30/05/14

Dischi, libri? Meglio tante patatine


Allora pensai e ripensai e poi pensai ancora un po'. E infine presi una decisione. Decisi che non sapevo cosa cavolo fare.
Jim Thompson

Il mio ex cliente Uccello Teucro mi dà la morte. Vuole da me dei cofanetti di John Coltrane, e vuole pagarli cinque euro.
“Non di più”, dice, “perché non sono così fesso da pagarli tanto”.
Mentre lui parla, io occhieggio verso l'alto. C'è una donna su un balcone con un vestitino corto. La donna è intenta a parlare con un probabile tecnico di caldaia. Il vestito è sexy e la postura anche di più. Noi fumatori ci accorgiamo più degli altri di quel che accade in alto, perché quando cacciamo parte del fumo catturiamo anche scaglie di cielo e di vertigine.
Uccello Teucro mi racconta di come è riuscito a conoscere Robert Fripp dei King Crimson dopo un concerto in Belgio; sinceramente non me ne chiava un cazzo, per quanto io ami i King Crimson, ma va benissimo per temporeggiare sotto quel vestitino sexy.
Se fossi il tecnico della caldaia, avrei certo le palpitazioni; ma non avrei la visuale di ora, quindi la cosa è livellata.
Uccello Teucro continua, continua, continua: Genesis, Pink Floyd, Eric Clapton, Neil Young, Rocky Erikson, Scott Walker, Lou Reed. D'accordo, lo so che vuoi dimostrarmi che conosci il rock. Ora però taci, anche perché la tipa è purtroppo rientrata in casa.
“Comprerai il cofanetto americano dei Beatles?”, chiede Uccello Teucro.
“No”
“Come mai?”
“Ho un arretrato spaventoso di discografie da completare, sto comprando titoli di East Of Eden e Gentle Giant, non credo che il cofanetto dei Beatles possa andare fuori catalogo, almeno lo spero”
Vuoi mettere i Beatles ed i Gentle Giant???”, puntualizza lui, saccente.
“Sono solo punti di vista, Uccello. Io preferisco i Gentle Giant, te lo dico
“Bestemmia”
“Okay”
“Stai mandando dei curriculas in giro?”
Curriculas? Sarebbe un buon nome per una band post rock.
“Ho inviato numerosi curriculas in giro, niente”
“Eppure sei qualificato, ne capisci molto di musica e di libri”
Che gentile.
“Ti ringrazio”
“Mi mancano i tuoi consigli”
“Ti ringrazio”
“Ti auguro buona fortuna”
“Ti ringrazio”
Saluto Uccello Teucro ed emigro. La donna con il vestitino è definitivamente rientrata, sono alla seconda Camel in venti minuti, devo stare attento alla salute, me lo hanno detto più volte.
In città, negli ambienti più evoluti, c'è aria di scandalo perché ha chiuso l'ennesima libreria storica e continuano ad aprire a getto interrotto “patatinerie”. Direi che buona parte della gente ha quel che si merita, un mare di patatine, un oceano di maledette, fottute patatine unte e nocive.
Però ci si indigna più per le librerie che per i negozi di dischi. I libri fanno più effetto dei dischi. I libri sembra abbiano più a che fare con fatti di coscienza e cultura, mentre in Italia i dischi danno sempre l'idea di un hobby maniacale o poco più.
Un disco per me è un oggetto prezioso quanto un libro. Tutto questo blaterare di “cultura che viene meno” spesso proviene da persone che non acquisterebbero mai un libro scritto prima del 2000. Come del resto le geremiadi per la fine dei negozi di dischi, spesso condotte con foga da collezionisti di mp3 del cazzo.
Un libraio, anche il più mediocre, oggi può accodarsi alla carovana d'indignazione per la deleteria sparizione delle librerie dal tessuto cittadino; un venditore di dischi è solo carne da macello, un oggetto obsoleto, un ricordo adolescenziale e sbiadito.
Io i libri cerco di scriverli, ma sono un venditore di dischi professionista. E ne vado fiero, anche se non serve. Non mi sono reinventato ragazzotto addetto ai videogiochi, triste consigliori di cavi o dissimulatore di nozioni sulla fotografia sottomarina. Con il multiskilling delle multinazionali mi ci lavo il culo.
Napoli, città anche di patatine fritte, patatine fritte ovunque, e luogo deputato per piagnistei che non devono uscire dallo steccato, il disco è morto perché tanto si può scaricare, “io lo ascolto lo stesso, che me frega?”.
E se proprio devi comprare un disco vero, aspetta che ti preparo un cocktail di scampi e quadrifogli, e guardati quelle quattro fiche che chiacchierano davanti ad una birra, e presentami quel tuo amico scrittore che farà un reading insopportabile sulla forza della solidarietà e sul collettivo di belle teste da far quadrare. Mangiatevi tante patatine, tanto non diventerete come Siffredi, ma questo è risaputo.

Molte persone con me confondono le cose, perché scrivo ed è notorio che amo la musica più di altra cosa. Cercano di capire come la penso al riguardo. Ma io non penso. La priorità è pagare il fitto a fine mese, considerato anche che non percepisco la pensione affettiva di mammà e non c'è zio Chionzo che mi regala tre o quattrocento euro al mese.
Se apre un nuovo locale suggestivo, a me non frega un cazzo. Idem se fanno concerti di musica da camera in un convento o se l'ennesimo scrittore/coraggio scrive quattro menate sulla camorra e sulla sempre troppo sponsorizzata rinascita napoletana. Mi interessa di più il commesso che è sommerso di debiti e sta perdendo i capelli, la cinquantaseienne che gioca a fare la puttana perché non accetta la vecchiaia, l'omosessuale che può fare finalmente coming out perché i suoi genitori sono morti, il padre di famiglia tartassato da suoceri petulanti che si prende la sua ora d'aria andando a farsi succhiare l'uccello dietro lo stadio la domenica sera.
Mi interessano questi casi, non lo sparapose figlio di papà che dopo una doccia e una schidionata di whatsapp scrive qualcosa di prossimo all'indignazione civile sul social network in turno.

A casa, mattina di pioggia. Temo sia una delle ultime, poi il sole ci renderà tutti sovraesposti.
Ascolto i Back Door. Sublimi, con Colin Hodgkinson al basso. I grandi talenti hanno spesso poca fortuna.
Ho acceso la ventola nel bagno e si è spento il televisore. Ho messo il cellulare in carica e il fornello elettrico è andato in tilt. Questa casa è un corto circuito continuo. Come me.
Ho ricevuto la solita telefonata commerciale.
“Dottor De Pasquale! La stavo cercando da giorni...”
“Con chi parlo, scusi?”
“Sono Ettore della banc...”
Banca? Ma dai. E poi non sono il “dottor” De Pasquale. Non sono laureato. Non ci sono andato nemmeno vicino. Non sono laureato anche se riesco ad esprimermi nella mia lingua. Non sono pentito. Per niente. Come non sono pentito di essere uno dei pochi “maschi” senza patente. A quelli che mi hanno massacrato il cervello con la scontata frase “l'auto ti dà una grande libertà”, ho sempre risposto che se quella è la migliore delle libertà allora siamo proprio nella merda.
Valutami per quello che ho nel cuore, nell'anima, in testa, e se ti va anche per quello che ho tra le gambe. È molto più sano e meno ipocrita dell'obbligo di aver compiuto i passi giusti e tradizionali, comunione, festa dei 18 anni, patente, laurea, veglia dei morti di cui non ti frega, preservativo prima del matrimonio e poi tutto dentro per il bambino che tutti salverà, rispettare gli amici, gli amici degli amici, i conoscenti del partner, i parenti dell'amico che ti serve, qualche messa la domenica senza ricordare le parole, non desiderare la donna d'altri, non rubare, vota non per ideologia ma per utilità.

Incontro Clelia, che è una bella ragazza diventata madre qualche anno fa e ora completamente cambiata. In passato, ci siamo piaciuti per mezz'ora. In quella mezz'ora avevo sentito voglia di fare l'amore con lei; una voglia che non è più tornata. Ora ci parlo e non la immagino più godere sotto di me. Questa cosa è atroce. È una di quelle donne la cui forma delle labbra si presta bene al socchiudersi durante il piacere. Ha anche dei bei denti bianchi e regolari; eppure non la immagino più durante l'orgasmo, e questo è il segnale che sono cambiato, che potrei scrivere un maledettissimo libro new age, simulando qualche illuminazione da indigestione.
Mi sento colpevole e stupido a non figurarmi la libertà sfrenata del suo piacere, la sua voglia di un uomo che la faccia sognare per sedici minuti preliminari inclusi, quindi la ascolto con una bonomia impotente che mi fa piuttosto schifo.
Mi dice: “Hai visto, ha chiuso anche...” e mi cita la libreria che ha abbassato le saracinesche in questi giorni.
“Brutta cosa”, rispondo, e mi sento brutto, noioso, ondivago, scarnificato.
Per questa donna, tanti anni fa, ho costruito delle fantasie, magari mi sono anche toccato, e ora eccoci qui a parlare delle diaspore culturali cittadine.
“Si chiama crescita”, mi direbbe uno dei tanti supplenti del savoir vivre in circolazione.
Non si chiama crescita, è modulazione di fiamma, è cambio di spacciatore e nient'altro.
Le dico che sono schifato dall'apertura delle patatinerie, e che questo è ad occhio e croce un paese fottuto. Conveniamo su queste mie affermazioni.
Lei tornerà ai suoi figli, io alla mia andatura da detenuto rimesso in libertà, dopo la parziale riconsegna degli effetti personali.
Non c'è nulla che sia new age in tutto questo, e nulla che mi spinga a mangiare quelle fottute patatine.

Luca De Pasquale, 30 maggio 2014

29/05/14

La mano del morto


Like a womb, the night was all around.
Steve Kilbey

Ho sognato il diavolo. Di nuovo.
Questa volta mi trovavo in chiesa e lo sentivo attorno. Mi dicevano di accendere una candela e appariva.
Mi sono svegliato di scatto, le coperte erano a terra. Tremavo di freddo. Ci ho messo almeno cinque minuti a capire dove mi trovavo, e soprattutto di non essere davvero in sua compagnia. Era molto realistico.
Erano solo le 4e27 del mattino, mi sono riaddormentato solo un'ora dopo.
Sono rimasto in silenzio nel letto, sentivo solo gli uccelli fuori, qualche eco di automobile, i rumori di un bagno. Avevo voglia di ascoltare Etron Fou Leloublan, Canned Heat e Guru Guru.

Alle sette meno qualche minuto mi sono svegliato: indossavo un pullover scuro e il mio respiro aveva un odore quasi di medicinale. Ho velocemente pensato che non accetterò le malattie e la vecchiaia, che preferirò infinitamente morire. Ho pensato a tutte le energie che si disperdono e le ostinazioni che ci perseguitano. Ho pensato che il nostro culto dei morti ha qualcosa di beffardo e profondamente velleitario. Andiamo a pregare e piangere su terreni malfermi, geometriche disposizioni di pietra, ci arrampichiamo sui fiori del rimorso. Che insulsa ed insopportabile merda.
Mi sono messo in piedi. Un coso in chiaroscuro, per metà estasi fallita e per metà sogni demoniaci.
Ho pensato per l'ennesima volta che ho sbagliato a non entrare in polizia. Mio zio aveva ragione, sono stato un fesso. Sono sbirro dentro. C'è gente che mi ha detto negli anni che la polizia non potrebbe piacermi, perché sono di sinistra. Stronzate. La polizia mi ha sempre affascinato molto e non perché io abbia vissuto le suggestioni del commisario Rex o del tenente Sheridan. Guardo spesso documentari e serie sulla polizia, leggo libri sulla storia della polizia, sono per l'ordine e per una sensata repressione del crimine. Però sono di sinistra, e questo ha creato un numero impressionante di cortocircuitazioni amicali e emotive. Ho smesso da tempo di preoccuparmi di queste puttanate. Capirai che sfizio apparire coerente a chi poi non lo è.

Un tizio mi chiede un euro per un panino. Non gli rispondo.
Una mendicante mi fa una verbosa supplica per un'indimostrabile figlia malata. Non le rispondo.
Una tizia mi chiede spiccioli perché non ha soldi per pagare le bollette.
Bollette? Ma vai a farti fottere.
Forse dovrei farmi una t-shirt con su scritto “Lavoratore in mobilità per questioni di culo sano”, ma qualcuno la troverebbe di cattivo gusto.
Fuori casa trovo una bottiglia di birra vuota e dei fazzolettini di carta sporchi e bagnati. Che civiltà. Mettete un uomo irrequieto in stanze più piccole di trenta metri quadri e vedrete che gli sarà più difficile vivere in società e farsi andare bene le cose.
Facile strologare nelle comodità. Facile essere democratici e permissivi, e anche filo-folkloristici. Se insulto il muro di fronte, l'epiteto mi torna indietro come un elastico chiodato; se vomito l'anima nel cesso mi sentono fuori la porta d'ingresso. Ma abito in una zona affascinante, dove si vive a contatto con la natura: così mi ripetono spesso.
Nel bagno ci sono perdite d'acqua e se mi specchio troppo a lungo mi viene la sindrome del pesce rosso; nella casa precedente mi erano addirittura precluse tutte le posizioni sessuali tranne la più scontata, nel soppalco loculare dove cercavo vanamente di dormire non avrebbe chiavato bene neanche un mini-uomo tascabile. Bene è stato che in quella fase avevo chiuso con le donne e con l'amore in genere.
In compenso chiavavano parecchio i miei vicini, perché il quartiere era foriero di sveltine e scopate alcoliche, e ricordo come un'assurdità che le voci femminili che godevano non mi facevano alcun effetto, interrompevano solo le mie letture disordinate. Probabilmente avrei continuato a leggere anche se mi avessero fatto un pompino augurale.
Fase di merda, quella, fase da post-Marlowe, la ricordo con i brividi. Le cose mi giravano da schifo e non mi chiamava nessuno, con il pretesto di non disturbarmi ed essere “fuori luogo”. Mangiavo delle pizzette fredde verso le 23, accompagnate da una coca temperatura ambiente, ogni tanto postavo sul blog ad ore imprecisate. In quel fottuto locale che avevo sotto i piedi facevano baldoria fino alle quattro, quei bastardi smidollati. Pagavo ben 430 euro al mese per quella ciofeca di posto. Ho resistito solo pochi mesi, sarebbe finita ad omicidio.
Il lavoro era ancora più una merda del solito, si era toccato il fondo come ho più volte scritto. Ogni mattina era diventato un gesto stoico ed inutile vedere certe facce. Ero dimagrito di una decina di chili ed ero irascibile, profondamente irascibile non sulla carta ma nel quotidiano, che è molto più dannoso.
Mi era chiaro, nonostante tutto, che solo una forma di tranquillità reale, pratica, mi avrebbe dato un attimo di tregua. Ebbi almeno la lungimiranza di non attaccare filo con qualche donna; le relazioni non mi interessavano affatto. Ogni tanto mi incuriosivo per qualcuna, ma era come bere olio di ricino, in cuor mio sapevo che non desideravo alcuna chance, anzi pregavo e lavoravo per non averne.
In quel (lungo) periodo ho assistito ad una serie impressionante di contraddizioni umane. Pessimi freaks deflagrati dai bombardamenti di Abn El-Boujad erano però incapaci di mostrarmi un minimo di interesse umano; donne che si dichiaravano innamorate dell'idea di me giocavano alla fisarmonica -e con me non ha mai funzionato- nel terrore di trovarsi invischiate nelle lamentazioni di un uomo qualsiasi. C'erano anche le famose “chiavate in bottiglia”, e cioè quelle fornicazioni sospese nel tempo e nello spazio, che davano alla controparte il pretesto per qualche fumoso scritto notturno di rimpianto futuribile e crocerossismo deteriore. Ma non avevo bisogno di nessuno. Di nessuno. Ogni tanto si risvegliava qualcuno e la buttava sul predicozzo fiduciario: vogliti bene, vogliti bene, non autodistruggerti, guarda agli altri e respira, rinasci, esci e contentati, ricostruisciti secondo manuale, dai più chances alle persone. Quei volenterosi e prolissi farneticatori mi facevano sentire Satana in persona, e tutto sommato lo preferivo.
“Inizia una nuova storia, dai”
Se me lo diceva un uomo, era ovvio che pensassi di scoparmi la sua donna. Se me lo diceva una donna, la scartavo a priori, anche per il futuro anteriore.
“Al lavoro mostrati più docile, ti conviene”
Uhm. Era difficile. Come fai a mostrarti docile in un minestrone di panna scaduta e liquami? È già tutto molle e puzzolente, è solo un casermone del cazzo dove il lavoratore viene trattato come un coglione anche fortunato. Continuavo solo a ripetermi “questa merda non mi tratterrà molto a lungo, a costo di mangiare pulci e materassi”.
E così ho fatto.
E poi c'erano anche i cazzoni che mi parlavano di “storie convenienti”, ovverosia scegliere un partner a seconda del grado di nuova sicurezza che poteva darti, almeno per i primi tempi. Non ho mai guardato a questa roba. Sono un viscido pezzente su altri lati della vita, ma non su questo.
Le notti insonni in quel pisciatoio mi stavano facendo impazzire; avevo litigato un paio di volte con il proprietario del locale, senza miglioramenti. Il proprietario nicchiava ipocritamente. La mattina andavo al lavoro senza aver dormito, ed assistevo alla corsa ad infilare la lingua nell'ano dei responsabili preposti, con la scusa di essere disperati per carichi familiari e altre tragedie inconoscibili.
Qualcuno mi diceva anche “tu andrai subito in cassa integrazione a zero ore, perché non hai figli e sei separato, ma sei un ragazzo intelligente e sei il primo a saperlo”. Ed io ridevo, ridevo di gusto, senza prendermi inutili questioni con chi faceva fatica anche ad argomentare sensatamente per più di tre minuti.
L'ho già scritto, una macchina impazzita di bocche, culi e cazzi, proprio come in un mirabile racconto del vecchio Hank, era all'opera per salvare gli amici, i cortigiani, gli organizzatori di omaggi e i conigli sempre a testa bassa. Conoscevo il mio destino e supplicavo che finisse così, a schifio. Sono molto lieto che quell'esperienza sia finita, tagliata di netto. Sono anche molto lieto che tanti siano usciti dalla mia vita senza un saluto, senza avere i coglioni di parlare chiaro, senza affrontare la cosa, vergognosamente, con un'arrogante sottomissione al dispiacere.
Del resto, io non ero noto per prodigarmi molto nei confronti degli altri, quindi pari e fatta. A me piace la tabula rasa e anche il cupio dissolvi. A me piace sparire e che si sparisca. A me piace chiudere, quasi più di aprire.

La gente si riempie la bocca della parola “amore” e poi sbroda, schizza, lapilli di cibo e foga, ma niente amore. Secondo molti idioti l'amore è dappertutto, in ogni gesto, in ogni essere umano, ma sono cazzate consolatorie che neanche i bambini alle elementari.
Quando l'amore è presente, tutti i meccanismi di difesa si dissolvono in pochi istanti: altrimenti non è amore, è un surrogato, è un obbligo, è una speranza, è il programma di un figlio o di un'apparenza sociale. Non amo le messinscene. A ognuno le sue bieche ed involontarie ridicolaggini.
L'amicizia può essere un whisky quando fa freddo, il cicchetto da selfie, il rincalzo della passione, ma le notti gelide le passerai comunque da solo. E se sei uomo almeno un po' non pregherai Dio che ti restituisca la coerenza di qualcuno.
Ho pregato pochissimo Dio, ho preso le botte come i bambini cattivi, sarà per questo che di notte viene il diavolo. Almeno al piano di sotto non ballano e non sento i vicini fare flessioni sessuali.

LdP, 29 maggio 2014

28/05/14

Viola fisso


Un'avventura sporca.
Un'avventura laida, di letto e nient'altro, ha un suo sapore sempre diverso da quel che precedeva e quel che seguirà.
Un'avventura sporca serve a non pensare. Certe persone dovrebbero essere guardate solo in penombra e in camera da letto. Quell'allegria fittizia, drogata, quell'equivoco di velluto e stoffa, quei profumi spinti ben oltre l'olfatto, quel limite varcato sistematicamente per tornare alle proprie tristezze.
Vedersi solo per scopare e per non parlare. Spegnere una candela insieme e lanciarla a mare come un sos già ucciso e invalidato.
Una cena cortese, adulta, a luci basse; poi sbottonare i pantaloni, azzerare la schiuma del cuore e farsi usare senza troppi schiamazzi etici.
Meglio se fuori piove; meglio se domani morirai. Meglio se non hai un padre e una madre. Meglio se non hai amato. Meglio se sei partito più volte sperando che nessuno ti aspettasse nelle stazioni, infreddolito e fiducioso di ritrovarti.
Razionalmente, è impossibile credere nell'amore. La logica è una sega circolare e nessuno può impedirti più di non distinguere le lacrime dalle gocce.
Il panno scuro sul lume. Il disco dub che hai messo in sottofondo, ambient dissezionata per distrazioni monodose. La tua erezione. La tua erezione assurda e fuorviante. Il profumo dell'altro, che è sempre nuovo e ti può piacere per poco meno di una notte. I baci, la foga, la stupidità, il cemento sulle cicatrici, il portiere in livrea per un suicidio al minimo di giri.
Scopi senza gusto, senza amore dei contorni, scopi solo perché è uno dei pochi momenti in cui puoi dimostrarti di essere l'animale che senti. Anche quando tutto è normale.
Il resto della tua vita e della tua essenza non sarà funzionale a chi divide la notte con te. Conta quello che combinerai nel letto e dentro di lei. Puoi sborrare sulle lenzuola, forse sulla sua pancia, forse in faccia se vi siete accordati prima in silenzio, forse ti sborrerai addosso, tanto si tratta di un serpente di carta che va in fiamme, un po' di luce notturna per due persone.
Spegnerai il disco dub ambient, accenderai una sigaretta e sarete entrambi lontanissimi. Tanto varrebbe pagarsi, reciprocamente.
Vedrete entrambi altri sessi. Il susseguirsi delle occasioni. Sarete un ricordo, sarete una notte, dopo che passa il tempo non ricordi mai il sapore delle lingue. Ricordi di più la conformazione di una stanza e il tuo momento storico. I sapori li dimentichi.
I veri brividi sono altro. Lo stomaco chiuso e il cuore invaso dal vento. Il bisogno di sopravvivere che diventa improvvisamente voglia di vivere. La libido che atterra e plasma il miracolo di una scultura di devozione e fedeltà. La paura di fare del male e abbandonare che si tramuta in un coerente oltraggio alla morte.
Ma ogni sogno attinge ad un serbatoio di dolore; un dolore che non conta aver fagocitato o ignorato, sta lì, è la tua eterna mancata redenzione, è la tua piccolezza irritante e meschina che implora il tutto, una fede di attimi che somigliano ad una strada, il pugnale che nascondi nei fiori, il tramonto che speravi solo per te e che si rivela coraggio per due, e non sai per quanto.

Notte. Schiuma scura su uomo fermo. In lontananza, il mare olio che nasconde i sogni, la vista della tua vecchia finestra, l'odore della tua pelle che è l'unica rivelazione dell'essere uomo e non più ragazzo. Il tuo odore, che è stato amato, rifiutato, fiutato, ripreso, mescolato, diluito, reso fantasia e ossessione e poi ancora sfondo di altre assenze. Il tuo odore di notte ti ricorda che ti appartieni, che sei presente nel tuo destino per più di una scommessa e di un gioco. Il dolore di esserci non ha un interruttore. Il dolore non è una lampada o una luce di segnalazione. Non è una nave da crociera o un vecchio amore che ben si attagli al pretesto di scomporsi e perdersi.
Questa schiuma nera, una luna che è un gioco di rifrazioni pilotate dall'autocoscienza, il mio odore di uomo solo in questa notte, scrivere per agguantare il cambiamento, sentirsi lontano dagli eccessi che ben conosco e che pure ho inseguito, quella perdizione a portata di mano che è stata mettersi in gioco quando non c'era gioco e nemmeno partecipanti in attesa.
Forse reclamo la grazia del nuovo sguardo, forse sono solo il solito impaziente che chiama la morte spesso per ritrovare la bellezza di poter guardare il mare di notte e non farsi schifo.
Forse l'errore è stato accendere il fuoco in tante notti, per allontanare gli animali; mi sono riscaldato troppo, mi sono abituato al calore e all'odore del mio corpo, ho continuato a guardare il cielo consapevole che solo le stelle sono capaci di conservare la magia duratura della distanza.

Il resto è un disperato tentativo d'amore, una preghiera che non si ammette, un destino che respira anche attraverso l'odio e i tessuti pesanti della paura.

27/05/14

Il posto caldo


C'è un film che amo moltissimo, “The hot spot” di Dennis Hopper, in cui un ottimo Don Johnson interpreta Harry Madox, un venditore di auto in fuga dal suo passato e pronto a vivere altri guai e soprattutto a dividersi tra due donne.
Amo molto questi personaggi che sono in fuga dal passato, e del resto è un topos della letteratura noir. Se un personaggio ha un passato tormentato e ambiguo, ecco che naturalmente cattura le mie simpatie. Meglio ancora se ha sbagliato molto e non osa parlarne più.
Harry Madox è un grande personaggio. Splendido il libro da cui è tratto il film, “L'inferno non ha fretta” di Charles Williams. Che, tanto per cambiare, è fuori catalogo.
Mi è sempre piaciuto Don Johnson, anche ai tempi di Miami Vice, che pure era un'americanata che travalicava di molto la verosimiglianza di trame e personaggi. Aveva una bella faccia da gaglioffo, da canaglia e da mangiatore di emozioni.
In “The hot spot” si respira un'aria torbida dall'inizio, e si intuisce che le scelte di Harry Madox sono determinate da una silenziosa disperazione di fondo e da un “tutto per tutto” sommesso ma ben presente.
Lo rivedrei volentieri, “The Hot Spot”, come altri film in cui il protagonista ha qualcosa da scontare e da dimenticare, perché è un meccanismo che conosco dall'interno e che porta con sé qualcosa di seduttivo e malato cui è difficile rinunciare.
C'è un momento nella vita di alcuni uomini nel quale la priorità è mettersi alle spalle quel che è stato. Nel farlo, per una sorta di contrappasso naturale, si acquisisce una cupezza di fondo che diventa man mano sempre più difficile da spiegare e da far accettare. Io non ho mai creduto ai nuovi percorsi se pervasi da un entusiasmo febbrile e anche infantile. Le ricostruzioni sono spesso più dolorose delle distruzioni. Molto più dolorose. In quelle fasi delicate, il sorriso è spesso una piaga, una cicatrice che non drena orrore ma silenzio. E il silenzio è difficile da accettare. Per tutti, anche per quelli di buona volonta; soprattutto per quelli di buona volontà, che sono i più fragili in assoluto.
Vai in un posto nuovo, con persone nuove, e devi essere sufficientemente abile da risultare credibile nella ricostruzione e non pesante nella contemplazione di ciò che si è dissolto o che, peggio, ti ha tradito.
Arduo. Complicato, fraintendibile, tortuoso, involontariamente segreto.
“Tutto è bene quel che finisce bene”
Dipende da che idea si ha di quel che finisce. Ho sempre avuto l'idea che inizio e fine siano solo delle comodità riassuntive. Non credo esista una forma di soddisfazione permanente, di sicurezza. Gli angoli bui sono stati assegnati a tutti.

Questa mattina è apparentemente transitoria. Non sono divorato da notizie e da attese. Ho i capelli bagnati e questo mi basta. Ieri sera mi sono divertito un po' a riprendere i toni del vecchio e caro Frank Ressel, verso il quale provo anche un'incostante tenerezza. In fondo è la mia prima creatura, per quanto rinnegata, smembrata e buttata in qualche cassetto a marcire. L'ho scritto a trent'anni, quella persona non c'è più, anche se rimane un'ovvia impronta. Il mondo e le cose che vivevo allora sono scomparse, così come la maggior parte dei pensieri e delle aspettative dell'epoca. Sbagliavo più allegramente, mi cimentavo con gli errori, forse mi prendevo leggermente più sul serio, cosa che adesso mi terrorizza.
Ricordo che in quel periodo ero impegnato nello smantellare piccole grandi utopie, e che sentivo gorgogliare una somma insofferenza che poi ho gestito senza troppa attenzione. Mi andava tutto molto stretto, ma ci provavo. Col passare del tempo sono esploso nei panni e ho dovuto cambiare guardaroba. Se ripenso a certe ingenuità di pensiero e di approccio, mi viene la nausea.

King Crimson. "Matte Kudasai",
L'inizio è un sogno. Una bolla, una nuvola, un arpeggio di pioggia, un breve passaggio.
Come buona parte di quel che non si riesce a scrivere.

LdP, 27 maggio 2014

25/05/14

Per ogni colpa, per ogni amore


Tutti gli scrittori sono dei poveri idioti. È per questo che scrivono.
Charles Bukowski, “Hot water music”

Quasi sempre, quando ho incontrato qualcuno che non mi conosceva e mi aveva letto in precedenza, mi sono sentito dire “non mi aspettavo che fossi così”. Chi pensava fossi massiccio, imponente, magari tatuato; chi emaciato, con occhiaie nere e alito di tabagista, rugoso, sconfitto. Ancora, chi si aspettava di trovarsi davanti un tipo bocchinaro, svelto e seduttivo, pronto a tutto come in certi scritti.
A volte ho letto negli sguardi un principio di delusione. Altre volte la curiosità aumentava in proporzione alla sorpresa. C’è da dire che me ne sono capitate, eppure sono un signor Nessuno, figuriamoci ai baroncini e ai ruspanti esponenti su piume di notorietà.
Non sono assolutamente in grado di immaginare come risulto esteticamente e come persona al primo impatto con un lettore, ma devo dire che questa cosa mi preoccupava, in modo molto lieve, solo quando avevo trent’anni.
Scrivere non rende diversi dagli altri. Si può essere curiosi allo stesso modo del panettiere, dell’impiegato delle poste e della sua probabile seconda vita, dell’amministratore del palazzo e della nuova fiamma dell’amico. Scrivere, quali che siano i risultati, non è un valore aggiunto. Per questo mi fanno ridere e anche incazzare quei minorati che purgano l’etere del loro narcisismo da gloryhole, fieri di due pubblicazioni, fieri delle recensioni, fieri dei contatti, fieri delle brevi scopate da notorietà, fieri di quello che speravano di fare e hanno poi fatto.
Quando mi è capitato di pubblicare, da solo o in collettiva, non mi sono mai sentito migliore. Anzi. Peggiorato di netto. Sporcato. Come se mi fossi sborrato in faccia nel primo pomeriggio. La fierezza non ha niente a che spartire con tutti i conti in sospeso che ho lasciato in giro, in attesa dello showdown finale. Non mi sono eccitato di me stesso quando mi hanno chiamato “Autore”. Sono solo un pistolero solitario, davvero, un pistolero che è una strana macchina di parole, di jazz, di rock, di albe e tramonti, di sigarette e di addii. Non molto altro. Lo avevo detto con onestà ai più ingenui, è perfettamente inutile aspettarsi qualche comoda sorpresa da me. Da uno come me le cose comode non possono provenire in alcun modo. Qualche anno fa, una ragazza di Genova mi scrisse e mi chiese con semplicità “mi descrivi come sei fatto?”
Sorrisi. La cosa non mi disturbò. Le risposi però che mi avrebbe fatto piacere descrivermi come “un pezzo di carbone con mani e piedi”. Non mi metterei mai a scrivere dei miei capelli, della mia altezza e del peso, della barba o della postura, per quel che mi riguarda il mio corpo è solo un’occasione. Scelte di look? Mi accennò qualcosa il mio primo editore, ma io non so cosa siano le scelte di look. Mi piacciono i maglioni a collo alto, e non perché fanno dramma esistenziale. Mi tengono calda la gola e mi ci posso anche nascondere.
Rifiutando di descrivermi –e anche di inviare una foto, ma ce ne sono ben poche in giro- persi il contatto con la ragazza di Genova. Avrà pensato che me la tiravo, ma è esattamente l’opposto. Lo ripeterò fino all’ossessione, sono solo un tipo. Sono solo un tipo. Ecco. Sono solo uno che hanno cercato di fregare alla nascita e che è diventato prima un buon incassatore e poi un cane a tre zampe.
A venti anni mi sono ossigenato i capelli, diventai biondo e facevo veramente schifo. Mi piacevano i superalcolici ed ero un vero coglione. Mi ero fatto fottere dalla voglia di amore e di risultati, come è accaduto anche in seguito, finché un’ombra luciferina non mi ha ricordato, mettendomi al muro, quale è il mio apparente compito. Vendicare la polvere con la polvere stessa. Trovare l’armonia nell’assenza e saperne parlare, raccontare. Amare le scene notturne e trovarci casa. Non considerarmi mai amato al punto da rilassarmi veramente. Vendicarmi. Senza la sciocca paura della parola “vendetta”. La dico e la ripeto, la scrivo e la mangio: vendetta. Proteggere chi amo. Fino alla fine e a qualsiasi costo. Molto meglio che proteggere me stesso. Molto meglio. Fading.

Da ragazzo adoravo la voce di Steve Kilbey dei Church. Poi sono stato irregolare con i Church, li ho seguiti a zig-zag e me ne dispiace. Grande voce, Steve Kilbey: voce emotiva, voce psichedelica, voce di una piccola parte di quello che mi scuote. Ho ritrovato per caso Steve Kilbey, grazie ad un brano degli Hammock, “No agenda”, di cui ho già scritto. È stato un tuffo all’indietro, la voce di Steve. Sono tornato indietro a quando adolescente mi emozionavo per “The blurred crusade”, che è un grande album.
Anche stasera sono in compagnia di Steve Kilbey. Quest’afa è un dolore reale, mi uccide, è odiosa, è schifosa come l’estate. Pagherei per trovarmi in un bar isolato e coperto, durante una pioggia autunnale, e scrivere libero sorseggiando qualcosa di caldo e fumando. E invece aumentano le voci, le musiche deprimenti dagli appartamenti attigui, la frenesia di uscire, il gelato d’amore a braccetto, il cineforum all’aperto e la mangiata di pesce, ricompaiono le cosce nude, i grotteschi tatuaggi di fedi calcistiche e amori in dispensa, panino con le salsicce davanti al mare e le solite foto di merda durante viaggi banalissimi, organizzatissimi, come se conoscere il mondo e mostrarlo infantilmente agli altri potesse salvare il culo, potesse davvero elevare al rango di creature di luce e non solo uomini.
C’è una profonda frattura tra me e i rituali che ho scansato: una frattura insanabile che è diventata un burrone, uno di quegli orridi che le guide scongiurano di evitare. Ho tenuto in mano, come si ama dire qui, fino ai trentacinque anni, più o meno; ora vado rompicollo, le spiegazioni sono finite, le rotture non vanno giustificate, nessuno di noi merita più di un’occasione, ed io sono il primo. Sbaglio e vado fuori. Sbaglio e mi frego. Sbaglio e non prego, e non basta che io stia fermo un turno. Sbaglio e porto altrove il mio trenino vintage di errori. Non vedo altre soluzioni.

Questa è una di quelle sere strane. Quelle sere in cui alla carezza di qualcuno che tiene a te si reagisce con un sentimento di stupore, gratitudine e colpa. Quelle sere in cui vorresti riascoltare la voce di tutto quello che hai perso, essere assolto con leggerezza, quelle sere in cui una dolce madre dovrebbe prenderti per mano, toglierti l’armatura parlandoti con tenerezza, accompagnarti a letto e ricordarti che i demoni non sono tutti tuoi, devi anche imparare a giocarci, a dividerli in sottoinsiemi, farli tornare bambini per una stravagante ricerca dell’infinito che non faccia troppo male.

Luca De Pasquale, 25 maggio 2014

22/05/14

Auparishtaka Slow Blues


I vicini litigano. Urla, improperi, rivendicazioni con tono di voce strozzata. La mia nemesi. La mia piccola e insopportabile condanna a partecipare alle vite altrui.
Non c'è niente, ma davvero niente, che mi dia più fastidio dei rumori molesti provocati dalle persone. Dovrei vivere in una casa al centro del deserto, sorvegliata da unicorni e mercenari. Solo così starei bene.
Non ho mai sopportato la voce alta, chiedo sempre di abbassarla, non ho mai sopportato le liti condominiali, lo stereo ad alto volume, le persone che ridono sonoramente, le telefonate rese pubbliche grazie ai decibel.
Sono condannato a trovarmi male un po' ovunque; pur essendone consapevole, continuo a cercare la mia tana ideale, dove poter andare in letargo, poter cacciare di notte e tornare all'alba senza essere visto o sentito. Dove poter scrivere e leggere senza essere disturbato dal rumoroso menefreghismo altrui. In questo sono peggio di un vecchio incazzoso: non intendo essere disturbato. La mia quiete, almeno quella esteriore e ambientale, prima di tutto.
Tanto, non ho un bisogno di un garage. Non ho la necessità di fraternizzare, è troppo impegnativo e poi mi scoccio presto. Non ricevo gente a casa perché dopo poco più di un'ora ho di nuovo voglia di restare solo. Le feste di compleanno mi deprimono. I film in casa con gli amici mi fanno pensare all'impotenza e alla noia. Come il frequentare persone con gli stessi interessi: la maggior parte delle volte non si fa che duplicarsi. Non c'è nessun arricchimento, è sterile. Diventi genitore e ti senti costretto a frequentare solo persone con figli; intendo questo tipo di prigionia. Oppure quando per dimostrare di amare qualcuno devi violentarti e accettare i suoi amici, che magari sono solo schizzi di nulla sulle tue pareti. Uno stronzo resta uno stronzo a tutte le latitudini.

Mi sono sentito prigioniero in famiglia, al lavoro, nelle domeniche parentali, tra i banchi di scuola, quando sono stato costretto ad introdurmi per essere odorato e forse accettato, mi sono sentito prigioniero e anche condannato tra gli amori voluti e involontari, nella stretta delle cosce, nelle immote e strutturali tenerezze del doposesso.
Quando la morsa delle costrizioni si faceva insopportabile, regredivo proprio come persona. Mi venivano spontanee solo risposte paradossali o provocatorie.
Come negli ultimi anni di lavoro, quando le sconce insensatezze che mi venivano riferite generavano solo brevi repliche come “prendimelo in bocca” o “crepa, microbo”.
Non ho nessun problema a riconoscere che questa dinamica da quindicenne, naturalmente da me avversata, è rimasta lì dov'era, immutabile e rabbiosa. Quando qualcuno mi mostra tutta la sua patinata ipocrisia, il mio primo pensiero è davvero che quella persona debba andare a fare un po' di pompini.
Come quando quel cliente, quel mezzo fascio maleducato e lampadato con la camicia bianca, mi diede del maleducato solo perché non lo facevo passare avanti, lui aveva la macchina in seconda fila. Gli risposi fermo ma educato due o tre volte, poi gli dissi tranquillamente in faccia “Leccalo” e finimmo a mille e una notte.
E quell'altro, sfondato di soldi, che pensava di avere la precedenza garantita sugli altri perché “altospendente”. Altospendente? Capitalista d'accatto, arricchito cafone, non basterebbero duemila libri letti di fretta per individui del genere. Per me è solo gente che deve andare a farsi inculare da qualche altra parte.
La mia esigenza è peggiorata, e cioè pochi ma buoni. Pochissimi ma buoni. Senza pazienza. Nessuno mi stipendia per portare pazienza.
Neanche l'amore, o quello che gli somigliava, in passato meritava la pazienza che ha poi ricevuto. Niente e nessuno ti obbliga ad ascoltare tutti i passaggi salienti e non del passato che ti vengono vomitati addosso con la scusa della conoscenza.
Non giudico le persone dal passato, ma allo stesso tempo ho pochissimo interesse ad intrufolarmici dentro per fare psicologia e trovare paradigmi e teoremi utili.

Dal tabaccaio entra una ragazza praticamente nuda. Pantaloncini cortissimi e svolazzanti, sembra non indossare slip o costume, si ha l’impressione concreta che la sua fica sia lì, all’aria aperta. Mi giro a guardarle il culo più per capire che per eccitazione. Dall’altra parte del marciapiede, il droghiere che conosco bene mi fa segno con la mano sinistra che la merce esposta dev’essere di prima qualità. Ciò detto, si porta la destra sul pacco e si soppesa a lungo palle e cazzo, con un movimento dall’alto verso il basso. Quando la ragazza esce dalla tabaccheria e sale nell’auto di un’amica un po’ meno nuda di lei, il droghiere emette un risucchio e da sopra i pantaloni si carezza il cazzo en plein air. È eccitato, tantissimo, gli piacerebbe farsi fare un lavoro di bocca un po’ voyeuristico, come piace a tutti noi uomini, così scontati e così prevedibili. È lampante come andrà il suo pomeriggio. Mentre la moglie dormirà sul divano con Rai Due e le ricettine per non fare la panza, lui si sputerà nel palmo della mano, in bagno, e tirerà il collo all’anatra. Probabile che se ne venga sul pavimento, me lo figuro goffo e frettoloso a pulire le tracce. Ma non si sentirà affatto meglio. Proprio no. Perché non avrà avuto vera carne, si tratterà solo di una sborrata nervosa. Non è vero che sborrare fa sentire meglio. Dipende da come e dove vieni, e per quale motivo. Ma il menage matrimoniale del droghiere è di merda, è solo vecchiaia unita che si divide una casa; impossibile per lui, ormai, tentare un approccio con la moglie, magari baciarla alla francese e infilarle un dito tra le cosce. Lei non sapeva fare bene i pompini, forse troppo poco religiosa o comunque priva di fantasia, e poi lui non è né ben dotato né tantomeno un amante spericolato.
Requiem per il droghiere, buon diavolo con l’ardua incognita di erezioni impreviste. Requiem e spumante per la ragazza del pantaloncino, che sarà andata al mare e avrà puntato qualche ragazzone con il tatuaggio sull’avambraccio e innocue passioni di riconoscimento sociale, un bonaccione con un lingam arzillo, niente che possa commuovere Dio. Quanto a me, non me ne frega un cazzo. Ho solo assistito ad una scena. Ne scrivo. Non la condisco, non la svilisco. Scena vera, scena poco edificante, protagonista indiscusso un cazzo che non può fare centro e tutto il potere di quell’odore acre e ferroso che il sesso femminile lascia nell’aria. Io sono il cronista di questo mancato incontro tra organi sessuali.
Mi avvicino al droghiere, gli guardo i pantaloni. Il suo sesso medio e un po’ invecchiato in effetti è in tiro, diciamo due battute sull’imminente finale di Champions League e poi scompariamo dalle rispettive vite.
Non inseguirei mai una donna in pantaloncini che è diretta a mare. Mi sembra troppo lo spot di una compagnia aerea tropicale o di un sostitutivo del Vagisil. E non mi menerei mai il cazzo mentre mia moglie dorme, venendo a terra come facevo da ragazzo, quando adoravo farmi delle seghe nei contesti più improbabili, seghe rubate che poi sono diventate scopate rubate con nessuna poesia attorno.
Non c’è più niente da rubare, se non minuti, giorni, ore, settimane. Senza andare oltre. Senza rischiare il collasso dei rimpianti. Respirando.

Desidero una casa nel deserto. Fortemente. Smanio, persino. Me ne intendo di case nel deserto, anche se non sono mai andato oltre la Svizzera francofona e non ho postato su facebook foto di villaggi turistici, shark snorkeling e altre nefandezze del genere. Me ne intendo perché sono io stesso un edificio, anche se mobile, nel deserto.
E questa casa nel deserto pensa, quando gli va di pensare, che non è detto che la retta via sia chiara. Che i risarcimenti sono una tentazione della speranza, ma nessuno ne ha firmato l’ineluttabilità. Se è vero che tutti i miei eroi hanno dovuto pagare conti magari ingiusti e sproporzionati, chi mi garantisce la riuscita?
Nessuno. Ed è forse questo il sale della vita, non avere certezze di sorta. Essere un trapezista al tramonto, con un tavolino che aspetta il tuo ritorno, ritorno di cui non c’è certezza e proiezione.
Sul tavolino, la tua musica, i tuoi libri, il necessario per mangiare, fumare e sognare, forse per dissetarsi.
Nessuna cornice e nessun altare.

LdP, 22 maggio 2014

21/05/14

Rozzissimo


Don't worry I'm not lookin' at you
Gorgeous and dressed in blue
Don't worry I'm not lookin' at you
Gorgeous and dressed in blue
I know it drives you crazy
When I pretend you don't exist
When I'd like to lean in close
And run my hands against your lips
Though we haven't even spoken
Still I sense there's a rapport
So whisper me your number
I'll call you up at home
Whisper me your number
I'll call you up at home
Don't worry I'm not lookin' at you
Don't worry I'm not lookin' at you
Gorgeous and dressed in blue
Don't worry I'm not lookin' at you
I know you see me see you
As you see me walk on past
When there's nothin' more I'd like to do
Then come in close and hear you laugh
Though we haven't even spoken
Still I sense there's a rapport
So whisper me your number
I'll call you up at home
Yeah, whisper me your number
I'll call you up at home
Whisper me your number
I'll call you up at home
Hmm, whisper me your number

Morphine – Whisper

Suonate questa canzone al mio funerale. Se possibile. Non posso nemmeno immaginare che razza di funerale sarà. In questa meravigliosa canzone c'è una gran parte di me e di quello che non mi riuscirà di fare.
C'è la melma, il miele che sporca le dita e l'immaginazione, c'è una corposa fetta di solitudine, c'è una sensibilità presa a calci nello stomaco, c'è l'insonnia e la completa mancanza di senso di ogni spinta puerile alla partecipazione delle proprie emozioni. C'è il basso, slabbrato, sghembo, funebre e penetrante, c'è il sax che abbellisce e dilata, che allunga e restituisce, c'è la batteria che accompagna. E c'è la voce di Mark Sandman, che mi spiega come ogni inferno abbia delle splendide finestre sul maremoto. Suonate questa canzone e non fate offerte a chi i soldi li ha già; suonate questa canzone e pensate, quando sarà, che nessun uomo può arrogarsi il diritto di differire la sua sparizione.
Ma non è il caso di preoccuparsene adesso. Lo dico soprattutto per chi si allarma, o fa finta di allarmarsi: mi piace e mi piacerà ancora sbattermi un po' in giro, sono curioso di vedere come va a finire. Solo che mi piace lasciare tutte le ipotesi aperte, è un vizio che non mi sono mai tolto.
Ormai sono alle battute finali con quel poeta che detesto e del quale avrete già letto, se mi seguite. Quel mollusco trivalve, quel culo molle e gelatinoso, si crede intelligente e questo lo porterà alla tomba. Chiunque legga un libro autoprodotto di quell'imbecille è definitivamente spacciato; sta peggio di lui, il che è dire. Come sono spacciati quei maschi che giocano a fare le femministe, solo per colpire qualche donna. Sono delle puttane da videogame difettoso. Non c'è nulla di più vile che sperare di scopare cercando di mostrare uno spirito sveglio, attento e scrupoloso. Non c'è più nulla di più patetico, per un uomo, che “sperare” di scopare e dover fare anticamera nella solitudine e in mielosità onanistiche. Ad uomini di questa sorta ho sempre consigliato di vestirsi fetish e interpretare allo stesso tempo il master e lo slave, una sorta di autosodomia lenitiva.

“Non ti sei stancato di ascoltare contrabbassisti?”, mi chiede un mio ex cliente, famoso per portare degli occhiali viola ed esibire un porro gigantesco al centro del mento. Fatico quasi a guardarlo in faccia.
“No”, gli rispondo secco, “ma credo tu sia convinto che non mi piaccia altro. Ti sbagli di grosso”
“Non ti faccio questo torto”, replica il porro.
“Però?”
“Però fammi dei nomi, che però non siano bassisti elettrici, poi!”
Il porro ride. Che mattinata del cazzo, dai.
Se non altro è un esercizio mnemonico di buona caratura: gli snocciolo Morphine, Treat Her Right, Swayzak, Kraan, Vanilla Fudge, Brad.
Tranne i Vanilla Fudge non ne conosce nessuno, e si secca. Pensa, lo conosco, che io abbia citato gruppi “strani” per tirarmela. Un atteggiamento che non ho mai avuto, mai. La musica che mi piace mi appartiene, che poi la si conosca o meno non me ne frega un cazzo, non sono un divulgatore professionista.
“Non pensavo ti piacesse l'heavy metal”, dice inacidito Porro Superstar.
Pensa di avermi preso in castagna. Salope. 
Guarda che i Vanilla Fudge non sono metal, Porro. E gli Swayzak fanno deep, techno, elettronica”
"Deep che?"
Deep sticazzi, bastardo.
Porro ha la faccia di un limone calpestato, perché i Vanilla Fudge li conosce solo di nome e pensa che lo faccio proprio apposta. Ma non sono qui per tutelarlo, quindi ne prendo atto e me la svigno con la scusa di avere dei surgelati nella borsa, scusa fantasiosa e veloce.
Mi dice “ciao ciao ciao” pieno di livore. Competitivo del cazzo, perché non vai a giocare a playstation con tuo figlio, che comunque ti batterà sicuramente?

Nelle vetrine dei negozi di questo quartiere creso, ippocratico e arricchito non ci sono camicie da notte, che trovo un indumento molto sexy. Quando ero più giovane, queste cose si vendevano e soprattutto si vedevano nelle vetrine. Sono forse di gusto retro, ma mi infastidisce vedere direttamente dei microtanga senza parte davanti o delle culottes voyeuristiche firmate che costano un occhio ma non farebbero eccitare neanche un ex chierichetto lasciato libero dopo lustri di masturbazione.
E poi non ne posso più di compagnie telefoniche e di conseguenti offerte, non me ne sbatte nulla di televisori lunghi come bare, e odio i libri di cucina come poche altre cose al mondo. Questi pervertiti che si inventano cuochi, chef di cannolicchi e frumento, sommelier di liquami marronicci prodotti in qualche buco di culo del mondo, questi alghisti mix-veg-vag che sputano su carni rosse e cattive abitudini, non reggo più nulla di questa roba.
“Fammi un analcolico di bolo, prego”
“Posso avere una carotina speziata in una cuccuma arancione? Grazie”
Oggi mi sono infilato 62 spaghetti in bocca e ho bevuto dalla bottiglia di plastica. Non ho classe. Non potrei mai portare in tavola una brasata di polistirolo o uno sformato di calce del Dahomey. Sono spiacente.
Non voglio diventare chef: preferirei fare l'escort. E soprattutto, non voglio mangiare con gente che rompe i coglioni.

Una volta mio padre mi portò in uno dei negozi d'abbigliamento elegante dal quale si riforniva abitualmente. Disse al suo amico commesso che avrebbe dovuto trattarmi al meglio e darmi i capi migliori, più di classe. Io mi sentivo uno stronzo, un imbranato colossale, un animale in gabbia. Uscito da lì, mi dicevo, sarei stato solo un fottuto povero vestito bene, e mio padre avrebbe speso dei soldi inutili. Potevo vestirmi da figurino, perché avevo studiato la camminata di mio padre e comunque a 18 anni ero alto quasi un metro e ottanta, poi mi sono rimpicciolito. Tutto quello che mi interessava era che funzionasse la zip dei pantaloni e che la patta fosse aderente, perché mi piaceva tenerlo a sinistra e sotto lieve pressione; inoltre era una mia priorità non indossare capi che mi facessero sudare sotto le ascelle.
Mi piaceva tanto come vestiva il mio papà, sì, ma sapevo al contempo di essere solo un maledetto animale, e che tutto lo sfarzo di contenimento, non ne valeva proprio la pena.
Lo delusi. Vestivo di merda. T-shirt slabbrate come imperativo, jeans aderenti e scarpe da ginnastica dai colori stravaganti. Mi sentivo povero e terribilmente fottuto, ma non avrei mai permesso a mio padre di vestire male. Lui era bello, lui era di gran classe, lui mi andava benissimo. Io avrei mangiato la mia merda senza fiatare troppo.

In una strada solitaria e quasi campestre che mi porta a casa sui miei piedi 43, sono costretto a fermarmi un attimo. Ho un groppo in gola, qualcosa di inespresso che mi tartassa. Accendo una sigaretta. Non passa. Guardo il mare. Peggiora. Cristo. Il cielo è lontano e la terra troppo calda. Friggo. Friggo forte. Sono lo chef coglione di me stesso. Ho gli occhiali da sole poggiati sulla testa, sembro un marchettaro annoiato. In questo momento valgo otto euro e cinquanta, perché sento pena, afflizione e friggo come un pesce spirituale.
Tormento peregrino, passato in olio vecchio e bruciato, pastella di musica e lacrime-specchio, rabberciato e sfuggente come un criminale, mi sento solo un impulso confuso sotto un cielo stracolmo di possibilità con trappola annessa. Fa notte su Napoli, su questo mare a fettine per sorvegliati speciali, è già notte fonda nel mio corpo, dove le catene di fantasmi a cottimo mi impediscono il solo pensare di dormire come i bambini.

LdP, 21 maggio 2014