27/02/14

Il dolce Remi e i fazzolettini


Accendo il televisore alle cinque e mezza. Il primo volto che vedo è quello di una sinuosa ministra renziana, poi tocca a Grillo e al conseguente e prevedibile delirio del suo movimento.
Mi ritiro dunque in buon ordine dalla scena televisiva, per me è davvero troppo iniziare così la giornata.

Accendo il pc. Scarico la posta, varie newsletter discografiche, un po' di spam, poi trovo la mail di una tipa che conosco. Ho quasi timore ad aprirla, mi accendo prima una sigaretta, prendo coraggio e mi trovo di fronte quel che riporto:

Ciao Luca.
Spero che questa mail non ti dia fastidio... ma perché dovrebbe dartene...? Non si sa mai, con te... no, mai...
Ricordo con nostalgia le nostre passeggiate, le nostre chiacchierate... tu avrai dimenticato tutto, ma che ne so, lo dico per scaramanzia. Succedono tante cose che allontanano, ma penso che non sia una lontananza reale. Quando una distanza è decisa solo dagli eventi esterni, non è distanza. Io almeno la penso così. Non so cosa stai facendo, so solo che sono passata a trovarti al lavoro e mi hanno detto che non ti conoscevano... una cosa assurda... ma te ne sei andato? Hai cambiato sede?
Io ho vissuto una fase difficile che forse non è ancora finita, ma sto meglio. Ho conosciuto una persona, ma non so... in realtà non mi chiedo nulla, forse non voglio sapere. Ma è una persona che quando non c'è fa sentire la sua assenza... mi piacerebbe fare una chiacchiera con te, di quelle vecchi tempi, sono sicura che mi daresti involontariamente delle risposte... o no?
La tua vita sentimentale da film come procede? Scusa se scherzo così, spero me lo consentirai, ma quando penso alle evoluzioni del tuo cuore penso ad un bel film romantico in bianco e nero... non so perché...
Ora ti saluto, non voglio annoiarti, spero tanto che ci vedremo, sei un grande amico per me, anche se ci vediamo poco. Devo raccontarti tante cose, anche di questo uomo enigma!
Un bacio, se posso.
XXXX

Dopo aver letto, resto come un ebete per qualche minuto. Diciamo pure che non ho capito nulla della mail. Nulla. Grande amico? Trasecolo. Non sono noto per stipulare grandi amicizie con le donne, per mia manifesta incapacità. Essendo un uomo rozzo e protervo, ho sempre temuto un destino da amico ricchione, per cui ho sempre evitato amicizie intense con esponenti dell'altro sesso.
Sono regolato da meccanismi ambigui mio malgrado, non riesco a parlare con una donna come se si trattasse di un uomo. Qualunque sia il rapporto che intercorra tra noi, non riesco a dimenticare che l'altra non è fatta come me, e che quasi sempre i sensi sono tenuti a bada solo dalla morale, dalla paura e da seccanti convenzioni. È però altrettanto naturale che una donna che scriva cose del genere non rischi nessun pensiero altro da parte mia. Questo dire/non dire mi ha sempre esasperato. Questo giocare a ping-pong tra il grande amico e l'uomo particolare è piuttosto insensato e nauseante. Ed è naturalmente sterile.
Ci sono uomini, ne conosco molti, che amano trattamenti simili e che scelgono di avere molte amiche per lasciare più porte aperte. Si tratta di uomini che si masturbano molto e si tengono calmi e assennati in questo modo. È chiaro che se alle due di notte fai manetta e raspino con “Blowjob compilation 76” e “Interracial Cumshot by Dodi”, la mattina seguente sarai asessuato e affabile con la tua profumata amica di turno. Non percepirai il suo odore, non cadrai nelle sue movenze, volontarie o meno che siano, non immaginerai il sapore della sua lingua e la forza delle sue cosce.
Ho sempre parlato chiaro su queste cose. Non sono il confidente paziente che ripone il cazzo nel comodino per mettersi al servizio di bianche conversazioni miste a bagnomaria.
C'è sempre stata tensione fisica con le donne. Non l'ho mai negata e non l'ho mai sopita ad arte. Si tratta di illusionismo bavoso al quale non mi sono mai sottoposto volentieri.
Questa mia limitatezza non è mai stata troppo accettata. Qualcuno ha voluto forzare la cosa, comportandosi come Heidi con il dolce Remi, ma io mi sono sempre sentito Capitan Harlock.
Un banalissimo capitano di fregata. Molte donne, negli anni, si sono tirate indietro rispetto a questo atteggiamento tra il tetragono e l'ambiguo. Ho perso alcune amiche per strada. Pazienza. In alcuni casi, mi è stato dato del “porco” oppure mi si è detto che la mia manichea distinzione tra uomini e donne era puerile e limitata.
D'accordo. Ma io continuo a preferire.
Penso sia meglio questo che il tenue e concavo tono di voce del dolce Remi di turno, che ascolta, accoglie, consiglia e sussurra, e per questo posticipa la fantasia sporca e patetica della conversione da amicizia in passione, concludendo questa ritualità d'utopia con quattro gocce bianche in un fazzolettino di carta, e un po' di rabbia frustrata assortita.
Nel gioco estenuante del gatto e del topo danzano speranze mutilate, in un tripudio di sciocchezze, di rinvii e di tristi confessioni di ruolo e permanenza.
Ne faccio volentieri a meno.

LdP, 27/02/2014

25/02/14

Fat City


Fat City” di John Huston, girato nel 1972, l'anno della mia nascita, è un capolavoro assoluto.
Tratto dal libro omonimo di Leonard Gardner, che purtroppo non ho letto, e interpretato da uno Stacy Keach incredibile e da un acerbo Jeff Bridges, “Fat City” è un film che vorrebbe essere sul pugilato e specificamente sul lato non in luce di questo sport, ma finisce per essere un magnifico film sulla vita.
Un film che ti porta all'Inferno, senza ritorno. Quello che principalmente cerco nei libri, nei film, e qualche volta nelle azioni quotidiane: andare all'Inferno con una piccola dose di coraggio.
Fat City” è un film sui perdenti. Assolutamente. Visti senza quella patina di buonismo recuperativo e senza l'insufficiente luce delle candele della speranza. Billy Tully (Keach) è un pugile fallito, ma è soprattutto un uomo che ha fallito e che fallirà. Lo dice la sua storia personale, l'essere stato abbandonato dalla moglie, l'aver mancato il match della vita a Panama, motivo questo di recriminazioni e sensi di persecuzione, lo dice il suo sguardo vitreo e disperato, lo dimostra la sua insensata e deprimente relazione con una donna alcolizzata e anche stupida.
Keach è gigantesco nel rappresentare un uomo che ha chiuso prima del tempo, la sua presenza fisica è assordante e asfissiante, come lo sarà anni dopo quella di Patrick Dewaere in “Série noire” di Corneau. Strabiliante la somiglianza anche fisica tra questo Keach e quel Dewaere, somiglianza anche espressiva e nei movimenti disperati e disordinati.
È proprio sul finale, magnifico e amarissimo, che Tully/Keach dirà all'amico e compagno di fallimenti Ernie/Jeff Bridges, parlando del vecchio che ha servito loro il caffè, “neanche il tempo di iniziare e già hai la strada sbarrata”, frase che riassume gelidamente il senso stesso del film, girato da un John Huston crepuscolare, spietato.
Non dico e non racconto altro.

Questi sono i film e le storie che mi piacciono. Storie che fanno un male cane e lasciano senza forze per molto tempo, come disorientati, come svuotati.
Sono le famigerate storie di perdenti, banalmente. Ma i perdenti, quando raccontati con sobrietà e reale partecipazione, sono un miracolo di bellezza al quale per me è impossibile rinunciare.
La saga di Rocky non mi è mai piaciuta, tronfia, seccante e demagogica; non sono i film di Stallone quelli che possono assurgere a voce di uno sport così denso di altri significati come il pugilato, tante volte -anche in modo lancinante- metafora della vita.
Il sottobosco della boxe, qui solo tratteggiato da uno Huston comunque con mano ferma, è anche il sottobosco dell'esistenza, popolato da marginali, mitomani, uomini sacrificati, esseri umani già sconfitti dalla nascita, dal contesto, dalle possibilità, dai rapporti con gli altri.
Non so bene quale sarà il mio destino, ma sono certo e convinto che i miei fratelli, fratelli involontari e spesso anche ripudiati, sono quelli, quelli del sottobosco, quelli della marginalità, del pugno a vuoto.
È con queste persone e con le loro storie che ritrovo parti di una possibile verità, la verità che non fa rumore e che, ammettiamolo, non interessa quasi a nessuno. Se ora scrivessi una nota, che so, su un pugile bello e famoso, sarebbe di certo più interessante. Le storie di riscatti e vittorie insperate fanno effetto anche su chi non se ne frega un cazzo delle sorti altrui. Smuovono quella parte fragile dell'emotività di trasporto, ma non lasciano comunque alcun segno.
Di storie vere che somigliano a quella orchestrata da Gardner e Huston su Billy Tully ce ne sono tantissime, e non solo nel mondo della boxe. Si parla prima degli uomini e poi dei pugili.
A quarantadue anni, ho già conosciuto tanta gente che si è fottuta o che si sta fottendo, o che verrà fottuta in qualche modo: non mi sono mai depennato da questa lista, anche quando le cose mi giravano bene. Tutti quelli che ho visto cadere nella polvere, inconsapevoli e storditi, mi sembravano valere qualcosa, nella stragrande maggioranza dei casi. Non è bastato, forse è deciso che non può bastare un ventaglio di qualità poco utili ad una persona, per salvare il culo e parte dell'anima.
Errore da evitare è fare retorica al contrario, per cui non cadrò mai nell'eresia di pensare e dire che tutti i perdenti sono preferibili ai vincenti. Ma in certi sguardi di sconfitta c'è tutto il senso della vita e della resistenza, dei sogni soffocati. E quando un sogno soffoca è una musica che non tutti riconoscono, è un pianto che non vuole guardarsi, è un tentativo di amore e verità al buio, è un grido d'aiuto ovattato dalla distanza e da ingestibili sussulti di dignità.

Stacy Keach/Billy Tully entra nell'indisciplinata folla dei miei eroi, cercate di guardare questo film, se non vi piace solo approcciare e considerare ciò che progredisce, migliora e lascia quieti. Se non avete troppa paura di cadere insieme ad una storia, di caderci dentro e poi riflettere, se non avete la solita cazzo di paura della tristezza, guardate questo bellissimo e dimenticato film.
Nel finale lo sguardo del pugile fallito e dell'uomo fallito Billy Tully ha una valenza che oltrepassa il film. Ci parla di quello che forse riusciremo ad evitare, o forse ci prenderà in pieno. Ma non importa, ci parla onestamente di una grande e insopportabile sconfitta che ci porteremo negli occhi e nei gesti.

Luca De Pasquale, 25 febbraio 2014


Le paure primali e la lingua di Morfeo


Nello studio dell'onirologo Audio Meshama mi sento in imbarazzo. La mia giacca piumotto verde è fuori contesto, rapportata all'eleganza dell'ambiente. E questo vale anche per la barba sfatta che esibisco, insieme ad un vecchio orologio Casio viola che ha fatto il suo tempo due decadi fa.
Il professor Meshama è un uomo elegante, alto, un incrocio tra Peter Coyote e l'amatissimo Ric Ocasek dei Cars.
Sulla sua scrivania campeggia una bella foto formato a3 con i due figli e la giovane moglie, una bonazza ardimentosa che ricorda vagamente Anna Safroncik.
Mi ascolta in compunto silenzio mentre gli spiego che ogni notte, tra le tre e le quattro e mezza, sogno qualcosa di violento a scelta e poi non riesco più a riaddormentarmi.
Vede, stanotte ho sognato che cercavano di defenestrarmi; erano cinque uomini che mi inseguivano nel primo appartamento dove ho vissuto con i miei genitori. Due notti fa, invece, due persone mi tendevano un agguato in un'area di servizio sulla tangenziale di Napoli...”
Lei fa uso di alcolici?”, chiede Meshama, con voce di cashmere.
Sono astemio”
Bene, prosegua”
Inoltre faccio molti sogni erotici, e in genere si tratta di situazioni un po' proibite. Nel senso che i soggetti dei sogni sono persone che non ho mai considerato... oppure che non potrei considerare... e comunque si tratta di sogni selvaggi, come l'altra notte, in cui una mia amica mi faceva assistere ad un filmato porno dove si prodigava in diverse irrumazioni”
Lei ha regolari rapporti sessuali?”
Sì”
Appaganti, signor De Luca?”
Mi chiamo De Pasquale, comunque sì, appaganti”
Non importa. Dunque viene meno la componente evasazionale”
Eva... ah, capisco. No guardi, sono a posto su quello...”
Non si è mai a posto in quei contesti”
Non so che dirle, io sto bene da quel punto di vista, almeno in quello”
De Luca, questa è una sua considerazione. Il fatto che lei non riesca a riaddormentarsi dopo queste fasi oniriche indica una componente d'irrequietezza che la vita sociale non attenua, anzi esalta; e poi lei è in preda a paure primali”
Primitive?”
Ho detto primali, la prego”
Mi scusi, qual è la differenza?”
Non importa. Lei sogna di succhiare il pene di un suo amico?”
Col caz... no, non è mai capitato. Mai capitato. E mai capiterà”
Mai dire gatto se non ce l'hai nel sacco, De Luca”
Ma chi è questo sacco di stipsi?, mi chiedo. Comincia a parlare come Renzi e pensa pure che nei sogni spompino degli uomini, questa non gliela passo.
Fa dei sogni a tendenza omosessuale?”
Le ribadisco di no. Io sogno donne. Donne, capisce? Solo donne. È sempre stato così. Sono un eterosessuale invasivo, non so se sono stato sufficientemente chiaro, professor Meshama”
Le piace il cioccolato bianco?”
No, preferisco quello nero fondente”
Lei ha praticato del satanismo?”
Solo mentale, dai quindici ai diciassette anni”
Da bambino si succhiava le dita?”
Ancora con questa storia di succhiare, maledetto idiota.
Non succhiavo niente”, rispondo irritato, “aspettavo solo con ansia il tempo di ricevere”
Suo padre era di colore?”
Non che io ricordi, professor Meshama”
La sera mescola carne e formaggi salati?”
Direi di no”
Lei fuma? Fuma molto?”
Un pacchetto e qualcosa al giorno”
Fuma prima di dormire?”
Fumo anche quando dormo e quando sogno, se è per questo”
Lei pratica esercizi fantasmatici prima del sonno?”
Esercizi fantasmatici? Mi illumini”
Lei esercita la fantasia prima del sonno?”
In un certo senso, perché scrivo. Ho un blog, 'Fumo, inchiostro, uomo' e sto scrivendo un romanzo sotto lo pseudonimo di Marginal Browne”
Io non ho mai sentito parlare di lei come scrittore. Non la conosco assolutamente”
Nemmeno io”
Mi dica i suoi tre sogni più ricorrenti, ma le chiedo di farlo in ordine gravitazionale”
D'accordo. Sogno di inseguire una donna in un prato, di notte, la chiamo, la chiamo, poi lei si gira e non ha tratti del volto; il secondo, sono in acqua, al largo, al buio, e ho un gran caldo; il terzo, sono in casa di qualcuno e e la donna di qualcun altro mi salta addosso e consumiamo un rapporto sessuale molto intenso, molto intenso a dir poco. Le chiarisco che si tratta di case diverse e di donne sempre diverse. Solo che mi sveglio con l'asma, sudato e spaventato”
De Luca, lei ha dei rapporti sessuali regolari e soddisfacenti?”
Me lo ha già chiesto e mi chiamo De Pasquale”
Sogna mai di leccare dei pezzi di legno?”
Questo smidollato è fissato con il leccare.
Io non lecco, professore. Io non lecco, non ho mai leccato, non voglio leccare. Non lappo. Non lippo e non calippo. Non suggo e non irrumo. Non lumaco e non linguo. Spero sia chiaro”
Non si scaldi, De Luca. Lei allora mi fa questo: lei ogni sera prenderà due capsule di 'Supindream 66', e poi mi fa sapere, i fenomeni dovrebbero regolarizzarsi, limitarsi, non dovrebbe svegliarsi più di soprassalto. Però non fumi prima di dormire, e soprattutto non faccia abuso di alcolici”
Sono astemio”
Non importa. La saluto, passi pure dalla mia segretaria per gli aspetti pratici, buongiorno”
Mi alzo, io e il mio piumotto verde, gli stringo la mano che sembra una sardina unta.

Raggiungo la segretaria nell'anticamera. Bella donna, mi accorgo subito che ha le cosce accavallate sino in fondo, deglutisco leggermente e mentre lo faccio scopro che è la sosia di Anna Safroncik della foto.
Ha le calze con dei ghirigori, ho qualche problema.
Quanto devo... ehm”
Signor De Luca, sono ottanta euro”
Mi scusi, signora, ma De Luca è il mio nome d'arte. In realtà il mio vero nome è Marginal Browne”
Oh, lei è di origine americana?”
No, mio padre era delle Antille Olandesi e mia madre di Napoli centro”
Come si scrive il suo nome?”
Le faccio le spelling, e intanto mi arrivano le zaffate dolciastre e peccaminose del suo Narciso Rodriguez d'ordinanza. Vorrei che mi camminasse sulla schiena, con i suoi tacchi, mentre sono intanto a sparare a qualcuno che mi sta sui coglioni. Sarebbe un doppio piacere. Ma sono zaffate evasazionali, come direbbe suo marito.
Le lancio un'ultima occhiata alle cosce tornite e scompaio, incassato nel piumotto verde, dando uno sguardo al Casio viola di era duraniana.
Appena fuori, accendo una sigaretta e mi viene in mente che davvero non ho mai pensato di leccare nulla, tant'è che odio lecca-lecca e bomboloni. Mi danno fastidio visivo.

Alcune ore dopo, prendo due capsule di Supindream 66 e mi infilo a letto con un maglione zafferano, completamente spettinato.
Sogno la sosia di Anna Safroncik che mi insegue con un pezzo di legno, indossa dell'intimo smeraldo e probabilmente si è versata addosso un'intera boccetta di Narciso Rodriguez, io fuggo ma sono eccitato ma perdo i sensi e poi mi sveglio tutto sudato, demolito dall'esterno e dall'interno.
Mi alzo. Tutto tace e siamo alle solite.
Preparo il caffè, sono le 3e42, avrò dormito a stento due ore, può anche andare.
Riprendo in mano il manoscritto a nome Marginal Browne, mi infilo le cuffie e mi rilasso con "Hold your fire", il primo disco dei Rush che ho comprato, circa trent'anni fa. Fu una grande scoperta.
No, non ho alcuna voglia di leccare alcunché. Peccato.


Luca De Pasquale, 25 febbraio 2014

23/02/14

Odori


Cos'è un ribelle? Un uomo che dice no”
Albert Camus

Gli amanti non dovrebbero mai dormire. È tutto tempo che si disperde, un'urgenza non dovrebbe mai scolorire nel riposo.
Mi dico continuamente queste cose ridicole, le sento sottopelle, ne considero la violenza d'impatto e la difficile attuabilità.
Arriva la tempesta e io desidero il maremoto; arriva il maremoto e allora voglio il lancio nello spazio.
Frenesie continue che si possono gestire in solitudine, senza confidarsi, senza confidarsi mai.

Quando arrivo sotto il palazzo dove sono stato bambino, è già sera e sono scontento. Molto scontento. Sono un transatlantico a luci spente, affollato di demoni e con espressione accigliata.
Sotto questo palazzo, da adulto, ci volevo fare l'amore. Ci ho passato delle ore, come un ladro, come un palo. Ho consumato pacchetti di sigarette e mi sono tormentato i capelli.
La ricerca della mia verità, utopia dentata, selvaggia, avvolgente, mai soddisfatta, mai tranquilla. I sensi continuamente deturpati dal desiderio del “di più” e tutta la fantasia in dotazione al servizio del non raggiungimento, in un ideale percorso di fiori recisi appena constatata la loro bellezza.

Accendo la sigaretta e guardo le finestre illuminate. Sembrano preghiere di neon, fuochi fatui. Non mi restituiscono l'odore dei miei genitori e senso alla malinconia rappresa, che non vuole confidenti e forse nemmeno amanti.
Sono venuto qui sotto ad ogni nuova relazione, ad ogni successo piccolo o grande, ad ogni dubbio di cuore e di mente, ad ogni nuovo e circostanziato abbandono. Non ho mai ritrovato il vero odore della mia famiglia e il mio odore di bambino. È impossibile che io lo ritrovi. Con chiunque e ovunque.
Devo accontentarmi di questa nostalgia per qualcosa che non ricordo o che addirittura non conosco. Provo rabbia e ispirazione per questo luna park dei tormenti, per questa reiterazione del viaggio fantasma alle origini.

Cerco gli odori che desidero e che vorrei conoscere nelle strade, nei ricordi, nelle donne, nella scrittura, nella musica, nei rituali del piacere e nel silenzio imbarazzato delle distanze, li cerco nei lampioni sotto l'acqua, nelle fontane essiccate, nel volto invecchiato delle persone di un tempo, infine li cerco nel vuoto che critico e combatto come posso, attendendo quello in cui non ho mai creduto.
Soffro stupidamente per scene che osservo, le mani dei vecchi, il loro arrancare per strada, nei pianti dei bambini, nella crudeltà devastante di innamorarsi e sapere che non puoi trattenere nessuno.
Il fatalismo altrui mi secca, mi nausea, mi opprime e mi intristisce. Non ci vedo volontà e forza, nel fatalismo. Mi appare una sconfitta dilatata, di una mediocrità intollerabile.
Tutte le volte che penso troppo, mi sembra di avere sulle spalle delle scimmie morte che mi prendono in giro per il tentativo della troppa profondità; ma io dal sottosuolo provengo e il sottosuolo voglio esplorare. Chi vuole può accompagnarmi, altrimenti non fa nulla.
Sono qui sotto e penso, cosa proverei se da una casa provenisse l'odore che cerco? Non lo riconoscerei, o forse starei male.
Come quel malessere sottile e persistente che si prova quando qualcuno ti ama. Un malessere spesso ingestibile e cruento, che si tiene lontano solo nell'astrazione del quotidiano e nel silenzio.
Perché confidarsi è una follia, anche sotto i cieli dell'amore. È un'autentica follia pensare di comunicarsi in qualche modo. È preferibile ricambiare l'amore, essere dolci, arrendevoli, quasi amorfi.

Alla terza sigaretta, infreddolito, ricordo mio nonno e le cose che mi spiegava. Ho imparato molto da lui. Ricordo tutto. Ricordo ogni libro che mi ha consigliato. Ricordo anche l'atmosfera che volteggiava in casa come un orribile animale notturno quando era in agonia, da solo in ospedale. Avrei voluto tenergli la mano, avrei tanto voluto, ma ero piccolo, dovevo essere all'oscuro di tutto.
L'amore non può guarire tutto.
Ogni nuovo amore nasce sui dolori del precedente, e allora bisogna stuccare, cesellare, ricostruire le fondamenta della persona, la sua capacità di resistenza al bene e alla consapevolezza di essere ancora “amabile”.

Alla quinta sigaretta, decido di andare via. Ho i piedi freddi e la testa piena di sogni che sembrano ricordi. Vorrei essere un guardiano del faro e guardare l'alba sovrastando il mare, con un letto sfatto, una vecchia radio, un'idea ancora integra di possibilità in corso e soprattutto avvolto dagli odori e dai profumi che non ho mai conosciuto.
Mi aspetta un corpo a corpo con la notte, scriverò con lei addosso, con lei che si struscia sulla mia schiena e mi ricorda che sono abbastanza uomo e forte per scrivere anche e finalmente con la bella certezza che nessuno, stavolta, potrà leggermi.


Luca De Pasquale, 23 febbraio 2014

Il ragù di cellulite


Quando ascolto John Martyn...
Quando ascolto John Martyn significa sempre qualcosa.
Significa che la dimensione è per metà sogno per metà realtà; per metà nebbia e per l'altra sangue.
L'ispirazione ha seguito prima una curva sinusoidiale, poi si è tuffata, fin quasi ad azzerarsi.
Oggi John Martyn sostiene l'edificio. Guardo il mio cappotto marrone, appeso come uno spettro in un deposito vuoto, e mi chiedo perché sia marrone. A me piacciono il nero e il blu, di più.
Ho diversi capi di abbigliamento colorati, poi, e quello è un altro mistero. Il giallo mi fa venire mal di testa ma mi piace in certi giorni. L'arancione lo indosso solo in primavera, ma in certi periodi è un colore-nausea.
Oggi mi vestirei in giacca e cravatta, di grigio con cravatta rossa, è più o meno il mio umore, ma passerà. Gli umori passano sempre.

Una stronza bussa per chiedere soldi per i bambini poveri. Quali bambini? Di che invenzione si tratta, stavolta?
Sono per te e per tuo marito, stronza? Per tuo figlio che vuole la playstation? Apro la porta con i capelli bagnati e la liquido, ciao e auguri.
La ragazza con i bigodini e la cellulite prepara una salsa per il suo uomo che la raggiunge a pranzo. Difficile che possa venirgli duro, in un clima del genere; ma probabilmente lui sarà ancora più insignificante e bilanciato verso l'ottusità di lei.

Domenica. Domenica dolce al ragù di cellulite.
Domenica di pompini obbligati, sotto stelle di polistirolo.
Domenica di caute preghiere e di raccomandazioni da tenere sotto il cuscino come un vibratore, domenica di persone che invecchiano senza pietà e si rifugiano in pranzi familiari o in scampagnate tra twitter ed Eldorado.
Domenica in cui la Fiorentina non gioca e quindi il calcio mi interessa pochissimo. Domenica di shampoo e perizoma arabescato per tenere viva l'attenzione del carismatico e misterico amante, uno che magari parla poco e sembra per questo custodire segreti affascinanti.
Domenica di camicia pervinca e sopracciglia stirate per il serioso ragazzo discreto che ama sembrare un dragadonne ed invece ha incertezze di gusto e dubbi impegnativi tra dare e ricevere.
Domenica di parenti rincoglioniti da contentare in qualche modo, portando un vassoio di dolci o la nipotina con le trecce, o meglio ancora fingendo che ci sia accordo in una coppia usurata dal calcare e dalla noia. Tutto procede in senso domenicale.

Domenica in cui mi piacerebbe fare un viaggio su nave, mentre la ragazza con bigodini e cellulite mette i tovaglioli a cuore sulla tavola per il suo ragazzo commisurato.
Domenica in cui si prende atto dell'ispirazione trattenuta, del respiro intelligente che fa rientrare la pancia e l'intolleranza, perché capisci che te la sei presa per poco o per nulla, e che hai esagerato con le intemperanze solo a causa del fiato corto.

La gita fuori porta finirà con una lingua in bocca e le gambe dietro il collo, nell'ennesimo equivoco letterario ed esistenziale.
Alla persona delusa dall'amore va letta una poesia di stampo renale, scritta al buio e con l'occhio guercio, gonfia di retorica del rimpianto e della ricreazione, alla persona che vuole sentirsi viva nel mondo non reagirai con il solito cinismo e con la smorfia da satiro in vestaglia, basta non fare opposizione per renderli felici di esserci.
Ai lettori ammannisci una nota che non va da nessuna parte, se non verso una nebbia sezionata in lembi di stoffa per coprirsi, una nota che non urla e non piange, che non è gaudio ma nemmeno puro nichilismo.
La scrittura dello straordinario è come l'amore per gli amori straordinari, una pura proiezione idealistica. Occorre accaparrarsi un po' di quiete, ed è dunque inutile pigiare come dei forsennati sul pedale del continuo ammutinamento.

Rispetto a me che scrivo con due sigarette in bocca e che non scrivo per appartenere ma solo per dissimulare una presenza-assenza-presenza che di ermetico non ha proprio nulla, ecco che la ragazza che prepara il suo bel ragù di cellulite e affetto assume una valenza superiore. Ha un senso composto, definito, ha un compito ed uno scopo.
Lei e il suo cannarozzo, entrambi vagamente cattolici, entrambi vagamente altruisti, entrambi emotivi su questioni sociali, entrambi abbastanza inesperti per affidarsi ad un voto o ad una corrente di pensiero, loro mangeranno quel ragù e poi eseguiranno una mistura tra sesso orale d'esplorazione, petting da videogioco, carezze con dita accelerate e un po' sudate, infine lui passerà sopra, si inarcherà e la penetrerà, sentendosi chissà chi, chissà come giusto, umano, normale.
Poi fazzolettini, bidet, sorriso, coccolina, coccolina ad angolo di saliva, Dio nelle foto di famiglia, Dio nella sopravvivenza, Dio nella prossima uscita con gli amici, Dio persino nel ragù.
Poi, forse, figlio, figlio da crescere, noia in olio e sale, nonni disponibili, buste al matrimonio, regalo dei nonni e di quel vecchio zio strambo, scopate di quaranta secondi con colpi di tosse e male al petto, e lei che sogna il nuovo attore di Rai Uno e cambia colore di capelli per non suicidarsi senza volerlo.
E io che scrivo, senza nessun senso, senza quell'ostinazione ad essere presenti, senza quella ferocia utile e graziosa che è la voglia di normalità.
Mi inchino alla ragazza cellulite e al suo ragù, è commovente il desiderio di continuità delle persone, è un segno di distinzione, è un marchio bianco su scena nera, idea bianca che travolge il mio inchiostro nerissimo.

Luca De Pasquale, 23 febbraio 2014

22/02/14

Uppercut Blues


Essere pugile non significa soltanto colpire, ma, prima di tutto, imparare a ricevere i colpi. A incassare. A fare in modo che quei colpi facciano meno male possibile. La vita non è altro che un succedersi di round. Incassare, incassare. Tenere duro, non cedere. E colpire al posto giusto, nel momento giusto.
Jean-Claude Izzo, Casino Totale, 1995

Mentre Renzi declama la sua squadra di governo alle telecamere, passo su una rete privata dove reclamizzano un coltello che può tagliare perfettamente zucchini e melanzane, e che allo stesso tempo può fungere da torcia.
Dopo una giornata trascorsa a vedere filmati di incontri di boxe, da Joe Frazier a Povetkin, passando per Harry Arroyo e Alexis Arguello e chiudendo con il mitico incontro tra Uby Sacco e Patrizio Oliva, proprio non mi va di ascoltare la formazione di Renzi.

Amo il pugilato più di qualsiasi altro sport. Mi emoziona profondamente, e ho sempre creduto che è vero, è una scuola di vita, una nobile arte, anche un modo per capire la vita ed accettare i suoi momenti.
Ci sono fasi in cui ho bisogno di abboffarmi di match, i vecchi, quelli che mi hanno fatto tremare, considerato che per vedere i contemporanei non so bene cosa si possa fare, qui in Italia. Qui la boxe è per pochi, sommersa dall'overdose di calcio e di spettacoli vari.

Da piccolo le prendevo. Perché ero lungagnone e goffo, e per me l'aggressività era solo un fatto verbale, un ring di pensieri: l'assalto consisteva nel ferire con le parole. Quando si andava ai fatti, e si andava eccome, io le prendevo. Ci sono stati dei nanerottoli che mi hanno battuto, perché erano dei selvaggi. Picchiavano come fabbri, erano bravi nella rissa, caricavano lunghe sventole a mano larga e non sempre riuscivo a schivarle. Non mi dimostravo pronto alla rissa, preferivo il corpo a corpo maschio ma corretto. Sbagliavo.
Ad una certa età ho preferito smettere di prenderle. Ho capito che nei litigi non si trattava certo di pugilato. Carico di altre rabbie, sociali, correzionali, sentimentali, diventai più spietato. Non esitavo a far volare banchi e sedie e se mi girava prendevo alla gola con due mani. Riuscii solo così a farmi rispettare non solo a parole.
Mancandomi la possenza fisica, ho vissuto per un certo periodo la frustrazione del fuscello, anche se poi non ero tanto leggero. A venti anni ero alto 1,78 per 76 chili, persino un po' in sovrappeso. Ero legnoso, ma la mano era abbastanza pesante. Negli anni ho perso molto peso e la tonicità, tre anni fa sono arrivato a pesare 64 chili. Forse troppo fumo, poco cibo, e soprattutto molto stress e molto disgusto.
C'è stato un periodo in cui ogni sera ho guardato un match diverso, registrato o scaricato dalla rete, per tirarmi su. Funzionava. Mi sentivo meglio. Mi appassionavo come la prima volta, pur conoscendo già l'esito dell'incontro. Mi è mancata molto la boxe, in una fase in cui ho dormito un po' ovunque, arrangiandomi, sempre in fuga, sempre insoddisfatto del nuovo rifugio. Più che le comodità di una casa vera, mi è mancata la possibilità di guardare la boxe e ascoltare la musica con più ordine.
Per fortuna, quello che la vita non mi ha regalato nel corpo me lo ha dato all'anima; da certi punti di vista mi sento un fighter, non molto tecnico, ma splendido incassatore e con colpi a sorpresa. Quando il destino si è accanito, ho cercato di farlo sfiancare, ho incassato e incassato, non pensando di sovvertire il pronostico ma aspirando a finire in piedi.
È ancora così. Non voglio perdere per K.O., voglio ascoltare il verdetto dei giudici anche se sono dieci punti indietro. Basterà per non farmi sentire troppo debole.

Non so quante volte ho visto “The rumble in the jungle”, trovando straordinari tanto Alì che Foreman. Ma ho imparato presto che la boxe non è solo la gloria dei campionati mondiali. E così ho guardato famelico oscure riunioni senza “main match”, campionati italiani con poco pubblico, facili match di rientro per vecchie glorie che spesso finivano molto male, penso al mio adorato Arturo “The Thunder” Gatti che decise di ritirarsi dopo il suo triste incontro con Alfonso Gomez.
La grande suggestione che la boxe ha esercitato su di me prendeva valore, da ragazzo, con la difficoltà cronica nell'assistere agli incontri. Mio padre ed io eravamo costretti ad ingollare quantitativi inauditi di caffè per arrivare svegli alle dirette di Rai Due da Las Vegas o Los Angeles, ma anche dal Messico.
A mio padre piacevano i pugili tecnici ed eleganti, a me i pazzi, gli sconsiderati, anche i poco accorti.
Le mie simpatie erano diverse, spesso slegate tra loro. Tra i pugili che ho amato di più, per ragioni qualche volta imponderabili, Ray “Boom Boom” Mancini, Roberto Duran, Thomas Hearns, Oscar “Ringo” Bonavena, naturalmente Alì e Monzon, Alexis Arguello, Edwin Rosario, Harry Arroyo, Joe Bugner, Pipino Cuevas, Leoncio Ortiz, Oliver McCall, Wilfredo Gomez.
Di Roberto Duran, che ho amato moltissimo, ho vissuto per ragioni anagrafiche la traiettoria discendente, ma a diciassette anni ebbi modo di vederlo in azione con Iran Barkley: vinse a sorpresa, trentasettenne, e guadagnò un'altra consistente quota della mia adorazione.

Senza scadere nella retorica, per me la boxe è un valore. Le storie di boxe, con risvolti umani annessi, mi interessano sempre e mi coinvolgono. Non amo la spettacolarizzazione di personaggi di consumo e preferisco sempre storie sepolte, difficili, come mitologia vuole, ma sono al contempo convinto che la boxe rappresenti una possibilità di riscatto e non di decadenza, come alcuni avversatori sostengono.
Quello che ho visto e percepito dai ring mi è servito nella vita quotidiana, nell'affermazione delle ribellioni giuste, nella reazione alle disgrazie, alle ingiustizie, alle delusioni.
Ancora oggi combatto a guardia bassa, mi faccio colpire, ma accetto la sfida e soprattutto desidero sempre rialzarmi, riprendere la lotta.
Non sono una persona mite ma la mia priorità è la lealtà; voglio essere trattato lealmente, pur se con ostilità. Voglio essere rispettato e rispettare, come uno dei tanti combattenti in giro per il mondo.

Luca De Pasquale, 22 febbraio 2014


19/02/14

Stronzismo


Una passeggiata al centro e il mio umore si sposta verso il basso, con tutta la sua massa. Non sono mai stato uno da centro storico, ho sempre provato un certo disagio, un senso di inappartenenza. Di baretti e localini non mi è mai fregato un cazzo, anche quando mi sono piaciute delle sorelle Bandiera che li frequentavano, in ere ormai mesozoiche.
Stare seduto per ore a sorseggiare come un boia degli aperitivi per vigliacchi non mi allettava. Chiacchierare del più e del meno, che idea. Commentare e punteggiare gli eventi di una comitiva, che supplizio impotente.
Mi è capitato di frequentare certi posti del centro solo perché avevo puntato qualche donna sola; naturalmente doveva essere una donna senza comitive, requisito madre.
Oggi il centro mi deprime. Carte per terra, piazzisti, organetti, folklore sugoso, vecchi residuali di una Napoli alternativa anni ottanta che alternativa mai lo è stata, mascheroni di bruttezza e studenti chiassosi. Negozi chiusi un po' ovunque. Librerie senza librai. Negozi di dischi divenuti concessionari di mutande.
Eppure sorrido, per dio. Sorrido perché non è colpa della gente se mi sento fuori posto. Sorrido perché non mi resta altro da fare, oltre ad un'eversione di fondo, totalizzante, indiscriminata.
Non mi va di prendere caffè e graffa fritta con la comitiva che come stendardo recita proviene da Roccabilanciola e forse fotografa anche la merda per terra; quella tipa con la quale presi quel caffè ambiguo neanche mi saluta. Regalati pure alla cervellatina del tuo nuovo uomo e alla sua banalità esistenziale.
I vecchi continuano a camminare, con coraggio. Li stimo e mi sento una pulce rispetto a loro. Io non ho il coraggio della vecchiaia. Io vorrò morire prima.
Mi basterà essere una foto stropicciata nel vecchio diario di una donna che avrà dimenticato di amarmi, non posso pretendere di più, non me la sento.
Per quel che penso, che nessuno mi accoglierà alle porte dell'altra dimensione, non posso che essere dilaniato dall'idea di invecchiare e non farcela più, nemmeno a sognare. Non voglio diventare un vecchio rabbioso: sono stato un adolescente rabbioso e ora sono un uomo incapace di pacificarsi, con buona grazia dei predicatori e dei bavosi.
La donna con gonna e calze in tinta, blu cobalto, che fa colazione al bar è un po' eccitante e perdo per un attimo di vista il mio malessere, potremmo finire consenzienti in un portone, potremmo sputarci addosso per qualche giorno, e poi e poi. E poi mistero.
All'altezza di una gioielleria in disarmo incontro la donna di un amico che mi chiede notizie circa “il dramma del tuo lavoro”. Sempre questi toni da mestruazioni mal gestite, da parte sua. Me lo chiede, ma so che non se ne fotte niente e dunque la prendo delicatamente per il culo. Le dico che mi sento liberato, e lei mentre ascolta pensa ai cazzi suoi e ai suoi problemi da alga lamentosa, lei che sceglie i suoi interlocutori in base al principio di resistenza alle sue lagnanze. Non me la sarei mai scopata. Mai. Detesto queste dame di carità con i drammi nascosti sotto le ascelle, sotto i vestiti, sulla lingua, nel cattivo fiato del mattino.
Vai a consolare qualcun altro, vai a sondare il mondo del volontariato amicale e sparisci dai miei occhi.
Qualcuno si innamorerà dei tuoi drammi, qualche crocerossino che mai dopo un atto sessuale si sarà sentito uomo sul serio. È questa la storia, mia cara tagliatella di lacrime fatta in casa.
Proseguo il mio cammino, che è un assoluto equivoco. Scriverò stasera le mie riflessioni e non ne trarrò beneficio; il mio inchiostro è veleno anche per la mia pazienza.

Vedo transitare, all'altezza di una pasticceria per liberi pensatori in esilio, un tizio con il quale ho lavorato, il quale godeva e gode e godrebbe di una fama migliore della mia. Uno dei tanti che ha saputo, con spirito obiettivo e proattività, far saettare la lingua nell'ano opportuno. Non gliene voglio per questo, ma del suo sorriso serafico ne faccio volentieri a meno. Io e il lingueiro ci scambiamo un cenno di saluto, ma non accenno a fermarmi. Per dieci anni ho dovuto simulare una tolleranza che invece non provavo e non esercitavo, ora sono libero di non fermarmi, di essere garbatamente sgarbato.
Della cattiva fama me ne sono sempre fregato, fin quasi ad accentuarla apposta. Spesso desidero conflitti perché altrimenti trovo tutto molto noioso.

Quando incontro Ugo Giulio con la sua nuova ragazza, mi fermo e accendo una sigaretta. Noto subito che ha la camicia aperta grazie al clima primaverile e gli spunta un ciuffo di peli biancastri dal petto. Avranno scopato alle undici di ieri sera, hanno quell'aria.
La tipa sembra difficoltosa, ma ha una bella bocca e ho la sensazione infamante che con lui si annoi molto. Non mi stupirebbe se fosse appassionata di haiku e di arredamento scandinavo, non comunica banalità. Chissà com'è finita, mi dico, nelle maglie della rete di questo bluff vivente che è Ugo Giulio.
Lui la esibisce, le tiene la mano sulla spalla mentre parla, guarda me e poi lei, come per testimoniare che sta esercitando charme su entrambi. Charme una serra di cazzi. Ma faccio finta di niente.
Mi viene voglia di prendere il bel volto di questa donna e creare con lei un french kiss per rassicurare Ugo Giulio, penso a sfiorarla, a tenerle la mano mentre lui dice stronzate. Ecco che il vecchio vizio torna vivo, la sfida, il pensiero immorale, l'amputazione della realtà che mi vogliono mostrare per forza.
Ma non ho l'appeal dirompente delle missioni suicide di una volta, e neanche ci provo ad attirare l'attenzione della donna, che scopro intitolarsi Aada.
Aada e Ugo Giulio stanno bene insieme: perché guardano dei film, fanno qualche viaggetto, hanno tante amicizie in comune, che morbosa rottura di cazzo, le loro famiglie si conoscono ed esercitano del progressismo guercio in salsa collinare, oltre ad esercitare della sessualità a tinte tenui e con qualche vapore ambientale utile allo scopo, quelle fragranze un po' laccate che piacciono ad Ugo Giulio.
Ugo Giulio non ha il coraggio del sesso. Non verrebbe mai in faccia o in bocca alla sua donna, gorgogliando piacere. Quando fotte, sono certo che chieda se la velocità di crociera è adeguata. È un peluche tenerissimo, lo ammetto, con un manico ridotto. Ha il suo valore per questo.
Per lui la parola “bocchino” assume valore solo nei libri di Bukowski o in qualche pellicola di Woody Allen, ma lui non riesce a guardare la scena mentre la sua donna gli serra il cazzo tra le labbra con aria trasognata da cinderella fognaria.
Non ha il coraggio della vera fellatio, Ugo Giulio; al contempo può prodursi nel cunnilingus solo perché è un galantuomo, ma dopo userà tanto dentifricio. Perché è solo un borghese vittoriano cresciuto a pane fresco e valori estesi, la stravagante fisarmonica etica degli stronzi.
Aada mi sorride solo quando mi paragono ad un soldato sudista a spasso disarmato per una riserva indiana, e questa sua curiosità viene subito interrotta dal gladiatore peloso, che segnala l'incombenza di un impegno e mi saluta un po' freddo.

Dopo averli salutati, ho la sensazione -e succede spesso- di aver manifestato un'insofferenza diffusa, uno spirito caustico che può aver anche suscitato dei fastidi. Non ho mai pensato di trovarmi dalla parte del giusto per questo. Un tempo è stata una scelta obbligata, non riesco e forse non desidero mettere un freno a tanta intemperanza e frenesia di rottura. La vita, la mia, mi ha però dato ragione. Non c'è niente di peggio che la fiducia mal riposta.

Mi ritrovo poi a casa, e mi tuffo in un vecchio disco dei Family con John Wetton al basso. Wetton è maestoso e questo mi calma un minimo.
La carta mi chiama. Mi provoca. Caccia la lingua e mi chiede mani e cervello, e il coraggio che resta. Non riuscirò mai a soddisfarla per davvero, a sentirla davvero mia e solo mia. Come quando non mi addormentavo dopo aver fatto l'amore, e mentre una lei in carne ed ossa dormiva io prestavo attenzione al rumore delle auto che sciamavano nella notte. Perché era scritto che non sarebbe stata mia, mai, ed io lo sapevo. E io, io non sarò mai solo uno che scrive, perché la vita non è mai in quel che si scrive, mai completamente: per fortuna.
La scrittura farà per me lo spettacolo in guepiere, io assisterò e poi diligentemente mi metterò al servizio di uno stimolo, che come ogni cosa vivrà di quel misto tra verità e forzatura, tra atto di forza e retromarcia.
La scrittura senza la vita attorno non ha nessun senso; come una vita che voglia affermarsi grazie alla scrittura.
Mi interessa la sensazione di disequilibrio su un filo a strapiombo sull'acqua, non cinquanta stronzi in una saletta che scrivono sms sul cellulare mentre spiego cosa volevo dire con un libro.
Senza contare sulla spalla del moderatore, in genere un pagliaccio prezzolato; senza chiamare lo scrittore di richiamo che finge di stimare il tuo lavoro e fa la marchetta in primo luogo per presenziare al suo stesso successo.
Leggi le mie cose, fai come cazzo vuoi; pisciaci sopra, masturbati, indignati, trovale pure grottesche ed insensate, ma non pensare di farci un carretto di trasporto per altre manie e prestazioni occasionali.

Luca De Pasquale, 19 febbraio 2014

18/02/14

Il montone davanti, la pecora dietro


In una giornata in cui gli uomini avvicinano la testa a belle ragazze in minigonna per annusare e intravedere, sento la libertà fare a gomitate nella mia pancia, come per guadagnare spazio, come per volermi regalare quel tiepido benessere del nulla che stavo cercando da due anni a questa parte.
Se mi fermo a pensare è prima una battaglia e poi una guerra. Una guerra santa senza religioni, almeno non le mie. Se mi fermo a pensare sono costretto ad attaccare e studiare imboscate, e mi sono rotto. Se mi fermo a pensare è capace che devo indossare un solo pullover ed un solo cappotto per settanta giorni, e girare la città senza una vera meta. Se mi fermo a pensare, mi devo incazzare ancora e devo valutare la civetteria delle distanze, l'impalpabilità dei destini, la svagatezza delle voglie e l'orribile smorfia di delusioni che nessuno ha voluto salvare e nessuno ha recintato, rendendole oltraggiosamente alla mercé delle belle parole altrui e delle puttanate di circostanza.

Quel siero di vanità e vendetta scolorita che ti trascina a valle con le tue monotone fantasie di riscatto e di ripristino, quel ponte levatoio tra cervello, cuore e sesso, quella flemmatica permanenza del dolore, sono cose che non riesco più a sopportare.
Se ora avessi un figlio, di sicuro gli darei un'educazione lontana dal mio modo di pensare e di sentire, per quanto possibile. Perché sono convinto che il vezzo inestirpabile dell'orgoglio e dell'autenticità sia solo una giostra di pugnali esposta alle intemperie. Vorrei lasciare in questo mondo una creatura che smentisse tutta la mia ostinazione, la propensione pedestre al tuffo cieco, mi piacerebbe vedere mio figlio in mezzo alla gente, a ridere di poco, a non meditare rivincite, a non pianificare fughe prim'ancora di aver raggiunto un luogo. Mi piacerebbe anche che mio figlio fosse premuroso, intenzionale, disinvolto ma controllato, fantasioso ma non impiccato all'altrove.
Mi sono spinto oltre, sono oltre, so inventare ballerine tra fuochi fatui, so omaggiare padri e madri in cupe notti di pioggia, so appellarmi ad una violenza remota per evitare sermoni in fila indiana e ostie fraudolente di altri fedi, in bocca, nella pancia, tra le cosce, mentre godo.
Mi piacerebbe non sgridare e comprendere un ragazzo sorridente, perché di eroi ombrosi non c'è bisogno, e non c'è spazio per il cammino irregolare, troppi ostacoli di paura soprattutto altrui.

Per strada cala la notte e tutto mi piace di più.
Le luci delle farmacie, i semafori, gli angoli più scuri, il passo più veloce e timoroso delle persone. Di notte mi sento nel mio regno ed è affascinante. Scema il rumore e l'arroganza delle scadenze, si perde quel controllo etico e coglione della propria anima, si diventa come navi, come puttane, come fuochi in campi aperti, tutto sembra possibile e tutto giustificabile. La condizione ideale è non avere alcun maestro tra i piedi, nessuna boa, nessuna guida, nessun legame-manifesto, nessun rifugio-persona, nessun bacio-scenografia.
Il montone avanti, la pecora dietro. Non significa un cazzo, né si vuole alludere ad una carriola doggy-style o ad una metafora sulla società. I titoli non rivelano niente, anche quando appropriati.
L'eccitazione che traspariva in vecchie lettere che rileggo con spirito antropologico è diventata una smorfia di ritenzione garbata. I grandi scopi, sembravano grandi scopi, mi sembrano ora anelli che univano stralci di calendario, anelli di carta copiativa, spirali senz'aria, menzogne.

Di notte sogno e mi sveglio. Sempre. Sogno e mi sveglio, e quando sono sveglio non sogno ad occhi aperti. Accendo mantelli alla finestra per darmi la luce che preferisco, che è comunque luce notturna, mi sveglio e ascolto i pochi rumori degli altri senza protestare, mi sveglio per ore e per ore sono presente ad altre chiamate, tacite convocazioni di ricordi e proiezioni, itinerari di pietra, di gesso, di neve a lacrime per stupore, escursioni per fiamme spente, come spazzare una casa disabitata in presenza di qualche curioso evanescente.
Sono pieno di case disabitate. Sono pieno di persone che ho visto in case abitate, e che hanno disabitato me. Ricordo la sensazione tattile delle mie mani su finestre di case, su legni di case, sulla pelle di chi abitava quelle maledette case.
Ricordo che la gioia mi terrorizzava, anche quando mi si proteggeva dormendomi accanto a cucchiaio, con braccia bianche a cingere, a carezzare i capelli, con il mormorio della voce a recitare il mio nome come un regalo di tranquillità.
Ricordo bene di come evitavo la visita del demone di turno, grazie a quella tregua fino al risveglio, e ricordo benissimo che il giorno dopo ero un idiota allegro.
Ricordo tutto. Questa dannata memoria allenata, quest'ottovolante obitorio circo mattatoio chiesa corpo idea fiducia, ricordo tutto e mi piace sempre più non sapere cosa sarà domani, non immaginarlo neppure.
Saperci fare con le parole? Le parole sono spesso dei cecchini, killer di quattro o sette lettere, nascoste dietro le tende, in un'emozione che si rinnova, nella malattia luminosa della scrittura che è la magnifica baldracca da onorare ad ogni tradimento.
Il montone davanti, la pecora dietro. Qualcosa significa.
Ci penserò stanotte.

Luca De Pasquale, 18 febbraio 2014

16/02/14

Baffo cunnilingus


Sta per iniziare l'ennesimo festival di Sanremo. Come per le ultime dieci edizioni, non ne guarderò un solo minuto.
Snobismo? Può essere, ma lo considero letame.

Piero Chiara appuntava su carta tutto quello che gli passava per la testa, vedere “Sale e tabacchi”. Annotazioni di costume, rancori, svisate narrative, episodi minimi. In domeniche come questa, in cui i miei vicini pestano su Ramazzotti e io sono allo stato brado, faccio una cosa simile e posto sul blog.

Per circa un anno, tra 2012 e 2013, ho scritto delle cose molto sentite. Vivevo un periodo di particolare sofferenza e dunque sentivo la necessità di esprimermi. Le note di quel periodo sono andate un po' vacanti, sono tra le meno lette, forse perché avevo reciso vari cordoni ombelicali oppure avevo un atteggiamento scontroso, non facevo prigionieri.
Viceversa, quando pestavo duro e infiorettavo il tutto di sesso orale, la vicina che si masturbava dopo le due, quando vinceva lo spirito iconoclasta, ecco che le note schizzavano, in tutti i sensi. L'erotomania funziona sempre, e sembra sano mostrarla, viene tollerata e qualche volta fa ridere; i disarmi della vita, l'ho scritto più volte, vengono invece visti come sfoghi o come esternazioni di sofferenza atte a far guarire il soggetto scrivente.
Stronzate.
Erotismo e disperazione fanno parte dello stesso pacchetto vacanze, sono due facce di una medaglia senza facce.
Quando mi è capitato di scrivere lettere sentite, nella mia vita, molte persone si sono cagate addosso di rispondermi. Quando ho parlato di sentimenti e di scuse, ci si è limitati ad un sorriso o ad un'imbarazzata scrollata di capoccia.
Quando, anche, mi è capitato di incalzare qualcuno per capire che sentimenti provasse per me, silenzio e mezze frasi. Negazioni della negazione precedente, marcia indietro sul non detto e allusione al dicibile. Ma vaffanculo, ho sempre pensato, non è destino che si possa instaurare qualcosa, vai a farti fottere.
Quando ho chiesto a qualcuno “ma hai veramente detto questo di me?”, l'accusato di turno ha fatto la faccia a pallone sgonfio e ha pronunciato qualche suono inintellegibile di falsa indignazione, si è negata l'evidenza anche quando il suono della voce infida ancora risuonava. Codardi.
Quando ho osato dire ad una persona che si palesava come amica “tra noi non c'è una completa stima”, questa persona mi ha guardato come se avessi offeso in un solo istante ogni religione del mondo. Ma io lo scrivo e lo ripeto, la stima assoluta è una completa utopia. Di alcuni amici e conoscenti ho accettato il lato in ombra, la tendenza alla farsa dell'accordo, la propensione a non parlare in faccia per evitare imbarazzi. Ma le mie idee me le faccio lo stesso.
Tutte le volte, infine, che ho ammesso le mie fragilità, qualcuno ne ha abusato, o fregandosene, o regolandosi, o ancor peggio costruendo un giudizio di comodo sulla questione.
Mai rivelare troppo. Mai dare eccessive spiegazioni, ho dovuto imparare -come tutti- sulla mia carne. Mai cercare dialogo con chi è muto per evitare guai peggiori.

“Mi è piaciuta la nota che hai scritto sui tuoi colleghi, li hai mandati affanculo”, mi ha detto un tizio in un discount.
Ma di che cazzo parli, baffo cunnilingus?
Non ho tempo da perdere con i miei (ex) colleghi. Non ne avevo prima, quando vegetavo nel minestrone marrone, figurati adesso.
Stava comodo, il baffo cunnilingus, a passare sotto casa sua a rompere l'anima con nuovi dischi da (non) comprare. Veniva, perdeva tempo, dava consigli insulsi, comprava un cd da 4,99 e tornava a casa. Faceva lezioni di politica da borghese a culo stretto, e io che continuavo a ripetergli, sono di estrema sinistra, non rompermi i coglioni.
Quando ho perso il lavoro, baffo cunnilingus non ha avuto neanche il coraggio di dire mezza parola, perché non voleva precludersi la possibilità di scendere sotto casa con la sua moglie bonsai, alla quale risultava chiaro non dava mai una lustrata di sesso senza lubrificante.
Rispondo svogliatamente a baffo cunnilingus e a qualsiasi codardo, e sono tanti, mi capiti a tiro. Non accetto situazioni in cui ci si barcameni, mantenendo le chiappe in più posti.
Banalmente, o con me, o contro di me: oppure ci si può e ci si deve dimenticare. Ogni lasciata è persa, sotto questi cieli di latte scaduto.
Baffo cunnilingus legge le mie note e non le capisce. Eppure sono molto chiare e molto rozze, perché non sono un letterato, ma un soldato in sbraco nelle stanze vacanti di Dio. Eppure non le capisce.
Come non le capiscono le Rosa Fumetto che si sentono chiamate in causa da vecchi ricordi senza peso, senza aria e senza originalità. Tutti noi ci siamo un po' scopati e leccati, ci siamo detti che ci volevamo bene e avevamo paura di amare, tutti noi avevamo una scorta di libido e menzogne per pararci il culo, tutti noi abbiamo negato quando qualcuno ci ha chiesto “ma allora mi vuoi per davvero?”
E abbiamo esagerato quando abbiamo voluto altro e poi ce la siamo fatta nelle mutande, il più delle volte per non perdere altre e più conclamate comodità. Avevamo la voglia ma non le palle. Capita. Perseverare però è diabolico in modo svilente.

La gente tenta di incularsi per noia, più che per cattiveria.
I pettegolezzi sono ditalini lenti e fiacchi in pomeriggi estivi di precarietà e ammorbamento.
Ogni tanto si cerca di smuovere l'aria, fingendo di sentirsi in grado di fare e di dire, e spiattellando a se stessi soprattutto un'autenticità che è un vero colabrodo.
Ci si sfila il profilattico mentre il cazzo si ammoscia e si pensa che solo l'amore può dare un senso a tutto questo, poi con il passare del tempo ci si rende conto che è impegnativo.
Si costruiscono famiglie e affetti per evitare baratri che si tende a sovrastimare come pericolosi.
È vero però che le persone “singole”, quando si svegliano nel pieno della notte con il respiro corto, hanno meno appigli e che sono costretti a cercare la luna negli scarti degli imbecilli.

Luca De Pasquale, 16 febbraio 2014