28/02/14

Napoli, pioggia


Napoli, Corso Vittorio Emanuele, ore 7:21

Caffè. Cornetto. Pensieri. Spalle leggere e testa pesante. Cuore nero e testa pensante. Camicia usurata, sigaretta, occhiali bagnati dalla pioggia.
Tolgo gli occhiali, vedo meno, vedo meglio.
Vedo dentro. Cattivo tempo. Madri e figli, impiegati, troppe auto.
I citofoni che di notte sembrano invitanti, di giorno sono solo sporchi. Come le persone. Le finestre accese di notte invitano a tentare la sorte e a comportarsi allegramente da puttana. Di giorno solo pazienza, calma e traccheggiamenti senza storia.
Il vecchio amico che si è sposato mi ha detto “mi sono ritirato dalla scena sentimentale”; pensava di aver detto un'arguzia sofisticata. L'ho assecondato, gli ho sorriso. Ti sei sposato. Mi fa piacere. Se non ci si mette il diavolo di traverso, hai trovato con chi morire.
Un tempo andavi con i travestiti, ti piaceva mettere il rossetto blu nelle nostre scorribande notturne, giocare sull'ambiguità. Ora fai il brav'uomo, porti le paste ai suoceri, ti limiti ad essere silenzioso quando non sei d'accordo. Ti stimo per questo, ti posso anche stimare per questo.
Mattina piovosa a Napoli. Smog e tanta normalità.
Sono orribili i citofoni e i portoni che non riconosco nella luce grigia di oggi. Non conosco i cognomi e non conosco storie che me ne ricordino altre.
Devo essere già stato qui, per qualche bugia. Devo aver lavato i denti in qualcuna di quelle case. Devo aver promesso qualcosa a qualcuno e viceversa. Devo aver giocato con la mia età. Devo aver dimenticato per qualche ora la strada di casa. Devo aver poi scritto di certi momenti, ma non ricordo dove trovare il file, molti racconti sono andati persi. Devo aver chiesto un digestivo dopo un'abbuffata e devo essermi addormentato prima di poter pensare di andarmene.
Napoli, pioggia, 42 anni, molta memoria, troppe sigarette, smog, edicola con saracinesca verde, tabaccheria affollata, il sessanta per cento delle persone al cellulare, bambini e bambini.
Napoli, pioggia, musica in ogni parte del corpo, autobus fermo per guasto, sono a metà strada tra due ricordi ben precisi, faccio la conta, faccio lo zoppo, faccio lo stronzo e faccio me stesso.
Napoli, pioggia, fragilità, trappola di prevenzione della memoria, trappola dell'imprevisto a tavolino, dello smalto sulle distanze e della lacca sui tormenti.
Napoli, pioggia ancora, insonnia che chiama insonnia, passeggiata per capire ma non per addentrarsi, comunicazione per ritrovare la voce più che per essere ascoltati, 42 anni con sciolti in oro, esperienza e memoria, in abbracci rimasti a dare ombra ai muri e solo a loro, in parole scritte, sistemate e dimenticate in archivi con nomi di comodo, in gesti di protezione diventati con la pigrizia fondali notturni e scene di incauti tradimenti.
Ho sonno. Di giorno ho sempre sonno. Dormo pochissimo. Il mare non mi aiuterebbe a dormire, la montagna mi annoierebbe, la città mi stizzisce.
La pioggia lenisce il sospetto di un'inquietudine non controllata, tiene a bada le smanie, le disinnesca, le rende segmenti di fasi di ere brevissime.
Si continua a vivere.


LdP, 28 febbraio 2014

B.J. Writer


Mentre il barbiere mi acconcia un taglio militare, che gli ho chiesto per simboleggiare la fase di cambiamento, Pino Daniele intrattiene clienti e lavoranti dalla radio.
Attraverso la porta a vetri osservo un vecchio perdersi in un culo ocra, fingere di guardare l'ora per scrutare meglio, simulare di aspettare qualcuno per poterne studiare anche le fattezze facciali. Gli uomini hanno sempre gli stessi meccanismi.
Sono uomo anche io. Anzi, sono maschio.
Mi piacerebbe che tu me lo prendessi in bocca davanti ad uno specchio... vuoi?”
Metti molto rossetto, rossetto scuro, e accenditi una sigaretta mentre me lo fai. Grazie”
Oppure, durante, all'orecchio: “Mi piacerebbe tanto che ora ci fosse qui anche quella tua amica... che vi metteste la lingua in bocca mentre ti faccio godere... dimmi che lo vorresti anche tu...”
Mi piace pensare al tuo vicino che si masturba guardandoti alla finestra mentre ti spogli... dimmi che lo vedi quando si tocca, dimmelo, dimmelo adesso che sto per venire...”
Ti scongiuro, ti prego, godi in francese... in francese, sì”

Vivo senza particolari freni inibitori. Mi annoiano, li trovo deprimenti. Già è tutto abbastanza paludato e mortificante, a partire dalla stessa esistenza di certi soggetti.
Non riesco proprio a rassegnarmi che il cammino sia a tappe, che ci si debba fermare continuamente a guardare il punto più alto, l'oasi, il mare vero, e che si debba mangiare un panino mescolandolo a delle preghiere di seconda mano.
Senza fulmini la vita sa di rancido.
Il vecchio continua a seguire la ragazza ocra, che è ferma e si trastulla con qualche applicazione del cellulare. Il vecchio avrà concluso la sua attività sessuale da qualche anno. Che invereconda tristezza.
No, al suo punto non ci voglio arrivare. Proprio no. Sparirò in una sera di pioggia. Farò in modo che per quel momento tutti i conti siano stati chiusi. Non lascerò pendenze e fiori marci sui davanzali degli affetti. Scomparirò semplicemente. Non darò più notizie.
Il barbiere continua a tagliare. Vai, vai taglia. Taglia, cazzo. Taglia questi cazzo di capelli, che faccio ancora troppi incubi.
Questa notte l'incubo dorato, l'incubo insopportabile mi ha raggiunto alle 5e07 del mattino. Ho aperto gli occhi aggiungendo una maledizione al bagaglio. Faccio sogni troppo intensi, troppo veridici, persino belli, e dunque li considero incubi. Assillanti incubi di mancata rassegnazione. Ho già pochi limiti durante il giorno, di notte davvero esagero. Per questo è meglio che io tagli i capelli, è capace che con una faccia squadrata e i capelli grigi io possa dormire meglio, senza desideri e senza follie possibili.

Guardo i miei capelli sul pavimento, i boccolotti da ragazzo, negli occhi ho una luce diversa, decisa, vogliosa di strade alternative e poco battute, di colpi di coda, e ho la solita voglia di sporcarmi, di sporcarmi in modo serio, senza sconti, senza accomodamenti, senza caracollare da una sala d'attesa all'altra. Dinamite ovunque, tra le dita, nei sogni, nel disgusto di ogni resa, nella religione della dignità, l'unica religione che possa smuovermi.
Benedetto sia questo istinto di autodistruzione, che mi tiene sveglio.

Qualsiasi coglione dovrebbe considerare il suo piacere come l'ultima necessità della scala. Il proprio piacere passa velocemente, a volte è solo un passaggio di liquidi e un'accelerazione del battito, il piacere altrui può farti sognare. La maggior parte degli uomini parla di sogni, di ideali, di coerenza, di costruzione, di amicizie e familiarità, ma in realtà sa solo eiaculare, e senza neanche tanta gloria.
La religione ci ha voluto convincere che eiaculare per far nascere una vita sia il massimo, ma spesso quell'eiaculazione è stato solo un compitino familiare, un gradino da percorrere per infilare un altro tassello al presunto posto giusto. Io se vengo voglio morirci, nel mio piacere, e sempre dopo un giusto scambio, sempre dopo una devozione non enfatica ma concreta. Senza passione sembra di star solo rispettando il decalogo pletorico di un aziendalista idiota.
Faccio queste riflessioni mentre i miei capelli continuano ad accumularsi sul pavimento bianco della barberia, sembrano fili di canapa carbonizzati, e probabilmente conservano qualche residuato di sogni andati a puttane.
Taglia, taglia. Taglia, maledizione. Taglia tutto quel che puoi.

A casa dei miei genitori, fredda e antica come un ricordo confuso, sento i vicini che scopano mentre fumo sul letto e sfoglio un libro. Sembra una prova da sforzo, o le flessioni di un obeso su un canotto. La cosa si consuma in circa quattro minuti. Ci hanno messo meno tempo della mia sigaretta. Magari il tipo ci mette otto o nove minuti con l'amante, e solo perché è una novità che non vuole perdere troppo velocemente. Ora lei starà procedendo con un'irrigazione e lui avrà acceso una sigaretta.
Sono certo che il tizio non si renderà proprio conto che entrare in una persona che ci accoglie è un miracolo. Un miracolo che spesso si concede più facilmente ai peggiori e ai più superficiali, o a quelli che al momento sembrano i più adatti.
Sono sempre stato riconoscente a questo miracolo, perché in coscienza sento di capire quanto siamo limitati e di passaggio. Non mi sembra un atto dovuto essere ricevuto e magari amato. Non farei mai flessioni su un altro essere umano, con la bocca spalancata, il filo di saliva e le foto di famiglia e dei santi attivate come portafortuna e garanzia.
Sono riconoscente anche se certi giorni i demoni sono come girini in una fontana vietata ai bambini e agli estranei. Sono riconoscente perché sono un cercatore di fulmini che si è perso troppe volte e ora si sta abbastanza sul cazzo da solo, senza il bisogno della riprovazione altrui, tipico sport ricreativo senza costrutto.
Questa casa è molto fredda e ripenso alle 5e07 del mattino. Verrà una mattina, e magari saranno proprio le 5e07, in cui dovrò dare conto di tutto quanto cercato, voluto, preso e restituito.
Per quella data, per quel momento, vorrò essere in regola con una sola consapevolezza, quella di non essermi mai tirato indietro di fronte alle emozioni. Mi basta, mi uccide e mi basta.

Luca De Pasquale, 28 febbraio 2014

27/02/14

Il dolce Remi e i fazzolettini


Accendo il televisore alle cinque e mezza. Il primo volto che vedo è quello di una sinuosa ministra renziana, poi tocca a Grillo e al conseguente e prevedibile delirio del suo movimento.
Mi ritiro dunque in buon ordine dalla scena televisiva, per me è davvero troppo iniziare così la giornata.

Accendo il pc. Scarico la posta, varie newsletter discografiche, un po' di spam, poi trovo la mail di una tipa che conosco. Ho quasi timore ad aprirla, mi accendo prima una sigaretta, prendo coraggio e mi trovo di fronte quel che riporto:

Ciao Luca.
Spero che questa mail non ti dia fastidio... ma perché dovrebbe dartene...? Non si sa mai, con te... no, mai...
Ricordo con nostalgia le nostre passeggiate, le nostre chiacchierate... tu avrai dimenticato tutto, ma che ne so, lo dico per scaramanzia. Succedono tante cose che allontanano, ma penso che non sia una lontananza reale. Quando una distanza è decisa solo dagli eventi esterni, non è distanza. Io almeno la penso così. Non so cosa stai facendo, so solo che sono passata a trovarti al lavoro e mi hanno detto che non ti conoscevano... una cosa assurda... ma te ne sei andato? Hai cambiato sede?
Io ho vissuto una fase difficile che forse non è ancora finita, ma sto meglio. Ho conosciuto una persona, ma non so... in realtà non mi chiedo nulla, forse non voglio sapere. Ma è una persona che quando non c'è fa sentire la sua assenza... mi piacerebbe fare una chiacchiera con te, di quelle vecchi tempi, sono sicura che mi daresti involontariamente delle risposte... o no?
La tua vita sentimentale da film come procede? Scusa se scherzo così, spero me lo consentirai, ma quando penso alle evoluzioni del tuo cuore penso ad un bel film romantico in bianco e nero... non so perché...
Ora ti saluto, non voglio annoiarti, spero tanto che ci vedremo, sei un grande amico per me, anche se ci vediamo poco. Devo raccontarti tante cose, anche di questo uomo enigma!
Un bacio, se posso.
XXXX

Dopo aver letto, resto come un ebete per qualche minuto. Diciamo pure che non ho capito nulla della mail. Nulla. Grande amico? Trasecolo. Non sono noto per stipulare grandi amicizie con le donne, per mia manifesta incapacità. Essendo un uomo rozzo e protervo, ho sempre temuto un destino da amico ricchione, per cui ho sempre evitato amicizie intense con esponenti dell'altro sesso.
Sono regolato da meccanismi ambigui mio malgrado, non riesco a parlare con una donna come se si trattasse di un uomo. Qualunque sia il rapporto che intercorra tra noi, non riesco a dimenticare che l'altra non è fatta come me, e che quasi sempre i sensi sono tenuti a bada solo dalla morale, dalla paura e da seccanti convenzioni. È però altrettanto naturale che una donna che scriva cose del genere non rischi nessun pensiero altro da parte mia. Questo dire/non dire mi ha sempre esasperato. Questo giocare a ping-pong tra il grande amico e l'uomo particolare è piuttosto insensato e nauseante. Ed è naturalmente sterile.
Ci sono uomini, ne conosco molti, che amano trattamenti simili e che scelgono di avere molte amiche per lasciare più porte aperte. Si tratta di uomini che si masturbano molto e si tengono calmi e assennati in questo modo. È chiaro che se alle due di notte fai manetta e raspino con “Blowjob compilation 76” e “Interracial Cumshot by Dodi”, la mattina seguente sarai asessuato e affabile con la tua profumata amica di turno. Non percepirai il suo odore, non cadrai nelle sue movenze, volontarie o meno che siano, non immaginerai il sapore della sua lingua e la forza delle sue cosce.
Ho sempre parlato chiaro su queste cose. Non sono il confidente paziente che ripone il cazzo nel comodino per mettersi al servizio di bianche conversazioni miste a bagnomaria.
C'è sempre stata tensione fisica con le donne. Non l'ho mai negata e non l'ho mai sopita ad arte. Si tratta di illusionismo bavoso al quale non mi sono mai sottoposto volentieri.
Questa mia limitatezza non è mai stata troppo accettata. Qualcuno ha voluto forzare la cosa, comportandosi come Heidi con il dolce Remi, ma io mi sono sempre sentito Capitan Harlock.
Un banalissimo capitano di fregata. Molte donne, negli anni, si sono tirate indietro rispetto a questo atteggiamento tra il tetragono e l'ambiguo. Ho perso alcune amiche per strada. Pazienza. In alcuni casi, mi è stato dato del “porco” oppure mi si è detto che la mia manichea distinzione tra uomini e donne era puerile e limitata.
D'accordo. Ma io continuo a preferire.
Penso sia meglio questo che il tenue e concavo tono di voce del dolce Remi di turno, che ascolta, accoglie, consiglia e sussurra, e per questo posticipa la fantasia sporca e patetica della conversione da amicizia in passione, concludendo questa ritualità d'utopia con quattro gocce bianche in un fazzolettino di carta, e un po' di rabbia frustrata assortita.
Nel gioco estenuante del gatto e del topo danzano speranze mutilate, in un tripudio di sciocchezze, di rinvii e di tristi confessioni di ruolo e permanenza.
Ne faccio volentieri a meno.

LdP, 27/02/2014

26/02/14

Fuga #32


C'è un momento, poco prima di venire, che riesci a sentirti al sicuro. La testa è annebbiata, i pensieri azzerati, il corpo uno strumento che sembra esplorare con stupore il senso stesso della vita: poi muori. Come un serpente di cartone, come un festone di carnevale riarrotolato e messo via, muori e ricominci.
Per questo non bisogna venire troppe volte e per noia; è un momento prezioso, una verità tra parentesi, un condannato tra due boia, il prima e il dopo.
Non so perché, ho addosso la sensazione del venire mentre fumo in piazza, circondato dal vento e dai pendolari.
La donna con il cappotto rosso entra nel portone, il portiere le guarda le cosce, poi lo sguardo dell'uomo incrocia il mio.
Complicità virile? Potrebbe essere, ma non è rilevante.
Fischietto un pezzo tirato dei Goblin come un nostalgico parassita di queste strade, la sigaretta finisce troppo presto a causa delle folate di vento tiepido, la faccio volare dall'altra parte del marciapiede.
Per stare meglio, bisognerebbe sentirsi sempre in procinto di avere un orgasmo. Mi è capitato, in certi momenti di esaltazione e di euforia. Anche se stai scaricando un camion, veleggi lontano.
Ma nessun orgasmo vale un carico di frustrazioni e gesti ridicoli.
Nessun maledetto orgasmo da cornice bianca.

Ho fatto lo shampoo con vigoria, stamane. I capelli sembrano dei cavi di alta tensione, l'effetto della testa bagnata fa il resto. Indomabili i capelli, indomabile la testa e la fantasia.
L'irregolarità genera crudeltà. Di pensiero e di comportamento. Ad un certo punto la smetti di farti sconti.
La donna con i capelli corti e l'aria triste, nel supermercato incrocio tre volte il suo sguardo e lo distolgo solo per decenza. Polvere di altre esistenze che ti passa sotto gli occhi, non misurabile e non deleteria. In fondo è importante sapere che gli altri respirano, vivono, soffrono, ti guardano anche se poi spariscono.
Mentre prendo i prodotti sugli scaffali mi sento ancora addosso la sensazione dei momenti confusi che precedono un orgasmo. Mi sembra di poter decidere della mia vita in due minuti. Ho bisogno che la mia vita sia una fionda, e le sensazioni i sassi da indirizzare alla luna.
È così difficile restare al proprio posto. Si sbava sempre. Io sbavo della bellezza che non capisco e che non sono destinato a cogliere.

Mi sono alzato alle 4e42 del mattino, ho scritto per un'ora e poi ho cancellato tutto. Sarà per questo che sento questo fuoco nella bocca e nella pancia. Sarà che ho vomitato e non ho visto nulla.
Ho guardato una sorta di telenovela italiana degli anni novanta con Chiara Salerno, “Non basta una vita”. Ho accarezzato la mia gatta e il silenzio non mi bastava, come non mi è bastata l'acqua calda dopo, il getto mi sembrava troppo leggero. Avrei voluto una cascata d'acqua calda addosso, una barriera d'acqua a chiudere la bocca e rinforzare le spalle.
Scrivere, scrivere, scrivere. Urgenza, incontinenza, dannazione.
Alle 4e42 ero il Re della città. Ero il Re della notte. Ho usato la cattiva memoria per comporre velocemente un decalogo da stracciare e convertirlo in coriandoli. Ho ordinato i miei vestiti, il Re della notte impegnato in piccoli servizi.
Nel letto, il mio odore e quello della mia compagna. Fuori, tutto il resto, tutta la follia e la crudeltà da filtrare. Fuori, i ricordi-uncino, il futuro che promette e si trucca, la bugia che fa sangue e i fiori appassiti che verranno a chiederti di rinascere insieme per un accordo di circostanza, per una casualità.
Scrivere, scavare, fare scempio di se stessi e della pazienza, dei valori e dei mezzi che si usano per rendersi visibili, scrivere e rimettere a posto il terreno come uno scrupoloso idiota tornato nel trabiccolo delle sue convenzioni.
Amori come tavoli autoptici, frenesie come code inventate di altre canzoni, il sesso e il bel sesso come suicidio consenziente con diritto di ripristino. E poi scrivere ancora, creando l'equivoco di non appassire con il fuoco.
È tutto molto intenso, troppo, è tutto così contraddittorio e veloce, non hai il tempo di ricominciare ad amarti che già sei lanciato nell'arrogante provocazione del prossimo respiro.
È troppo, e non sempre la musica resta, cosa che non aiuta; perché nel silenzio i gesti sono criticabili, contestabili, scomponibili.
Nel silenzio sei sì il Re, ma dal trono vedi il cappio, la forca, la smisurata distesa di vita che non potrai goderti e non potrai controllare.
Cerchi di razionalizzare, di ricominciare ad amarti, o di amarti per la prima volta.
Ma se intercetti il caos, il caos della bellezza, finirai per distrarti e dedicarti ad altro.
Allora scriverai, per cercare di fermare ogni processo e ogni degenerazione, ogni accelerazione improvvisa e ogni violenta percezione di quel che manca, ma la scrittura non ferma, la scrittura genera una scenografia più scura e ricca senza dare davvero pace. La scrittura non è la vita.

Luca De Pasquale, 26 febbraio 2014

25/02/14

Fat City


Fat City” di John Huston, girato nel 1972, l'anno della mia nascita, è un capolavoro assoluto.
Tratto dal libro omonimo di Leonard Gardner, che purtroppo non ho letto, e interpretato da uno Stacy Keach incredibile e da un acerbo Jeff Bridges, “Fat City” è un film che vorrebbe essere sul pugilato e specificamente sul lato non in luce di questo sport, ma finisce per essere un magnifico film sulla vita.
Un film che ti porta all'Inferno, senza ritorno. Quello che principalmente cerco nei libri, nei film, e qualche volta nelle azioni quotidiane: andare all'Inferno con una piccola dose di coraggio.
Fat City” è un film sui perdenti. Assolutamente. Visti senza quella patina di buonismo recuperativo e senza l'insufficiente luce delle candele della speranza. Billy Tully (Keach) è un pugile fallito, ma è soprattutto un uomo che ha fallito e che fallirà. Lo dice la sua storia personale, l'essere stato abbandonato dalla moglie, l'aver mancato il match della vita a Panama, motivo questo di recriminazioni e sensi di persecuzione, lo dice il suo sguardo vitreo e disperato, lo dimostra la sua insensata e deprimente relazione con una donna alcolizzata e anche stupida.
Keach è gigantesco nel rappresentare un uomo che ha chiuso prima del tempo, la sua presenza fisica è assordante e asfissiante, come lo sarà anni dopo quella di Patrick Dewaere in “Série noire” di Corneau. Strabiliante la somiglianza anche fisica tra questo Keach e quel Dewaere, somiglianza anche espressiva e nei movimenti disperati e disordinati.
È proprio sul finale, magnifico e amarissimo, che Tully/Keach dirà all'amico e compagno di fallimenti Ernie/Jeff Bridges, parlando del vecchio che ha servito loro il caffè, “neanche il tempo di iniziare e già hai la strada sbarrata”, frase che riassume gelidamente il senso stesso del film, girato da un John Huston crepuscolare, spietato.
Non dico e non racconto altro.

Questi sono i film e le storie che mi piacciono. Storie che fanno un male cane e lasciano senza forze per molto tempo, come disorientati, come svuotati.
Sono le famigerate storie di perdenti, banalmente. Ma i perdenti, quando raccontati con sobrietà e reale partecipazione, sono un miracolo di bellezza al quale per me è impossibile rinunciare.
La saga di Rocky non mi è mai piaciuta, tronfia, seccante e demagogica; non sono i film di Stallone quelli che possono assurgere a voce di uno sport così denso di altri significati come il pugilato, tante volte -anche in modo lancinante- metafora della vita.
Il sottobosco della boxe, qui solo tratteggiato da uno Huston comunque con mano ferma, è anche il sottobosco dell'esistenza, popolato da marginali, mitomani, uomini sacrificati, esseri umani già sconfitti dalla nascita, dal contesto, dalle possibilità, dai rapporti con gli altri.
Non so bene quale sarà il mio destino, ma sono certo e convinto che i miei fratelli, fratelli involontari e spesso anche ripudiati, sono quelli, quelli del sottobosco, quelli della marginalità, del pugno a vuoto.
È con queste persone e con le loro storie che ritrovo parti di una possibile verità, la verità che non fa rumore e che, ammettiamolo, non interessa quasi a nessuno. Se ora scrivessi una nota, che so, su un pugile bello e famoso, sarebbe di certo più interessante. Le storie di riscatti e vittorie insperate fanno effetto anche su chi non se ne frega un cazzo delle sorti altrui. Smuovono quella parte fragile dell'emotività di trasporto, ma non lasciano comunque alcun segno.
Di storie vere che somigliano a quella orchestrata da Gardner e Huston su Billy Tully ce ne sono tantissime, e non solo nel mondo della boxe. Si parla prima degli uomini e poi dei pugili.
A quarantadue anni, ho già conosciuto tanta gente che si è fottuta o che si sta fottendo, o che verrà fottuta in qualche modo: non mi sono mai depennato da questa lista, anche quando le cose mi giravano bene. Tutti quelli che ho visto cadere nella polvere, inconsapevoli e storditi, mi sembravano valere qualcosa, nella stragrande maggioranza dei casi. Non è bastato, forse è deciso che non può bastare un ventaglio di qualità poco utili ad una persona, per salvare il culo e parte dell'anima.
Errore da evitare è fare retorica al contrario, per cui non cadrò mai nell'eresia di pensare e dire che tutti i perdenti sono preferibili ai vincenti. Ma in certi sguardi di sconfitta c'è tutto il senso della vita e della resistenza, dei sogni soffocati. E quando un sogno soffoca è una musica che non tutti riconoscono, è un pianto che non vuole guardarsi, è un tentativo di amore e verità al buio, è un grido d'aiuto ovattato dalla distanza e da ingestibili sussulti di dignità.

Stacy Keach/Billy Tully entra nell'indisciplinata folla dei miei eroi, cercate di guardare questo film, se non vi piace solo approcciare e considerare ciò che progredisce, migliora e lascia quieti. Se non avete troppa paura di cadere insieme ad una storia, di caderci dentro e poi riflettere, se non avete la solita cazzo di paura della tristezza, guardate questo bellissimo e dimenticato film.
Nel finale lo sguardo del pugile fallito e dell'uomo fallito Billy Tully ha una valenza che oltrepassa il film. Ci parla di quello che forse riusciremo ad evitare, o forse ci prenderà in pieno. Ma non importa, ci parla onestamente di una grande e insopportabile sconfitta che ci porteremo negli occhi e nei gesti.

Luca De Pasquale, 25 febbraio 2014


Le paure primali e la lingua di Morfeo


Nello studio dell'onirologo Audio Meshama mi sento in imbarazzo. La mia giacca piumotto verde è fuori contesto, rapportata all'eleganza dell'ambiente. E questo vale anche per la barba sfatta che esibisco, insieme ad un vecchio orologio Casio viola che ha fatto il suo tempo due decadi fa.
Il professor Meshama è un uomo elegante, alto, un incrocio tra Peter Coyote e l'amatissimo Ric Ocasek dei Cars.
Sulla sua scrivania campeggia una bella foto formato a3 con i due figli e la giovane moglie, una bonazza ardimentosa che ricorda vagamente Anna Safroncik.
Mi ascolta in compunto silenzio mentre gli spiego che ogni notte, tra le tre e le quattro e mezza, sogno qualcosa di violento a scelta e poi non riesco più a riaddormentarmi.
Vede, stanotte ho sognato che cercavano di defenestrarmi; erano cinque uomini che mi inseguivano nel primo appartamento dove ho vissuto con i miei genitori. Due notti fa, invece, due persone mi tendevano un agguato in un'area di servizio sulla tangenziale di Napoli...”
Lei fa uso di alcolici?”, chiede Meshama, con voce di cashmere.
Sono astemio”
Bene, prosegua”
Inoltre faccio molti sogni erotici, e in genere si tratta di situazioni un po' proibite. Nel senso che i soggetti dei sogni sono persone che non ho mai considerato... oppure che non potrei considerare... e comunque si tratta di sogni selvaggi, come l'altra notte, in cui una mia amica mi faceva assistere ad un filmato porno dove si prodigava in diverse irrumazioni”
Lei ha regolari rapporti sessuali?”
Sì”
Appaganti, signor De Luca?”
Mi chiamo De Pasquale, comunque sì, appaganti”
Non importa. Dunque viene meno la componente evasazionale”
Eva... ah, capisco. No guardi, sono a posto su quello...”
Non si è mai a posto in quei contesti”
Non so che dirle, io sto bene da quel punto di vista, almeno in quello”
De Luca, questa è una sua considerazione. Il fatto che lei non riesca a riaddormentarsi dopo queste fasi oniriche indica una componente d'irrequietezza che la vita sociale non attenua, anzi esalta; e poi lei è in preda a paure primali”
Primitive?”
Ho detto primali, la prego”
Mi scusi, qual è la differenza?”
Non importa. Lei sogna di succhiare il pene di un suo amico?”
Col caz... no, non è mai capitato. Mai capitato. E mai capiterà”
Mai dire gatto se non ce l'hai nel sacco, De Luca”
Ma chi è questo sacco di stipsi?, mi chiedo. Comincia a parlare come Renzi e pensa pure che nei sogni spompino degli uomini, questa non gliela passo.
Fa dei sogni a tendenza omosessuale?”
Le ribadisco di no. Io sogno donne. Donne, capisce? Solo donne. È sempre stato così. Sono un eterosessuale invasivo, non so se sono stato sufficientemente chiaro, professor Meshama”
Le piace il cioccolato bianco?”
No, preferisco quello nero fondente”
Lei ha praticato del satanismo?”
Solo mentale, dai quindici ai diciassette anni”
Da bambino si succhiava le dita?”
Ancora con questa storia di succhiare, maledetto idiota.
Non succhiavo niente”, rispondo irritato, “aspettavo solo con ansia il tempo di ricevere”
Suo padre era di colore?”
Non che io ricordi, professor Meshama”
La sera mescola carne e formaggi salati?”
Direi di no”
Lei fuma? Fuma molto?”
Un pacchetto e qualcosa al giorno”
Fuma prima di dormire?”
Fumo anche quando dormo e quando sogno, se è per questo”
Lei pratica esercizi fantasmatici prima del sonno?”
Esercizi fantasmatici? Mi illumini”
Lei esercita la fantasia prima del sonno?”
In un certo senso, perché scrivo. Ho un blog, 'Fumo, inchiostro, uomo' e sto scrivendo un romanzo sotto lo pseudonimo di Marginal Browne”
Io non ho mai sentito parlare di lei come scrittore. Non la conosco assolutamente”
Nemmeno io”
Mi dica i suoi tre sogni più ricorrenti, ma le chiedo di farlo in ordine gravitazionale”
D'accordo. Sogno di inseguire una donna in un prato, di notte, la chiamo, la chiamo, poi lei si gira e non ha tratti del volto; il secondo, sono in acqua, al largo, al buio, e ho un gran caldo; il terzo, sono in casa di qualcuno e e la donna di qualcun altro mi salta addosso e consumiamo un rapporto sessuale molto intenso, molto intenso a dir poco. Le chiarisco che si tratta di case diverse e di donne sempre diverse. Solo che mi sveglio con l'asma, sudato e spaventato”
De Luca, lei ha dei rapporti sessuali regolari e soddisfacenti?”
Me lo ha già chiesto e mi chiamo De Pasquale”
Sogna mai di leccare dei pezzi di legno?”
Questo smidollato è fissato con il leccare.
Io non lecco, professore. Io non lecco, non ho mai leccato, non voglio leccare. Non lappo. Non lippo e non calippo. Non suggo e non irrumo. Non lumaco e non linguo. Spero sia chiaro”
Non si scaldi, De Luca. Lei allora mi fa questo: lei ogni sera prenderà due capsule di 'Supindream 66', e poi mi fa sapere, i fenomeni dovrebbero regolarizzarsi, limitarsi, non dovrebbe svegliarsi più di soprassalto. Però non fumi prima di dormire, e soprattutto non faccia abuso di alcolici”
Sono astemio”
Non importa. La saluto, passi pure dalla mia segretaria per gli aspetti pratici, buongiorno”
Mi alzo, io e il mio piumotto verde, gli stringo la mano che sembra una sardina unta.

Raggiungo la segretaria nell'anticamera. Bella donna, mi accorgo subito che ha le cosce accavallate sino in fondo, deglutisco leggermente e mentre lo faccio scopro che è la sosia di Anna Safroncik della foto.
Ha le calze con dei ghirigori, ho qualche problema.
Quanto devo... ehm”
Signor De Luca, sono ottanta euro”
Mi scusi, signora, ma De Luca è il mio nome d'arte. In realtà il mio vero nome è Marginal Browne”
Oh, lei è di origine americana?”
No, mio padre era delle Antille Olandesi e mia madre di Napoli centro”
Come si scrive il suo nome?”
Le faccio le spelling, e intanto mi arrivano le zaffate dolciastre e peccaminose del suo Narciso Rodriguez d'ordinanza. Vorrei che mi camminasse sulla schiena, con i suoi tacchi, mentre sono intanto a sparare a qualcuno che mi sta sui coglioni. Sarebbe un doppio piacere. Ma sono zaffate evasazionali, come direbbe suo marito.
Le lancio un'ultima occhiata alle cosce tornite e scompaio, incassato nel piumotto verde, dando uno sguardo al Casio viola di era duraniana.
Appena fuori, accendo una sigaretta e mi viene in mente che davvero non ho mai pensato di leccare nulla, tant'è che odio lecca-lecca e bomboloni. Mi danno fastidio visivo.

Alcune ore dopo, prendo due capsule di Supindream 66 e mi infilo a letto con un maglione zafferano, completamente spettinato.
Sogno la sosia di Anna Safroncik che mi insegue con un pezzo di legno, indossa dell'intimo smeraldo e probabilmente si è versata addosso un'intera boccetta di Narciso Rodriguez, io fuggo ma sono eccitato ma perdo i sensi e poi mi sveglio tutto sudato, demolito dall'esterno e dall'interno.
Mi alzo. Tutto tace e siamo alle solite.
Preparo il caffè, sono le 3e42, avrò dormito a stento due ore, può anche andare.
Riprendo in mano il manoscritto a nome Marginal Browne, mi infilo le cuffie e mi rilasso con "Hold your fire", il primo disco dei Rush che ho comprato, circa trent'anni fa. Fu una grande scoperta.
No, non ho alcuna voglia di leccare alcunché. Peccato.


Luca De Pasquale, 25 febbraio 2014

23/02/14

Odori


Cos'è un ribelle? Un uomo che dice no”
Albert Camus

Gli amanti non dovrebbero mai dormire. È tutto tempo che si disperde, un'urgenza non dovrebbe mai scolorire nel riposo.
Mi dico continuamente queste cose ridicole, le sento sottopelle, ne considero la violenza d'impatto e la difficile attuabilità.
Arriva la tempesta e io desidero il maremoto; arriva il maremoto e allora voglio il lancio nello spazio.
Frenesie continue che si possono gestire in solitudine, senza confidarsi, senza confidarsi mai.

Quando arrivo sotto il palazzo dove sono stato bambino, è già sera e sono scontento. Molto scontento. Sono un transatlantico a luci spente, affollato di demoni e con espressione accigliata.
Sotto questo palazzo, da adulto, ci volevo fare l'amore. Ci ho passato delle ore, come un ladro, come un palo. Ho consumato pacchetti di sigarette e mi sono tormentato i capelli.
La ricerca della mia verità, utopia dentata, selvaggia, avvolgente, mai soddisfatta, mai tranquilla. I sensi continuamente deturpati dal desiderio del “di più” e tutta la fantasia in dotazione al servizio del non raggiungimento, in un ideale percorso di fiori recisi appena constatata la loro bellezza.

Accendo la sigaretta e guardo le finestre illuminate. Sembrano preghiere di neon, fuochi fatui. Non mi restituiscono l'odore dei miei genitori e senso alla malinconia rappresa, che non vuole confidenti e forse nemmeno amanti.
Sono venuto qui sotto ad ogni nuova relazione, ad ogni successo piccolo o grande, ad ogni dubbio di cuore e di mente, ad ogni nuovo e circostanziato abbandono. Non ho mai ritrovato il vero odore della mia famiglia e il mio odore di bambino. È impossibile che io lo ritrovi. Con chiunque e ovunque.
Devo accontentarmi di questa nostalgia per qualcosa che non ricordo o che addirittura non conosco. Provo rabbia e ispirazione per questo luna park dei tormenti, per questa reiterazione del viaggio fantasma alle origini.

Cerco gli odori che desidero e che vorrei conoscere nelle strade, nei ricordi, nelle donne, nella scrittura, nella musica, nei rituali del piacere e nel silenzio imbarazzato delle distanze, li cerco nei lampioni sotto l'acqua, nelle fontane essiccate, nel volto invecchiato delle persone di un tempo, infine li cerco nel vuoto che critico e combatto come posso, attendendo quello in cui non ho mai creduto.
Soffro stupidamente per scene che osservo, le mani dei vecchi, il loro arrancare per strada, nei pianti dei bambini, nella crudeltà devastante di innamorarsi e sapere che non puoi trattenere nessuno.
Il fatalismo altrui mi secca, mi nausea, mi opprime e mi intristisce. Non ci vedo volontà e forza, nel fatalismo. Mi appare una sconfitta dilatata, di una mediocrità intollerabile.
Tutte le volte che penso troppo, mi sembra di avere sulle spalle delle scimmie morte che mi prendono in giro per il tentativo della troppa profondità; ma io dal sottosuolo provengo e il sottosuolo voglio esplorare. Chi vuole può accompagnarmi, altrimenti non fa nulla.
Sono qui sotto e penso, cosa proverei se da una casa provenisse l'odore che cerco? Non lo riconoscerei, o forse starei male.
Come quel malessere sottile e persistente che si prova quando qualcuno ti ama. Un malessere spesso ingestibile e cruento, che si tiene lontano solo nell'astrazione del quotidiano e nel silenzio.
Perché confidarsi è una follia, anche sotto i cieli dell'amore. È un'autentica follia pensare di comunicarsi in qualche modo. È preferibile ricambiare l'amore, essere dolci, arrendevoli, quasi amorfi.

Alla terza sigaretta, infreddolito, ricordo mio nonno e le cose che mi spiegava. Ho imparato molto da lui. Ricordo tutto. Ricordo ogni libro che mi ha consigliato. Ricordo anche l'atmosfera che volteggiava in casa come un orribile animale notturno quando era in agonia, da solo in ospedale. Avrei voluto tenergli la mano, avrei tanto voluto, ma ero piccolo, dovevo essere all'oscuro di tutto.
L'amore non può guarire tutto.
Ogni nuovo amore nasce sui dolori del precedente, e allora bisogna stuccare, cesellare, ricostruire le fondamenta della persona, la sua capacità di resistenza al bene e alla consapevolezza di essere ancora “amabile”.

Alla quinta sigaretta, decido di andare via. Ho i piedi freddi e la testa piena di sogni che sembrano ricordi. Vorrei essere un guardiano del faro e guardare l'alba sovrastando il mare, con un letto sfatto, una vecchia radio, un'idea ancora integra di possibilità in corso e soprattutto avvolto dagli odori e dai profumi che non ho mai conosciuto.
Mi aspetta un corpo a corpo con la notte, scriverò con lei addosso, con lei che si struscia sulla mia schiena e mi ricorda che sono abbastanza uomo e forte per scrivere anche e finalmente con la bella certezza che nessuno, stavolta, potrà leggermi.


Luca De Pasquale, 23 febbraio 2014

Il ragù di cellulite


Quando ascolto John Martyn...
Quando ascolto John Martyn significa sempre qualcosa.
Significa che la dimensione è per metà sogno per metà realtà; per metà nebbia e per l'altra sangue.
L'ispirazione ha seguito prima una curva sinusoidiale, poi si è tuffata, fin quasi ad azzerarsi.
Oggi John Martyn sostiene l'edificio. Guardo il mio cappotto marrone, appeso come uno spettro in un deposito vuoto, e mi chiedo perché sia marrone. A me piacciono il nero e il blu, di più.
Ho diversi capi di abbigliamento colorati, poi, e quello è un altro mistero. Il giallo mi fa venire mal di testa ma mi piace in certi giorni. L'arancione lo indosso solo in primavera, ma in certi periodi è un colore-nausea.
Oggi mi vestirei in giacca e cravatta, di grigio con cravatta rossa, è più o meno il mio umore, ma passerà. Gli umori passano sempre.

Una stronza bussa per chiedere soldi per i bambini poveri. Quali bambini? Di che invenzione si tratta, stavolta?
Sono per te e per tuo marito, stronza? Per tuo figlio che vuole la playstation? Apro la porta con i capelli bagnati e la liquido, ciao e auguri.
La ragazza con i bigodini e la cellulite prepara una salsa per il suo uomo che la raggiunge a pranzo. Difficile che possa venirgli duro, in un clima del genere; ma probabilmente lui sarà ancora più insignificante e bilanciato verso l'ottusità di lei.

Domenica. Domenica dolce al ragù di cellulite.
Domenica di pompini obbligati, sotto stelle di polistirolo.
Domenica di caute preghiere e di raccomandazioni da tenere sotto il cuscino come un vibratore, domenica di persone che invecchiano senza pietà e si rifugiano in pranzi familiari o in scampagnate tra twitter ed Eldorado.
Domenica in cui la Fiorentina non gioca e quindi il calcio mi interessa pochissimo. Domenica di shampoo e perizoma arabescato per tenere viva l'attenzione del carismatico e misterico amante, uno che magari parla poco e sembra per questo custodire segreti affascinanti.
Domenica di camicia pervinca e sopracciglia stirate per il serioso ragazzo discreto che ama sembrare un dragadonne ed invece ha incertezze di gusto e dubbi impegnativi tra dare e ricevere.
Domenica di parenti rincoglioniti da contentare in qualche modo, portando un vassoio di dolci o la nipotina con le trecce, o meglio ancora fingendo che ci sia accordo in una coppia usurata dal calcare e dalla noia. Tutto procede in senso domenicale.

Domenica in cui mi piacerebbe fare un viaggio su nave, mentre la ragazza con bigodini e cellulite mette i tovaglioli a cuore sulla tavola per il suo ragazzo commisurato.
Domenica in cui si prende atto dell'ispirazione trattenuta, del respiro intelligente che fa rientrare la pancia e l'intolleranza, perché capisci che te la sei presa per poco o per nulla, e che hai esagerato con le intemperanze solo a causa del fiato corto.

La gita fuori porta finirà con una lingua in bocca e le gambe dietro il collo, nell'ennesimo equivoco letterario ed esistenziale.
Alla persona delusa dall'amore va letta una poesia di stampo renale, scritta al buio e con l'occhio guercio, gonfia di retorica del rimpianto e della ricreazione, alla persona che vuole sentirsi viva nel mondo non reagirai con il solito cinismo e con la smorfia da satiro in vestaglia, basta non fare opposizione per renderli felici di esserci.
Ai lettori ammannisci una nota che non va da nessuna parte, se non verso una nebbia sezionata in lembi di stoffa per coprirsi, una nota che non urla e non piange, che non è gaudio ma nemmeno puro nichilismo.
La scrittura dello straordinario è come l'amore per gli amori straordinari, una pura proiezione idealistica. Occorre accaparrarsi un po' di quiete, ed è dunque inutile pigiare come dei forsennati sul pedale del continuo ammutinamento.

Rispetto a me che scrivo con due sigarette in bocca e che non scrivo per appartenere ma solo per dissimulare una presenza-assenza-presenza che di ermetico non ha proprio nulla, ecco che la ragazza che prepara il suo bel ragù di cellulite e affetto assume una valenza superiore. Ha un senso composto, definito, ha un compito ed uno scopo.
Lei e il suo cannarozzo, entrambi vagamente cattolici, entrambi vagamente altruisti, entrambi emotivi su questioni sociali, entrambi abbastanza inesperti per affidarsi ad un voto o ad una corrente di pensiero, loro mangeranno quel ragù e poi eseguiranno una mistura tra sesso orale d'esplorazione, petting da videogioco, carezze con dita accelerate e un po' sudate, infine lui passerà sopra, si inarcherà e la penetrerà, sentendosi chissà chi, chissà come giusto, umano, normale.
Poi fazzolettini, bidet, sorriso, coccolina, coccolina ad angolo di saliva, Dio nelle foto di famiglia, Dio nella sopravvivenza, Dio nella prossima uscita con gli amici, Dio persino nel ragù.
Poi, forse, figlio, figlio da crescere, noia in olio e sale, nonni disponibili, buste al matrimonio, regalo dei nonni e di quel vecchio zio strambo, scopate di quaranta secondi con colpi di tosse e male al petto, e lei che sogna il nuovo attore di Rai Uno e cambia colore di capelli per non suicidarsi senza volerlo.
E io che scrivo, senza nessun senso, senza quell'ostinazione ad essere presenti, senza quella ferocia utile e graziosa che è la voglia di normalità.
Mi inchino alla ragazza cellulite e al suo ragù, è commovente il desiderio di continuità delle persone, è un segno di distinzione, è un marchio bianco su scena nera, idea bianca che travolge il mio inchiostro nerissimo.

Luca De Pasquale, 23 febbraio 2014

22/02/14

Uppercut Blues


Essere pugile non significa soltanto colpire, ma, prima di tutto, imparare a ricevere i colpi. A incassare. A fare in modo che quei colpi facciano meno male possibile. La vita non è altro che un succedersi di round. Incassare, incassare. Tenere duro, non cedere. E colpire al posto giusto, nel momento giusto.
Jean-Claude Izzo, Casino Totale, 1995

Mentre Renzi declama la sua squadra di governo alle telecamere, passo su una rete privata dove reclamizzano un coltello che può tagliare perfettamente zucchini e melanzane, e che allo stesso tempo può fungere da torcia.
Dopo una giornata trascorsa a vedere filmati di incontri di boxe, da Joe Frazier a Povetkin, passando per Harry Arroyo e Alexis Arguello e chiudendo con il mitico incontro tra Uby Sacco e Patrizio Oliva, proprio non mi va di ascoltare la formazione di Renzi.

Amo il pugilato più di qualsiasi altro sport. Mi emoziona profondamente, e ho sempre creduto che è vero, è una scuola di vita, una nobile arte, anche un modo per capire la vita ed accettare i suoi momenti.
Ci sono fasi in cui ho bisogno di abboffarmi di match, i vecchi, quelli che mi hanno fatto tremare, considerato che per vedere i contemporanei non so bene cosa si possa fare, qui in Italia. Qui la boxe è per pochi, sommersa dall'overdose di calcio e di spettacoli vari.

Da piccolo le prendevo. Perché ero lungagnone e goffo, e per me l'aggressività era solo un fatto verbale, un ring di pensieri: l'assalto consisteva nel ferire con le parole. Quando si andava ai fatti, e si andava eccome, io le prendevo. Ci sono stati dei nanerottoli che mi hanno battuto, perché erano dei selvaggi. Picchiavano come fabbri, erano bravi nella rissa, caricavano lunghe sventole a mano larga e non sempre riuscivo a schivarle. Non mi dimostravo pronto alla rissa, preferivo il corpo a corpo maschio ma corretto. Sbagliavo.
Ad una certa età ho preferito smettere di prenderle. Ho capito che nei litigi non si trattava certo di pugilato. Carico di altre rabbie, sociali, correzionali, sentimentali, diventai più spietato. Non esitavo a far volare banchi e sedie e se mi girava prendevo alla gola con due mani. Riuscii solo così a farmi rispettare non solo a parole.
Mancandomi la possenza fisica, ho vissuto per un certo periodo la frustrazione del fuscello, anche se poi non ero tanto leggero. A venti anni ero alto 1,78 per 76 chili, persino un po' in sovrappeso. Ero legnoso, ma la mano era abbastanza pesante. Negli anni ho perso molto peso e la tonicità, tre anni fa sono arrivato a pesare 64 chili. Forse troppo fumo, poco cibo, e soprattutto molto stress e molto disgusto.
C'è stato un periodo in cui ogni sera ho guardato un match diverso, registrato o scaricato dalla rete, per tirarmi su. Funzionava. Mi sentivo meglio. Mi appassionavo come la prima volta, pur conoscendo già l'esito dell'incontro. Mi è mancata molto la boxe, in una fase in cui ho dormito un po' ovunque, arrangiandomi, sempre in fuga, sempre insoddisfatto del nuovo rifugio. Più che le comodità di una casa vera, mi è mancata la possibilità di guardare la boxe e ascoltare la musica con più ordine.
Per fortuna, quello che la vita non mi ha regalato nel corpo me lo ha dato all'anima; da certi punti di vista mi sento un fighter, non molto tecnico, ma splendido incassatore e con colpi a sorpresa. Quando il destino si è accanito, ho cercato di farlo sfiancare, ho incassato e incassato, non pensando di sovvertire il pronostico ma aspirando a finire in piedi.
È ancora così. Non voglio perdere per K.O., voglio ascoltare il verdetto dei giudici anche se sono dieci punti indietro. Basterà per non farmi sentire troppo debole.

Non so quante volte ho visto “The rumble in the jungle”, trovando straordinari tanto Alì che Foreman. Ma ho imparato presto che la boxe non è solo la gloria dei campionati mondiali. E così ho guardato famelico oscure riunioni senza “main match”, campionati italiani con poco pubblico, facili match di rientro per vecchie glorie che spesso finivano molto male, penso al mio adorato Arturo “The Thunder” Gatti che decise di ritirarsi dopo il suo triste incontro con Alfonso Gomez.
La grande suggestione che la boxe ha esercitato su di me prendeva valore, da ragazzo, con la difficoltà cronica nell'assistere agli incontri. Mio padre ed io eravamo costretti ad ingollare quantitativi inauditi di caffè per arrivare svegli alle dirette di Rai Due da Las Vegas o Los Angeles, ma anche dal Messico.
A mio padre piacevano i pugili tecnici ed eleganti, a me i pazzi, gli sconsiderati, anche i poco accorti.
Le mie simpatie erano diverse, spesso slegate tra loro. Tra i pugili che ho amato di più, per ragioni qualche volta imponderabili, Ray “Boom Boom” Mancini, Roberto Duran, Thomas Hearns, Oscar “Ringo” Bonavena, naturalmente Alì e Monzon, Alexis Arguello, Edwin Rosario, Harry Arroyo, Joe Bugner, Pipino Cuevas, Leoncio Ortiz, Oliver McCall, Wilfredo Gomez.
Di Roberto Duran, che ho amato moltissimo, ho vissuto per ragioni anagrafiche la traiettoria discendente, ma a diciassette anni ebbi modo di vederlo in azione con Iran Barkley: vinse a sorpresa, trentasettenne, e guadagnò un'altra consistente quota della mia adorazione.

Senza scadere nella retorica, per me la boxe è un valore. Le storie di boxe, con risvolti umani annessi, mi interessano sempre e mi coinvolgono. Non amo la spettacolarizzazione di personaggi di consumo e preferisco sempre storie sepolte, difficili, come mitologia vuole, ma sono al contempo convinto che la boxe rappresenti una possibilità di riscatto e non di decadenza, come alcuni avversatori sostengono.
Quello che ho visto e percepito dai ring mi è servito nella vita quotidiana, nell'affermazione delle ribellioni giuste, nella reazione alle disgrazie, alle ingiustizie, alle delusioni.
Ancora oggi combatto a guardia bassa, mi faccio colpire, ma accetto la sfida e soprattutto desidero sempre rialzarmi, riprendere la lotta.
Non sono una persona mite ma la mia priorità è la lealtà; voglio essere trattato lealmente, pur se con ostilità. Voglio essere rispettato e rispettare, come uno dei tanti combattenti in giro per il mondo.

Luca De Pasquale, 22 febbraio 2014