30/12/14

Sesso clamoroso dopo la fiera del legno



Luca, tu non hai proprio idea di quel che è successo quando io ed Ilenia siamo tornati a casa dopo la fiera del legno...”
Fumo in direzione del mare, mentre Naldo mi spiega, per l'ennesima volta nella storia della nostra amicizia, come lui e la sua compagna si danno da fare con i loro utensili sessuali, le loro prove di resistenza e di attrito, il perfetto combaciare dei loro organi riproduttivi.
La fica di Ilenia è perfetta per le mie misure e viceversa; sembra che siamo stati costruiti dalla Lego...”
Ride, ride di gusto. Ha quarantaquattro anni e si vanta di riuscire a fare il tris in due ore: “È incredibile con Ilenia. Incredibile. Non mi è mai accaduto niente del genere. Lei con me viene subito, ma proprio subito... mi ha detto che sono il primo uomo con cui... oh, cazzo, che gioia...”
Certo. E Babbo Natale in genere prende Viagra per le renne. Continuo a fumare. Il mare ha un colore acido e chiazze irregolari di luce increspata.
... dopo la fiera del legno, l'ho presa da dietro. Era ancora vestita. Mi è sembrato di essere entrato nel segreto stesso della vita, Luca. Siamo venuti all'unisono, credo che ci abbiano sentito in tutto il quartiere. Ho urlato, mi credi? Ho urlato, te lo giuro. Mi sembrava di essere entrato in un serbatoio dell'eternità, una cosa che non si può raccontare...”
E tu non raccontarla”
Non ci fa caso, a quel che ho detto: “Le sono venuto dentro perché lei prende la pillola, è come se ci fossimo svuotati insieme in paradiso... e dopo tre minuti la stavo scopando a missionario, e i suoi occhi mi imploravano... 'continua, continua, prendimi per sempre' mi diceva... e io non sentivo stanchezza, continuavo a montare, sentivo addosso una forza che non ho mai provato... tutto questo accadeva dopo la fiera del legno”
Ti ha ispirato”, butto lì, disgustato. Cristo, questo individuo è davvero esasperante. Questo stronzo mi fa venire voglia di strippare coca, infilarmi una parrucca arancione e ballare deep house in un locale per scambisti fino al giorno dopo. Quando sono in compagnia di Naldo, per un motivo o per un altro, penso fisso alla cocaina e ai liquori. Mi fa questo effetto. Le fumiganti gesta del suo uccello quarantaquattrenne mi deprimono come poco altro. Anche ora, quando mi dice che hanno poi scopato anche una terza volta, laterale e tenendosi le dita in bocca, ho la sensazione che il sesso non gli interessi per davvero. È come se dovesse recuperare anni di sofferenze sciocche, anni di arretrati, una sorta di vendetta compulsiva atta a cancellare giorni e giorni di seghe annientanti dopo pranzo, con la madre che lavava i piatti e il padre che guardava programmi generalisti in salotto.
La ragazza che serve ai tavoli ci porta i due cappucci tiepidi, il suo con panna. Digerirebbe anche un fachiro, questa testa di cazzo, con il suo stomaco estensibile.
Mi accendo una sigaretta anche mentre bevo il cappuccio, sono davvero un drogato maledetto. Senza sigarette io sono fottuto, sono un uomo morto. La ragazza dei tavoli non mi piace, ma ha l'aria di una che fa tremare i muri quando fa sesso. Una che ti si allaccia al collo e ti mangia in tempo reale, ti morde, ti striscia, ti sputa addosso e che ti permette un solo valzer sconcio e felicemente indecente, rendendo un'unione come un pasticcio di crema bollente e idiota, giustamente idiota.
Provoco Naldo, che mi ha rotto il cazzo già da quaranta minuti, facendogli notare le movenze da ghepardo della donna.
Quella ti sfascia”, dico con aria da satiro, “ti sventra e poi si addormenta sui tuoi resti. Dev'essere un'esperienza...”
Naldo la soppesa. Il grembiule verde le bomba il culo, sembra una Lamborghini che strombazza per le strade affollate di una metropoli indiana.
Non male. Ma Ilenia è un'altra cosa, te lo assicuro”
Buon per te”
Tu non puoi capire, Luca. Forse mi troverai esagerato, ma ti garantisco che non ci sono parole per farti capire che cos'è quella donna durante il sesso”
Naldo sembra posseduto. E non capisco cosa voglia ottenere. Siamo sicuri che è solo vanità? Verrebbe quasi da dirgli “fammela provare”, ma questo lo penserebbe solo un povero cristo con il cazzo al collo, al posto della sciarpa d'ordinanza. Non sono curioso. Non immagino volentieri la scena di loro due e il perfetto incastro della loro pelle. Durante i suoi racconti, che lo hanno portato a salivare forte e muoversi scompostamente sulla sedia, il mio cazzo non ha dato nessun segno di attenzione particolare. Le celebrazioni sessuali mi annoiano quasi più dei sermoni, della psicologia da supermercato e degli amici salutisti, sono battute in tedio solo dal “positive thinking” di certi falliti e impotenti che conosco.
Ovviamente, non ricambio la merce di Naldo; nessun dettaglio sulla mia vita sessuale, lo troverei oltraggioso tanto per me che per la mia compagna, e poi non descriverei mai il mio cazzo come un divino strumento di conoscenza e di esplorazione. Il mio cazzo, a conti fatti, è solo un cazzo, e l'uomo che ci sta attorno non è nemmeno uno dei più agevoli in giro.

Parliamo poi un po' di musica, anche se ormai sono ammorbato e non metto passione neanche nel confrontare le nostre scoperte discografiche. Parlerei della Fiorentina, ma a lui il calcio non piace, come a tutti gli snob finti alternativi che gli somigliano. Mario Gomez, la crisi contrattuale di Neto, i continui infortuni di Pepito Rossi, l'ambientamento di Basanta, questi sì che sarebbero argomenti sui quali potrei darmi generosamente. Ma a questo calippo indurito il calcio non piace e allora vattene pure affanculo, tu e Ilenia la stritolatrice di prepuzi.
La quale arriva al nostro tavolo, trafelata e avvolta in uno scialle che sembra verdura crespa. Si mollano un bacio aperto, con goccia di saliva e accenno di lingua, poi lei si presenta con il classico “piacere, Ilenia, tu devi essere Luca”. No, ti sbagli, cara virago: sono Lionel Jospin e tu non mi hai riconosciuto.
Con tutti i racconti di Naldo, che intanto le posa una mano sulla coscia, ora che dovrei fare? Chiederle se è vero che farebbe impallidire Linda Lovelace in quanto “riesce anche a nascondere anche la radice quando scende giù”?
Dovrei chiederle con garbo se ha fatto mai a tre o a quattro? Dovrei cercare di affascinarla, con la mia aria malinconica e smarrita nelle ambiguità?
Niente di tutto questo. Non mi passa niente di sessuale per la testa e credo che Naldo dovrebbe smetterla di comporre la sua Edda genitale per ogni nostro incontro.
Inorridito per la sciarpa di verdura di Ilenia, lontanissimo dai graffi e dal trionfo animale della ragazza dei tavoli, penso alla prossima sigaretta e al rendimento di Mati Fernandez. La Fiorentina è una delle mie droghe preferite e nel viola ci passerei la vita e molto di più.


LdP, 30 dicembre 2014

29/12/14

Disordine fiamma scura


Vidi per la prima volta “La stanza del Vescovo” con mio padre, credo nel 1982. Il film di Dino Risi, che la critica aveva maltrattato, tacciandolo di servirsi delle nudità di Ornella Muti e accostandolo ad un certo “cinema vuoto con cosce” tipico dell'epoca, mi piacque da subito moltissimo. Tognazzi era come al solito mattatoriale, la musica di Trovajoli estremamente suggestiva, ma quel che mi colpì fu la storia. Mi piaceva questo Maffei, che girava per il Lago Maggiore in cerca di avventure sulla sua “Tinca”. Mi piaceva ancora di più lo sfondo lacustre al tentativo, da parte del protagonista e anche del vecchio satiro Orimbelli, di mantenere l'idea della giovinezza vivida grazie alle tentazioni carnali e ad un fare disinvolto, gaudente, edonista.
Ma quello che mi risultò irrinunciabile nel film fu l'aria e il volto di Patrick Dewaere, che impersonava Maffei con una maschera stranamente dolente, qualcosa che mi suonava terribilmente familiare.
Da quel film non ho più lasciato Dewaere, uomo difficile e tormentato, attore quasi posseduto dalla sua irrequietezza esistenziale. Come è noto, Patrick si è ucciso nel 1982. Ho sempre sentito una fratellanza inspiegabile con Patrick Dewaere, al punto che ne ho scritto spessissimo e mi sono documentato fino all'impossibile sulla sua vita e sulla sua arte. Di Patrick ho adorato l'arroganza mescolata all'insicurezza, la fretta di vivere e bruciarsi, la sfortuna e lo scalmanarsi senza ritegno, il carattere libero ma soggiogato al suo stesso dolore di vivere.
Da anni vivo in un misurato culto per Patrick Dewaere, come del resto per Valerio Zurlini e per il suo eroe nero Daniele Dominici, le cui immagini penso abbiano tormentato i miei amici ed i miei lettori.
In realtà, credo che il vero Dewaere (e il suo Franck Poupart ne “Il fascino del delitto” di Alain Corneau, un vero testamento di autodistruzione), il personaggio Daniele Dominici, il Richard interpretato da Mathieu Amalric in “Histoire de Richard O.” di Damien Odoul, il Matteo Carati de “La meglio gioventù”, Paul/Marlon Brando in “Ultimo tango a Parigi”, Stéphane/Auteuil in “Un cuore in inverno” e persino il Freddo/Kim Rossi Stuart in “Romanzo criminale” siano tutte unità disadattate al vivere, immerse in tentativi di amore sovraccarichi e votati al suicidio, cellule fantasma a spasso per la vita, con sigarette accese, sguardo fisso e distratto su orizzonti inafferrabili, mani disperate su corpi femminili. Naturalmente, ho omesso un numero imprecisato e ragguardevole di altri personaggi cinematografici ed eroi da romanzo, penso in primis al Pecorin di Lermontov che poi ispirò Sautet per il suo liutaio Stéphane nel citato “Un cuore in inverno” e all'accoppiata formidabile Alfonso Nitti/Emilio Brentani di Svevo.

Di questi personaggi comprendo il meccanismo, la scintilla e la dannazione. Sono arcobaleni falliti o tramonti in fiore, dipende dai punti di vista, dipende dai momenti e dalle prospettive. Sono parabole diseguali e sfuggenti, creature bisognose di spaventose dosi d'amore come del libero arbitrio della fine.
Capisco come i loro demiurghi, eccettuato il vero Dewaere, li fanno muovere e ragionare, capisco che funzione avevano all'interno delle storie dove sono nati e dove hanno trovato la distruzione forse salvifica, comprendo la portata drammatica e immodificabile della loro irregolarità.
A volte mi capita di respirare sul vetro di una finestra, a tarda sera, e di guardare un punto lontano che distinguo poco e male, e di essere invaso da una smania di movimenti contraddittori, paradossali, con la pretesa di essere risolutori, definitivi, senza pensare a nessuna conseguenza. Mi capita ancora di più di osservare freddamente il mio disordine interiore, non dimenticando il ribrezzo che provo per prospettive ordinate, organizzate, senza sbavature. Mi serve, proprio mi serve, inabissarmi quando ne ho bisogno. Ci sono giorni che ho una necessità fisica e dolente di muovermi sanguinando, di colmare spazi e buchi neri con scomposte condotte emozionali, con silenzi interrotti da risate volgari, di pisciare su quel che scrivo e provo, e di ballare mascherato su quella morale latrina che hanno cercato di inocularmi come veleno, come integratore vitaminico, come lacrime sciolte di un Dio vanitoso e accentratore.
Sono anni, tanti anni, che cerco di divincolarmi dalla morsa degli imbonitori con gli slip puliti e i libri sul comodino per sperare ancora, anni che per scrollarmi di dosso la merda dorata del buon pensare finisco per fare male a qualcuno. Ma qualcosa bisogna pur sacrificare. C'è sempre un prezzo da pagare, un prezzo alto e perennemente iniquo, faticoso, contorto, invalidante. Come sabbia negli occhi, pece nello stomaco, puttane plancton a spasso per sogni inermi ed infantili.
Come baci che bruciano e muoiono annoiati sotto una sottile pioggia di primavera equivocata, come giocattoli tarati per durare poco e deludere all'apice dello svago, traiettorie di passione paralizzate dalla fissazione per l'ostacolo.
I personaggi che ho citato, e gli uomini in carne ed ossa che sembrano somigliare loro in più tratti, sono comunque esternazioni semplici di una normalità che diverge, ma neanche tanto, dall'essere umano in quanto tale.
Non siamo, mi consento di annettermi per l'ultima volta al lotto di loschi figuri, quadri deambulanti di disarmonia, disincanto e vocazione al nulla. Siamo uomini. In possesso, forse, di un qualche imprinting doloroso che ci ha condizionati, spesso eredi di qualcosa che non conosciamo, che ci tormenta senza darci un nome davvero riconoscibile per gli altri. Non siamo angeli rovesciati, non siamo eletti al contrario, siamo solo uomini. Possiamo finire su una barca, in un motel equivoco, tra le braccia di un errore, possiamo cercare di catturare una promessa nel vento, sapendo che ci sfuggirà; ma non c'è malafede e nemmeno ebbrezza della diversità. Col cazzo. Baratterei certe mie notti con un intero concerto di Gigi D'Alessio, mi darei vincente se preferissi il romanzetto di catenacci d'amore e scopate all'olio di caucciù piuttosto che andare a caccia, come un rabdomante coglione, di cupio dissolvi letterari pure fuori catalogo e di film introvabili. Per una dose di semplicità durevole mi darei malato al collocamento dei tormentati, e sostituirei le luci blu notte con lampade gialle e con quei maledetti bastoncini d'incenso accesi per celebrare qualche stupida passione sessuale.
Inabissarsi non è altro che uno dei tanti aspetti del vivere. Non c'entra niente il Diavolo, non c'entra la condizione economica e sociale, non c'entrano dark ladies velenose e indimenticate, tutt'altro. Tutto, probabilmente, si spiega con una discendenza distratta e mai comprovabile con una vecchia notte, un momento fermo e disciolto, una porzione di buio impenetrabile e tentatrice, un richiamo involontario.
Come quei profumi che mi fanno girare la testa quando entro in qualche casa, in qualche vita, in qualche soffitta; come quei colori lividi e ultramarini che mi ricordano momenti inesistenti eppure tangibili, quando forse riuscivo, come i miei fratelli di pena, ad essere l'efficace controfigura di un buio ancestrale.


LdP, 29 dicembre 2014

28/12/14

Erotismo a pile e latte cagliato


Il giovane scrittore con il codino fa ironia sulla società attuale. Lo trovo così noioso. Pensa di essere molto moderno e molto inserito nel tessuto di quelli che nel tessuto non ci stanno, o almeno così vogliono far credere.
L'altro scrittore giovane e compiaciuto ringrazia quelli che lo amano e anche quelli che non lo amano con un breve comunicato su facebook.
Grazie dell'anno che mi avete fatto passare”.
Prego, non c'è di che.
Un altro posta per le seicentesima volta il link al suo libro, che si può reperire solo in una libreria vegana di Monza e in un centro yoga alla periferia di Mestre.
C'è poi lo scrittore che ha superato i cinquanta, il quale continua a mettere delle foto che lo ritraggono meditabondo su una spiaggia d'inverno, con una pipa in bocca o mentre gioca con il suo cane. Alcune signore commentano, e anche certe giovani aspiranti scrittrici. Buon post Natale anche a voi.
Infine, uno che scrive saggi illeggibili sul cibo biodinamico comunista ci tiene a far sapere alla sua platea di crostacei che si è fidanzato; con una che sembra avere l'unico pregio di indossare delle gonne a campana.
Fuori grandina. Ho postato delle cose sul basso elettrico. Cadono nel vuoto più assoluto. Anche le mie note, che condivido per professionalità, cadono nel vuoto. Nessuno mi ricambia con una piccola dose di latte cagliato complimentoso, o con una strizzata d'occhio e una scossetta perigenitale.
Poi mi incontrano e mi dicono che mi leggono. Quando me lo dicono, sovente non mi guardano in faccia; scrutano l'orizzonte. Forse dovrei postare più foto di tramonti, o di quando gioco con il gatto, e dovrei anche esibire la mia donna con delle istantanee di felicità. Sembrerei normale, accettabile. Ma non lo farei con disinvoltura, perché sono il primo a riconoscermi non accettabile e da non accettare, per più e più motivi. La mia migliore qualità è di certo quella di continuare senza stare troppo a menare il can per l'aia. Il mio più grande errore, sempre e con chiunque, è quello di non mostrare tracce di illuminazione.
Molti anni fa avevo dalla mia il vitalismo erotico, ma mi sono accorto che è come certe lasagne verdi: va bene una volta, poi stanca. E poi il vitalismo erotico per me non ha il valore delle incisioni ercolanesi o delle poesie di Giorgio Baffo, è qualcosa deve dare conto alle distanze, alle fusioni e alle separazioni, al mare che inesorabilmente divide tutti noi in un modo tragico e divertente.
Il vitalismo erotico mi piace trovarlo nei libri di Vitaliano Brancati; lì lo amo, me ne vesto, mi sento siciliano per una settimana, mi sembra di vivere sotto le vesti delle donne, ma resta che è il vento del nord a comprarmi l'anima ogni notte del mondo.

L'amore continua a salvare il culo di tutti. Il mio compreso. L'amore in ogni sua forma, anche nelle più colossali infedeltà. Anche nel sacrificio, nel ritualismo più loffio, anche nel progettare con un piede sulla paglia dei santi e l'altro nel proprio inferno. In giro ci sono grosse quantità di pulsioni inevase e un sordido livello di contentezza dissimulata. Le migliori accoppiate si vanificano in un sessantanove molto liquido, ci si tradisce per tisane di nuova sicurezza da ingurgitare e pisciare subito, ci si manda affanculo per storie di ex e perché il burro è meglio della margarina e mammà non me la devi toccare, siamo italiani e rompiamo il cazzo con la vecchia e scarnificata storia della “grande famiglia degli affetti”.
Sono stato anche io uno sporco vigliacco. Tanti anni fa incontravo donne con le quali avrei voluto vivere momenti umilianti, rotolarmi nel brago e nel fango con addosso tutte le foto stracciate del passato e del futuro, ed invece finivo a parlare del tempo e a fare la telefonatina da frocetto per sondare il terreno.
Ne vedo ancora oggi, di bamboline di porcellana vigliacche: uomini che fanno i machi e poi hanno paura di farsi sputare in faccia, di farsi umiliare, di rendersi ridicoli nel digrignare delle passioni, uomini che cacano morale ad ogni passo e si sentono bene quando bissano una scopata. Tutto qui.
Uomini che costruiscono cattedrali di bontà marzapane nelle favelas confinanti con il loro ottuso cazzo, uomini galanti per contratto di spavento, schiavi di barbe sagomate, di hobby esibiti, della squallida ossessione della RIUSCITA.
Uomini che si filmano mentre ricevono un bocchino e poi abbracciano la mamma con infinito trasporto, uomini che hanno votato Berlusconi e poi Grillo per esorcizzare il vuoto di ideali e la paura di appartenere ad un'ideologia vincolante. Uomini che comprano pastarelle per i suoceri, che vorrebbero invece farcire di merda; come gli studentelli fessi che da piccoli sputavano nel caffè della maestra.

L'edicolante mi consegna una copia del “Corriere dello Sport”. A volte la Gazzetta è troppo milanese per i miei gusti. Accanto all'edicola c'è un suo amico che si è infilato una mano in tasca per titillarsi il cazzo; mi accorgo infatti che sta guardando le cosce di quella del negozio di vestiti, la quale indossa un gonnellino finto estivo molto corto con tanto di stivali old porno. Quell'uomo è così eccitato che sono convinto senta il profumo vaginale della donna a metri e metri di distanza.
Ma non siamo in un libro di Brancati. Anche i dettagli pecorecci dello sguardo, del passare il tempo, sembrano reggere su una trottola invisibile che può abboccarsi da un momento all'altro.
Giro l'angolo e il vento mi porta quasi via, mangiandomi la sigaretta in un ruggito impressionante. Sento il desiderio di sdraiarmi sull'acqua calda, una distesa infinita di acqua e le stelle sopra, come un film. Sento il bisogno di ventiquattro ore disteso su un tappeto di lievi onde calde, senza parlare, senza ascoltare, senza sognare, senza capire niente.

In una vetrina c'è una camicia giallo canarino e una sciarpa senape. Ardito accostamento. Un traghetto solca difficoltosamente le onde alte, diretto verso le isole. Questa non è la scena dei miei sogni, ma è niente male. Uomini di mare pur senza andare per mare. Uomini tra le onde, osservando turni di rotazione per disperazioni, riscatti, abboccamenti spettrali, ricordi protetti, oasi a pagamento per potersi guardare mentre si sogna e mentre qualcuno osa dirci, “sei bello quando sei felice”.

LdP, 28/12/2014


26/12/14

Il pene errante del borghese Negaflock, gli Anathema e la cessione di Brillante


Think for yourself you know what you need in this life
See for yourself and feel your soul come alive tonight
Here in moments we share
Trembling between the worlds we stare
Out at starlight enshrined
Veiled like diamonds in time...

...could be the answer
Take a chance or lose it all
It's a simple mistake to make
To create love and to fall
So rise and be your master
Cause you don't need to be a slave
Of memory ensnared in a web, in a cage.

Anathema – A Simple Mistake

Lucio Battisti canta “Amarsi un po’” alla radio. Pezzo ancora fantastico, musica e testo. Ma oggi ho in testa, succede a scadenze irregolari ma implacabili, “A simple mistake” degli Anathema. Un pezzo che mi fulminò quando lavoravo nella conca marrone e che non mi ha più lasciato. Amo la musica, il testo, la voce inconfondibile di Cavanagh.

Ne è passato di tempo da quando i primi album degli Anathema spingevano verso un mondo gotico e denso. L’ultima incarnazione della band possiede elementi sognanti, di grande suggestione, è la maturità, è la compattezza e la diversità di ogni percorso.
E così spengo la radio e accendo gli Anathema, in tutti i sensi. È un Santo Stefano pigro, ozioso e gelido. La gente nelle case fa rutti, peti sommessi e si svacca in poltrone vecchie ma comode.
La Fiorentina cederà Joshua Brillante, l’australiano acquistato quest’estate. Sinceramente mi dispiace, mi era simpatico e credo che Montella non gli abbia dato molte chances. “È giovane. Il ragazzo si farà” ha dichiarato il buon Vincenzo, ma intanto lo lasciano fare da qualche altra parte. Mi è simpatico anche Tatarusanu, mi dovrà essere simpatico per forza visto che Neto, un po’ ingrato, lascerà Firenze.
Penso agli Anathema ed alla Fiorentina quando mi arriva la telefonata di Ciro, che per gli amici è Negaflock, il nome che si era dato quando faceva il radioamatore per cercare di scopare.
La telefonata langue da subito, perché vuole parlare di musica e di donne, io no. Sono anni che Negaflock mi tortura con la sua ricerca di gruppi che somiglino ai Marillion e con le sue fidanzate di passaggio, che mi presenta con ostinazione e con le quali non scambio mai più di due parole di circostanza e noia.
Negaflock si eccita troppo facilmente e, per i miei gusti, crede eccessivamente nella razza umana, con se stesso in pole position. Ogni volta che ha una donna nuova sembra che abbia incontrato Dio su una nuvola rosa, e questo io lo trovo disgustoso e di opinabile dignità. Non è neanche uno di quelli che quando fa l’amore concede tutto se stesso, capirai poi che affare. Lui esegue. Si limita ad eseguire. Lui lo spizza dentro e si innamora, non so cosa venga prima. Ho sempre pensato che non gode per davvero. Non gode seriamente perché è troppo concentrato su se stesso e le sue manie di risveglio sensoriale. Quando scopa gli si appannano gli occhiali e ansima come un coniglio impaurito, è quasi incredulo, il gesto del sesso gli appare ancora come un miracolo laico. Non si preoccupa della lei di turno, non credo inizi un coito con il pensiero della soddisfazione femminile. È uno dei rari uomini non troppo avvezzi a fare carte bollate per ottenere dei pompini, perché il suo fondo è moralistico, vecchio e garbato di quel garbo borghese, avventizio, da chierichetto stupito della bellezza.
Quando fa sesso non si disperde come polvere di demone, e dunque nella mia ottica non ha capito un cazzo. Ma non sono fatti miei.
Mi irrita di più la sua fissazione rispetto alla continua scoperta di band che gli ricordino i Marillion. Non so più come fare con lui. Mi tormenta con le sue insidiose domande. Stavolta, ma senza perdere troppo tempo, gli ricordo di farsi un giro con i Twelfth Night, gli Enorm, gli Iris, gli Abel Ganz. Mi chiede cosa sto ascoltando e gli dico Anathema, lui pensa ad un gruppo metal e dunque lascia perdere senza approfondire. Ma ha anche tanta voglia di parlare della sua Mariella, che ha sei anni più di lui. Questo lo fa sentire adulto, affascinante come Fabio Volo e leggero come Pif, questo lo fa sentire progressista, sensibile e parzialmente unico. I suoi amori sono come le sue scelte politiche, sempre sospeso tra la corrente democristiana del PD e le sostenibilità di Vendola, indecisi, di impatto social ma di nessuna portata destinica. Sa però, in compenso, come cacare il cazzo con i suoi entusiasmi. Ora si è fissato che vuole regalare un anello a questa Mariella mentre vanno in taxi a teatro. Lo trova romantico. Troverei più romantico se si facesse mettere un dito in culo mentre limonano in tram andando a farsi una lampada abbronzante, borghese del cazzo.
Mi dice che è innamorato di questa Mariella, e che, parole sue, questa tipa “è brava a fare l’amore”
“Che significa?”, gli chiedo.
“È brava, sembra nata per farlo”
“Tutti siamo nati per farlo, il problema è che ci perdiamo per la via”, puntualizzo seccato.
“Io ho sempre fatto molto l’amore, perché ci credo”, reagisce, con una punta di fastidio.
“Credi nel tuo cazzo?”
“Credo nell’amore e nella sua applicazione”
Sembra che stiamo parlando di geometria. Borghese del cazzo.
A me non piace parlare di sesso. Lo trovo roba da impotenti e da persone ormai acclimatate sul fatto che hanno il pene poco adatto al piacere. Però quest’idiota mi fa diventare scurrile e osceno come un marinaio da romanzo, particolareggiato come un fruitore abituale di pornografia amatoriale e dunque a lui, ma solo a lui, chiedo dettagli di cui non mi frega niente. Per metterlo alla prova. Per verificare la sua resistenza effettiva.
“Gliel’hai leccata? Che sapore aveva?”
“Luca, mi stupisco di te… diamine… scusami, ma non è che…”
“Stupisciti pure, Negaflock. Gliel’hai leccata, hai indossato una maschera veneziana per farlo?”
“Ma no, ma scusa… abbiamo avuto un approccio, ma è stato diverso… non abbiamo fatto che… oh Luca, insomma, abbiamo fatto l’amore. Io ho preferito e sono felice di questo. Non tutto è sporcizia”
Ma sentilo, il campanellino titillante. Lui fa l’amore. Lui non è sporco.
Mi fa diventare bestiale, questo stronzo di borghese danaroso e noioso.
“Dunque niente rapporti orogenitali tra voi. Capisco, Negaflock. Diciamo che penso una cosa: il vostro rapporto potrà dirsi verificato quando avrà superato il banco di prova delle pratiche orali e con maschere veneziane o etrusche. Prima di allora, te lo dico per esperienza, è solo rodaggio”
È basito, il demosostenibile. So che ha voglia di chiudere questa telefonata, so che ha voglia di andare a scoprire un gruppo israeliano che somigli un po’ ai Marillion era Hogarth, so che il cazzo gli tira solo se gli sembra di essere finito in un libro o film generazionale, quelli che si regalano a Natale ai coglioni come lui.
“Ti innamori dei tuoi innamoramenti, ti faccio tanti auguri”, taglio a corto, ricordandomi che mi rimproverano spesso per i toni aspri. Devo scontare tanti di quegli errori da poter eccitare le prurigini psicologiche di mezza città e provincia.
Gli consiglio pure un disco dei Blind Ego. Il servizio è completo, ora può distribuire i suoi anelli sui taxi cittadini, e filmarsi con la videocamera.
La pubblicità di certi amori vale meno di un dito in culo. Anche a Natale.


LdP, 26/12/2014

25/12/14

Viola profondo defilato


Tangenziale deserta la sera di Natale.
C'è una stronza per strada che canta delle canzoncine a tema. Da una finestra aperta si sentono le grida di gioia di bambini che scartano regali. Concepisco Natale come una festa esclusivamente per i bambini. Per il resto è un giorno come un altro.
I guanti nuovi aderiscono bene alle mani, ma l'umidità filtra lo stesso. Il fumo dalla bocca si mescola con quello della sigaretta. Le terminazioni nervose sembrano un'altalena tra luce e buio, tra scosse elettriche e moti sussultori impercettibili.
Il sogno pornografico dell'altra notte era una donna di picche annegata, un sortilegio a brandelli, una mistificazione dell'inconscio. Il tempo scava e tornisce, potente e gigantesco, smussa e massacra, addolcisce e rotola contro cancelli sbarrati.
Il tempo sodomizza gli affanni, li sbatte al muro e li penetra da dietro, senza dolcezza, senza storia da costruire, li ridicolizza con la vitalità. Il tempo rende protagonisti o rifugiati a seconda dei momenti.
Non ho dovuto rispondere ad auguri catene di Sant'Antonio, forse il messaggio è passato anni fa, meglio niente che le finzioni.
Meglio non fingere di ricordarsi di qualcuno solo perché da secoli si mormora in giro che questa notte occorre essere più buoni. Riconosco il pater familias che aiuta la moglie ad apparecchiare e intanto avrebbe tanta voglia di metterlo in bocca ad una puttana e sporcarla, farsi passare quel cazzo di mal di testa.
In sere come questa riconosco, ed è un ghigno allegro, la tentazione della distruzione. In sere come questa io ricordo le bugie e non le pacche sulle spalle, ricordo i procedimenti di comodo, la gentilezza con le emorroidi a grappolo d'uva e non i morbidi materassi che attutiscono le cadute, gli abbracci con le ascelle profumate che non serviranno mai ad un solo vero minuto di verità.

Tangenziale deserta la sera di Natale.
Guardo un cane su un balcone. Lui abbaia. Guardo la luna tra le nubi viola e la tormentosa noia provocata dalle abbuffate augurali.
Guardo al mio interno e osservo un vulcano ancora attivo dal quale pendono fili e fili e fili, liane nere, foulard di troie, salviette rinfrescanti per combattenti, festoni del carnevale frainteso anni ed anni fa, trampolini di carta copiativa per sciocchi atleti della parola. Mi guardo dentro e mi rendo conto che c'è tanta di quella febbre a zonzo per feste, riunioni e incontri che si potrebbe morire di caldo e soffocare, se si decidesse di parlare, oltre che scrivere.
Il dolce di mandorla era bello tra i denti e dopo in gola, ma nello stomaco meno. Come per certi baci. Come per certi ricordi. Come per certi film.
Una ragazza con una gonna grigia citofona nel palazzo di fronte, le aprono, le sue cosce sembrano stuzzicadenti anneriti, chissà che profumo ha sulle labbra, probabile che dopo una zaffata curiosa diventi nauseante.
“Sei tale è quale a... te lo giuro...”
Non giurate. Smettetela di pregare anche quando siete in piedi e siete truccati per vivere. Piantatela una buona volta di cercare sogni e somiglianze ad ogni angolo di strada. Accettate l'alternarsi di bicchieri rotti che tagliano le labbra e calici per brindare con i fantasmi migliori della vostra vita.
Anche oggi riguardo delle vecchie foto. Foto che dovrebbero spiegarmi chi sono e invece sono indizi di una vendetta che è solo a metà percorso. La strada è ancora lunghissima, e per non lasciarla bisogna sopportare delle grandi folate di silenzio.
Ma il silenzio è bello. È totalizzante e increscioso, scivoloso e compatto, è blu con chiazze di nero e di luci al neon. Scopiamo spesso. Non godiamo sempre, ma sappiamo cos'è la gratitudine.
Non intendo recuperare altre foto di quegli anni. È come parlare dei morti. Fiumi di retorica e ricordi impotenti. L'impotenza dei rimpianti e dei rimorsi mi fa schifo più di ogni brutale malattia.
Qui e ora ci freghiamo, qui e ora cerchiamo di non perderci, qui e ora. Qui e ora. Niente si rimanda, niente si procrastina, niente per un secondo momento. Conosco una marea di gente che crede nei secondi momenti. I secondi momenti sono, come si presentino poi, la morte di quello che siamo ora. Qui e ora.
Guardo le foto. Cerco commozione. Cerco indifferenza. Ottengo solo l'effetto di un angelo strabico che scambia un costone di roccia per Lucifero appostato. Rinuncio.
La tangenziale è deserta. Tutti a strafogarsi. Mamme che fanno le mamme, padri che sorridono e vanno a fumare sui balconi, nonni dei quali si scongiura la fine, animali domestici innalzati a templi di dolcezza ravveduta, amanti ai margini, con il telefono acceso ma muto, amanti che accendono il dieci per cento di se stessi con amici di riserva.
Tangenziale deserta. Tenda rossa di fronte a me, luna defilata, nubi viola, foto che ho rimesso in un quaderno, cartoline augurali che hanno sibilato sotto la porta del mio motel senza entrare e senza darmi filo da torcere. Sogni osceni con carte scoperte, ridotte a sfizio simbolico, pagine di un libro svogliato e già consultato, tiro mancino di un inconscio un po' brillo, abbastanza stupido da cercare il colore viola in bottiglie verdi.

LdP, 25 dicembre 2014



23/12/14

Tagliata di carne con puntale


1987. Sera di febbraio, pioggia.
Minuto 4:33 di “Cygnus X-1” dei Rush. Non me lo aspetto, quel che accade nel pezzo. La voce stridente di Geddy Lee, il suo Rickenbacker gonfio e saettante, le ritmiche di Neil Peart, gli arpeggi elettrici di Alex Lifeson.
Cambia il mio modo di ascoltare musica. Sono forse ancora in tempo per andare al centro storico e acquistare un basso, ma lo so che non sarò mai come Geddy Lee. Sarebbe impossibile. I Rush cambiano il mio modo di ascoltare e comprendere la musica, sganciano bombe su Spandau Ballet, Duran Duran e sui cantautori italiani. Non sugli Wham e su George Michael, che ho sempre salvato dal diluvio: romanticismi.
Li ho difesi poco i Rush, nelle sfide verbali circa i gusti musicali, negli anni a seguire. Li ho difesi poco nel senso che non ho partecipato alle tavole rotonde sul vero o finto progressive, non ho raccolto le provocazioni del gustaiolo di turno, questi sono grandi, quelli una latrina. D'accordo, purché tu stia zitto. Tanto lo so che ti piace fare sesso con la band di psicopunk per sentirti ancora membrana fresca e che Demis Roussos ti illanguidisce contro la tua volontà, come è accaduto con le ariose canzoni di Amedeo Minghi.

Mi ricordo del primo ascolto dei Rush nel 1987, ma in compenso ho rimosso tantissimo altro. E non alludo unicamente alla musica.
Se mi siedo in poltrona dopo una sigaretta sul balcone, posso percepire l'autentico sentimento della nebbia, che per metà è un quarto d'orgasmo e per l'altra una tagliata di carne morta con i contorni bluastri.
Mi capita anche quando mi parlano in metropolitana o quando qualcuno tenta di convincermi che la sua vita funziona, che i suoi sistemi sono efficaci ed efficienti, e che l'amore possa davvero essere una religione che non si schizza in bocca da sola.
In questi giorni di palle, puntali e fiocchi su tutto, mi sono seduto in poltrona e mi è tornata puntualmente in mente una canzone dei Coroner, dal fantastico “Grin”, il loro disco d'addio. Un disco di una potenza incredibile, virtuoso, aggressivo, trash innervato quasi di math rock, lento proto-death metal ferale con aperture melodiche, un capolavoro. Quel disco mi dava ritmo nel 1993 e oggi vola come un caccia bombardiere sulle mie città fantasma, ma anche su quei piccoli rifugi dove le persone che conosco riescono ancora a conservare il cuore sotto il cuscino, di notte.

Mi dispiacqui molto quando i Coroner si sciolsero. Erano un gruppo del calibro dei conterranei Celtic Frost, piaccia o meno si trattava di trash intellettuale, per quanto la definizione possa apparire grottesca.
I Coroner si sciolsero perché vendevano poco. Ma era, ed è, uno dei gruppi che mi ha emozionato di più.
Vengo a sapere che i Coroner si sono riformati. Ne sono felice e aspetto con ansia un loro disco, venti anni dopo. La strada maestra ogni tanto riappare.

I posti di mare hanno quasi sempre i muri bagnati e le ringhiere arrugginite. Ci faccio caso di più, perché sto invecchiando. Sto percorrendo la mia strada e mi accorgo di molti più dettagli. Quando agisco, sono più attento all'errore. Perché non è più come prima. Gli errori si pagano. Anche molti anni dopo. Sono più attento a come le persone guardano, come guardano, ed è più facile capire quando si ferisce, si disattende, si mischiano le carte in tavola subdolamente.
Non significa che io sia diventato un'anima pia. Me ne guardo bene, e poi sarei comico. Forse, semplicemente, significa che ho imparato cos'è la nostalgia e come l'indifferenza sia il cemento odioso di strade sempre uguali, senza dei e senza demoni, senza preghiere e senza maledizioni, un'anticipazione della fine in vita, il peggio.
Guardo le copertine dei dischi dei Marillion nella mia vecchia camera di ragazzo semi-uomo, mi viene una certa nostalgia, mi sembra di ricordare tutte le sere di pioggia del biennio '89-'90 e lo trovo sciocco quanto inevitabile. Scongiuravo il peggio ogni sera con una nuova fissazione.

Chiudo gli occhi mentre non prendo sonno, mi sento come un ex ragazzo che vorrebbe andare al cinema per una rimpatriata e lo trova chiuso.
E gli amici che sono diventati adulti, le mogli grasse e spettinate, i bambini che picciano, la voglia di credere finita nelle conchiglie ubriache dei lutti aperti ventiquattro ore al giorno, e avere amanti giovani che convincano, ad ogni appuntamento, della possibilità di rimandare l'invecchiamento, di sfidarlo e abbatterlo come un nemico.
Ma una camera zeppa di orgasmi sbattuti al muro con tutti i respiri e i capelli rimasti impigliati non ha nulla a che vedere con eredità, successione e salvezza, e forse neanche con la memoria.
Per molti conservazione del bene e infedeltà sono ancora come due vecchi pugili che se le danno e collassano all'unisono, per molti è ancora così importante scoprire qualcuno che ci guardi diversamente da dietro le tende, da un computer, da un'idea maniacale più volte messa alla sbarra e obbligata a processi sommari.
Ho perso molti dei giudizi costruiti in anni di intolleranza. Alla fine la nebbia è più suggestiva e riserva più sorprese. Le opinioni sono noiose e le convinzioni assolute sono merdose prigioni.
Quanto al ravvedersi, è solo una sera a teatro. Quando il pubblico sarà andato via, si torna peggiori, bendati, condannati a ripetere tutto il calendario di espiazioni anche allo specchio.

Due anni fa scrivevo su questo blog di Jean-François Jenny-Clark e oggi di Coroner e Celtic Frost. Non sono schizofrenico. Fa tutto parte del bagaglio, saranno anche contraddizioni ma funzionano come pietre da fuoco.
Con le persone non si può fare altrettanto. Aprire le braccia al mondo è sempre un rischio circense, si creano delle sale d'attesa dove si fa entrare senza numero, a capriccio, a seconda dei dettami dell'egoismo e delle necessità più elementari e scheletriche, quelle di ottenere attenzioni.
Cattivi medici di noi stessi, sempre ad elemosinare medicine e pozioni, sempre a riempire e svuotare buchi, con il grembiulino da massaia a lavare cuore e genitali nei giorni di primavera, inventando un pollice verde, una sega circolare per costruire palafitte difettose, alle prese con corsi di sopravvivenza taroccati.
La sera, nel letto, abbiamo bisogno di calore. Ci facciamo proteggere e così facendo proteggiamo di rinculo. Poi, per le fantasie preferiamo rimanere soli, quando abbiamo la quasi certezza delle nostre insicurezze, di modo da giustificare ogni debolezza con il raggiungimento di un nuovo livello di pensiero.

Sono dietro i vetri della mia camera. Nelle case di fronte ci sono luci intermittenti. La fontana nel parco è stata addobbata. Mi fa male la mano sinistra e non voglio che le mie abitudini me la succhino per allontanare il male. Ci sta. E ci sta anche il freddo. Va una cover dei Byrds ad opera degli Ulver, “Everybody's been burned”. La canzone mi si attorciglia come un rampicante e mi rilascia alcuni minuti dopo a compiere gesti meccanici.
Giorni di Natale, nebbia da tagliare a fette, nebbia puntale senza fari. Anni che si accavallano, che si fraintendono e si confondono, spostamenti a destra di una foto non scattata, a sinistra del suggeritore che bisbigliava e diceva solo cazzate.
Nella libreria ci sono dei libri inutili e fastidiosi che non sono riuscito a vendere. Non li ha voluti nessuno. Sono libri di persone che conosco o dovevo conoscere. Di leggerli non me ne frega un cazzo, sono sincero. Non mi ritaglio spazi per complimentare qualcuno. Non “linko” link di link che linkano altri link. Non mi sforzo per recuperare dalla memoria numeri di telefono che mi consentano di giocare all'Ulisse moderno che si è appena sciacquato le mutande e le vene e ha di nuovo una bella voce maschia e presente.
Nel mio regno, Ulisse torna alle ombre e non alle parole. Ulisse ricorda le parole una ad una e non dimenticando dimentica. Ulisse ascolta gli Ulver e accende una sigaretta, stavolta corta, in una notte di nebbia e coltelli affilati per un bel taglio di verità da dissossare.
Ulisse non insegue i lettori distratti e non celebra le manie, Ulisse è solo un film che si annuncia noioso già dal titolo e dunque si risparmia le moine di circostanza.
Ulisse riconosce l'ombra quando è già giorno: ha quindi cambiato nome in tempo.

LdP, 23 dicembre 2014

21/12/14

Il pavone


Odore di notte. Odore di sbagli. Selciato bagnato di umidità e l'ego come un colabrodo, come un canale di scolo per ogni cosa che sembri necessaria e inutile allo stesso tempo.
Metto fuori la coda del pavone e respiro forte, come un idiota in procinto di gareggiare per qualcosa, come in un film americano e solenne, come per guadagnare pezzi pregiati di cibo per maiali.
Pepite per maiali: l'animale caccia la coda, mille colori in mezzo al veleno, il bluff, il menefreghismo accentuato, le bugie di rinuncia, la continua e fraudolenta scopata con il vuoto.
Il mare stanotte è una pozza lunare, la tentazione è quella di simulare indispensabilità per accaparrarmi emozioni passeggere, la tentazione è quella di essere un tentatore, ma sono solo un pavone che si è impiccato ad una cartolina.
È un'idea flirtare con la decadenza, basta essere disattenti e cacciare il setaccio dal mantello. E aspettare. Tutto è precario, è droga per la memoria, è la dose sbagliata con le spalle a dio e al cielo, è la sbornia che non rende allegri bensì crudeli, smantellatori, è la giostra della creatività e dell'improvvisazione ma anche della decomposizione.
Questa musica house del cazzo, il dentifricio in bocca, house liquida a dadini e cazzo a sinistra, il naso di tabacco, il mal di testa, tutta la merda del passato a prendere il sole sulla spiaggia libera a fianco.
Ed io a fare il bastardo in un lido privato, ingresso unico, una sola notte poi mai più.
La croce del cimitero sulla collina, bianca e accesa, a sovrastare tutto quello che non voglio considerare, pianificare, ricordare, proteggere.
La croce in alto e il mare in basso. Ottovolante per giocolieri mutilati, perdite di tempo, baci sporchi per accelerare l'autodistruzione, la mancata responsabilità, baci a pioggia per rifiutare sempre il bel tempo.
Il bel tempo degli altri e le stupide parole di vicinanza, che non sono mai vere.
Sulla sabbia scura, pronti alla corsa, ma lo starter è un fantasma e non ci sono giudici di gara disponibili. Il pubblico è pagato per tifare, per giocare alla famiglia trepidante, il pubblico è pagato per morire appena sarà finito il veloce carnevale.
Le mani e gli occhi non sono strumenti, non sono armi in dotazione, sono demoni sensibili al calore, demoni senza testa, parti del caos, generatori di vortici brevissimi e magagne dell'intuito.
Mi stupro per partecipare, mi stupro per essere ricordato e desiderato, mi stupro per piacere e per diventare languida e minima mania di qualcuno, sono solo un pavone che vuole giocare la mano del morto in un posto periferico, con sirene solo disegnate, amici macchiette e procuratori di distrazioni con il fiato malato di paura.
Ho scritto perché mi divoravo e perché ero uno schifoso pavone.
Ho scritto perché la vita in fondo non mi è mai bastata sul serio, dovevo sovrastrutturare, sabotare, guastare le premesse e adulterare il gusto quel che serviva per andare fuori asse e fottermi.
Se la vita non ti basta, e non basta quasi mai, la logica delle azioni diventa allora la minaccia della morte, il tempo consumato, la spugna che ti umilia e ti implora di continuare a resistere, il tesserino anonimo di numero che si emoziona e piscia amore ad ogni angolo, scambiando le stelle per dio e i baci per appuntamenti freschi con l'eternità.
Corri a casa, con le braghe in mano, sotto la notte che luccica, che brucia e si inoltra dentro te come un teorema di fede confusa e invadente, corri a casa e ti metti a scrivere come un maledetto pavone al quale non basta mai niente.
Poi, quando finisci, c'è odore di legna, di assenza, e non sai bene cosa fare delle tue parole, dei tuoi desideri che si incrociano come lame e fanno meno scintille di quel che prevedevi.

Negli anni del liceo ho scritto per un giornalino che si intitolava “Rene” ed era ironicamente ricalcato sul famigerato “Cuore”. Scrivevo quei pezzi di notte, alla macchina per scrivere, mi sembra di ricordare che avevo da protestare e da muovermi anche allora.
Non ricordo quegli anni con grande entusiasmo. I miei coetanei mi interessavano assai poco, e la cosa era reciproca. Come ho già avuto modo di scrivere, o ero il pazzo o il genio del gruppo, ma nessuna delle due storie era vera. Ero semplicemente uno scorticato vivo, uno che faceva le somme ogni sera e finiva puntualmente per non trovarsi. Non gonfiavo il petto e la coda, all'epoca. Scrivevo quei pezzi senza pormi minimamente il problema dell'avere qualcosa di riconoscibile da dire. Scrivevo sul vuoto, citavo i gruppi che amavo, i Rush di “Power windows” ed “Hemispheres” erano un'autentica ossessione, mi arrampicavo su un'idea del futuro che non mi comunicava il calore naturale dell'età. Non so se sia stato giusto e sensato sentirsi fuori concorso a soli sedici e diciassette anni, ma era così. Ed ero sincero, molto più di quando, diversi anni dopo, ho iniziato il gioco dei colori lividi, l'arcigno amputarsi volontariamente in presenza dell'altrui curiosità, quando la spelacchiata coda del pavone è comparsa oltre gli specchi polverosi delle case passeggere.
Quella era la spontaneità del niente a pretendere, il problema dell'andarsi a genio, di accettare il ritmo del proprio respiro, proprio non si poneva. C'era tanto di quel tempo a disposizione ed i sogni sembravano recuperabili anche dopo le più stupide nefandezze.
Ricordo che mi piacevano da morire le strade deserte, di notte. Mi alzavo apposta a metà della notte. Mi accendevo le sigarette alle quattro del mattino sentendo i miei che russavano, mi sembrava di poter chiedere qualche briciola di infinito al cielo nero. Finita la sigaretta, però, finiva tutto. Mi restava addosso un'energia spropositata e frammentaria, una sensibilità duttile e masochista, mi veniva voglia di fare sesso con una sconosciuta e sparire subito dopo. Ero ossessionato anche dalla sparizione, non solo dai Rush e da Geddy Lee. Sono ossessionato dallo svanire anche oggi, ha un sapore diverso, è un'ossessione compagna di giochi, una sorella svagata, una che ti conosce e non disperde le forze rivolgendoti domande inutili.
Avrei preferito conservare quello stupore, quei tramonti indecisi ma puliti, piuttosto che lavorare per troppo tempo alla coda del pavone, la mia, strappando piume per cercare ferite che mi piacessero.

Mancano quattro giorni a Natale. Come al solito, non sento niente. Come un'anestesia dal dentista, tutto ovattato, tutto da considerare di passaggio e senza incidere su carne. Le feste non si accordano bene con il mio modo di sentire la vita. Finisce che mi manca il respiro, che mi sento sotto un enorme bicchiere trasparente ma sporco, insieme ad una ciurma di idioti di buona volontà.
Quando arriva Natale mi manca mio padre e non ho più voglia di festeggiare da tanti anni. Mantengo l'onore di questo dolore fermo ed immutabile e non cambio idea per compiacere chicchessia.
Mantengo l'onore delle assenze. Con riserbo, senza patetismi, senza orazioni postume, senza annegarci.
Mi accendo una sigaretta di notte, ancora oggi, sempre verso le quattro, osservo, mi giro a guardare se quella fottuta coda mi è sparita dal culo, come desideravo, come è giusto che sia.
Sguazzando tra piume strappate, tra recite a sottrazione, mi sono certamente perso qualcosa. Volevo ottenere una scena scarna e potente, accesa di luci notturne e refrattaria alla luce solare. Ci sono riuscito, al punto che a volte confondo il mio respiro con il vento.
Regalo la mia coda a questo anno che muore, gliela sbatto in faccia e non mando i saluti alla famiglia. Mi piace di più pensare ai traghetti che vedo partire ancora con il buio, mi piace fumare in orari inconsueti e non fare più quella stupida corsa a scrivere per vedere che effetto fa.

LdP, 21 dicembre 2014

20/12/14

Un'amante venuta dal nulla


Dalla finestra vedo una donna che piega tovaglie natalizie nella casa di fronte. Ci sono anche dei bambini che corrono attorno ad un tavolo. Appare poi un uomo calvo che accende una sigaretta ed esce sul balcone. C'è un albero di Natale acceso piazzato proprio al centro della stanza.
L'aria e lo spazio che dividono le nostre case sembrano pesanti come fango, una linea irregolare percorsa da fremiti elettrici e brevi.
Ai lati di questa linea c'è il mattino acerbo e drogato, già saturo di odori dolci e nauseanti, c'è la ragazza che fa lo shampoo in un altro appartamento, c'è la mia sigaretta che sembra accesa da dieci anni, una sigaretta lunga chilometri, chilometri di errori accesi e brulicanti come un Inferno giocattolo.
C'è il passeggero ricordo di donne che sceglievano l'intimo migliore per tentare di insegnarmi una bontà e una ristrettezza di pulsioni che mi venivano spacciate per roba morale, e che non ero in grado di capire. Né in quel momento né mai.
C'è anche, in questo mattino che sembra una boutique di miele velenoso, la musica che ascolto in cuffia per non svegliare nessuno, è troppo presto, sono solo le sei. I pezzi più atmosferici dei defunti Oceansize, mai troppo rimpianti, le distorsioni suggestive dei Karnivool, veri e propri cavalieri elettrici senza testa a spasso sul mio stomaco protetto male da maglia e pullover, la malinconia potente dei Riverside e dei cugini polacchi Xanadu. La mia musica. Al mio servizio. Ai miei capricci. L'amante venuta dal nulla che ti chiede gentilmente dov'è che deve carezzarti e dove affondare la lama, tenendo a bada la religione, la smania d'infinito e gli sciocchi scrupoli della “persona nel mondo”.

Mi hanno invitato a fare un brindisi non ho capito bene a chi o cosa. Dopo anni, ancora non hanno capito che non sono quel tipo di persona. I brindisi mi infastidiscono, perché resta quel retrogusto amaro che neanche dopo i fuochi di capodanno. Se avessi brindato tutte le volte che me lo hanno chiesto, ora sarei il più viscido e disgustoso ipocrita in circolazione. Un'ossessione, questa di brindare. Perché le notti sono fredde e la vita è schifosamente breve. Lo capisco. Si brinda spesso per esorcizzare l'odiosa consapevolezza che il nostro destino potrebbe essere uno scherzo di breve durata.
Per questi stessi motivi io entro ed esco da alberghi e baite che ho contribuito a costruire, e che poi abbatto senza nessuna pietà, perché la pietà richiede tempo e trucchi e io non ne ho a sufficienza.
Ti rifugi in un albergo che fuori piove, sei intirizzito e spaesato, quando tornerà il sole avrai saldato il conto e lasciato una caramella alla reception.
Una caramella e un foglio con il numero di telefono sbagliato, i dati più comuni adulterati e sofisticati, la residenza più improbabile.

In vetrina i soliti perizoma e brasiliani rossi. Mi stringo in un cappotto che manderei volentieri al rogo e non posso impedire alla mia mente di immaginare gente che chiava a fine d'anno, con questa roba addosso. Porta bene. Dicono tutti che porti bene.
Non fermarti amore, chiamami stronzo, sputami in faccia, vai veloce, fammi venire...” E dunque buon anno stappando il cazzo oltre la stoffa rossa, buon anno con la sborra sulla pancia e i buoni propositi a mezz'aria, ad altezza uomo medio, senza tentare il volo perché l'idea del volo e della distanza è presunzione, è considerata arroganza non arginata.
E allora allarghiamo bene le cosce, inarchiamoci nel corpo che ci accoglie con aria ebete e deconcentrata, celebriamo la vita più pulita con una bella sborrata di buon auspicio. Le coccole verranno poi.

Incontro, tra il vischio e lo zucchero filato, un vecchio compagno di scuola, che è in compagnia di sua moglie, la quale indossa un cappellino talmente idiota da farla risultare leggermente erotica. Facciamo le solite ciance, che hai fatto, dove hai vissuto, e lui non mi fa mancare il sostegno da procione eunuco quando apprende con piglio buonista che poi non mi laureai, ma c'era da scommetterci, e che adesso ho un lavoro che all'esterno non è considerato tale. Ma le parole stanno a zero, la sua comprensione è qualcosa che non chiederei mai, non sono così esigente con le persone, in fondo sono molto disponibile e cordiale. Sempre. Non mi aspetto niente dalle persone, proprio niente, e questa è la prima cosa a non essere mai perdonata nelle relazioni che si vogliono civili. È perfettamente inutile che io spieghi quanto ho imparato da bambino e da ragazzo, e che questa leggerezza relazionale ed emotiva è dovuta al praticantato di quegli anni di formazione. Non sono uno che ama ricordare compleanni e celebrazioni, le altrui e le proprie. Se capita è carino altrimenti vivremo lo stesso.
La moglie smania per andarsene, ha fretta di ultimare dei regali, Marcello mi chiede se ho avuto figli. No, gli dico, ma in compenso non ho perso i capelli e non mi faccio di buonismo ogni mattina per essere accettato dal mondo.
La moglie di Marcello smania forte, Marcello odora di bagnoschiuma da scopatore bimestrale e piacione pesce in bianco, di fronte a loro risulto torbido, ambiguo, un veneratore stolto di impermanenze, un sognatore andato in acido, una complicata zoccola dei margini che rifiuta baci in bocca ed estreme unzioni fuori tempo massimo.
E hanno ragione, lui e la moglie col cappellino, chissà se lo tiene addosso anche quando si allaccia a lui e cerca difficoltosamente di sentire la potenza agognata di un cazzo volenteroso ma esile.
Hanno ragione. Perché chi viene dai margini spesso è invaso da una sensibilità controversa che sembra sempre malattia e, ai più coglioni, tristezza e presunzione.
Ci facciamo gli auguri di Natale, addirittura con il bacetto. Posso essere più cordiale di un amministratore di condominio, quando mi ci metto.
Mi allontano nella fiumana di salmoni in cerca di regali e di panettoni, con la sigaretta accesa come faro di segnalazione e deterrente ai bacetti, l'ex ragazzo dei quartieri alti con il codice a barre scolorito sul cuore lunatico, attore spettinato sull'altalena fantasma, uomo più di sempre, uomo come doveva essere dai primi giorni, vecchia puttana dei margini messo in quiete, annodato come una cravatta a quel sogno ancora presente, veder cadere la neve al contrario, dal sottosuolo al cielo, e finalmente iniziare a dormire senza sogni, come diceva quel caro amico mai più incontrato.

Luca De Pasquale, 20 dicembre 2014

16/12/14

Il bacio con i denti


In coda fuori alla pizzeria c'è una mia ex cliente. Una che parlava troppo e soprattutto aveva il vizio di parlare con tutti.
Non ho voglia di salutarla, neanche di farle un semplice cenno. Non ho voglia di essere riconosciuto. Era una vita fa, forse neanche tanto, ma io non sono più quell'uomo che rispondeva, tentando di sorridere senza somigliare ad un temporale.
Accanto a lei c'è una tipa con una gonna corta che somiglia ad un orgasmo scherzoso, una pianta carnivora non adatta a pensieri mortali, alla consapevolezza del passaggio. Una pianta carnivora da esporre in stanze dove non si pensa troppo, e non si pensa male. Perché non si fa.
Ma a me piace pensare male, molto, e anche sentirmi così piccolo e transitorio da sbattermene di tutto. Anche delle regole di cortesia e del decalogo sospiroso tipico delle eccitanti passioni che in teoria dovrebbero sodomizzare a sangue la vecchiaia.
Pochi minuti dopo, con me alla terza sigaretta nel buio senza sguardi ricambiati, arriva anche l'uomo della pianta carnivora, una specie di manganello di pelle con un sorriso da stronzo dinoccolato e superficiale. Sembra uscito da una sit-com americana e ostenta un tono molto friendly che ha su di me un effetto repellente. Tutt'intorno è notte, è notte sul serio e tra quattro ore su questo marciapiede sporco non ci sarà più nessuno.

Nelle stanze con le luci rosse e i foulard sugli abat-jour, stupidi amanti continuano a farsi del male, a inseguirsi restando tragicamente fermi.
La gente ascolta musica per distrarsi, si innamora per convincersi, eppure i fiocchi di neve continuano a cadere sulle pagine troppo strette e limitanti del quaderno, dell'unico quaderno che abbiamo in dotazione.
Basta spalancare la porta alla prima tromba d'aria e il precipizio diventa visibile, una macchina senza motore, un quadro senza spiegazioni, un bacio senza lingua, un bacio di denti, di ricordi che stridono alla ricerca di una scintilla depravata, fraintesa dall'inizio e per l'eternità.
Stanotte mi pesa respirare, è un impegno con troppi certificati di garanzia, la libertà sfugge dalla corteccia delle idee e diventa febbre stupida in vene poco capienti, al primo passo nella pioggia qualcuno potrebbe farsi male e non riuscire a tornare a casa.

Sfoglio un catalogo di pittura a casa, mentre la televisione manda in continuazione immagini di donne in camicia da notte che carezzano stoffe di poltrone salvifiche, materassi sostenibili, oppure fanno stretching con pantaloncini larghi e scollature vitalistiche. Guardo le immagini dei quadri, mi ricordano cose che non ho vissuto, mi ricordano che non sempre ho voglia di condividere immagini e parole, che questa smania di condividere è diventata una fontana di merda sempre accesa.
Condividerei un quadro di Bacon, ma sarebbe comunque finzione; condividerlo con qualcuno non per emozionarlo, ma solo per ricevere qualcosa indietro, approvazione, riconoscimento, un passaggio di informazioni così elementare che sarebbe preferibile svendersi alla prima falena rimasta imprigionata in un giorno troppo lungo.

Tutti gli spazi chiusi esigono lacerazioni. Tutti i traguardi raggiunti vanno rovesciati, come le tasche di un pezzente. Quel che deve restare, resterà. Non si può andare per il sottile.
Ogni maledizione ha la sua clessidra e ogni scena desolata presenterà una qualche forma di redenzione, ogni brutta storia avrà una rivincita stracciona, una puttana santa e un momento d'amore, anche se con i denti da fuori. Perché capita che per amare occorra avventarsi sull'oggetto dell'amore, furibondi e silenziosi, monchi, reduci, avvolti alle luci esterne, serpenti da appartamento con il diavolo nella coda e la minaccia di Dio nei sonagli.
Se vuoi amare sul serio non puoi essere solo quiete e partecipazione, qualcosa di marcio lo devi avere, qualcosa di sinistro non devi necessariamente dimenticarlo. E non devi pregare la sera per scongiurare gli incubi, perché altrimenti sarai sempre dominato dalla paura di perdere tutto.

All'alba di oggi il vento ha rovesciato tutta la spazzatura per strada, e non c'erano nemmeno i cani randagi a guardare la scena. Ero dietro il vetro con il caffè, i Sofa Surfers in cuffia, uno di quei collettivi sonori che ti fa pensare di esserci nato dentro, di essere uno strumento, di essere parte della melodia e dell'evoluzione.
L'idea di stamattina riguardava proprio le immagini. Siamo stati abituati a pensare che le immagini migliori sono quelle che riusciamo a vedere o meglio ancora a vivere, ma non credo sia così. Quel che sfugge ha una sua dose di meraviglia matematica, nel senso che prima o poi arriva, o torna.
Affrontare la vita è scambiare un bacio dentato con centinaia di ombre. La migliore fedeltà possibile è non stendere la mano per la carità. Il coraggio da conservare è uno sguardo da non costringere mai contro i muri delle tane.
Sfuggire alle regole che vorrebbero proteggere quel che non si è mai avuto.

Prendere la mano di qualcuno. Chiedere calore significherebbe perdere di vista la bellezza più preziosa, essere stati un quadro per pochi istanti ed essere al contempo troppo umani per fermare l'immagine nel tempo. Foto o non foto.

Prendersi per mano, poca possibilità di salvarsi, ma l'azzardo di creare nuvole colorate nel sottosuolo per un viaggio, per un tragitto, per il tempo di una canzone che forse ci ha creati nonostante il vento.


LdP, 16/12/14



Prendersi cura della musica: intervista con Dino Fiorenza


Spesso mi è stato chiesto se in Italia avevamo dei bassisti che interpretavano il ruolo del basso come solista, degli “shredder”, ho sempre fatto il nome di Dino Fiorenza. Chiarendo, al contempo, che si stava parlando di un musicista completo e non solo di un virtuoso. Dino Fiorenza potrebbe tranquillamente vivere in quelle bolle tipiche dei super-strumentisti, forte di uno status cultuale, e invece –come leggerete in quest’intervista- è una persona umile e coerente, che, prima di ogni altra cosa, comunica un messaggio fondamentale ed irrinunciabile: l’amore per la musica in ogni sua forma.
Ripeto, stiamo parlando di un musicista dalle capacità formidabili. La sua tecnica, personalissima è frutto di un incrocio ad alta tensione tra slap’n’thumb e il tapping, lo rende originalissimo ed unico. Ciò nonostante, a differenza di altri suoi illustri colleghi, Dino cerca la melodia e anche nella prova muscolare vuole offrire altro, riuscendoci.
Il suo disco solista, “It’s Important”, è una testimonianza di perizia strumentale, ricerca del suono e superamento del limite, combinando elementi di hard rock, di instrumental metal con fiere e nobili discendenze classiche, e di puro “lead bass”. Tra gli ospiti di rilievo, la mitica Jennifer Batten, il fantastico axe hero Neil Zaza, Marco Sfogli, Prashant Aswani e Dave Martone.
Dividendosi tra tour, collaborazioni, didattica e tutto quanto afferisce la musica come scelta di vita, Dino Fiorenza è una figura di estrema rilevanza nello scenario rock e un esempio da seguire in un paese, il nostro, in cui il pressapochismo mediatico e le continue semplificazioni dei gusti e delle necessità rendono a volte l’aria irrespirabile.
Ecco il resoconto del nostro incontro a distanza.


LDP: Dino, ci parli dei tuoi inizi? Ci racconti perché hai scelto il basso elettrico?

DF: Mah, guarda.. iniziò tutto per caso, nel lontano 1990 mio cugino mi regalò Made In Japan dei deep Purple, io felice appena a casa per la fretta misi il disco dal lato 2 dove c'era la mitica "Smoke on the water", beh rimasi letteralmente folgorato dall'intro di basso sul riff di chitarra, da subito capii che quello era il mio strumento. Mi piace pensare che cosa sarebbe successo se avessi messo il disco dalla parte corretta…
LDP: In una tua intervista, ho letto che non ti sei ispirato solo ed unicamente ai bassisti, ma hai voluto subito cimentarti con musica di tutti i tipi portandola sul basso. Un approccio ottimo. Quali, comunque, consideri essere stati i bassisti che ti hanno maggiormente influenzato?

DF: Sono sempre stato attratto da strumenti che di bassistico in realtà avevano poco, adoravo le escursioni tastieristiche di Jon Lord o Johansson, gli sweep fulminanti di Malmsteen o le plettrate assassine di Morse, e anche strumenti non convenzionali come il banjo o il violino; sforzarsi di riportare quei suoni è veramente difficile, ma ti porta ad esplorare il tuo strumento e la tua mente, sviluppando creatività ed estro, sia nelle composizioni, negli arrangiamenti che nella tecnica, ed è proprio questo mio ascolto omnicomprensivo della musica che mi ha portato a sviluppare quella tecnica che possiedo, che non sarà eccezionale, ma di sicuro originale e che mi ha permesso di farmi conoscere e girare il mondo. Se dovessi comunque dirti quali sono i bassisti che più mi hanno influenzato, Sheehan su tutti, seguito da Stu Hamm e Michael Manring....
LDP: La tua tecnica prodigiosa ti ha portato dei giusti riconoscimenti, sei considerato un grande shredder e il tuo nome è accostato a quelli di Sheehan, Hamm e l'allegra brigata dei supereroi del basso: quale è il punto d'arrivo della tua carriera? A cosa aspiri ancora?

DF: Se pensi di avere un punto di arrivo nella tua carriera hai già finito, credo che la cosa più bella della carriera di un musicista sia quella di avere obiettivi continui ogni giorno, come potrebbe essere la conquista di una nuova scala o di una metrica o l'applicazione di concetti armonici nuovi, non  si finisce mai d'imparare, il segreto sta nel fatto che il tuo sogno nel cassetto debba essere proprio non smettere mai di sognare.
LDP: Io e te siamo coetanei. Quindi immagino che avrai vissuto come me l'epoca degli ottanta, in cui il metal veniva considerato un genere un po' chiuso, da misantropi. E invece, il tempo ha dimostrato che molto spesso il metallaro volgarmente definito dispone di un'apertura mentale superiore alla media in fatto di gusti e inclinazioni. Come vedi la scena metal oggi? Ti piace il tech metal, che dai Watchtower e Cynic in poi ha sfornato nomi pazzeschi, in equilibrio tra creatività e virtuosismo?

DF: Sono cresciuto con quel genere e adoro ascoltarlo tutt'oggi, e decisamente il metallaro è una persona aperta, lo dimostra anche come si è evoluto il genere, esplorando sempre di più territori non proprio metal, ma adattandoli alla potenza dell'Heavy, arricchita da concetti armonici sempre più pericolosi. Ho una forte attività in studio come session man, e mi capita spesso di registrare con chitarristi incredibili, che non sono solo degli shredder con tanta tecnica e basta, mi tocca muovermi su progressioni armoniche incredibili, ma chiaramente tutto ciò è stimolante per un musicista che ha voglia di crescere, la musica si evolve e anche i musicisti debbono fare altrettanto.
Ho sentito dei gruppi di tech metal, che dirti… sono incredibili, personalmente adoro i Watchtower e i Protest The Hero, penso siano spaziali.
LDP: Hai inciso "It's important", che è un disco dove il suono del tuo basso è mostruoso e ci sono ospiti di grande rilievo. Sei soddisfatto di quell'esperienza solista? Pensi di bissare a breve?

DF: Sono più che soddisfatto del mio disco, erano anni che mi chiedevano di fare un disco, ma ero troppo piccolo per avere da dire la mia, avrei potuto farlo anche quindici anni fa, ma sarebbe stato solo un insieme di esercizi senza fine melodico uno appresso all'altro, che senso avrebbe?? Alla veneranda età di trentotto anni creai It's Important, perchè avevo, o almeno credo, qualcosa da dire, un disco è una tappa importante per un  musicista, ma un disco deve essere musica, non dimostrazioni di bravura. 
LDP: Sei certamente un musicista trasversale, non collocabile SOLO nel metal o nello shredding strumentale, hai inciso con artisti rock, pop, etnici, hai toccato il musical, come si fa ad essere così eclettici mantenendo la tua identità con forza come hai fatto?

DF: Semplicemente pensando che la musica non ha etichette e che comunque (pensiero mio) un bassista deve saper suonare di tutto! Come ho fatto? Beh, semplicemente studiando sodo e suonando almeno all'inizio della mia carriera con tutto cio che capitava, qualsiasi genere, qualsiasi età, non ha importanza, tutto aiuta, allo stesso tempo ascoltando tutto ciò che non è solo la tua musica, perchè ascoltando generi diversi, ti aiuta a suonare meglio il tuo, perchè ti allontana dagli schemi... Un po’ come ti dicevo prima, non limitandosi solo ad ascoltare il basso in un brano.
Una volta in un negozio di dischi comprai un album degli Slayer e uno di Whitney Houston, un ragazzino mi disse , ma quello è per tua nonna? E io risposi, NO, gli Slayer sono per mia nonna!!!

LDP: Parliamo della vocazione all'insegnamento del basso. Cosa chiedi ai tuoi allievi, superata la fase iniziale di apprendimento? Dove li porti, per così dire? Cosa, a tuo avviso, non deve mai mancare in un bassista?

DF: L'insegnamento è una delle cose più delicate per un musicista, la didattica deve essere sentita e non una costrizione o un  modo come un altro per vivere con la musica, hai una grande responsabilità nei confronti dei tuoi allievi, sono il futuro.
Un insegnante deve essere davvero appassionato alla didattica e avere tanta voglia di trasmettere il sapere, non a caso ho scritto cinque libri.
Dove li porto? Mi limito solo a mostrargli il cammino, poi saranno loro a capire cosa fare e cosa suonare, a volte arrivano allievi miscredenti nei confronti del tap o lo slap e poi invece lo apprezzano perchè capiscono che non è solo tecnica fine a se stessa e basta, o viceversa consolidano la loro idea, o ancora vengono con tanta voglia di diventare i nuovi Sheehan e poi dirottano su altri generi, non siamo noi a decidere, ma la musica, ricorda sempre una cosa, prenditi cura della musica e la musica si prenderà cura di te.
LDP: Negli anni ottanta la triade Billy Sheehan/Stuart Hamm/Randy Coven ha smembrato tutti i luoghi comuni in fatto di basso elettrico hard rock. Oggi, sulla scia di quanto creato dai mostri (e tu ne fai parte...), abbiamo band metal dove il basso è protagonista assoluto; mi vengono in mente Intronaut, The Faceless, Cannibal Corpse, Obscura, Dysrhythmia... cosa pensi del basso supetecnico che oggi il metal sembra richiedere più che mai? 

DF: Che ne penso??
WOWOWOWOWOWOWOWOWOWOW
LDP: Ci parli della tua strumentazione? Hai un rapporto preferenziale con il fretless o lo consideri in seconda battuta rispetto al fretted? La tua tecnica mista sul fretted è incredibile, riesci a slappare e ad essere potente anche nel tapping e in tecniche incrociate, sul fretless ti diverti allo stesso modo?

DF: Guarda sono felicemente endorser della Markbass come amps (http://www.markbass.it/artist_detail.php?id=94), della Galli come corde (http://www.gallistrings.com/artista.asp?id_artista=22), della Di Marzio come P.U: (http://www.gallistrings.com/artista.asp?id_artista=22), della Sonuus come device (http://www.sonuus.com/users_dino_fiorenza.html) Hipshot come Hardware (http://www.hipshotproducts.com/news/category/testimonials.html), LIuteria 3g come microbass (http://www.liuteria3g.it/micro-bass) e Red Sound come cavi (http://red-sound.tumblr.com/).
Il fretless non lo considero affatto come una seconda battuta rispetto al fretted, anzi, lo adoro, è uno strumento meraviglioso, da quando l'ho scoperto faccio in modo di usarlo almeno una volta in ogni disco che registro, ma col fretted mi rapporto decisamente meglio, è li dove mi esprimo al massimo, anche se debbo dirti anche nel fretless mi diverto tanto a sperimentare, ti farò sentire qualcosa...

LDP: Un noto musicista mi disse tempo fa "la vendita dei dischi è andata a puttane". Credo avesse ragione. Per anni ho lavorato nell'import e ho vissuto la disgregazione del mercato. Pensi ci sia ancora da sperare per il disco fisico, per voi artisti, per noi fruitori e critici, oppure tutto diventerà un superficiale minestrone di musica liquida?
DF: Ormai tutti fanno dischi, l'home recording per certi versi ha permesso a chiunque di poter fare un disco a casa, le uscite si sono centuplicate, questo rallenta di tanto le recensioni sempre più striminzite e ritardatarie per via delle centinaia di dischi che arrivano ogni giorno, youtube è già un minestrone di musica liquida, ormai la musica vera è solo per gli appassionati e per chi vuole davvero ascoltare MUSICA, sono gli unici che ormai comprano i dischi...

LDP: Grazie Dino!
DF: Grazie a te Luca.

©Luca De Pasquale 2014
Con la collaborazione di Manuela Avino



DISCOGRAFIA DINO FIORENZA:

1997 Presentation Andrea Quartarone [Italian Guitar Hero]
1998 Nowhere PromoCD [[Progressive metal band]]
1999 Rock progressive Aritmie [[Progressive metal band]]
1999 Emanuele Di Giorgio Catania [[Italian artist]]
2000 Now Disaster Area [Thrash metal band LP w/Ron Keel]
2001 By self Disaster Area [Trash metal band]
2002 Speciale Friends Compilation GD Trio [Power fusion trio]
2004 Bass tap Dino Fiorenza [Instructional DVD]
2005 Bruno Lauzi e gli amici di Niscemi Bruno Lauzi [Italian artist]
2005 Maqam Strummula [Etno Band]
2005 Ne Avrai Valentina Gravili [Italian Artist]
2006 Favole per adulti Gianni De Chellis [Italian Guitar hero]
2006 Hey Girl Barbara Gan [Italian artist]
2007 Restless hearths Jem in Eye [Tecno Metal band]
2007 ...When the slate becomes diamonds Denied [Metal band]
2007 Mediterraneo Gianluca Rando [Italian guitar artist]
2007 Cannibal Sugery Doublesion [Schizo electro crush metal band]
2008 Hipnotyxed Calista [New Zeland artist]
2008 Frame two Francesco J. Pertcone [Italian Guitar hero]
2008 There's hope Marco Sfogli [Italian Guitar hero]
2008 Escape from the dark Simona Malandrino [Italian Guitar hero]
2009 Angel T.U.P [Bass & Voice Project]
2010 Overcoming the pain Superbia [Prog metal band]
2010 FastGuide for bass Dino Fiorenza [Bass book method]
2010 It's Important Dino Fiorenza [My SOLO CD]
2010 Unheimlich Gianluca Ferro [Italian Guitar hero]
2011 Tap me up Dino Fiorenza [Bass book method]
2011 Il tuo pensiero Giuseppe Guarnieri [Italian Artist]
2011 Sclero Neroluce [Italian Artist]
2012 Tapestry of souls Chris Bickley [USA Guitar Hero]
2012 Bondage Gianni De Chellis [Italian Guitar Hero]
2012 Solo Piano Martina Gustavsen [Bulgarian artist]
2012 A season to rock Intuition [Christmas Rock band]
2012 Take from my hearth Chris Bickley [shredding across the world Vol.4]
2012 Why i play the bass Various bass artist [Bassist compilation]
2012 Innate Grace Exvel [Italian Rock Band]
2012 The signs Spiritrow [Death Metal Band]
2012 Cose di vento Gregorio Lui [Italian artist]
2013 I'm Here Walter Catania [Italian Guitar Hero]
2013 It's important bass transcription Dino Fiorenza [Bass book score]
2013 I Traditori Velvet Rooks [Italian Rock band]
2013 Personalities Simone Fiorletta [Italian Guitar Hero]
2013 Strummula bass book Strummula [Book Bass score]
2013 Paklene Stepenice Rockstill [Croatian Metal band]
2014 Favola Stefania Orlando [Italian Artist]
2014 La chitarra nuova Fernando Alba [Italian Artist]