27/08/14

Per i miraggi in fondo a destra


Un giorno di agosto

Scarpe rialzate al bar di provincia. Donna bassa con scarpe rialzate e cosce da pedana wii. Scarpe rialzate e bruttissimo naso. Scarpe rialzate da effetto sveltina in posizione laterale o posteriore.
Il marito è una faccia di cazzo ottusa, tutta dio denaro patria famiglia tradizioni ragù della madre tradimento con la cassiera del dispaccio di detersivi Napoli di Maradona; le mette una mano sul culo senza neanche guardarsi in giro. Se la chiaverà a casa, tenendosi i calzini, mentre la figlia sta con la zia e con le foto dei morti sui comodini.

Cielo nausea. Cielo pizzetto scorciato. Cielo mano sul cazzo. Cielo sperma in rimonta. Cielo disperazione dicotomia con pazienza. Cielo ex fiamme ridotte a bolo del destino. Cielo rock nervoso, tazza griffata e povertà, cielo impazienza e fastidio, cielo di passaggio ma che non accompagna e anzi sbrana le pareti di casa, facendoti sentire allo scoperto, attaccabile.

Entrai in quel posto e quella donna mi mise gli occhi addosso.
Mi piaceva. Mi piaceva, ma proprio non potevo. Non potevo. Ho evitato quella donna. Ho evitato la sua curiosità. Ho evitato la nostra rovina e le frustrazioni e i sensi di colpa e la stupidità. Ma c'era da andarle incontro e spararmi dentro di lei come una scheggia, come una assurda occasione, come una pazzia senza telo di sicurezza, come un'acrobazia storpia, come una statua di gesso freddo con un incendio nel tempo che resta. Romantico pezzo di merda tutto autodistruzione e sogni. I gesti di coraggio che accorciano la vita e diminuiscono la morale fino a renderla uno sputo, un respiro in agonia in una piazza di stupidi, un tradimento colossale che si sperpera nell'esaltazione di un rischio superfluo.
Entrai in quel posto ed ebbi voglia di far godere quella donna, in modo violento, approssimativo, finale, morente: un ultimo regalo, un pezzo di pianeta che si stacca dalla crosta scura per sopprimere la preghiera base della rimanenza.
Cani vagabondi che si feriscono pur di fare un tratto di strada insieme.

Altro bar. Zona borghese. Camicie aperte e modi disinvolti. Cameriere distratto e dal fisico infelice. Negozio di telefoni aperto, solito sciame di adolescenti. Boutique per tardone aperta. Commessa che fuma e scoppia in pantaloncini bianchi con il bozzo della fica in evidenza. Monte di venere con sensi invertiti, vietato l'ingresso a cani e militari. Canzone di Billy Idol all'interno del bar, “Eyes without a face”, basso di Sal Cuevas fin dentro il buco del culo. Attesa dell'autunno e questuanti ovunque: i calzini degli ex carcerati, le penne del drogato finto rimesso, la zingara con la faccia contraffatta, il minaccioso slavo ubriacone, il napoletano bontempone e bastardo che punta su una simpatia inesistente. Rispondo duro e veloce, con il basso di Sal Cuevas fin dentro il buco del culo.
La tua scrittura è eccessiva”
Leccati tutte le dita della mano per non incorrere in qualcosa di più corposo e vietato, allora. Leccale tutte e pensa ai fiori, ai campi, ai pianisti sensibili e tutte le stronzate che dovrebbero accompagnare la seconda parte e mezzo della vita.

Un altro giorno di agosto

Mi raccomando, continua a scrivere... è importante, continua”
Chi mi esorta forse pensa che per me la scrittura sia un investimento, un rifugio, una fuga, un motivo di orgoglio, un tratto distintivo. Niente di tutto ciò. Non c'è bisogno di esortare, di raccomandarsi.
Scrivere è uno dei modi in cui mi scorre il sangue dentro; se si ostruisce la strada, io muoio. Sarebbe come togliermi la musica e il libero arbitrio, morirei di certo.
Quasi tutti quelli che ho visto morire sono scomparsi per malattie o per incidenti. Nella maggior parte dei casi, la vita aveva già sottratto loro energie, volontà, speranze. Sopravvivevano, si adattavano, si rifugiavano negli affetti o in qualche fede. Non hanno scelto loro come e quando morire. Quando penso a queste cose mi si raggela il sangue. Io vorrei morire solo in due modi, entrambi impraticabili: scomparire durante un temporale o nel mare, ma senza che si trovi mai il corpo. Se qualcosa deve rimanere, purtroppo, sceglierei il suono della mia voce che sbiadisce nella memoria di chi mi ha conosciuto. E basta.
È deprimente pensare questo? Per niente. Solo gli imbecilli vedono depressione ovunque, basta che non si dicano cazzate per risultare pesanti, abbattuti, in crisi. Equivoci dovuti al pressapochismo, ma chi se ne frega più?

In questi ultimi giorni di agosto gli uomini sono quasi tutti gabbie deambulanti, vincoli intricati, implosioni malaticce, gesti di conservazione che si esprimono in conversazioni distratte.
Carezza chi è fuori la gabbia e anche chi è dentro. Mani che si incrociano per lo stesso gesto scentrato, asimmetrico, beffardo. La carezza tentata di chi allo stesso tempo ne scansa altre senza neanche rendersene conto. E nelle chiacchiere, e negli occhi tristi, mi accorgo che gli amori più decantati e lavorati sono più che altro impedimenti.
Gli uomini più noiosi sono quelli che rimangono. Brandelli di legge, briciole di incoerente verità.
Detesto i pantaloni corti e i romanzi che si annunciano divertenti e divaganti. Trovo disgustoso uscire da un ristorante alle tre del pomeriggio, con la pancia gonfia e l'alito speziato, con le sigarette che rallentano ulteriormente i movimenti. Chi scopa con tenerezza è completamente pazzo. Chi sbraita e urla per la garanzia dell'amore da ricevere è un criminale. L'amore viene usato oggi come ammortizzatore sociale, perdendo così quel potere insomministrabile a dosi, quella forza sferzante di incantevole suicidio non assistito.
Ultimi giorni di agosto e tentativi di riassettare camere, case affittate per cambiare scena, luoghi di piacere e malghe disabitate.

Appena si fa sera faccio andare “Time to say goodbye” dei Repercussions. Linea di basso profondissima e, per quello che è il volo mancato, dolorosa. Le mie camicie sembrano tornate dal fronte. Qualche anno fa, prima di una miriade di traslochi ed esperienze agitate, brevissime, faticose, erano all'incirca una ventina. Adesso sono sei. Devo averne buttate parecchie. Come tante altre cose che non sono mai rientrate e mai avrebbero potuto, mai lo avrei permesso.
Ogni tanto mi capita di cercare qualcosa e scopro che ce l'avevo due o tre case fa, due o tre storie fa. Succede che sorrido e mi accendo una sigaretta. E me ne strafotto. La cosa più assurda è che posso equiparare le cose alle persone; anzi, le cose mi sono rimaste più fedeli e me ne sono distaccato con più disarmo. Del resto, raramente ho chiesto e preteso fedeltà, morale e fisica, perché so quanto sono altalenanti i buoni propositi della gente. Come certi lettori e amicoidi, che vanno e vengono. Come la marea scenica dell'eccitazione sessuale, onde altissime e poi solo un granchio morto che ti scrocchia sotto un piede e te lo taglia.
Ti ho dato tutto quella notte, sai?”
Già, ma il collo deve essersi perso nella posta inesitata.
Ci ho tenuto davvero a te”
Ed ecco che si accende il cero della nostalgia: ma ciò non toglie che è meglio continuare nel timido vaffanculo della distanza.
Trovo intollerabili le rimpatriate. Con parenti, io che non sento nessun senso di parentela, se non basato sulla compatibilità e sulla resistenza. Con colleghi di qualcosa, era tutto coatto e mai si è stati di più. Ma anche le rimpatriate a cazzo sguainato, le palle gonfie di sperma e il cuore sempre più incerto e maniacale.
Meglio non ripresentarsi armati di buona volontà, frustrazioni e sensi di colpa: anche i miraggi devono essere dotati di un cesso.
Io però non ho mai mentito: anche se mi sono affacciato giovane e romantico dalla finestra di vento di una reggia isolata, non ho mai nascosto la presenza di più latrine che camere.

Luca De Pasquale, 27 agosto 2014


Remerciements: Alain Moreau, Marion, Jean Genet, Maviscon Compresse Digeribili, lo spam per allungare l'uccello, lo spam esistenziale per allargare il cuore.

26/08/14

Regole sul precipizio


Il risveglio è scenografico.
Le nuvole rosa si sovrappongono a cumuli più scuri di cielo notturno in fuga. Ed io, con la mia tazza di caffè sussurrata a fior di labbra, potrei tranquillamente girare uno di quegli spot suggestivi sulle corroboranti bevande degli uomini maturi.
Da qualche tempo non riesco più a guardare i telegiornali del mattino, e non per il tenore delle notizie; no, per la scarsissima qualità delle rassegne stampa. I giornalisti si impappinano, brandiscono l'evidenziatore giallo come una bacchetta magica dagli effetti disastrosi, cacagliano nomi stranieri e finiscono poi per tossire. Uno strazio.
Ci sono dei piccioni che cercano di accoppiarsi sul cornicione di fronte, goffi e rituali. Ricordo confusamente il programma che ho guardato ieri sera, con degli uomini escort che tratteggiavano il profilo delle clienti tipiche. Uno dei due gigolo coinvolti, gonfio di muscoli e neanche tanto banale, sosteneva che le donne hanno bisogno di sicurezze, e dunque lui fa questo mestiere per guadagnare bene ed accumulare, in modo da poter offrire alla sua “ultima e vera donna” agiatezza, comodità, sicurezze.
Sembra una cosa anche sensata, ma l'ho trovata di una tristezza incredibile. Sarà che non ho mai avuto questo problema, per mia fortuna. Una donna in cerca di comodità e privilegi certo non veniva a cercare me, ed io non avrei cercato lei. Continuo a pensare che le emozioni non dovrebbero riportare il cartellino del prezzo.
Del resto, circa ventiquattro anni fa dissi ad un amico, e ricordo ancora quella passeggiata a Posillipo che aveva come scopo quello di sedurre due ragazze della zona, che nella vita a seguire sarei stato più facilmente amante che partner fisso. Già sapevo di non voler raggiungere un certo status e percorrere quella strada quasi automatica, e per verità squallida, che porta un uomo a porsi nei confronti delle donne con il ridicolo: “questo ho da offrirti, ti va bene? Pensi di poter amarmi?”
A diciassette anni già mi attraevano i precipizi, le deviazioni, le case isolate, i rifugi da una luce sola, le grandinate notturne, le rinunce controverse ed i nuovi cicli, non certo tutto il battage opportuno delle “cose fatte per bene”.
E mi piaceva rubare, non consacrare.
Bruciare come un fiammifero e non come un camino.
Prendermi il bello dei posti sbagliati e non viaggiare con la macchina fotografica.
Tentare piuttosto che rassicurare. Piuttosto che, ogni tanto lo uso anche io, mai come comparativo. Piuttosto che. Sì.
Per fortuna, non sono stato solo un topo dell'alba, un grassatore sentimentale, sono stato anche fuoco fisso e lo sono ancora. Ogni regola ha le sue eccezioni, e quelle eccezioni finiscono per funzionare oltre ogni aspettativa.

Parlo molto con loro e le faccio anche godere al meglio”, diceva ieri sera il robusto gigolo. Immagino che per “farle godere al meglio” si intenda procurare l'orgasmo. Che modi delicati, accipicchia. Forse il segreto di un uomo, un segreto comunque da quattro soldi, sta nel non essere ossessionati dal proprio, di orgasmo. La maggior parte degli uomini che ho conosciuto viveva solo per schizzare, come dei gatti dissennati. Schizzare la dose di colla da unione per poi poter appendere il quadro alla parete degli obiettivi mantenuti. Una donna, una famiglia, una situazione pacificante, consolidata. Gocce di colla per sventare l'orrore della parete bianca e colma di domande imbarazzanti.
Molte persone evitano gli specchi, di notte, ne sono intimoriti. Specchiarsi al buio può evidenziare porzioni d'ombra mai viste e nemmeno supposte. Io invece cerco proprio quell'emozione inquietante, lo spettro semi-nascosto che si palesa e trova il coraggio di chiedere, di suggerire e di fotterti, se necessario.

Rifletto su questo materiale evanescente mentre giro tutto lo spot, fino in fondo, dell'uomo che beve al mattino sul balcone, sotto la trapunta dell'alba che sparisce come un mediocre e poco duraturo illusionismo.
Spunta dunque il vero giorno e la sua raggiera di contraddizioni non risolvibili, spunta la luce che ti mette le mani al collo come un assassino nervoso, chiedendoti di scegliere tra la polvere e il mare.
La prima sigaretta del mattino ha un sapore strano e indefinibile, è come se tornassi sempre ragazzo, come se potessi illudermi di poter vivere come novità sorprendenti la maggior parte delle azioni e degli eventi. Poi l'effetto passa, e la seconda sigaretta di poco successiva sa di consapevolezza e di lotta.

È una continua sfida. Nonché una disperata ricerca di regole. Nessun uomo che abbia dimestichezza con il caos potrà mai dirvi che il caos è liberatorio e benefico, se è un uomo sincero. Forse è proprio nel magma, invece, che si finisce per cercare una tavola dei comandamenti. Le stelle del disordine sono affascinanti, tentatrici, finisci per andarci a letto anche solo guardandole, ma il retrogusto di deserto, spot alla rovescia, spot che finisce per proibirsi da solo, spingerà comunque in altri territori.


LdP, 26 agosto 2014

25/08/14

Il brivido già provato


I find no absolution
In my rational point of view
Maybe some things are instinctive
But there's one thing you could do
You could try to understand me
I could try to understand you”
RUSH – Open Secrets

Il cinquantunenne ascolta in poltrona Carlos Santana. Carlos Sanatana, come lo storpiavano certi tipi che conoscevo. Il Devadip.
Il cinquantunenne voleva diventare un grande chitarrista, ma non è stato così. Ora suona solo per hobby e spesso si sistema in poltrona per dilettarsi con i suoi amati chitarristi: Jimi Hendrix, Stevie Ray Vaughan, il Devadip, Albert King.
Sotto le finestre del cinquantunenne mi viene quasi un collasso, perché penso a quanto possa essere disperante questa situazione: vivere di ricordi e di cose che non si sono compiute. Non voglio arrivarci. Quale che sia il prezzo da pagare.
Meglio gli errori dei ricordi. Soprattutto dei ricordi incompiuti.

La coppia di amanti che si suicidarono insieme gettandosi dalla galleria di Trentaremi.
Le loro foto saranno sul comodino dei rispettivi genitori, ma attuando questo gesto saranno riusciti a congiungersi per sempre?
Non posso saperlo. Non può saperlo nessuno. Anche il romanticismo estremo vive solo di tentativi, di scommesse. È atroce. Non c'è nessuna sicurezza dimostrabile nell'arco di chilometri di pensiero e di speranza, solo il libero arbitrio dei tentativi, la magia del desiderio, che possa continuare oltre il morso di vita concesso.

La chimica avvicina le persone. La chimica sabota la ragione, la chimica è un killer. Chi rimanda la chimica vive fuori sincrono e sbaglia ogni movimento.

Vivere senza sicurezze cambia il carattere. Non esalta certo i pregi. Vivere senza sicurezze ti porta ad esaltarti per l'attimo, per il guizzo, per la passione nuda e cruda, ma poco dopo sei il solito sicario in cerca di occupazioni. Vivere senza sicurezze ti fa rendere conto che le chiacchiere sono sempre a zero. C'è sempre un timer sporco di sugo, lì in cucina, che marca il tuo tempo, lo lorda. Anche se vivi per le albe, i tramonti, il ruggito delle tempeste, i brividi della pelle, c'è sempre quel maniacale timer di merda che sporca tutto.
È a causa di quel timer che tutte le volte che saluti una persona non sei certo di rivederla; ogni piccola separazione potrebbe nascondere un addio.
E allora anticipi i tempi, divori le ipotesi, acceleri i processi, diventi crudele, sei tu a sganciare i pezzi del puzzle, sei tu che sali sul treno e non saluti, sei tu che ti imbarchi di notte senza divulgarlo, sei tu che riversi sulle cose, sui sentimenti, colate di logica spietata, lava bianca su fondo nero, bicchiere vuoto sul bancone del bar, telefonata di auguri che non arriva, canzone che si interrompe.
I coglioni e i fucilieri del facile ti spiegano che forse hai paura della densità, ma tu è di densità che vivi, di densità che ti intossichi, di densità che ti avveleni. E sorridi come un ebete quando il profeta zoppo ti addita come animale in fuga, sorridi come uno che non ha voglia di parlare.
Prima ancora che siano finiti gli esami, hai già lasciato i banchi, la classe, la scuola, la città. Ci voleva troppo tempo e c'erano addii nascosti ovunque, non volevi guardarli, non volevi soppesarli, digerirli, spiegarteli.

A casa della giovane coppia di amici vedi che il tempo si è fermato: ogni elemento della loro unione è una stralunata fiducia nel domani. Si aspettano, si sopportano, si concedono continuamente possibilità, si danno regole ed abitudini, fanno anche finta di credere in qualcosa di ultraterreno. La loro unione è un reticolo nevrotico di interessi in comune, di sesso normale, vengono a turno ma mai insieme, di parentado che si conosce e si frequenta, di doveri genitoriali e di sciocchi film americani. Si sono sposati da un anno e io proprio non riesco a capire il perché. Ma non posso capire. Perché ho sempre la febbre. Sempre. Anche quando sto bene. Anche quando non mi tendo agguati. Una volta da loro c'era un altra coppia, e mi trovarono sgradevole, distante, freddo. Parlavano di cose che non mi interessavano. Si preoccupavano di aspetti dell'esistenza che non mi riguardavano. Cercavano di essere affabili ma mi facevano l'effetto di carillon pieni d'acqua e difettosi.
Abitano al nono piano di un palazzo moderno. Con tutte le loro sicurezze, mi domando come non possano provare vertigini insopportabili a quell'altezza; tutto quel vuoto che sostiene la loro costruzione, tutto quel cemento colorato nel quartiere tranquillo, tutte quelle consuetudini fatte di orari, pranzi, cene, scopatine tiepide e bocche senza sbavo, tutte quelle merdose emozioni controllate, controllate continuamente.
Rifiuto il loro invito a cena, erano previsti anche vecchi compagni di scuola ma qui non siamo in un film di Verdone. Sono stufo di sentire idiozie sulle vacanze, sulla normalità presunta e applicabile, sui balli latini e sulle partite del Napoli, sui cineforum palle in mano e fitti impegni di disponibilità apparente, su concerti che dovrebbero conservare giovani e invece atterrano patetici ai piedi di un'agonia nascosta sotto i tappeti.
Sono solo dei vigliacchi noiosi. Sono come delle fiction Rai, non me la sento di sorbirmeli neanche a puntate. Sarà che ho la febbre, sarà che tra i loro effetti personali sento crepitare addii che loro neanche scorgeranno, tutti intenti a comporre il rumore più rassicurante per i giorni a venire.

Tra le svariate opzioni che la vita fortunatamente offre, quella di perdersi è la più persistente nella mia considerazione, è il rischio base, è la prima stesura del racconto, sempre: poi varia strada facendo, ma non la dimentico mai.
E se si verifica, se davvero dietro un evento c'è già un addio, non prego niente e nessuno, non lancio sassi alla luna, non scrivo messaggi in bottiglia.
Scosto le tende, e lascio che il respiro della tempesta sia il brivido peggiore e un po' annunciato, un brivido già provato, una prova già superata tanti anni fa.


LdP, 25 agosto 2014

24/08/14

Lounge self-destruction


Esci dalla vasca da bagno e ti senti più assurdo di prima. Prendi gli asciugamani in una scenografia di silenzio e tempo già impiegato. Vai al sole, automaticamente, come una lucertola senza coda, come un angelo grigio impazzito.
Il sole non ti dice niente, ma ti ci sei abituato. Il sole ti comunica la stessa noia delle chiacchiere degli esseri umani. Quelle chiacchiere a vuoto, durante le quali finisci per guardare brutti quadri, corpi di donna, punti inesistenti o trasparenti, macchie sul pavimento, momenti sbavati in cui ti declini come uomo ma sei solo sparizione, tormento e diversità.
La sincerità è un orgoglioso sputo in faccia. Non ha nulla a che vedere con l'etica. La sincerità è ribellione.
Sotto questo sole maiale, sole di agosto che tracima e sventra, sento la mia sessualità ben definita, il mio istinto di solitudine, e sento il mio percorso fin qui come un lungo tratto d'autostrada che mi ha risparmiato l'incidente fatale ma non il resto.
Troppi autostoppisti, troppe soste in autogrill scalcagnati, troppe avventure nei cessi, troppi respiri caldi sulle mattonelle zozze, pregando la carcassa dell'amore per un ultimo movimento, un riflesso agonizzante, un miracolo di espressione diversa.
Sotto questo sole marchetta, stiro i miei panni senza accertarmi che siano davvero asciutti. Si asciugano invece i miei capelli, mi viene sete e continuo a fumarci sopra, mi guardo le cosce, i piedi, le braccia e mi compongo al mio sguardo.

Entro in casa della gente e so che potrò farci poco, che capirò poco, che parteciperò poco.
Per me non esistono santi e rimpianti da santificare. Troppo fastidio.
Mi sfugge il culto dei morti. Se ci fossi caduto a tempo debito, ora sarei un uomo finito. La croce del rimpianto mi avrebbe tagliato in due e starei sempre ad implorare per una pace, per una pace qualsiasi con la quale faticherei ad entrare in confidenza.
Entro in casa della gente e osservo con attenta distrazione tutto quel che gli occhi mi sottopongono; ma tendo a partecipare poco, c'è molta nebbia tra me e le certezze del mondo.
Entro in casa della gente, eppure i legami mi appaiono quasi sempre come degli sforzi, delle lambiccate forzature, delle convenienze nevrotiche, degli atti di resa più che di amore. Mi sembra che anche il sesso, che dovrebbe essere un soffio rovente nei rifugi polverosi dei sentimenti, finisca per essere un gesto atletico sotto i piccoli riflettori comprati nel megastore per pochi euro, per convincersi del senso del rituale.
Entro in casa della gente e sono molto educato: ma è la sovversione che mi interessa e mi cattura. Forse la sovversione di quel che dovrei fare e dovrei essere, apparire. La mia mente si sposta immediatamente sul circuito malfunzionante e non sull'elemento certo.

Vado a prendere un caffè in un lounge bar con un amico. Lounge bar. Non significa un cazzo. La musica, una sorta di soulful house con battito suggestivo e dipanazioni elettroniche, coloriture groovy, sembra adatta ad un ottimo petting di contenimento e di illusione. Lingue in bocca, morsi, mani tra le cosce ed eccitazione da rimandare, quella particolare tipologia di petting che sembra sempre promettere troppo e mantenere meno.
Poi l'orgasmo è deludente, sei già staccato da te stesso quando vieni, sei dietro le finestre di un futuro ricordo mentre il tuo corpo ha un singulto che dovrebbe contenere una continuità controversa e folle.
Il lounge bar è un posto pulito, è un posto per fighetti con indumenti ben scelti e ben stirati, gli uomini presenti non sembrano essenziali e le donne profumano troppo, rendendo volgarmente preziosa l'idea di consumarle, dunque il vuoto. Quasi che piacersi prevedesse un iter progressivo ed ordinato, una prassi stipulata e mai contestata. Oltretutto, l'amico mi parla dei suoi grassi problemi di cuore. Noi quarantenni ormai facciamo quasi tutti schifo, con le nostre rovine di merda per ogni dove. La verità è che l'amore ce lo ha messo in culo più volte e dobbiamo fingere, perché così ci hanno insegnato, di aver mantenuto alta la dignità, l'ottimismo, la costruttività e altre puttanate di consumo.
Io ho fatto il possibile. E anche il mio amico, anche se adesso ha fatto i capelli grigi e una donna innominabile sempre nel cervello. Si innamorerà, prima o poi, e si rincoglionirà di nuovo. Cancellerà tutte queste lacrime di cemento, questo dolore fermentato, le sue notti insonni, le sbornie di passaggio e le rabbiose scopate collaterali. Si innamorerà e sarà devoto ad un destino incappucciato, quel fantasma che ci piace pensare vegli sulle nostre sorti. Questo locale mi dà sui nervi, con questi cocktail del cazzo, i corsi di ballo e di ciclismo panoramico, con queste fiche tirate a lucido e questi uomini reduci dal proprio ego e non sinceramente pentiti.
Avrebbe più senso se ora ci scopassimo tutti insieme, se toccassimo la sciocchezza del peccato e dello sciupio sognando di regalarci uno spessore di comodo. Ma io ho voglia solo di tornare a casa per assistere alla discesa della sera e spero vivamente che il mio amico non cada nel tranello dello spiritualismo destinico più annacquato.

Mettono su un pezzo di vocal deep house. Ho finito il mio bicchiere di coca e l'amico parla ancora oltre il vetro chiazzato della sua vodka al melone. Gli dico stupidamente, ma anche per estenuazione, che l'amore per lui è dietro l'angolo. Come un tram. Come un ladro. Come un temporale non previsto. Silly love songs per lui e la sua prossima ala di destino. Suoni spuma in questo locale di merda, aperto ad agosto per entusiasmare gli itineranti.
Lounge bar, lounge day, lounge sex, lounge self-destruction.

Luca De Pasquale, 24 agosto 2014

23/08/14

Delusioni sognanti


La città alle quattro del pomeriggio. Spettrale. Pochi anziani camminano sotto i muri, curvi su marciapiedi sporchi, a braccetto di giovani annoiati o da soli, esitando ad ogni passo. Solo un negozio ogni dieci è aperto. Quei pochissimi sono rigorosamente vuoti. Le commesse fumano annoiate sull'uscio, si guardano in giro, ma hanno gli occhi tramortiti dal tedio. Anche le loro avventure, le loro relazioni, vivranno una sospensione.
Tra dieci giorni ripartirà tutto, penso, e sarà il solito delirio. Si torna dalle vacanze più nervosi ed intrattabili di prima. Anche le delusioni sognanti sono diventate un lusso.
Percorro strade che anni fa hanno accompagnato eventi, persone, fasi. Ricordo ma non tremo. Ricordo e non vacillo. Forse ricordo male.
Difficile appassionarsi, in una desolazione simile. A volte neanche la musica resuscita le strade.
In giro c'è precarietà, pigrizia, pochi stimoli. Bisognerebbe forzare le cose. Non conviene. Già fatto tante volte, è controproducente.
Dal megastore di abbigliamento escono due donne con dei pantaloncini tremendi, a pelo di fica: portano entrambe delle scarpe che sembrano provenire da un'Antica Grecia contraffatta e tutto in loro segnala una disponibilità esagitata e fittizia ma nessun trasalimento emozionale.
Da una finestra esce “Je sto vicino a te” di Pino Daniele, sempre un gran pezzo, ma è sprecato in questa strada.
C'è una giovane donna con busta della spesa e occhiali da sole che procede verso casa con aria malinconica, un po' arresa. In passato, non avrei potuto impedirmi di pensare, perché non ci facciamo un po' di male e di bene e poi ci dimentichiamo senza protestare?
In fondo, è così rassicurante andare alla ventura, allo sbaraglio e poi dallo sfasciacarrozze, quando il sole non è più tanto alto in cielo.
È così utile deludersi. Tradire se stessi ad ogni angolo di strada. Bruciarsi con il freddo. Farsi ghiaccio, quale che sia il tempo fuori. Farsi fuoco tra le braccia corte degli errori. Accendere candele per feste disertate. Distruggere interi giardini curati in modo maniacale da gente che non capisce e non potrà capire.
E mandare a puttane le domande degli altri.
Mandare in malora le curiosità degli altri.
Non ci vuole niente. Basta non rispondere a quei lamentosi “perché”.
Le delusioni sognanti sono diventate un lusso.

Cammino tranquillo in queste strade che puzzano di merda di cane e di caffè tostato. Sarebbe opportuno che mi bendassi un occhio, come un pirata, come un Capitan Harlock incanutito.
“Volo, girando io volo, girando io vedo”, cantavano i Litfiba. Oggi è proprio un giorno in cui bisognerebbe riascoltare “17 Re” e la potenza seducente di quel malessere wave, quel canto oscuro dai cieli di Firenze.
Occorre prendere confidenza con gli spazi scuri. Prenderci la mano e lasciarsi andare, sperando che si finisca per annegare in un fuoco che non contempli vecchiaia, malattie, conversioni, pazienza. Serve il fuoco, non la saggezza. La saggezza e la penitenza sono le consolazioni dei cattolici, non possono andare bene a tutti.
Bestie in guerra sulla terra.

Ascoltavo “Peste” dei Litfiba un secolo fa, in piazzetta a Capri. Un fatto completamente decontestualizzato e grottesco. In quell'estate avevo delle vendette in scaletta, e le ho portate a compimento, senza nessuna soddisfazione. È passato davvero tanto tempo e il pezzo è invecchiato con me. Per certi versi bene, per altri male.
E poi ricordo quella donna che mi offrì un bicchiere d'acqua a casa sua e poi si sentì male e io me ne andai presto, silenziosamente. Le piacevo e ne approfittai. Mi piaceva osservare persone febbricitanti a causa mia. Allontanava il senso di morte. Lo allontanava velocemente, anche se non si sapeva mai quanto sarebbe durato l'effetto. Sempre troppo poco.

Un'affettata cortesia imbavaglia rapporti formali.
“Posso presentarti la mia compagna?”. Ma tu sai che non me ne frega, non frega a lei e neanche a te. Educazione, disarmo, cicli.
“Vuoi vedere le foto del mio bambino? È bellissimo...”
Le foto del figlio di un altro possono interessarmi fino ad un certo punto. E cioè assai poco. Non mi sono fatto fotografare dai diciassette fino ai ventisei anni. Lo trovavo superfluo. Le foto sono tristi. Le foto sono solo cimeli in tempo reale.
Se le foto fossero perfette, davvero rappresentative, si dovrebbe poter vedere tutto, inclusi i fuochi che bruciano dentro, i minuscoli paradisi confinati, le cattedrali sconsacrate che ci sconquassano le vene, i corvi che sporcano il cielo delle idee e delle predizioni. Dovrebbero essere visibili i murales di disincanto sotto i quali ci ostiniamo a sorridere, quei cieli da supermercato o genepesca che assistono ai tentativi di rimettersi in corsa. Per tanti, persino i viaggi sono scenografie da sfruttare per simulare distrazione, nuove ere mai arrivate, traguardi di serenità riassunti come citazioni imprecise, passioni solo nominali, senza accumulo e senza rischio.

Sera tardi. Panino con Z. sul muretto. Non vedo l'ora di finire il panino per fumare sotto la luna annacquata, e perdere lo sguardo tra le finestre spente del panorama. Parliamo di dischi. Ma io sono diventato un tipo disordinato. Non ho scale di priorità argomentali. Improvviso, devio, ritorno al punto e lo suturo con qualche escamotage. Le grandi passioni, i dischi, i libri, l'arte, non sono passepartout di sicurezza, finisce che all'attico della quiete comunque non accedi. Z. mi parla di grandi band, ma mi annoio. Vorrei ascoltare un disco degli Oceansize e vorrei che Z. chiudesse finalmente la bocca.
Ci sono dei ragazzi che fanno casino accanto a noi, hanno bevuto molto vino e molta birra. Io continuo a preferire liquori, se proprio devo. Fanno effetto prima e non provocano quella stupida allegria di rito, che è solo agitazione, senza scendere in profondità. Ma anche stasera non bevo e Z. continua a parlarmi ancora e ancora di Deep Purple e Rolling Stones. Basta, per Cristo, basta.

Tra poco tempo uscirà il disco di Scott Walker con i Sunn)))O: portatori di annichilimento che si incontrano, il risultato sarà certamente stimolante, sono in attesa. Sono sempre in attesa di roba che non mi risulti troppo convenzionale. Preferisco l'emozione negativa alla piacevolezza piatta e persuasa.
Mi viene in mente quel giorno dopo scuola, quando guardai il video di “Kayleigh” dei Marillion su Videomusic: emozione. Mi sembrò che Fish soffrisse davvero per amore, il video mi piacque molto. I Marillion mi hanno molto influenzato, finché è stato Fish a scrivere i testi. Mi piaceva la propensione di Fish ad affrontare l'emotività senza sconti. Ritengo “Misplaced childhood” un disco di dolorosa bellezza. Il romanticismo disperato di Fish era seducente, e a me, che avevo solo tredici anni, spianò la strada per non provare sensazioni di comodo, obbligatorie e dosate.
È stato poi Jaz Coleman dei Killing Joke ad introdurmi come avrei voluto nel territorio che collega la musica alla vita, un individuo apocalittico, febbrile, lucido e distorto al tempo stesso, un testimone sincero di un'irrequietezza che brucia ancora e lo farà a lungo.

La sera sa di umidità stantia, come se la pelle avesse una fodera trasudante. Sotto casa arriva un'auto verde dalla quale escono due ragazze scurissime, salutate da due ragazzotti tatuati, anche loro color pece. Giornata al mare per loro, e l'euforia diventa prosecuzione.

L'aria rarefatta tornerà. Come i temporali. Bisogna vedere se porterà con sé nuove domande e nuovi dubbi. Mi è impossibile considerare la vita senza la variante di continui dubbi. Avere le idee chiare non è una fortuna imparentata con la spavalderia e la certezza del tutto. Tutti gli ottusi che ho conosciuto, tonnellate, distese di nevrosi e scarti dei sogni, si manifestavano come sicuri di sé, ma non lo erano affatto. Le verità dell'uno possono essere le peggiori bugie per l'altro; non esiste un solo criterio oggettivo in materia.
Quando ero più giovane, mi sembrava che fossero molti quelli che brillavano per delusioni sognanti, dandosi senso, percorso, profondità e apertura mentale; oggi sembra che a regolamentare tutto ci sia principalmente l'abbrutimento e la strenua difesa delle poche posizioni di vantaggio strappate.
Oggi le delusioni sono così noiose. Puzzano di pretese e di incapacità cronica di leggere le situazioni. Puzzano di sperma e di fede in bottigliette trasparenti, il merchandising della speranza. Le persone che amano si agitano sempre, ma spesso senza convinzione. Chi non ama è come se fosse già morto. Gli resistono solo gli hobby e il nome sul citofono.
Ci vuole molta musica per sopravviversi: quasi sempre è fuori catalogo e bisogna andare a caccia per garantirsi una confezione di respiri più larghi e profondi.
Forse è vero, ciò che potrebbe spingere le emozioni in profondità ha un ciclo di vita irrisorio, una delle tante difficili provocazioni da digerire.

Luca De Pasquale, 23 agosto 2014

21/08/14

La Tisana Dei Giusti e lo zampillo di merda


Possiamo vivere come vivono gli altri e tuttavia nascondere un no più grande del mondo: è l'infinito della malinconia.
Emil Cioran

L'orizzonte della strada deformato dal calore, la solita pazza che porta da mangiare a gatti, cani, blatte, scoiattoli urbani e procioni pezzati con denti deboli, le coppiette di sfigati che cercano un posto dove infilarsi le lingue sui denti sporchi di residui di cibo e sogni mai posseduti.
Il ventottenne timido che ha sempre le mani nei capelli, dinoccolato ed ingenuo, che passate le tre del pomeriggio abbassa la tapparella perché deve farsi una pugnetta davanti al computer. Tanto non si allunga. No. E non sarai meno nervoso.
Rai Uno continua a mandare programmi tutti saccarotici, buonisti, cattoconfidenti, per famiglie. Ogni cosa ha un lieto fine e tutti si prodigano per gli altri.
Di persone dogmatiche ne ho conosciute tante. Troppe. Si fa, non si fa. Questo è bene, questo è male. Tutto sempre chiaro. Tutto sempre delineato. Col cazzo.
Il mondo secondo i colori dei dogmatici è solo una fontanella che zampilla merda. Merda che per loro ha una valenza diversa, la Tisana Dei Giusti.
Tutta la verdura che i Giusti mangiano li fa cacare e parlare troppo, di questo ne sono certo. E sono molto poco dignitosi, perché vendono le loro preghiere per un finto sorriso altrui.
Io non metterei mai parte del mio Inferno in saldo pur di ottenere qualche annessione, convincere qualche adepto.
Estate, la terra dei cocomeri andati a male. La sagra dei brutti libri. L'ossessione dell'itterizia sulla pelle, il grande sole che non sbaglierebbe mai.

D'estate si sogna ad infrarossi. Le comete mostrano la coda, ma la verità è che il corpo non ce l'hanno. D'estate si perde di vista la fiamma. I giorni sono da collezionare e non da vivere. Le radio trasmettono programmi stupidi e gli intrattenitori sono quasi sempre dei coglioni. Le liaison estive mescolano sudore, idratanti, lubrificazione naturale e menzogne. Chi resta prepara la nuova resistenza. Chi resta si industria, ma di fatto sceglie un altro mondo, un altro stile, un altro tipo di pericoli.
Non è di mio interesse dove le persone vanno ad infilare i genitali, nell'irrazionale frenesia del Grande Sole. Non invidio le frittate di maccheroni sulla spiaggia, le mangiate di pesce al lido “Salsedine Carina”, le tonnellate di foto grottesche a figli, madri scofanate, consanguinei irriconoscibili per la devastazione dello stress invernale, meduse morte, aquiloni a molla e arcobaleni buoni per le copertine di qualche libro scritto da una frigida o da un imbecille volenteroso.
Per come la vedo io, d'estate più che in altri periodi si deve scegliere da che parte stare, che atteggiamento tenere. Io d'estate chiudo il mio lido diroccato. Sempre. Riaprirò solo quando ricomincerà a fare freddo.
Meglio un norvegese silenzioso che una comitiva di rumorosi trentenni da diporto. Meglio una donna al tramonto che una lolita quartierale con il lollipop sotto le ascelle. Meglio un riff doom che le canzoncine commerciali da canticchiare guardando il culo della vicina d'ombrellone; perché il culo della propria moglie diventa sempre indigesto, dopo un certo tragitto visivo che diventa abitudine.
In un mondo che cerca di sdoganare l'ipocrisia eleggendola a serenità, non resta che scegliere in quale cono d'ombra impostare il regno sbagliato, dove costruire la dimora invernale raggiungibile solo per errore o per vocazione.
Coccole, coccoline, coccolette sui materassini: ma la verità sta nella cruda e taciturna scopata da motel a novembre, con i sensi di colpa e il bidet fatto male per il troppo freddo.
Grandi amori estivi, cocktail con ombrellino e sassetto di mare, parenti avvertiti con enfasi, obiettivi comuni, fottere senza crudeltà per lasciarsi spazio, fingere che l'attesa sia stata ricompensata e che l'altro, il comune mortale finito nelle forche caudine del terrore della solitudine, sia un dono.
Nel cono d'ombra fa ancora più freddo, quando il Grande Sole raggiunge la massa sdraiata, nel cono d'ombra ascoltare il racconto del viaggio psicologico/frigido/nevrotico tra le rovine occitane non fa alcun effetto. Nel cono d'ombra si finisce a giocare a carte con diavoli finti. Nel cono d'ombra si rinsalda il principio di resistenza e di impulso grezzo a spasso per i giorni come un mentecatto di classe.
E con la poesia, con la poesia che raggiunge il cuore di chi le parole non le sa usare, ci si pulisce il culo, anche male.

Luca De Pasquale, 21 agosto 2014

19/08/14

Il Leviatano


Alle otto del mattino una donna ha un violento orgasmo in casa. La sente tutto il quartiere. Ha fatto sesso con le finestre aperte per il caldo. Mentre mi aggiro per le stanze con la sigaretta in bocca e gli occhi pesti, ascolto freddamente il suo enfatico orgasmo. Si sarà svegliata con il compagno, avranno iniziato con le coccole o qualcosa del genere, e poi tutto è finito in mezzo alle cosce. Estremamente naturale. In fondo, è solo la vita che reagisce al ruggito ovattato della morte, sempre percepibile da un certo punto in poi.
Resto perplesso durante l'orgasmo della donna. Mi suona come qualcosa di ancestrale, di imponderabile, e le prospettive di reale comprensione sono confuse. La domanda che mi formulo riguarda l'opportunità di avere un orgasmo così entusiastico nelle prime ore del mattino. E dopo? Dopo un orgasmo, che senso può avere la giornata? Evidentemente, ci sono delle meraviglie di persistenza che ignoro; ma iniziare con un'emozione simile è come svuotare le ore successive, appiattirsi sul piacere provato, non restare sulla corda.
Cosa puoi fare, dopo? Fumare? Prepararti per andare al mare da pendolare? Contemplare l'amore che provi per l'altro?
Ti sei svuotato, forse hai allontanato il male. Cazzo, è un problema.
L'orgasmo della donna mi ha quasi infastidito, me ne accorgo mentre sorseggio un caffè bruciaticcio. In certi momenti della giornata io non so bene come sto dentro.
Mi immagino come un tizio con il cappuccio che in un parco pubblico guarda delle fontane prosciugate e un'altalena ferma, senza bambini e senza mamme a spingere. Uno che dice l'ora ad un vecchio senza orologio e poi scompare in un vuoto sistemato sui vetri colorati, sui bicchieri da cena all'aperto. Uno che si appartiene e paga per questo. Uno che ha sognato e si è fottuto con una certa cura. Uno che invecchiando torna giovane, con il bonus dell'energia e l'handicap della nostalgia. La nostalgia di notti tranquille e inconsapevoli che sono durate davvero poco.
Con quell'orgasmo scenico e casereccio, la sconosciuta donna mi ha schiaffato in faccia il potere alterato della vita, e a quest'ora del mattino l'effetto è straniante, è la risacca del mare che si avvicina alle mie prese di corrente scoperte.
Fumo, guardo l'orizzonte slabbrato dalle onde di calore, mi sento un Leviatano e non posso farci niente. Lo so che respirando manderò tempeste sulle mie barchette di carta, e che divorerò molti dei miei naufraghi come un Polifemo pazzo. Lo so che mi sentirò meglio dopo il tramonto, ogni giorno è così. Non mi piace il vociare delle persone. Non sopporto quelli che si parlano da una finestra all'altra, quelli che si sentono autorizzati ad urlare perché c'è un bambino o un cane con i quali giocare e sdilinquirsi.
Guardo alcuni quadri di mio padre, che non mi piacciono. Non mi piacevano nemmeno quando lui era in vita, ma gli dicevo il contrario. Non erano bugie. Riuscivo a trovare qualcosa di apprezzabile in oggetti che lui amava; non so, era un modo di non essere un figlio di merda.
Faccio scorrere l'acqua. Tanta acqua. Acqua fredda e disordinata, acqua sciupata, acqua rumorosa. Mi accorgo di fumare troppo ma chi se ne frega. Ci sono segmenti di ore e minuti che non posso percorrere senza la sigaretta in bocca. La sigaretta è una compagnia, è un testimone, è un piccolo rischio strafottente.
La compressione della mia natura selvaggia è una prova da sforzo, sono ipercinetico e una parte di fantasia tenebrosa non si arresta mai, lasciandomi spesso indifeso in sabbie mobili panoramiche. Si può essere molto stupidi, giocando con i fili della sensibilità.
Hanno detto che sarà una giornata molto calda. Non devo navigare e non mi infilerò in qualche cazzo di spiaggia affollata, la cosa non mi interessa. Sono le linee della sera che scrivono le pagine migliori dei miei sguardi sul mondo. Sono le luci delle case e delle stazioni lontane, nella notte, ad essermi familiari come nessun altro elemento osservabile.
Quella donna ha comunicato al mondo il suo potente orgasmo, alle otto del mattino. Rabbrividisco al pensiero di quale sarà stato il seguito. Ho paura di immaginare frasi pompose, schifosi motteggi sull'amore, e soprattutto l'orrore dei programmi. Programmi per non annoiarsi, per sentirsi in movimento, per fare la scorta prima dell'inverno e delle mestizie più puerili, programmi di consolidamento della coppia che rendono gli innamorati o presunti tali come poveri schiavi.
I passatempi sono un incubo. Le persone ossessionate dalla condivisione coatta sono un incubo, il mio incubo. Non si può amare, quando si è braccati. L'ho imparato a mie spese. Riesco ad amare ed essere amato solo rispettando gli spazi, le diversità, nella sincera curiosità delle differenze. Altrimenti, ha senso solo la battaglia e l'insubordinazione.
Sono un piccolo Leviatano. Sono tempesta anche e soprattutto quando taccio, sono tempesta nei catini, nei bicchieri, nelle pozzanghere e nelle sacche ematiche della sopportazione. Sono di poche pretese e luccico solo di notte, come tutto ciò che trova magia cadendo.
Con questi presupposti, ascoltare un orgasmo alle otto del mattino non può che essere un cattivo mistero buffo, una distanza che finisce in una fisarmonica difettosa, l'idea che le stelle peggiori sono quelle che presumono di poter tornare al cielo con disordinate prove di vita.


Luca De Pasquale, 19 agosto 2014

16/08/14

Intervista con William Kopecky: il trionfo dell'eclettismo / Interview with William Kopecky: Triumph of eclecticism


William Kopecky è un musicista estremamente competente e smerigliato, ed è anche un uomo di gusti raffinati. Queste caratteristiche, che naturalmente vanno a sposarsi idealmente con una tecnica fuori dal comune, lo rendono di certo uno dei più grandi bassisti elettrici in circolazione, uno di quelli che riesce a guardare oltre lo strumento attraverso lo strumento. E non è certo facile.
William Kopecky suona materiale estremamente interessante e originale, che si allontana con nobiltà da un preciso e limitante marchio di fabbrica: metal, rock, avanguardia, prog. Kopecky riesce a suonare efficacemente, e con spunti molto personali e distintivi, in tutti questi generi, spesso affrontando contesti che contengono più elementi intersecati e quindi complessi.
Scoprii il basso di William quando acquistai casualmente -ormai tantissimi anni fa- il primo disco dei Kopecky, il gruppo che aveva formato con i fratelli Joe alla chitarra e Paul alla batteria, quest'ultimo purtroppo scomparso. Rimasi incantato. I Kopecky erano duri, intricati, di classe, con spiccati elementi prog, ma non potevano essere racchiusi in un recinto di definizioni, per quanto di uso comune. Le tonalità cupe, a volte dark, eteree ed ambientali, e le partiture composite ma ad incastro perfetto erano di un appeal straordinario.
Da venditore di dischi import, per un lungo tratto della mia vita, posso dire di aver ricevuto numerosissime soddisfazioni grazie ai Kopecky, in particolare per il bass playing di William. I clienti del negozio rimanevano sorpresi e anche un po' sconvolti da un magma sonoro al contempo così potente ed agile.
L'avventura con i Kopecky ha prodotto cinque dischi, tutti di poderoso livello tecnico, poi William ha suonato con i seducenti Haiku Funeral, con il Pår Lindh Project, apprezzatissimo combo prog, con i Far Corner che andrebbero di certo riscoperti e con molti altri, includendo anche il black metal: questo la dice lunga sulla perizia strumentale di William e sul suo innato spirito di adattamento ad ogni situazione.
Nell'intervista che William mi ha concesso, e di questo ero certo, viene fuori il ritratto di un musicista appassionato ed in continua crescita, capace -in ambito prettamente bassistico- di partire da Jaco Pastorius e sviluppare il suo linguaggio autonomo, capace anche di apprezzare bassisti tanto diversi come il grande Michael Manring ed estremisti del metal tecnico come Jeroen Paul Thesseling, Steve DiGiorgio ed Alex Webster. E, a suo merito, c'è la dichiarazione di stima per Yngwie J. Malmsteen, che oggi molti musicisti fingono di disconoscere, ma che ha avuto un ruolo molto rilevante negli anni ottanta, con la sua velocità esecutiva e il suo neoclassicismo di stampo hard.
William Kopecky è un bassista da seguire ed ammirare. È di esempio per quanti vogliono spaziare, sia nel suonare che nell'ascoltare, ed è di monito per quanti si ostinano a circoscrivere dischi e progetti nel recinto di presunta appartenenza. Io mi sento di consigliare sinceramente a tutti di riascoltare i dischi con i Kopecky, purtroppo oggi di difficile reperibilità. E mi auguro anche che William ci regali un suo disco solista, perché un musicista così maturo e poliedrico non può che stupirci, e rafforzare il nostro amore per il basso e la sua libera espressione.

Buona lettura.

LDP: Domanda di rito, ma necessaria: come ti sei avvicinato al basso elettrico? Quali sono state le tue principali influenze?

WK: Il mio fratello maggiore Joe suonava la chitarra ed il mio fratello più piccolo Paul aveva appena iniziato a suonare la batteria. Amavo la musica e volevo anche praticarla così decisi di cominciare con il basso. In questo modo i miei fratelli ed io fummo in grado di mettere su una band da subito.  Mio padre mi regalò il mio primo impianto per il basso appena compiuti i quattordici anni. Il mio principale modello è stato Steve Harris degli Iron Maiden. Ho imparato praticamente ogni nota dei loro primi cinque album o quasi. Poi sui vent’anni fui ossessionato da Geddy Lee e Chris Squire, Billy Sheehan e Yngwie Malmsteen. Ho iniziato a suonare il basso fretless intorno ai 19 anni credo, e le mie più importanti suggestioni sono provenute da Jaco (certamente), Mark Egan, ed in particolare Mick Karn.

LDP: Si può dire che tu sia un musicista trasversale, poco collocabile, come tutti coloro che non appartengono ad un solo genere. Hai inciso materiale metal, prog, ambientale, diverso. Quale senti essere il contesto a te realmente più vicino?

WK: Direi che il prog e l’improvvisazione dark ambient siano i generi più prossimi alla mia sensibilità, seguiti dal metal estremo e dalla fusion.

LDP: Ci vuoi parlare della tua esperienza con i KOPECKY e come sei poi passato ad altri progetti? Io ho sempre pensato che i KOPECKY fossero strabilianti, ma non hanno giocato a strizzare l’occhio al pubblico, essendo musicisti puri. Sei d’accordo?

WK: Grazie. Direi che non siamo mai stati interessati a catturare un pubblico a cui piacesse solo il mainstream. Abbiamo solo provato a fare un tipo di musica che ci facesse sentire bene suonandola. Il che ha finito per identificare il nostro brand di prog dark strumentale. Ma quando facevamo performance dal vivo noi tentavamo in tutti i modi di accattivarci il pubblico, anche se quegli spettatori erano di solito un gruppo selezionato. Abbiamo sempre tentato di offrire spettacoli da paura e dare alla platea una grande performance. Per tutto il tempo che sono stato nei Kopecky ho anche avuto altri progetti che capitavano nello stesso momento. Suonavo con Michael Angelo Batio, Par Lindh, Parallel Mind, Far Corner, Tempest, etc. Alcune volte diventava un problema in termini di ingaggi e nell’organizzazione delle prove, ma nel complesso funzionava bene. Finchè tra il 2006 e 2007 Paul iniziò a stare molto male e non abbiamo più potuto suonare molto spesso. In seguito mi sono trasferito in Francia nel 2008, e Paul morì nel 2009.

LDP: Parliamo della scena del basso elettrico oggi. Finita (forse) l’era dell’imitazione di Jaco e dello slap obbligatorio, che scenari vedi per lo strumento che amiamo?

WK: Dubito che l’emulazione di Jaco possa mai davvero finire. È stato così grande, è difficile NON rubare da lui. Jaco mi ha ispirato fin dal primo ascolto ma avere il suo stesso sound non è mai stato uno dei miei desideri. Andare di slap è fantastico, se fatto in maniera creativa e con moderazione ma è stata sicuramente una tecnica abusata. In futuro vedo aprirsi sempre di più il loop e maggiori possibilità sonore per i bassisti. Ho usato il loop con E Bows per anni ed entrambi mi hanno aperto scenari completamente nuovi. Vale la stessa cosa per gli effetti ottenuti con il basso Roland V. Riesco ad immaginare alcuni sviluppi molto interessanti che coinvolgano il modo di suonare il basso sperimentale e di avanguardia.

LDP: Quali consideri, oggi, i bassisti che stanno percorrendo strade diverse e promettenti?

WK: Per me il più grande innovatore di basso elettrico oggi è Michael Manring. Il ragazzo è prodigioso. Circa 20 anni fa ho iniziato ad usare Ebow e ad indugiare sul fretless pensando di essere originale. Poi ho ascoltato Manring e una volta scoperto che lui lo suonava in quel modo (e circa 1000 volte meglio) anni prima, ci ho persino riflettuto. È un musicista estremamente creativo ed espressivo. Percy Jones è un altro grande bassista fuori dagli schemi.

LDP: Quanto letteratura e altre arti influenzano le tue composizioni e il tuo percorso di musicista? Tra le tue influenze ci sono personalità appartenenti alle più diverse discipline, come riesci a gestire questa ricchezza intellettuale?

WK: La letteratura è di grande ispirazione per me, in particolare la poesia. Ero abituato a buttar giù un mucchio di versi e alcuni dei miei libri sono stati pubblicati da piccoli editori underground. Ho sempre adorato Poe e Lovecraft, dopo decisi di dedicarmi a scrittori francesi come Breton, Baudelaire, Mallarmé, Artaud, Bataille, etc.  Altri scrittori che ho trovato di grande ispirazione sono Ted Hughes, Kobo Abe, Ben Okri, Sylvia Plath e JG Ballard. Negli Haiku Funeral ho scritto diversi testi, una sorta di poesia da incubo surreale. Amo anche dipingere, e l’ho fatto parecchio  prima di spostarmi in Francia. Alcuni dei miei pittori preferiti sono Bacon, Schiele, and Giger. Anche i film possono fungere da ispirazione per me, specialmente qualcosa di stravagante e emozionante come  Lynch e Tarkovsky. A tutto questo la musica che suono si ispira e partecipa.  Trarre ispirazione esclusivamente dai musicisti mi suona noioso.

LDP: Hai dimostrato la tua forza espressiva con Kopecky, Haiku Funeral, Yeti Rain, Paul Bollenback, il Par Lindh Project: credi sia arrivato il momento di incidere un disco in solo?

WK: Mi piacerebbe incidere un disco solista. I nemici sono sempre il tempo ed i soldi. Dove abito non sono dotato di un buon impianto di registrazione così preferirei registrare in uno studio adeguato e questo certamente prende tempo e soldi…. Due cose di cui non dispongo in gran quantità! Ho una sorta di progetto che consiste nel fare un album di soli loop di basso e voce, ma non cantato, più parole recitate e sospiri. Dovrebbe essere molto dark ed oppressivo. Proprio quello di cui ciascuno ha bisogno!

LDP: Facciamo il semplice gioco della Top 10: dimmi dieci dischi per te irrinunciabili, i famosi “desert island records”…

WK: NON è semplice! Ok, ecco qui, così su due piedi, in ordine sparso:

Yngwie J Malmsteen's Rising Force (il primo album)
Bozzio/Karn/Torn (Polytown)
Return to Forever (Romantic Warrior)
Black Sabbath (The Mob Rules)
Yes (Tales from Topographic Oceans)
Univers Zero (Heresie)
Kiss (Destroyer)
Rush (Hemispheres)
The Cure (Disintegration)
Kopecky (Serpentine Kaleidoscope)

LDP: Che strumentazione stai usando al momento?

WK: Uso lo stesso basso fretless Axtra Custom che ho suonato per 25 anni. Il mio altro principale basso è il Music Man Bongo Bass a cinque corde. Dal vivo uso un amplificatore Hartke ed un Fender Cabinet con delle casse da 4 ten inch all’interno. Per gli effetti uso l’E Bows, il delay, il flanger, l’octaver, il loop, e di tanto in tanto -ma solo in studio di registrazione-un  basso Roland V.
LDP: Quale credi debba essere il ruolo del basso elettrico nel metal, nel prog metal? Credi che il dominio delle chitarre sia stato infranto, grazie a musicisti come te, Steve DiGiorgio, Jeroen Paul Thesseling, Alex Webster? Loro ti piacciono?

WK: Sì, mi piacciono un sacco tutti e tre, in particolare Thesseling per quello che fa sul fretless… davvero straordinario. Suonano tutti con molta personalità ed un’identità. E si esprimono con così grande aggressività, è magnifico! Mi piace il fatto di poter ascoltare sempre più bassisti eccellenti nel metal e nel black metal in particolare. Non posso soffrire missaggi dove tu hai un muro del suono costituito da chitarre e nessun basso. Qual è il punto? Perché allora disturbarsi ad avere un fottuto bassista fin dall’inizio, capite? Di recente ho suonato il basso in un CD di un gruppo black metal francese, i Corpus Diavolis. Hanno spinto molto sul basso nel missaggio- il che è raro nel black metal- al fine di ottenere un suono più originale. Così forse mettere un basso potente nel metal inizierà finalmente ad essere fico!
LDP: Pensi che potremo avere il grande piacere di averti in Italia per qualche esibizione? Ti piacerebbe essere coinvolto in un progetto multidisciplinare con letteratura, musica e recitazione?

WK: Il  Par Lindh Project ha iniziato a ricevere alcune offerte recenti di esibirsi in Italia. Spero che saremo in grado di combinar presto qualcosa  con i promoters. Vi farò sapere cosa accadrà! Al momento sono stato coinvolto in un progetto con un poeta francese, Pierre Guéry. Ultimamente ci siamo esibiti in uno spettacolo con lui che recitava i propri testi ed io che provvedevo all’accompagnamento sonoro/musicale. Riporto di seguito un link ad alcuni clip dello show: http://vimeo.com/89742865. Recentemente ho registrato anche della musica per un film indipendente girato qui a Marsiglia. Il soundtrack è un mix di basso fretless, voci ed alcune percussioni. Molto singolare ma divertente da realizzare! Così mi sento sempre aperto a nuove collaborazioni ed esperienze artistiche.  


DISCOGRAFIA WILLIAM KOPECKY

C4 – Call To Arms 2001
Dimension X – Implication Of A Genetic Self Defense 2007
Far Corner – Endangered 2007
Far Corner – Far Corner 2004
Far Corner – Intermission 2009
Haiku Funeral – Funeral Assassination In The Hashish Cathedral
Haiku Funeral – If God Is A Drug
Kopecky – Blood 2006
Kopecky – Kopecky 1999
Kopecky – Orion 2001
Kopecky – Serpentine Kaleidoscope 2000
Kopecky – Sunset Gun 2003
Parallel Mind – Colossus Adea 2005
Silence The Freak – Relations 2005
Snarling Adjective Convention – Bluewolf Bloodwalk 2008
The Bollenberg Experience – If Only Stones Could Speak
Truth Squad – Superkiller 2003
Yeti Rain – Discarnate 2006
Yeti Rain – III (2010)
Yeti Rain – Nest Of Storms 2008
Yeti Rain – Stars Fall Darkly 2013
Par Lindh Project – Live In Iceland
Par Lindh Project – Live In Poland
Michael Angelo Batio – Lucid Intervals And Moments Of Clarity I&II
Michael Angelo Batio – Hands Without Shadows
Truth Squad – Superkiller
The Flyin’ Ryan Brothers – Legacy
The Flyin’ Ryan Brothers – Blue Marbles
The Flyin’ Ryan Brothers – Totality
Dan Maske – Progressive Rock Keyboard
Anja – Leaving The Alley Of A Dead Trees
Glass – Live At Progman Cometh
Corpus Diavolis – Entheogenesis




William Kopecky is a very competent and pure musician, and he is also a man with a refined taste. These features, naturally joined with an extraordinary technique, make him surely one of the greatest electrical bassists out there, one of those players who’s able to look beyond the instrument and to look through it. And it ain’t so  easy, at all.
William Kopecky plays very interesting and unusual peaces of music, that nobly get away  from a specific and constraining brand: metal, rock, avant-garde, prog. Kopecky can sound effectively, and with his own distinctive suggestions, too, in all those genres mentioned above, often facing to several contexts characterised by very crossed elements and thus also complicated ones.
I found out William’s bass when I casually bought – a long time ago by now – the first Kopecky’s album, the band that he formed with his brothers, Joe as guitarist and Paul on drums, the last one died unfortunately. I was fascinated. Kopecky were aggressive, complex, classy, with strong prog shades but they didn’t be enclosed in a fence of set out definitions, however of common use. The gloomy mood, sometimes dark, ethereal and ambient too,  and  in addiction, the composite but perfectly framed scores had an amazing appeal.
Being an import records seller for a long period of my life, I can say that I’ve always been sutisfied by Kopecky, especially by William’s bass playing. Customers were surprised and they seemed in a little shock because of tonal magma, so powerful and clever at the same time.
The adventure with Kopecky produced five albums that were all gifted with a high-level technique, and afterwards William played with the seductive Haiku Funeral, with Par Lindh Project - very appreciated combo prog – later with Far Corner which should be surely rediscovered and with many other artists, included also in black metal: which says a lot about William’s instrumental mastery and his natural adaptability to any musical context.
In the interview that William has granted to me, I was sure of that, comes out the portrait of a passionate and costantly growing musician, who’s able – purely in the field of bass playing – to start from Jaco Pastorius and to develop an indipendent language, which means he could also appreciate so much different bassists as the great Michael Manring and the fringe group of technical metal as Jeroen Paul Thesseling, Steve DiGiorgio and Alex Webster. Therefore, to his credits, there’s the estimation aimed at Yngwie J. Malmsteen, which many artists pretend to know, but who played a very essential role in the 1980s, with his executive agility and his kind of hard neoclassicism.  
William Kopecky is a bassist to follow and admire. He’s a model for all those people want to vary, both in playing and in listening, and he should be a warning to anybody keep on limiting records and projects in a frame of supposed affiliation. I sincerely want to recommend to averybody to listen to Kopecky’s albums, even though they are difficult to find today. And I hope that William will offer us a soloist album sooner or later, because a versatile and mature musician like him must surely surprise us and strenghten our love for bass and its free expression.
Good reading.

LDP: I'll firstly start to ask you one usual question,  anyway  required:  how did you approach to electric bass? who were your main influences?
WK: My older brother Joe had been playing guitar and my younger brother Paul had just started playing drums.  I loved music and wanted to play it too so I decided to play bass.  That way my brothers and I could play together in a band straightaway.  My father bought me my first bass rig for my 14th birthday.  My 1st main bass influence was Steve Harris from Iron Maiden.  I learned pretty much every note off their first 5 albums or so.  Then in my late-teens I became obsessed by Geddy Lee and Chris Squire, Billy Sheehan and Yngwie Malmsteen.  I started playing fretless bass around the age of 19 I think, and my biggest fretless influences were Jaco (of course), Mark Egan, and especially Mick Karn.
LDP: We may define you as a cross-cutting bass player, not easily identifiable, as every artist who doesn't belong to only one genre. You recorded such a different kind of music, metal, prog, ambient and so on. What is the background you really feel closer to?
WK: I'd say prog and dark ambient improvisation are closest to my heart, followed by extreme metal and fusion.
LDP: Could you talk about your experience with Kopecky and how did you switch to others projects? I always tought that Kopecky were amazing but they never worked to entice audience, because of their purity. Are you agree with that?
WK: Thank you.  I'd say we were never interested in enticing a public that only liked mainstream music.  We just tried to make music that made us feel good playing it.  That just happened to be our brand of dark instrumental prog.  But when we played live we very much tried to entice the public, even though that audience was usually a limited one.   We always tried to play killer shows and give the audience a great performance.  The entire time I was with Kopecky I also had other projects happening at the same time.  I was playing with Michael Angelo Batio, Par Lindh, Parallel Mind, Far Corner, Tempest, etc.  Sometimes it was a problem in terms of booking gigs and organizing rehearsals but overall it worked out all right.  But around 2006 and 2007 Paul started getting really sick and we couldn't play much.  Then I moved to France in 2008, and Paul died in 2009.
LDP: Let's talk about the scene of electric bass nowadays. Ended (maybe) Jaco's emulation era and that sort of compulsory slap, what kind of future do you figure for the instrument that we love so much?
WK: I doubt the Jaco emulation will ever really die.  He was so great it's difficult NOT to steal from him.  I've been inspired by Jaco since the first time I heard him, but sounding just like him was never something I wanted to do.  Slapping is cool if it's done creatively and sparingly, but it was certainly an overused technique.  For the future I see more and more looping and tonal possibilities opening up to bassists.  I've been using loops with E Bows for years and they've both opened up worlds for me.  Same for bass effects like the Roland V bass.  I can imagine some very interesting developments happening for experimental, avant-garde bass playing.
LDP: Who are, in your opinion, the bass players that are taking different and promising routes?
WK: For me, the greatest innovator of electric bass today is Michael Manring.  The guy is a miracle.  About 20 years ago I started using EBow and delay on fretless and I thought I was being original.  Then I heard Manring and found out he had been playing like that (and about 1000 times better) years before I even thought about it.  He's an extremely creative and expressive musician.  Percy Jones is another great maverick bassist.
LDP: How much literature and other arts inspired your compositions and your growth as musician? Among your influences there are many personalities coming from the most several cultural frameworks, how can you manage all this intellectual wealth?
WK: Literature is very inspiring to me, especially poetry.  I used to write a lot of poems, and several of my books were published by small underground publishers.  I used to adore Poe and Lovecraft, then got into French writers like Breton, Baudelaire, Mallarmé, Artaud, Bataille, etc.  Other writers I find really inspiring are Ted Hughes, Kobo Abe, Ben Okri, Sylvia Plath and JG Ballard.  In Haiku Funeral I write a lot of the texts, a kind of nightmarish surrealistic poetry.  I also love painting and did quite a lot of it before moving to France.  Some of my favorite painters are Bacon, Schiele, and Giger.  Films can be inspiring for me too, especially something bizarre and beautiful like the films of Lynch and Tarkovsky.  All these things inspire and inform the music I play.  Being inspired solely by musicians sounds boring to me.
LDP: You have shown your expressive force with Kopecky, Haiku Funeral, Yeti Rain, John Bollenberg, the Par Lindh Project: do you think  it comes the moment to record a solo album?
WK: I'd like to record a solo record.  The enemies are always time and money.  I don't have a good recording system at my place so I'd prefer to record it in a good studio and that of course takes time and money...the two things I don't have much of!  I have a sort of plan for doing an album of only bass loops and voice, but not singing, more like spoken word and whispers.  It will be very dark and oppressive.  Just what everybody needs!
LDP: Let's do the easy "top ten" game: tell me those essential ten records, the famous “desert island records”...
WK: That's NOT easy, man!  OK, here goes, off the top off my head, in no order:
Yngwie J Malmsteen's Rising Force (1st album)
Bozzio/Karn/Torn (Polytown)
Return to Forever (Romantic Warrior)
Black Sabbath (The Mob Rules)
Yes (Tales from Topographic Oceans)
Univers Zero (Heresie)
Kiss (Destroyer)
Rush (Hemispheres)
The Cure (Disintegration)
Kopecky (Serpentine Kaleidoscope)
LDP: What kind of gear are you employing at the moment?
WK: I use the same Axtra custom made fretless bass I've been playing for 25 years.  My other main bass is a 5 string Music Man Bongo bass.  Live I use a Hartke amp and a Fender cabinet with 4 ten inch speakers in it.  For effects I use E Bows, delay, distortion, flanger, octaver, loops, and from time to time--but only in the studio--a Roland V Bass.
LDP: How do you view the role of electric bass in the current metal and prog metal background? Do you believe that the dominance of guitars has been broken because of  bassists like you, Steve DiGiorgio, Jeroen Paul Thesseling, Alex Webster? Do you like them?
WK: Yeah I like all 3 of them a lot, especially Thesseling because of what he's doing on fretless...really amazing.  They all play with such personality and identity.  And they all play so aggressively, it's great!  I like that we can hear more and more good bassists these days in metal, and black metal in particular.  I can't stand mixes where you have a wall of guitars and no bass.  What's the point?  Why bother having a fucking bass player in the first place, you know?  Recently, I played bass on a CD from a French black metal group called Corpus Diavolis.  They really pushed up the bass in the mix--which is rare in black metal--in order to have a more original sound.  So maybe having loud bass in metal is finally starting to be cool!    
LDP: Are you going to come here in Italy for any live shows soon or later? Would you like to be involved in any multidisciplinary project, as a fusion of literature, music and acting?
WK: The Par Lindh Project has had some recent offers to play Italy.  I hope we'll be able to work something out with the promoters soon.  I'll let you know what happens!   At the moment I am involved in a project with a French poet Pierre Guéry.  We recently played a show of him performing his text while I provide music/sound accompaniment.  Here's a link to some clips of the show: http://vimeo.com/89742865  I also recently recorded music for an independent film made here in Marseille.  The soundtrack is a mix of fretless bass, voices, and some percussion.  Very strange but fun to do!  So yeah I'm always open to new collaborations and artistic experiences. 

©Luca De Pasquale in collaborazione con Manuela Avino, 16/8/2014