27/08/14

Per i miraggi in fondo a destra


Un giorno di agosto

Scarpe rialzate al bar di provincia. Donna bassa con scarpe rialzate e cosce da pedana wii. Scarpe rialzate e bruttissimo naso. Scarpe rialzate da effetto sveltina in posizione laterale o posteriore.
Il marito è una faccia di cazzo ottusa, tutta dio denaro patria famiglia tradizioni ragù della madre tradimento con la cassiera del dispaccio di detersivi Napoli di Maradona; le mette una mano sul culo senza neanche guardarsi in giro. Se la chiaverà a casa, tenendosi i calzini, mentre la figlia sta con la zia e con le foto dei morti sui comodini.

Cielo nausea. Cielo pizzetto scorciato. Cielo mano sul cazzo. Cielo sperma in rimonta. Cielo disperazione dicotomia con pazienza. Cielo ex fiamme ridotte a bolo del destino. Cielo rock nervoso, tazza griffata e povertà, cielo impazienza e fastidio, cielo di passaggio ma che non accompagna e anzi sbrana le pareti di casa, facendoti sentire allo scoperto, attaccabile.

Entrai in quel posto e quella donna mi mise gli occhi addosso.
Mi piaceva. Mi piaceva, ma proprio non potevo. Non potevo. Ho evitato quella donna. Ho evitato la sua curiosità. Ho evitato la nostra rovina e le frustrazioni e i sensi di colpa e la stupidità. Ma c'era da andarle incontro e spararmi dentro di lei come una scheggia, come una assurda occasione, come una pazzia senza telo di sicurezza, come un'acrobazia storpia, come una statua di gesso freddo con un incendio nel tempo che resta. Romantico pezzo di merda tutto autodistruzione e sogni. I gesti di coraggio che accorciano la vita e diminuiscono la morale fino a renderla uno sputo, un respiro in agonia in una piazza di stupidi, un tradimento colossale che si sperpera nell'esaltazione di un rischio superfluo.
Entrai in quel posto ed ebbi voglia di far godere quella donna, in modo violento, approssimativo, finale, morente: un ultimo regalo, un pezzo di pianeta che si stacca dalla crosta scura per sopprimere la preghiera base della rimanenza.
Cani vagabondi che si feriscono pur di fare un tratto di strada insieme.

Altro bar. Zona borghese. Camicie aperte e modi disinvolti. Cameriere distratto e dal fisico infelice. Negozio di telefoni aperto, solito sciame di adolescenti. Boutique per tardone aperta. Commessa che fuma e scoppia in pantaloncini bianchi con il bozzo della fica in evidenza. Monte di venere con sensi invertiti, vietato l'ingresso a cani e militari. Canzone di Billy Idol all'interno del bar, “Eyes without a face”, basso di Sal Cuevas fin dentro il buco del culo. Attesa dell'autunno e questuanti ovunque: i calzini degli ex carcerati, le penne del drogato finto rimesso, la zingara con la faccia contraffatta, il minaccioso slavo ubriacone, il napoletano bontempone e bastardo che punta su una simpatia inesistente. Rispondo duro e veloce, con il basso di Sal Cuevas fin dentro il buco del culo.
La tua scrittura è eccessiva”
Leccati tutte le dita della mano per non incorrere in qualcosa di più corposo e vietato, allora. Leccale tutte e pensa ai fiori, ai campi, ai pianisti sensibili e tutte le stronzate che dovrebbero accompagnare la seconda parte e mezzo della vita.

Un altro giorno di agosto

Mi raccomando, continua a scrivere... è importante, continua”
Chi mi esorta forse pensa che per me la scrittura sia un investimento, un rifugio, una fuga, un motivo di orgoglio, un tratto distintivo. Niente di tutto ciò. Non c'è bisogno di esortare, di raccomandarsi.
Scrivere è uno dei modi in cui mi scorre il sangue dentro; se si ostruisce la strada, io muoio. Sarebbe come togliermi la musica e il libero arbitrio, morirei di certo.
Quasi tutti quelli che ho visto morire sono scomparsi per malattie o per incidenti. Nella maggior parte dei casi, la vita aveva già sottratto loro energie, volontà, speranze. Sopravvivevano, si adattavano, si rifugiavano negli affetti o in qualche fede. Non hanno scelto loro come e quando morire. Quando penso a queste cose mi si raggela il sangue. Io vorrei morire solo in due modi, entrambi impraticabili: scomparire durante un temporale o nel mare, ma senza che si trovi mai il corpo. Se qualcosa deve rimanere, purtroppo, sceglierei il suono della mia voce che sbiadisce nella memoria di chi mi ha conosciuto. E basta.
È deprimente pensare questo? Per niente. Solo gli imbecilli vedono depressione ovunque, basta che non si dicano cazzate per risultare pesanti, abbattuti, in crisi. Equivoci dovuti al pressapochismo, ma chi se ne frega più?

In questi ultimi giorni di agosto gli uomini sono quasi tutti gabbie deambulanti, vincoli intricati, implosioni malaticce, gesti di conservazione che si esprimono in conversazioni distratte.
Carezza chi è fuori la gabbia e anche chi è dentro. Mani che si incrociano per lo stesso gesto scentrato, asimmetrico, beffardo. La carezza tentata di chi allo stesso tempo ne scansa altre senza neanche rendersene conto. E nelle chiacchiere, e negli occhi tristi, mi accorgo che gli amori più decantati e lavorati sono più che altro impedimenti.
Gli uomini più noiosi sono quelli che rimangono. Brandelli di legge, briciole di incoerente verità.
Detesto i pantaloni corti e i romanzi che si annunciano divertenti e divaganti. Trovo disgustoso uscire da un ristorante alle tre del pomeriggio, con la pancia gonfia e l'alito speziato, con le sigarette che rallentano ulteriormente i movimenti. Chi scopa con tenerezza è completamente pazzo. Chi sbraita e urla per la garanzia dell'amore da ricevere è un criminale. L'amore viene usato oggi come ammortizzatore sociale, perdendo così quel potere insomministrabile a dosi, quella forza sferzante di incantevole suicidio non assistito.
Ultimi giorni di agosto e tentativi di riassettare camere, case affittate per cambiare scena, luoghi di piacere e malghe disabitate.

Appena si fa sera faccio andare “Time to say goodbye” dei Repercussions. Linea di basso profondissima e, per quello che è il volo mancato, dolorosa. Le mie camicie sembrano tornate dal fronte. Qualche anno fa, prima di una miriade di traslochi ed esperienze agitate, brevissime, faticose, erano all'incirca una ventina. Adesso sono sei. Devo averne buttate parecchie. Come tante altre cose che non sono mai rientrate e mai avrebbero potuto, mai lo avrei permesso.
Ogni tanto mi capita di cercare qualcosa e scopro che ce l'avevo due o tre case fa, due o tre storie fa. Succede che sorrido e mi accendo una sigaretta. E me ne strafotto. La cosa più assurda è che posso equiparare le cose alle persone; anzi, le cose mi sono rimaste più fedeli e me ne sono distaccato con più disarmo. Del resto, raramente ho chiesto e preteso fedeltà, morale e fisica, perché so quanto sono altalenanti i buoni propositi della gente. Come certi lettori e amicoidi, che vanno e vengono. Come la marea scenica dell'eccitazione sessuale, onde altissime e poi solo un granchio morto che ti scrocchia sotto un piede e te lo taglia.
Ti ho dato tutto quella notte, sai?”
Già, ma il collo deve essersi perso nella posta inesitata.
Ci ho tenuto davvero a te”
Ed ecco che si accende il cero della nostalgia: ma ciò non toglie che è meglio continuare nel timido vaffanculo della distanza.
Trovo intollerabili le rimpatriate. Con parenti, io che non sento nessun senso di parentela, se non basato sulla compatibilità e sulla resistenza. Con colleghi di qualcosa, era tutto coatto e mai si è stati di più. Ma anche le rimpatriate a cazzo sguainato, le palle gonfie di sperma e il cuore sempre più incerto e maniacale.
Meglio non ripresentarsi armati di buona volontà, frustrazioni e sensi di colpa: anche i miraggi devono essere dotati di un cesso.
Io però non ho mai mentito: anche se mi sono affacciato giovane e romantico dalla finestra di vento di una reggia isolata, non ho mai nascosto la presenza di più latrine che camere.

Luca De Pasquale, 27 agosto 2014


Remerciements: Alain Moreau, Marion, Jean Genet, Maviscon Compresse Digeribili, lo spam per allungare l'uccello, lo spam esistenziale per allargare il cuore.

26/08/14

Regole sul precipizio


Il risveglio è scenografico.
Le nuvole rosa si sovrappongono a cumuli più scuri di cielo notturno in fuga. Ed io, con la mia tazza di caffè sussurrata a fior di labbra, potrei tranquillamente girare uno di quegli spot suggestivi sulle corroboranti bevande degli uomini maturi.
Da qualche tempo non riesco più a guardare i telegiornali del mattino, e non per il tenore delle notizie; no, per la scarsissima qualità delle rassegne stampa. I giornalisti si impappinano, brandiscono l'evidenziatore giallo come una bacchetta magica dagli effetti disastrosi, cacagliano nomi stranieri e finiscono poi per tossire. Uno strazio.
Ci sono dei piccioni che cercano di accoppiarsi sul cornicione di fronte, goffi e rituali. Ricordo confusamente il programma che ho guardato ieri sera, con degli uomini escort che tratteggiavano il profilo delle clienti tipiche. Uno dei due gigolo coinvolti, gonfio di muscoli e neanche tanto banale, sosteneva che le donne hanno bisogno di sicurezze, e dunque lui fa questo mestiere per guadagnare bene ed accumulare, in modo da poter offrire alla sua “ultima e vera donna” agiatezza, comodità, sicurezze.
Sembra una cosa anche sensata, ma l'ho trovata di una tristezza incredibile. Sarà che non ho mai avuto questo problema, per mia fortuna. Una donna in cerca di comodità e privilegi certo non veniva a cercare me, ed io non avrei cercato lei. Continuo a pensare che le emozioni non dovrebbero riportare il cartellino del prezzo.
Del resto, circa ventiquattro anni fa dissi ad un amico, e ricordo ancora quella passeggiata a Posillipo che aveva come scopo quello di sedurre due ragazze della zona, che nella vita a seguire sarei stato più facilmente amante che partner fisso. Già sapevo di non voler raggiungere un certo status e percorrere quella strada quasi automatica, e per verità squallida, che porta un uomo a porsi nei confronti delle donne con il ridicolo: “questo ho da offrirti, ti va bene? Pensi di poter amarmi?”
A diciassette anni già mi attraevano i precipizi, le deviazioni, le case isolate, i rifugi da una luce sola, le grandinate notturne, le rinunce controverse ed i nuovi cicli, non certo tutto il battage opportuno delle “cose fatte per bene”.
E mi piaceva rubare, non consacrare.
Bruciare come un fiammifero e non come un camino.
Prendermi il bello dei posti sbagliati e non viaggiare con la macchina fotografica.
Tentare piuttosto che rassicurare. Piuttosto che, ogni tanto lo uso anche io, mai come comparativo. Piuttosto che. Sì.
Per fortuna, non sono stato solo un topo dell'alba, un grassatore sentimentale, sono stato anche fuoco fisso e lo sono ancora. Ogni regola ha le sue eccezioni, e quelle eccezioni finiscono per funzionare oltre ogni aspettativa.

Parlo molto con loro e le faccio anche godere al meglio”, diceva ieri sera il robusto gigolo. Immagino che per “farle godere al meglio” si intenda procurare l'orgasmo. Che modi delicati, accipicchia. Forse il segreto di un uomo, un segreto comunque da quattro soldi, sta nel non essere ossessionati dal proprio, di orgasmo. La maggior parte degli uomini che ho conosciuto viveva solo per schizzare, come dei gatti dissennati. Schizzare la dose di colla da unione per poi poter appendere il quadro alla parete degli obiettivi mantenuti. Una donna, una famiglia, una situazione pacificante, consolidata. Gocce di colla per sventare l'orrore della parete bianca e colma di domande imbarazzanti.
Molte persone evitano gli specchi, di notte, ne sono intimoriti. Specchiarsi al buio può evidenziare porzioni d'ombra mai viste e nemmeno supposte. Io invece cerco proprio quell'emozione inquietante, lo spettro semi-nascosto che si palesa e trova il coraggio di chiedere, di suggerire e di fotterti, se necessario.

Rifletto su questo materiale evanescente mentre giro tutto lo spot, fino in fondo, dell'uomo che beve al mattino sul balcone, sotto la trapunta dell'alba che sparisce come un mediocre e poco duraturo illusionismo.
Spunta dunque il vero giorno e la sua raggiera di contraddizioni non risolvibili, spunta la luce che ti mette le mani al collo come un assassino nervoso, chiedendoti di scegliere tra la polvere e il mare.
La prima sigaretta del mattino ha un sapore strano e indefinibile, è come se tornassi sempre ragazzo, come se potessi illudermi di poter vivere come novità sorprendenti la maggior parte delle azioni e degli eventi. Poi l'effetto passa, e la seconda sigaretta di poco successiva sa di consapevolezza e di lotta.

È una continua sfida. Nonché una disperata ricerca di regole. Nessun uomo che abbia dimestichezza con il caos potrà mai dirvi che il caos è liberatorio e benefico, se è un uomo sincero. Forse è proprio nel magma, invece, che si finisce per cercare una tavola dei comandamenti. Le stelle del disordine sono affascinanti, tentatrici, finisci per andarci a letto anche solo guardandole, ma il retrogusto di deserto, spot alla rovescia, spot che finisce per proibirsi da solo, spingerà comunque in altri territori.


LdP, 26 agosto 2014

25/08/14

Il brivido già provato


I find no absolution
In my rational point of view
Maybe some things are instinctive
But there's one thing you could do
You could try to understand me
I could try to understand you”
RUSH – Open Secrets

Il cinquantunenne ascolta in poltrona Carlos Santana. Carlos Sanatana, come lo storpiavano certi tipi che conoscevo. Il Devadip.
Il cinquantunenne voleva diventare un grande chitarrista, ma non è stato così. Ora suona solo per hobby e spesso si sistema in poltrona per dilettarsi con i suoi amati chitarristi: Jimi Hendrix, Stevie Ray Vaughan, il Devadip, Albert King.
Sotto le finestre del cinquantunenne mi viene quasi un collasso, perché penso a quanto possa essere disperante questa situazione: vivere di ricordi e di cose che non si sono compiute. Non voglio arrivarci. Quale che sia il prezzo da pagare.
Meglio gli errori dei ricordi. Soprattutto dei ricordi incompiuti.

La coppia di amanti che si suicidarono insieme gettandosi dalla galleria di Trentaremi.
Le loro foto saranno sul comodino dei rispettivi genitori, ma attuando questo gesto saranno riusciti a congiungersi per sempre?
Non posso saperlo. Non può saperlo nessuno. Anche il romanticismo estremo vive solo di tentativi, di scommesse. È atroce. Non c'è nessuna sicurezza dimostrabile nell'arco di chilometri di pensiero e di speranza, solo il libero arbitrio dei tentativi, la magia del desiderio, che possa continuare oltre il morso di vita concesso.

La chimica avvicina le persone. La chimica sabota la ragione, la chimica è un killer. Chi rimanda la chimica vive fuori sincrono e sbaglia ogni movimento.

Vivere senza sicurezze cambia il carattere. Non esalta certo i pregi. Vivere senza sicurezze ti porta ad esaltarti per l'attimo, per il guizzo, per la passione nuda e cruda, ma poco dopo sei il solito sicario in cerca di occupazioni. Vivere senza sicurezze ti fa rendere conto che le chiacchiere sono sempre a zero. C'è sempre un timer sporco di sugo, lì in cucina, che marca il tuo tempo, lo lorda. Anche se vivi per le albe, i tramonti, il ruggito delle tempeste, i brividi della pelle, c'è sempre quel maniacale timer di merda che sporca tutto.
È a causa di quel timer che tutte le volte che saluti una persona non sei certo di rivederla; ogni piccola separazione potrebbe nascondere un addio.
E allora anticipi i tempi, divori le ipotesi, acceleri i processi, diventi crudele, sei tu a sganciare i pezzi del puzzle, sei tu che sali sul treno e non saluti, sei tu che ti imbarchi di notte senza divulgarlo, sei tu che riversi sulle cose, sui sentimenti, colate di logica spietata, lava bianca su fondo nero, bicchiere vuoto sul bancone del bar, telefonata di auguri che non arriva, canzone che si interrompe.
I coglioni e i fucilieri del facile ti spiegano che forse hai paura della densità, ma tu è di densità che vivi, di densità che ti intossichi, di densità che ti avveleni. E sorridi come un ebete quando il profeta zoppo ti addita come animale in fuga, sorridi come uno che non ha voglia di parlare.
Prima ancora che siano finiti gli esami, hai già lasciato i banchi, la classe, la scuola, la città. Ci voleva troppo tempo e c'erano addii nascosti ovunque, non volevi guardarli, non volevi soppesarli, digerirli, spiegarteli.

A casa della giovane coppia di amici vedi che il tempo si è fermato: ogni elemento della loro unione è una stralunata fiducia nel domani. Si aspettano, si sopportano, si concedono continuamente possibilità, si danno regole ed abitudini, fanno anche finta di credere in qualcosa di ultraterreno. La loro unione è un reticolo nevrotico di interessi in comune, di sesso normale, vengono a turno ma mai insieme, di parentado che si conosce e si frequenta, di doveri genitoriali e di sciocchi film americani. Si sono sposati da un anno e io proprio non riesco a capire il perché. Ma non posso capire. Perché ho sempre la febbre. Sempre. Anche quando sto bene. Anche quando non mi tendo agguati. Una volta da loro c'era un altra coppia, e mi trovarono sgradevole, distante, freddo. Parlavano di cose che non mi interessavano. Si preoccupavano di aspetti dell'esistenza che non mi riguardavano. Cercavano di essere affabili ma mi facevano l'effetto di carillon pieni d'acqua e difettosi.
Abitano al nono piano di un palazzo moderno. Con tutte le loro sicurezze, mi domando come non possano provare vertigini insopportabili a quell'altezza; tutto quel vuoto che sostiene la loro costruzione, tutto quel cemento colorato nel quartiere tranquillo, tutte quelle consuetudini fatte di orari, pranzi, cene, scopatine tiepide e bocche senza sbavo, tutte quelle merdose emozioni controllate, controllate continuamente.
Rifiuto il loro invito a cena, erano previsti anche vecchi compagni di scuola ma qui non siamo in un film di Verdone. Sono stufo di sentire idiozie sulle vacanze, sulla normalità presunta e applicabile, sui balli latini e sulle partite del Napoli, sui cineforum palle in mano e fitti impegni di disponibilità apparente, su concerti che dovrebbero conservare giovani e invece atterrano patetici ai piedi di un'agonia nascosta sotto i tappeti.
Sono solo dei vigliacchi noiosi. Sono come delle fiction Rai, non me la sento di sorbirmeli neanche a puntate. Sarà che ho la febbre, sarà che tra i loro effetti personali sento crepitare addii che loro neanche scorgeranno, tutti intenti a comporre il rumore più rassicurante per i giorni a venire.

Tra le svariate opzioni che la vita fortunatamente offre, quella di perdersi è la più persistente nella mia considerazione, è il rischio base, è la prima stesura del racconto, sempre: poi varia strada facendo, ma non la dimentico mai.
E se si verifica, se davvero dietro un evento c'è già un addio, non prego niente e nessuno, non lancio sassi alla luna, non scrivo messaggi in bottiglia.
Scosto le tende, e lascio che il respiro della tempesta sia il brivido peggiore e un po' annunciato, un brivido già provato, una prova già superata tanti anni fa.


LdP, 25 agosto 2014

24/08/14

Lounge self-destruction


Esci dalla vasca da bagno e ti senti più assurdo di prima. Prendi gli asciugamani in una scenografia di silenzio e tempo già impiegato. Vai al sole, automaticamente, come una lucertola senza coda, come un angelo grigio impazzito.
Il sole non ti dice niente, ma ti ci sei abituato. Il sole ti comunica la stessa noia delle chiacchiere degli esseri umani. Quelle chiacchiere a vuoto, durante le quali finisci per guardare brutti quadri, corpi di donna, punti inesistenti o trasparenti, macchie sul pavimento, momenti sbavati in cui ti declini come uomo ma sei solo sparizione, tormento e diversità.
La sincerità è un orgoglioso sputo in faccia. Non ha nulla a che vedere con l'etica. La sincerità è ribellione.
Sotto questo sole maiale, sole di agosto che tracima e sventra, sento la mia sessualità ben definita, il mio istinto di solitudine, e sento il mio percorso fin qui come un lungo tratto d'autostrada che mi ha risparmiato l'incidente fatale ma non il resto.
Troppi autostoppisti, troppe soste in autogrill scalcagnati, troppe avventure nei cessi, troppi respiri caldi sulle mattonelle zozze, pregando la carcassa dell'amore per un ultimo movimento, un riflesso agonizzante, un miracolo di espressione diversa.
Sotto questo sole marchetta, stiro i miei panni senza accertarmi che siano davvero asciutti. Si asciugano invece i miei capelli, mi viene sete e continuo a fumarci sopra, mi guardo le cosce, i piedi, le braccia e mi compongo al mio sguardo.

Entro in casa della gente e so che potrò farci poco, che capirò poco, che parteciperò poco.
Per me non esistono santi e rimpianti da santificare. Troppo fastidio.
Mi sfugge il culto dei morti. Se ci fossi caduto a tempo debito, ora sarei un uomo finito. La croce del rimpianto mi avrebbe tagliato in due e starei sempre ad implorare per una pace, per una pace qualsiasi con la quale faticherei ad entrare in confidenza.
Entro in casa della gente e osservo con attenta distrazione tutto quel che gli occhi mi sottopongono; ma tendo a partecipare poco, c'è molta nebbia tra me e le certezze del mondo.
Entro in casa della gente, eppure i legami mi appaiono quasi sempre come degli sforzi, delle lambiccate forzature, delle convenienze nevrotiche, degli atti di resa più che di amore. Mi sembra che anche il sesso, che dovrebbe essere un soffio rovente nei rifugi polverosi dei sentimenti, finisca per essere un gesto atletico sotto i piccoli riflettori comprati nel megastore per pochi euro, per convincersi del senso del rituale.
Entro in casa della gente e sono molto educato: ma è la sovversione che mi interessa e mi cattura. Forse la sovversione di quel che dovrei fare e dovrei essere, apparire. La mia mente si sposta immediatamente sul circuito malfunzionante e non sull'elemento certo.

Vado a prendere un caffè in un lounge bar con un amico. Lounge bar. Non significa un cazzo. La musica, una sorta di soulful house con battito suggestivo e dipanazioni elettroniche, coloriture groovy, sembra adatta ad un ottimo petting di contenimento e di illusione. Lingue in bocca, morsi, mani tra le cosce ed eccitazione da rimandare, quella particolare tipologia di petting che sembra sempre promettere troppo e mantenere meno.
Poi l'orgasmo è deludente, sei già staccato da te stesso quando vieni, sei dietro le finestre di un futuro ricordo mentre il tuo corpo ha un singulto che dovrebbe contenere una continuità controversa e folle.
Il lounge bar è un posto pulito, è un posto per fighetti con indumenti ben scelti e ben stirati, gli uomini presenti non sembrano essenziali e le donne profumano troppo, rendendo volgarmente preziosa l'idea di consumarle, dunque il vuoto. Quasi che piacersi prevedesse un iter progressivo ed ordinato, una prassi stipulata e mai contestata. Oltretutto, l'amico mi parla dei suoi grassi problemi di cuore. Noi quarantenni ormai facciamo quasi tutti schifo, con le nostre rovine di merda per ogni dove. La verità è che l'amore ce lo ha messo in culo più volte e dobbiamo fingere, perché così ci hanno insegnato, di aver mantenuto alta la dignità, l'ottimismo, la costruttività e altre puttanate di consumo.
Io ho fatto il possibile. E anche il mio amico, anche se adesso ha fatto i capelli grigi e una donna innominabile sempre nel cervello. Si innamorerà, prima o poi, e si rincoglionirà di nuovo. Cancellerà tutte queste lacrime di cemento, questo dolore fermentato, le sue notti insonni, le sbornie di passaggio e le rabbiose scopate collaterali. Si innamorerà e sarà devoto ad un destino incappucciato, quel fantasma che ci piace pensare vegli sulle nostre sorti. Questo locale mi dà sui nervi, con questi cocktail del cazzo, i corsi di ballo e di ciclismo panoramico, con queste fiche tirate a lucido e questi uomini reduci dal proprio ego e non sinceramente pentiti.
Avrebbe più senso se ora ci scopassimo tutti insieme, se toccassimo la sciocchezza del peccato e dello sciupio sognando di regalarci uno spessore di comodo. Ma io ho voglia solo di tornare a casa per assistere alla discesa della sera e spero vivamente che il mio amico non cada nel tranello dello spiritualismo destinico più annacquato.

Mettono su un pezzo di vocal deep house. Ho finito il mio bicchiere di coca e l'amico parla ancora oltre il vetro chiazzato della sua vodka al melone. Gli dico stupidamente, ma anche per estenuazione, che l'amore per lui è dietro l'angolo. Come un tram. Come un ladro. Come un temporale non previsto. Silly love songs per lui e la sua prossima ala di destino. Suoni spuma in questo locale di merda, aperto ad agosto per entusiasmare gli itineranti.
Lounge bar, lounge day, lounge sex, lounge self-destruction.

Luca De Pasquale, 24 agosto 2014

23/08/14

Delusioni sognanti


La città alle quattro del pomeriggio. Spettrale. Pochi anziani camminano sotto i muri, curvi su marciapiedi sporchi, a braccetto di giovani annoiati o da soli, esitando ad ogni passo. Solo un negozio ogni dieci è aperto. Quei pochissimi sono rigorosamente vuoti. Le commesse fumano annoiate sull'uscio, si guardano in giro, ma hanno gli occhi tramortiti dal tedio. Anche le loro avventure, le loro relazioni, vivranno una sospensione.
Tra dieci giorni ripartirà tutto, penso, e sarà il solito delirio. Si torna dalle vacanze più nervosi ed intrattabili di prima. Anche le delusioni sognanti sono diventate un lusso.
Percorro strade che anni fa hanno accompagnato eventi, persone, fasi. Ricordo ma non tremo. Ricordo e non vacillo. Forse ricordo male.
Difficile appassionarsi, in una desolazione simile. A volte neanche la musica resuscita le strade.
In giro c'è precarietà, pigrizia, pochi stimoli. Bisognerebbe forzare le cose. Non conviene. Già fatto tante volte, è controproducente.
Dal megastore di abbigliamento escono due donne con dei pantaloncini tremendi, a pelo di fica: portano entrambe delle scarpe che sembrano provenire da un'Antica Grecia contraffatta e tutto in loro segnala una disponibilità esagitata e fittizia ma nessun trasalimento emozionale.
Da una finestra esce “Je sto vicino a te” di Pino Daniele, sempre un gran pezzo, ma è sprecato in questa strada.
C'è una giovane donna con busta della spesa e occhiali da sole che procede verso casa con aria malinconica, un po' arresa. In passato, non avrei potuto impedirmi di pensare, perché non ci facciamo un po' di male e di bene e poi ci dimentichiamo senza protestare?
In fondo, è così rassicurante andare alla ventura, allo sbaraglio e poi dallo sfasciacarrozze, quando il sole non è più tanto alto in cielo.
È così utile deludersi. Tradire se stessi ad ogni angolo di strada. Bruciarsi con il freddo. Farsi ghiaccio, quale che sia il tempo fuori. Farsi fuoco tra le braccia corte degli errori. Accendere candele per feste disertate. Distruggere interi giardini curati in modo maniacale da gente che non capisce e non potrà capire.
E mandare a puttane le domande degli altri.
Mandare in malora le curiosità degli altri.
Non ci vuole niente. Basta non rispondere a quei lamentosi “perché”.
Le delusioni sognanti sono diventate un lusso.

Cammino tranquillo in queste strade che puzzano di merda di cane e di caffè tostato. Sarebbe opportuno che mi bendassi un occhio, come un pirata, come un Capitan Harlock incanutito.
“Volo, girando io volo, girando io vedo”, cantavano i Litfiba. Oggi è proprio un giorno in cui bisognerebbe riascoltare “17 Re” e la potenza seducente di quel malessere wave, quel canto oscuro dai cieli di Firenze.
Occorre prendere confidenza con gli spazi scuri. Prenderci la mano e lasciarsi andare, sperando che si finisca per annegare in un fuoco che non contempli vecchiaia, malattie, conversioni, pazienza. Serve il fuoco, non la saggezza. La saggezza e la penitenza sono le consolazioni dei cattolici, non possono andare bene a tutti.
Bestie in guerra sulla terra.

Ascoltavo “Peste” dei Litfiba un secolo fa, in piazzetta a Capri. Un fatto completamente decontestualizzato e grottesco. In quell'estate avevo delle vendette in scaletta, e le ho portate a compimento, senza nessuna soddisfazione. È passato davvero tanto tempo e il pezzo è invecchiato con me. Per certi versi bene, per altri male.
E poi ricordo quella donna che mi offrì un bicchiere d'acqua a casa sua e poi si sentì male e io me ne andai presto, silenziosamente. Le piacevo e ne approfittai. Mi piaceva osservare persone febbricitanti a causa mia. Allontanava il senso di morte. Lo allontanava velocemente, anche se non si sapeva mai quanto sarebbe durato l'effetto. Sempre troppo poco.

Un'affettata cortesia imbavaglia rapporti formali.
“Posso presentarti la mia compagna?”. Ma tu sai che non me ne frega, non frega a lei e neanche a te. Educazione, disarmo, cicli.
“Vuoi vedere le foto del mio bambino? È bellissimo...”
Le foto del figlio di un altro possono interessarmi fino ad un certo punto. E cioè assai poco. Non mi sono fatto fotografare dai diciassette fino ai ventisei anni. Lo trovavo superfluo. Le foto sono tristi. Le foto sono solo cimeli in tempo reale.
Se le foto fossero perfette, davvero rappresentative, si dovrebbe poter vedere tutto, inclusi i fuochi che bruciano dentro, i minuscoli paradisi confinati, le cattedrali sconsacrate che ci sconquassano le vene, i corvi che sporcano il cielo delle idee e delle predizioni. Dovrebbero essere visibili i murales di disincanto sotto i quali ci ostiniamo a sorridere, quei cieli da supermercato o genepesca che assistono ai tentativi di rimettersi in corsa. Per tanti, persino i viaggi sono scenografie da sfruttare per simulare distrazione, nuove ere mai arrivate, traguardi di serenità riassunti come citazioni imprecise, passioni solo nominali, senza accumulo e senza rischio.

Sera tardi. Panino con Z. sul muretto. Non vedo l'ora di finire il panino per fumare sotto la luna annacquata, e perdere lo sguardo tra le finestre spente del panorama. Parliamo di dischi. Ma io sono diventato un tipo disordinato. Non ho scale di priorità argomentali. Improvviso, devio, ritorno al punto e lo suturo con qualche escamotage. Le grandi passioni, i dischi, i libri, l'arte, non sono passepartout di sicurezza, finisce che all'attico della quiete comunque non accedi. Z. mi parla di grandi band, ma mi annoio. Vorrei ascoltare un disco degli Oceansize e vorrei che Z. chiudesse finalmente la bocca.
Ci sono dei ragazzi che fanno casino accanto a noi, hanno bevuto molto vino e molta birra. Io continuo a preferire liquori, se proprio devo. Fanno effetto prima e non provocano quella stupida allegria di rito, che è solo agitazione, senza scendere in profondità. Ma anche stasera non bevo e Z. continua a parlarmi ancora e ancora di Deep Purple e Rolling Stones. Basta, per Cristo, basta.

Tra poco tempo uscirà il disco di Scott Walker con i Sunn)))O: portatori di annichilimento che si incontrano, il risultato sarà certamente stimolante, sono in attesa. Sono sempre in attesa di roba che non mi risulti troppo convenzionale. Preferisco l'emozione negativa alla piacevolezza piatta e persuasa.
Mi viene in mente quel giorno dopo scuola, quando guardai il video di “Kayleigh” dei Marillion su Videomusic: emozione. Mi sembrò che Fish soffrisse davvero per amore, il video mi piacque molto. I Marillion mi hanno molto influenzato, finché è stato Fish a scrivere i testi. Mi piaceva la propensione di Fish ad affrontare l'emotività senza sconti. Ritengo “Misplaced childhood” un disco di dolorosa bellezza. Il romanticismo disperato di Fish era seducente, e a me, che avevo solo tredici anni, spianò la strada per non provare sensazioni di comodo, obbligatorie e dosate.
È stato poi Jaz Coleman dei Killing Joke ad introdurmi come avrei voluto nel territorio che collega la musica alla vita, un individuo apocalittico, febbrile, lucido e distorto al tempo stesso, un testimone sincero di un'irrequietezza che brucia ancora e lo farà a lungo.

La sera sa di umidità stantia, come se la pelle avesse una fodera trasudante. Sotto casa arriva un'auto verde dalla quale escono due ragazze scurissime, salutate da due ragazzotti tatuati, anche loro color pece. Giornata al mare per loro, e l'euforia diventa prosecuzione.

L'aria rarefatta tornerà. Come i temporali. Bisogna vedere se porterà con sé nuove domande e nuovi dubbi. Mi è impossibile considerare la vita senza la variante di continui dubbi. Avere le idee chiare non è una fortuna imparentata con la spavalderia e la certezza del tutto. Tutti gli ottusi che ho conosciuto, tonnellate, distese di nevrosi e scarti dei sogni, si manifestavano come sicuri di sé, ma non lo erano affatto. Le verità dell'uno possono essere le peggiori bugie per l'altro; non esiste un solo criterio oggettivo in materia.
Quando ero più giovane, mi sembrava che fossero molti quelli che brillavano per delusioni sognanti, dandosi senso, percorso, profondità e apertura mentale; oggi sembra che a regolamentare tutto ci sia principalmente l'abbrutimento e la strenua difesa delle poche posizioni di vantaggio strappate.
Oggi le delusioni sono così noiose. Puzzano di pretese e di incapacità cronica di leggere le situazioni. Puzzano di sperma e di fede in bottigliette trasparenti, il merchandising della speranza. Le persone che amano si agitano sempre, ma spesso senza convinzione. Chi non ama è come se fosse già morto. Gli resistono solo gli hobby e il nome sul citofono.
Ci vuole molta musica per sopravviversi: quasi sempre è fuori catalogo e bisogna andare a caccia per garantirsi una confezione di respiri più larghi e profondi.
Forse è vero, ciò che potrebbe spingere le emozioni in profondità ha un ciclo di vita irrisorio, una delle tante difficili provocazioni da digerire.

Luca De Pasquale, 23 agosto 2014

21/08/14

La Tisana Dei Giusti e lo zampillo di merda


Possiamo vivere come vivono gli altri e tuttavia nascondere un no più grande del mondo: è l'infinito della malinconia.
Emil Cioran

L'orizzonte della strada deformato dal calore, la solita pazza che porta da mangiare a gatti, cani, blatte, scoiattoli urbani e procioni pezzati con denti deboli, le coppiette di sfigati che cercano un posto dove infilarsi le lingue sui denti sporchi di residui di cibo e sogni mai posseduti.
Il ventottenne timido che ha sempre le mani nei capelli, dinoccolato ed ingenuo, che passate le tre del pomeriggio abbassa la tapparella perché deve farsi una pugnetta davanti al computer. Tanto non si allunga. No. E non sarai meno nervoso.
Rai Uno continua a mandare programmi tutti saccarotici, buonisti, cattoconfidenti, per famiglie. Ogni cosa ha un lieto fine e tutti si prodigano per gli altri.
Di persone dogmatiche ne ho conosciute tante. Troppe. Si fa, non si fa. Questo è bene, questo è male. Tutto sempre chiaro. Tutto sempre delineato. Col cazzo.
Il mondo secondo i colori dei dogmatici è solo una fontanella che zampilla merda. Merda che per loro ha una valenza diversa, la Tisana Dei Giusti.
Tutta la verdura che i Giusti mangiano li fa cacare e parlare troppo, di questo ne sono certo. E sono molto poco dignitosi, perché vendono le loro preghiere per un finto sorriso altrui.
Io non metterei mai parte del mio Inferno in saldo pur di ottenere qualche annessione, convincere qualche adepto.
Estate, la terra dei cocomeri andati a male. La sagra dei brutti libri. L'ossessione dell'itterizia sulla pelle, il grande sole che non sbaglierebbe mai.

D'estate si sogna ad infrarossi. Le comete mostrano la coda, ma la verità è che il corpo non ce l'hanno. D'estate si perde di vista la fiamma. I giorni sono da collezionare e non da vivere. Le radio trasmettono programmi stupidi e gli intrattenitori sono quasi sempre dei coglioni. Le liaison estive mescolano sudore, idratanti, lubrificazione naturale e menzogne. Chi resta prepara la nuova resistenza. Chi resta si industria, ma di fatto sceglie un altro mondo, un altro stile, un altro tipo di pericoli.
Non è di mio interesse dove le persone vanno ad infilare i genitali, nell'irrazionale frenesia del Grande Sole. Non invidio le frittate di maccheroni sulla spiaggia, le mangiate di pesce al lido “Salsedine Carina”, le tonnellate di foto grottesche a figli, madri scofanate, consanguinei irriconoscibili per la devastazione dello stress invernale, meduse morte, aquiloni a molla e arcobaleni buoni per le copertine di qualche libro scritto da una frigida o da un imbecille volenteroso.
Per come la vedo io, d'estate più che in altri periodi si deve scegliere da che parte stare, che atteggiamento tenere. Io d'estate chiudo il mio lido diroccato. Sempre. Riaprirò solo quando ricomincerà a fare freddo.
Meglio un norvegese silenzioso che una comitiva di rumorosi trentenni da diporto. Meglio una donna al tramonto che una lolita quartierale con il lollipop sotto le ascelle. Meglio un riff doom che le canzoncine commerciali da canticchiare guardando il culo della vicina d'ombrellone; perché il culo della propria moglie diventa sempre indigesto, dopo un certo tragitto visivo che diventa abitudine.
In un mondo che cerca di sdoganare l'ipocrisia eleggendola a serenità, non resta che scegliere in quale cono d'ombra impostare il regno sbagliato, dove costruire la dimora invernale raggiungibile solo per errore o per vocazione.
Coccole, coccoline, coccolette sui materassini: ma la verità sta nella cruda e taciturna scopata da motel a novembre, con i sensi di colpa e il bidet fatto male per il troppo freddo.
Grandi amori estivi, cocktail con ombrellino e sassetto di mare, parenti avvertiti con enfasi, obiettivi comuni, fottere senza crudeltà per lasciarsi spazio, fingere che l'attesa sia stata ricompensata e che l'altro, il comune mortale finito nelle forche caudine del terrore della solitudine, sia un dono.
Nel cono d'ombra fa ancora più freddo, quando il Grande Sole raggiunge la massa sdraiata, nel cono d'ombra ascoltare il racconto del viaggio psicologico/frigido/nevrotico tra le rovine occitane non fa alcun effetto. Nel cono d'ombra si finisce a giocare a carte con diavoli finti. Nel cono d'ombra si rinsalda il principio di resistenza e di impulso grezzo a spasso per i giorni come un mentecatto di classe.
E con la poesia, con la poesia che raggiunge il cuore di chi le parole non le sa usare, ci si pulisce il culo, anche male.

Luca De Pasquale, 21 agosto 2014

19/08/14

Il Leviatano


Alle otto del mattino una donna ha un violento orgasmo in casa. La sente tutto il quartiere. Ha fatto sesso con le finestre aperte per il caldo. Mentre mi aggiro per le stanze con la sigaretta in bocca e gli occhi pesti, ascolto freddamente il suo enfatico orgasmo. Si sarà svegliata con il compagno, avranno iniziato con le coccole o qualcosa del genere, e poi tutto è finito in mezzo alle cosce. Estremamente naturale. In fondo, è solo la vita che reagisce al ruggito ovattato della morte, sempre percepibile da un certo punto in poi.
Resto perplesso durante l'orgasmo della donna. Mi suona come qualcosa di ancestrale, di imponderabile, e le prospettive di reale comprensione sono confuse. La domanda che mi formulo riguarda l'opportunità di avere un orgasmo così entusiastico nelle prime ore del mattino. E dopo? Dopo un orgasmo, che senso può avere la giornata? Evidentemente, ci sono delle meraviglie di persistenza che ignoro; ma iniziare con un'emozione simile è come svuotare le ore successive, appiattirsi sul piacere provato, non restare sulla corda.
Cosa puoi fare, dopo? Fumare? Prepararti per andare al mare da pendolare? Contemplare l'amore che provi per l'altro?
Ti sei svuotato, forse hai allontanato il male. Cazzo, è un problema.
L'orgasmo della donna mi ha quasi infastidito, me ne accorgo mentre sorseggio un caffè bruciaticcio. In certi momenti della giornata io non so bene come sto dentro.
Mi immagino come un tizio con il cappuccio che in un parco pubblico guarda delle fontane prosciugate e un'altalena ferma, senza bambini e senza mamme a spingere. Uno che dice l'ora ad un vecchio senza orologio e poi scompare in un vuoto sistemato sui vetri colorati, sui bicchieri da cena all'aperto. Uno che si appartiene e paga per questo. Uno che ha sognato e si è fottuto con una certa cura. Uno che invecchiando torna giovane, con il bonus dell'energia e l'handicap della nostalgia. La nostalgia di notti tranquille e inconsapevoli che sono durate davvero poco.
Con quell'orgasmo scenico e casereccio, la sconosciuta donna mi ha schiaffato in faccia il potere alterato della vita, e a quest'ora del mattino l'effetto è straniante, è la risacca del mare che si avvicina alle mie prese di corrente scoperte.
Fumo, guardo l'orizzonte slabbrato dalle onde di calore, mi sento un Leviatano e non posso farci niente. Lo so che respirando manderò tempeste sulle mie barchette di carta, e che divorerò molti dei miei naufraghi come un Polifemo pazzo. Lo so che mi sentirò meglio dopo il tramonto, ogni giorno è così. Non mi piace il vociare delle persone. Non sopporto quelli che si parlano da una finestra all'altra, quelli che si sentono autorizzati ad urlare perché c'è un bambino o un cane con i quali giocare e sdilinquirsi.
Guardo alcuni quadri di mio padre, che non mi piacciono. Non mi piacevano nemmeno quando lui era in vita, ma gli dicevo il contrario. Non erano bugie. Riuscivo a trovare qualcosa di apprezzabile in oggetti che lui amava; non so, era un modo di non essere un figlio di merda.
Faccio scorrere l'acqua. Tanta acqua. Acqua fredda e disordinata, acqua sciupata, acqua rumorosa. Mi accorgo di fumare troppo ma chi se ne frega. Ci sono segmenti di ore e minuti che non posso percorrere senza la sigaretta in bocca. La sigaretta è una compagnia, è un testimone, è un piccolo rischio strafottente.
La compressione della mia natura selvaggia è una prova da sforzo, sono ipercinetico e una parte di fantasia tenebrosa non si arresta mai, lasciandomi spesso indifeso in sabbie mobili panoramiche. Si può essere molto stupidi, giocando con i fili della sensibilità.
Hanno detto che sarà una giornata molto calda. Non devo navigare e non mi infilerò in qualche cazzo di spiaggia affollata, la cosa non mi interessa. Sono le linee della sera che scrivono le pagine migliori dei miei sguardi sul mondo. Sono le luci delle case e delle stazioni lontane, nella notte, ad essermi familiari come nessun altro elemento osservabile.
Quella donna ha comunicato al mondo il suo potente orgasmo, alle otto del mattino. Rabbrividisco al pensiero di quale sarà stato il seguito. Ho paura di immaginare frasi pompose, schifosi motteggi sull'amore, e soprattutto l'orrore dei programmi. Programmi per non annoiarsi, per sentirsi in movimento, per fare la scorta prima dell'inverno e delle mestizie più puerili, programmi di consolidamento della coppia che rendono gli innamorati o presunti tali come poveri schiavi.
I passatempi sono un incubo. Le persone ossessionate dalla condivisione coatta sono un incubo, il mio incubo. Non si può amare, quando si è braccati. L'ho imparato a mie spese. Riesco ad amare ed essere amato solo rispettando gli spazi, le diversità, nella sincera curiosità delle differenze. Altrimenti, ha senso solo la battaglia e l'insubordinazione.
Sono un piccolo Leviatano. Sono tempesta anche e soprattutto quando taccio, sono tempesta nei catini, nei bicchieri, nelle pozzanghere e nelle sacche ematiche della sopportazione. Sono di poche pretese e luccico solo di notte, come tutto ciò che trova magia cadendo.
Con questi presupposti, ascoltare un orgasmo alle otto del mattino non può che essere un cattivo mistero buffo, una distanza che finisce in una fisarmonica difettosa, l'idea che le stelle peggiori sono quelle che presumono di poter tornare al cielo con disordinate prove di vita.


Luca De Pasquale, 19 agosto 2014

16/08/14

La scampagnata dei benestanti e dei benpensanti


Ieri sera festa di ferragosto in un appartamento vicino.
Auto parcheggiate ovunque, belle tenutine estive che mostravano il colore patatoso, la solita musica di merda. Revival disco maledetta, canzoncine italiane per cuori nel fruttosio, soul “arrenbì” per dare un po' di seduzione negra alla gestualità agostana, genitali deodorati, senso di vacanza, filamenti di niente più lunghi dei capelli delle donne.
Una di quelle serate in cui un intruso, un corpo estraneo, può solo cercare di infiltrarsi, portando la sua croce di peccati con un po' di miele sopra, più o meno come cospargersi l'uccello di nutella con un'amante stupida e prevedibile.
Una serata di benestanti. Di fottuti benestanti.
Io non sono mai stato benestante. Non so bene cosa si provi, ad essere benestante. Ad avere le spalle coperte. Non ho mai provato un senso di reale invidia, ma davvero non so cosa si prova e come si possa ragionare in quei panni.
Quel che so, con certezza, è che la maggior parte dei benestanti che ho conosciuto si prodigava nella disperata ricerca di una qualche bellezza da consolidare. C'era una gran voglia di viaggiare, di scoprire posti meravigliosi, di fare scampagnate agresti di bolsa purezza, c'era l'agitata volontà di fare quadrato tutti insieme per affrontare al meglio le insidie di quel pigro nichilismo dietro l'angolo.
E poi, che belli i concerti all'aperto, dicevano. Che belli gli ensemble di musica colta e i poeti avventizi della giustizia, che belle le associazioni civili, che bella la world music che riesce a conservare intatta quella fantastica meraviglia che chiamiamo banalmente “radici”.
Tra i benestanti, più che in ogni categoria socioeconomica, ho trovato tizi con la velleità di scrivere, esprimersi, brillare. Come se fosse comoda e naturale l'ambizione di sovrapporre alla fortuna il metodo di uscire dalla possibile noia. Tra i benestanti ho trovato le maggiori dosi di qualunquismo, di umanesimo con l'ano pulito, e il raggelante squallore del misticismo solidaristico da compendio a fascicoli.
Tra i benestanti ho trovato i maggiori avversatori di quella lucidità negativa che io invece reputo necessaria e salvifica. Tra i benestanti ho visto i maggiori spaventi nel chiamare le cose con il loro nome, come se ci si potesse sporcare ad ammettere le contraddizioni e le cadute di gusto, genetiche nell'essere umano.
Le feste dei benestanti sono tutte uguali. Fanno acqua da tutte le parti. Viene sempre voglia di scoparsi la padrona di casa, selvaggiamente e con un consenso impensabile. Viene anche la voglia di provare se non altro a confutare la loro convinzione di essere dei sinceri democratici. Tanti benestanti democratici e leftisti profumati erano in realtà i peggiori fascisti sulla scena. Snob, ortodossi, paradigmatici, chiusi come ostriche a visuali diverse e meno scontate, arroccati su posizioni possibiliste, polmonari, comprensive, lineari come strisce di cocaina in un bell'appartamento panoramico.
D'altra parte, tanti poveri ed indigenti fanno il gioco di questi stronzi senza nerbo, vivendo nell'utopia di un miglioramento impensabile e ammirando il capitano d'industria, l'imbonitore crocieristico divenuto imprenditore, quello che “è stato bravo a farsi i soldi”. Un atteggiamento di grande pochezza e di profondissima, imperdonabile, ignoranza: perché tutto ciò che è privazione e diseguaglianza dovrebbe spingere invece alla ribellione, alla lotta, all'ammutinamento sociale e comportamentale, se non altro alla quasi inattaccabilità intellettuale.
Ho conosciuto persone tenui come fette di melone rancido, che si lamentavano dei pochi soldi, dell'argent de poche, e poi ricevevano sussidi genitoriali, parentali, derrate amicali e tonnellate di raccomandazioni. E stavano già bene di loro.

Non mi piacciono le feste dei benestanti. Sono una degenerazione del tempo libero. Sono insalatine insipide: tutti attenti alle luminarie, alle candele alla citronella sui balconi, al vestito dell'ex troia mistica, alla rimpatriata goffa di camicie azzurre e mocassini spolverati, e meglio ancora se si parla con pacatezza, da sinceri democratici.
Ci sono andato, alle feste dei benestanti. Ho cercato di fare danni, ho cercato di sedurre, ho cercato di passare dal ruolo di strano oggetto misterioso a microscopica guest affabulatoria, ma non mi dava soddisfazione.
E comunque avevo quell'aura attorno, come negli spot sociali sull'Aids. Tutta quella democrazia da cassetto di scrivania professionale mi dava sui nervi. Tutto quell'amore indecente per la saga della propria famiglia, per il cammino fatto dalla dinastia, per la successione dello spolvero sociale, era materiale che mi mandava all'Inferno senza ritorno.
Alle feste, i benestanti mettono gli Chic e si prenotano per conoscere da fottere in un secondo momento; c'è quel senso di appartenenza molliccio ma coeso tipico delle orge sociali di comodo, e tutto ciò è profondamente disturbante.
Ai benestanti piacciono le scampagnate spirituali. I luoghi finto incontaminati, che si possono comunque raggiungere, e meglio ancora se puzzano di storia suggestiva e tradizione da fotografare. Ai benestanti piacciono le ribellioni altrui. Le cause altrui da fare proprie. Ai benestanti piace regalare vestiti usati ai poveri e nel frattempo ricevere cinquecento euro al mese dalla famiglia, per il fitto di quella terza casa. Ai benestanti piace tentare di leggere “Il Manifesto” sulla spiaggia, e magari postare la foto su facebook. Ai benestanti piace notare il nichilismo in ogni forma logica che cerchi di spezzare, di invadere, di mantenere un approccio eversivo alla vita e alle relazioni.
Alle feste dei benestanti benpensanti è opportuno andarci con un vibratore in tasca, una cravatta usata per asciugarsi l'uccello dopo una vecchia sveltina, e soprattutto tanta pazienza, che permetta di scambiare quattro parole senza vomitare o uccidere.

Luca De Pasquale, 16 agosto 2014

12/08/14

Uomini come pompini


Poco più di dieci anni fa uscì il mio primo libro. Quando appresi che avrei pubblicato, e non a pagamento, fui felice ma con moderazione, come al solito. Io sono bravissimo a guardare negli occhi le ombre senza distogliere lo sguardo, non è un pregio, è la mia essenza. Ombre.
Il libro non mi sembrava strepitoso, ma era simpatico. Almeno all'epoca. In buona sostanza, mi prendevo per il culo. E prendevo per il culo gli altri, con un certo spasso. Ma il tutto nasceva da una vena amara che è stata sempre socialmente contrastata, pena l'isolamento. Me ne fottevo di restare isolato: avrei potuto studiare musica ed altro senza molestie relazionali.
Mi fu facile tratteggiare disordinatamente i tratti delle persone che incontravo sul lavoro; si trattava di un contesto deforme, circense in senso deteriore, un melting pot di infamie, pettegolezzi, fotti-fotti senza spessore, si trattava di un negozio caotico che si dava arie di polo culturale, una cacata insopportabile.
Ero impopolare, incompreso. Incuriosivo, come sempre, ma si tenevano le distanze. Mi faceva piacere. Presi per i fondelli quell'ambiente finto familiare, pagai a caro prezzo. Qualcuno si offese, mi cambiarono di reparto. Si moraleggiava forte, in quel cesso di posto. Ma ci si comportava in modo opposto: ero additato come sconsiderato, provocatorio, folle, immorale, ma chi mi puntava il moncherino faceva molto peggio. Giocavo con il fuoco e mi scottavo. Nella mia vita ho rischiato sempre in prima persona. Sarò anche uno stronzo, ma è così.
Responsabili e dipendenti scopavano in tralice, c'erano le classiche leccate di culo, ognuno pencolava verso ciò che gli faceva più comodo, per poi ricusare alla svelta e scegliere nuove basi. Piccoli ducetti spelacchiati sceglievano i loro luogotenenti, caratterizzati da un febbrile servilismo. Mi sono visto passare avanti fior di decerebrati, ma era tutto previsto. Mi sono incarognito, per quel che potevo, cercando di rendere la cosa utile: ci ho scritto sopra, sbattendomene.
Finti amici, che dicevano di dolersi del mancato apprezzamento nei miei confronti da parte dei generali Sodomon, mi attaccavano senza scrupolo e decenza nelle stanzette polverose dei piani alti, o si attaccavano al gossip più sconcio e prevedibile, “ma tu lo sai che...”, ma anche un molto più vigliacco “Lui non è adatto, e che cazzo, ma che va cercando...”
Non ho mai realmente affrontato questa verminara; non mi piace, ancora adesso, chiarirmi con i vigliacchi, che si rimangiano tutto per paura di scontri.
Quando uscì il libro, in azienda si finse una parziale ammirazione, ma non poteva essere certamente così. Piccole invidie, peggiori di una candida da camping, spuntavano come folletti un po' ovunque. Dovevo fronteggiare il fastidio, l'ignorante supponenza dei facenti funzione, il fiero analfabetismo dei centurioni con la divisa macchiata.
Quelli che venivano definiti come “responsabili” erano i peggiori, con i loro piccoli e grotteschi uffici, dove dispensavano pillole indigeste di marketing buono nemmeno per condom all'essenza di mandorla; i loro soldati, veri e propri culi ambulanti con pomata laterale, annuivano e partecipavano al gioco facile del discredito, e non solo con me.
Dall'ambiente letterario, se così lo vogliamo definire, non ho racimolato molto di più. Lì l'arrivismo nauseante e l'egotismo mescolato alla smania di nuovi privilegi facevano ancora più danni. Ricordo chiaramente un paio di scrittorucoli che mi raccomandarono di preferire il saggismo musicale alla narrativa, era meglio avere un competitor in meno, anche se non interessato particolarmente alla visibilità.
Negli anni immediatamente successivi alla pubblicazione del mio Ressel, ho avuto modo di incontrare molti scrittori, la cui frequentazione è durata giusto il tempo della piccola condivisione di un'antologia o di una presentazione. Certo, non sarò stato troppo simpatico ed espansivo, ma in molti soggetti era ben visibile la natura sfuggente, arrivista, l'ego compulsivo e ipertrofico, la smodata ambizione per diversi e più succulenti palcoscenici. Non mi sono mai davvero sentito parte, anche piccola, di quel mondo.
Quando gli anni sono passati e ne ho incontrato qualcuno, mi è stato chiesto se avessi scelto la saggistica musicale o se mi fossi definitivamente ritirato dalla scena. Domande piuttosto retoriche, con un certo compiacimento di fondo. Nell'ambiente letterario ci si augura spesso la morte artistica e non solo degli altri. Tutto quel che leggete su social network, blog, giornali e quel che ascoltate alle presentazioni al giulebbe di qualche epocale romanzo, è quasi tutto falso. Ci si schifa che è una meraviglia. Gli altri scrittori sono simpatici solo se non pubblicano, se qualcosa gli va in culo, se finiscono in una microscopica casa editrice a scrivere, vedi il mio caso, di qualche oscuro bassista fretless.
Ma se sei competitivo sei un avversario, e devi schiattare; stessa logica, stesso metodo, assaggiati nel postribolo commerciale, la letteratura nobilita quanto il pompino di una vecchia puttana se l'uomo è marcio dentro.
Certi uomini sono come i pompini: occasionali. E veloci, tutto accade di nascosto e con la patta mezza aperta e mezza chiusa.
Di pompini bipedi ne ho conosciuti, ognuno con la sua caratteristica peculiare, il tratto distintivo elargito da madre natura, quella stronza.
Il collega che viene a mangiare con te e poi ti sputtana appena rientrati in azienda, lo scrittore che ti fa i complimenti per un articolo o per una collaborazione e poi va in giro a dire che non sei capace, il narratore nevrotico che scopre quanto non puoi essergli utile e smette di avere rapporti con te, il responsabile aziendale che finge di averti mostrato il suo foglio di valutazione perché si caca in mano che tu possa contestargli i voti. Ma c'è di peggio e non si smetterebbe più. Gente che per restare al suo posto ti schiaffa in faccia i suoi figli e il fatto che non ghai famiglia, piccolissimi sottoposti che vanno a piangere dal Supremo Cazzone per elemosinare un ruolo marginale ma attivo, ex privilegiati che vanno in giro a dire che tutto si sorreggeva nelle loro sapienti mani.

Non per nichilismo, non per la famosa sociopatia, non per pessimismo cosmico modernizzato, non salvo nessuno dal diluvio. Non ho costruito un'arca di Noè per poter dire a qualche reduce che almeno lui non c'entra. Il calderone è pieno zeppo di merda che schiuma e ribolle, e in quella merda ci sono pure io, che non sono un santo e quando voglio posso essere un grande stronzo vendicativo.
Non pontifico sulla natura degli esseri umani, non sarei il primo e cadrei in banalità intollerabili, ci tengo solo a dimostrarmi che sono ancora lucido e che so combattere. Guardando le ombre negli occhi.
L'era dell'indulgenza verbale e del “laissons tomber” è definitivamente sommersa dal diluvio: ognuno per la sua strada. Non ho voglia di essere simpatico, esigo solo rispetto, ovunque e da chiunque. Non ho inserito in questa breve analisi dell'inondazione la sfera affettiva, che pure meriterebbe un capitolo a parte. Posso solo dire di non provare nostalgie di sorta. Chi doveva restare è rimasto, con pieno merito. Ma per gli altri figuranti non c'è la bonomia di prassi, è solo polvere, lava spenta, lapilli che volevano essere ardenti e scenografici e invece si sono rivelati solo schizzi di una moca difettosa.
Io non sono il giusto. Non il virtuoso. Non l'onnisciente. Non il talentuoso. Non lo spiritualista tutto sensibilità. Sono mosso spesso da impulsi indegni, da un'atroce propensione alla guerra, da un rifiuto perpetuo di ogni regola e consiglio, così come posso amare posso rispedire tutto al mittente e farci il fiocco di diarrea.
I vigliacchi mi danno il voltastomaco. E i pettegoli, che stupidamente da ragazzo chiamavo “i cazzi piccoli”, quelli si autodistruggono da soli, incapaci di guardare la voragine di guano e detriti nel loro giardino familiare.

Non cerco appoggi. Non li ho mai cercati. Mi piace fare da solo. Mi piace essere stimato senza per questo dover affettarmi il culo. Il novanta per cento delle persone che vedo a postazioni di quasi comando mi appaiono per quello che sono, dei ridicoli vermi in cravatta. Non porto deferenza alle bisce, ai vermi, agli arrivisti che sparano cazzate sulla folla idiota.
Rispetto al sorriso ipocrita, ai conoscenti conigli, ai ricordi modificati, preferisco la guerra.
Non esistono seconde e terze possibilità. Ad un certo punto l'ufficio pazienza chiude si chiamano i corpi speciali per ripulire la scena. È quello che sto facendo.
L'isolamento fa paura solo ai blandi esecutori e agli uomini pompino, quelli che ti capita ti guardino in casa, e ti squadrino l'intimo per una strana coincidenza. Ma si sa, il risultato di un pompino sparisce sempre, o in un fazzolettino o in una bocca.
Non resta traccia. E Dio resta lontanissimo dalla scena.


Luca De Pasquale, 12 agosto 2014

09/08/14

Keine Lust


Tac tac tac.
Tacchi sul selciato surriscaldato. Vestito verde. Fidanzato ridicolo, basso e nervoso.
Fumo sul balcone. Quasi nudo. Imperativo: non essere rotto il cazzo. Assolutamente. Imperativo categorico.

Il fumo fa male.
Come sei bianco.
Sei bianchissimo.
Non ti senti bene, per caso?
Infilatevi una sedia a sdraio su per il culo e usate Bilboa.

I vecchi si preoccupano in modo eccessivo del problema della defecazione regolare. Diventano impossibili da frequentare.
E poi smettono di farsi docce. Tutto il mondo deve ruotare intorno alle loro difficili cacate.
Non ci voglio arrivare. Non voglio diventare vecchio. Voglio crepare in tempo, prima di essere un rottame. So che mi pentirò di quel che scrivo e penso.

L'orologio biologico maniacale di certe donne in declino è un vero incubo a cielo aperto. Desiderano continuare la specie. Continuarsi. Lo capisco. Ma si scivola nel ridicolo involontario. E un uomo non diventa nemmeno più solo cazzo, ma schifoso seme di passaggio, il mezzo sopportato per mettersi al passo con la decadenza.
Conosco donne che stanno con stronzi inutili solo per farsi fecondare, visto il ritardo. Per aggiustare il quadro a se stesse, ad amici e parenti, fingono di essere innamorate e partecipi.
La commedia deforme della continuazione a rischio.

Non sono credente.
Non per questo sono “sfortunato”.
Sfortunato perché non mi illudo? Perché non prego? Perché non voglio soffrire ed immolarmi per un Dio che ti chiede di degradarti per innalzarti in un secondo, imprecisato momento?
Troppi vecchi con le badanti. Troppe unioni di merda. Troppo dolore in giro. Bisogna reagire. Troppa competizione tra i perdenti. Troppa vergogna nei silenzi. Troppi tradimenti a causa dell'insofferenza.
E la parola amore come una micosi, come la clamidia, come il dolore sulla cappella dopo che hai scopato un peso leggero del disimpegno, troppa voglia di innamorarsi per non sentirsi degli stronzi.
Troppa suggestione rispetto ai morti. Troppa paura di sbagliare e di essere criticati. Troppo disprezzo per chi disprezza e lotta tra i rovi. Se non sei positivo sei pessimo. Vai dallo psicologo, vai dall'analista, rovista tra i traumi ancestrali e recupera tua madre, tuo padre, l'odore dei fiori e la tua fottuta vita precedente.
“Sei uno stronzo pezzo di merda, ti ho presentato la mia migliore amica e ho capito che volevi chiavartela”
Mai negare. Mai. Comportarsi al contrario.
“Sì, volevo chiavarla. Senti, hai da accendere?”

“Lo sai che Paco si è licenziato?”
“No”
“Sta depresso”
“Si fottesse”
“Ma ha fatto la tua stessa scelta...”
“Paco ed io non siamo mai stati amici. Ci ha avvicinati solo la stessa sorte possibile, il culo esposto al cazzo del padrone. Non eravamo amici. Ci criticavamo di nascosto. Ci attaccavamo come vedove clitoridee andate in pappa. Lui diceva che io ero stato sfortunato ad incontrare lui, lui così bravo e preparato, ed io ero d'accordo solo sul fatto che ero stato sfortunato ad incontrarlo.
Anche Aramis si è licenziato, anche Dildo e anche Ettore. Altri tre che non conosco, e dei quali ho dimenticato le fattezze.
Ero lì solo per mangiare. Per essere autonomo. Per non farmi rompere troppo il cazzo dalla vita. Di chi è stato nello stesso organigramma nel quale io vagavo in cerca di un lavandino o di una scrivania dove cacare, beh, non me ne sbatte niente.
Ognuno continui a pulirsi il culo a modo suo, e good luck.

Riverside. “Deprived”.
È quasi notte. Mi piacciono gli animali predatori. Mi eccita la loro corsa con la bava. Mi eccita il morso e la potenza. Mi piacciono i rapaci notturni e il loro silenzio di sorveglianza.
Se dispiegherò le ali e cercherò il grande volo della notte, mi spareranno.
Sono un numero. Come tutti. Un numero per giunta ribelle. Sparano subito, anche ai numeri ribelli ma tendenzialmente impotenti. Sparano in qualsiasi modo, perché oggi è ancora la diversità, di opinioni, di fede, di metodo, a generare l'odio tra gli uomini.
Un uomo disilluso, insofferente, deciso a calarsi nella sua notte privata, viene visto come potenzialmente pericoloso, scardinante, quando è esattamente il contrario. Lascia strada libera agli stronzi.
Non toccatemi la musica. Il vento della sera. La curiosità. I miei amori, dei quali nonostante la scrittura in prima persona si sa poco e niente, e sarà sempre così.
Per il resto, non rivendico, e non attacco per primo. Ma di fronte all'ingiustizia rinasce l'aquila, l'artiglio, il demone, il silenzio.
Tutto estremamente normale.

LdP, 9 agosto 2014