31/03/14

I guanti rossi e la disfatta costruttiva


Nessuno, nella mia famiglia, ha mai avuto una casa di proprietà.
Nessuno ha potuto cambiare molte auto e permettersi vacanze. Nessuno è mai uscito dall'incubo del salariato precario, e solo pochi di noi hanno avuto a che fare con padroni che fossero anche uomini, che fossero prima uomini e poi padroni. Mio padre e alcuni miei zii, che non amavano entrare in conflitto, proprio con nessuno, cercavano di guardare il bicchiere mezzo pieno.
Io no. Io no, mai. E mai sarà. Io ho sempre reagito, e come mi è stato detto “sono stato poco furbo”.
Io mi sono sempre sentito un operaio, anche quando ho pubblicato quel cazzo di libro, anche durante quelle presentazioni di libri a patta aperta, mentre alcuni “colleghi scrittori” tentavano di celebrare leggerezza, disimpegno, la lettura come ricreazione, come salvezza dalle tante angherie subite nel quotidiano.
Ho sempre sentito il dovere della ribellione, anche quando mi è costata cara. Ho pagato sempre tutto, in prima persona, a testa alta. Senza abbassare la testa, per sentire magari meglio la puzza del mio culo impaurito.
Ho sempre rifiutato quell'atteggiamento di estrema ignoranza che consiste nel sentirsi fortunati perché qualcuno ti ha dato lavoro. Ho sempre rifiutato la gratitudine sproporzionata verso chi ti concedeva un privilegio per ottenerne tre, o solo per soddisfare la sua smodata necessità di sentirsi “uno che decide”.
Ho sempre rifiutato ogni richiesta deferenza verso ruoli che non riconoscevo e che continuerei a non riconoscere. In una piramide di guano è chiaro che l'operaio semplice deve essere deferente verso la struttura in sé e i suoi tristi interpreti, capireparto, capisettore, responsabili, direttori, veline dei direttori, delatori analfabeti. Chiaro per loro, chiaro per gli arresi a prescindere, non per me.
Ricordo ancora con disgusto certe facce di costipazione intestinale di responsabili francesi o milanesi che non salutavano il commesso 1.0 e che invece stringevano altre mani. Ricordo la grottesca recita di responsabili locali che sceglievano la giacca e la camicia migliore per omaggiare l'ospite di riguardo, ricordo le ridicole minigonne, le finte risatine di compiacenza, la vocazione a dare il culo per rimanere tranquilli.
Ricordo, con disgusto ancora maggiore, quelli che all'epoca godevano di buona sorte e buona considerazione, perché magari amici del potentino di turno, e che poi, finendo in disgrazia, hanno cercato di reinventarsi democratici, vittime del sistema, sensibili e solidali facenti parte di un ampio gruppo di vessati. Gruppo di che? Non esisteva alcun gruppo. Dove non c'è coscienza di classe non c'è idea di gruppo, collettivo o accolita. Non c'è nulla, solo un manipolo di singoli che si guardano disperatamente i cazzi loro.
Non sono fatto per certe strutture e certi sistemi. Non sarò mai un aziendalista. Non sarò mai amico del capo, perché per me si deve partire alla pari, sempre, senza soggezione e senza farsi soggiogare.
In questo paese di merda, in cui il capitalismo è il sogno sciancato, zoppo dalla nascita, dove il proprio comodo è l'iniquità per il resto, in questo paese dove sono riusciti ad essere arroccati per decenni alla melmosa ipocrisia della DC e dove si è incredibilmente riuscito a far passare un imprenditore reazionario per un salvatore della patria, non c'è da sperare che la piccola realtà privata possa essere declinazione diversa del paradigma generale.
Io avevo bisogno di soldi. E avevo, come ogni uomo che possa dirsi tale, bisogno di lavorare. E avevo lo stesso diritto di lavorare di chi cacava il cazzo con la storia lacrimosa del “tengo famiglia”, il supremo alibi di ogni imboscato di turno, che spera di arrivare alla morte avendo ottemperato ai doveri che gli scarni e fraintesi valori appresi richiedevano.

Poi c'è stata la parata dei vigliacchi.
È anacronistico essere anticapitalisti, è caduto pure il muro di Berlino”
Ma che cazzo c'entra?, chiedevo sempre. Sempre con questa storia del muro di Berlino, bignami anti-ideologico da tram, somma suprema del qualunquismo conservativo.
Non bisogna disperdere il voto, Luca: smettila di votare per piccoli partiti di estrema sinistra! Ci vuole coscienza!”
Avevate ragione, merluzzi. Beccatevi ora Renzi Gran Mogol e le giovani marmotte toscane, beccatevi le equilibratissime rottamazioni annunciate, beccatevi l'ennesimo governo che se ne strafotte del lavoro e dei lavoratori, beccatevi le alleanze al gusto dissenteria, beccatevi i talk dove si discute delle strategie di comunicazione del leader, beccatevi il tweet ottimistico e demagogico che non vi riguarda e non vi riguarderà mai.
E continuate pure ad occhieggiare al centro e alla destra, o ai santoni da forca di lusso, perché siete un po' cattolici, un po' moralisti, tanto familiari e decisamente poco associativi, anche se non vi costa niente fingere di essere solidali al venditore abusivo del Camerun e saltate in piedi come scherzi quando si parla di Luxottica o Pomigliano.
Tieniti per te le tue idee, che ti conviene”
Conviene a cosa? Ad ottenere tre invece di due, e ad ottenerlo da uno che con il culo a forma di cuscino ha ottenuto direttamente dieci? No.

Al momento sono disoccupato.
Dicono che sono colto e intellettuale, me lo dicono anche per celia, ma fatto sta che sono disoccupato, a quarantadue anni, uno dei figli dimenticati di lavori che non esistono o non tirano più, ingolfato di competenze che appaiono quasi una colpa atavica, con l'aggravante inqualificabile dell'ideologia sociale ed economica “fuori tempo massimo e fuori contesto”.
Mi sono assunto le mie responsabilità. Ho liberato un posto, sai quanti avranno tirato un respiro di sollievo, anche se avevo pochi crediti di rientro perché non ho fatto figli e non ho una moglie da mantenere.
Qualcuno mi ha detto “ma tu sei uno scrittore, di certo troverai” e anche “ne sai troppo di musica, vedrai che...”
Scrittore un cazzo. In Italia la professione di scrittore è impercorribile, semplicemente perché non esiste questo lavoro. Quelli che vedete in televisione e leggete sui giornali sono dei privilegiati, dei fortunati, sono stati abili e forse, in pochi casi, hanno dei meriti reali, sono degli autentici innovatori. Ma solo in pochissimi casi. La maggior parte della nuova letteratura che si produce oggi in Italia è un'abboffata di merda già letta, vale come scacciapensieri, ha meno spessore di una mano a poker, è la filosofia dell'asciugarsi bene sotto l'ombrellone ed esibire una qualche curiosità intellettuale. E chi scrive non si reputa certo un innovatore o un genio.
Sono solo un bastardo piuttosto sincero, non ho pretese di guidare alcunché, non sono un opinion leader, non un icastico del disarmato mondo dei quarantenni come me. Sono un invisibile come tanti. Probabilmente non pubblicherò mai con una major, perché non scrivo romanzi con trame rocambolesche, perché non ho costruito una rete di rapporti, perché il mio è un antagonismo individualistico, sprezzante, rabbioso e poco ruffiano.
E poi non sono Hemingway. Ma, forse, in Finlandia avrei potuto pubblicare più facilmente un saggio sui bassisti elettrici italiani, su Patrick Dewaere, su Stig Dagerman o semplicemente sulla mia insonnia. Non mi chiamo Pentti Arvholati e non vivo ad Helsinki, punto.
Lo scrittore, insisto, è una professione inesistente, in queste latitudini; almeno inteso a livello medio. La professione di uomo, invece, secondo me esiste eccome. Perché occorre rispettare delle regole di buonsenso e coscienza per essere uomini, ed io almeno ci sto provando, seppur con risultati qualche volta alterni e non sempre gratificanti.
Continuo a credere in una coerenza di pensiero e di comportamenti, continuo a pensare che la lotta non dovrebbe mai essere esibizione, ma contenuto, sostanza e non risultato evidente già confezionato. Spesso, chi sostiene di lottare non fa altro che godersi qualche codicillo favorevole di cose che non ha visto e vissuto, e la parola “lotta” gli serve più che altro a movimentare il sangue di qualche emotivo di turno.

Non da genio incompreso e non da vittima del fato o del sistema scrivo queste poche righe, tra una sigaretta ed un sorso di caffè regionale da € 1,50 a busta, non sono pervaso da smanie di eroismo e di estetica barricadera con spezie nostalgiche, non aspiro affatto a sommuovere animi e innescare il gioco dell'oca solidale di moda tra i borghesi che usano carta igienica a quattro strati perché hanno tanta paura di sporcarsi della loro stessa paura.
Mi sento solo il portiere di una squadretta che sta perdendo otto a zero e che rifiuta di essere sostituito per problemi di orgoglio; resto in campo, con la mia fascia da capitano, i guanti sporchi di terreno, aspetto tranquillamente che finisca 0-13 ma penso già alla prossima partita.
Con la stessa divisa, naturalmente.

Luca De Pasquale, 31 marzo 2014


30/03/14

Baciare senza la bocca


L'ora legale non frena la mia propensione all'alba.
Mi sveglio alle 5e36, che diventano le 6e36, e niente cambia.
Mi metto subito al lavoro su vecchi racconti che sto man mano limando e ripulendo da alcune insostenibili ingenuità. La sto perdendo completamente, l'ingenuità, era probabilmente qualcosa di cui avevo bisogno ma adesso le cose sono cambiate.
Ho fatto tardi ieri sera. Con gli Smiths e i Church. Avevo bisogno di forti emozioni.
Ho letto fino a notte del materiale sul musicista e compositore Luciano Cilio, che si uccise a trentatrè anni.
Mentre leggevo di Cilio nel letto, tra una sigaretta e un'inquietudine che mi ha spinto ad aumentare a tre il numero dei cuscini, una coppia clandestina si baciava fuori alla mia porta, che fossero clandestini lo avevo intuito e poi ho avuto la conferma dalla voce di lei, che in un sussulto di coscienza colpevole ha detto “gli ho detto che non mi sentivo bene, noi non possiamo continuare così”.
Ho sorriso nel letto, senza formulare giudizi morali e senza farmi venire la candida della curiosità, alzarmi e origliare professionalmente.
Non ho nulla contro il tradimento in sé, che trovo comunque vigliacco: trovo che sia impraticabile, per numerosi motivi. Dipende forse dal valore che si attribuisce ai gesti e allo scambio di gesti. Dipende da quanto si è conservativi e da quanto si ama l'ambiguità come stimolo, cosa che trovo altamente opinabile.
Meglio non promettere niente che fare stronzate in giro, cadendo in quella rete banale e mortificante fatta di amici spugna ai quali ci si confida senza ascoltarli, fatta di sesso svogliato con la “titolare”, fatta di sensi di colpa unti e scivolosi che si trasformano in regali patetici, dichiarazioni di recupero, fatta di mani nei capelli, di unghie rosicchiate, di sigarette succhiate e non aspirate, tutto puntualmente vanificato dal potere orgasmico del proibito, del poco corretto, dell'imprevisto.
Ma un orgasmo è e resta solo un orgasmo. Con tutto un corredo di tristi stronzate di annuncio e di congedo.
Se dobbiamo giustificare anche i fluidi e gli umori che produciamo e che tentiamo di tuffare in altre vite, tanto vale farla finita prima del tempo.
Tutto deve essere giustificato. Ce lo hanno insegnato. O hanno provato a farlo. Ma non ce ne sarebbe bisogno. Lo dico alle stronze che lasciano solo quando hanno la riserva che non ce la fa più a scalpitare; lo dico ai pinocchietti ingenui e mammoni che vogliono accompagnare ai guizzi del cazzo il minuetto del vero sentimento. Non sapete nemmeno rispettare il vostro cazzo, che tipi di uomini siete? Siete oberati da principi caserecci di buon vivere e simpatica cordialità relazionale, ma siete degli sconfitti, anche se le cose vi girano. Forse non avete esplorato quanto dovevate. Forse dovreste provare a mettervi il rossetto, infilare il medio in bocca e guardare la scena allo specchio. Se vi piace, dovete ripassare per la seconda prova, intanto riflettete.
Oppure, forse, siete quel tipo di uomini che non imparerà mai ad amare una donna, ma quanto vi piace immaginarvi dominare, mentre con la mano spingete una testa femminile verso il vostro insulso uccello. O siete uomini di merda che salvate solo madri e sorelle, che mandate i baci alle immagini votive e vi fate il segno della croce quando passate accanto ad un cimitero, e poi funestate la vita di quelle stupide che vi hanno creduto o voluto credere.

La coppia è sempre fuori la mia porta. Scelta saggia, perché qui le scale sono meno illuminate. Si leccano le lingue e si sussurrano idiozie senza storia e senza futuro. Penso che quando scoperanno saranno più ridicoli del consentito. Si è sempre un po' ridicoli quando si scopa, scopare senza l'abisso sotto è come una prima lezione di ballo, nella quale si vince il senso del ridicolo solo fingendo di non prendersi sul serio.
Mi auguro che questa manfrina finisca presto, e che lei smetta altrettanto presto di ridere solo per emozione, che mi snerva. Perché lui è solo un coglione che fa delle battutine davvero pessime e corrive, ho un buon udito e sento tutto.
L'uomo continua a informare la donna delle sue buone intenzioni affettive. Ma piantala. Vuoi per caso entrare qui? Vuoi vedere come si vive in un monolocale ingresso strada? Tu ti sentiresti combattivo e creativo con settecento euro al mese e dormiresti in un letto dal quale puoi vedere il fornello e il cesso? Non credo, sembri uno abituato a certe cose, la vecchia madre che a mezzogiorno della domenica ti scrolla un po' per il caffè, la combriccola di amici che ti considerano uno buono, le foto delle vacanze su facebook, le menzogne nel curriculum su linkedin, il fantacalcio con gli ex compagni di liceo, le due gocce di aceto balsamico che ti escono dal cazzetto quando ti innamori.
No, non entreresti mai qui dentro. Ma la tua donna sì. Tu credi di no, perché sei sostanzialmente stupido e radicalmente ingenuo. Agli uomini come te le rovine fanno paura, ma le donne hanno un'altra magia. Sei solo un uomo sfortunato, la tua anima non ha ombra. Sei solo due gocce di aceto balsamico e sai biascicare “ti amo” solo quando hai paura di morire solo, non vali un cazzo.
Torno a leggere di Luciano Cilio, accendo una sigaretta, non ho sonno. Preferisco. Sì, preferisco.

Dopo l'alba, scendo a comprare il giornale. Cazzo, quanto mi manca Firenze. La sento nello stomaco e nelle vene, Firenze. Mi fa male, Firenze che mi manca. Però crea musica e scrittura.
Quando sarà, voglio morire a Firenze, da dove tutto è cominciato.
Spero che quando sparirò dalla circolazione avrò almeno la sensazione di essermi fatto onore, di non essermi venduto o svenduto, di non aver promesso ciò che non potevo permettermi, spero di morire da uomo e non da estensione di una nascita sbiadita. Spero che potrò guardarmi allo specchio mentre invecchio, di poter vedere ancora negli occhi quel lampo che si traduce in forza di volontà e resistenza, chi si arrende sperpera un patrimonio di lampi, chi vuole solo rifiatare in poltrona ed essere riverito non è un uomo.
Venderò molto cara la pelle. Burocrati del cazzo, affezionati alle sconfitte degli altri per non riconoscere le proprie. Finché ci saranno tanti vigliacchi in giro, cercherò di esserci anch'io, con le mie poche qualità, ma qualità di contrasto.
Tante lotte sono sterili, velleitarie, squilibrate, impari, ma sono energia, ed evitano che lo sguardo dell'uomo raggiunga solo scarpe e terreno.

C'è il sole, c'è la primavera.
La ragazza con le calze arabescate, l'addetto alla funicolare le guarda cosce e culo, lei lo sa e se ne frega, mi passa accanto, è una scia di profumo che mi fa effetto senza farmi veramente effetto. È ormai primavera, mi manca Firenze e molto altro, tutto rigorosamente sistemato in scaffali e scrittura selvaggia, tutto intelligentemente archiviato in un infinito mutilato.
C'è un vecchio cliente del merdaio che mi guarda fisso, al binario della funicolare. Ma che fai, aspetti che io ti saluti, che ti spieghi? Pensi che mi interessi parlare di musica con te? Infilati il cazzo in bocca e guarda i tuoi che si accoppiano, Edipo, Fedro, complessato maledetto.
Mi manca Firenze. Questo desiderio ha eluso il servizio di sorveglianza della lucida violenza che mi trascino dietro tra i reni e gli angoli bagnati della bocca, ogni desiderio è un'elusione di guerra e lo accolgo con benevolenza.
Una persona per me molto importante mi ha detto: “Scrivi anche di musica, che è la tua vita”. Certo, non mancherò. Come diceva Stéphane a Camille in “Un cuore in inverno”, la musica è il sogno.
Penso che si può sognare, e anche amare, pur trovandosi al centro esatto di una tormenta di stimoli, rabbia, desiderio perpetuo di ribellione e di ammutinamento, si può credere senza credere e a volte persino baciare senza più la bocca.
Anche la notte più spietata, più scura e dal respiro tagliato, frammentato in paure e ricordi, può dare luce. È questione di essere uomini, e non manichini che amano per solitudine e schizzano aceto per fare rumore in quel lago di morte che è l'indifferenza altrui.
Tutto qui.

Luca De Pasquale, 30 marzo 2014

28/03/14

Il power trio over 40


A pranzo fuori con amici.
Non capisco perché nei ristoranti di Napoli servano ai tavoli solo uomini. È così mortificante rapportarsi solamente a persone del tuo stesso sesso.
Il nostro pranzo è la solita menata tra vecchi amici. Ognuno fa il suo repertorio più sperimentato, ognuno interpreta se stesso, con impercettibili divagazioni sul tema.
C'è Marco che fa l'indifferente ai grandi temi, Mauro che gioca fino alla nausea con il suo ruolo da padre affidabile e marito in crisi, e poi ci sono io, che oggi mi sento una zoccola come nei giorni peggiori.
Sono a caccia di emozioni, me lo si legge in faccia, sono a caccia di cose che poi fingerò di non saper gestire. Sono nella mia new wave esistenziale, suoni cupi, trucco sciolto, mi comporto come se tutto dovesse somigliare alla luna.
Marco e Mauro mi rassicurano con la loro presenza e con le loro stronzate, la cosa è reciproca, abbiamo tutti superato i quaranta e siamo tre sciamannati.
Marco tradisce da anni la moglie con una ragazza più giovane che conosco bene, dieci anni fa si è reinventato buddista e poi ha abiurato, oggi mi dice che vota per il PD ma da ragazzo era un autonomo, ha preso una fissa tardiva con Eric Clapton, si è ossigenato il pizzetto. Marco voleva fare il chitarrista, è finito a lavorare nella farmacia della moglie.
Mauro è stato lungamente in crisi perché pensava di non poter avere figli, poi ha incontrato quella che è sua moglie ed è uscito il miracolo, mi sembra pure che abbia ricominciato ad andare in chiesa, si è pacificato, è totalmente rincoglionito con la playstation ma continua a fare abbondante uso di pornografia, e oggi ci racconta del mercato ungherese come se stesse parlando di un nuovo museo. Mauro voleva fare il batterista professionista, aveva come modelli Jeff Porcaro e Steve Gadd, adesso fa ogni tanto qualche serata con una ridicola cover band dei Beatles più commerciali e dei Queen. Suona in garage la sua vecchia Tama “una volta al mese”.
Io sembro il più giovane dei tre, ma sono anche quello messo peggio socialmente ed economicamente, ruolo che in tutta evidenza mi si attaglia particolarmente. Io del trio dovevo essere il bassista, è chiaro. Ero quello più preparato musicalmente, ancora oggi questi due beduini mi chiedono consigli d'ascolto e mi stanno pure a sentire.
Parliamo svogliatamente, strascicati, ma c'è affetto tra noi. Io sono continuamente distratto, perché il mio sguardo vaga da un tavolo all'altro in cerca di qualche donna da desiderare, è una mania, è un hobby, è soprattutto una necessità. In particolare, cerco donne che siano in compagnia di qualche uomo noioso, ce ne sono così tanti. Qualche stronzo diesel buono a rimpolpare l'abuso di quotidianità, e ad abbellirla in qualche maniera.
Io non ho tenuta di strada, sono inaffidabile, passo più tempo a scappare che a pensare, ma per una cosa passionale posso andare più che bene, una cosa senza testa e con poca coda, una cosa che faccia male e faccia stringere le labbra in una liberazione che non arriverebbe comunque a domani mattina.
Anche io, come Marco e Mauro, recito sempre lo stesso copione, il ribelle doloroso, e come tale ho tutta una serie di comportamenti stagni appiccicati addosso, come dei doveri, come dei marchi distintivi che non posso certo negare a chi mi conosce da tanto.
Non c'è niente di più eccitante e annichilente che finire a letto con una sconosciuta; in quei momenti mi sembra di poter cambiare tutto lo schifo circostante con facilità, mi sembra di poter dimenticare le tonnellate di letame in cui ho dovuto fare il rabdomante, in cerca di una buona condotta da esibirmi nelle sere di febbre e pigrizia.

Siamo un power trio fallito di over 40, il chitarrista dal tocco sporco, il batterista tecnico, il bassista eccentrico ed autodistruttivo. Eravamo simpatici un tempo, adesso ci siamo imbolsiti, anche se siamo piuttosto arrapanti tutti e tre insieme, perché in disarmo, perché sempre sulla cattiva strada, perché invecchiati, incanutiti quel che basta, disillusi e non troppo piagnoni.
Mauro mi propone di scrivere un libro sui nostri anni scapestrati, su quei giorni nei quali scorrazzavamo su moto usate, andavamo a citofonare a ragazze che restavano sulle loro, facevamo i guastatori alle feste e tentavamo di suonare, senza nessuna convinzione. Infatti nessuno di noi tre è diventato musicista.
“Tra dieci anni sarò pronto a scrivere questa roba”, rispondo sornione, “mi sembra troppo malinconico farlo adesso”
“Forse hai ragione”, mi sostiene Marco.
Intanto, arriva la mia cotoletta alla milanese con cinque patatine ai lati. Menù bambino che mi rincuora sempre, devo dire.
Al secondo boccone, erompe Mauro: “Ho una trentina di scopate in sospeso”.
La frase è arrivata nel silenzio del trangugiare, per cui l'effetto è certamente triplicato: scoppiamo a ridere all'unisono.
“In che senso?”, chiedo.
“Hai presente? Quelle amiche non amiche che senti ogni tanto... quelle che una volta un bacio... quelle che le chiami quando sei triste... quelle che ti cercano quando sei con tua moglie e tu tagli a corto, e poi magari ti masturbi da solo di notte, nel cesso.. quelle chiavate inespresse che ci inchiodano al destino. Ti piace l'idea, Luca?”
“La definizione “chiavate inespresse” è geniale, te lo concedo”
Ridiamo di nuovo. So di che parla Mauro. Al di là del concetto che sembra osceno, c'è tutta una filosofia su come affrontare cose che non sono accadute, e se pure sono state, mai completamente. Il notorio amaro in bocca, che siano donne o successi, quel lambire la vita che ad una certa età, e con una certa consapevolezza, inizia a fare male.
Parliamo un po' della cosa. Sì, ognuno di noi ha delle situazioni che sono rimaste in canna, inesplose. Situazioni che vogliamo pensare ancora pericolose, quando in realtà sono quasi completamente disinnescate. Situazioni che ci trasciniamo da una storia compiuta all'altra, come spauracchi involontari per le nostre compagne del momento, ma sono spauracchi che ormai hanno assunto la connotazione di parodie. Ma è vero che per noi uomini i baci e il sesso, la libidine e la voglia di scopare rimangono ad aleggiare come aquiloni da soffitto nelle camere dei bambini.
A volte un ricordo ci riaccende, una sensazione ci costringe a gestire erezioni surreali di rimando, ma viviamo queste trasgressioni otturate continuando a credere nei rapporti che abbiamo, e continuiamo a sentirci corretti nei confronti di chi ci è accanto. Peccato che non abbiamo mai smesso realmente di pensare a come sarebbe stato con Annapaola, Stefania o Flavia.
Questi pensieri mi intristiscono, li trovo patetici. Finisco la cotoletta e accendo una sigaretta, smettendo anche di perlustrare il ristorante in ogni suo anfratto. Sono chiacchiere di un power trio over 40, un po' claudicante, un po' fantasioso, tre uomini che ancora mendicano novità al mercato delle pulci della sopportazione.
Finiamo dopo un'altra mezz'ora. Il conto lo paga Marco, che è quello che sta messo meglio. Ci alziamo, abbiamo tutti e tre un po' di pancia aggiuntiva, e io sono l'unica carogna che non ha smesso di fumare. Tutti e tre, alzandoci, ci aggiustiamo il cazzo a sinistra, me ne accorgo con la coda dell'occhio e rido dentro.
“Vogliamo andare in un negozio di dischi?”, fa Marco.
“Non c'è un solo negozio di dischi nel raggio di chilometri”, rispondo gelido.
“Proprio a lui lo chiedi? E che cazzo...”, è il rimprovero di Mauro.
Usciamo dal ristorante. Siamo intorpiditi, i tre moschettieri con l'età a scalare, 43, 42, 41. Il power trio.
“Mi andrebbe una partita di subbuteo”, insiste Marco, che sembra il più inquieto dopo i pasti.
“Per me è ok”, dico.
“Daglie”, fa Mauro.
“A casa ho il campo e mi sono rimaste otto squadre, mia moglie non c'è”, ci informa Marco.
“Bene, perché a casa mia il campo nemmeno ci entra, tutto srotolato”, e questo sono io.
Che power trio. Che nostalgia.

Luca De Pasquale, 28 marzo 2014

24/03/14

Il magico rosolio


L'inverno torna a Napoli, torna e increspa il mare, rende il cielo un lenzuolo grigio-viola, mi arriva in gola e complica i miei impegni.
Ripasso per luoghi legati a ricordi spiacevoli, le sigarette durano pochissimo a causa delle folate, non me le godo.
Sbaglio anche scarpe per uscire, mi infradicio ma non importa. In funicolare un tizio che si qualifica come “l'avvocato” perora la causa della ribellione popolare, parla ad alta voce e si guarda in giro per vedere che effetto fa. La ragazza con il lettore mp3 e le cosce di fumo nero, la guarda per attrarre la sua attenzione, senza riuscirci. “L'avvocato” avrà settant'anni. Pochi anni e qualche figlio assisterà alla sua deprimente tumulazione. Mi vedo la scena e provo un senso di pena. La rivolta popolare. Povero illuso qualunquista.
La gente è brava ad agitarsi più che a ribellarsi; e molte rivolte o presunte tali sono di stampo fascistoide, sono solo lesi interessi e non reale indignazione. Le persone che promettono guerra sarebbero altrettanto a loro agio nei panni di qualche pappone ben retribuito, e in quella posizione dei disagi della classe media non se ne chiaverebbero un cazzo. L'ho vissuto guardando buona parte dei miei simpaticissimi colleghi, che dalla confessione “mal comune mezzo gaudio” al fiato di hamburger e maggiorana sono passati alla strenua difesa della mutanda sgommata ma sicura.
La solidarietà? Parola chiave per stolte serate badiali di Rai Uno o per esaurimenti nervosi di sciroccati esponenti dell'umanesimo socialista di polistirolo, difendiamo il figlio del camorrista, salviamolo dal destino e facciamo sì che se ne parli.

Spunta il colore del giorno sulle auto bagnate, neanche in questo caso riesco a godermi la sigaretta, che Eolo fuma in mia vece.
La strana donna con il rossetto blu alle poste, me la ricordo chiedermi dei dischi di Fiorella Mannoia e non comprarli mai.
Lo scippatore con il cappello verde scuro allo stazionamento degli autobus, intento a studiare i vecchi e i loro ingenui movimenti, bastardo.
E tutte le ragazze in attesa di spiccare il volo, di essere portate via dalla loro famiglia d'origine, per un po' di amore e per il minimo sindacale di solidità e praticità virile, per quella stranissima legge che vuole le creature più intelligenti terrorizzate dall'idea di una pur lontana solitudine.
Venti anni fa tutte le possibilità erano alla mia portata e forse anche a mia disposizione, potevo quasi scegliere in quali vite fare ingresso e seguire la traccia per essere la novità, il pretesto, l'imprevisto che diventa vita.
Quando una donna si innamorava di me, mi sentivo sempre responsabilizzato, potevo continuare a fare lo stronzo in giro o fermarmi e dare una svolta adulta al tutto, convertire le smanie in passi. Ma avevo dentro troppo jazz, troppi libri, tantissima autoreferenzialità e soprattutto una gran voglia di continuare a sbagliare. Lontani ricordi, che appunto ricordo senza volermene, senza accanirmi. Non riesco più a legare le canzoni alle persone, conoscere qualcuno non mi sembra più un colloquio d'idoneità per qualche ruolo, risultare sgradevole è un solletico senza contorni e non fa più male.
Un ex cliente mi mostra delle immagini sul suo cellulare, dopo un caffè pretesto per parlare di compravendita dischi, c'è lui in camicia azzurra davanti allo specchio del bagno e una tipa con mascherina veneziana che glielo prende in bocca.
“Arrapante, no? Si chiama Tiziana, ha quarantasei anni. Succhia da dio”
“Capisco”
Fa un sospiro: “Mi sono fatto una sciammeria anche con la sua migliore amica, le ho preso il culo e le è piaciuto a pazzi”
“Mmmh, capisco”
Il mio ex cliente si chiama Lamberto Minimoog ed è un bell'uomo, piuttosto statuario, un imprenditore di quelli che si potrebbero definire “illuminati”.
Dopo essere stato sposato con una donna cubana ed aver avuto una turbolenta relazione con una flight attendant a Singapore, è tornato a Napoli dove pare faccia strage di cuori nei locali di Chiaia e del centro storico. La camicia azzurra è un suo preciso topos, lo caratterizza.
Mi parla sempre di sesso, sempre. Davvero sempre. Paventa di avere un grosso uccello, ed io stavolta gli credo, perché è proprio lui ad essere particolarmente massiccio, naso e dita indicano che dev'essere dotato di una notevole contraerea. Ma delle sue forti scopate mi frega assai poco, anzi nulla. E non lo invidio. Avrà cinque o sei centimetri più di me, come minimo, ma posso dire solo prosit.
Ha letto alcune mie cose -solo per gentilezza, chiaro- negli anni scorsi ed ha dedotto che io vivo per la fica. Non più di altri, direi, e comunque non più.
Mi ha spesso chiesto se con la scrittura si scopa potente. Gli ho sempre risposto che la scrittura non è viagra, non è che duri di più, anzi gli scrittori in genere hanno dei piccoli ed inutili cazzi, rivestiti di ego caramellato.
Mi ha proposto tre o quattro volte di uscire con lui, mi ha garantito che lo avrei piazzato tra le cosce di qualche signora raffinata, suo il frasario, ma ho sempre declinato l'invito. Ma lui è ricco, ha il fisico del discobolo e può anche aggiungere la sua fava totemica, sarebbero state uscite squilibrate, le sue “signore raffinate” non avrebbero saputo che farsene di un cassintegrato esistenzialista oberato da svisate luciferine e sensi di colpa millenari, senza patente e senza voglia di spendere per far prendere aria al normale ferro in dotazione tra le gambe.
Lamberto mi chiede, a chiusura di incontro, se mi è venuto il “pesce tosto” alla vista delle sue foto amateur, non gli voglio fare torti e gli dico solo che sono rimasto un po' turbato. Lui mi sovrasta, sarà alto 1,95 e sembra un Apollo della pornocrazia che non mi è mai stata familiare.
Indimenticabile un suo discorso in negozio, qualche anno fa, in cui mi spiegava che decideva quanto far durare le sue relazioni in rapporto al sapore della vagina della sua partner del momento. Aveva classificato sapori caramellosi, dolciastri, acidi, sugosi, freschi, primaverili, speziati, muschiati, chiamava gli umori femminili “il magico rosolio”, mentre mi arrivavano clienti da ogni parte, compresa una signora anziana che cercava Morricone.
Mentre un professore di italiano in pensione mi stava chiedendo Vivaldi e Paesiello, lui se n'era uscito con una raccomandazione molto aulica: “Luca, annusa e prova sempre prima, se il sapore non è buono allora devi lasciare perdere, su quello le donne non possono mentire”
“Bien sûr, aussi”, avevo risposto, facendo il verso ai francesi teste di cazzo con i quali avevo a che fare, stupido io che non avevo capito quanto gli italiani sottoposti fossero infinitamente più pietosi e malfidi.
Il professore Rosacroce era rimasto sconvolto dalle frasi sconcie di Lamberto Minimoog, e aveva preso dalle mie mani i cd senza nemmeno salutarmi.
È una vita che raccolgo involontariamente confidenze sessuali e report di bravate in tema, ho smesso di oppormi, sarebbe ridicolo e poi non indosso il saio. Ascolto, comprendo, elaboro e dimentico.

Quando ami qualcuno, finisci per amarne, tra mille combattimenti, anche il passato e probabilmente il futuro, che con una certa probabilità sarà senza te. Se amassimo veramente e non lo declamassimo in maniera così oscena, altro che il blowjob point of view di Lamberto Minimoog, dovremmo arrivare ad amare dell'altro anche il suo potenziale non volerci più, non contemplarci per tutto il percorso.
Il vero amore è amare anche se non si è ricambiati del tutto. Il vero amore è così raro che si finisce per soffrire quasi sempre, e navigare a vista.
Il vero amore, al contempo, dovrebbe anche consentire di accorgerci di chi davvero ci vuole e regolarci di conseguenza con chi invece fa scoppiare palloncini appena abbiamo trovato un po' di pace.
Purtroppo, noto sempre con disarmo che non essere disponibili crea un interesse differente attorno, siamo scartati quando siamo soli e soffriamo e diventiamo schifosamente più appetitosi quando diamo l'attenzione ad un'altra persona.
Se confessi amore verrai pugnalato, se fai l'indifferente con l'anima in tasca qualcuno ti sussurrerà che sei bello, che ci sei sempre stato, e che starti accanto dev'essere un dono. Un tempo vacillavo. E molto. Mi dilaniavo di perplessità e di stupidi dualismi che poi non portavano a niente.
Oggi sono un uomo insonne, che quasi mi sembra una qualità, una garanzia di
sensi e sentimenti diventati incapaci di dimenticarsi da soli.
Creatura a termine come tutti, mi scopro capace di seguire quelle luci della notte che evitano all'insonnia di degenerare in rabbia, impotenza e rimpianto.

Piove di nuovo. Alla radio c'è una canzone di Pino Daniele che non conoscevo, mood jazzato, piano elettrico e basso denso, “Notte che fai”.
“Lo sai che non ho mai sonno, ormai non dormo più. Amore fuori c'è il giorno, ti prego non cercarmi più”.

Luca De Pasquale, 24 marzo 2014

23/03/14

L'hobby del disastro


Scusa”, diceva la mia compagnia del momento e aspirante donna, “scusami, devo mandare un messaggio a Cristina... resta qui, torno subito...”
Ma figurati”
La sua Cristina era in realtà un Fabio, un Antonio o un Massimo, ma anche io avevo la mia Cristina, che poi magari era Fabiana, Flavia o Monica.
E così tentavamo di prenderci per il culo, di affossare il cuore in alibi e mancanze solo preventivate e non ancora vissute, ci tradivamo ancor prima di fare sul serio, come tutti gli imbecilli.
Provavamo distrattamente, come camicie all'outlet, altri sessi e altri appuntamenti, facevamo i confronti, studiavamo i pro e i contro e ce lo mettevamo in culo senza che fosse neanche crudeltà, solo superficialità e manie di protagonismo.
Come mi emozionava irrompere nella vita di donne ignare, mettere tutto a soqquadro e poi rinunciare, il più delle volte senza neanche averne approfittato. Mi bastava la sensazione, quell'aria strana di quando sta per accadere qualcosa che potrebbe rischiarare. Potrebbe.
Lei invece faceva sul serio, e da Fabio accettava un bacio, da Antonio un regalo imbarazzante, da Massimo solo il cazzo e poi diceva che lo trovava cretino e poco interessante.
Io mi accontentavo dell'insonnia di Fabiana, dei dubbi di Flavia e della voce eccitata di Monica mentre il compagno guardava la televisione ed io le sussurravo al telefono roba trascendente che mi rendeva ridicolo, un tentatore in giacca rossa e cravatta nera, uno con l'hobby del disastro.
Poi ci ripescavamo a letto, in quella crociera pacchiana che è darsi piacere senza la forza del tempo e delle idee, ci dicevamo qualcosa di vagamente dannunziano, ci lavavamo i genitali e tornavamo a dormire, io a sinistra e lei a destra, senza darci la mano e senza respirarci.

Quando uscì il mio primo libro, molti si affannarono a dirmi che in me ci avevano sempre creduto. Non mi era sembrato affatto, anzi. Erano le stesse persone che mi avevano suggerito di “cambiare sogno”, che mi invitavano alla concretezza, o che al peggio mi preconizzavano fame e carestia. Si sbracciavano a spiegarmi che sapevano, loro sapevano, il mio momento sarebbe arrivato ed ora era lì, ai piedi della loro ipocrisia e della mia completa strafottenza. Allo stesso modo, c'è chi ci tenne a dirmi che il libro non era piaciuto affatto, detto con una certa eccitazione e un certo trasporto. Mi dovevano mettere a posto, regolarizzare il loro disgusto.
Ricordo una mia pingue collega che fu molto incisiva nel dirmi che il libro le era risultato noiosissimo, e quando me lo disse aveva lo sguardo funesto e sovraccarico di chi non riesce a cacare da giorni.
Era purtroppo chiaro che il suo sforzo nevrotico di dimagrire per far innamorare qualcuno le provocava un certo nervosismo. Risposi “de gustibus” alla stronza, facendole capire con chiarezza che avrei preferito farmi sodomizzare da un honduregno piuttosto che leccarle le labbra, stronza di destra, tutta patria famiglia religione compleanni epilazioni diete cazzi degli altri pettegolezzi e leccate di culo al direttore di turno.
C'è sempre stata una larghissima fascia di donne di un certo tipo che non mi avrebbe scopato neanche se fossi stato l'ultimo uomo sulla faccia della terra. E ci tenevano a farmene accorgere. Non era una questione di aspetto fisico o misure del padre delle creature, era una questione di stile di vita, di modo di pensare, di prestigio sociale, di riconoscibilità, di status economico. Obiettivi, questi, che per un uomo come me erano e sono ancora risibili.
Ma la cosa era scambievole. Solo che io ero più educato e sobrio, nel non mostrare un grosso coinvolgimento.
Ogni tanto, ancora di questi tempi, qualcuno viene da me e mi dice che sono pieno di talento. Da cosa lo deduca io non lo capisco mai. Perché non ci sono prove sociali che io valga qualcosa. Perché alla fine io lascio poche tracce, nel solco degli amanti ben esercitati, dei fantasmi e dei viandanti. Le mie parole sono finite in due o tre libri e in un blog, i miei capelli sul pavimento della barberia, il mio sperma nelle lenzuola o nella carta cucina, la mia rabbia alberga in speciali contenitori tascabili, insomma mi si può eliminare assai facilmente dalla cronologia. Ed è proprio questo che mi rende forte.
Hai talento”
Grazie”
Dico davvero”
Grazie”
Prego”
Ciao”
Ciao”

Dopo una piacevole serata a piazza Bellini, il mio amico Francesco e la sua donna fanno l'amore in un appartamento di Posillipo. I preliminari durano cinque minuti, il tempo necessario a convincere lui che l'erezione sia okay e lei che lui possa entrare senza troppi problemi.
A Francesco piace fare l'amore mettendo su Keith Jarrett: lo trova raffinato, un segno distintivo agli occhi delle sue donne. Il rituale infatti si ripete da anni, non cambia mai, non cambia nemmeno disco: è sempre “Melody at night with you”, e lui sono anni che chiava sempre allo stesso modo, alla stessa velocità, con il cazzo ottimista e morigerato di sempre, con il respiro secco e muschiato, non dice una parolaccia, non chiede saliva, non morde le spalle con convinzione, tutti i suoi movimenti sono in punta di presunta eleganza.
Le sue scopate asettiche mi deprimono. Non è capace di metterlo fino a dentro e ha paura di sentirsi una bestia; ha paura di oltraggiare la sua donna diventando sboccato e osceno, ne fa una questione di rispetto, perché lui è un blando democrat al quale hanno insegnato che il rispetto per la donna è la prima cosa, viene prima pure della festa della mamma.
Francesco scopa per sentirsi meglio e per suggellare, per suggellare continuamente. Come fanno tante persone. Devono creare il clima giusto e rassicurarsi. Hanno paura di accoppiarsi senza la carta parati delle stelle e il curriculum della coppia. Devono dirsi “ti amo” per non sentirsi delle fogne esposte ai capricci del cielo, e alla sorte subdola che sembra sempre in agguato per tutti noi.
Se io e Francesco ci dovessimo incontrare cinque minuti dopo una scopata -naturalmente non tra noi- si potrebbe assistere alla più esibita diversità tra due uomini coetanei, della stessa classe sociale e con la stessa impostazione culturale di fondo. Lui rassicurato, grondante Keith Jarrett, fresco di doccia e intento a dare Gatorade al suo ego, io nel caos, abbracciato ai margini e alla luce del mattino, probabilmente con il cazzo ancora sporco, perché odio lavarmi dopo il sesso, è una cosa da tristi esecutori, fa schifo.
Per lui il bel sesso in provetta da mostrare ai Santi e a mammà, la bandiera in cima alla vetta, lui educato scalatore e guida alpina del suo benessere, io con il diavolo attaccato alla schiena, felice della continuazione del rischio, innamorato del momento e dubbioso del tutto. Sempre.
Stili di vita diversi, modi di pensare e sentire che non hanno nulla da dirsi e che pure finiscono per confrontarsi involontariamente, in pochi grugniti di conoscenza in qualche luogo pubblico.

È l'alba. È ora che io vada a dormire, mentre la gente dabbene prepara le crostatine alla ciliegia e il latte caldo per cercare di andare in bagno, è ora che io scompaia, è ora che io e i miei svogliati talenti ce ne andiamo affanculo, da dove siamo venuti.
Sono sicuro che Francesco starà dormendo. Piuttosto sereno, magari abbracciato alla sua donna perché ha visto la scena in qualche film e gli è sembrata suggellante, garbata, intensa.
Lei pure dorme, e con loro le educate strade che frequentano, il molle privilegio della casta che si autocita e si autoriproduce, lontana da ogni demone che inoculi dubbi o che durante l'atto sessuale chieda saliva per insozzarsi di più e sentirsi libero, libero di tutto, libero per sempre.

Luca De Pasquale, 23 marzo 2014, all'alba

22/03/14

Un percorso spirituale difettoso


L'adrenalina dei buoni affari ti lascia presto. Vendi qualcosa, sai venderlo, fai incontri, parli, convinci, a tuo modo ti confronti, sei sospinto nell'obiettivo e ti dimentichi la tua roba tradizionale, le disabitudini, le manie, i simbolismi.
Stamattina, per strada, ho notato che il sabato molte giovani donne del quartiere indossano gonne di pelle e calze nere, e che l'accortezza sembra ovviare a difetti e imperfezioni. Ho guardato a lungo un padre che teneva per mano il figlio decenne, nell'altra portava una confezione d'acqua minerale.
Mi sono appoggiato ad un semaforo guasto ed ho acceso una sigaretta, osservando in tralice tutto e tutti.
Ma senza quel piglio sociologico negativo e dissezionante che finisce nella mia scrittura come gocce di veleno mai smaltito, guardavo, come stupito, annotavo e dimenticavo.
Non ho pensato a conservare per poi scrivere, sentivo tutto così distante dalla mia vita privata, dalla notte che riconosco più del giorno, sentivo tutto lontano anche dalla scrittura. Spesso la gente arriva al mio blog per parole chiave di ricerca su google, alcune delle quali travalicano ogni possibile fantasticheria goliardica.
Donna che lecca forte sulla tangenziale”
Chiavare casalinga in zona Chiaia Napoli”
Pompino di una negra ad uno stronzo”
Suicidio filmato sesso”
Cazzo anello alla fragola”
Leggo questi deliri nelle statistiche di ricerca del blog, non lo trovo divertente né tantomeno mortificante, continuerò di certo ad usare il turpiloquio scatologico e sessuocentrico quando mi gira. Ma sono dettagli che a loro modo sottraggono percentuali di profondità alle mie intenzioni di comunicazione, che per verità sono piuttosto ambigue e strafottenti.
Oggi ho parlato con due o tre persone, ma senza convinzione e senza profondità, era come se rispondessi a delle martellate sul ginocchio, erano riflessi appannati, era un sabato mattina qualsiasi.

Molto più vero appoggiare la testa alla parete di fianco al letto, di notte, assediato dall'insonnia e dall'ostinata visione di macchie dappertutto.
Molto più vero trovare delle carte per strada, interpretarle, avere paura, mettersi in guardia, minimizzare, distanziarsi.
Molto più vero rendersi conto, nella distrazione di in giorno qualunque, che la scena è cambiata, che alcuni totem si sono sbriciolati e diverse persone mi sono morte in tasca, nel cervello, nella memoria, alla base del sesso, e cosa più grave nella scrittura.
Molto più vero spiegare all'amico ottuso e romantico che non scrivo per nessuna donna che dovrebbe poi leggere tra le righe delle mie note qualcosa per lei. Il “tu” che uso è quasi sempre una proiezione, un ricordo senza forme, una visione sfocata dell'insonnia, e le mie fantasie d'amore hanno troppo a che vedere con la fine per riguardare qualche idolo salvato dalle acque.
Non scrivo per amori nascosti, non scrivo per un'infelicità mai davvero rinfacciata a qualcuno, non scrivo per sublimare la voglia di penetrare qualcuna o colpirla, preferisco creare noia piuttosto che essere idealizzato, non scrivo per donne di altri o che sono state mie nel momento sbagliato, non scriverò mai per donne senza nome che attizzano la mia fantasia. Non credo in queste cazzate.
L'amico, che crede alle favolette in happy ending, ci rimane male che io non lavori a fondo sulla mia nostalgia per eventuali amori perduti.
Stronzo, non capisci che sento di non avere tantissimo tempo, come potrei perdermi in oceani di latte versato?
Non esistono gli amori della mente e della nostalgia. Sono prese per il culo, sono consolazioni della memoria, è incredulità che schiuma dal cappuccino all'ansiolitico.
Tutte le volte che ho pensato di essere desiderato e sospirato non è accaduto nulla di concreto. Ed io conto su questa realtà, non su fumisterie post-coitali di gente adulta e ferita.
Conosco troppe persone che hanno una squadra di riserva nel cuore, i comprimari, i riempitivi, gli amori ideali non realizzati, le scopate mai saggiate. Tutto questo ciarpame mi disorienta e poi mi fa diventare animalesco, con l'effetto di perdermi per sempre, in qualsiasi salsa sia.
Faccio uno sforzo enorme per comprendere a che punto sono arrivato e quanta strada mi resta, faccio uno sforzo concreto per evitare la retorica colabrodo del riscatto, non credo alla giustizia del destino e alle compensazioni, non credo al dolore che non si affronta ma si rimanda, non credo che la distanza sia presenza e il silenzio comunicazione.
Non ho mai capito la differenza tra le ombre e l'inferno. Non credo che mi trasformerò in un baco da seta o in una di quelle albe che amo tanto e che mi accolgono con la sigaretta in bocca, già vestito, pronto non si sa a che, travolto scioccamente da un sentimento invalidante di dignità personale che spesso si serve dell'aridità esibita per non dare spiegazioni.
Se qualcuna pensa a me prima di dormire, per me non significa nulla che risvegli quell'ipocrita segno più ad annunciare sensazioni lavorate, modificate, calibrate. Spiego all'amico, che vorrebbe fare lo scrittore e ci riuscirebbe meglio di me perché ha più fiducia negli esseri umani e nella polverina di Dio, provo a spiegare all'amico che il vento non mi gonfia il cuore e le carezze della lontananza sono solo vigliaccheria.
La notte è uno specchio, che spesso percorro a piedi e senza torce, l'alba è sì l'inizio di un nuovo giorno ma anche una questione personale, un duello senza avversario e senza secondi, un duello con quello che è già bruciato dentro e quel percorso ignoto e non rassicurante che definiamo “tempo che resta”.
Non firmo armistizi. Non faccio sorprese con bottiglie di vino e patta gonfia. Non invento santoni deformi per salvarmi il culo. Non me ne fotte di quel che mangio, di quel che calpesto, della vera indole di chi mi circonda, non sono un recuperatore, non sono una guida, un suggeritore, un telefono che garantisca l'asciuttezza educata delle lacrime più inutili.
Mi interessa la notte. In case e luoghi diversi. Mi interessa cercare la differenza tra le ombre e l'inferno. Anche l'orinale a cielo aperto di chi trova la mia scrittura cercando invece cazzi duri e puttane che succhiano in zona, anche quello non mi interessa e non mi riguarda.
E la nostalgia ipocrita, quel composto maleodorante di fango ripulito, paura della solitudine, idealità da diario di agonie mai risolte, rimorso per aver scelto altro, poesia otturata da esaurimento nervoso, quella nostalgia non mi riguarda e non riguarda quel che scrivo.
Il mio percorso spirituale è popolato di gente che muore, e qualche volta muore male, lontana dalla mia buona educazione. Il mio percorso spirituale non ha mai escluso i demoni e le streghe che cullano amabilmente il mio sonno a strattoni. Non cerco sostituzioni di madri, padri, donne perse e amici coglioni. Il mio percorso spirituale è difettoso, ed è per questo che non so se scamperò sul serio un possibile inferno.

LdP, 22 marzo 2014

21/03/14

L'aria non respirata e i pantaloni bianchi


Mi affaccio al balcone per fumare la mia sigaretta notturna.
La tangenziale, rimpicciolita e semideserta, sembra una pista per bambini, percorsa da piccole auto giocattolo, nere e veloci. Indosso guanti con dita tagliate, ripenso ad una canzone di Daryl Hall solista, il fumo della sigaretta sembra inseguire qualcosa di sospeso nel buio, qualcosa che è presenza e suggestione allo stesso tempo.
Ripenso anche al sax di Gianni Oddi in quel vecchio pezzo di Piero Piccioni che piaceva tanto a mio padre, ricordo che all'epoca mi piaceva indossare pantaloni bianchi stretti ed una giacca classica, presa proprio dal suo armadio. Mi piaceva atteggiarmi al Gassman simulato, e speravo di piacere a tutte le donne, sognavo di conoscere e conoscere e di finire nei letti e di morire per un po' di piacere e di riprendere come se nulla fosse accaduto. Pantaloni bianchi ambigui, ma non ero ancora del tutto contaminato da quell'altro tipo di sguardo alla vita che mi ha reso adesso l'uomo che sono, uno che si tiene al guinzaglio da solo e ne scova il sommesso beneficio, le tinte chiare ma calde uguale, il respiro più regolare e la rabbia in bottiglia, in agonia perpetua.
Guardo verso la tangenziale e poi più su, in direzione di colline che non conosco, di luci lontane, fumo e tiro su le sottane alla mia anima, impudica, equivoca, presa a calci in bocca dai miei tirapiedi.
In ogni piccolo gesto, un mare ammalato e il respiro recitato da compagnie sempre diverse, portato in scena e interrotto continuamente da incomprensioni a soggetto: sono un uomo, e come ogni uomo ho a disposizione tutta una serie di tramonti.
Ho vertigini dal basso. Arrangiarmi a vivere è una continua vertigine, dove anche il riposo è soggetto a interruzioni e salutari frammentazioni.

Spengo la sigaretta. Cinque giorni che non scrivo. Astinenza e misura. Non bisogna scrivere troppo, se si vuole mantenere presenza al proprio corpo e al proprio tempo. La gente scrive troppo e soprattutto spera troppo di poter scrivere per mestiere.
Quella donna che venne a prendermi sotto casa dopo le undici di sera, cosa voleva? Cosa poteva mai sperare? Le negai un'emozione che proprio lei -ne sono certo- non avrebbe continuato ad infettare di stimoli.
Certe scintille si degradano nel tentativo di continuità, assumono risvolti patetici, incongrui alla pratica di scambiarsi zolle di incontinenza emotiva, fuori contesto rispetto alla grossa e ingombrante morte del giorno dopo.
Cosa voleva quella donna? L'avevo forse stuzzicata, con la mia disponibilità fredda ed educata, l'avevo forse incoraggiata, lasciandole credere che come ogni mozzo senza gradi avrei accettato non solo la mia confusione, ma anche la sua.
Mi guardava, quella donna, mentre eravamo fermi in auto sotto il mio portone, e non mi piaceva più. Non mi piaceva il suo bisogno d'amore, perché sono stato spesso una merda e sono fuggito in preda al timore di essere controllato, identificato, interpretato.
Non mi è mai piaciuto rispondere alle esigenze altrui. Quando tutte le aspettative mi risultavano troppo palesi e preoccupanti, sceglievo di inguaiarmi con qualche scelta impulsiva, un corpo di serpente con due code e senza nessuna testa, un'ambigua biscia avvezza al suo fango e alla pratica di essere dimenticata dopo le prime curiosità.
Mettevo quei pantaloni bianchi per richiamare l'attenzione, ero tutto anima e cazzo e niente cervello, ero il mio dolore e mi piaceva esibirlo come una tessera del club, che imbecille.
Pensavo che il mio dolore fosse nobile, perché letterario, esistenziale, basato su perdite del passato e menzogne, basato sulla mia completa inadeguatezza alla felicità, ma era solo arroganza pressapochista, che mi finiva puntualmente in punta al cazzo, come una bestia delusa.
Ora non sono meglio. Sono solo diverso. Con la new age mi pulisco il culo. Sono sempre un mozzo senza gradi, quello che lava l'intera nave di notte, come un vampiro, come un musicista senza strumento, come un amante che ha smarrito l'indirizzo della donna scommessa con la quale ha scelto di farsi male.

Nel letto, guardo il soffitto.
Puzzo di fumo. E ho il mio odore, un po' bambino, un po' di profumo femminile scaduto.
Se qualcuno mi trucidasse in questo letto, ora, qui e senza motivo, il mio sangue sgorgherebbe pieno di musica e di aria non respirata. Sono infestato da azioni non compiute e crimini non commessi, sono vivo per sbaglio e per resistenza, sono troppo curioso per ricordarmi di quanto sono suicida e spoglio nei miei programmi. Guardo il soffitto, crosta lunare del mozzo, umidità attaccata alle pareti come aria non respirata.
Scrivo dopo cinque giorni, ricordo i miei pantaloni bianchi da cazzone in finta vendita, disseziono le disillusioni come sempre, sposto i nemici nel nulla e i sogni nella stanza gialla della quiete, sposto me stesso nel sonno e non prego che gli incubi restino nell'altra notte, quella della tangenziale giocattolo.
Sulle panchine di una villa comunale, dove i vecchi lasceranno ai bambini l'eredità fraintesa della vita, io aspetto incubi e baci allo stesso modo, armato, critico con me stesso, deciso a calcolare comunque la scia di magia delle stelle cadenti.

Luca De Pasquale, 21 marzo 2014

16/03/14

Linguetta a scivolo


A me fascio? Io fascio? A zoccolè, io mica so' comunista così, sa! So' comunista così!!”
Mario Brega

Tre donne e tre uomini.
Chiusi in una piccola casa a ridere e scherzare. Uno dei fidanzati delle tre principesse fa il mattatore: prende in giro i presenti, sberleffa gli assenti, mischia ricette carpite in televisione, nuovo abbigliamento trendy, imita un politico, gioca con il cane, fa delle foto che naturalmente posterà su facebook, crede di essere simpaticissimo.
Ha votato Berlusconi perché “era un grande imprenditore, un uomo che si è fatto da solo”; poi, deluso dal non aver fatto soldi come lui, ha cercato di ricollocarsi, posizionandosi a metà strada tra i forconi e Grillo, l'idea della piazza lo eccitava sin da bambino.
Gli piace un programma come “Le iene”, non disdegna “Lucignolo” e sostiene di detestare Santoro e gli intellettuali di sinistra, che per inciso non ha nemmeno mai sentito parlare e tantomeno conosciuto di persona.
È un po' moralista e non ama gli immigrati, dice che ci tolgono il lavoro. Tifa Napoli e ha una grande nostalgia per il pibe de oro. È uno di quelli che pensa delle sue opinioni, “sono intelligenti, e funzionano”.
Fa il mattatore in questo sestetto un po' mesto e provinciale perché non saprebbe fare altro. In un contesto a lui più estraneo, non riuscirebbe a spiccicare verbo.
Con gli amici e le fidanzate sono bravi tutti, è quando vai fuori che rischi: e lui non rischierà mai.

In un bar, accanto al mare di Pozzuoli, prendo un caffè schiumato con Ferribotte. Ferribotte ha un problema: si è innamorato di una che è un po' troia. Detto senza salamelecchi. Una che ama tenere tutte le “porte aperte”, probabilmente più per ragioni di ego e di insicurezze da colmare che per ninfomania. La tipa, De-Flora, non vuole concedergli lo status di fidanzato perché sostiene di non essere pronta. Lo tiene sulla corda, due giorni buoni e cinque difficili. Un rapporto sessuale a settimana, che a Ferribotte -e non a torto- appare più come una concessione che una sincera manifestazione di coinvolgimento.
Ferribotte soffre, è un po' grottesco, e mi ispira una sincera pena. Gli dico senza troppi giri di parole che è meglio levare meno, che queste sono situazioni a perdere e arrecano solo danni, che spesso faremo scontare alla prossima relazione, in un'insensata e tardiva vendetta. Lui mi ascolta interessato e partecipe, ma mi è chiaro che vivrà la delusione fino in fondo, che verrà infine scartato, che si troverà da solo a maledirsi per l'eccessiva ingenuità e per quel fondo di speranza nei miracoli che fotte sempre in situazioni del genere.
Gli dico semplicemente, quando capisco che non riuscirà a salvarsi, “bisogna stare con chi ti apprezza, con chi ti ama, con chi ti concede fiducia, punto”, asserzione banalissima ma veritiera, frutto di molte esperienze e altrettante cocenti delusioni.
Può capitare di stare con qualcuno che in fondo non ti voleva, non ti voleva davvero, o che magari sperava in una tua marginalità caratteriale e di ruolo, e che non riuscendo a domarti ti dice di tutto, cerca di umiliarti, di privarti di ogni tua certezza, fondata o meno che sia.
Io, almeno, mi sono sentito dire un po' di tutto, dopo l'iniziale trasporto e dopo quell'esaltazione tipica del progetto da organizzare: ometto certamente qualcosa, ma ricordo cose come immaturo, bambino, pazzo, esaltato, violento, logorroico, impratico, fascista, porco, sanguisuga, bluff, buffone, infantile, avaro, tirato, aggressivo, asociale, antisociale, reazionario, ambiguo, scorretto, irrispettoso, arrogante, incivile, disordinato, solipsistico, presuntuoso, interessato, eccetera.
Ma Ferribotte è sulla china del disastro, come lo sono stato io in certe occasioni. So che non c'è rimedio, perché certe ossessioni te le devi vivere tutte, fino alla consunzione, fino alla tabula rasa.
Dopo ti sentirai molto stupido, ma prima o poi passa. Il cielo sul mare di Pozzuoli è terso, la primavera si annuncia, mi fa male la schiena, mi fa male a punto interrogativo, che è sempre un po' difficile da curare.
Tra poco più di un mese verrò a sapere che l'improbabile coppia Ferribotte/De-Flora si sarà autodistrutta, e che lui avrà iniziato a bere e progettare qualche incursione in quella casa di squillo di cui parlammo, mentre lei impazzerà bella e scintillante con qualche nuovo amore al gusto ravvedimento. Tutto già sentito, già vissuto e per fortuna superato.

In casa di alcuni amici comuni conosco Etna, una ragazza piuttosto affascinante che pare abbia alle spalle anche una separazione.
Etna ha una relazione con Ovvio, un conoscente specializzato in ginnastica dell'armonia e in storia dei Queen con relative discografie soliste. Deve avere un uccello timido e vittoriano, dubito la soddisfi. Ma non sono fatti miei.
Quando Etna viene a sedersi accanto a me sul divano, sembra casualmente, io ho un lieve trasalimento. Le nostre gambe si sfiorano e mi viene su un cazzo enorme. La sensazione è così invasiva che mi stupisco dell'esuberanza del mio cazzo, che mi sembra mostruoso, capace di una presenza che manco pensavo, quasi mi fa male per quanta voglia ho di buttarglielo dentro alla svelta. Non so perché questa Etna mi fa un effetto del genere. Sarà che è smorfiosa, che ha i soldi, che mi sembra una padrona, che i suoi amici hanno un fare da checche chic che mi opprime, sarà che proprio non me lo vedo Ovvio a riempirla, a darle luce di sesso e di quella zozzeria fantastica che è il sesso sputandosi in faccia.
Etna mi sembra una padrona o una figlia di padroni. La cosa mi arrapa. Molto. Mi sembra che nella mia erezione spropositata ci sia il senso stesso della mia esistenza, in questo pezzo duro che sbraita e respira affannato, in cerca della sua morte e del suo suicidio allo specchio.
Mi galvanizzo e accentuo il contatto delle nostre gambe, respiro con qualche difficoltà, vorrei tanto scoprire che sapore ha la sua lingua calda, e spero che questo pensiero osceno le arrivi forte e chiaro. E che si bagni per questo, la padroncina. Post-proletario che non può incidere né in società né fuori, ho tanta voglia di presentare il mio cazzo sull'uscio della padrona. Voglio essere la sua manodopera mal pagata, voglio stare a cottimo, e voglio che dopo essersi asciugata la pancia mi metta in cassa integrazione.
Ci guardiamo. Nel mio cazzo c'è il senso di un'intera vita, cosa piuttosto disdicevole e mortificante, ma tant'è. Avevano ragione alcune delle mie ex compagne, che maiale, che immaturo. Vero, tutto vero, ma ora devo rispondere a questo coso arrabbiato, chiedo scusa e vaffanculo.
Le chiederò la linguetta a scivolo, me lo deve fare, non può negarmelo, è come il panettone a Natale, è una gratifica impiegatizia, chiavami e fammi anche la linguetta a scivolo.
Dopo ti potrai dedicare ad Ovvio, al cameraman argentino, all'avvocato di Via Tasso, al geologo del centro storico, al guru di Materdei, al velista di via Petrarca, facci quello che cazzo vuoi, sposatene uno a scelta, fatti ingravidare, fai proprio quel che cazzo vuoi.
Concedi la linguetta a scivolo, a questo cazzo post-proletario metà superficiale metà annebbiato dal fascino di un suicidio allo specchio.

Luca De Pasquale, 16 marzo 2014