31/01/14

Il caffè alle cinque


Era scritto nelle stelle. Oh, sì.
Molti miei ex compagni di scuola sono diventati docenti universitari, saggisti, magistrati, parlamentari, liberi professionisti, imprenditori, eccetera. Io lo sapevo sin dai tempi in cui sedevo, svogliato e antagonista, nei banchi. Le loro facce, le loro famiglie, le loro abitudini e il loro modo di parlare mi permettevano di guardare lontano, ho indovinato nel tempo quasi tutti i loro futuri mestieri.
Nella maggior parte dei casi, posto che non ho conservato rapporti con nessuno, sono contento per loro. È stato abbastanza chiaro, sin da subito, che l'intruso ero io. Ed ero anche ripetente, perché al liceo sono riuscito nell'intento di farmi bocciare tre volte, nonostante alcuni professori continuassero a ripetere a mia madre che valevo qualcosa, che ero molto intelligente.
Mio padre non si presentava proprio ai colloqui, perché sapeva cosa aspettarsi; una serie di reprimende e di annotazioni indignate e qualche volta perfide, condite appunto dalla flebile speranza nella presunta intelligenza pura.
Mia madre invece si immolava, andava con aria rassegnata e non battagliava. All'epoca ero una scheggia impazzita e avevo comportamenti imprevedibili, il più delle volte improntati alla provocazione gratuita e ad un neanche troppo celato desiderio di sfida e di autodistruzione.
Trascorrevo i pomeriggi a scrivere, roba dannunziana di merda per qualche sventolina borghese, invettive antiborghesi senza troppo costrutto, e macinavo jazz e avanguardie per ispirarmi. Un dissociato totale, ma mi garbava. La mia sola presenza in quel liceo borghese e chic era una provocazione ambulante, un paradosso. Non avevo una cristo di lira addosso, non una proprietà a me intestata, non un'automobile da diciottenne, ed alle feste -cui smisero di invitarmi- mi comportavo da guastatore, o bene se avevo puntato qualcuna con la quale sciorinare un acerbo fascino da futuro letterato maledetto. Cose che oggi mi fanno sorridere, ma non sono tenero nei giudizi, in primis con me stesso.
Credo che molti mi considerassero un pazzo, o, se non altro, un disadattato con sfumature aggressive. La mia cattiva fama mi ha seguito anche negli anni della finta pacificazione, quando conseguii un diploma farsa in un istituto privato e tentai sventatamente di fare l'università con qualche metodo.
Non studiavo, continuavo a non studiare, e puntavo tutto sull'improvvisazione e su presunti colpi di genio, oltre che su un'efficace quanto ruffiana dialettica.
Non bastò, per i miei studi e per me stesso: niente laurea, senza troppi rimpianti.
Sono andato a vedere foto e profili di alcuni miei ex compagni su Facebook o su Linkedin, hanno quasi tutti un'aria florida e un po' soddisfatta, sono quasi tutti a capo o guida di qualcosa e di qualcuno, alcuni sono invecchiati malissimo, e parlo del solito binomio capelli/pancia, ma non importa. Certe starlettes che avrei tanto voluto possedere contro un muro e non su un comodo letto, sono diventate madri e hanno assunto fattezze rassicuranti, tondeggianti, nelle loro foto c'è un trucco leggero e un sorriso determinato, un sorriso cerniera tra i loro mondi e quelli mai conosciuti ed inconoscibili.
Tipo il mio. Non sarebbero forse stupiti, la maggior parte di loro, nel venire a sapere che non ho messo in cascina alcuna certezza e che resto uno scorticato vivo, affezionato alla mia zattera malferma e al buco nero del giorno seguente.
È difficile -e sarebbe impossibile adesso- cercare di spiegare a chi ogni giorno deve difendere posizioni raggiunte, status e costruzioni varie, come si vive con questo scafandro addosso del “io vado avanti, tanto non ho niente da perdere”.

Non posso farci niente se non tollero chi presume, dall'opinabile “alto” di un percorso più coerente, di poter ergersi a chakrista della prima ora, a karmista salmodiante. Allo stesso modo, per l'indignazione di molti miei conoscenti e altrettante meteore, non riesco a contenere il fastidio -e non l'invidia- per condizioni patrimoniali di rango elevato, soprattutto se si è ancora aiutati dal papi e dalla mami, se ci si trova in contesti nei quali alla peggio ci pensa il papotto, a togliere le castagne dal fuoco.
Post-proletario e totalmente antiborghese, non mi metto a delirare negli autobus o arringare qualche sventurata che si convince di ammirarmi, non mi arrampicherei mai in discorsi su ceti, caste e altro. Mi limito a prendere atto delle differenze, convinto che non sia proprio il caso di sovvertire certe distanze. È da un pezzo che ottimisti di manica umanista sono stati disciolti nell'acido.

Devo ammettere che mi sento in colpa con due o tre persone che rientrano in una delle categorie che avverso. Si tratta di esemplari di borghesi pigri e dai tratti mondani, legati a rituali d'apparenza e al formicolio nauseante della nightlife napoletana.
Si tratta di persone che mi cercano, sostengono di stimarmi, e che non ricambio; vederli seduti sei sere su sette ai tavolini di qualche locale a sparare puttanate che nel migliore dei casi servono a infilare il cazzo da qualche parte, ebbene quello è il mio schifoso pregiudizio.
Trovo questa leggerezza ingiustificabile. Trovo che sentirsi rassicurati dall'idea di essere “inseriti” sia uno schifo viscido.
Ma non è colpa loro. Non hanno mai vissuto vere derive, sono sempre stati sotto campane di vetro o di sterco colorato, per loro le relazioni sono un gioco à la sit-com, per loro amare o essere amati è una marea involontaria di cui prendere solo visione e regolarsi.
In loro non ci sono scelte di sangue, di merda, di disperazione, non ci sono tagliati. Ed io sono un intollerante bastardo, lo so e non mi piace affatto, ma proprio non riesco.

Sono un visionario al 55% e mi accorgo spesso di quando le cose non andranno avanti. Certe amicizie sono impraticabili. Certi mondi sono davvero inavvicinabili. Sono anche consapevole che mi sarebbe difficilissimo frequentare persone con condizione economica e sociale pari alla mia, perché non credo esista una categoria al riguardo, dovrebbe trattarsi di eversivi o pregiudicati, ci sarebbero altre distanze. Mi darebbero del pantofolaio e dell'intellettualoide di merda. Non si andrebbe lontani.
Del resto, il silenzio la sera ha un suo preciso valore. E per silenzio intendo sapere che la gente non c'è, manca, è scomparsa.
A volte può essere una forma di pulizia, smettere di essere in ballo nella vita di qualcuno.
Se manca il coraggio di recidere, in genere mi offro di interpretare io il ruolo del cattivo e magari dell'ingrato. Non porto avanti cose o rapporti in cui non credo e non mi sento a mio agio. E non ci sono deflettori utili a farmi cambiare idea; non la fica, non certi privilegi dell'affetto, non essere accudito dai fortunati e sospinto in gioco dagli ottimisti, che Dio se li fotta tutti con calma.

Sento poche mancanze. Poche, in fondo.
La più bruciante, e ne scrivo sempre, è quella di mio padre. Ho un rapporto particolare con “la luce del padre”, e quando ero bambino decisi senza ripensamenti che il mio compito sarebbe stato risarcirlo dai dolori e dalle delusioni, proteggerlo a costo della mia stessa vita, non deluderlo come uomo, anche se come costruttore di certezze non valevo un cazzo.
Mi manca quel rapporto di protezione, amicizia e rispetto infinito, mi sento un delinquente, mi sento un mercenario malinconico, che è una contraddizione ridicola.
Di fronte alla passione, quel che sia, non ho nessuno scrupolo; ma l'etica mi ossessiona, mi confonde, mi rende spesso inavvicinabile.
Un'etica senza tavole da rispettare, ma pur sempre un'etica. Un senso assurdo dell'onore e della dignità, ma è tardi per essere più elastici.
Mi manca abbracciare mio padre all'alba, quando lo incrociavo mentre preparava il caffè, io di ritorno da qualche amore infelice ostinato e perseguito, io allo sbaraglio nella mia vita ma pronto a rassicurarlo, a rispettarlo, a trasmettergli una “normalità” che non ho mai potuto esibire.
Mi manca la sua pacatezza, la sua prudenza, quel suo riuscire a stemperare la dissennata trascendenza delle mie azioni, sempre votate al massimo rischio di delusione, al massimo grado di improbabilità. E manca, e molto, anche il tono della sua voce, flebile, sussurrato, in contrasto con il mio ringhiare, il mio dibattermi tra turpiloquio sciatto e bisogno di un'eternità mal costruita, manifestazione disordinata di uno sciame di demoni mai tenuto veramente a bada, quell'istinto da sabotare e contraddire continuamente, alla ricerca di una libertà letta in qualche fiaba, nei primi anni di vita.
Senza la luce del padre, il buio ha iniziato a fare male, e a cancellare i contorni degli attimi, mescolando tutto. Me lo aspettavo, ma non è facile.

Luca De Pasquale, 31 gennaio 2014

30/01/14

L'orgasmo telegenico


Sperpero cinque minuti del mio tempo ad ascoltare distrattamente le stronzate di un fashion blogger del cazzo. Stronzate gusto lacca e smalto giallo, fogliame cromatico e mimetico, contorno occhi per un nuovo sguardo sulla realtà. Sono orrificato, sì, proprio orrificato, dalle cazzate che il tizio continua ad inanellare.
Fashion blogger, emozionante professione. Ma vai a farti una succhiata di uccello e rinsavisci.

Mi alzo, faccio due piroette, torno al mio posto. Scavalco subito Mtv, RadioDeeJay, i soliti reality americani con telecamere nascoste. Ma nascoste nel buco del culo? Cuochi, speleologi, aspiranti rockstar, vitaminici mandriani e sboccate cheerleaders dei quali dovremmo seguire il percorso verso il coito, boss nascosti nei camerini, erboristi con poteri magici, una autentica flottiglia di umanità deviata, grottesca, insopportabile.
Spengo. No che non ho mai visto il reality per scrittori, che merda. E i programmi musicali sono quasi sempre una mappina. Preferisco, e me la spasso, ascoltare i racconti di Carlo Verdone, che ho sempre trovato competente e in gamba, sulla Roma rock della sua gioventù. Basta andare su you tube e si respira una boccata d'ossigeno, si sceglie, se si sa scegliere.

Alcune ore dopo, finalmente mi addormento. Oggi non mi sono mai guardato allo specchio. Oggi non ho scelto il mio vestiario, ho infilato le prime pezze che mi capitavano. Fashion blogger del cazzo. Prima di addormentarmi, mi viene da pensare che l'amore ha bisogno di silenzio. Di sobrietà. L'amore non andrebbe mai comunicato, mai. Si dovrebbe amare rispettosamente, in silenzio. Se la smettessimo di urlare il nostro fottuto amore ad ogni angolo di strada, se interrompessimo bruscamente lo svuotato rituale dell'utopia vomitata nei cieli azzurri, si starebbe tutti meglio.
Io amo, tu ami, egli ama, noi amiamo, voi amate, essi amano.
Ma ne siamo così convinti? In certe condizioni, tutto sembra amore, dobbiamo vibrare tanto per convincerci di non far cacare del tutto.
Mi addormento pensando che ho parlato troppo, scritto troppo, sperato troppo, anche se ho smesso in tempi non sospetti. Mi addormento pensando che ho ascoltato, anche troppo. E che come tutti ho voluto credere a quello di cui necessitavo. E che sono stato ingiusto con chi mi ha amato davvero, per inseguire chimere, ed una libertà che invece -ancora oggi- può darmi solo un cielo invernale all'imbrunire o in piena notte.

Alle tre e quattro minuti, l'incubo del sacerdote mi butta giù dal letto. Sono in una casa che non riconosco e ho paura di entrare nell'altra stanza, perché so che vedrò il cadavere di un sacerdote. Mi sveglio lucido, mi tiro su, riscaldo un dito di caffè, mi infilo la sigaretta tra le labbra e mi dico che non c'è nessun sacerdote morto nei paraggi, semmai un pagliaccio disoccupato nella mia schiena e un cowboy nelle mie elegiache fantasie western, si sarà capito che mi piacciono i western e gli antieroi solitari.
Compresso in una potenza da dimenticare, schiacciato dal cielo della casa vera, la mia, aspetto che si facciano le cinque per ricominciare a dormire.
C'è molto silenzio. In un vecchio libro di mio nonno c'era il termine “avellare”, che mi incuriosiva molto. Parola in disuso già all'epoca del mio prendere in mano il tomo, avellare stava per cemeteriale. Ecco, stanotte c'è un silenzio avellare.
E io sono una luce di cuore ustionato, in questa notte di oblò e staffetta tra posizione eretta e cospirazione di sogni simbolo già stanchi prima di palesarsi.

Mi è capitato di stare con una donna solo perché mi piaceva il profumo che emanava prima. O meglio, la mistura tra l'odore della sua pelle eccitata e il suo volgare ed arrapante profumo fittizio, da uscita galante. Durante non mi piaceva, non volavo, e dopo mi irritava moltissimo, con il suo tatticismo affettivo. Il prima mi ha sempre coinvolto troppo. Il prima ha un suo sapore fantastico, è come giocare nei giardini della morte travestiti da stelle. Durante si è umani e bestiali, dopo si è spesso tristi e spaventati dagli impegni che saranno inevitabili. Difficilmente si vola insieme.
Io volevo essere Prometeo, dovevo contentarmi di fare l'Icaro eccentrico, che schifezza. Mitologia deviata, bella roba; di certo meno irritante di quel fashion blogger del cazzo.

Quando sono stato in casa di quella donna che non mi conosceva e non conoscevo, tutti i suoi oggetti mi sembravano interessanti. La storia della sua vita, anche. Le sue mani lunghe e promettenti, i suoi silenzi da veterana, le schermaglie da filmino, la mezz'ora di malizie anticipatorie da motel a tre stelle. Il lone ranger che si prepara all'orgasmo telegenico, alle mani intrecciate, al sudore, al “sono stata benissimo”, al “non mi era mai capitato” e alle bugie di dolore per svicolare verso la codardia dei confronti mancati.
Quando sono stato in quella casa, pensavo al suono del piano elettrico a goccia nel centro della notte, e volevo che lei fosse il pianoforte, l'arpa, la pioggia fuori, la luna e le coperte piegate sulle sedie, per fronteggiare le brevi separazioni.
Ero immerso nel prima, e nel durante che profuma ancora un po' del prima, forse niente di vero, forse un videoclip di bisogni appena un po' più curato della media.
Ricordo quella sensazione devastante, avere voglia di essere abbracciati improvvisamente, senza sussiego e senza solennità, sperando che l'altro non si allontani mai più, mai più.
La paura certa e squallida di provare questo bisogno, la paura di addentrarsi in musica differente e timbri di voce distanti dalle rassicurazioni del proprio pensiero.
E allora fai l'amore, e allora sussurri, e allora ti vergogni per una parola che non hai capito, per una carineria che non ti è venuta naturale, ti dispiaci eccessivamente per un dubbio o un'esitazione altrui, ma sei solo un balordo con la pistola dimenticata a casa, che per una notte vuole tornare forse bambino e speranza, giocando all'amante involontario ma sincero.

Alle sei e trenta del mattino suona per sbaglio la sveglia. Piombo nelle mie abitudini anarcoidi con docilità, non mi oppongo, mi trastullo con biscotti, telegiornali e il contatto ruvido con le mie guance, da fuori filtra una luce che niente rivela e che basterà presumibilmente a non avere dolori al petto e fitte di rammarico.
Ho voglia di indossare una cravatta bordeaux scuro, ma ho paura che indossandola penserei a quel fashion blogger del cazzo.

LdP, 30 gennaio 2014

28/01/14

Il diavolo tra le ciglia


Nell'appartamento della quarantenne sensibile e con inclinazioni artistiche, l'alba ha un suo significato, una sua precisa ritualità, somiglia alle speranze e alle consapevolezze.
Mentre si prepara per andare al lavoro, mette su un po' di musica o forse la radio, fa una doccia tiepida, beve lentamente un caffè guardando fuori la finestra, e ha un uomo che si spera non la faccia soffrire inutilmente, e ha degli amici che sembrano affidabili.
Questa donna piange per le morti e sorride per le nascite, ricorda le parole della solidarietà e si emoziona per le rivendicazioni degli afflitti, cerca di vivere in pace con se stessa e con gli altri.
Forse, quando ama il suo uomo non riesce a concedersi completamente, ma non è da tutti vomitarsi, non è da tutti spalmarsi senza ornamenti. Lei cerca di vivere e di viversi, e nella sua casa il risveglio ha un preciso senso, sarà una giornata in cui cercare di essere migliori o comunque efficienti.
È una vita che cerca di funzionare in qualche modo.

La mia alba è vestita male e non si può fotografare.
Mi alzo con il maglione slabbrato, ci ho dormito, la bocca di tabacco e la schiena dolente. Impiego quasi un'ora per assumere una posizione veramente eretta, acciacchi dell'età che trascuro e sublimo in altre maniere.
Quando il caffè borbotta nella macchinetta, so che non sono sereno, so che mi sento lurido, in qualche modo lurido e distante. Tutti questi tentativi di sentirsi all'altezza della definizione di “esseri umani” mi sembrano un po' patetici e strumentali.
Mi piace la musica dissonante, certe mattine, in cui il basso deve essere oleoso e assurdo, sovraccarico, non mero riempitivo ma maestro di sbavature, di macchie, di complessi incastri ritmici che non finiscono e non possono finire nella pace del brano successivo.
Sogno di essere empio, di ferire. Sogno di essere ingiusto e mi sveglio incredulo, perché sono stato così crudele? Poi mi rendo conto che non è stato reale, che è qualche trucchetto di sensi di colpa striscianti che non ho sodomizzato in tempo.
In troppi credono di rasentare il bello accoppiandosi o dando parvenze di giustezza alle proprie scelte. La giustezza non è un cazzo, o -se qualcosa è- si tratta di un azzardo relativo che non arrivo a concepire.
Potrei scrivere un romanzo generazionale sui quarantenni plus che perdono il lavoro e vivono la tabula rasa, tutti fuori, tutti lontani, tutti commiseranti, tutti inani ma con la bocca piena di saliva e il cuore finto trasparente, ma a che pro? Certi resoconti in fondo sarebbero vigliacchi, sarebbe materia che si vuole fermare, io non voglio fermare niente, io desidero la ruota, e che la ruota abbia anche delle lame.
Non scriverò mai una storia su due esseri che scelgono di amarsi, proteggersi, chiavarsi, procreare, comprendersi; lo facciamo ogni giorno, non c'è bisogno di scriverci pure sopra. Almeno, non io.
Preferisco capire perché un uomo che si pensa anche per bene si possa svegliare una mattina con dei cocci nella schiena e idee difficili, tra nebbie e partenze, rimorsi e aggressioni che non riescono a sussurrare armonie. Preferisco cercare di capire perché si diventa uomini in rivolta, che è sempre un harakiri. Preferisco analizzare le incongruenze, le contraddizioni, il continuo tradirsi, il continuo ritardarsi e anche attardarsi, è il caos che mi chiama, non il grand hotel della pace.

Quando percorro la strada principale del quartiere, poco dopo le otto del mattino, crocchie di impiegati fanno comunella e vanno a prendere caffè insieme, spettegolando, confessando l'inutile, cucendo i panni addosso ad altre figure, in un tripudio di confidenze bolse, problemi al computer, i nuovi telefoni in uscita, la diarrea della moglie, i capricci dei figli.
Si diventa amici -è naturalmente tutto falso- parlando di cose comuni, di problemi comuni, di preoccupazioni comuni; quando il vento cambierà per qualcuno tutto svanirà nel nulla dal quale si è creato.
Per strada, sento il cuore pieno di vento e i guanti non mi proteggono davvero dalle screpolature; mi capita di guardare delle donne, soprattutto se indossano delle gonne. Mi sento uomo abbastanza per pensare di poter dare piacere ad ognuna di loro, non mi è faticoso pensare al piacere, non sarebbe un arrampicarsi sull'ansia delle prestazioni e del ridicolo. È un pensiero ed un pensarsi molto maschio che però non serve a un cazzo. Anche se fossi solo, non farei la posta a nessuna. Il vero mi è sfuggito dalle mani e dallo sguardo, me lo ritrovo navigare nella tazza del cesso o del troppo caffè, non mi sento disposto alla confusione relazionale da molto tempo.
Accendo una sigaretta in prossimità di un negozio di abbigliamento trendy; le commesse che si preparano ad entrare sono dei bei pezzi di fica, e due di loro godranno davvero bene, in modo telegenico, per così dire. Dopo esserti stordito tra le loro cosce, dopo aver schizzato sui loro letti o sulle loro pance, entrerai in una spirale di comportamenti dovuti, di affettuosità rituali, di protezione virile che se mancherai genererà offese e reprimende.
Verranno fatti scomodi paragoni, tu chiaverai ancora ma avrai una fottuta nausea e prima o poi sbatterai la porta.
Nichilismo affettivo”, mi diceva un santocchio tempo fa. Un mezzo cinedo ancora tanto innamorato dell'innamorarsi dell'amore, uno di quelli che ti rompono i coglioni con la storia delle emozioni da seguire. Sciocco prendinculo di tempra molliccia, tutto canzoni sui cambiamenti e paura, tanta paura di stuprare la vita e permetterle di ricambiare, di sfondarti, di invaderti, di umiliarti per piccoli piaceri.

Non partecipo a forum letterari. Mi deprimono. Non mi metto ad inseguire nomi che possano darmi una mano a rendermi più popolare. Mi sentirei una merda se andassi ad una di quelle putride presentazioni solo per arruffianarmi un nuovo barone della scrittura. Anche se si tratta solo di stringere mani e dire cazzate solidali e compatibili, sentirei di offrire il culo su un vassoio, per quel che possa valere il culo della mia anima.
Questa è la china e l'inchiostro, miei cari lettori; si va a rompicollo su una discesa, e c'è poca protezione ai lati, puoi finire in acqua, puoi finire tra le cosce di un'illusione, puoi persino cadere nella trappola della ricostruzione. Puoi parlare con più giudizio e sembrerà che tu sia maturato, questo concetto orrendo, parziale, snobistico, limitato ed infamante.
Maturare”. Per che cosa, di grazia? Per la morte? Ah, d'accordo.

Gli impiegati vanno a gruppi di due o di quattro, io vado a gruppo di uno e non ci guardiamo neppure. Ho altri cazzi per la testa e altre questioni dentro.
Un vecchio raccoglie la merda del suo cane. Mi fermo a guardarli, il vecchio ha una faccia onesta e non sembra passarsela troppo bene. C'è anche quello del bar, il proprietario, che sta finendo in miseria per il demone del gioco. Peggio per lui.

Per l'ennesima volta, mi passa per la testa di entrare in chiesa. Ma lo trovo offensivo, perché non sono religioso. Non lo sono mai stato. Mi sentirei di profanare sacralità che non mi appartengono.
Mi sento bruciato, di passaggio, so di essere più tormentato di un attore nevrotico, ma non è questo un buon motivo per entrare in una chiesa con una faccia da fesso. Che non capisce e ha disagio.
Tutto ciò che è dogmatico mi ha sempre terrorizzato, sono sempre fuggito; non ho la minima capacità di adeguarmi a precetti di nessun genere.
Eppure, qualcosa mi dice, e non da ora, che qualcosa di divino è dietro di me, nei boschi dove non metterò mai piede, ed è per questo che mi sento così parziale, così consapevolmente schiacciato dal peso del mondo.
Non andrò a fondo in questa vicenda.

L'impiegata della banca sembra un'attrice francese, faccio pensieri confusi, poi dimentico. Dimentico, anche se me ne ricorderò quando scrivo.
Sono alla terza sigaretta in mezz'ora e sono quasi arrivato a destinazione. È una giornata senza colpi di scena e senza comprensione, senza complicità e senza obiettivi comuni, nessuno mi chiederà di essere sincero o di fare la cosa giusta.
Mi sembra già tanto.

Luca De Pasquale, 28/1/2014

26/01/14

Pat Garrett


"Non ho paura di morire come un uomo che lotta, ma non vorrei essere ucciso come un cane disarmato"
Billy The Kid

Mi tiro su come un pazzo alle quattro del mattino. I vetri sono appannati, sono cieco di cuore e di sesso, la civetta non canta all'alba e dunque nessuno morirà. Ancora.
Al telefono mi hanno parlato di miracoli ma a me i miracoli fanno abbastanza schifo. È così isterico vestirsi di miracoli.
Mi ha anche chiamato un tizio che mi proponeva un lavoro, ma non aveva le idee chiare e quindi l'ho mandato affanculo.
Altri hanno desistito, perché a volte ho avuto un comportamento un po' selvaggio.

Conosco un tizio che dopo aver sborrato si sente Dio, soprattutto se al suo fianco si stiracchia una gatta in esemplare unico. Corre in bagno con passi maschi e si infila per primo sotto la doccia, dalla quale fuoriesce con i capelli all'indietro, la sigaretta in bocca e un accappatoio pregiato. Lui esercita potere prima, durante e dopo.
Qualche volta gli capita di passare una mano nei capelli della sua partner del momento, ed è maschio e breve.
Conosco quell'uomo e lo stimo per altri motivi che non per l'efficienza del suo cazzo e dei suoi modi.
Io dopo l'orgasmo vado in tenebra, sono un illogico e minuscolo dominio del diavolo, faccio storia per la mia storia e faccio distanza per rendere le lacrime piccoli ruscelli che non vogliono sfociare da alcuna parte.
Quell'uomo si morde le labbra quando viene, e gli esce una voce cupa, roca, penetrante.
Ogni volta che vengo, uccido una parte di me che mantenevo calma e seminascosta. Poi devo ricostruire. È un gioco al massacro, ma non mi sono mai tirato indietro. Troppo facile essere contenti, troppo facile soddisfarsi e pulirsi, troppo banale siglare l'aggiornamento del patto d'amore. Troppo una farsa.

Pat Garrett è ancora il mio eroe.
Un tutore dell'ordine con un cuore fuorilegge. Troppo semplice parteggiare per Billy The Kid. Anche se Billy The Kid è da amare totalmente, è anarchia vera senza lieto fine.
Mi sento un Pat Garrett qualsiasi tra la folla della funicolare e della metropolitana, a cena con gli amici, a letto con una donna, quando mi trattengo dallo sputare in bocca a qualcuno.
Il cinema di Sam Peckinpah mi ha insegnato molto più di quella scuola di merda, quel sottoinsieme di pigri girini borghesi, quel cumulo di nozioni senza senso, quei professori fascisti e quei docenti solo apparentemente di sinistra, ma senza palle e anche snob.
Mi sento Pat Garrett e applico la legge senza troppa convinzione ma con professionismo, sapendo che non posso varcare di nuovo quella linea appena superata, quel piccolo ranch di confine dove agisci solo d'istinto, di speranze, di ribellioni sincere.
Sam Peckinpah mi ha insegnato il valore della libertà di fronte all'abuso, e mi ha ricordato quanto può essere liberatorio andare incontro alla disfatta con un “why not?” autentico, perché non si può essere sempre dei cagoni e degli organizzati cronici.
Ancora mi emoziona l'urlo di Lyle Gorch/Warren Oates alla mitragliatrice, mentre muore in “The wild bunch”.
Attribuisco un valore agli ammutinamenti, alle reazioni, al rischio, attribuisco un valore esagerato -e ne sono consapevole- alla logica che amo di più, quella di sentirsi liberi da vincoli e pronti ad un sacrificio che somigli alla verità.
Idealismo? Ma chi se ne fotte delle definizioni, ormai.

Sono stato in prigione.
In riti familiari dai quali sono fuggito a gambe levate. In rapporti asfittici e di amorosa prevaricazione, che non sarebbero serviti a nessuno dei contraenti. In amicizie bloccate su regole fasulle di non criticità, dove se scantoni sei un bastardo e non uno che cerca di non darla a bere per troppo tempo.
Sono stato in prigione anche lavorando per sopravvivere, mi hanno chiesto di dire che la merda era buona e io non l'ho fatto, mi hanno chiesto di togliermi il cappello di fronte all'autorità ed io ho segnalato che non uso cappelli e non conosco autorità.
Mi sento sempre più Pat Garrett, e mi piace. Mi piace anche se non trovo mai il letto fatto, la strada sgombra, il sorriso fiducioso dello sconosciuto cui qualcuno ha parlato di te.
Chi pensa che hai toccato il punto più basso, ignora che sei un uomo e non un programma di accaparramento comodità.
Chi vuole allontanare la musica e la vita dal tuo cuore, cercando di ingabbiarti in un reticolo di atti obbligati e conseguenze previste, ebbene costui è solo un buffone.
Ho il cuore fuorilegge, e chi lo nega, ma sono stanco di scappare. Ho una stella in petto, è vero, ma la notte mi è ancora difficile dormire perché riesco ancora a pensare al giusto che mi sfugge.
Vestito varrò qualcosa come trentacinque euro, vivo tra oggetti e muri che valgono poco di più, ma mi sento Pat Garrett.
E mi sta bene, mi sta più che bene. Perché al tramonto sarò ancora divorato dai dubbi, e i dubbi portano umanità.

Luca De Pasquale, 26 gennaio 2014

25/01/14

Il cowboy


Ci piace considerarci come potenziali passioni ambulanti.
Ci piace credere di poter essere in grado di vivere chissà cosa, con quale intensità, con chiunque.
Ci piace pensare che siano state le circostanze a spegnerci.
Ma molto spesso siamo immobili, siamo solo chiese abbandonate. Siamo buoni solo per qualche foto ricordo, come luoghi che sono già stati, come luoghi svuotati che chiederanno un briciolo di storia della memoria. La memoria di qualche cretino di buona volontà.

Al supermercato ho un umore da cattedrale gotica infestata da corvi, ma lo stronzo che mi conosce non lo capisce e continua a chiedermi se so di certi dischi e della situazione infame dei negozi di dischi, che sviluppi ci saranno, eccetera.
Mi insegue fino agli scaffali delle specialità di pasta, mentre la filodiffusione del supermarket inonda il tutto di vomitevoli canzoni italiane da aspirapolvere. Mi parla all'orecchio, mescolando saliva e foga comunicativa, mentre esito tra i surgelati e non mi abbandona nemmeno alle casse, dove è la fila che mi frega definitivamente.
Il tizio mi dice che mi vedrebbe bene a lavorare in Germania. Non rispondo. “Io ho un cugino a Braunschweig”, mi dice, e non capisco se mi sta offrendo un gancio o meno. Decido di fottermene.
Mentre la sformata cassiera mi rumina la gomma in faccia e sbuffa ogni qualvolta passa un prodotto, mi passa per la testa un'immagine fastidiosa, io ricco, io molle e selettivo rampollo di una famiglia agiata, io con pretese culturali e tasche piene, io con la testa zeppa di brillanti idee da applicare alla noia altrui. Compreso lo scrivere libercoli identificativi, parlo d'amore e ti ci faccio precipitare dentro, bella signora. Ti indurrò facilmente a pensare di scoparmi, sì sì, perché ho una bella sensibilità da bounty killer.
Quante belle idee avrei se non dovessi scegliere la pasta più economica, il dentifricio da cooperativa, la carta igienica a rischio monostrato. Ma sono alibi, alibi che mi piace smontare da solo, con la stessa caparbietà del bounty killer.
Riesco a mollare l'odioso tipo, proprio mentre mi dice che tanti miei colleghi sono delle brave persone, manco fosse uno di quei discorsi di compendio all'anonima alcolisti. Ma non hai capito proprio niente, orso Yoghi con la prostata sossopra, cosa vuoi che me ne fotta dei colleghi, colleghi di cosa, di quando, mai conosciuti colleghi di qualsivoglia.

Torno nelle strade della mia infanzia, lo faccio apposta ma non sembra una buona idea. Mi sento un cane a due zampe che piscia dove gli capita e cerca odori che ha dimenticato per primo lui.
Vorrei ritrovare anche l'odore della brace in montagna, ma non è qui che devo cercare, e chissà se poi l'ho davvero sentito da qualche parte, è inutile che io continui ad accendere sigarette per ritrovare tracce olfattive o mnemoniche in genere.
A via Filangieri mi ricordo di “Ibiza Nites” del meraviglioso trio Kuhn/Humair/Jenny-Clark e di una ragazza che non ho mai più visto. È una continua e grottesca redenzione, fingere che i ricordi non abbiano peso materico, e che siano solo rimuginazioni mezze zoppe.
Con alcune donne mi sono sentito metà bambino e metà zoccola, questo me lo ricordo bene. Quando scrivo mi sento per metà fragile e per l'altra fortissimo, imbattibile, determinato, definitivo. Quando lotto, penso alla sconfitta per arrivare in qualche modo alla vittoria.
Alla fine, mi ritrovo tra una sfilza di negozi dove tanti anni fa sarò anche entrato; non so cosa fare. Le persone di queste strade godono solo quando sanno che è tutto a posto, quando il disegno non sbava, ed io invece sono il contrario, godo solo quando il diavolo mi fa il carnevale sulla schiena.

Ma torno a casa stranamente allegro. Non so, ho voglia di stappare uno champagne, e magari il tappo va di traverso a qualcuno, o direttamente su per il culo. La mia leggerezza psicologica è quasi irritante; fino a qualche anno fa pensavo esclusivamente a conoscere donne, ora la piccola sfumatura è che cerco in tutti i modi di non conoscerne di ulteriori. Un processo psicologico di incredibile complessità, non c'è dubbio.
In televisione becco il cantautore maudit Bobo Rondelli; sono sicuro che farà un bell'effetto su tante signore complicate. Un perturbante pirata dello spirito, con dei bei capelli. Chapeau.
Durante gli anni della merla interiore, con tanto di perenne sensazione di cazzo in culo da parte del destino, ho corteggiato ginnaste, farmaciste, impiegate, segretarie, commesse, dottoresse, inservienti dello spettacolo, scrittrici da ago e ditale, vulvocrati, naiadi da lido campano, sorelle di amici e amiche di sorelle di amici, vicine di casa, ristoratrici tatuate, poetesse da diaframma, promoter mesciate. In ognuna di loro ho cercato un odore, un cazzo di odore che mi guidasse verso casa, una pista illuminata dove planare in divisa e con i capelli finalmente ordinati, ripulito, redento, pacificato.
Volevo essere un bel pilotino pulito. Niente, un cazzo.
Tornavo nelle mie capanne più spennato e scapigliato di prima, con in aggiunta una serie di equivoci da penombra e astio millenario che ancora oggi, da parte avversa, non sembra completamente smaltito.
Non ho mai avuto le physique du rôle per fare il seduttore ed ora è fortunatamente tramontata la cattiva abitudine.
Certo, quando ascolto un disco degli America e mi faccio crescere la barba, mi trovo anche un cowboy passabile. Ma nulla cambia; ero molto svogliato e oggi lo sono ancora di più. Uscire la sera è solo una perdita di tempo e di denaro. E poi sei costretto ad avere a che fare con persone tangenziali e di contorno, che è la peggior tortura per uno come me.
“Luca, presentami i tuoi amici, vuoi?”
Amici. Ma di che cazzo stiamo parlando? Ognuno per sé e Dio -o chi per lui- per tutti.
Qualcuna, in un lontanissimo passato, si è addirittura messa in tiro, per i miei amici. Non si sa se per scrupolo o per perversione, ma non me ne importava un granché. In fondo, ero solo un cowboy che voleva sedersi a guardare il tramonto mentre la mia donna preparava una zuppa calda.
Le situazioni aggregative mi hanno fatto prima impressione e poi schifo, oggi mi lasciano completamente indifferente.
Ognuno di noi, a turno, rompe il cazzo agli altri con le sue immarcescibili ossessioni da travisare, che siano ex partner, che siano alchimie di pelle mai andate a segno, che siano frustrazioni lavorative o dissidi familiari di antichissima genesi.
Prendo a calci in culo il mio ingombrante passato ogni giorno. Quel vecchio asino mi fa perdere smalto e tempo, e così gli ricordo che deve restare ai margini con delle sane pedate. Se qualche volta ho dato l'impressione di voler essere guidato o salvato, per forza capito o sostenuto, ci dev'essere stato un grossolano equivoco.
Sono solo un cowboy, ormai un po' guercio. Non faccio numero e non guido mandrie.

Il lettore Nicola Maria G., dal Cilento, mi chiede come mai scrivo di me se poi non mi giudico interessante. Una domanda congrua, di sostanza.
Gli rispondo con una cortese mail, nella quale gli spiego che non amo farmi i fatti degli altrui, e così espongo la mia persona, ciò di cui in realtà dispongo. Al protagonista ci metto anche il mio stesso nome, e questo è vero che fa un po' pasticciare le cose, ma principalmente dipende dalle intenzioni altrui.
Se chi legge il blog, spiego al dolce Nicola Maria dal Cilento, pensa di avere a che disporre con un libro aperto, ha preso una cantonata. Ma, concludo, non mi interessano un granché le intenzioni dei lettori. Posso rispettarli in modo basico e cordiale, ma finché non ne conosco nomi e storie per me restano delle possibilità.
Con me si gioca alla pari, ecco perché non ho mai risposto a mail di persone che si firmavano come “Mirtilla 74”, “Anima del rimpianto rosa”, “Bambolina by today”, e altre assurde definizioni.
Dato che non scrivo per farmelo succhiare con una maschera veneziana o per dare di cazzo in genere, questi giochetti mi danno solo un senso di nausea e di stupidità.
Ne approfitto anche per rispondere a Maddy-Maddy da Treviso: cara Maddalena al quadrato, tu vuoi sapere se sono metallaro o jazzofilo, la verità sta nel mezzo, come disse una volta Steve DiGiorgio “Io sono in realtà un reietto proveniente dalla musica jazz-fusion, quindi porto un sacco di influenze provenienti da quel mondo”. E le mescolo, mia cara Maddy-Maddy.
Lascio per ultima Rit'Anna, che mi dice di abitare al Vomero; mi definisce “stimolante”, ma al di là del complimento lassativo sostiene di intravedere in me un misto di misoginia e omofobia, una sorta di meticciato ideologico. Semmai sono ginofiliaco, e sono per un verba volant ginecologico, santa Rit'Anna; quanto al “non sei veramente progressista”, io non l'ho mai detto.
In fede.

LdP

20/01/14

Il cervello tra le cosce


Chi appartiene alla disperazione non può appartenere a nessuno”
Ferruccio Masini

Annuso tutti i profumi e saponi della mia donna. Tutti.
Annuso i suoi vestiti, i suoi indumenti intimi, i capelli, il suo letto, annuso persino il suo passato. Annuso perché devo stordirmi. Annuso perché non posso farne a meno. Annuso perché non ho pazienza e cerco di fottermi continuamente. Annuso perché poi scrivo. Annuso perché non sopporto le persone sciocche. Annuso perché devo coprire quell'odore che mi porto dietro; un odore di gentilezza macellata, di cautela andata a male, di rabbia morta a mezza strada tra insonnia e luna. Devo annusare per non crepare.
Quando bacio la mia donna cerco di annullarmi. Cerco di non pensare a niente. Qualche volta ci riesco.
Quando bacio la mia donna sono sincero. Quando bacio la mia donna può capitare che pensi di non volere mai un funerale. Non voglio gente che piange un mucchio di ossa. Non vorrei discorsi e non vorrei che la gente fraternizzasse troppo durante le mie patetiche esequie.
Voglio morire in mare aperto, guardando la luna. La data della mia fine non deve essere a disposizione di nessuno. Di nessuno.
Voglio morire libero. Vorrei morire innamorato e senza mentire. Vorrei morire portandomi dietro tutta la musica e tutto quello che avrò imparato.
Quando abbraccio la mia donna non le chiedo di trattenermi, ma spero che lo faccia, spero che riesca, spero che capisca.

Un tale che conosco è diventato grasso da fare schifo, ma conserva ancora parte del suo fascino. Quando ci incontriamo, lo osservo con indulgenza, lo apprezzo. Penso che ha resistito. Penso che è ancora bello. Penso che la gente non capisca un cazzo di bellezza.
Con lui abbiamo consultato i cataloghi sciupati delle nostre vecchie amanti, e lui è stato morbido nelle valutazioni, senza rancore, equilibrato, posato. Il contrario di me, pazzo per finta, furibondo per gioco, sparito veramente, prestigiatore in fiamme.
Mi ha detto che lui dorme di notte, io poco e niente. Mi ha detto che fumo troppo e ho troppi fuochi accesi. È vero. La sua calma invece è molto bella da guardare e da pensare.
La sua presenza mi permette di smettere di sentirmi, sia pure per poco, una bomba ad orologeria con tutte le finestre spalancate sulla notte.

Me ne sono fregato delle autoreggenti. Me ne sono fregato dei rossetti forti e delle unghie blu o troppo rosse. Volevo gli odori, per stordirmi. Volevo anche disprezzarmi quel che serviva. Volevo essere fuori contesto. Volevo dimostrare che è giusto non menare troppo il can per l'aia con quelle stronzate sull'eternità. L'eternità non esiste e la maggior parte delle parole d'amore sono uno schifo in forma di pomata o unguento.
Desideravo che mi mentissero. Che mi tradissero. Che esitassero in prossimità di volgari verità. Desideravo avere ragione, il Pierrot tutto nero, lo scherzetto del diavolo, l'equivoco sul comodino, l'altarino senza cardini.
Ho desiderato scoprire e poi dimenticare quali uomini della provvidenza venivano scelti dopo di me; quasi sempre dei tipetti morigerati, polvere d'angelo su nuove mutande, liquido bianco come olio su vecchie preghiere.
Dopo aver accolto una difficile nascita fattasi grande è sempre meglio ricorrere a qualche samaritano baciato dal sole: assolutamente comprensibile. Nessun giudizio in merito.

Un conoscente mi fa vedere le foto del suo matrimonio. Solo per educazione non gli faccio presente che non me ne chiava un cazzo. La moglie è uno di quei cessi morbidi da gravidanza sospirata, per il bene della specie. Le loro scenette d'amore sono dei pessimi santini a culo scoperto. Mi irrito, ma resto lì, fumo e mi danno, fumo e inseguo profumi che ricordano profumi a loro volta impregnati di essenze ancora più antiche, fino a prima che nascessi, fino alla pace senza pensieri della mia non vita. Fumo, mentre lui mi mostra immagini bombate, goffe, religiose, ampolle-bomboniera che raccoglieranno un po' di sperma per il giusto istinto a procreare.
Intanto, una madre schiaffeggia violentemente il suo bambino, vicino alla panetteria. Dannata troia. Il bambino piange e piange, lei continua ad urlare, isterica, frigida, nevrotica, piena di regole, di precetti, di perbenismo finito nell'intestino.
Vorrei abbracciare quel bambino e portarmelo via, mentre questo stronzo continua a parlarmi di sua moglie e dei suoi suoceri.
È quasi sera e quest'uomo è felice.
Che il suo dio gli conservi il destino, non posso che augurargli questo.

La precarietà mi fa scivolare il cervello tra le gambe. Ci sono dei minuti nella giornata in cui sarei rotto a tutto. È naturale, l'istinto di degradazione, inutile fare gli ipocriti. Ti passa per la testa di tutto, compresa l'istanza di andare a rovinare qualche equilibrio. Ne hai facoltà, perché giochi senza casacca, non dai di conto e per ora neanche di culo, la coscienza si è impasticcata nell'utopia di mettersi tutto alle spalle. Ci sono minuti nella giornata in cui spariscono i limiti e si può andare allo sbaraglio, il sistema di priorità si bilancia sul fondo e cercando di alzare il tiro stravolge l'idea originale. Il cervello ti finisce tra le gambe, l'epicureismo e la cudeltà sono definizioni vuote e semplici, puoi fare tutto perché ti hanno imposto di non fare niente. E tu non ci stai.

A casa sparo "Fabric 11" degli Swayzak. Finisco nei loro solchi, nel loro magma profondo.
Caffettiera e pacchetto morbido di Camel, il rituale è pronto per leggere un bel libro, con il rumore della pioggia sul selciato e la suoneria del telefono a zero.

Quando è quasi notte, interrompo la lettura di Daeninckx e mi godo fino in fondo, fino in fondo, il flusso Swayzak, ossigeno, rarefazione, astrazione. Con questi suoni si ritrova qualcosa di sommesso ma presente, l'origine, il tentativo di ottenere una qualche libertà nella brevità della parabola che chiamiamo vita. Divento anche io parte dei suoni della notte. Divento il battito profondo che ho sempre sognato, anche se sono già fottuto.
Spero che continui a piovere, e che gli abbracci rubati non nascondano un bugiardino nella scatola anonima che il farmacista pazzo del destino ti ha messo in mano.

Luca De Pasquale, 20 gennaio 2014

18/01/14

Mezzo sogno, mezza festa


L'acqua scende, scende e non torna indietro. La mia immaginazione supera i consumi consentiti, mi rallenta per lanciarmi ancora più veloce tra barriere e divieti, strafottente e disperato quanto basta.
Per chi mi ama di nascosto, per chi mi ama nonostante l'esercito di privazioni sempre accese, per chi ha paura di ammettere qualcosa di vicino all'amore, io sono partito e non so quando tornerò.
C'è chi sceglie di regolarizzare, di spiegare ai miglioramenti e agli aggiornamenti come muoversi tra vene e fili scoperti, c'è chi sceglie di considerare la parola evoluzione come scena di concretezza.
C'è, però, chi preferisce muoversi tra gli scacchi matti, desiderato da regine che sbranano, avversato da viscidi alfieri, nell'utopia di oltrepassare la scacchiera e trovare la libertà.
Il senso di libertà mi assilla, anche in questa sera in cui non mi sottovaluto e so che posso essere amato, anche stavolta che la mia immagine e la mia presenza hanno odore e peso.
So che non si può cingere a lungo chi si muove anche quando sembra che non accada nulla, chi mette continuamente in conto il proprio dolore e quello altrui.
Vorrei tanto, e mi sono spesso obbligato a pensarlo, che ci fossero certezze, certezze colorate, esercito forte e spensierato evoluto negli anni e negli atti, complici e affidabili, calde e riparatorie.
Ma non ci riesco.
Io sono il dubbio, io sono la sorpresa. Anche quella sbagliata.
Io sono l'istinto. Io sono l'ombra nelle foto che non la posseggono ad occhio nudo. Io sono l'istinto trattenuto del quale mi accorgo sempre prima di chi mi guarda, io sono la cosa che non si dice e che poi innesca la scrittura; mi affanno con la trascrizione di verità che già sbiadiscono al primo contatto con la realtà della lettura.
Io sono l'uomo che scrive. Che continua a scrivere. Non scrivo per la mia pace. Non scrivo per anestetizzare le scorie o per spazzarle via. Non scrivo nemmeno per comunicare tutto l'amore che provo per quell'impossibile che mi perseguita.
Dalle difficoltà, a pioggia, a raggiera, a lapidazione privata, ho imparato ad ammettere che aleggia su alcune anime una febbre senza interruzione, una perlustrazione ossessiva delle tempeste, un respirare più forte per ogni sentimento non espletato o sommerso dai timori.
Impossibile arrestare la degenerazione della propria sensibilità, che diventa un eccesso perpetuo, una trottola corredata da lame spietate, un giocattolo fuori produzione che fa bella mostra di sé nelle case ormai disabitate. E nei tantissimi amori differiti, fraintesi, ridotti a sogno dalle condizioni avverse, ridicolizzati dalle troppe parole di rimpianto.
In treno noto la donna con i capelli corvini. Sono troppo scuri e mi fanno pensare al dolore. I capelli scuri mi danno a volte la vertigine della malinconia. Penso per un attimo che potremmo essere felici insieme, e successivamente molto infelici. Gioco impossibile, pensare che una fase metta radici; la realtà si tende agguati da sola e quasi sempre l'individuo non ha antidoti.
Il panorama scorre diseguale. Guardo quella donna e sento che il sesso è un artiglio di disperata opposizione, non piacere da filmino, non spettacolino di umori e lingue. Questo treno metropolitano e sporco mi trascinerà nella casa che ha visto invecchiare i miei genitori e crescere tra mille retromarce questo cuore imbastardito. Non voglio vedermi dietro una donna qualsiasi a spingere e girare un porno inutile, per me e per lei. Non voglio vedere l'espressione viziosa e fasulla di una qualsiasi conquista prima di darmi piacere. Senza tutte queste tenebre assillanti, il piacere fine a se stesso è una macchinazione, non deragli nemmeno, non vai davvero fuori strada, è solo entrare in qualcun altro senza un solo respiro che sia autentico. È vita che si ostenta, è un pranzo pantagruelico in un ristorante fuori mano, si torna a casa con il mal di stomaco e il fiato pesante.
E quella bonomia speranzosa che viene fuori dopo il sesso, è la più lurida delle sirene, il più sciocco sigillo che vuole ergersi a spettacolo, a sincera rappresentazione.
Dopo il sesso, io sono già via. Inafferrabile, bambino mercenario che non riesce, tante volte, a dichiarare le sue prestazioni come insistenti equivoci di speranza.
Mentre molti sguazzano tra certezze senza verifica, io vomito per avere di nuovo fame. Ma mi è diventato difficile distinguere i sapori e appassionarmi al farneticante impiattare con stile.
Ai più morigerati mostro carne cruda, ai cinici indico il sole. Cerco in ogni caso di non restare troppo nello stesso posto e sotto gli stessi sguardi, perché quella è infelicità inattiva.

Finalmente, la donna-dolore con i capelli corvini scende. Finalmente non devo più prevedere la sua malinconia. Devo accendere un po' questo cazzo di carnevale. Devo liberarmi l'anima in qualche modo. Mi urge farmi del male diverso per poter misurare la strada e i suoi margini. Mi manca sbavare di illusioni su un vecchio cuscino.
Carezzate i vostri bambini, perché fuori è notte alta e troppi demoni si fanno largo nell'intelligenza, nella considerazione delle cose. Carezzate la testa del vostro compagno mentre dorme, stringetevi a lui e finitela una buona volta di sognare la grande passione, quella possono darvela i viandanti, i passeggeri involontari. Ma sono esseri che giocano continuamente con la morte e con la distruzione.
Il viandante morirà prima che la passione diventi festa.
Il viandante è solo un bambino frainteso, tutelato ospite di troppi precoci funerali, amante in miniatura un tempo e ora gigante di un altrove intangibile, freddo, forse letterario, un altrove dove è sempre freddo e partirà comunque il traghetto della notte per destinazioni di fortuna.
Abbracciate il vostro compagno, apprezzatene la dolcezza e l'affidabilità, gli uomini metà sogno metà morte sanno amare solo il tempo del passaggio.
Non ne vale la pena. Lo dico per esperienza.

Luca De Pasquale, 18 gennaio 2014

17/01/14

Un inizio


So che lei mi aspetta a casa sua.
Avrà preparato tutto. Tutto nei dettagli. In casa ci sarà ordine e pulizia, lei sarà bella, sarà stata perfetta nell'ideare la cena, il dopocena, quello che dovremo dirci e quello che sarà meglio tacere.
Sono sotto il suo portone, mi sento un ladro. Mi sento un principe del vuoto che si muove senza carrozza, gli occhi sono una scorta armata e non uno strumento di conoscenza e profondità.
Il vuoto misura il mio stomaco, guardo il citofono illuminato, spavento involontariamente una donna che mi prende per un ladro, appunto, cerco di sorriderle ma sono goffo.
Salirò a casa sua, cercherò di essere brillante e leggero, parleremo di tutto e di niente, probabilmente finiremo a letto e si verificherà quell'atroce illusione dei fuochi d'artificio in camere di bambini.
Esito ancora. Non busso. Pioviggina, c'è un vento caldo e fuori stagione che non porta messaggi e non porta ricordi, nemmeno mi stabilizza.
La tabaccheria sta chiudendo, anche il salumiere, le persone corrono. Questa sensazione di vuoto è strana, mi fa sentire svogliato, quasi costretto ad un po' di felicità, ma è un ferro che mi straccia la schiena, le gambe, amaro cerimoniale di liberazione per demoni e imbecilli che non sapranno usare la libertà.
Quando la bacerò, so che mi sentirò poco aderente a me stesso, alla mia storia, alla quadratura dell'inferno cui mi sono abituato.
E quando la toccherò, avrò tra le mani l'ingombrante bellezza di un inizio, quel passaggio dalla condanna all'esaltazione che ormai conosco e del quale diffido molto.
Sono ancora sotto al palazzo, ho acceso la seconda sigaretta, ho voglia di pisciare e inizio a sentire freddo; non sarebbe meglio uccidere un uomo? Non avrebbe più senso andare per strade senza ritorno?
Non ho paura di lei. Non ho paura dell'amore, mai avuta. Non ho paura delle passioni, mi sono fatto straziare e ho implorato le loro umiliazioni. No, non è paura.
Il vuoto mi spinge agli amori, l'amore mi spinge nel vuoto, non se ne esce. Beati quelli che credono nei progressi, che annotano le svolte e le notizie edificanti, beati loro ma neanche tanto.
Chissà cosa penserò quando avrò la testa nel suo collo, quando dovrò gestire un doppio brivido sul trapezio dei miei vuoti.
Forse mi verrà chiesto “che hai” e io risponderò con il consueto “niente, perché?”
Gli inizi uccidono sempre quel che sono stato e quel che volevo essere. Mi sembra sempre di venire da lontano, da molto lontano, e di non disporre di parole ed espressioni adeguate per far capire che c'è sempre una parte di me non presente, non convocata, ammutinata, forse un bambino preso a sassate, un cane fedele ad un padrone inesistente, un combattente sconvolto dalla mancanza di nemici reali, non saprei.
Citofono, gettando la sigaretta lontano. La sua voce arriva chiara e squillante, ci siamo, dovrò salire. Ho le mani molto calde e di me stesso so così poco, so più di lei che di me, so cosa vorrà, so cosa vorrò da lei, e come al solito non basta.
Non so perché e non sarà motivo di vanto, ma l'amore o quel che possiamo definire come tale, che sia annuncio, promessa o percorso, mi ucciderà, sarà giusto così.
Forse l'amore metterà ordine nel misterioso regno che mi esalta quando avverto la paura, l'azzardo e il passo in quel bianco accecante dove non ho mai voce.
Per le scale, mi accorgo della musica dentro e dei gesti già più calmi e misurati, mi scappa un sorriso, inizio di nuovo ma non dimentico le tante lettere ricevute dal vuoto.
È sulla porta, è bella come ricordavo.
“Ciao”, mi dice semplicemente.
Inizio di nuovo. Cercherò di perdonarmi, almeno per questo.

Luca De Pasquale, 17 gennaio 2014

When you turn away and lock all your doors
When it's getting out of hand, how am I to understand
And then you may think there's no turning back
Running low on self esteem
falling back into your dream

There's this endless hole in the wishing well
Wish you were somebody else
but too afraid to ask for help
Would you play a part in the scheme of things
And I will depend on you, if you show me how to do

We are the troopers, pick up the losers
and turn into a better day
Pick up the sceptics, the non believers
and turn into a brighter day

And the winner smiles and she takes it all
And you are lonely and afraid,
but she doesn't look your way
And they know the drill, taking you apart
And the world that you have known
is a world without a heart

We are the troopers, pick up the losers
and turn into a better day
Pick up the sceptics, the non believers
and turn into a brighter day

Who can tell the price of learning,
steppin out and turn the key
slow and steady fire burning,
feeding on it's elf esteem.

We are the troopers, pick up the losers
and turn into a better day
Pick up the sceptics, the non believers
and turn into a brighter day


THE FLOWER KINGS “World wihout a heart”, 2oo1

16/01/14

Il governo tecnico del dolore e l'affare John Wetton


Proprio non riesco a comprendere i meccanismi di twitter. Non riesco in alcun modo ad appassionarmi alla cosa. Capisco ancor meno la storia del seguire le persone. Ogni tanto mi arriva la notifica, c'è qualcuno che ha iniziato a seguirmi. Il tempo di accendermi una sigaretta e preparare un sugo che già il follower si è dileguato, in chissà quali nebbie. In genere, si tratta di altre persone che scrivono; ti hanno trovato per quello, poi accade qualcosa che deve avere a che fare con l'utilità, un mezzo tornaconto, un calcolo di contatti, ed ecco che emigrano.
Devo dire che me ne strafotto abbastanza, ma la cosa ha un tratto sgradevole e nevrotico. Sul mio account twitter consto di 48 followers, la maggior parte dei quali non mi legge e cerca solo pubblicità o qualcosa che neanche immagino.
Anche i tempi aurei di facebook, intanto, sono finiti. Non sono tagliato proprio per i social, sono incapace di gestirli attivamente e probabilmente me ne frego di incuriosire. Quando ero ingenuo e anche gasato per il primo libro, il mio facebook volava come una colomba un po' troia, adesso è un passerotto senza testa e senza ali, un moncherino di asettica resistenza.
Sono abbastanza scafato da sapere che non si può pretendere di essere seguiti, quando l'attività principale per la quale si è minimamente riconosciuti è distruggere o smantellare. È vero, difficile che io abbia una buona parola, che esprima un concetto costruttivo, aggregante. Non fa parte della mia natura. Già troppa gente ammorba chiunque con la storiella dell'unirsi ed essere più forti. Le voci fuori dal coro già faticano ad alti livelli, figurarsi in questa fanghiglia senza facce, senza continuità, senza reale amicizia, con una stima legata ai capricci della solitudine. Ci si cerca e ci si ama per solitudine, la maggior parte delle volte.
Non accetto di buon grado questa regola, è oltre le mie possibilità di comprensione, non so bene perché ma mi sembra di vendere il culo. Non sono quello che strizza l'occhiolino. Non riesco a contare gli attestati e le proposte e poi farmene bello. In definitiva, il mio appeal ha l'utero retroverso e si trucca male. Non mi sparerò in testa per questo.

Questo sole di oggi, che merda. Mi fa pensare ad abbronzanti al cocco d'estate e alle cotolette al latte che mi facevano vomitare da piccolo.
Mi fa pensare ai tempi del liceo, quando andavo a scuola senza libri e studiavo percorsi alternativi a cinque minuti dalla campanella. Mi fa pensare anche ai compagni di classe che vedevo il pomeriggio e che mi dicevano “il professore di chimica ha detto che se non vieni domani all'interrogazione ti rimanda”.
Quindi decidevo che non sarei andato neanche il giorno successivo. Smanie di compiere azioni sbagliate.
Oggi, non permetterei mai a mio figlio di comportarsi come ho fatto io, perché sono stato un adolescente troppo idealista e quindi coglione. Ho pagato tutto e anche di più. Molte volte sono stato il capro espiatorio per fetidi borghesi senza palle e non mi sono opposto solo perché mi divertivo con gli equilibri della sfortuna.

A Napoli funziona tutto con il ritardo approssimativo, che tu devi tollerare perché fai parte del tutto e non devi essere pignolo, nordico. Ti dicono che ti fanno sapere in serata e ti chiamano dopo dieci giorni, come se niente fosse. Ti scrivono cortesi mail per informarti che nel giro di due giorni avrai notizie, ti ricontattano dopo diciotto giorni spiegando che c'è stato un imprevisto. Uno solo? Faccio spesso buon viso a cattivo gioco, perché a volte non ho la possibilità di dire a qualcuno che è solo uno stronzo maleducato; non ci si può suicidare con tutti, si rimane isolati. Ma mi costano una fatica enorme, la maleducazione e l'approssimazione altrui.
Quasi sempre, a Napoli dopo significa domani, domani significa tra una settimana, “ti faccio sapere” significa “ora non sto comodo”. Per me, tra un'ora significa tra un'ora e basta. Mi trovo male. Mi trovo sempre peggio, a dire la verità. Le eccezioni fanno gridare al clamore, ma non dovrebbe essere così. Sono un tipo puntuale e preciso, ed è per questo che finirò con l'andarmene affanculo in Germania, cercando di dimenticare questo caos e le pastoie del bonario folklore.

Mi chiedono un disco solista, di stampa solo giapponese, il primo di John Wetton, "Caught In The Crossfire". Lo trovo dopo due giorni, in un oscuro store cinese. Informo il richiedente che il costo è di 46,74 euro.
“Ohhh, troppo”, fa il tipo.
“Tanto costa, Adoad”
“È troppo caro, questi cinesi sono dei ladri”
“I cinesi non sono ladri, Adoad. Di questo cd esisteranno in circolazione una ventina di copie al mondo, quanto lo volevi pagare?”
Adoad non si scompone: “Massimo 15 euro”
“Ma allora non te lo cercavo, scusa. Ti avevo detto che era raro”
“20 euro”
“Costa 37 euro, Adoad; ti prego, se non ti interessa chiudiamola qui”
“Posso arrivare a 25, proprio perché si tratta di John Wetton...”
Io penso che John Wetton non ha prezzo. Ma io sono un caso a parte.
Niente, è ottuso. Sono tentato di dirgli che può far indossare una mascherina di Venezia a sua moglie e farmelo succhiare, potrei concedergli lo sconto. Fammelo leccare e se ne riparla. Razza di pervertito.
Ecco: che cazzo dovrei twittare?
“Oggi un cliente taccagno, un rasboffo di culo, mi ha fatto perdere tempo con la storia di John Wetton, maledizione...”
No, non ha appeal. Non funziona per un cazzo. Proprio no. E dunque resto a 48 followers, la maggior parte dei quali non comprende nemmeno l'italiano. Twitting up my ass, dai.

Salta l'affare John Wetton e non c'è la pioggia. Quanto ci metterei a prendere le mie cose e andare via? Non molto tempo. Quanto tempo impiegherei a dimenticare di dover dimenticare? Questo non saprei.
Le mie streghe sono in ogni porto, in ogni stazione, in ogni albergo, in ogni persona nuova che abbia tratti somiglianti al già sperato e già esperito. Non sezionerei mai il mio cuore in pubblico, anche quando sembra. Conservo ogni malattia con cura, non saprei forse rinunciare alle quotidiane passeggiate mattiniere nel cimitero del tempo già giocato.
Mi infastidiscono le attenzioni che ho ricevuto. Le detesto, per meglio dire. Mi confondono e non servono. Sono un piccione viaggiatore che spera sempre nelle finestre chiuse, e ai messaggi in bottiglia preferisco il terremoto.
L'ambizione alle emozioni ti fotte, ti stupra, uccide tutte le tue madri in piazza e poi ti consola con una nuova ossessione chiamata da lontano, il governo tecnico del dolore.
Se ricordo tutte le volte che sono stato sovrano, non posso che sognare la ghigliottina.

Luca De Pasquale