25/02/14

Fat City


Fat City” di John Huston, girato nel 1972, l'anno della mia nascita, è un capolavoro assoluto.
Tratto dal libro omonimo di Leonard Gardner, che purtroppo non ho letto, e interpretato da uno Stacy Keach incredibile e da un acerbo Jeff Bridges, “Fat City” è un film che vorrebbe essere sul pugilato e specificamente sul lato non in luce di questo sport, ma finisce per essere un magnifico film sulla vita.
Un film che ti porta all'Inferno, senza ritorno. Quello che principalmente cerco nei libri, nei film, e qualche volta nelle azioni quotidiane: andare all'Inferno con una piccola dose di coraggio.
Fat City” è un film sui perdenti. Assolutamente. Visti senza quella patina di buonismo recuperativo e senza l'insufficiente luce delle candele della speranza. Billy Tully (Keach) è un pugile fallito, ma è soprattutto un uomo che ha fallito e che fallirà. Lo dice la sua storia personale, l'essere stato abbandonato dalla moglie, l'aver mancato il match della vita a Panama, motivo questo di recriminazioni e sensi di persecuzione, lo dice il suo sguardo vitreo e disperato, lo dimostra la sua insensata e deprimente relazione con una donna alcolizzata e anche stupida.
Keach è gigantesco nel rappresentare un uomo che ha chiuso prima del tempo, la sua presenza fisica è assordante e asfissiante, come lo sarà anni dopo quella di Patrick Dewaere in “Série noire” di Corneau. Strabiliante la somiglianza anche fisica tra questo Keach e quel Dewaere, somiglianza anche espressiva e nei movimenti disperati e disordinati.
È proprio sul finale, magnifico e amarissimo, che Tully/Keach dirà all'amico e compagno di fallimenti Ernie/Jeff Bridges, parlando del vecchio che ha servito loro il caffè, “neanche il tempo di iniziare e già hai la strada sbarrata”, frase che riassume gelidamente il senso stesso del film, girato da un John Huston crepuscolare, spietato.
Non dico e non racconto altro.

Questi sono i film e le storie che mi piacciono. Storie che fanno un male cane e lasciano senza forze per molto tempo, come disorientati, come svuotati.
Sono le famigerate storie di perdenti, banalmente. Ma i perdenti, quando raccontati con sobrietà e reale partecipazione, sono un miracolo di bellezza al quale per me è impossibile rinunciare.
La saga di Rocky non mi è mai piaciuta, tronfia, seccante e demagogica; non sono i film di Stallone quelli che possono assurgere a voce di uno sport così denso di altri significati come il pugilato, tante volte -anche in modo lancinante- metafora della vita.
Il sottobosco della boxe, qui solo tratteggiato da uno Huston comunque con mano ferma, è anche il sottobosco dell'esistenza, popolato da marginali, mitomani, uomini sacrificati, esseri umani già sconfitti dalla nascita, dal contesto, dalle possibilità, dai rapporti con gli altri.
Non so bene quale sarà il mio destino, ma sono certo e convinto che i miei fratelli, fratelli involontari e spesso anche ripudiati, sono quelli, quelli del sottobosco, quelli della marginalità, del pugno a vuoto.
È con queste persone e con le loro storie che ritrovo parti di una possibile verità, la verità che non fa rumore e che, ammettiamolo, non interessa quasi a nessuno. Se ora scrivessi una nota, che so, su un pugile bello e famoso, sarebbe di certo più interessante. Le storie di riscatti e vittorie insperate fanno effetto anche su chi non se ne frega un cazzo delle sorti altrui. Smuovono quella parte fragile dell'emotività di trasporto, ma non lasciano comunque alcun segno.
Di storie vere che somigliano a quella orchestrata da Gardner e Huston su Billy Tully ce ne sono tantissime, e non solo nel mondo della boxe. Si parla prima degli uomini e poi dei pugili.
A quarantadue anni, ho già conosciuto tanta gente che si è fottuta o che si sta fottendo, o che verrà fottuta in qualche modo: non mi sono mai depennato da questa lista, anche quando le cose mi giravano bene. Tutti quelli che ho visto cadere nella polvere, inconsapevoli e storditi, mi sembravano valere qualcosa, nella stragrande maggioranza dei casi. Non è bastato, forse è deciso che non può bastare un ventaglio di qualità poco utili ad una persona, per salvare il culo e parte dell'anima.
Errore da evitare è fare retorica al contrario, per cui non cadrò mai nell'eresia di pensare e dire che tutti i perdenti sono preferibili ai vincenti. Ma in certi sguardi di sconfitta c'è tutto il senso della vita e della resistenza, dei sogni soffocati. E quando un sogno soffoca è una musica che non tutti riconoscono, è un pianto che non vuole guardarsi, è un tentativo di amore e verità al buio, è un grido d'aiuto ovattato dalla distanza e da ingestibili sussulti di dignità.

Stacy Keach/Billy Tully entra nell'indisciplinata folla dei miei eroi, cercate di guardare questo film, se non vi piace solo approcciare e considerare ciò che progredisce, migliora e lascia quieti. Se non avete troppa paura di cadere insieme ad una storia, di caderci dentro e poi riflettere, se non avete la solita cazzo di paura della tristezza, guardate questo bellissimo e dimenticato film.
Nel finale lo sguardo del pugile fallito e dell'uomo fallito Billy Tully ha una valenza che oltrepassa il film. Ci parla di quello che forse riusciremo ad evitare, o forse ci prenderà in pieno. Ma non importa, ci parla onestamente di una grande e insopportabile sconfitta che ci porteremo negli occhi e nei gesti.

Luca De Pasquale, 25 febbraio 2014


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