31/07/14

Sigarette di notte


Carlo si masturba sugli spezzoni dei film di Salieri che trova in rete. Gli bastano due dita. Ha il cazzo piccolo. Ci mette anche molto poco. Se ne viene, e gli sembra sempre di perdere i sensi, quando l'attrice ungherese si presta alla doppia penetrazione. Poi si pulisce il cazzo con la carta cucina e ricomincia a vivere. Carlo non fuma. È innamorato della sua ragazza storica che però ha sposato un altro.
Ora è legato a Fiorella, che è frigida e rompe continuamente il cazzo con roba umanitaria. Lui si è lasciato convincere.
Ogni tanto Carlo mi telefona per parlare di calcio e di rock tiepido, che a me naturalmente non interessa.
Mi domando perché Carlo non abbia mai pensato a farla finita. Del resto, non posso saperlo.

Parlo con un parente che non vedo da anni.
La virulenza della sua fede cattolica è molto imbarazzante per me, riempie tutto il telefono e anche i silenzi. Mi tratta sempre come una pecora smarrita. O meglio, la pecora nera. Ho superato i quaranta ma mi tratta come se fossi un adolescente indeciso e uso alle cattive compagnie. Poco ci manca che mi proponga di regalarmi diecimila lire come trent'anni fa.
Difficile che io possa andare al suo funerale, quando sarà. Non abbiamo mai avuto molto da dirci. Non è colpa di nessuno. Non ci siamo incontrati. Non ho mai pensato a questa persona quando sono stato in difficoltà, quando dovevo racimolare i soldi per pagarmi il bed&breakfast sgarrupato, quando ho interpretato il reietto in fuga. In quei giorni avrei tranquillamente ucciso un uomo, ma a lui proprio non ho mai pensato.

Solitudine batte compagnia tre a zero.
Soprattutto quando capisci che per instaurare un dialogo dovrai spiegare, introdurti, giustificarti, sorprendere, mostrare aperture inesistenti. Ho sempre saputo fare a meno degli altri. Ho sempre da fare.
Mi propongono una pizza, ma so che saprebbe di merda e me la ingozzerei, con tutte quelle chiacchiere e quei caratteri cristallizzati manco fosse uno scadente fumetto.
Tante persone del passato mi appaiono ridicole. Non posso farci niente. Ridicole e uguali a loro stesse, e hanno scelto partner-fotocopia che sono delle vere e proprie mortificazioni.
Hanno nostalgia della persona che hanno conosciuto, ma non ne hanno seguito evoluzioni ed involuzioni. Sono sfalsati rispetto al presente e impresentabili per il futuro. Almeno per il mio. Niente pizza, niente chiacchiere. Una vecchia ancora al porto mi parla di più e meglio.

Mentre Chiara e Stefano cambiano le lenzuola dopo aver scopato e raccontano agli amici di aver deciso di fare un figlio, io sono dietro un mazzo di fiori appassito a spiare una donna anziana inginocchiata sulla tomba del figlio, morto in un incidente stradale.
I miei fiori erano per mio padre. Ma mi si scioglieranno in mano, come un gelato di fiele, cono al veleno, phard di puttana.
Ogni giorno al confine con il buio. È una mia scelta. La vecchia donna piange. E anche io sono un gelato che si scioglierà, con tutto l'inchiostro che mi porto nel forno dello stomaco e dell'impazienza.
Devo smetterla di comprare questi fiori di merda. Chi non c'è non li vede. E poi appassiscono. E poi chiamano lacrime. E poi Dio non mi ha mai riconosciuto, e io lui.
Chiara e Stefano fanno l'amore pensando più al figlio che al piacere sessuale. Mia madre guarda le repliche di “Capri” su Rai Uno. La gente va in vacanza.
La notte mai.

L'una di notte.
Le gambe incrociate, sul balcone, sigaretta. Non ho sonno.
Oggi non mi sono mai guardato allo specchio. Vanitoso un cazzo. Ma non sono arruffato, anzi. Mi sento in ordine e più che presentabile. C'è l'odore della pioggia di ieri. C'è, latente, il senso della mia storia e del mio percorso. In direzione opposta al flusso che mi risultava evidente.
Ascolto “Magreb” dei Toundra. Un pezzo che per me significa ancora molto. Lo ascoltavo quando ero raso al suolo. Mi infondeva sicurezza e desiderio di lotta, di sopravvivenza.
Oggi vado in pace. Vado in pace ma non voglio sapere niente.
Proprio niente.

LdP, 31/7/2014

30/07/14

Damnatio memoriae


Da tanti anni non vedo più un calendario da tavolo come quelli che usava mio padre.
Mi piaceva quando potevo constatare che rimanevano pochi giorni alla fine dell'anno, che quasi tutti i fogli erano sul lato sinistra. Mi dava il senso dell'attesa.
Negli anni successivi, in qualsiasi casa io sia andato o stato, ho notato solo calendari di preti, supermercati, barberie, alberghi o attività commerciali non precisate. Non ho mai segnato una data di compleanno su un calendario. Mai. Sempre freghi e simboli, il più delle volte incomprensibili.
C'è un silenzio irreale in questi giorni. C'è una strana aria di assenza. I vicini sembrano mangiare con posate di plastica, neanche li sento più. Ogni tanto viene a piovere e quindi guardo l'orologio. Fuori c'è il caos. Fuori c'è anche il caso. Dentro di me c'è la legione straniera.

Delle vecchie parlano dei loro figli al supermercato. Non le guardo in faccia. Pago in silenzio. Non ho voglia di accennare un sorriso che sarebbe fasullo. Queste vecchie passano la vita a raccontare quello che pensano di aver capito sui figli. Ma è probabile che non abbiano capito nulla. Lo trovo penoso.
La giovane cassiera parla anche lei, dei soldi che sta risparmiando per sposarsi. Per sposare il suo leprotto idiota, che tra dieci anni si addormenterà con la bolla al naso durante una partita del Napoli. Quando sento queste cose, mi sento una specie di diavolo fuori servizio: sono un uomo dominato dalla lontananza e dalla non condivisione.
Chissà perché.
Forse non lo ricordo, ma è probabile che in passato, dopo aver fatto l'amore, io abbia poggiato la testa sulla pancia di una creatura a caso, e che io abbia in qualche modo sognato qualcosa che non intendevo affatto raggiungere.
Non c'è nulla di tragico in tutto ciò. Proprio nulla. E neanche di triste. Probabile che io abbia ingaggiato delle controfigure.
Me ne sono sempre accorto, quando sono stato usato per ingelosire qualcuno. L'amore era un'altra cosa. Ne ero consapevole. Ma del resto, preferivo quasi sempre restare solo, al riparo dalle sciocchezze, dagli entusiasmi, dalle feste, dalle commemorazioni maledette. Dalla retorica della possibile felicità e dall'enfasi di prassi.
Ci si ritrova a quarant'anni, con atteggiamenti idioti; come fingere che tutto ciò che ha preceduto la pace siano stati errori, errori inconsapevoli, errori di ingenuità.
Abbiamo ballato drogati, abbiamo scopato nei cessi dei locali, ci siamo ubriacati senza sapere perché, abbiamo mancato di rispetto ai padri e alle madri, abbiamo pregato per contentare qualcuno e pulirci il culo dell'anima, abbiamo finto che ci dispiacesse aver lasciato qualcuno che ci amava. Siamo andati a troie e lo abbiamo rimosso. Andavamo a troie con l'innocenza degli angeli imbecilli.
Ci sentiamo al telefono per raccontarci che ci siamo innamorati, che facciamo brutti sogni, che abbiamo le emorroidi, che abbiamo problemi di tasse, che siamo rimasti con il culo in acqua e pochissime certezze. Le poche amicizie rimaste si basano su un calcolo ipocrita di somiglianze magari scadute.
Quando mi dicono che mi trovano cambiato, sorrido dentro e mi dico che non hanno capito niente. Sono peggiorato. Lo dico con sincerità. Sono peggiorato. Quella che sembra calma è il silenzio professionale del mercenario. Non si sogna facilmente nelle camere degli ex bambini. I muri sono stretti e troppo puliti per sognare davvero.

Mi dicono che devo credere nella raccolta differenziata.
Che è una cosa molto civile. Non ho mai grandi entusiasmi per le cose molto civili, ma sono diligente e divido tutto, spesso smadonnando.
Butto il sacco dell'umido con la sigaretta in bocca. Piove. Da lontano arriva la musica di un locale. Immagino facilmente le cosce abbronzate delle donne e le improbabili camicie degli uomini. Dovrei farmi di crack per partecipare a serate simili.
Un vecchio mi guarda da una finestra, dietro una tenda. Mi spia. Un tempo gli avrei alzato il medio. Mi accorgo sempre quando mi guardano. Non ricambio mai lo sguardo. È come se guardassero un insetto che sta cercando di sopravvivere ad una spruzzata di DDT scaduto.
Se ora salissi a casa a scrivere un bel racconto sull'amore tra due persone, cambierebbe qualcosa? Forse mi leggerebbe qualcun altro, forse potrei aiutare qualcuno a sognare un po'. Ma non scriverò mai del grande amore tra due persone, perché è noioso, e perché se accade è privato.
La gente non fa altro che parlare d'amore, anche tra le righe, è così stressante. Amore coniugale, materno, filiale, spirituale, familiare, amicale, umanitario, la gente parla troppo dei propri amori ed è invece omertosa sulle sconfitte e sulle disillusioni. Non ci sto. Hanno tutti paura di essere ridicoli e di non essere capiti, compresi. Per me vale il contrario. Le sconfitte mi finiscono nel corpo, si vedono. Le vittorie saranno pure cazzi miei.

Sai, ho pensato di telefonarti, ma dopo aver letto una tua nota mi sono un po' scoraggiato”.
Hai ragione. Scusa. Ciao. Ma è vero.

Cerco di vedere quanti più film possibili con James Remar. Mi piace molto la faccia di James Remar. Gli hanno dato sempre ruoli di villano e di filibustiere. Di crudele sociopatico e di violento. Ma aveva una sua bellezza. Io l'ho sempre considerata una bellezza particolare. E poi quel ruolo di Ajax ne “I guerrieri della notte” ha influenzato buona parte dei miei comportamenti almeno per una decade.

Tutto il mio caffè con Narita si regge sulla falsità.
Prima immensa falsità: fingere di non ricordarci che un tempo stava succedendo qualcosa.
Seconda immensa falsità: lei non è felice e quindi quel pensiero è probabile che le sia tornato.
Terza immensa falsità: non è vero che mi augura ogni felicità, non è vero che vorrebbe conoscere la mia donna. Non è vero. Le facevo più comodo se continuavo a fare lo stronzo da solo, in modo da poter irradiare il suo fascino da medusa da profumeria.
Quarta immensa falsità: dice di amare il suo uomo. Ma non è vero. Semplice. Ama quello che fanno, non lui. Semplice. Come molte donne anche intelligenti, ama quello che le accade, in prima persona o attorno, e non riesce ad affrontare quel che sente davvero realmente. Io lo so che per cinque minuti della sua vita ha pensato che io fossi quello giusto. Ma così non era. E io non sono l'uomo giusto in genere. Ma questo è un altro tipo di discorso.
Mi chiede se sono felice. Indaga. Non scoprirà nulla. E poi non capisce le grandi sfumature, le grandi creste delle onde. La mia soddisfazione relazionale ed affettiva non è da correlare allo spirito personale di fondo, che è quello di un mercenario alle prese con una missione a perdere. Le due cose possono tranquillamente coesistere, senza essere correlate. Ma per lei questo è inaccettabile.
E dunque ha spesso dedotto che ero infelice anche con qualcuno al fianco: errore, ma che importa. È più romantico pensare che io sia uno scorticato vivo perenne. Le piace pensarlo, le risparmia di leggere un pessimo romanzo maudit.
Tutto in lei sembra spingere verso un sesso improvviso con pentimento annesso. È una di quelle donne pericolose e ormai comuni che intessono involontarie strategie di seduzione sensuale e poi te la fanno pagare, tra mille lacrime, sensi di colpa ed indecisioni. Ho già dato con creature del genere.
Sono stato usato e ho usato. Poi il circo ha chiuso per mancanza di fondi e di sponsor, nonché di benefattori e mecenati.
Narita quest'estate andrà in barca. Giro di Malta. Fa l'amore con il suo uomo due volte la settimana. Per godere, mentre lui spinge deve quasi masturbarsi di nascosto con la mano libera. Ha una minima fede in un Dio sfocato, ma non è osservante, perché lei osserva pochissimo in genere. Ogni tanto mette qualche canzone di merda su facebook quando si incapriccia di qualcuno e le piacerebbe sognare come quando era ragazzina.
Non condivide assolutamente il mio pensiero negativo ma la attraggo sessualmente, e per questo mi detesta. La mia fedeltà, il mio essere stranamente devoto nonostante le mie idee decadenti circa l'umanità, sono elementi che la irritano non poco.
Il mio caffè con Narita è solo un paradigma di qualcosa che non serve. Non serve più a niente. Le suggestioni non valgono più come sogni e nemmeno come tradimenti. Lei farà il giro di Malta in barca con il suo trinariciuto pensatore. La cosa non mi tange. Noli me tangere.
Mi piacerebbe conoscere la tua compagna, davvero”
Sicuro. E il mio cantante preferito è Max Pezzali. Ci crederesti? No, vero? E allora fine degli scherzi, signora mia.

Non c'è nulla di più grottesco degli stereotipi.
Se ti immaginano solo, sembri profondo e dolente, serioso e minato. E magari sei solo uno stronzo superficiale e apatico.
Poi magari deludi, e quante volte è successo, perché invece hai una vita normale, una donna, qualche amico, dei passatempi e soprattutto delle passioni. Non bevi e non ti fai succhiare l'uccello da una sconosciuta ad una festa, eppure scrivi tante cose particolari. Che delusione. Allora sei falso, sei bugiardo, Luca, tu sei tutto costruito. Vergognati. Eccedi apposta. Provochi per farti notare. Vergogna. Cribbio.
Ma io gioco a carte scoperte. Con metà faccia della luna nell'acido muriatico. Non sono impegnato nel sociale. Non sarà mai così. Non sono scrupoloso e civico, solo ben educato. Non credo nel valore della famiglia. Te l'ho detto, l'Italia non è un paese di sinistra, essere di sinistra (vera) in Italia oggi è come scoparsi una fetta di carne. Non godrai mai. Mai.
Ma non voterò mai a destra o per Grillo. Mai. Jamais.
Considero criminali i programmi di approfondimento su omicidi e sparizioni, li trovo morbosi e profondamente ignoranti, moralmente insignificanti.
I grandi capitani d'industria, i capitalisti, i mangiasoldi, i movimentatori di grandi capitali, mai stimerò degli uomini per questi motivi. Sono cose che riguardano solo loro e le loro fottute abitudini. Non credo nei monarchi illuminati. Non credo nel cibo alternativo e nell'omeopatia. Non diventerò mai buddista. Non affiderò mai le mie volontà ad un prete. Non mi pentirò pubblicamente di non portare l'automobile.
Credo che molte persone parlino di fedeltà con la stessa disinvoltura con la quale si sciacquano la vagina o il pistolino rattrappito. Molte persone sono bidet ambulanti. Sempre con la salvietta salvifica in borsa. Molti uomini sono solo dei traballanti tamponi vaginali. Molti scrittori italiani sono solo dei conglomerati ingestibili di merda ed ego ipertrofico. Non acquisterò mai il romanzo di un pezzo di merda del genere “io scrivo e voi, voi chi siete? Ma grazie di esistere, bocchinari”
Non si scopa per il chiodo scaccia chiodo.
Non si parla con la vocina scema a bambini, cani e gatti.
Non si coltiva l'idea di un uomo ideale lontano e poi si asciuga il cazzo del povero cristo ad interim.
Un uomo non è la sua carriera, i suoi soldi.
Un uomo non è quello che si può permettere.
E un uomo non è mai quello che avrebbe potuto essere, le sue potenzialità come casacche di lavoro da sfoggiare davanti ad estranei e coglioni.
A volte ad un uomo non resta che farsi scacciare da un finto paradiso, mettere le ali nere conservate per carnevale e cercare di non cambiare troppe volte il sapore della saliva.
E lottare. Lottare, come un fantastico imbecille.


Luca De Pasquale, 30 luglio 2014

28/07/14

Morte di un bassista non commerciale - omaggio a Randy Coven


Il 20 maggio è morto Randy Coven.
È stato uno dei bassisti che ho amato di più, soprattutto perché ho avuto modo di conoscere la sua musica proprio nel periodo in cui ero in piena scoperta del basso elettrico e dei suoi interpreti.
Il suo primo album solista, “Funk me tender”, uscì nel 1989, ma io scoprii Randy a casa di un amico chitarrista, due anni dopo. Mi incuriosii la strana copertina gialla, che raffigurava un capellone con il basso a tracolla. Si trattava di “Sammy says ouch!”, il secondo full-length di Randy, datato 1990. Riccardo ed io lo ascoltammo insieme, lui aveva il cd per via delle collaborazioni del bassista con Steve Vai, uno dei guitar heroes che amava di più. Durante l’ascolto rimasi impressionato. Si trattava di un bassista speciale, che univa una tecnica notevolissima, perfettamente bilanciata tra rock e fusion, ad un approccio parecchio metal, cosa questa che lo spinse negli anni successivi ad incidere con gli Ark, gli Holy Mother ed Alex Masi, tra gli altri.
Gli assolo brucianti, misto di svisate slap funky e più tradizionali prove di velocità, mi convinsero a trattare con Riccardo la vendita del cd. All’epoca non era tanto semplice ordinare un disco, non si acquistava on line e anche i negozi faticavano a procurare roba d’importazione o troppo settaria (è ancora così, vanno in panico quando non conoscono). Non ricordo cosa gli offrii, probabile un tre contro uno, ma volevo quel disco. E riuscii ad accaparrarmelo. Mi piacevano i bassisti metal che riuscivano ad emergere, in quegli anni il death metal tecnico e molto bassistico che si sarebbe sviluppato poi era solo un’utopia inimmaginabile.
I dischi di Randy Coven, come da prassi, vennero bollati dai puristi e dai jazzofili ortodossi come “dimostrativi” e “cafoni”, considerato l’alto numero di showdown bassistici presenti. Non diedi ascolto ai Soloni del caso e tirai avanti dritto per la mia strada, che fu costellata da altri super-bassisti dal gusto non sempre raffinatissimo, ma di una potenza incontestabile, baciati da una tecnica ai limiti dell’incredibile.
Del resto, era il periodo del boom di Billy Sheehan e di Stu Hamm. Randy Coven entrò di prepotenza ad affiancarsi a questi due mostri.

Randy, almeno dal punto di vista della carriera solista, non ha probabilmente mantenuto tutte le promesse. I primi due dischi bomba non sono stati seguiti da altri episodi così felici, almeno sotto il piano commerciale; un disco a nome CPR con Al Pitrelli e John O. Reilly, il sottovalutato “Witch Way”, un discreto numero di collaborazioni. Se si pensa a quanti dischi di basso smooth jazz e fusion scolorita ancora escono oggi, fa rabbia.
Randy Coven, morte di un musicista non commerciale. Questo spiega tutto. La notizia è passata praticamente inosservata. Si è dato uno spazio osceno alle escandescenze di Grignani e alla nuova villa di Sting, la morte di un bassista rock che non ha elementi per commuovere i finti sensibili non funziona e dunque zut, niente.
Del resto, ricordo che persino la scomparsa di Mick Karn, lo straordinario bassista dei Japan, fu liquidata con quattro righe di circostanza; e si trattava di un musicista che aveva praticamente reinventato l’inserimento del basso fretless nel pop, nel rock ambient sintetico e in altri contesti eterogenei.
Mi piace ricordare Randy Coven come uno di quelli che negli anni novanta ha nobilitato il basso elettrico nell’hard rock e nel metal strumentale, reagendo alla stucchevole dittatura dei chitarristi; lui, insieme ai già citati Billy Sheehan e Stu Hamm, e con T. M. Stevens, Tony Franklin, Juan Alderete, Chuck Wright, ha spianato la strada.
Ha lasciato un’eredità ben raccolta nelle mani di bassisti favolosi come Steve DiGiorgio, Barry Sparks, Bryan Beller, Barend Courbois, Mick Cervino, Evan Brewer, Joe Lester, Dan Briggs, Dominic "Forest" Lapointe, Patrice Guers, Mike Lepond, Rob van der Loo, Jeroen Paul Thesseling, Troy Tipton, Jason Netherton e tantissimi altri. Rispetto dunque per un musicista solo apparentemente di seconda fascia; non si trattava certo di un comprimario, ma ha avuto il buon senso di non intasare il mercato di dischi inutili, all’insegna di un virtuosismo sterile, brutto vizio di tanti chitarristi metal e bassisti fusion.
I primi due dischi solisti sono pietre miliari del genere, che occorrerebbe riscoprire con uno spirito curioso e con l’ammirazione che si deve a chi è stato tra i primi a lanciare il sasso nello stagno.

Anni fa scrissi una breve mail a Randy, sono solito contattare i musicisti che stimo. Mi rispose con due righe gentili e un po’ imbarazzate, non è stato uno di quelli con i quali ho legato fino a corrispondere attivamente, ma è rimasto sempre uno dei Re, per me.
Questo mio piccolo omaggio non ripara certo all’indifferenza diffusa del giornalismo musicale, che soprattutto qui in Italia paga dazio ad uno snobismo stratificato e anche sprezzante, che rifiuta sistematicamente tutto quello che puzza di non straordinaria creatività. Oggi, più di sempre, una sgraziata cantastorie americana senza denti davanti, che ossessiona con nenie depressive e non sa nemmeno suonare la chitarra acustica, fa molta più notizia della morte di Randy Coven a soli 54 anni. Siamo arrivati al paradosso che è più probabile una nota agiografica e revisionista su qualche pop star con parrucchino che un’onesta retrospettiva su un magnifico strumentista.
Ma, del resto, per molti il metal resta un genere adolescenziale, tutto sommato trascurabile, troppo spesso uguale a se stesso, e ancor di più il basso metal è uno sconosciuto, alla faccia di Steve Harris e compagnia. Per ancora troppe persone il metal è teschi, sventramenti in copertina, crocifissi rovesciati, capelli sudati che roteano, cretini che si spingono ai concerti fino a stramazzare. Ho sempre detto che il metal non è questo. Può capitare, anche, che io ascolti un disco dei Cannibal Corpse o dei Xerath senza muovere un solo muscolo, alla mia postazione di scrittura. Se mi tiro tutto un disco dei Coroner o dei Celtic Frost, è chiaro che non mi conviene sbattermi come un adolescente ma cercare di capire cosa stanno facendo.
A questo proposito, mi ha colpito molto negativamente, su un noto magazine musicale italiano, la spocchia del recensore di non so quale disco, che si vantava per l'occasione di non conoscere una sola nota degli AC/DC. Non mi sembra certo un motivo di vanto. Negli anni ottanta c'erano i paninari che infestavano la scena, oggi le cose non vanno meglio, se certi plastificati teosofi con la fissa del "diverso difficile" e dell'alternativo ancora si sollazzano a sparare giudizi dal basso della loro ignoranza arrogante.

Io sono fiero di essere cresciuto con i bassisti metal e hard rock, che hanno imparato molto bene ad essere riconoscibili nel fragore e nel caos del movimento e ad incidere in modo decisivo sull’evoluzione del genere, che sia brutal, tech death, trash, extreme fusion, shred e altre definizioni sfuggenti come anguille.
Oggi, forse più di ieri, è un’emozione straniante e particolare ritrovarsi un assolo di basso a metà o in coda ad un brano hard rock, riconoscere un arpeggio inatteso in una pausa non prevista, ma anche rendersi conto che senza l’immenso edificio del basso elettrico tutto il contesto aggressivo e incedente del metallo non avrebbe ragione di esistere.
Pensiamo a che miracolo sia, oggi, poter contare su realtà come Abnormal Thought Patterns, Intronaut, The Faceless e su che evoluzione sia stata incocciare in Pavor, i Borknagar con Tiwaz, gli Obscura con Jeroen Paul Thesseling e Linus Klausenitzer, i Death (e i Sadus) con Steve DiGiorgio, eccetera. Il basso metal esiste e pulsa, checché se ne dica in giro.
Cuore di bassista, testa di bassista, anima a quattro corde, rendo omaggio al fratello Randy Coven, rispetto e pace per te, e spero maggiore intelligenza e sensibilità per chi crede di intendersi di musica.

Luca De Pasquale, 28 luglio 2014

RANDY COVEN DISCOGRAFIA CONSIGLIATA:

SOLO ALBUMS:
Funk Me Tender (1989)
Sammy Says Ouch! (1990)
Coven/Pitrelli/O’Reilly – CPR
Witch Way
The Best Of Randy Coven

COLLABORAZIONI:
Vitalij Kuprij – Revenge
Ark – Burn The Sun
Holy Mother – Toxic Rain
Jack Starr – A Minor Disturbance
Orpheus - Orpheus II (incisioni pre "Funk me tender")
Blues Saraceno - Never Look Back
Leslie West - Dodgin' The Dirt
MCM - Ritual Factory (con Alex Masi e John Macaluso)
Steve Vai - Flexable Leftovers







27/07/14

Lava che non si porta dietro per ricordo


Alle feste mi perdo. Mi perdo sempre. O meglio, mi ritrovo.
Sembro timidissimo. Me ne sto principalmente per fatti miei. Fumo. Osservo. Osservo moltissimo. Scartavetro. Scompongo. Fondo la carne che si muove nel posacenere immaginario. Riesco a dare più importanza al cielo che ci sovrasta che alle parole. Alle feste, senza mai essere veramente sfigato e seppellito, mi ricordo chiaramente che sono fottuto. È quasi una sensazione piacevole. Poi dipende da quanto dura. Poi dipende dalla consistenza del trenino durante il revival del dj di turno. Poi dipende da quanto gli uomini si arrapano per culi, cosce, scollature e bocche scolpite e da come si muovono le donne.
Alle feste non mangio. Non per partito preso. Non mi piace spiluzzicare e mangiare disordinatamente. Non bevo mai alle feste. Mai. Se devo bere, se devo proprio farlo, se ne parla a casa di notte. Così non posso fare danni. Se bevo sono pericoloso: principalmente per me stesso. Viene fuori qualcosa che non trattengo e non gestisco. Viene fuori la bestia contraddittoria, il marinaio monco e gaudente, il buffone da ultimo desiderio, l’atavico pezzo di merda che vive in funzione di vendette e terreni da espropriare.
Alle feste finisce che mi siedo in disparte, se mi notano o meno non me ne sfrocca un’acca, sono come uno squalo con le gambe accavallate e un braccialetto colorato che ne indica la sostanziale e fasulla innocuità. Alle feste mi ricordo che le notti che contano hanno sempre qualcosa di disperato, di definitivo, di letale e di pregiudicante. Alle feste mi ricordo di essere nato, e di aver percorso molto più della metà della strada. Un secolo fa andavo a feste ed incontri per avere delle avventure galanti, che di galante non avevano nemmeno la rubinetteria del bidet. Si finiva che le anime si pisciavano addosso in piena notte, pioggia dorata in bocca e paroline fottute, sempre le stesse, “sento che mi piaci”.
“Non so che succederà”. E intanto ci si pisciava addosso come cagne deformate, nei quadretti di famiglia e sui letti dove ci si montava come mobili Ikea, non sapendo da dove cominciare.
Lecco prima io o prima tu? Ti devo far venire, stronza, altrimenti non ha senso. Io? Io non voglio venire, e poi non sei stronza. Lo stronzo sono io, io che alle feste mi dispero, mi maledico, non mi accontento, e quei trenini credo proprio che finiscano nel culo del cartonato di Dio che molte persone si portano dietro.
Io che professione svolgo? Oh, Gesù Cristo. Oddio. Oh.
Mi fotto. Ecco la professione. No che non mi hai visto in giro. No, non ho comprato la cravatta griffata. La mia anima porta la cravatta, una cravatta-tumore, un’escrescenza che può essere gioia, euforia, innovazione e poi deserto, disillusione, sesso mercenario e carta igienica.
Alle feste ricordo chi sono: un figlio di qualcosa, di qualcuno, un figlio del destino, un mozzo mal pagato, la caricatura di un gigolo con le mutande di Mazinga, una testa di cazzo che si esprime solo attraverso la scrittura e l’addio.
Mi sono sempre chiesto se durante i trenini qualcuno è costretto a sentirsi dietro il cazzo di qualcun altro; sempre meglio che sentire dietro l’orecchio il suggeritore della fine.
L’euforia altrui non mi infastidisce mai sul serio. Avrei seri problemi se così fosse. Io osservo. Però il trenino con Brigitte Bardot non lo faccio, non voglio sentire il cazzo di qualcuno o far sentire il mio. E non parlo per parlare. Resto in silenzio. Infilo le mani in tasca, gioco con l’accendino, forse con le chiavi, mi dimentico pure di portare l’uccello a sinistra. No, non ero io a Piazza del Massacro Enotrio, non ero io in via Alessandro Volta, non ero io al Sodomia Poker Club, non ero io che ti chiamai quella volta perché volevo scoparmi forte e senza preservativo quella tua amica.
Alle feste sembro calmo. Implico una buona educazione basica. La mia presenza è discrezione, io sono coriandoli, io sono lava che non si porta mai dietro per ricordo, io tra una manciata di anni non esisterò più e questa nota, come tutto ciò che ho scritto e amato, sarà nella migliore delle ipotesi la lounge affettiva di mio figlio e la nostalgia della mia compagna. Mi sembra già tanto.


LdP, 27 luglio 2014

24/07/14

Pesce fresco, vino bianco, canottiera e illusioni


"The world needs bad men. We keep the other bad men from the door."
Rust Cohle – True Detective

Il temporale ha lasciato polvere e detriti sul balcone.
Spazzo e guardo il cielo sereno. Il cielo sereno non mi piace. Quella fissità, quell'aria ferma, quel ritardo del destino, non mi sento a mio agio.
Discorsi affannosi, senza centro, senza applicabilità, inseguono le mie orecchie. Ma se posso essere bonario con il mio interlocutore, non lo sarò con le sue parole. Mi limito a considerarle olio insapore, che non mi porterà da nessuna parte e nemmeno mi farà friggere per qualche ardore di passaggio.
Secondo molti, il tempo rimedia. Rende giustizia. Dipana, smussa, allontana il male. Sappiamo che non è vero. Sappiamo che serve a inventare carburante per un serbatoio giocattolo. Ci diciamo queste cose per simulare di esserci presi per mano, per inscenare una protezione.
Il mio amico tornerà a casa dalla moglie e le butterà addosso tutta la sua pigrizia, tutto ciò che ha già raggiunto e deve essere mantenuto. Ceneranno, guarderanno la televisione, parleranno poco. Andranno a letto dopo aver controllato di aver chiuso il gas e dato le mandate alla porta.
Niente amanti, è troppo presto. Niente menzogne, troppa fatica. Si sono accettati. Si sono dati degli elementi da condividere e seguono il percorso. Come animali orbi, con lo stomaco che conserva ogni cosa per l'inverno.
“Bella vista che c'è da qui...”, mi dice.
Devi vedere che vista ho da dentro. Alberghi, cimiteri, autostrade, porti, aeroporti, fuochi di puttane, tutto come giardini pensili. Il cielo di notte, dal mio dentro, è Dio accecato, è un'orbita lunare di pipistrelli e vento. Non piacerebbe a te come non piace e non è piaciuto ad altri. Ma quando guardo il cielo di notte mi sento un uomo libero.

È entrato un uccello in casa, stamane. Dicono che porti male. Del resto, avevo sognato un uccello che mi rosicchiava la faccia qualche notte fa. La mia gatta l'ha inseguito, soffiando, con gli artigli sguainati, solo la settimana scorsa aveva fatto scempio di una lucertola e di un altro uccello. Amo la mia gatta quando somiglia ad una tigre, quando punta, quando vuole la preda senza sapere cosa farsene. Sento che ci somigliamo su questo punto. Ed entrambi non tolleriamo intrusioni, attacchiamo forse prima di capire cosa si voglia da noi.

L'estate riduce le pagine da quattro ad una. Quasi sempre. L'estate mette la sordina alla costruzione di uno stato d'animo qualsiasi. Riduce la portata dello sguardo, rende gli occhi meri testimoni e non inventori percettivi. Il mio amico ha barba rasa di fresco, una t-shirt anonima, un cuore regolare, che benedice le istruzioni ricevute e non si ribella. Potrei invidiarlo. Potrei aspirare al suo ordine. Potrei vedere nei suoi comportamenti una sorta di consapevolezza, ma non riesco ad impedirmi di provare distanza.

Al mio amico piace il sesso al telefono. Il sesso su skype. I filmati free in cui degli spogliarellisti si fanno praticare alticce fellatio da mezze stronze andate in pappa che fanno addii al nubilato e compleanni priapei. Gli piacciono anche filmati di sesso al lavoro, di servizietti di ringraziamento praticati da autostoppiste e adora l'abbigliamento da cheerleader o da collegiale. Si spegne i bollori con veloci masturbazioni e poi regala alla moglie sveltine mascherate da dolce devozione fisica. Si comporta da piccolo dispenser di seme e doveri coniugali. E poi tiene separate le cose, lui ci riesce. Nella vita quotidiana è dolce ai limiti dello zucchero, si mostra disponibile, fattivo, organizzato, legge stupidi romanzi su druidi e folletti, colleziona cd di bassisti elettrici, probabilmente per imitarmi e superarmi, senza capire un cazzo. È ossessionato dalla competizione, ma anche se ha un'auto potente e cento volte più mezzi di me, per qualche arcano motivo mi teme e cerca di minimizzare ogni mio successo e fase positiva.
Probabilmente, se fossimo più giovani, mi chiederebbe di prendere un metro e di misurarci i cazzi. O di calcolare chi schizza più lontano. Ma io non faccio gare in genere e men che meno con chi schizza un misto di acqua e limone e finta santità.
Con quelle sue magliettine pulite, non avrà mai fatto sesso una donna come se fosse l'ultima azione della sua vita. E dunque non ha capito un cazzo della vita, riassumendo.
Poi mi parla degli assoli slap di Marcus Miller, e ci tiene a precisare che ha ultimato la collezione solista di Marcus. Spera che io mi scappelli, che io mi congratuli, che io roda. Finire la collezione di Marcus Miller prima di me per lui è come cercare di misurare gli uccelli e avere qualche chance di non restarci troppo male. Non pensa nemmeno che io la collezione di Marcus Miller non l'ho mai terminata, perché a differenza sua non mi sono fossilizzato, con tutto il rispetto per Marcus. 
Non so bene cosa tema questo Pisolo. Non posso creargli e portargli alcun nocumento pratico, né posso disturbarlo eticamente, visto che non abbraccio alcuna etica o principio. Non mi vieto cibi, comportamenti, rovine, contraddizioni, chiusure veementi, non mi risparmio il peggio, niente che possa toccarlo, tutta roba che sconto rigorosamente da solo.
Quando in passato mi ha presentato le sue amiche, non mi sono piaciute. Ora forse si è rasserenato, non mi vede come un predatore, come un pazzo compulsivo, eppure c'è qualcosa che lo turba e dunque ricorre, tra le altre cose, alla discografia di Marcus Miller.

La coppia che abita più in là si fa una gran mangiata di pesce, bevono molto vino, si baciano con la lingua sul balcone e dicono molte stronzate, troppe. Questa storia del vino e del cibo afrodisiaco deve finire una volta per tutte. Mai mi è piaciuto fare lingua in bocca con gente brilla, non trovo erotico perdere i freni inibitori a comando, e il troppo cibo mi si mette sullo stomaco e azzera la libido. E detesto quelle risatine del cazzo che sembrano dover obbligatoriamente precedere il coito. Non sopporto i pizzicotti scherzosi, le battute su “ora vedi cosa ti combino”, le penose allusioni ad una perizia pregressa circa posture di penetrazione e attitudini orali, e non certo per moralismo. Quando impari il gioco della molle complicità sessuale da villaggio vacanze, ti è più facile distinguere l'immondizia ludica dalla vera emozione. Tante persone scopano credendo di essere peccaminose e piccanti, ma sono solo dei buchi esaltati in cerca di travasi di qualche tipo, e il tutto viene frequentemente aggravato da quella debordante tentazione spirituale di dargli un senso compiuto.
I tradimenti non sono destino. Le sveltine non sono savoir vivre e attitudine lupesca, sono sveltine. I pompini sono pompini e non preghiere. Siamo abbastanza macilenti e sciocchi da desiderare persone che sono al fianco di altri, ma è un ridicolo desiderio di mettere alla prova gli standard, sono tentazioni plastificate, a tavolino.
La coppia continua a slinguazzare en plein air, lei continua a ridere, lui dice vaccate ignobili e gioca a fare il Big Jim con un'erezione; inoltre lui indossa una stretta canottiera bianca che -ne sono certo- lo inorgoglirà molto.
La loro complicità, il loro sogno, è frazionata da umori genitali e dalla stoffa della roba che indossano, credono che Dio sia con loro, credono che il normale corso della vita applauda le loro gesta carnali, io li vedo solo come bersagli di bolo e noia.
Irrecuperabile. Aveva ragione la mia maestra, in primina, che diceva a mia madre di tenermi a freno, che tendevo ad andarmene solo per cazzi miei.
La coppia chiude la finestra, entrano dentro dopo un french kiss buono nemmeno per “Un posto al sole”, con i loro aliti di pesce e vino bianco un po' frizzante, ci daranno dentro con modalità palestrorse, anamorfiche, uno sbiadito identikit della passione vista nei film, e dopo tante coccoline con le vocine trasfigurate. Evviva. Che splendore.
Non provo indignazione. Ci mancherebbe. Indignazioni e anatemi vanno lasciate agli impotenti e ai ferventi falliti religiosi, a me è solo un lieve senso di nausea e disincanto. Niente che possa propormi ai miei occhi come una costola di Sartre o come un intellettuale del disarmo. Ma cortesemente.
Dove cazzo sono le stelle? Questa è la domanda. Dove cazzo sono le stelle?
Dove cazzo è la paura? Quella paura che ti rende coraggio?
E dove cazzo nuota Dio? Non in prediche da beghine, non in ammonimenti, non nella farsa della comunione spirituale programmata, non certo in quella mestissima caterva di errori seriali che spacciamo come “esperienze di crescita”.
Le stelle dovrebbero essere come tatuaggi, ricordi di un mare che non ci ha mai bagnato e forse non ci risparmierà. E invece stiamo qui a sbrodolare per i “passi avanti”, soprattutto se riconoscibili dal pubblico.

All'alba, domani, rigorosamente i Landberk.
A contatto con le paure più ancestrali, con le proprie maledette ferite, con le piaghe da raziocinio, con gli orridi della memoria, con i guerrieri monchi della buona volontà. E, come tutte le candele, non resterà altro che implorare il vento di decidere per noi.

LdP, 24/7/14

22/07/14

La scopata a salve


Il proprietario di alcuni appartamenti del circondario gira tutte le mattine per il quartiere senza nulla da fare. Nulla di apparentemente imprescindibile. Vive di rendita e di rendite. Ha una decina di cani e delle pessime camicie a quadroni da emigrante. Con tutta probabilità non scopa da decenni. Ha l'aria di uno poco interessato al sesso, è una gamma di emozioni che lo riguarda poco.
Con tutti i soldi che ha, potrebbe fare cose interessanti. Io avrei fondato un'etichetta discografica o una casa editrice per voci fuori dal coro. Un'etichetta discografica specializzata in bassisti e ristampe di culto, magari. Ci sono tanti grandissimi musicisti che non hanno ancora avuto la possibilità di pubblicare da solisti, fanno i turnisti per pane e companatico.
Questo tizio ha un'aura da capitalista involontario, è meno indisponente di altri, ma comunque non mi piace per niente.
Ci salutiamo, solo perché qualche volta me lo sono trovato davanti a chiedermi dischi dei Simple Minds, sempre gli stessi, ossessivamente. E poi voleva parlare di film indiani con me. A me i film indiani non piacciono un granché, mentre mi interessa abbastanza il cinema di Hong Kong. Dev'essere un individuo noiosissimo. Penso che farebbe passare la voglia alla donna meglio disposta. Me lo figuro cucinare a petto nudo, sudato, immateriale eppure disgustoso, aneddotico fino al midollo, querulo, pedante.
Ci incrociamo alla fermata dell'autobus, mi fa un discorso sulla pulizie delle strade e su alcuni interventi speciali al manto stradale. A lui queste cose interessano, perché possiede delle case. A me non me ne frega proprio niente, non potrò fermare le voragini, non prenderei mai un megafono per richiedere maggiore pulizie e interventismo comunale.
Stamattina cieli neri. I colori che preferisco.
Mi piacerebbe chiudermi in un locale con pareti giallo scuro ed ascoltare un disco dei Gordian Knot con gli occhi chiusi. Per qualche ora. Senza il rumore della gente. Senza automobili, senza pettegolezzi da cesso pubblico, senza tutta la noia che ci viene riversata addosso dalle chiacchiere, dalle mail, dagli obblighi di buona creanza.
“Bisognerebbe tinteggiare daccapo il 90% dei palazzi del quartiere”, dice il proprietario di appartamenti, e aspetta una mia risposta. Ma cazzo vuoi. Io li dipingerei di viola scuro, ai confini del nero. Abolirei i fiocchi azzurri e rosa esposti per le nascite. Abolirei le convivenze e le condivisioni di convenienza. Abolirei l'abitudine riflessiva di rimanere in qualche situazione solo perché acclarata, consolidata. Abolirei le illusioni obbligatorie. Abolirei l'obbligo di conversare solo perché si sa chi è l'altro. Il tipo continua a parlare, ma io ho la musica di Osunlade in testa e non sento praticamente niente.

Per alcuni anni le mie estati sono state accompagnate dalla musica degli Overhead. Andavo a lavorare ed aspettavo l'autunno. Pregavo che il caldo finisse presto. A settembre avrei rivisto volti conosciuti, graditi e non, abbronzati, dorati, arrossati. Mi avrebbero fatto tutti, invariabilmente, la stessa pretestuosa domanda: “Ma non ti piace andare a mare?”
La risposta, la stessa da trent'anni, “mi piace il mare, non andare a mare”. Facce perplesse, qualche timido “ti avrebbe fatto bene, sei così bianco...”
D'estate mi passa la voglia di leggere. Non navigo in rete alla ricerca di cose da leggere che mi emozionino. Cerco notizie attinenti alle mie passioni, non cerco letture. Non frequento blog, fanzines, rigorosamente non chatto mai.
Forse la stranezza consiste nel non cercare somiglianze. Quasi mai, anzi mai. Non cerco cose in cui possa immedesimarmi. Non cerco voci che mi sembrino già conosciute, e non credo assolutamente alla magia delle corrispondenze. È solo una trappola. Mi piace pensare che dietro la scrittura ci sia la scrittura; non puoi pensare a che persona si nasconda dietro le parole. Ecco perché non sono mai andato fuori di testa quando sono stato contattato per “merito” della mia scrittura. E ho dovuto constatare, quasi sempre, di essere stato idealizzato. Mi si attribuivano caratteristiche che non possedevo e mai avrei posseduto, prima fra tutte uno spiccato senso dello scambio emotivo ed emozionale. So di essere caldo solo in alcune occasioni, neanche troppo frequenti. La maggior parte delle volte sono freddo, se non glaciale, e non amo sognare ad occhi aperti. Lo trovo stupido. Ognuno ha le sue chances nella vita reale, non c'è bisogno di esaltarsi per comode ed incorporee suggestioni.
Tante volte è stato molto triste e pietoso constatare che chi mi si avvicinava stava sognando, e restava deluso fino al rancore apprendendo che sono un individuo qualsiasi, pieno di difetti, impegnato con persone reali, magari fedele, magari bisognoso di stabilità e non di continui lampi senza eco.
Ricordo una persona che mi disse che mancavo di coraggio, e questo solo perché avevo una relazione che non intendevo sporcare con febbricitanti divagazioni sul tema della seduzione e della disperazione carnale. Questo pur ammettendo che spesso la devozione, soprattutto se mal riposta, brucia possibilità che magari nascondevano un sole più caldo, una luce più giusta.
La scrittura, e forse nel mio piccolo la mia, crea equivoci che si rivelano difficili da chiarire. Potrei disporre di una collezione cospicua di idee dei lettori su di me come 'persona dietro la scrittura'.
C'è chi pensava fossi un sindacalista. Nemmeno un po'.
Una sorta di autonomo, avvezzo a frequentazioni di ambienti di estrema sinistra, contro la legge, contro lo stato, contro la polizia. Nulla di più fasullo e grottesco. L'equivoco è finito da quando ho cercato di chiarire che sono un solitario, che non mi aggrego e non mi interesserà mai entrare in un movimento. Sono marxista, indubbiamente, e ho già scritto del Black Panther Party. Non c'è altro da dire.
Tra gli equivoci più clamorosi, quello di essere un uomo molto triste, perennemente obnubilato da cattivi pensieri, sogni orribili e da una forma di sofferenza inguaribile e spietata, insomma un tristone magari con addosso varie manifestazioni depressive. Per mia fortuna, no. Proprio no. Non mi piacciono per forza quadri inquietanti su incesto e suicidio, non amo i poeti della devastazione, non gradisco per più di cinque minuti le persone/emozione obbligatoria, sono stucchevoli. A mio modo sono epicureo e superficiale. Probabile che la mia anima sia un albergo in rovina, ma a me piace il movimento, il ritmo, il rischio.
E poi un uomo che ama tanto la musica non può essere un depresso.
Ma è inutile cercare di spiegare, e poi per quale motivo? Non si scrive per catturare persone nella propria quotidianità. Scrivere è un'inquietudine ancestrale, una salvezza beffarda, una distanza millenaria, un canto di libertà fuori uso, una scopata fantastica con una bellissima sirena fantasma, è stare tra Coltrane e lo spazio, tra il destino e la terra, è morire ogni volta con il miraggio di un senso. Lo scrittore non è, quasi mai, un uomo affascinante, piuttosto un individuo fatto a pezzi, tanti piccoli pezzi, dal suo stesso vivere. E non c'è nulla da sognare.
Lo scrittore è una scopata a salve.
L'uomo, l'uomo vero, è un'altra cosa. È carne che si consuma, è memoria uragano, è quasi sempre un deposito di cose da dimenticare in qualche modo.
E spesso scrivere significa stendersi nell'acqua gelida, senza vestiti, con gli occhi aperti sotto le stelle sbagliate, e lasciarsi divorare dai misteri del mare e del tempo. È impossibile innamorarsi di tanta imperfezione, e solo un imbecille pezzo di merda tutto ego potrebbe pretendere di fare sensazione per queste condanne così comuni e banali.

Sono un solitario e non metterò rimedio alla cosa.
I miei fantasmi, i miei lutti, la mia vita privata, sono elementi che appartengono solo a me. Posso scriverne senza rivelarli, posso ispirarmi, posso rimuginare, posso svelare con il contagocce, ma non sono io. Non potrebbe mai prendere forma una farsa così grossolana, l'uomo che si confessa in pubblico. Uno così sarebbe da internare. Il gioco del fascino è roba da puttane. Il gioco della seduzione lo lascio volentieri a quei quattro gatti imborghesiti che ancora delirano su Truffaut e su Casanova, e che con quattro frasette finto profonde cercano di tirare fuori il cazzetto dai pantaloni.
Scrivere e scavarsi porta all'Inferno, non dentro una fica, per quanto bella e stretta possa essere. Se non si finge, scrivere di emozioni porta ad implorare l'oscurità di non darti un colpo a tradimento, non trascina certo la testa e la lingua verso delle cosce aperte, con tutte le buffonate di contorno sull'amore ideale, sulla passione “vera”, sul destino che viene forzato come un cesso pubblico in un autogrill.

“Mi sembra, leggendoti, di conoscerti da sempre”
No.
Così come io non conosco te, lettore, io non so un cazzo di te, dei tuoi sogni, dei tuoi dolori, delle tue speranze. E così come non idealizzo te, pretendo di non essere idealizzato io. Qui non si scrive per mettere il fiocco al dolore universale, qui non si crede di scrivere per rappresentare lo sfacelo della mia generazione, qui non si chiede amore a sconosciuti.
Quando sarà, il mio funerale non sarà quello di Bertrand Morane. Se vi saranno piaciuti i miei libri e i miei racconti, portate un pacchetto di sigarette e un disco invece dei fiori, che marciscono e sono generici.
Non ci conoscevamo sul serio, forse ci piacevamo per questo. Leggermi era come una scopata a salve, non sai nemmeno se dopo devi lavarti oppure no.
In compenso, in giro ci sono tanti scrittori-mutanda, tanti piacioni testicolari da formare una nutrita setta da seguire, naturalmente su twitter e anche su altre piattaforme. Raccontano storie per vedere che effetto fanno, e si compiacciono. Una delle conferme che preferiscono è quella di poter leccare fiche o vedere il loro bebè in vetrina in libreria.
Ma un giorno, un giorno magari lontano, i demoni arriveranno anche a casa loro. E voi non lo saprete mai, perché non pubblicheranno più un cazzo di niente. E non leccheranno più la fica. Mai più.

Luca De Pasquale, 22 luglio 2014

21/07/14

Sumo per persone non grate e succursali di Dio


Every dog has his day”
Snoop Dogg

In metropolitana c'è un uomo che puzza di sudore. Sudore acre, che sa di sporco. Non si laverà da almeno dieci giorni. Cinquant'anni o qualcosa di meno, ha con sé una busta di plastica trasparente con dei broccoli e nell'altra mano una copia de “Il Mattino”.
A me puzza solo la manica della maglietta, a sinistra, per via del peso che mi porto dietro. L'uomo puzza come una capra, fatico a trattenere dei conati. Vorrei infilarlo in una stanza, accompagnato dalla musica di Barry White, e presentarlo a tante nostalgiche dell'amore. Magari quest'uomo sa amare come pochi, ma puzza e dev'essere un po' tocco. Ma non è anch'egli una creatura di Dio, che Satana vi mastichi? Non meriterebbe anche lui Amore?
Sono sotto il fuoco incrociato di parole di stima, frequenti e non fomentate, sono quasi in overdose. Grazie, grazie, grazie. Forse me le consegnano perché mi lavo ancora. Perché non sembra che abbia superato gli anta. Se mi presentassi in cattive condizioni, nessuno mi darebbe da parlare.
Del resto, quando in un lontano passato si è arbitrariamente pensato che io stessi giù di corda, il telefono muto era. Poteva essere pericoloso parlare con uno cui sembrava fosse andato tutto di traverso. Quei pochi che tentavano, volevano condividere i loro fottuti drammi, le loro diaspore, le loro merdose insicurezze e il loro purulento bisogno di attirare l'attenzione.
Quando si muove, l'uomo emana un tanfo industriale di sporco, di disperazione impigrita, di idiosincrasia con il sapone. Lo guardo e penso a chi chiede di spalmare crema solare su spalle e schiena. Penso alle mie mani. All'uso delicato che sono solito farne. Vuoi un po' di crema? Vuoi un brivido di crema? Vuoi fingere di sognare in piscina? Tanto, o sono le mie o quelle di qualcun altro fa lo stesso, siamo tutti delle pedine del fato, non è vero? Per quello si scrivono illeggibili libri sull'argomento, e gli stupidi leggono. Gli stupidi si innamorano pure. Leccano la ciotola delle emozioni e scodinzolano forte forte. Come cagnolini, peluche antropomorfi di meravigliosa tenerezza.
Sans espoir, madame.
L'uomo puzza davvero troppo. Gli puzza il culo. Ho voglia di prendere una saponetta e infilargliela in bocca. Mangia. Mangia, Cristo. Come cazzo hai fatto a ridurti così? Questo sarebbe il disegno di Dio per ognuno di noi? Merda.

Regalo due euro ad un fratello negro. Non per questo mi sento okay. Rispetto. Quel poco di fratellanza che ancora vale la pena, per il venditore di braccialetti e collanine che non provengono neppure davvero dal suo paese. Sono con te, fratello, e non è apparenza. Tu sei un uomo. I venditori di calzini, penne e ventilatori guasti mi hanno rotto il cazzo da molto tempo.
Oggi hanno cercato di fottermi. Non mi sono fatto fottere. Ne ho fatta di strada da quell'ingenuità di partenza. Gli uomini orsacchiotti mi fanno schifo. Le fatine in pigiama mi fanno tristezza, gli altri uomini le inseguono perché non hanno il coraggio di mettersi con donne sveglie e pericolose, per tanti uomini madri, sorelle e fidanzate sono le uniche a non dover mai essere zoccole.
Una donna rassegnata ad avere accanto uno stronzo non è una donna, è una Maria Maddalena andata a male. Nessuna giustifica e nessuna confidenza. Non raccatto confidenze sentimentali. Non mi interessano. Mi deprimono.

L'uomo sta per scendere. L'uomo è una scia di merda. Per chi avrà votato, questo bastardo? Anni fa, sicuramente per Berlusconi. Lo sa che è stato assolto? Lui pensava che fosse in gamba, quel plastico di cera senza piedistallo. Lo ha votato, anche e soprattutto per la condizione in cui viveva, un morto di fame senza speranza.
Berlusconi è stato assolto. Quasi non ci penso. Me lo aspettavo. Questo paese è buono solo per essere raffigurato sui formaggini molli per i vecchi.
Gli avrebbero consentito di andare a fare comizi anche nelle scuole elementari, pur imbottito di viagra. Ma che ho da spartire io con Berlusconi e con chi lo vota(va)? Niente. Niente e mai niente, nell'eternità. Piuttosto, l'olio di ricino autoindotto e i programmi di Al Bano che recupera genitori adottivi in giro, tristi figuranti che guardano in telecamera prima di piangere.
L'uomo sta per scendere sul predellino. Gli cade la copia del giornale, gliela raccolgo e mi becco una ventata di lezzo letale, dritto dal suo culo sporco. Che bravo ragazzo, questo Lucablogger. Che brav'uomo, porca troia.
Tutt'altre essenze provengono dalla brunetta con sproporzionati occhiali da sole, dall'altra parte del vagone. Accavalla e scavalla le cosce in continuazione, gli uomini l'hanno guardata. Uno con il parrucchino si è anche sfiorato i genitali, e lei ha sorriso annoiata. Non me la scoperei. Mi sembrerebbe di scopare un tubo catodico con doppiaggio porno eccessivo. Anche se venissi dopo un colpo e mezzo, come la maggior parte degli uomini che conosco, lei farebbe in modo di farmi credere che era davvero duro, che entrava bene, che le toccava bene le pareti e le stuzzicava le parti giuste. Molto generosa e cinematografica.
Poco dopo, scendo anch'io. No, non la compro “La Gazzetta dello Sport”. Sarebbe troppo da commendatore e poi l'edicolante non ha mai il resto. E poi piove. Guarderò il cielo. Punterò sui fulmini.

A casa, mi telefona un pezzo di merda, Monc Monte.
Ha fiutato che sto ascoltando funk, hip hop, posse francesi, naked funk e american gangsta. Vuole fare l'affare. Più o meno mi offre un euro e quindici centesimi a pezzo. Dice che gli dispiace che non sono più “alla mia postazione”.
“Io non ho mai avuto postazioni”
“Capisco la tua amarezza”
Amarezza. Oh Cristo, inculati da solo.
“Ti offro quarantasette euro e mi fai una selezione di funk e roba tipo Herbie Hancock”
Vai a leccare la fica di tua moglie prima che uno dei due si prenda un male incurabile, vai.
“Fammi fare l'affare”
“Fattelo fare l'affare”
“Tu me lo puoi fare?”
“Cosa?”
“L'affare?”
“Io non ho mai cacciato un affare da fare”
“Neanche io”
“Siamo intesi”
“In che senso?”
“Chiamami a novembre, Monc”
“Fino a novembre?”
Certo. Hai tempo per andare a puttane. Per ravvederti. Per vantarti della tua collezione di dischi di Bob Dylan e per giocare a fare lo sperimentatore di nuovi generi. Io ti consiglierei la roulette russa, ma infilando tutti i colpi nel caricatore.
Ho raccattato il giornale a quell'uomo-fogna, per oggi sono riuscito a distinguermi agli occhi dei fantasmi. Posso svaccare, tanto il sentire comune giustifica svacco e livore nei meno fortunati.
Ho tempo per riprendere a fare l'amore come un dio greco sui lettini a bordo piscina, dopo aver spalmato ettolitri di crema al cetriolo e alle carote biologiche.
Ho tempo per allontanare il Tentatore e le tentazioni. Per disegnarmi come non sono, un'anima sensibile tra i flutti della vita. Per fingere di ascoltare le persone. Per fingere di portare l'amicizia in palmo di mano, come valore fondamentale. Ho tempo per mentire, per non riconoscere che in questo porcile si lotta meglio, nudi e reali, è sumo per persone non grate, ci sono momenti di esaltazione e di vero amore.

Luca De Pasquale, 21 luglio 2014

19/07/14

Tutta la grazia del disordine


Mi siedo per terra.
Incrocio le gambe. Ho i capelli bagnati. La sigaretta sta finendo.
Ho quarantadue anni. Quarantadue. Quasi tutti sul lato sinistro del mio corpo.
Sono mancino. Taglio con la destra. Penso con il buio. Di giorno faccio il girasole, quella specie che mi piace pensare duri solo sette ore e qualcosa.
Le mie braccia profumano di docciaschiuma. Docciaschiuma che non pulisce mai veramente. La pulizia non ti fa il tergicristallo dentro.
Sono sempre sotto la grandine. Sin da bambino. Sempre. Vengo spesso sorpreso dalla grandine quando esco. E devo rifugiarmi, perché non uso l’ombrello. Sotto dei ripari di fortuna non riesco mai a guardare le persone in faccia. In certi momenti sono timido di stare al mondo.
Apro tutti i cassetti dell’armadio. Tutti. Con metodo. Mia madre deve aver eliminato i fazzoletti di stoffa di mio padre. Sento l’assenza di mio padre nell’inventariare i ricordi, nel loro odore, nella loro dolorosa disposizione. Avrei potuto fare meglio con il mio lutto. Avrei potuto cavarne un arcobaleno di emozioni in costante progresso. Invece mi sono annerito. Dentro di me c’è tanto inchiostro nero da spaventare la luna e quell’idiota di Cupido in perlustrazione.
Dentro ho delle pulsazioni costanti che mi rendono il peggior pericolo in cui posso incorrere. Tutti questi di oggetti di mio padre oggi sembrano servire solo a constatare un’assenza irrimediabile. L’assenza non si consola con la religione, con i ricordi, con la speranza di un incontro spirituale. L’assenza è un vuoto senza cerniera. Senza fondo. Un vuoto che condiziona ed esaspera il conflitto stesso di respirare e cercare in tutti i modi di essere vivi, colorati.
Ho un cuore elettronico che cade continuamente dalle torri. Ho un cuore capriccioso che gioca a carte con la svogliatezza dei ruoli, con la costrizione delle apparenze, con la mancanza di verità che può diventare persecuzione.
Non sono gli occhi altrui a perseguitare, ad indagare, a giudicare. Sono i miei. Tutti questi odori attorno a me e la ricerca di una schifosa cerniera per impacchettare tutto.
“Abbellire il blog”. Vaffanculo.
“Essere commerciale”. Vaffanculo.
Tutto è spietato, e si cerca di rendersi presentabili, accettabili, assimilabili a, anche digeribili. Tutto è spietato e si continuano a regalare fiori ai compleanni, alle lauree, per fottere, per omaggiare una bellezza che si avvicini alla nostra vita. Fiori e fiori sui tavolini del vuoto.
Codici morali a mettere ordine in camere, archivi affettivi, comportamenti razionali. Ho un rifiuto. Un rifiuto spietato.
La sigaretta è finita. Mi stendo. In casa c’è disordine. Quando una vita finisce, si cerca di rovistare tra rispetto, irrazionalità e desiderio di riunione. Quando finisce il sesso, ci è stato spiegato che è meglio ci sia armonia e progettualità. Anche se nuoti in un pozzo di carcasse da impagliare, mostra il sorriso umano. Mostralo. Venditi alla tua stessa devozione.
Se scrivi, devi piacere. Altrimenti che scrivi a fare? Prova a scrivere un diario. Tutte le volte che ci ho provato, li ho incendiati, li ho scaraventati dalla finestra, ci ho pisciato sopra o li ho mandati via posta a qualche sconosciuto.
Passeggiare alcune ore del giorno all’Inferno non autorizza gli altri a fare congetture su cosa pensi, cosa provi, cosa puoi capire, che tipo di sensibilità hai, dove sei diretto, quale è la tua soglia di tolleranza e di accettazione. Io stesso non lo so affatto. Sono bravo ad identificare le distanze. Molto bravo. Sono bravo ad intercettare il desiderio, ma te lo ritrovi addosso come un vestito di malattia, di parzialità, un capriccio che ti tatua, ti ridicolizza, ti rende una statua di gesso che tenta di sedurre cuori congelati, delusi, accesi dal caso, spalancati come sessi carnivori, osceni e pretenziosi.
Non mi basta mai niente. È una metodica tortura. Non mi bastano i rituali rassicuranti che pure ci vengono offerti a piene mani. Dell’amicizia spirituale me ne frego abbastanza. La vicinanza spirituale è una stramberia da andropausa. Le persone odorano, sanguinano, piangono, fottono, si dimenano. Conta più l’odore del carattere. Conta quanta morte c’è dietro un sorriso. Chi non supera è meglio che si levi dalle palle. Chi supera e sopravvive, che spalanchi corpo e comprensione alle folate nere, senza ossessionare gli sventurati attorno.
Le cornacchie divorano parte del mio sonno e gli spaventapasseri più grotteschi hanno messo in fuga le mie gioie di bambino, ma cerco, ed è codice d’onore, di non pesare come una medusa morta sulle spalle di altri. I dolori vanno tenuti dentro, al massimo sublimati. Confessarli non li esorcizza. Renderli poetica della persona è disturbante, meglio agire male e veloce.
Penso a tutto questo, sdraiato sul pavimento, tra gli oggetti di una persona che mi manca. Ho quarantadue anni. Non pensavo ci sarei arrivato. Non ci ho mai pensato seriamente. Desidero continuare. Desidero provare il ghiaccio e la lava senza sentirmi un iniziato, non sarà niente di straordinario, sarà ghiaccio, lava e oblio successivo.
Tutte le volte che sento parlare di voglia di essere amati, mi vengono i brividi. Brividi diagonali come ferite. Davvero pensano che basti? Davvero per così tante persone amare ed essere amati è la pace? Io amo, ma non sono in pace. Io sono amato, ma non sono in pace. Non vado in pace. La pace è una porta bianca diroccata, dentro ci sono scartoffie, fantasmi, incubi, streghe, giocattoli, vestiti di donna, capelli su vecchi cappotti, quaderni di venti anni fa, la tenerezza burrosa degli altri, che il tuo corpo ha respinto.
Chi cerca fratelli di dolore è solo uno stronzo velleitario. I fratelli di dolore e di sensibilità a mille sono invenzioni degli astuti figli di puttana che vogliono godersi lo spettacolo, i tramonti degli altri. Non cerco complicità di nessun genere.
“Anch’io, ti giuro anch’io… ma come è possibile..”
Infatti non è possibile. Ognuno muore nella sua isola, al comando della sua nave, ci si può salutare, ci si può amare per qualche notte, si può anche chiedere aiuto ma c’è tanta vergogna da inondare tutti i prati del sonno.
Non esistono i fratelli di dolore. Non esistono le anime affini. Siamo miracoli mal riusciti che continuano a presentarsi e cercare di amarsi in qualche modo. Sensazione dolorosa. Cupa, densa, fisica.
E poi c’è quel rifugio ideologico di sterco e letame, guardare nella sincerità di un uomo, un uomo mezzo deserto, lo spettro del “disfattismo” o, ancor più volgarmente e da ignoranti, del “pessimismo cosmico”, due paroline messe lì per caso senza sapere che cazzo stiano ad indicare, se una corrente letteraria, filosofica o una sovversione della sfera sessuale.
Chi mi si presenta come “fratello di dolore” è per me un bersaglio, un nemico, un mentitore, un ciarlatano. Il mio scopo diventa eliminarlo, bruciarlo, è un eretico nel mio disegno sporcato da cornacchie e messia monchi.
Amare è splendido. È sangue che scorre, pulsa, nobilita, illumina stanze, luoghi, specchi d’acqua e fontane notturne. È così prezioso che ti muore addosso mentre stai chiedendo la grazia alle tue stesse emozioni.


Luca De Pasquale, 19 luglio 2014