28/04/14

La chiesa del vento


“Strappa all'uomo medio le illusioni di cui vive, e con lo stesso colpo gli strappi la felicità”
Henrik Ibsen

Il cielo della sera sulla tangenziale sembra un incrocio tra una copertina dell'Ecm e un film di Carpenter: nebbia dappertutto, nebbia leggera con lampi.
A rendere tutto ancora più cupo è proprio un disco dell'Ecm, Ralph Towner e John Abercrombie in “Late night passenger”, dove è la chitarra elettrica di Abercrombie, pennellata e vaga, a rendere il tutto fondo e colmo di riverbero.
I lampioni tremano sotto il vento, le insegne dei negozi esaltano l'effetto bagnato sulla strada sottostante. Tutto sembra annidarsi in una quiete irreale, che è quella di ora, ma non è quella dello spirito.
La sensazione di una forza trattenuta e dai movimenti imprevedibili è incombente. Le distanze, è l'immagine di uno spaventapasseri con le braccia sfilacciate, senza mani.

“Lament”, nell'interpretazione del grande Mark Murphy, potrebbe descrivere questa serata più di qualsiasi nota da blog, perché in quella camera notturna sul lago che considero la mia anima adesso c'è solo la luce dell'abat-jour e ogni forma di piccola e svogliata comunicazione è abolita. Mi è necessario non essere rintracciato o rintracciabile. Non c'è nulla che desidero mi venga spiegato, e io stesso non ho che da rivelare il mio asciutto atteggiamento.
La buona volontà di spacciarsi bene è un tedio devastante, fare colpo è una mossa fessa, dare credito è un'inutile e straripante carità da riporto.
Vuoi spiegarmi per forza com'è bella la tua vita?
Non mi opporrò. Sono educato e so ascoltare, ma non ti aspetti che ricambi.
Chiunque tu sia, non resisterai e se solo parlerò un po' cercherai di capire. Non c'è nulla da capire e ancor meno da indagare. Potrei inventarmi traumi mai guariti, fasi negative non affrontate, sofferenze amorose che invece trovo fuori tempo massimo e di breve suggestione, potrei regalarti mille pretesti, per quanti sono i tuoi dubbi.
Potrei darti un passatempo di quindici minuti a notte. Potrei, ma sfango, sfango e svolto, sparisco e divento elettricità in questa notte di lampi.

È chiaro che sono belli i palloncini, i bambini, il mare calmo, la luce dell'estate, i grandi amori, i sinceri ritorni all'amicizia, una fede che resista alle domande più ovvie, è bello avere affetti ancora in vita e gestire un'attività avviata. È tutto molto bello e molto necessario. Nessuno ha il diritto di gettare pece su questo materiale insostituibile, anche se di breve durata e con la beffa nascosta nello stesso accorgersi di queste forze. Non sarò certo io ad interpretare l'uomo nero. O il pirata con gli occhi feriti. Bastano a me, queste mattane. Io mi limito ad osservare e non entrare nelle fotografie.

Il party amicale non decolla. Nessuno ha un cazzo da dirsi, se non aggiornamenti pletorici e ridondanti. Che fai, cosa faccio, chi mi chiavo, chi ti sopporta, ti ricordi quando, mi dispiace che hai perso il posto, coraggio e fede, porte e portoni, come sta tua madre, bella questa sciarpa e vaffanculo.
Il desiderio sessuale non basta più. Merda. Ha una gittata piccolissima, perché poi subentra l'orrore puro dell'incastonamento in vite regolari. Finisce che poi il desiderio sessuale è cattiveria, è crudeltà grezza: seduci senza nessuna intenzione, sei perplesso anche se carezzi e ti fai strada, poi dopo rinculi e ti trasformi in un gigantesco polipo del diavolo, un succhiasperanze orbo.
Il desiderio sessuale, morboso e annoiato, ferito e proverbiale, cerca allora prede facili, facilissime: persone disgustate dalla monotonia del rinnovare una promessa che era stata scritta con sperma e lacrime secche di altri amori. Ti addentri nel dolore di un'altra persona, le togli le mutande, le sbavi in bocca, la penetri, la usi, la violenti in quel residuo di speranze ancora umide e con qualche traccia di Dio ai lati. Un autentico abuso che porta solo peste e rimorsi, che non ha nessuna eleganza e che tradisce una completa mancanza di coglioni.
Seduto in questo divano rosso del cazzo, con attorno gente che fuma e che invecchia male, simulando entusiasmi invece sopiti e manie di persecuzione girate a stile eccentrico, mi sento una chiesa giocattolo nelle mani di un bambino viziato, c'è vento ovunque e avrò freddo all'incrocio degli amori altrui, sotto le loro lingue grasse e adoranti, alla proiezione irrichiesta dei loro vizi polverosi, tra le cosce sporche dei loro tradimenti.
In più, in questa casa sento la presenza di persone morte, che mi inseguono in bagno nascondendosi dietro lo specchio, e che mi aspettano accanto alle finestre quando mi isolo per ritrovarmi. Nella mia chiesa c'è tanto di quel vento che non ho mai più scritto una lettera personale, perché non saprei da dove cominciare e dove andare a parare.

C'è troppo vento. Non riesco a tenere fermi i ricordi e le intenzioni. Il rumore del vento copre anche il jazz e la mia buona educazione da ex ragazzo borghese un po' decaduto. La donna con quel rossetto blu e le sue buone maniere un po' stucchevoli mi viene a stanare ed io muoio per quattro secondi, perché non so di cosa parlare con lei. No, non so.
“Tu sei Luca”, esordisce.
Certo, sono Luca. Certo, così sembra. Dicono. Desideri? Posso esserti utile in qualcosa? Vuoi farti conoscere a poco a poco o vuoi parlarmi di un tuo grande dolore e poi stupirti di averlo fatto?
Vuoi che ti parli di musica e di libri? Vuoi che mi cali in un personaggio dolente che ben si attaglia a quel che scrivo? Vuoi che ti stupisca con una strana allegria e qualche abitudine in comune?
O preferiresti vedermi morire, con calma, forzando i miei istinti verso l'abisso della coerenza, spingendomi a giurarti che il corpo muore e l'anima no?
Le offro una sigaretta, apprendo che Keith Jarrett è il suo musicista preferito, capisco che sta con un tizio sociofanico che mangia patatine e pizzette più in là, poi mi ritiro nella mia caverna di vento e il suo rossetto blu diventa uno sbavo abortito di mistica della conoscenza.
Penso alla notte. Dormirò a destra o a sinistra? Sono un bambino corrucciato che passa il tempo con i suoi musicisti scandinavi, invece di contare le pecore.
Eppure. Eppure, mai sentito tanto vivo, tanto nascosto, tanto illuminato dall'ombra e tanto propenso all'attimo per quello che vale.
Senza onori e non a lungo, quando ci si sente così si è come quell'eroe involontario che prende per mano la vita nel giardino più buio, dove le raccomandazioni altrui sono solo biascicamenti farneticanti, paura, egoismo mal riposto e dipinto in cornice ma senza firma.
Nelle notti di lampi io sento tutto. Tutto. E poi non dormo. E poi scrivo. E poi scompaio e poi torno a scrivere. E non chiedo niente. E questa è la mia droga di oggi e domani, prima della lobotomia dei limiti.

LdP, 28 aprile 2014

25/04/14

Canti di estinzione


“Non si torna a sé, ma a colui che si è abbandonato”

Dimensione onirica mentre sono in metropolitana. Mi distraggo dalla vita, dai pensieri. Da tutto. Dalla metropolitana vedo il mare e mi basta per perdere ogni orientamento. Vorrei stendermi nel mare caldo e dormire. Finalmente dormire. Al binario c'era quella ragazza che cercava di piacermi e che si era messa a favore del mio sguardo. Era estremamente graziosa, le ho dato almeno quindici anni meno di me, ho portato il mio sguardo da un'altra parte. Grazie comunque. Quando però avevo venti anni non mi guardava nessuna. È l'esperienza? Sono le rughe? È il mio sguardo seccato e distante? Ma ha qualche senso pensarci? Da ragazzo mi piacevano troppo le donne e ho sofferto per la loro indifferenza. O, almeno, pensavo fosse così. Adoravo innamorarmi in metropolitana, in funicolare, al bar, dal medico, per strada, al supermercato. Ogni donna era un disco e viceversa. Ogni sguardo una canzone e ogni contatto un miracolo della notte. Ero molto ingenuo e schifosamente romantico. Tutte le donne che non ho potuto avere mi sono rimaste addosso come un tatuaggio per anni.
Mi suggestionavo profondamente con "Gone to earth" di David Sylvian; era la colonna sonora del sangue, con chiodi di fango e ghiaccio, che mi pulsava nelle vene. Uscivo e mi innamoravo. Me ne fottevo bellamente di fidanzati e di mariti, di vincoli e di figli, io ero un sogno selvaggio in mezzo ad una strada e chiedevo, volevo, esigevo.
Nelle case delle donne non potevo rinunciare a scoprire tutte le loro intimità: i saponi, i rossetti, le asciugamani, i pigiami, le gonne, l'ovatta da strucco, il filo interdentale, gli assorbenti. Tutto mi interessava. E i loro corpi liberi. Molto più liberi delle loro anime, il più delle volte.
Io non volevo essere solo un fiotto di sperma caldo. Io non volevo essere solo un cazzo duro in mezzo ad un letto. Volevo essere molto di più, volevo essere tutto e volevo tutto. Volevo oscurare il sole. Volevo essere la musica e la maledizione. Volevo essere l'ossessione e l'oscenità sussurrata nel buio, volevo essere il desiderio e la mania, la lontananza come ampia ferita e la vicinanza come febbre. Volevo, volevo, volevo.
Volevo essere l'assolo di contrabbasso al buio e poi la morte, il pianto, la fine. Dal dolore venivo e nel dolore volevo finire. Mi arrogavo ogni desiderio e ogni brama perché mi sentivo un angelo di carbone e amare era come impiccarmi, come pagare, come consumarmi in un breve senso, un battito d'ali sotto il neon e poi la memoria spenta, per tutti, per la mia pace.
Ogni volta che riuscivo ad amare mi auguravo di restare deluso, di essere respinto, calunniato, allontanato. Pagare e sempre pagare quelle colpe che sapevo non essere mie. Vivere un abbandono per duemila volte, cercare di guarire ripetendo la scena peggiore, la scena scintilla, la colpa non colpa.
Che razza di stronzo, penso oggi. Che illuso del cazzo. Che arroganza e che presunzione di unicità. Sì, ero proprio un cazzo qualunque in mezzo ad un letto, un cazzo propaggine di un uomo impiccato al suo passato, senza scampo.
Forse le canzoni di David Sylvian le percepivo solo io in quel modo, il bravo ragazzo dall'eloquio elegante e dalla faccia un po' triste, chissà chi cazzo mi credevo di essere.
In metropolitana guardo fette di mare lontano e ho in bocca un sapore di ferro che mi ricorda il sangue e la fissazione scolorita dell'amarezza obbligatoria. Vorrei non ricordarmi più di niente, vorrei essere tabula rasa e consumarmi in altro modo, ma c'è un legame profondo tra come sono ora e quello che ho smaltito in perfetta solitudine, senza libretti di preghiera tra i coglioni.
Mentre mi preparo a scendere mi dico che sono quell'angelo di carbone che si è impiccato duemila volte e che non ha risolto il problema principale, la sensibilità. Non mi sono anestetizzato bene e a sufficienza, ho capito ma non ho provveduto, sono un birillo viola nelle bacheche impolverate di vecchi amori che hanno creato uno spazio di svagata commemorazione nelle loro maledette case nuove.
Scendo. Odore di mare. Vento marino alla stazione. Vento di mare e affetti smarriti. Sole profumato e storie di famiglia che mi artigliano lo stomaco e i muscoli del sorriso. Mi piace ancora il contrabbasso, da morire. Mi piace sempre di più il buio. Ne troverò, distillato apposta per me, in casa e mi sentirò più tranquillo.

Entro in casa e sento attorno al collo le braccia di mio padre, che non posso vedere e non posso stringere. È un dolore impossibile da scrivere e da pensare. Mi fermo in corridoio e mi lascio sopraffare. Lui non c'è. Lo sapevo. Ma lo sento addosso, come la mia vera pelle, come un abbraccio d'eternità che niente potrà cancellare, niente e nessuno. Sono sconfitto, mio padre non lo vedo. Mi sento una chiesa abbandonata, sventrata dalla mia stessa incuria, mi sta crescendo erba sul cuore, ogni giorno tramonto per poi ricrescere, sempre più selvaggio, accorato ed inutile. Sarò punito per tutte queste emozioni a testa in giù, sarò punito perché non volto la faccia da un'altra parte, sono già stato punito e dormire in compagnia non mi ha evitato il fondo.
Entro nella mia stanza, le gambe come palafitte, il cuore come una girandola, il figlio torna a casa e misura il vuoto, il figlio soffre ancora ed è diventato uomo, un uomo qualsiasi, dolente il giusto, simile a quel sempre sgretolato che non ha medicina o pozione, è musica precipitata in altri gesti, e quindi canto di estinzione non privo di bellezza. Sono stanco.

Il giorno dopo

L'alba è un piccolo miracolo, oggi. La accolgo con "Talk to the wind" e "Cadence and cascade" dei King Crimson.
Sono indifferente. Alle foto che vorrebbero istigare desideri di libertà. Alle persone che passano ore su internet a cercare parole da citare nei momenti sbagliati, per sembrare sensibili. A chi non è mai uscito dai film di Woody Allen e dalle canzoni degli U2. Ai romanzi che ti chiedono sfacciatamente di identificarti nel loro canovaccio studiato nei minimi dettagli. Alla barbetta di Fabio Volo e ai suoi libri da cappuccino, cornetto e scopata. Al finocchietto che ti arringa sull'inopportunità di perpetrare il senso negativo della vita. Ai sempliciotti che con aria indignata ti fanno l'equazione automobile=libertà. All'amante profumata che ti farebbe passare tutta la vita con l'idea che prima o poi sarebbe diverso, che prima o poi potrebbe anche somigliare al per sempre. Alla vecchia fiamma che, approfittando della distrazione del suo nuovo uomo, ti carezza le guance facendoti risentire lo stesso odore che sprigionava nel letto, e sembrava solo per te. Non era per te, come ora non è per lui. Era la celebrazione della sua vita, non c'era niente altro attorno.
A lei piacerebbe che tu ci ricascassi, che ti facessi sotto con un'ossessione mai smaltita. Le persone piene di sé non accettano che i regni finiscono e che gli ammutinamenti possono diventare nuova condizione fissa.
Sono indifferente ai festeggiamenti di quelli che in una novità pensano di aver svoltato l'angolo, mettendo a posto la loro vita. Sono indifferente alla spiritualità accattona del freak di turno, che rifiuta il miele dell'errore, il sapore salato dello sperma in bocca, e che se vedesse Lucifero cadere penserebbe ad una stella cadente dei desideri. Sono indifferente al moralismo invecchiato della monogamia investigativa, sono indifferente a chi ha cucito il sesso per reinventarsi padre, figlio, predicatore, scrittore di attimi e testa di cazzo.

Poi mi vedo con Roberto e prendiamo un caffè. Parliamo di tutto e di niente sul lungomare. Le mie Camel Lights sanno di Chesterfield e di vecchi orgasmi. Ogni uomo dovrebbe curarsi di non risultare troppo brutto e ridicolo quando gode. Ho gli occhi ancora gonfi di sonno e con Roberto decidiamo di parlare dei mondiali di calcio. Oggi affanculo i grandi temi e le riflessioni accurate.
La ragazza che serve ai tavoli profuma di docciaschiuma e gioventù. Le piacerà certamente l'acid jazz, avrà vissuto una sola grande storia intensa e molte storielle. Farà l'amore con molto trasporto, graffiando leggermente la schiena e guardando negli occhi il partner. Roberto le squadra il culo e io l'anima, per quel poco che posso capirci. Di una cosa sono sicuro: il tipo di uomo che le piace non sono certo io, e la cosa mi fa sorridere. Immagino un bel ragazzo con la barba leggermente incolta, massiccio e sportivo, dai gusti piuttosto popolari, uno che va in moto e viaggia molto, che parla poco d'amore e quando gli capita sembra di sentir recitare i Baci Perugina. Uno che avrà letto Hesse e il gabbiano Jonathan, con una puntatina svagata sulla letteratura di denuncia, ovviamente italiana. Ma è sano che le piaccia un ragazzo ormone che esca bene in foto. Oggi sono quasi belloccio anche io, ma so di essere storto e fottuto, per cui mi prendo il suo sorriso come una forma di distaccata gentilezza da apprezzare senza retropensieri.
Non c'è mai stato un modello di donna che mi piacesse più delle altre. Sono però sempre stato refrattario alle pasionarie, che mi hanno sempre infastidito. Per le pasionarie ero solo un superficiale ed un erotomane. Meglio questo che tutte le stronzate sulla trascendenza e sull'idealità dei comportamenti. Sono uno di principio, ma non mi sono mai sentito uno particolarmente impegnato. Sono attento ad altri aspetti della vita. Mi piace più l'intimità della profondità e certamente avrei fatto la puttana se non avessi tanto disarmo e dignità nei ricordi. Per lungo tempo ho pensato che solo passare da una passione all'altra mi avrebbe accompagnato giustamente e docilmente alla morte.
La radio, all'interno del bar, trasmette “Si tu no vuelves” di Miguel Bosé. Devo dire che il pezzo mi è sempre piaciuto, strano ma vero. La ragazza ronza attorno ai tavolini, che iniziano ad affollarsi. La guardo mentre Roberto parla. Mi piacerebbe annusarle i capelli, piano, senza muovermi. Anche stamattina ho bisogno di qualcosa che mi fotta con calma. Non ho il fisico e la disinvoltura giusti per lei, lei non ha l'anima giusta per me, ma mi piacerebbe annusarle i capelli; mi ritroverei per qualche minuto in un'altra vita, per stordirmi, per drogarmi, per farmi fuori senza troppo sangue.

A casa ricevo un mio cliente storico. Gli offro un caffè e parliamo di musica. Gli spiego che sono al momento tra l'avant, l'armolodico e l'm-base. Mentre gli parlo, mi accorgo che mi sta fissando con un'aria strana. Percepisco il suo desiderio tenuto a freno con qualche difficoltà. Se mi piacessero gli uomini, ora sarebbe il caso che cacciassi fuori il cazzo e glielo sventolassi davanti alla bocca, gli potrei anche chiedere di indossare un rossetto scuro e di mugolare, gli potrei chiedere di tenere con una mano uno specchietto per farmi guardare meglio la scena. Per quel che ne so, sta con uno che sembra un mezzo deficiente e che disporrà di mezzo cazzo e di un'inutile delicatezza spirituale. Se mi piacessero gli uomini, non avrei niente in contrario a farlo divertire un po', perché sono un animale distratto e le circostanze lasciano il tempo che trovano.
Immagino che F. si chieda come è fatto il mio cazzo. Mi ha chiesto se avessi una compagna, e quando gli ho risposto di sì, l'ultima volta, mi ha elargito un sorriso franco e gentile. F. mi è simpatico, il suo desiderio mi lusinga, ma non ne approfitto certo per giocarci.
F. sa di cosa scrivo e certe cose che penso. È rimasto un po' sorpreso quando ha appreso che ho una compagna. Ma io detesto quegli uomini di merda che si castrano in pubblico, che fanno i prototipi di uomini seri e poi si fanno masturbare in un cesso da una vecchia amica andata fuori di testa.
Io sono un animale rispettoso. Non rinnego la mia parte animale, che è parte del mio modo di vivere e di respirare. Mi sento un animale e mi piace abbastanza. Come certi animali, quando sentirò che è l'ora di morire me ne andrò lontano, e lascerò una coperta calda al posto di inutili parole di commiato.
Non c'è giustizia nella traiettoria che mi sento dentro, non c'è elevazione nel cammino che compio, cerco solo di amare per quanto possibile e questo mi rende schifosamente vulnerabile e vulnerato. Non c'è una sola stilla di eroismo in questa inclinazione, è un motore primigenio, è una maledizione di malinconia e desiderio di volo, ci morirò e qualcuno mi piangerà per questo. Punto.

Luca De Pasquale, 24/25 aprile 2014

23/04/14

Per Jean-François Jenny-Clark


Per Jean François Jenny Clark

Tanti anni fa scrissi a Jean-François Jenny-Clark.
La sua gentile risposta arrivò dopo solo due settimane; allegava la sua discografia, come gli avevo chiesto, e spendeva per me parole gentili, sincere, di incoraggiamento. “È bello che tu scriva ispirato dal contrabbasso”, mi scrisse, e mi colpì la sua grande umiltà. Non mi fece percepire in nessun modo l'evidente differenza di statura tra me e lui. Io ero agli inizi, stavo cercando di unire la mia smodata passione per il contrabbasso con la scrittura e la creatività. Lui era nell'olimpo dei musicisti da tantissimo, ma non sentii nessuna distanza nelle sue parole. Musicisti estremamente meno dotati di lui erano stati più scortesi e faciloni. Oggi che sono passati tanti anni, ho un riscontro ancora maggiore di quel che dico: spesso atteggiamenti da primedonne e maleducazione imperversano, dietro l'apparente disponibilità. Tutto si riduce ad un rapporto commerciale e veloce, più veloce di una sveltina, anche se in mezzo c'è la musica, che è qualcosa di realmente prossimo all'eternità e alla verità interiore.

Ma lui era Jean-François Jenny-Clark, uno dei più grandi contrabbassisti di tutti i tempi. Scuola francese, jazz, free jazz, avanguardie, suono colossale, magnifica fusione di sperimentazione e virtuosismo. Quando aprii la busta, sentii le emozioni montare come una marea notturna che non lascia scampo. JF mi aveva risposto, considerandomi, contattandomi. Ero incredulo. Misi su un suo disco in trio con Joachim Kuhn e spensi gli occhi e il cervello per qualche ora. Pensai seriamente di incorniciare quella lettera. Come nuovo punto di partenza, come sprone, come lezione, anche come portafortuna.
Ad oggi, credo sia l'oggetto che più mi manca, quello che pagherei oro per riavere. E sono stato proprio io a distruggerlo. Per un fatale errore di distrazione. Rileggevo spesso quella lettera, che, molto banalmente, in un giorno che maledico, finì tra la corrispondenza indesiderata, pubblicità, proposte di Sky e Cepu, eccetera.
Sì, quella lettera l'ho stracciata io, con le mie mani, per sbaglio e senza la minima possibilità di recuperarla.
Era la lettera di Jean-Francois Jenny-Clark.
Che, frattanto, ci aveva lasciati.
La distruzione involontaria di quella lettera è uno di quegli episodi che, in un certo modo, rappresentano la crudeltà della vita. Conserviamo tante cose inutili, ad iniziare da rapporti deteriorati, svuotati e mai decollati, conserviamo fotografie e nostalgie ma non siamo capaci di custodire quello che davvero ci ha emozionato. Riusciamo ad essere distratti quando non dovremmo, e ci applichiamo a facezie con una concentrazione sproporzionata.

Mi sono dannato tante volte per aver distrutto quella lettera, mi sono dato del coglione, mi sono venuto a nausea più di una volta.
E probabilmente ce l'ho con me stesso per non aver fatto a tempo. Perché sognavo di andare a conoscerlo di persona, farmi raccontare storie di jazz, storie di contrabbasso, cercare di apprendere e fare tesoro. Ma, all'epoca della lettera, Jean-François era già malato. Se ne andò poco dopo.
La gentilezza quasi paterna, l'elegante indulgenza di quelle poche righe mi hanno insegnato che non si è mai realmente arrivati, e che spocchia e divismi sono degli stupidi.

Ma quelle poche righe, scritte con una grafia minuta, flessuosa e mai invadente, mi sono rimaste. Come tutta la sua musica, che mi porto dietro sempre dietro, sui vestiti, sulla pelle, nel ritmo dei movimenti. Un ritmo che è quasi sempre improvvisazione con ferree regole, come dovrebbe essere in ogni situazione.

Chiuso in una sequenza di gesti taciturni, osservo la sera che scende quieta e un po' fredda, l'amore è lì, tutto nelle assenze e nelle successioni, in quello che non è accaduto e che si è accumulato come spazzatura ai cancelli dei sogni.
In queste ore scure la mia anima, quella su cui ho costruito e che forse ho sopravvalutato, sembra sostanzialmente un gioco temporaneo, accompagnata dal contrabbasso del mio gigante gentile.
È una di quelle sere in cui ci si può chiedere “sono stato amato?” e la risposta questa volta è pronta, “sì, ma non è bastato”. La risposta è uguale per l'altra ovvia domanda, “ho amato?”.
Certo, ma non è bastato.
Febbre distratta e fatalismo ubriaco, non ammetto più niente, io. Nego. Nego tutto. Nego tutto e sempre. Non c'ero. Non amavo. Non desideravo. Negare serve a costruire. Sono un prigioniero politico, anche se non mi hanno mai arrestato. No, non ho nessun centurione che mi faccia da controfigura brillante durante la notte. Non ero io, ti sbagli, non ho mai tentato di baciarti. Non ti ho mai detto che ti amavo, e non l'ho mai sentito dire da te. Non ho mai tentato di disporre i sogni come fiori o di brillare come una stella. Stavo lì, invece, in una stanza rossa e blu, o forse nera con vista sul mare, ed ascoltavo un trio con Jean-François Jenny-Clark. Scavavo, svuotavo, riempivo, lottavo, cercavo di non illudermi e soprattutto di non vendermi. Anche il dolore era compreso nel pacchetto, grazie anche a quella musica e a quel contrabbasso.
Non tutto ha un lieto finale. Infatti, sul muro è rimasta impressa l'ombra del mio bacio con un'ombra mille volte più grande di te.

LdP, senza data





















22/04/14

Tela nera, ferita bianca


Dopo il piacere l'uomo è una tela nera tagliata da un inghiottitoio bianco, che risucchia tutto quel che è visibile e invisibile. Nella feritoia bianca precipitano i fantasmi, le storie senza lieto fine, le attese che saranno malattie e viceversa, i nomi che non dicono più niente, i fuochi fatui che hanno acceso l'amarezza e gli scompensi più comodi, i sogni troppo pubblicizzati e finiti a fare da scatolame in cene dove gli aneddoti non hanno più un senso.
Dopo il piacere la storia personale non significa nulla, non ricorda e non riporta a galla, non evoca forze che erano sopite già allora, non c'è nemmeno la mistica del destino e gli errori conseguenti.
Dopo il piacere sono disturbato da ogni gesto di avvicinamento alla mia persona e alla mia vita, dopo il piacere me la cavo da solo con quelle mandibole bianche e non voglio che mi si guardi, che mi si parli, che si voglia qualcosa da me, anche un piccolo segno, un piccolo gesto.
Tela nera e ferita bianca, silenzio che si trasferisce in un piccolo albergo senza ospiti, che vuole i suoi rituali e il gusto caldo della porta chiusa.

Dopo le abboffate pasquali, le gite fuori porta e le sessioni deiettive in bagno, le strade sono sonnolente, le persone pigre e grassocce, deludenti a prescindere, non ho piacere a fermarmi e meno ancora a rispondere a domande inerziali.
La molesta allegria del tran-tran mi disorienta, mi spinge negli angoli, a pisciarmi sulle scarpe e ad evitare zuccherosi collage di quotidianità tollerata. Gli uomini sono figuranti rumorosi e le donne sono passioni già passate, spesso superate dalla fantasia iniziale e poi trasformate in assenza prima ancora che aprano bocca.
Non siamo simili se ci piacciono le stesse cose. Non siamo simili se abbiamo vissuto dolori che si accordano. Non siamo simili se abbiamo voglia di mollare tutto. Non siamo simili se siamo parenti, potremmo non essere simili anche se ci mescoliamo nel sesso, anche se siamo fratelli della stessa grande assenza. Non cerco mai somiglianze, mi fanno orrore.
La ragazza che mi veniva a trovare al lavoro diceva che le sembrava di conoscermi da sempre per quello che scrivevo. Quell'idea sconcia e irrazionale mi spegneva. No che non sai un cazzo, pensavo. Ed io niente di te. È così penoso cercare l'amore in giro, pensavo anche. È così massacrante cercare di tirare dentro qualcuno alla nostra storia, è un confuso ragliare e scolorire la parola “cuore” ad ogni pensiero di consolazione. Non sappiamo niente l'uno dell'altra ed è giusto che non accada proprio nulla, le nostre vite non sono fiction e i nostri album di morti possono somigliarsi ma è solo tempo che è passato e noi non potevamo farci niente.

L'edicolante è sempre gentile. Credo che sia omosessuale e credo di aver anche capito chi è il suo compagno, un ragazzo tracagnotto che deve essere molto dolce e inguaribilmente accomodante. Ma poi che cazzo me ne frega. Però l'edicolante mi è simpatico anche quando sono dominato dai miei demoni e sopporto pochissimo la visione degli altri.
Anche a Pasqua tutti hanno avuto il buonsenso di non farmi auguri. Non mi piacciono gli auguri. Starnazzare affetto dimostrato tre giorni l'anno e sbavare per pastiere e lasagne non fa per me. Come non fanno per me le famiglie e nemmeno Dio. Vecchie ruggini, inutile parlarne.

Dalle finestre adiacenti vengo a sapere che tale Mauro fa una stupenda pasta al forno. Mauro, prendi la tua pasta al forno e torna nel buco di culo della tua buona volontà di esistere. Sto leggendo, Mauro, non disturbarmi, sto leggendo e tengo a bada streghe in menopausa e misere lolite in sovrappeso, Mauro tu sei uno schifo di uomo che spera sempre gli vada tutto bene. Muori Mauro, almeno oggi pomeriggio.

Passo sotto le finestre del vecchio ufficio di mio padre. Quelle stanze sentiranno la sua mancanza come la sento io? I vecchi colleghi di mio padre sono tutti morti e questo non ha senso; avrei voluto parlare con loro di lui e di quei tempi dove ero bambino e triste, irrimediabilmente triste. Mi accendo una sigaretta sotto le finestre del vecchio ufficio di mio padre e mi sento come dei pipistrelli nello stomaco, e un generatore di incubi posizionato nelle orbite della mia stanchezza. Mi accendo una sigaretta e ho bisogno del mio jazz, di tantissimo silenzio da non distinguere nemmeno, ho bisogno di essere trapassato dallo sguardo della gente, anche se per un attimo mi prendo lo sguardo della donna ambra con la gonna a fiori, che però trova un muro di fango nel mio giubbotto nero e nella distanza che mi porto nello sguardo.
Per anni ho inseguito donne per strada. Fantasticavo, desideravo, volevo rompere tutti gli equilibri. Da qualche tempo non riesco ad andare oltre l'attimo della curiosità e questo è un segnale che i tempi sono cambiati.
Non mi piace pensare di cambiare continuamente lenzuola ed abituarmi all'ospitalità dell'animo altrui. Trovo ripugnanti tutte le meccaniche in funzione per il recupero di una pace che non è mai esistita, almeno in questi cieli. Tela nera con ferita bianca.

In questi giorni ascolto free jazz. Ho bisogno di caos organizzato, ho bisogno di roba che superi i limiti e con precise regole si prenda beffe delle altre. Il free jazz mi regala coscienza ed energia. Il costante bisogno di melodrammi di certi idioti mi spinge a parlare con onesta crudezza, senza menare il can per l'aia.
Lo faccio maggiormente con chi si ostina a voler guardare il lato edificante di ogni cosa. In passato, quando sono stato sincero, magari dicendo ad uno che mi invitava alla tolleranza “quello è una testa di cazzo”, mi sono sentito dire anche “si vedeva che eri nervoso, ti ho lasciato sfogare”. Interpretazioni criminali di una decisa calma.
Qui non c'è proprio niente da sfogare. La parola “sfogo” ha più senso per quelli che non hanno un'attività sessuale decente da anni.
Quando Miss Vene Varicose Atque Melodramma mi dice “sono tanto costernata per la perdita del tuo lavoro”, io rispondo onestamente: “Era un lavoro di merda, che comunque non avrei voluto continuare. Era solo necessità alimentare, non c'era una sola scintilla di passione, era come scopare un cadavere per non farsi venire i crampi”.
Ma, forse, scopare un cadavere mi avrebbe divertito maggiormente. Chiaro che poi Miss Vene Varicose&Melodramma si disturba, mi classifica nei sociopatici rabbiosi e smette di pregare per la mia salvezza. Ed ha le sue buone ragioni, perché le persone che sbraitano nel deserto non possono piacere per più di un'ora. Ed è una fortuna.
So che il suo cervello non goniometrico non può formulare altro che “poveretto, gli è andata male, come sta incazzato e acido”. Va benissimo così. Ti ringrazio per i santini che ho rifiutato, per le cure che ho frainteso, e mi scuso anche la folla di diavoli che hai trovato sulla mia lingua. Ma meglio i diavoli che tracce di sperma e di resa, mia cara Miss.
Poi torno a casa e mi spiace essere stato disturbante. Ma sono stanco di8 esitazioni e di “lati migliori” da mostrare. Cercando di mostrare i lati migliori si invecchia e poi si muore, e poi un figlio finisce per passare sotto le finestre dove lavoravi, trattenendo una rabbia a croce nascosta dalla musica e dalle parole, un figlio/deserto che fuma nella pigrizia della strada e che non sa pregare, e che per far durare poco le cose si è inventato una passione incombente tra stomaco e scarpe.
Tutte le lacrime che si trattenevano in decenza sono diventate vento, sono diventate addii continui, ad una scena di passaggio, ad un treno in corso, a persone eluse e deluse, addirittura a quel che si scrive senza l'arroganza del vero.
Tela nera, ferita bianca. Con calma, con misura, negli angoli della città e dell'orologio impietoso che riporta a domani le paure di ieri.

Luca De Pasquale, 22 aprile 2014

19/04/14

L'uovo di armagnac e le parole a cazzo


Fatti sentire, mi raccomando, fatti sentire”
Ma certo, figurati. Dove? Come? Perché?
Io mi faccio sentire, e poi che succede? Si sciolgono i ghiacci, la bontà diventa carta da parati? Io mi faccio sentire, poi diventiamo intimi?
Taluni si “sentono” solo per tenere a bada una coscienza ballerina e un po' leggera, perché perdersi non si fa, non sta bene.
Mi è capitato spesso che quando una donna che si “faceva sentire” ogni tot mesi mi spronasse ad incrementare le occasioni di contatto, io pensassi quindi di scoparla. Portarla sul letto, spingerle le mani all'indietro e farmi sentire. Questo in risposta all'ipocrisia del “fatti sentire”. Se ci si sente ogni sette mesi, tanto vale che io lasci un ricordo migliore, no? Il sesso è certamente un ricordo migliore della buona educazione, al mio paese.
Nella mia piccola città il “caffè rimpianto” non funziona, mettersi un'immagine nuova di una cosa vecchia in testa e continuare. Non funziona. Preferisco degenerare. Preferisco slabbrare i bordi e poi andarmene affanculo. Se mi faccio sentire, e non come dici tu, poi ti convincerai che sono un animale e non mi cercherai mai più. È così che dovrebbe funzionare, non quella fottuta architettura del rimpianto educato da rendere anteprima di un film che nessuno mai girerà.

Faccio tardissimo per rivedere la seconda serie di Braquo, poi ascolto “Fluid rustle” di Eberhard Weber al risveglio, e la mia casa sembra trasformarsi in una camera d'albergo sul lago. Quello che volevo.
Le copertine dei vecchi vinili jazz hanno un odore inconfondibile ed emozionante. Mi piacerebbe tornare indietro a quel periodo in cui come un forsennato mi aggiravo tra i negozi di dischi alla ricerca di musiche sconosciute e per questo forse migliori.
Qualche giorno prima del natale 1989 mi procurai un vinile di Terje Rypdal, “Blue”. Rimasi per giorni avvinghiato al brano “Tanga”, che aveva un basso irresistibile ed inatteso, Bjorn Kjellemyr.
Ora quel vinile non ce l'ho più, sarà finito tra le mani di qualche esaurito quando ho avuto la necessità di realizzare; alla mia destra adesso c'è il cd, piccolo, poco ingombrante e anche triste.
Ma ritrovo anche un vinile dei Bandanà, il gruppo che accompagnava Gino Paoli fino a qualche anno fa, tutti napoletani. Facevano un pop un po' jazzato, e il primo brano del loro unico album ha un bellissimo giro di basso di Aldo Mercurio, altro eccellente turnista. Probabilmente, se decidessi di riascoltare tutti gli album che mi girano in testa, finirei tra due anni. Non ho mai capito come sia possibile non ascoltare musica, oppure farlo distrattamente, solo quando una canzone piace. Senza musica non potrei nemmeno respirare. E di certo non mi servirà una vita sola per soddisfare tutte le mie curiosità.

Quasi tutte le storie di ordinaria sopravvivenza che sento in giro sono indice di un'assoluta mancanza di coglioni sotto. Quarantenni che tornano a vivere con mammina per il piatto caldo e per il risparmio delle bollette, gente triste e sfiduciata che resta in matrimoni grotteschi per non affrontare tutte le conseguenze economiche ed emotive del distacco, mestissime e sciagurate donne che cercano di compiacere il loro stupido boia sentimentale, usando il sesso quando non serve e la tenerezza quando non è gradita. Le ragazze serie si costringono a sembrare delle zoccole disinvolte pur di non apparire obsolete, mentre quelle che ti sbattono in faccia il loro contegno e il loro potere di scelta partono da seminascoste logiche da troia annoiata. Ma non basta sciacquarsi i genitali e fermarsi con qualcuno per dimenticare tutta la merda emotiva sparsa in giro, e per quella frenetica ossessione di gestione che è una pericolosa spia di vuotezza interiore.
Gli uomini della mia età, ancor peggio, mi comunicano qualcosa di ancora più triste. Spesso li riconosci tra le rovine di un rapporto noioso, soprattutto per colpa loro, a farsi sgridare e rispettare allo stesso tempo da sfioriti esemplari di fiori di arancio abbrutiti. Un classico, quello della compagna che rompe il cazzo nel quotidiano e che invece ti continua a sostenere nei momenti difficili. Perché le donne hanno più spirito di sacrificio, è un dato di fatto, finché non si stufano di te; ma a quel punto tu lo saprai già, perché è vero (per quanto banale) che una donna ti lascia ti ha già sostituito, se non altro nella sua testa. Magari sta fantasticando su quel suo vecchio amico e tu sei alla porta, con le tue valigie impolverate. Viceversa, gli uomini sembrano capaci di fottere in giro senza darci troppo peso, tanto tornano sempre dalla moglie-mamma-sorella-accuditrice-puttana per dieci minuti il sabato pomeriggio quando il cazzo tira per inerzia.

Incontro uno stronzo che mi dice “mi dispiace” e intanto guarda la vetrina di un outlet per finti giovani. Non incrocio il suo sguardo, perché il suo sguardo non esiste: è capace solo di soppesare pantaloni che gli tolgano tre anni dal pacco e dalle gambe flaccide, è capace di portare i cioccolatini alla moglie e di fingere affetto per la suocera che è una vecchia cariatide con la mania dell'igiene e delle sciarpette di raso.
Mi dispiace”, ripete, scuotendomi una mano a caso.
Merci very much”, rispondo paradossalmente, e lo mando fuori strada. Fottiti, boy-scout. Fottiti da solo, con i tuoi pantaloni giovanili, e sgrillettaci sopra come una ninfomane di cartapesta. Il tuo Dio non è il mio.

Il tizio che gestisce il negozio di intimo hard all'angolo è un tipo spiritoso, sempre con la battuta pronta. Vende roba assurda: slip invisibili con buco centrale, guêpière rosa con piume, porta-capezzoli argentati, profilattici all'eucalipto per un sesso orale corroborante che non infastidisca gola e palato, telecamere per prepuzio. Le signore della zona si servono da lui e instaurano con questo soggetto un rapporto di bianca ma oscena complicità. Il tizio, Gennaro Azzopardi, deve conoscere tutte le manie dei maschi del circondario, e sono certo che ci rida sopra di gusto.
Entro nel suo store per chiedergli se può procurarmi dei profilattici al gusto armagnac, e anche una crema intima al centerbe, perché nell'universo del do ut des voglio essere originale e contraddistinguermi, ma gli sono finiti, me li farà trovare. Anche se a me tutti questi attrezzi non è che piacciano molto, preferisco una gonna svolazzante e ho attitudini casarecce, da boscaiolo nel giorno libero.
Gli uomini che fanno sesso con telecamere, che si aggrappano ai lampadari, che si fanno mettere un dito in culo mentre recitano le migliori parole di Baricco, che giocano a fare i De Sade del quarto piano, in genere hanno cazzi minuscoli e vanno di panna montata dopo quindici secondi, invocando qualche santo per il miracolo dei sei secondi in più.

Finisce qui il mio zibaldone pasquale con l'utero stampato al posto della bocca, con il trono vuoto di dio a farmi vento nell'anima aquilone, con la musica che mi macina il tempo, che torna a darmi un senso oltre quel grumo di rabbia che protesta e si muove come un mantice o una fisarmonica, allontanando ed avvicinando atomi e persone come un capriccio imbecille.
I miei migliori auguri, tra le decalcomanie di resurrezione e le parole di circostanza e calore emotivo che si riservano alle pecore nere, che però sono in realtà dei montoni travestiti, bravi a simulare ricezione di carezze mentre ti stuprano il dogma di empatia che sei costretto a snocciolare ad ogni passo.

LdP, 20/4/2014

18/04/14

Bava di neve


La giovane veterinaria si è innamorata di un pezzo di merda. Ne parla con le amiche, scrive lunghe riflessioni per se stessa, pensa a lui quasi tutto il giorno, sogna, fantastica, scongiura.
Anche io finisco nel circo delle confidenze, per interposta persona, ma degli amori della veterinaria me ne sbatto. Anni fa ero anche io uno dei papabili per lei, mi credeva sensibile, mi credeva affidabile e concreto, mi credeva attento alla sensibilità degli altri, mi credeva capace di provare sentimenti per il mondo esterno, sentimenti edificanti.
Ma io all'epoca preferivo le storie di una notte. Perché mi piaceva mortificarmi e godere allo stesso tempo, e non avevo la minima intenzione di dare conto dei miei movimenti.
Gli amori compiuti hanno qualcosa di profondamente osceno, che mi rivolta e mi allontana. Pensare all'amore per sempre è uno stato febbrile che mi crea sempre imbarazzi.
Ne ho di conoscenti che rompono il cazzo con i loro selfie in cornici di cuore, dopo la pasta con le vongole e il vino bianco, dopo il dolce di Pasqua e la parata di parenti inutili, ne ho di stronzi sotto mano che urlano le loro fortune. Ma io sono interessato solo a frammenti di vita, ad attimi che si saziano e poi crepano, sono interessato ad una sedia elettrica emotiva che non conosca interruzione.
La veterinaria ha 43 anni e pensa di essere all'ultima spiaggia, cosa questa che le costa la compagnia vacua del pezzo di merda di turno. Andranno a vivere insieme e acquisteranno degli oggetti inutili, faranno una cena di inaugurazione della casa, si faranno delle foto che finiranno in qualche album su facebook, con tanto di stupidi commenti “come siete belli”, “complimenti”, “ho sempre fatto il tifo per voi”.
In queste maledette situazioni mi sento sempre una troia sfatta, che si annoia e che scambia il desiderio di farsi male per fascino da appioppare alla prima persona di passaggio. Le coppie mi sembrano sempre ridicole e fragili, e il primo pensiero è sempre come farle scoppiare, con quella falsa incredulità che spiana la strada ad ossessioni carnali senza nessuna aderenza con l'anima.
Troppi modelli negativi. Può darsi. Provo un po' di pena per la veterinaria, a pensare che quel pezzo di merda la alternerà con un'altra amante comoda e veloce, e che schizzerà indifferentemente su entrambe, senza passione, pensando solo a se stesso e al suo viscido ego.
“Non l'ho mai vista così innamorata”, mi dice un'amica comune, “guarda cosa le ho comprato per la casa nuova”. E mi mostra un attaccapanni in miniatura per il salottino.
Continuo a fumare accanto alla finestra socchiusa, mugugno, “carino”.
“Verrai alla cena?”
“Non credo. No, direi di no”
“Perché?”
“Perché queste pagliacciate non mi piacciono. Provo solo tristezza”
L'amica si indigna, mi raggiunge, mi guarda negli occhi: “Ma perché fai sempre così? Guarda che così si finisce per restare soli, ed è brutto, te lo garantisco”
Sogghigno. Ma che cazzo ne sai della solitudine. Non sei mai stata da sola per più di due mesi, hai sempre fatto compravendita di compagni finché non sei uscita incinta ed ora sei una donna relitto, sei solo madre e compagna e non hai un desiderio che regga per più di mezz'ora.
La solitudine non è non andare alle feste. La solitudine non è essere sprovvisti dello scaldaletto e del confidente affidabile. La solitudine non è accorgersi che i quattro amici rimasti dopo anni di malintesi non ti cercano più. Vorrei dirti che la solitudine è piuttosto la mancanza di un obiettivo che ti dia sollievo, la solitudine è il vuoto dell'orizzonte e non certo le stanze vuote.
Non le dico niente di tutto questo, striscio diplomaticamente: “Non me la sento, sto attraversando un periodo difficile, non riuscirei proprio a sforzarmi”
Ma sono un bugiardo, è solo che mi scoccio di fare polemiche, tanto so che non cambio idea. Su questa roba, quasi mai. Tanti auguri alla veterinaria e al pezzo di merda, ma non ci sarò. Se ne accorgeranno a stento, perché essenzialmente io sono una presenza esotica e impalpabile, tanto è lampante che non condivido quasi nulla. In genere, se proprio mi notano, concludono che sono un arrogante snob che se ne sta sulle sue e certamente fuma troppo.
Ma i loro amori mi fanno venire il mal di stomaco, le loro case sono di una precisione stucchevole, tutto al posto giusto, i loro libri sono banali ed il loro passato è visto sotto una lente bonaria che trovo ingiustificabile. Quei maschi che sono amici dal liceo si sono scambiati delle fidanzate, hanno suonato insieme e giocato a calcetto, si vogliono bene, passano da un modello di vita all'altro secondo i canoni e le opportunità, mentre io continuo a scrivere le mie parole sulle pareti dei cessi pubblici e sugli specchi di donne che mi hanno lasciato la colazione e un biglietto di ostentato possibilismo.
L'amica riprova sempre a rimettermi in carreggiata, mi considera disordinato e dolorante, ogni tanto subisce la fascinazione delle mie strade bianche e desolate, ma dura poco e torna velocemente al rumore delle sue rassicurazioni. Ed è un bene per tutti, per lei in primis.
Tempo fa mi ha presentato una sua amica che continuava a chiedermi fino alla nausea cosa io scrivessi.
“Diciamo narrativa”, risposi nauseato.
“Fantascienza?”
Ma fantascienza un cazzo, cosa ho appena detto, per la bocca degli Dei?
“Hai pubblicato qualcosa?”
Risposi il giusto, con sottrazioni. Lei ritenne opportuno dirmi che conosceva un amico che aveva pubblicato con la formula dell'e-book e che conosceva un agente letterario. Cos'è, pensai, credi che abbia bisogno di aiuto?
“Con la scrittura è difficile mantenersi”, sentenziò.
Brillante. Oh, quanto. Non esistono più le mezze stagioni, non ci sono più bandiere nel calcio, gli uomini pensano solo alla fica. Era una di quelle frasi.
Non ci piacemmo nemmeno un po'. Io fui gentile per educazione e per rispetto nei confronti della conoscenza comune, ma non vedevo l'ora di scomparire e tornare al mio disordine. Gli appuntamenti procurati sono sempre stati una roba di merda, una mestizia immensa.
E poi non sono viscido perché non ragiono con l'uccello, i cui capricci rendono tolleranti e disponibili oltre ogni livello di idiozia.

Non ho mai insistito. Spesso mi sono augurato di non piacere. Spesso mi sono anche augurato di essere sostituito e quindi di essere esentato dagli accordi di demolizione.
Il bisogno di solitudine mi ha reso spesso una persona spiacevole, con modalità di incostanza davvero sgradevoli.
Non posso farci nulla se non sento vincoli familiari che tengano, sono il primo a patirne e mi sento un bastardo a giorni alterni. Non c'è nulla di più devastante che rifiutare, respingere, rispedire al mittente, invitare ad abbandonare il campo. Non penso che si dovrebbe giocare con i sogni delle persone, è peccato mortale, altro che rubare o desiderare la donna d'altri o altri precetti di questa risma.

Quando qualcuno svanisce, svanisce per sempre, io ritorno a sentirmi un lupo nero nella neve, completamente solo sul sentiero, affamato e disgustato allo stesso tempo, senza branco e senza gerarchie, e ho sempre un po' di paura di scivolare su lacrime non mie, o versate in mia vece.
Mai, nemmeno un giorno, questo vagabondare nella neve si è realmente interrotto. Con la mia bava di neve imposto il muso a sorriso e invece finisce che mi sbrano da solo. Quando decido di minacciare, digrignando, il nemico si è già volatilizzato,
Trovo requie, io e la mia bava di neve, solo appoggiandomi ai vetri dei finestrini, che siano traghetti o treni, solo quando la strada mi scorre veloce negli occhi e non conosco la prossima tappa, trovo una voce da poter riconoscere solo quando mi concedo la debolezza di trovare un po' di spazio nell'animo e nella fantasia di qualcuno, ma è probabile che il mattino seguente io sia già lontano. Io e la mia bava di neve.
“Che scrivi? Che tipo di cose scrivi?”
Bava di neve, scrivo bava di neve, so che non ti piace, ma è così, è bava di neve e non sto cercando un editore o un agente letterario o un amico che mi presenti uno che conosce un editore, scrivo bava di neve e mi fotto.
Certo che ho pubblicato ma non ricordo niente, sono come drogato, sono cambiato e non ho potuto evitarlo, mi piace deragliare, mi piace prendere un traghetto all'alba e non tornare mai più a casa, non tornare mai all'amore-pretesto, non essere aspettativa di nessuno, mi piace essere la pagina strappata nell'album di famiglia, mi piace essere la sedia vuota che non desidera il compiacimento dell'assenza notata.
La bava di neve, il finto veleno del lupo che invece conosce il senso della presenza e per questo la manca così spesso.
Scrivo bava di neve ed è meglio che tu legga altro, perché quando si smette di leggere è il sorriso l'unico combustibile utile della memoria.

Luca De Pasquale, 18 aprile 2014

Stig Dagerman – Bambino bruciato (Iperborea)
Gérard de Nerval - Novelle
Emilio Praga - Penombre
Knut Hamsun - Sotto la stella d'autunno

17/04/14

Zaire-Italia 2-12


La mia prima partita a Subbuteo fu con mio cugino. Lui era già bravo. E voleva vincere a mani basse. Scelse ovviamente l'Italia. Io presi lo Zaire, perché ero innamorato di quella strana nazionale e di quei colori che mi attraevano, il giallo e il verde e quello stemma al centro: “Leopards”.
Come logica voleva, persi malamente, 12a2. Però segnai due gol in contropiede, perché lui attaccava a testa bassa per maramaldeggiare.
Fui molto fiero di quelle due marcature, perché lui non se le aspettava, e perché già amavo oltremodo l'orgoglio di chi perde ma lotta.
Ricordo quella prima partita di Subbuteo come uno degli ultimi momenti davvero spensierati della mia vita. La mia natura presto non mi avrebbe più permesso di godere di quelle piccole distrazioni, e lo Zaire sarebbe stato presto sostituito dal rock, dai dischi, dalla cattiva abitudine delle ore piccole e delle passioni non realizzabili.
A Italia-Zaire 12-2 seguì uno Juventus-Panathinaikos, dove ovviamente avevo scelto i greci, e persi “solo” 3-0. Mio cugino si complimentò, mi disse che avevo già capito come difendere, ma quella seconda partita mi piacque molto meno della prima, perché non avevo segnato, mi ero limitato a fare delle barricate dignitose, non avevo costruito una sola azione decente. Già sentivo gorgogliare dentro quella smania di dare almeno una pennellata di luce alle catastrofi, piuttosto che chiudermi in un grigio fisso e senza impennate. Questioni di carattere.
Poi sono diventato bravo e ho iniziato a vincere, ma del risultato me ne fottevo, volevo lo spettacolo, volevo il rischio, volevo la bellezza. Adoravo il calcio totale degli olandesi e pretendevo di trasferirlo sul tavolo del Subbuteo: in parte ci sono riuscito, ma come gli olandesi ho vinto poco e ho ricevuto tanti elogi.

Anni dopo, assistendo ai primi concerti, mi sono reso conto che ascoltavo principalmente quel che faceva il bassista, se si riusciva a distinguerne il suono. Perché avevo intuito che il basso sosteneva tutto, ricamava, chiudeva, riportava e trascinava, suturava silenzi e voli con la stessa naturalezza. Depositai il mio cuore tra le quattro corde, e lì è rimasto.
Mentre la notte scende e mi trova un po' irrequieto tra finestre, sigarette e silenziose ricerche, la mia anima da bassista ringrazia della discrezione e della poca attenzione, perché in fondo è un lusso sapere in anticipo che altri strumentisti, altre magie cattureranno occhi e curiosità. Che a chi lavora dietro, dietro la linea d'immagine e di emozione semplice, arriva una simpatia di sponda, un brivido forse già attutito.

Ogni movimento che faccio, ogni frase gentile che rilascio senza neanche volerlo, ogni persona alla quale devo dire addio ancor prima di cominciare, sono sacchi di frantumi e di note che la notte eredita dal giorno e viceversa, è un destino che non posso sovvertire, è la smania del musicista di regalare l'eterno e ritrarsi per l'avvento di una generosa stanchezza che lascia comunque un retrogusto di autenticità.
Si tenta di estendere l'urto delle emozioni, di sovrapporsi a qualche briciolo di sogno, e poi ci si arrende, senza rabbia, senza confusione.

Per molti la richiesta di felicità è una pratica da evadere, con l'aiuto di qualcuno, con i buoni uffici di qualcun altro, spesso con un calcolo delle probabilità sommario e anche puerile.
Il bisogno di felicità è un imbarazzante meccanismo che cerco di tenere ai margini dei miei pensieri. Preferisco prendermi quello che capisco, quel che è reale, tutto ciò che non è un lontano richiamo di altre storie, di altre questioni irrisolte, la grana grossa della vendetta o del riscatto, l'aberrante fede nelle manovre di compensazione e di rinnovamento.
Il vuoto c'è sempre stato, ci sarà sempre, niente lo vendica o lo esorcizza. Basta accettare la sua compartecipazione e si può continuare comunque.
Io il vuoto lo trovo tra le sedie, nei letti, nelle vecchie case, nella mia memoria, nella musica che mi piace, nei film che mi ricordano persone che non conosco, nell'amore a zig-zag che sono in grado di dare, pur apparendomi completo e continuo, negli affetti che ho perso senza potermi opporre, nella mia somiglianza con persone che non sono più in nessun luogo che io possa concepire.
Ho trovato tracce di vuoto, bianco e lattiginoso o scuro e denso, nei miei sogni, nei capricci di giornate disordinate, nelle donne che mi sono piaciute, nelle parole educate di commiato o di introduzione, nei viaggi della speranza o di distrazione, nei vestiti che ho scelto, nella leggerezza che ogni tanto mi prende alla gola e mi costringe ad essere sciocco, nella pesantezza che mi rende invece un grumo d'insonnia ansimante e mi fa essere irriconoscibile, a me stesso e a chi mi tiene in osservazione come affetto da non disperdere.
È il vuoto che mi ha guidato verso i film che amo di più, verso quei personaggi inventati ma reali che sento come fratelli di strada, è il vuoto della malinconia quello che ho trovato in Zurlini, è il vuoto di troppe frontiere da valicare quello che ho trovato in Peckinpah, è il vuoto del non essere mai innocenti quello che ho amato in Jean-Pierre Melville.
Quando teniamo qualcuno per mano, l'altra mano libera in realtà stringe o sfiora spazi vuoti, che pure significano tanto, forse anche di più, è una mano libera che probabilmente trova il freddo delle possibilità smarrite, il freddo di quei sentimenti ai quali non abbiamo e non avremo accesso, il freddo di altri luoghi che non ci troveranno, di appuntamenti che non si verificheranno e che comunque avremmo frainteso o saltato.
Per quanto mi riguarda, niente di davvero deprimente, è il gioco, e il gioco non è solo pubblico pagante e applausi, il gioco è anche una spaventosa recita di buona volontà sul vuoto.
La musica e l'amore sono le nostre eternità tascabili, o perlomeno le mie, ma non si può essere così stupidi da pensare di poter controllare tutto, gestire e colorare quello che non ci appartiene e che sopravviverà alla nostra ostinazione a durare e lasciare tracce.

Sarà una notte di musica, di sigarette e di vento, niente di nuovo e niente di clamoroso, sarà una delle mie notti, una di quelle che ho a disposizione, e che non prenderò certo sotto gamba.
Domani si riprenderà a giocare alla luce, nelle piazze, all'ingresso di una nuova idea, illanguiditi da un vecchio sogno travestito o da una smania un po' più realistica che somigli all'idea di benessere.
Tutto in regola, e stavolta non si protesta.

Luca De Pasquale, 17 aprile 2014

13/04/14

Il cono d'ombra


Ci sono, poi non ci sono, ci sono di nuovo e infine mi sposto.
Mai fare lo stesso lavoro. Mai dormire nello stesso letto e abituarsi. Mai convincere gli esterni che il carattere sia concluso e definito. Mai far credere che l'amore non viva anche di esami e di prove.
Ho conosciuto molti che avevano tanta voglia di fermarsi. Fermarsi per poi definire il loro mondo, per abbellirlo, per trovare uno spazio che potesse fronteggiare e reggere le invasioni.
Chi si è curato è diventato insopportabile. Chi ha rinnegato è apparso ancora più misero del solito. Chi ha trovato un motivo per vivere si è chiuso in una nuova certezza, cercando di fare proselitismo.
Dopo le delusioni, si offre il proprio corpo piagato di paure, si teme ogni piccola distanza, ogni porta chiusa e ogni tradimento, ma è schifosamente ridicolo.
Si presentano ai vecchi amici le nuove fiammate, con quella giusta dose di vergogna, eccotene un'altra, magari questa volta va bene, non giudicatemi male, vi prego.
Docce prima di scopare, docce dopo, stiamo sempre a lavare scorie, stiamo sempre a prepararci per il momento seguente ma a volte ci prendiamo solo come pezzi di carne scaldata.

Tempo fa un conoscente/amico mi ha presentato la sua nuova compagna. Sembrava che avesse vinto alla lotteria. Era ebbro di gioia ed io ho capito che si sentiva di nuovo degno. Vedi che inutile stronzo, ho pensato. Ha avviato dei panegirici e delle magnificazioni, in presenza della sventurata new entry, ed io mi sono assentato del tutto, ho iniziato a pensare ai dischi da comprare e alla lista della spesa.
Il conoscente/amico si comporta come uno che ha recuperato crediti e valore, uno che è tornato un buon figlio di dio perché vive di nuovo amore, smiela ovunque, e non mi è difficile pensare che il sesso tra loro sarà zucchero filato, roba da vomitare al primo “ti amo” mentre si spinge e si suda. Gli uomini zuccherosi sono un'atrocità. Sono grati alle loro donne per ogni cosa, hanno ricevuto un'educazione che impone loro di essere cavallereschi oltre il senso del patetico, e si sono persuasi di dover essere sempre dimostrativi.
Il vero amore è una cosa meravigliosa”, mi ha detto poi all'orecchio, e io ho avuto voglia di dargli una testata.
Che fai, mi raccomandi il vero amore? Vero, lo conosci di persona. Che fai, mi raccomandi di essere sempre presentabile in società, dobbiamo sempre dimostrare che non si fallisce, e che pure se va male abbiamo la forza di rinnovarci? Ma questo è un tuo problema, non il mio. Io non sono uno che si ripulisce. Non sono uno che deve appianare. E non ho mai scopato come te, come un orsacchiotto, non ci si comporta come Baci Perugina sotto la luce dell'erezione, non si è più intensi se si sussurrano melliflue stronzate alla donna che ci rende degni.

Il lavoro dipendente è un fiume di merda e di rassegnazione. Si passa da un padrone all'altro per sopravvivere e pagarsi qualche sogno. Il lavoro senza passione è schiavitù, la peggiore, perché ci si è imbolsiti e si sopporta. Sono soddisfatto di non dovermi chiedere, almeno al momento, quanto sia intelligente il mio interlocutore e quanto dovrei essere coglione per piacergli.
È stato così negli ultimi dieci anni. Lo stress maggiore era rappresentato dalle contorsioni mentali che ero costretto a fare per comprendere di che razza di questione idiota si stava parlando.
Quando ero poco disponibile e schifato, e dunque pigro, mi venivano portati degli esempi scandalosi di efficienza. Sentirsi dire “devi migliorare” da una persona con coefficiente d'intelligenza pari a zero e qualche sbavo è imbarazzante.
E dunque, si portavano esempi. In genere si parlava di qualche prono donaculo da ufficio. O di qualcuno così ignorante da risultare efficace e dominante sugli altri morti viventi.
Se avevo bisogno di gerarchie, mi dicevo, entravo in polizia, che ci avevo pure pensato. Almeno potevo portarmi dietro il ferro e cercare di far rispettare le regole. Ma nelle ditte private certe gerarchie sono così ridicole che si fa una fatica immane a non ridere durante le riunioni e le feste aziendali.
Ad un certo punto, ho solo desiderato che non mi si rompesse il cazzo. Professionalmente non potevano dirmi niente, ed allora ecco che scattavano annotazioni sul carattere, sul modo di fare, sulla poca disponibilità a dare il mazzo, come hanno fatto altri che oggi continuano a sbarcare il loro infame lunario.
Amicizie al lavoro? Ma per cortesia. Ci si lamava alla schiena per un permesso, per hobby, durante deliranti e squallide pause pranzo, si faceva delazione libera e poi si biascicavano parole di stima. Non ho mai considerato i colleghi degli amici, salvo pochissime eccezioni. Uscito di lì, per me erano dei completi estranei, anche molesti.
Non sono andato a fare lo stronzetto alle feste collettive e non ho mai partecipato alle collette regalo per oliare il culo dei responsabili. Non ho omaggiato l'ospite di turno, che fosse un milanese, un francese o un qualsiasi italiano infarcito di dettami aziendali. Ci pensavano gli altri, a leccare.
Dopo la mia uscita, non ho sentito più nessuno ed è stato un bene. Da questo punto di vista, è come se undici anni di rapporti costrittivi si fossero azzerati, con il sollievo di tutti. Le sorti di persone che sono state delle faticose comparse nella mia vita non mi riguardano, non mi hanno mai riguardato. Di certo non hanno la mia benedizione. Possono tranquillamente andare a farsi fottere e non ho nessun problema a scriverlo o dirlo in faccia. Quando non stimo, non sono una persona gentile e non prendo tempo.

Devo spesso ricordarmi chi sono, da dove vengo, cosa voglio. Per non cadere nella trappola della cordialità e della pazienza. Devo restare sveglio. Non si può fingere di non avere nemici. E, soprattutto, non si può recuperare chiunque. Le occasioni perse non devono diventare santini.
In fondo è una brava persona”, non significa un cazzo. Il mondo è pieno di brave persone, che non per questo si frequentano tra loro. Se sbagli, paghi. Se sbaglio, pago. Basta. Nessun argano e nessun relitto da riverniciare. Le vicinanze si esauriscono, come il corpo muore. La vita è un gioco spietato, non si può passare il tempo a singhiozzare e a cercare il sole come dei cretini.
Aver condiviso delle esperienze non è garanzia di amicizia e correttezza. Essersi cercati e forse amati non significa nulla per il presente e per il futuro, se la distanza è il primo dettaglio dell'immagine ferma.
Ho iniziato a levarmi dai piedi fin da bambino. Mi sono eliminato e ho eliminato. Non nascondo il mio lato negativo. Non sono un codardo e per fortuna non ho problemi di identità e di autostima. Negare il lato negativo dell'esistenza, le mancanze, le sottrazioni, i rifiuti e le morti è da imbecilli. Abbellire il circostante è da pigmei. Concedere e concedersi molte chances è da illusi. Portare rancore in presenza è da stupidi: basta sparire. Rimuovere, rinnovarsi. Portarsi oltre ed essere consapevoli che spesso si è il risultato di vari errori non smaltiti. Non c'è altro da dire e da lacrimare. Le lacrime sono per i lutti, e comunque non ci hanno mai restituito nessuno.

Devo andarmene da qui. Non mi sono affezionato e dunque devo andare via. Appena si è creata una rete attorno alle mie abitudini, l'ho smagliata, sabotata, sono scappato di notte e sono tornato con le mani sporche.
Devo andarmene. Non sono interessato ad una geografia della comodità. Quelli come me hanno una città natia ma non possono fare molto di più.
Di questo posto mi piacciono i gabbiani all'alba; li trovo poggiati sui cornicioni e sulle terrazze costellate da antenne satellitari. Di questo posto mi piace la lingua che parlo, mi piace essere un uomo del sud, ma non ci amiamo. Non ci amiamo per niente. Sono inquieto e il mio posto è altrove. Credo di vivere per l'altrove. Quando non ci si ama, bisogna lasciarsi. Sempre.
Non si deve avere paura. Il cono d'ombra ti cresce dentro, è inevitabile, è un fiore marcio che ti toglie appetito e libertà di movimenti, ma devi starlo a sentire, se ti dice di andare via. Ti cresce dentro e ti rende l'ultima scintilla prima di spegnere il fuoco, l'ultimo sguardo prima di chiudersi la porta dietro, dopo aver restituito le chiavi.
Non andrà a finire come pensiamo. Sarà sempre diverso. Nelle case che abito lascio parte del mio disincanto, e mi dico sempre che chi verrà dopo farà bene ad aprire tutto e far entrare tutto il sole che io invece rifuggivo.
Non so se lascio qualcosa nelle case in cui staziono per qualche stagione, sempre in preda alla tentazione di sparpagliarmi altrove. Non so se lascio qualcosa nel cuore e nella memoria di chi incontro. Non ho questa presunzione, mi considero così di passaggio da non chiedere quasi nulla.
Non capisco proprio quelli che strepitano e richiamano l'attenzione, amami, amami, io sono qui, tu devi, tu hai preso un impegno, tu non puoi prendermi in giro, tu devi essere al mio fianco, tu devi pensare a me e solo a me.
Queste sono solo regole del bisogno, è delimitarsi nel proprio egoismo, è scriversi necessari prima ancora di vivere.
È così difficile amare. E per me, molto di più, essere amati. Si è sempre la preda di qualcuno o qualcosa, anche quando si crede di ricercare la felicità in una battuta di caccia in compagnia dei nostri affetti più consolidati.
La regola è l'ombra, non la luce. Ma nei momenti più freddi, magari appoggiati ad un muro di notte, abbandonati al riposo di tutto quel che ci circonda, allora può succedere che uno squarcio di luci lontane si palesi, senza solennità e senza troppe garanzie, semplici e necessarie avvisaglie di quel che potremmo costruire con un impegno che non prenda troppe pause.

LdP, 13/4/2014