30/06/14

Res nullius


Come tutti quelli che non hanno risolto, e forse non ne hanno davvero avuto voglia, le contraddizioni dell'anima, della storia personale, del destino, ho bisogno di periodi d'esilio.
In questi momenti, non essere rintracciabile -o meglio, coinvolgibile- è di fondamentale importanza. Alla faccia di tutta la retorica sull'importanza del contatto umano.
Sono fasi delicate. Tutto potrebbe stritolarti negli ingranaggi, dirozzarti, civilizzarti, e non è affatto il caso.
Al ritorno da questi segmenti di tempo, capricciosi e imprevedibili, la personalità si è ulteriormente complicata e si dispone di un ventaglio di ombre superiore alla media. È un risultato interessante.

Non so perché, ma ricordo l'odore delle lenzuola negli alberghi. Ogni volta che sono stato in una camera, mi sono chiesto del passaggio degli amanti, delle famiglie, dei singoli, mi sono chiesto se fosse rimasto qualcosa che potessi respirare. Come mi accade quando sono sveglio la notte in una località di mare: cosa rimane?
E cosa rimane degli sguardi? Niente di tangibile. Rimane forse il senso del passaggio.
Non si resta negli occhi delle persone. È difficile, si annega nel caos. Non sappiamo niente degli altri. Niente. Ci piace però immaginarli in rapporto a noi. È questo che ci interessa e ci frega, quasi sempre.
Non sopporto il mio odore. Non è cattivo, affatto, ma ha un enorme difetto: mi riporta sempre alla base, e non c'è cosa che mi faccia più impazzire del ritorno a se stessi, il ritorno obbligato.
Ho ripreso a sognare di bruciare, da un po'. Sogno continuamente acqua e poi fiamme, a volte insieme. Poi mi sveglio, in un letto che non so stabilire se comodo o molle, e mi sento piacevolmente una nave senza luci.
Quando scrivo, non devo vedermi riflesso su alcuna superficie. Quando parlo con qualcuno, non devo avvertire la sicurezza del giudizio, la conoscenza che determina pregiudizi e consigli, niente deve suonarmi già fatto e già composto.
I rimorsi devono essere morsi di belve affamate e non morsetti di malinconia. I rimpianti devono essere precipizi con qualche turista fesso a morire di paura.
Io credo che la vita sia una continua rapina. È impensabile non considerare il crimine come un'emozione.

Per strada guardo le persone e sono liete di non essere riconosciuto. Per me è molto importante, l'incognito è uno spettacolo. La volgare casalinga tutta profumo inciampa nei suoi tacchi di paese e smanie, la ragazza con lo chignon ha indossato quei pantaloni neri larghi dopo aver fatto sesso, il giornalaio è nei cazzi per quei problemi di scommesse perse. Il mare è vicinissimo. Il mare è necessario come non farsi riconoscere e non farsi travolgere dai bisogni.
Cammino e so che non può esserci completa sincerità negli approcci a ciò che già si conosce. Si omette sempre la trasformazione in corso, una cospicua parte di incubi, si tralascia la componente più oscura per paura di non essere capiti, sostenuti. Senza la sensazione dell'oscurità mi sentirei un condannato.
Il droghiere si ricorda che il prosciutto mi piace senza grasso, è il massimo della familiarità che mi sento di concedere. Il droghiere mi è sempre piaciuto perché non parla a vanvera e non fa sciocche domande di riconoscimento. Mi piacciono quelli che non fanno domande del cazzo e che non saltano continuamente a conclusioni. Altrimenti mi viene da facilitarli e cospargermi di letame posticcio per costringerli alla lontananza. Sì, sono stato un alcolizzato dopo una brutta vicenda personale. Sì, mi chiaverei le minorenni e ho anche scopato la compagna di un amico d'infanzia. Sì, ho dato molti dolori ai miei genitori e mi sono sniffato l'impossibile. Sì, al lavoro rubavo e mi sono fatto prestare soldi che non ho restituito. Contenti così? D'accordo, pace allora.

“Come stai?”
“Bene”
“Stai scrivendo?”
“Sì”
“Cosa?”
“Sto scrivendo”
“Le tue ultime esperienze?”
“Sto scrivendo”
“Stai dormendo?”
“In parte”
“Hai saputo di Mario?”
“No”
“Ti vedi ancora con qualche ex collega?”
“No”
“Mi piacerebbe passare dalle tue parti per farti un'improvvisata”
“Bene”
“Hai di nuovo cambiato casa?”
“Sì”
“Come ti trovi?”
“Sì”
“Sì?”
“Sì”
“Andrai al mare quest'estate?”
“Al torrente”
“E dove si trova?”
“Sì”
“???”
I punti interrogativi servono per impiccarsi.

Luca De Pasquale, 30 giugno 2014

29/06/14

Sparire amare sparire

Patrick Dewaere
Mascolo si è fidanzato.
Ha 46 anni ma si è fidanzato. Dice di essersi fidanzato.
Fidanzato a 46 anni. Per celebrare questo evento, ha iniziato a parlare come Heidi. Intendo con gli stessi contenuti.
Mi parla infatti di romantiche passeggiate, di ore ed ore trascorse abbracciati, lui e la sua fidanzata, mi informa che hanno amori condivisi, tantissimi: libri, film, Ischia, i sassi e non la sabbia, i cani di media taglia, il voto verde. Mi costringe ad accompagnarlo ad acquistare un disco di Moltheni per la sua nuova fidanzata, vuole prenderle anche qualcosa di Satie.
Gli dico che non ci sono negozi di dischi in città, ma lui è di opinione differente. Dice che ci sono e li frequenta pure. Capisco di quali posti parli e gli dico chiaro e tondo che non entrerò, che rimarrò fuori a fumare. Non mi va di salutare facce di culo che conosco per forza. Per fortuna ha la buona creanza di non smantellarmi gli scroti con il mio vecchio posto di lavoro, che si è trasformato in un discount per sottosviluppati. Ma c'è qualcosa nel comportamento di Mascolo che mi irrita molto. Non glielo posso dire. Ma è così. E consiste nell'avere la squallida sensazione di avere a che fare con un'educanda, un educatore dalle palle mosce, un contorsionista dell'etica, un sognatore con il piccolo cazzo ben lavato, lavato quasi con vergogna, perché per lui viene prima il cuore, il cuore e l'anima. Il cazzo per lui è solo un modo di esternare il suo bisogno di amore e pulizia esistenziale, e questa cosa mi disgusta. In fondo è solo un perbenista del cazzo. Mi piacerebbe portarlo in quel club di Latina dove non entri se non ti fai pisciare addosso dalle prostitutone nella prima camera color ambra. La sua emozione per la donna che ha trovato, vero miracolo, è nata prima dal bisogno di non morire in solitudine, è andata a posizionarsi nel cuore e in quello sgabuzzino dove si accumulano i tremori dell'anima, infine è finita nel piccolo ruscello montano che porta alla bocca del cazzo. Il tutto condito da canzoni, da belle foto dei loro viaggi, loro che guadagnano bene e fingono di avere problemi, e da quelle zuccherose citazioni che si fanno trovare a vicenda sotto il tovagliolo, per poi baciarsi a fior di labbra con aria stupida e verginale, ebefrenica.
Di certo Mascolo non le avrà chiesto, alla fidanzata, di interpretare modernamente il sesso anale; né me lo vedo mordicchiare il clitoride con sicurezza, consapevole di essere un dannato animale a termine, un grumo con occhi, naso e bocca.
Lui non ha mai tradito. Lui è contrario. Lui ha preferito farsi inculare a sangue, in passato, pur di mantenere un affetto. È uno dei tanti cacasotto in circolazione, è come un pesce di acqua dolce. Per lui il sesso con la fine in bocca è sgradevole, sconnesso, altamente evitabile. Le emozioni violente e già corrotte lo spaventano, mentre io le ho cercate tutta una vita e comunque non mi sentivo soddisfatto, compiuto.
Lui quando è stato tradito è scappato subito, perché addirittura si vergognava per l'altra. Io sono rimasto, perché ho voluto capire come si muovevano i muscoli facciali durante le menzogne. E poi è toccato a me. Perché siamo sporchi, imperfetti, vendicativi, perché sciupiamo sempre tutto. Lui, Mascolo, non ammette il lato più veridico e sconcio della vita e delle relazioni, siamo potenzialmente tutti dei gran pezzi di merda e forse il pepe è proprio questo.
Entra nel negozio di dischi e pelo di fica invecchiato e ne esce con i due cd che desiderava per contentare la sua splendida nuova compagna. Mi ha fatto capire che per la prima volta nella sua lineare vita ha delle smanie di paternità. Sarà un genitore stucchevole e quindi piacerà ai suoceri e agli amici della sua fatina salvatrice. Mascolo non ha mai capito cosa mi passa per la testa, da quale serbatoio attingo il mio veleno, e quest'inconsapevolezza è il reale motore del nostro rapporto, perché altrimenti si scandalizzerebbe e si toglierebbe dai piedi con il muso imbronciato.
Mi dice anche che prima o poi dovrò conoscere la fata. Annuisco pensando a ben altro, cercherò di evitare con cura quest'epifania di polistirolo. Una volta Mascolo mi presentò una sua amica cinquantenne, una divorziata sconfitta dai fatti dell'amore, e me la presentò come una persona dolcissima e molto fragile. Ben presto stabilii di non poter concordare con quel giudizio ipocrita e superficiale. La sua amica aveva solo bisogno di emozioni forti e di un vero uomo che non la chiamasse “ciccia” e “melanzanina” durante il tiki-taka intimo. La sua amica voleva -almeno in quella fase- un cazzo con un uomo attorno. Potevo fare al caso suo, ma all'epoca ero in trattative con una mezza stronza che mi distraeva quel che bastava per essere un imbecille, e così la scopata delle 15e30 a casa sua, con le tende scosse dal vento e le foto dei suoi nonni nel picoglass e i libri di medicina ayurvedica sul comodino, quella scopata emigrò solo in qualche giorno di immaginazione pigra e senza nerbo.
Ora, Mascolo crede che io mi sia messo in regola con la vita perché riesco a “vivere normalmente”. Ma non è una questione di abitudini sessuali, mio caro pompino duedita e tanta vergogna, il fulcro della ribellione è la sensibilità, non farsi cacare addosso in un parcheggio e bere smodatamente.
Per quindici anni ho lavorato al pubblico, ero gentile e normocortese, per una vita ho dato baci sulle guance a parenti ed amici, ma la testa è sempre stata quella di uno fuori da ogni logica di civiltà e di relazioni imposte.
È chiaro che Mascolo vive meglio di me. Molto meglio. A partire dei soldi, che ha conservato come una formica con le chiappe cucite, con la paura di finire come un homeless anche se ha tre appartamenti di proprietà. Ha risparmiato anche perché ha chiavato poco e male. Ha viaggiato per conoscere il mondo, ha fatto una crociera a Tunisi e neanche ha intinto il passero, una cosa che non si può credere.
La nostra passeggiata sta terminando, lui ha già sentito due volte la Fata Creatina, cambiando la voce come si fa con gli animali domestici e i bambini, risultando indecenti. Dal tono della sua voce ho compreso appieno che non le avrà mai annunciato un'erezione o la voglia di fare un missionario a colletto slacciato e senza aria condizionata, magari gocciolando sudore nei suoi occhi. Niente. Solo moine, dolcezze, promesse e attenzioni all'ennesima potenza.
Come si fa ad essere tanto grati alla vita da diventare idioti?
Come si fa a disinnescarsi, a fidarsi di se stessi?
Non lo so. Ci ho rinunciato. Ma anche io ho le mie schifose paure, faticando il doppio perché sono difficili da condividere.

Io ho paura di spegnermi. Di risultarmi prevedibile, inserito in un programma a termine, che dovrebbe condurmi alla morte in un tessuto meno abrasivo, con una visuale più edificante della mia.
I film d'amore mi fanno schifo. Le fiabe sono retoriche e viene voglia di rivedere Shining.
Ho visto com'è che gli uomini muoiono. Ho visto che espressione hanno quei volti nelle camere mortuarie. Ho visto le lacrime degli altri. E i tradimenti, e le inversioni di marcia, e le menzogne pur di cambiare aria, ho visto gli interessi corrodere strutture familiari di marzapane e merda, e anche quando sono stato molto amato mi sono sentito orfano di qualcosa, proveniente da una città fantasma, carico di contraddizioni tanto imprevedibili quanto implacabili. Con un ginocchio appoggiato sulla tomba di mio padre, continuo a sentirmi impotente e così piccolo da non poter sognare altro che cieli differenti, senza l'obbligo della continuità, della correttezza di stile, della perseveranza del benessere.
Non c'è nulla, forse nulla al mondo, che mi faccia più ribrezzo del buonsenso e della monomania della conservazione.
Crediamo così fortemente che i nostri amori rimarranno nell'aria anche quando saremo scomparsi? Ci crediamo davvero, oppure siamo stati aiutati da sciocchi film e sciocchi libri?
Vogliamo i figli per essere continuati, è così? È un po' vigliacco. Vogliamo dare gioia ai nonni e ritrovare nelle fattezze di un figlio le espressioni dei nostri compagni? Questo è più giusto, ma mi fa accapponare la pelle, in giorni come questo.
Forse si rinuncia a vivere pur di mettersi al riparo. Non so bene come cazzo sia possibile, ma è molto comune. L'incertezza logora e rende isterici, perciò si corre al riparo.
Sono io che non capisco: sono io nel torto. Vivo ogni giorno come se fosse l'ultimo. Non voglio sapere niente del giorno dopo, detesto le previsioni, è più forte di me.

Torno a casa e nel parco c'è un vecchio che mi apre il cancello. E mi sorride pure. Mi ha anche sorriso. Lui a me. È minuto, indossa una camicia gialla, ha degli occhiali spessi e un po' storti sul naso, l'aria di una persona buona. Dopo averlo guardato sento di avere voglia di morire. Dura solo mezzo minuto ma mi distrugge. Vorrei abbracciarlo, vorrei trattenere questa persona sulla terraferma, vorrei fare qualcosa. Ho sempre esagerato. Sono andato sempre oltre. Odio questa capacità confusa di amare gli esseri umani, questa vocazione al sacrificio per nobili cause che neanche riconosco, detesto essere così esposto ai rivoli più nascosti dell'amore e della fedeltà a qualcosa o qualcuno, sarà per questo che devo nuotare nel letame quando la pelle brucia troppo.
Non so se di me rimarranno libri scritti o figli, non importa, ma spero solo che avranno vita più facile nell'ammettere che amare è meglio di scomparire.


Luca De Pasquale, 29 giugno 2014

per Stuart Adamson, Patrick Dewaere e mio padre

Brasile-Cile 1-6


Nel mio sogno la stazione diventa il mare. Uno sconosciuto mi indica un mezzo speciale per raggiungere casa. C'è acqua ovunque. Io stavo aspettando il treno e invece c'è acqua all'infinito. Ansia. Senso di smarrimento.
Mi alzo che sono da poco passate le quattro del mattino. Vado sul balcone per prendere un po' d'aria e anche fumare una sigaretta, che poi è la stessa cosa.
Dopo poco, passa un'automobile quasi a passo d'uomo. Ci guardo dentro e noto una donna che si sta rimettendo le mutande sul sedile del passeggero. C'è un uomo a petto nudo al volante.
Avranno scopato in una delle strade laterali qui vicino, sono poco illuminate, ideali. Scopare, scopare, sempre scopare. La cosa più assurda è che scopano un po' tutti.
Ad alcuni andrebbe impedito. Certi sono così prevedibili da rendere noiosa anche una scopata. E ce ne vuole. Ma loro ci riescono.
Stavolta non è nemmeno l'alba. Ho davvero esagerato. C'è da chiedersi se questo tempo sarà restituito. Restituito a cosa, però? Potrebbe essere anche tempo sottratto a quella strana morte che è il sonno. Fatto sta che la vigilanza, non vale mai la pena. Quasi mai.

Negli alberghi rubavo posacenere e saponi. A casa sapevo che non mi aspettava nessuno. Era una responsabilità in meno. Se qualcuno aspetta il tuo ritorno, tu avrai più possibilità di sbagliare. Evadendo da te stesso ti condanni ad altro. Evadendo da quelle poche e noiosissime regole del vivere civile e secondo canovaccio, ti vai a ficcare in un ventaglio di maledizioni poco organizzate. Confondi la pelle con l'oceano, una breve vacanza con il paradiso, l'onore con la stupidità.
L'errore peggiore è sempre scambiare la curiosità per amore. Da quell'errore non si torna mai indietro. E se ci si riesce, si torna mutilati, l'unico indirizzo di rientro è qualche centro di recupero per reduci da qualcosa, che ti chiedi se non sarebbe stato meglio morire, morire con un sorriso idiota stampato in faccia.
Mi stanca molto il rancore di chi non si crede contraccambiato, di chi pesa con il misurino il dare e l'avere e poi si indigna. Il rancore per le attenzioni mancate è di una pesantezza infinita. Non ci cado. Non mi fotto così stupidamente. Preferisco non accorgermi di nulla. Preferisco essere un fantasma che una presenza controllata, i cui spostamenti siano ben visibili su qualche radar. La sensibilità a fior di pelle rende ridicoli, confusi. Si diventa superbi, sperando continuamente nelle passioni. È così ridicolo.

Sfogliando vecchi album di foto familiari, ascolto gli Style Council. Lego gli Style Council ad uno dei periodi più belli della mia vita, e cioè quello delle scoperte, in un lasso di tempo che posso individuare dai 15 ai 19 anni. Scoprivo ogni cosa, di tutto: era fantastico. Avevo trascorso tutta la prima adolescenza a leggere, cominciavo invece a vivere. La musica, il sesso, le persone, le case, le strade, i viaggi, le idee ed i progetti: in quei quattro anni tutto era scoperta e stupore. E spesso mi accompagnava la musica dei Prefab Sprout. Quasi sempre. Ma anche Microdisney, Aztec Camera, Deacon Blue, Blue Nile, Orange Juice.
Guardando le foto degli album, mi rendo conto che avevo uno sguardo impaziente e sognante, non saprei giudicare ma dubito di averlo conservato. Mi avranno sostituito gli occhi in qualche notte non ricordo, dopo una sbronza, dopo qualche equivoco che poteva avermi stordito.
La giornata prosegue pigramente, evito gli specchi, evito le zone al sole, stamattina la tizia in auto si stava infilando le mutande, io a quell'ora cerco sempre di rimettermi il cuore in petto e spesso ci riesco.

Parecchio tempo fa avevo l'abitudine di aspettare il tramonto per ascoltare una canzone dei Level 42, “Lying still”. Andavo sul balcone, mi sedevo a terra e ascoltavo il brano guardando il sole scomparire. Era un rituale importante, mi piaceva illanguidirmi in quel modo, perché la coda del pezzo era molto suggestiva. Stasera, a distanza di vent'anni, riascolto il pezzo. E' ancora bello, ma è come se dovessi spazzare una casa di cento stanza per potermelo godere ancora. Questa è la sensazione.

Ieri ho guardato Brasile-Cile. Purtroppo, sapevo benissimo che avrebbe vinto il Brasile in qualche modo. Ho fatto un tifo sfrenato per il Cile, ho quasi perso la voce. Mi sono sentito fiero di tifare per il Cile, che ha lottato alla grande, ad armi pari, nessuno si è risparmiato, nessuno di loro è stato lezioso e supponente, Claudio Bravo ha fatto delle parate straordinarie anche se i riflettori sono andati ovviamente su Julio Cesar. L'ossessione dei brasiliani per il pallone non mi è mai piaciuta, e comunque la Seleçao non mi ha mai ispirato particolari simpatie. Il calcio totale olandese è stato il primo grande amore, non avrei mai potuto apprezzare l'estenuante fantasia brasileira. Quando il Cile ha sbagliato l'ultimo rigore ho sacramentato, me lo aspettavo. Ma era il Cile a meritare di passare il turno. La grinta che ho visto tra i calciatori cileni non l'ho certo trovata nella carretta bucata che si è dimostrata la nazionale italiana. Per mia fortuna, non sono fomentato da un patriottismo delirante, per cui nessun grande trauma per non vedere ancora le maglie azzurre in campo. Non mi resta che l'Olanda, qualcosa della Germania, il Belgio del grande Thibaut Courtois, basta. Sarebbe simpatico un miracolo greco, ma è più probabile che improvvisamente io possa procurarmi la discografia completa di Tonino Apicella, sperando che qualche testo lo abbia scritto anche quel tonno liberale in scatola.
Le parate di Claudio Bravo mi hanno emozionato. Perché ha parato con tutta la voglia di sovvertire il pronostico, rovinare l'ennesima rutilante festa brasiliana, portare in alto l'orgoglio del suo popolo. Preferisco le parate di Claudio Bravo ai discorsi del presidente a capodanno, le preferisco alle Frecce Tricolori e a tutta la retorica popolare su santi, navigatori, aspiranti commissari tecnici e teste di cazzo.



Luca De Pasquale, 29 giugno 2014


27/06/14

Ho sognato troppo



Impossibile essere pedoni a Napoli. Si rischia la vita continuamente. Sarà per questo che molti attraversano la strada servendosi dell’auto, anche per andare a comprare le sigarette e gli assorbenti.
Impossibile sfuggire, accendendo la televisione, a Pif e a Alessandro Meluzzi. Pif te lo ritrovi ovunque, ritira premi, conduce i suoi reportage semiseri, reclamizza compagnie telefoniche in concorrenza tra loro, esprime il suo parere sui mondiali, sulle riforme, su vecchi film. Tutti gli chiedono qualcosa e tutti lo intervistano. E lui incassa, prestando il suo volto ai prodotti più disparati. Meluzzi invece te lo ritrovi in tutti i contenitori pomeridiani e protoserali, a dispensare le sue spiegazioni su comportamenti, crimini, ossessioni, menzogne coniugali, pugnalate rituali, infibulazioni caserecce, stragismo di stato. L’unica cosa che cambia è la lunghezza della sua barba. E poi c’è quella maledetta ossessione del cucinare.
Sono stufo di cuochi e trasmissioni culinarie di impronta competitiva. Tutti ai fornelli, per dimenticare le miserie, le inculate, questo stato inesistente che offre continue parate di miserabili purtroppo molto rappresentativi della pochezza culturale della “gente itagliana”.

Quando lavoravo nell’orinatoio ma anche prima, mi veniva da pensare che non c’era da stupirsi del lungo regno di quel beota, me ne accorgevo guardando le espressioni ottuse di certi clienti, di certi colleghi, della maggior parte dello stato maggiore aziendale. Ho potuto constatare la pochezza dei sindacati, il loro essere dei mausolei svuotati del senso stesso della lotta. Ho constatato che la sinistra si ripete all’infinito, si declina nella stessa indigesta salsa di soia e ricordi impolverati, che vive di tracce precise e possibilmente da non contestare mai dall’interno, pena la messa al bando come reazionari. Il Partito Democratico ha avuto qualche chance di essere realmente di sinistra, penso a Pippo Civati, ma adesso è a tutti gli effetti una Democrazia Cristiana impastata secondo gli usi dei tempi. Quanto alla destra, continua a bearsi della sua arroganza, della sua inconsistenza culturale, del suo ragionare per favori e facilitazioni, per tasse scampate e diritti di successione, utilizzando la parola “liberale” come uno scopino per il cesso e macchiandola di una pochezza caciarona e vomitevole.
Guru e profeti con i boccolotti e il mutismo scambiato per intelligenza nemmeno li considero. E non considero grintosi gli utopisti che si accodano facilmente al vaffanculismo di rimando. Non mi sento rappresentato. Da nessun partito e da nessun politico. Provengo da una tradizione socialista, inteso nobilmente e non certo nelle pietose derive italiote e craxiane, e sono rimasto orfano di qualsiasi valore rappresentabile, in questo carrozzone che si autorigenera e che lascia convivere con la bocca sporca di seme tanto i rivoltosi fasulli che i governativi, la nuova generazione democratica che trovo oscena e le peggiore derive fascistoidi. Vado da anni al di là della mia sinistra, sono sulla zattera dell'anarchia, sotto un cielo gruviera.

Mi sono dilungato. Dunque non ho uomini politici di riferimento, e certo non potrei mai indossare i boxer del Che, sarebbe ridicolo alla mia età. Non canterò “Bandiera rossa” nella desolata sede periferica della Cgil. Non entrerò mai nelle congreghe progressiste che infettano il mondo delle case editrici e della cultura che ci tiene a far credere di poter sopravvivere al disimpegno.
Sono nudo, come mi ha fatto mamma. Nudo e senza simulare contenuti che non porto avanti e per i quali non lotterei. Sono in un’altra dimensione dello spirito, sono un reduce da altro, sono decisamente e tranquillamente solitario ed individualista.

“Luca, ma quand’è che hai scritto quella nota sul sesso orale? Mi piaceva tanto”, mi dice Marjo, mentre ci facciamo un caffè freddo al bar.
“Nota sul sesso orale? Ne scrivo spesso, ma proprio dedicata non ricordo… forse alludi a Lecca forte? Ma non era dedicata a…”
“Mi faceva morire! Hai descritto per intero come ricevere i migliori pompini, te lo giuro, stavo crepando!”
“Non so di cosa parli, non mi risulta di aver mai scritto una cosa simile… come ricevere pompini? No”
“Ma non ti ricordi davvero! Evidentemente hai scritto in stato di trance… te lo giuro, stavo morendo!”
Ancora con questa storia dei pompini? Quest’uomo deve aver letto un altro blog o un vecchio numero de “Le ore”. Non lo assecondo, ma riesco a spostare la sua attenzione. Sul culo giallo di un’astante.
Pompini, eh? Che ossessione. Tutti gli uomini pensano ossessivamente ai pompini. Molti di noi si impressionano anche solo pronunciando le paroline “il cazzo in bocca”, perché è una cosa che te lo fa saltare nei pantaloni e ti fa sentire vivo, sporco ed epicureo. Molti di noi non riescono a saltare il fosso dei bocchini, nel senso che quello diventa il momento più alto di un’intera vita. Hai voglia a parlare di democrazia e di come festeggiare la vecchia nonna, di regalare la bicicletta al figlio e piangere per gli sbarchi di Lampedusa davanti ai suoceri, il vero miele per tanti è esclusivamente farselo leccare. Conosco molti miei colleghi maschi che si sobbarcano tutta una serie di raccapriccianti rituali pur di mantenere la stravagante garanzia del calore sessuale e di quella magica attività poco raccontabile, ‘infilare il cazzo in bocca’.
Tante volte, conoscendo degli inetti assoluti, mi chiedo come sia possibile che le loro compagne ed amanti non glielo strappino a morsi e poi glielo sputino in faccia. Le donne sono superiori a noi. Completamente. Al contempo, trovano evidentemente stimolante inseguire i peggiori di noi, i più coglioni, i più vanitosi, i più logorati da un ego tumorale. E non risparmio nemmeno il me stesso dei giorni peggiori, anaffettivo, discutibile, ambiguo, erotomane, rude ed autoreferenziale.
Marjo continua a usare la mia scrittura come pretesto per parlare di sesso, sesso che forse vorrebbe. Me lo immagino, con i suoi rotoli di pancia rollata, cercare di farselo lavare con la bocca e il ventilatore acceso. Forse a questo scopo si è fatto crescere dei boccoli biondi anche se è stempiato. Sembra un dj cocainomane e non emana alcun senso di virilità costruttiva, il buon Marjo che ha la passione dei Men At Work e di Luc Besson. Sono anni che mi chiede storie di bocchini e di masturbazione con guanti, è un pervertito e ancora non ha capito che non ho nessun interesse a somigliare ad una controfigura sfigata di Siffredi, e che dopo un bocchino non mi sono mai sentito un uomo migliore, anzi.
Gli ho spiegato mille volte che il sesso per me non è mai stato un suggello, fatto in quel modo non mi serve, preferirei allora cacare con un lassativo, per me il sesso è rottura, ribellione, dispersione, prendere la mira verso il cielo e aspettare che la pallottola torni indietro e ti fotta.
Sono sicuro che Marjo è così prevedibile che dopo aver dato canale allo sperma si va a sentire i suoi dischi e telefonare al suo amico del calcetto. A me la musica piace prima. Prima, mi piace il metal e il funk e possibilmente con basso slappato. Ho sempre pensato che un buon giro di basso porti con sé un enorme potenziale sessuale.
Marjo mi chiede se ancora gioco in porta. Forse è rimasto a venticinque anni fa.
“Non gioco più, Marjo. Ho uno schiacciamento vertebrale, dovuto a quel lavoro di merda”
“Peccato. Segui ancora i portieri?”
“Sempre”
“Però lo schiacciamento vertebrale non ti impedisce di… ah ah, hai capito…”
Ho capito, formichiere. Ho capito che mi hai rotto. Vuoi scopare. Vuoi saperti al caldo. Prova a fare delle flessioni, tanto è perfettamente inutile che un uomo come te cacci qualcosa da dentro. Non hai mai superato il fosso dei bocchini, ci sei dentro come vinavil, sei appiccicoso, è tutta la vita che cerchi corsie preferenziali. Fatti un uovo in camicia con una bambola gonfiabile bianca, che sei pure razzista.

Non mi piace radermi. Non mi appassiona. Prima o poi smetterò di preoccuparmene. Non mi piace l’aspetto ripulito, quando sono stato un po’ figurino mi sono sentito un quarto di stronzo.
“Perché sei così duro?”, mi chiede una persona che ancora non si è rassegnata alla mia mancanza di quiete.
Ma cosa devo rispondere? Ognuno è fatto come è fatto. Ognuno dovrebbe seguire il suo mare. Ognuno avrà la possibilità di andare in barca a vela, in crociera o di naufragare. A me piace fare tutto insieme. Ho licenziato tutti i bagnini e non ho mai guardato volentieri Baywatch.
Nella mia testa, l’organico della guardia costiera dev’essere composto di naufraghi, di gente che è lì per dimenticare e non per apparire. E in ogni lussuosa crociera ci dev’essere la tentazione del crimine, se non del suicidio. Altrimenti è solo un film buono per Rai Uno o per mangiare popcorn con la tua arresa ragazza, che magari si è convinta di doverti accettare anche se sei una merda assoluta.
Non so se nel 2034 sarò vivo. Dovrei avere 62 anni. Non riesco a figurarmi. Potrei anche essere un padre affettuoso ed un uomo ancora vivido. Potrei. Potrei anche non essere più in circolazione. Potrei aver aderito ad un circolo di canasta e burraco. Potrei aver dichiarato che ho trovato Dio sotto il telecomando, in poltrona, e che mi è sempre piaciuto non avere certezze. Può darsi che nel 2034 io possa scrivere cose solo per tentare di ottenere tardivi residui di amore. Sarebbe molto patetico. Forse vivrò in Belgio. Di sicuro mi piacerà ancora il rock. Può darsi che ne scriverò massivamente, con autorità, anche se sarò mezzo sordo. A 62 anni buona parte delle persone che avrò conosciuto saranno scomparse, seppellite, forse rimpiante. Forse mi rifiuterò di guardare film duri e leggere libri troppo riflessivi. Forse indosserò una catena d’oro. Non lo so.
Per ora, ho imparato che anelli, catene, bracciali, promesse, case nuove, vasche da bagno, monili, denti da leccare, spalle da mordere ed annusare, è tutta roba che può andare in fusione e generare una minuscola medaglia, una di quelle medagliette che si mettono al collo, come i cani, come quelli con gruppi sanguigni introvabili, come quelli in permesso speciale per vivere.
Non è il lato schifoso della vita: è la vita e basta. Se ho davanti un cumulo di merda e vomito non fingo che siano fresie e girasoli. Le stelle determinano il mio umore, la luna che si mostra a metà è sempre un misto tra un’altalena e un albero per impiccarsi, e per quel che ne so il vero amore non può mai garantire il giorno dopo.
“Perché sei così duro?”
Perché ho sognato troppo. È facile. Non c’è bisogno di Meluzzi, ad esempio. Ho sognato troppo. Troppe volte sono rimasto alla finestra, scambiando pigri aerei per code di comete. Troppe volte ho cercato di fermare nel tempo e nel cuore la dignità e in realtà mi stavo suicidando senza infermieri e liofilizzati di Dio.
Sperando nella felicità si incontrano mostri orribili e affamati. Da bambino vieni tramutato in pirata, e con gli uncini cerchi di carezzare qualcosa che sembra ricordarti o annunciarti l’amore.
È il dramma secco e composto delle emozioni. Non ci si può opporre, occorre aprirgli la porta e cercare un punto d’incontro senza troppe formalità. Forse in questo modo si riesce a sopravvivere con qualche tempesta d’emergenza in tasca.

Luca De Pasquale, 27 giugno 2014

25/06/14

Dalla parte di Ian Hill


Arrivano periodi in cui si scrive meno facilmente; forse perché si preferisce vivere.
Non è stato infrequente che rileggendo qualcosa di mio io abbia pensato “ma che cazzo vuoi...” e abbia cestinato senza pietà.
Frase, questa, che mi capita di considerare spesso quando qualcuno mi parla, ma è evidentemente un altro discorso.
Oggi ho fatto la mia uscita in società, mezz'ora di passeggiata vestito come un tennista senior eterosessuale con il vizio del fumo.
Ho contato uno sguardo profondo di una sconosciuta, una coppietta che faceva pettegolezzi come solo chi sta insieme si mette in testa di fare, un docente universitario dall'aria espansiva che faceva i complimenti al violinista in funicolare. Poco altro.
Sono giorni che giro intorno alla mia simpatia per il bassista Ian Hill dei Judas Priest. Sono giorni figli di anni, perché ho sempre tenuto in considerazione Ian Hill, uno che in decenni di onorata carriera non ha fatto un assolo di basso che sia uno, è sempre stato nelle retrovie, nei video dei Judas quasi non lo inquadravano: i bassisti hard rock di oggi non lo considerano un'influenza e spesso ne criticano la remissività. Sono degli ingrati.
Fior di professionista, persona garbata, Ian Hill ha sempre avuto la mia stima per il totale e sincero anti-divismo che ha professato con continuità.
Sono cresciuto con i Judas Priest, che senza il suo basso non invadente ma di certo fondantem nei diversi anthem granitici che ci hanno consegnato avrebbero perso propulsione, base, dinamismo. 
Apprezzo di Ian anche lo spirito e la tolleranza; al posto suo avrei cacciato la testa dal sacco e avrei rotto i coglioni a K.K. Downing, Glen Tipton e al grande Rob Halford, chiedendo un po' di visibilità. E invece. Quindi, surplus di stima.
Ian Hill sapeva stare al suo posto, ma quello era il suo posto. Non se ne può più di primedonne, ovunque. Ian, nelle numerose interviste concesse alla stampa specializzata (perché ancora oggi, con il suo aplomb, sembra essere quello delegato maggiormente ai rapporti con la stampa), non giocava a fare la vittima, anzi spiegava il concept della band con dovizia di particolari e con sincero entusiasmo. Sembrava sempre voler dire “so che non apprezzate che non mi si veda e so anche di aver scritto poche canzoni, ma sono fatti miei, senza di me non sarebbero i Judas Priest”.
Tutta la mia devozione a Ian Hill, che naturalmente è assurto subito, nelle nebbie della mia adolescenza, a mio Judas prediletto. E lo è ancora.

Sono stato metallaro per anni e anni. Questo non si dimentica. È stato un imprinting di autoghettizzazione, almeno in quegli anni. Mentre i miei compagni di scuola cresi e figli di professionisti si dilettavano nella dicotomia tra Duran Duran e Spandau, io macinavo metallo pesante e rabbia sociale. Mi è servito molto. E non rinnego. Non rinnego proprio niente di quel periodo.
Ad una sgangherata e mal riuscita festa per i miei diciassette anni, consolai i pochi e annoiati invitati con dischi di Armored Saint, Attacker, Celtic Frost, Abattoir, Venom, Accept e Metal Church. Mi chiesero di smetterla, nonostante fossi il festeggiato, e le giovani fiche rivolsero definitivamente le loro attenzioni altrove. Non mi importava, sentivo di avere molta rabbia dentro e dovevo esibire la mia diversità per non farmi sopraffare, per cui il metal andava più che bene per non essere inquadrato da subito.
Negli anni successivi ho deviato in modo naturale verso altro, ma sono spesso tornato al metal, dopo abbuffate di fusion bassistica o post punk, di class pop e di blues, ed è sempre stato soddisfacente tornare in quella vecchia cantina piena di ragnatele.
Riascoltando oggi quei dischi, mi viene il magone. Ricordo quante ballate ho consumato per ragazze che nemmeno mi conoscevano, e quante cavalcate sonore ho sostenuto per infondermi quel coraggio che era un misto tra scemenza e trascendenza pura.
Poi ho iniziato a soffrire e a far soffrire, a sporcarmi di vita e di scelte, di addii e ritorni, ho cercato di essere uomo senza farmela sotto, ho cercato quantomeno di essere una persona decente, non sempre riuscendoci.
Maledettamente imperfetto, schifosamente spartano e perfezionista, ho giocato nel ruolo, di Ian Hill, ma senza la sua infinita pazienza e la sua bonarietà. Chissà come mi era venuto il gusto dei conflitti, dei confronti, dei botta e risposta, delle vendette, fatto sta che la compostezza di Ian Hill io me la sono sempre sognata. E questo è un rimpianto, sì, almeno questo.

Oggi sono invecchiato, quel che serve, quel che basta. Da primadonna in malasorte esibita sono passato a vecchia bagascia che si rifugia nei fiori quando rimane sola e dimentica tutto il fiume di pelle, baci e abbracci trascorsi, tutte le chimere mai levigate per bene, tutti gli equivoci generati dal cercare di amare e vivere, come un contrappasso in tempo reale.
Non sento grossi rammarichi addosso, anzi le questioni più spinose mi hanno visto risoluto e piuttosto rapido. Sento il peso di frasi che non ho pronunciato, di esitazioni fatali, di entusiasmi mal gestiti, ma niente che possa davvero somigliare a rimpianti, rimorsi o desideri di espiazione.
Ho fatto quel che potevo e ho protestato anche troppo, con chiunque, senza deferenza, senza timori. Ho voltato pagina quando necessario e quando l’aria non era più tersa.
Per fortuna, i veri eroismi sono altrove, qui è solo sopravvivenza e serbatoio di rabbia che serve ad accendere gli occhi al mattino. Il vero eroismo è banalmente diventato credere negli altri e nelle opportunità che la vita offre, dedicarsi a qualcuno senza chiedere danni e risarcimenti al primo ostacolo, l'eroismo è confondersi agli altri e non lamentarsi per lo scarso rilievo delle nostre azioni.

Ma torniamo a Ian Hill, che è il punto focale di questa nota. 
Ian è, grazie a Dio,  ancora vivo e suona ancora. Jaco Pastorius, Phil Lynott e Sid Vicious sono morti. Vorrà pur dire qualcosa. Ian Hill è stato al suo posto; doveva avere le spalle larghe e una larga visuale di comprensione delle cose e degli equilibri. Non si possono amare solo i rompicollo e gli uomini straordinari. Mi piacerebbe iniziare a comportarmi un po' come Ian Hill, che forse si fumava una sigaretta per cazzi suoi mentre gli axemen e il frontman della band riscuotevano consensi e acclamazioni. Non ho mai visto qualcuno impazzire per le controllate movenze di Ian, invece Rob Halford ha -giustamente- un seguito di fedelissimi che lo hanno seguito anche in imprese musicali non perfettamente a fuoco.
Ci sarà sempre qualcuno, almeno è auspicabile, che sarà attento a te anche se non strepiti. Il Luca diciassettenne che ascoltava tutti i dischi dei Judas si attaccava alle casse dello stereo antidiluviano per distinguere il basso di Hill, si emozionava per le tante e belle note profuse dall'uomo-ombra nel pezzo “Here come the tears”, e oggi scrive di lui a distanza di venticinque anni da quei battesimi. Con un senso di gratitudine. Senza esagerare.
Mi sembra, a tutti gli effetti, la prova che non tutti preferiscono i primi piani e la luce, ma riescono a volte a scorgere oggetti ed anime nascoste nei margini, negli sfondi, in quell'oblio che è spesso una meravigliosa mimesi.
E dunque gloria a Ian Hill, nonostante la passione che ho per bassisti onnipresenti e dal suono certamente più ingombrante e riconoscibile come Steve Harris, Rudy Sarzo, Cliff Burton, Tony Franklin, Randy Coven, Billy Sheehan, Barry Sparks, Marcel Jacob, Barend Courbois, Steve DiGiorgio, Jeroen Paul Thesseling, tanto per rimanere nel genere.
Come metafora di una crescita nel vedere le cose e le persone, mi piace utilizzare lui, uno dei grandi “invisibili di sostanza”. Forse il mio eroe adolescenziale meglio conservato, più sano e lungimirante, dolcemente attivo in una macchina perfetta di metallo che si chiama Judas Priest ed io ho avuto la fortuna di incontrare ed amare.

Luca De Pasquale, 12 gennaio 2014




24/06/14

Candida con brio


Mi costò cara l'avventura senza profilattico con la sconosciuta: candida.
E non mi era nemmeno piaciuta. Neanche un po'. Perché bastava sfiorarla per mandarla in paradiso, ed era ovviamente falso. Chissà dove aveva imparato a simulare in maniera così plateale. Durante la cena autorizzazione alla scopata mi aveva detto che aveva “vissuto molte passioni”. Un eufemismo per farmi intuire caldi trascorsi. Mi aveva poi informato, durante i preliminari, che aveva ricevuto un buon feedback per i giochini che usava praticare sugli uomini, causandomi un riflusso di nausea e anche noia.
Non aveva capito un cazzo. Ma non doveva capire. Non poteva sapere che me la scopavo per non farmi fuori, per darmi un obiettivo per le ore seguenti e poi chissà. Lei invece mi scopava per collezionismo. Le piaceva gemere in modo ridicolo, sembrava un'attrice tedesca di porno in acido, e poi non aveva combinato bene l'intimo. Ci tenne anche ad informarmi che usava masturbarsi frequentemente in luoghi pubblici e che aveva girato dei filmini con un amico di suo padre, un uomo sposato con il quale aveva intrattenuto una liaison sessuale di qualche mese.
Anche se meccanicamente funzionavo, meglio di quando avevo amato e sentito altre emozioni, non potevo non accorgermi della mia voglia di vomitare e allontanarmi da quel mostro di sesso inutile.
La sua eccessiva malizia faceva schifo, il suo modo di godere era uno schiaffo al buon gusto, la sua mania di farlo diventare duro a uomini tanto diversi mi deprimeva. Ma eravamo due facce della stessa medaglia, perché facevo schifo anche io. Più di lei. Ero un fottuto ipocrita. L'uomo colto, il letterato. Una farsa: mi interessava eccome eccitare delle sconosciute, mi eccitava pensare che si sarebbero masturbate in attesa di me e del mio sesso, mi sentivo potente in entrata e implacabile in uscita. Non ero certo migliore di lei.
In quel periodo stavo male al lavoro, stavo male in casa, le mie amicizie erano insoddisfacenti, avevo pochi soldi, i colleghi mi sembravano una costrizione inaccettabile, i graduati aziendali erano delle colline di diarrea, ero comunista più del solito, l'amore mi aveva deluso, si trattava solo di un cumulo di menzogne in perenne equilibrismo. Non credendo in Dio e non avendo pronto un romanzo, non amando il buon cibo e il buon vino, non tifando per il Napoli e non essendo appassionato di videogiochi, mi rimaneva solo il mio cazzo.
Come avrei potuto salvarmi? Non riuscivo ad appassionarmi ad associazioni animalistiche, non avevo nemmeno preclusioni alimentari di grano etico, non concepivo il volontariato e i miei clienti mi apparivano solo come dei molestatori maniacali, uomini persi, imperdonabili, banalissimi, con il sospensorio sull'anima e i coglioni sgonfi. E poi, oh mio Dio, non avevo “fatto un figlio”.
“Un figlio ti salva la vita”, mi aveva detto Enobarbo Traetta, il mio vecchio amico del liceo. Ne avevo preso nota, ma mentalmente lo avevo invitato ad andare a leccarsi la moglie e ringraziare il Padreterno.
Già, non avevo “fatto un figlio”. Proprio io che potevo anche averne, ne avevo le prove, era sancito da alcuni fatti. Stavo sperperando i miei anni senza “fare un figlio”. Che uomo arido.
In quel periodo di schifo avevo inventariato il mio mondo per trovare degli elementi lucenti, scintillanti, gli appigli sul precipizio. Tolto il rock e le sigarette, le partite della Fiorentina e i buoni romanzi, avevo trovato a portata di mano solo l'erotismo e forme di gallismo isolazionista.
Per giunta ero proletario, peggio che proletario, ma figlio di borghesi e squattrinato e senzadio. Per i sempliciotti che incontravo nella mia quotidianità, ero “molto originale” e “un po' strano”, le stesse cose che avevano detto di mio padre e di alcuni miei zii.
“Bello il tuo gatto”, aveva detto la virago, rivestendosi.
“È femmina”
“Ma è un gattino straordinario! Vieni qui, piccolo...”
“È femmina”
“Piccolo...”
Ma vattene a fare in culo.

Mi venne la candida due giorni dopo. Il medico di base mi accolse con un sorriso ironico quando lo raggiunsi allo studio per mostrargli le placche in gola e il cazzo a righe.
Non so come, finimmo a parlare di salmonellosi e di altre conseguenze, so solo che non vedevo l'ora di uscire da lì e accendermi una sigaretta. Mi ero messo in malattia, quei figli di troia non meritavano la mia presenza, non avevo tempo da perdere. Giravo per la città con la mia anima stracciona e il cazzo a pois. Comprai due pomate specifiche e mi irrorai la zona con una perizia che mi sorprese gradevolmente.
Ero il guru del mio glande. Ci sapevo fare, con il mio pellicano. Ero delicato, comprensivo, quasi soave. Dovevo preservarlo dalla mia idiozia, e sapevo quanto poteva essere difficile.
Incontrai un'amica, decidemmo di prendere un caffè. Lei sembrava sempre sul punto di salvarmi, poi scompariva per due anni per poi riapparire con le medesime intenzioni. Era fuorviante.
Simona viveva sempre relazioni complicatissime, piene di litigi violenti, riappacificazioni stentoree, karma teleguidati e viaggi della speranza, tutte cose che mi raccontava con dovizia di particolari, funestandomi in modo intollerabile.
Non era mai capitato che ci fossimo dati un po' di lingua, eppure ci avrebbe fatto bene. Tutta le volte che le parlavo o la incontravo, la domanda peculiare riguardava la sua sfera sessuale. Quanto si dava? Come godeva? Cosa preferiva? Era profonda o più di impatto superficiale? Faceva o meno uso di turpiloquio durante il coito? Ma erano domande che scolorivano subito, perché la sua monomania circa il rispetto dei ruoli uomo-donna mi sconfortava. Per lei, si poteva dire che un uomo rispettasse una donna solo se le si rapportava perennemente con un fiore in bocca, formalmente, mostrandole continuamente la grandezza del suo amore. Per i suoi gusti ero un bruto, un mezzo animale, proprio io, l'ultimo dei romantici, il Polifemo dell'eternità, il lottatore gigantesco che si sarebbe spento per una sola giusta carezza.
Avevo lasciato che mi fraintendesse. Non me ne fregava niente. Se nella mia vita avessi perso tempo ed energie appresso a quelli che mi hanno equivocato e frainteso, adesso starei ancora al telefono a mormorare delle scuse patetiche. Simona non mi avrebbe mai scelto perché ero bestiale in certe insofferenze e anche amante di un certo tipo di oscenità. Preferiva uomini che partivano gentili e poi si dimostravano dei pezzi di merda, un tratto comune a molte ingenue.
“Come stai?”
“Ho preso la candida”
“Oddio...”
“Capita”
“Non hai usato precauzioni?”
“Non è questo. Per come mi sento dentro, potevo solo prendere la candida. Ma meglio prenderla con una di passaggio con la tua finta fidanzata, lo trovo più degno. Mi è capitato anche quello”
“Sempre con questo cinismo da passeggio, tu”
“Sempre molto ottimista tu, invece”
“Sei autodistruttivo. Forse sei bipolare. Ti vuoi certamente poco bene, anche se fai l'arrogante”
“Vedo che mi stimi molto. Questo attenua i miei pruriti, ti ringrazio”
“Sei volgare”
“Ti ringrazio”
“Penso che tu stia cercando l'amore”
“Lo pensavo anch'io, ma ora sto usando una pomata granulare per fare il punto della situazione”
“Penso anche che tu devi aver vissuto una grande delusione. Hai tutti i postumi della grande delusione d'amore”
“Può essere. Mi piacerebbe non parlarne”
“Lo si capisce anche da quello che scrivi. C'è dolore in quel che scrivi, anche se punti su una volgarità di fondo che non mi piace proprio, ti svaluta, mortifica la tua intelligenza. E tu sei intelligente”
“Ti ringrazio per queste parole sentite. Vorrei un caffè, ora”
“Puoi uscirne: ne sono sicura. Prendi me, ad esempio...”
Ci siamo. Eccola. Ora mi parla del grande amore del mese, pensai.
“... metti me e Antonello... due mesi fa ci siamo picchiati a sangue, sua sorella mi voleva denunciare... e adesso... adesso stiamo pensando ad un figlio”
“Mi sembra un percorso coerente”
“Antonello è un uomo fantastico, andava solo rotta la scorza”
“Non lo metto in dubbio, era proprio una questione di scorza”
“Vogliamo sposarci”
“Certamente, sì, chiaro”
“Quando non c'è mi sento così sperduta. È una sensazione inedita e meravigliosa, Luca. Io ti auguro che tu un giorno possa sentirti così”
“Chiaro, ti ringrazio, sì, certo, lo capisco, grazie”
“Antonello ed io abbiamo scelto anche i nomi... e siamo anche d'accordo su un'altra cosa fondamentale: nostro figlio dovrà essere vegetariano”
“Chiaro, ci mancherebbe. Avete anche deciso per chi voterà?”
Questa cazzata di Simona mi portò a ricordarmi dell'assistente Franza all'università, che era stato trovato nei cessi della Federico II con una studentessa che glielo stava succhiando con intorno della verdura; Franza era un notorio ed ossessivo vegeteriano. Probabilmente era una delle solite strampalate leggende metropolitane, ma mi causava ilarità. Iniziai a ridere, pensando a Franza con dei broccoli nei boxer. Simona si irritò immediatamente, mi disse che ero scostumato e arrogante (ancora), che continuando così non avrei mai trovato Amore.
Accettai di buon grado la strigliata nevrotica, me l'ero meritata. Il prurito all'uccello mi aveva messo knock out, Simona aveva ragione da vendere in fondo, ero autodistruttivo e sconsiderato.
Cercai di ricomporre la cosa, le feci i miei migliori auguri per la sua stupenda storia con Antonello, un tipo così sensibile alla natura, alla bellezza del creato, allo spirito degli esseri umani.
Allontanandomi, mi sentii meglio anche se il prurito mi tormentava. Quella donna doveva avermi passato anche altro, oltre la candida. Pensai di dovermi circoncidere o direttamente evirarmi, perché era come se mille pulci stessero giocando a tennis sul mio uccello.
Trentanove anni, borghese deviato, venditore di dischi, ateo, egotista, cowboy di quartiere, saltimbanco della solitudine, mancato portiere di calcio, mancato poliziotto, scrittore dispari: dovevo andare a caccia di salvezze, di tante piccole salviette rinfrescanti.
Entrai nel bagno di un bar, mi portai il medio alla bocca, lo inumidii e me lo piazzai sul cazzo. Sollievo. Freschezza di intenti e istinto di conservazione. E poi il cazzo sembrava l'unica zona non raggiungibile appieno dalla pedante empatia altrui. Dovevo preservarlo, era la mission, altro che vendere servizi e fidelizzare un esercito di falliti con l'hobby della domenica-passeggino.


Luca De Pasquale, 24 giugno 2014

23/06/14

La grande e insulsa notte dell'uomo fiammifero


La notte è un vibrafono. Come i suoni del vibrafono, è un insieme di gocce trasparenti che compongono un corpo nero.
Ho poggiato le chiavi nel posacenere in ingresso. Mi sono guardato allo specchio solo con la vista periferica.
Lei è in camera. Non c'è musica. C'è poca luce.
Non ci amiamo più. È finita da tempo ma abbiamo aspettato. Aspettato che arrivi il momento giusto per lasciarci.
Non parliamo quasi più. Non giochiamo, non scherziamo, non ci inseguiamo con le parole e con i pensieri. Io ho dimenticato molte delle cose che mi ha raccontato, la sua vita, le sue esperienze precedenti. Lei ha dimenticato che sono un uomo. Ha dimenticato che al buio ci vedo bene. Ha dimenticato che sono nato dalla morte. Ma in fondo non lo ha mai saputo.
Ci scambiamo un gesto impercettibile. Ci siamo salutati. È finita e lo sappiamo. È orrendo e necessario, consumare quel che resta in questo silenzio, in quest'inimicizia appuntita, questa vuota centrifuga di panni già ripuliti.
È finita ma la cosa è aggravata dall'arroganza che abbiamo interpretato, pensare e sperare che potesse durare, che potessimo essere un palazzo e non una palafitta.
La notte è un vibrafono. Stesso suono limpido che si regge e si sviluppa grazie a filamenti quasi invisibili, di diverso colore, tutti con una terminazione fragile in rifugi piccolissimi.

Ceniamo senza dire una parola. Poi ognuno torna al suo angolo, ed è talmente finita che l'altro non contesta, non protesta, non si indigna. La grande ipocrisia, quel riserbo che si vorrebbe risparmiatore di sofferenze, ci consente di non dirci che entrambi abbiamo interessi altrove. Che ci sono altre persone. Che siamo attesi da altre braccia, altri complimenti, altri vezzeggiativi, e da una complicità completamente differente.
Fumo in questo diadema di buio, penso all'altra donna. Non sono sicuro che mi voglia veramente. Non sono sicuro di voler lottare per lei. Mi piace l'idea di come l'ho sottratta ad un altro uomo. Mi piace constatare di averla turbata. Mi piace anche di più immaginarla di notte, attaccata alla mie pelle, alle mie bugie, alla recita della distanza infinita che mi vede specialista e quasi infallibile.
Che importa se non sono certo di voler lottare? Non ho mai lottato secondo i canoni ed i desideri degli altri. Dal balcone vedo i movimenti della prima donna, di quella che non voglio più, che non vedo l'ora di lasciare. Mi osserva, a scatti, timidamente, forse nauseata. Si capisce che ho un'altra tra i polsi, nei pensieri, si capisce che il profumo dell'altra è solo addormentato sul mio sesso, ma rinascerà, rinascerà per un nuovo gioco a termine.
Ma è inutile che lei mi studi, che cerchi di capire, che possa anche solo pensare di giudicarmi, perché invece lei nell'uomo nuovo vede una nuova speranza, una nuova meta, e fa quella schiuma di bellezza che trovo così deprimente, povera. Pensare di ripulirsi con la prossima persona è un abisso senza speranza. Siamo solo scorie tenute su in modo raffazzonato e dilettantistico, ci piace descriverci come gioielli non riconosciuti al primo sguardo: è il fango difensivo nel quale sguazziamo come imbecilli.
Non la voglio più. Non la desidero più. Non farei mai più l'amore con lei, anche se usasse il profumo più provocante, anche se acconciasse i capelli come preferivo, anche se mi riconoscesse improvvisamente e di nuovo un valore come uomo. Desidero l'altra. Desidero l'altra e non riesco a darmi un freno, la desidero e neanche so quanto davvero la voglio.
Perderò il desiderio di entrambe. Credo sia quello che segretamente mi auguro. Voglio che il cielo della notte diventi il vestito da mettere su quando deciderò di non partecipare più ad alcuna festa.

Finisco la sigaretta, rientro. Il suo sguardo indecente, ostile, bugiardo, è lì, sulla sua testa. Non la desidero più. Da tanto tempo. Come mi ha eccitato, invece, la voce dell'altra. Quanto. Sembrava un terremoto. Sembrava che il diavolo mi stesse sputando in faccia tutte le stelle, per ferirmi, per farmi gridare, per condannarmi alle fiamme. Come mi è piaciuto eliminare il suo uomo per subentrare. Che senso di forza e di coraggio amorale. Che schifo. All'altra ho mormorato, ho suggerito un'interpretazione della mia persona, le ho fatto capire di che pasta sono fatto, quanto mi piace fottermi bellamente e non rispettare la buona creanza. Ma non ho mai avuto mai la sensazione di voler lottare veramente, probabilmente perché non mi fido.
Non escludo che mi piaccia solo rubare. Mi è rimasta tatuata addosso questa mania, ma vibro solo per poco, mi accendo per una sfida, sono più abituato a morire e poi risvegliarmi in altri luoghi, con altre persone.
“Non fumare in camera da letto”, mi dice la prima, all'improvviso, spuntando da un angolo. Non la guardo nemmeno in faccia, dico solo “tranquilla” e penso che tra poco non mi vedrà mai più, e che magari lo stronzo che prenderà il mio posto fumerà più di me ma avrà la sua stima. E la stima, soprattutto se dipendente dalle speranze, autorizza sempre due pesi e due misure.
Poi ritorno a pensare all'altra, mentre mi spoglio. Ho un'erezione, sono stimolato, sono un boia. Siamo un capriccio reciproco. Non mi fido nemmeno di lei. Non so se mi andrà di prenderla, con il suo buffone di corte uscito di scena. Sono un boia. Non cerco la normalità, questa cosa che dice faccia bene. Non cerco la serenità. Sono in sfida e rivolta continua, e se mi faccio male mi sento ancora più gladiatorio. Siamo un capriccio. Ma non la userò per uscire da quest'incubo di amore fallito.
Perderò il desiderio di entrambe, mi rinnoverò in un altro modo, troverò altri animali con i quali giocare a sbranarsi.

Prendo il telefono. Chiamo l'altra. E se quella mi sente, che stesse zitta, che pensasse al suo stronzo in divisa di salvatore.
La voce dell'altra mi arriva fresca e interessata, stupita. Piccoli brividi di aiuto.
“Dormi?”, le dico.
“No. E sono felice che tu mi abbia chiamata”
Brividi. Brividi tra pancia e labbra, il boia sorride.
Non sono convinto, non mi fido, ma ho i brividi. Mi piacciono queste cose quando qualcosa mi è appena morto addosso.
Mi piacciono le sue mani, ma non sono certo che mi piacerà baciarle, onorarle, scioglierle sul mio cazzo, scriverci una promessa.
Il suo vino, il suo corpo, le sue manie, il suo svezzarsi di fronte a vecchie sofferenze, sono tutti elementi che diventeranno presto un ricordo. Ma vado avanti uguale. A termine, a luci spente, girandola di dolore, luna park di autodistruzione necessaria.
“Ti pensavo”, è la mia voce a dirlo.
“Luca...”
Sta zitta. Non dire altro. Finirà tutto molto presto. Prima che tu possa disegnare i contorni di una futura nostalgia.

Luca De Pasquale, 23 giugno 2014