanto delle bellezze della famiglia ma gli preme più il tiro alla fune con il suo sciocco uccello timoroso.
Meglio la sua ingenua supponenza che la malafede della profondità simulata, quell'ecumenismo di burro al gusto di mestruo e lavanda, progressismo in slip bianchi e citazioni da cittadini del mondo.

“Luca, non avrei voluto, ma ho bevuto troppo vino e siamo finiti a letto. Mi sento così stupida”
Inutile confessione. Il vino sembra sempre di più un lubrificante. Non accade nulla che non si voglia. Almeno per me è così. Ma io sono astemio e anche perennemente vigile. Se sbaglio, decido di sbagliare. Decido di fare schifo, non è che mi capiti.
Ma del resto, lei è una che ha pianto per Mandela e non sapeva nemmeno bene chi cazzo fosse. Mi è dispiaciuto per Mandela, ma non ho postato niente su facebook e il giorno dopo non ci pensavo più. Che sciocco animale.
Non siamo andati d'accordo su nulla. E così ho scoperto di avere un'amica in meno. Abbiamo discusso su Saviano, sui Cinquestelle, sulla polizia violenta, persino sulle marche alimentari. Non ci siamo trovati su niente, lei la persona aperta e piena di senso della civiltà, io l'animale, il farfelu, come direbbero i francesi, il balordo che sperpera il talento con un atteggiamento chiuso e selvaggio. Stronzate. Semplicemente, non si può essere amici di chi la pensa tanto diversamente.
Il tempo è davvero poco e la solitudine attrae più di una puttana discinta, in confronto alla marea inquinata di doveri, di apparenze, di tranquillità esistenziale da smerciare in giro per darsi un tono.

Ho rotto gli argini. Da tempo. Ma ora ne sono sicuro.
Solo se me la sento. Solo se voglio. Solo se sovrapponendomi posso appartenermi ancora. Solo se mantengo la potestà dell'anima o di quella che ci piace considerare tale. Solo se è naturale e senza coercizione. Solo se non ci si sputtana per un po' di tranquillità. Solo sotto cieli veri. Scomodi, ma veri.
E pazienza se non c'è acqua calda.

LdP, 17 settembre '14