13/11/13

Julius Farmer, bassista elettrico


La prima volta che ho ascoltato il basso di Julius Farmer non lo sapevo; si trattava delle sigle di Atlas Ufo Robot, brani nei quali Julius si divideva le parti di basso con il grande Ares Tavolazzi.
Scoprii solo molti anni dopo questo dettaglio, quando decisi di approfondire la carriera del bassista americano. Proveniente da New Orleans, dov'era nato il 20 agosto 1949, collaboratore tra gli altri di Professor Longhair e Wild Magnolias, Julius Leroy Farmer si stabilì per ben sedici anni in Italia, dove fu portato dall'eccellente pianista Giorgio Gaslini.
Il suo basso corposo, carico di groove e mai mero riempitivo, ha percorso un buon decennio di musica italiana di qualità, trovando climax e palcoscenico ideale nei dischi di Alberto Radius, Sergio Caputo, Riccardo Zappa e nel duo con Gianfranco Pillot.
Non emulo ma debitore anche di Jaco, Farmer portava una ventata di freschezza e una grande competenza in dischi apparentemente pop, ma certo di uno spessore diverso dal pop plastificato di oggi, penso proprio ad un disco irripetibile come “Carta straccia” del succitato Radius.
L'incipit di “Spicchio di luna” nel live “Ne approfitto per fare un po' di musica” di Sergio Caputo è una piccola ma efficacissima dimostrazione della versatilità di Farmer e della sua densità di suono. Julius Farmer suonava basso jazz in dischi pop o jazz rock, poteva tranquillamente elaborare un giro disco (vedi collaborazione con Kano) quanto accompagnare sobriamente il raffinato pianista Renato Sellani (A nostro modo).

C'è un aneddoto simpatico, a proposito del brano “Spicchio di luna” nel live di Caputo. Ancora ragazzino, ascoltai l'album in cassetta e rimasi sconvolto dal suono del basso all'inizio del brano. Non avevo mai sentito qualcosa di così “spesso” e al tempo stesso liquido, e lo trovai di grande sensualità. Alla fine dell'incipit di Julius, Caputo introdusse il musicista, ed io capii “GIULIO SPARNA AL BASSO”, per cui mi misi a caccia -all'epoca no internet- di questo fantastico bassista. Niente. Solo successivamente dipanai l'enigma, grazie a ripetuti ascolti del disco, e mi diedi del coglione.
Da quel giorno, in ogni caso, non ho più abbandonato Julius. Al punto che per omaggiarlo ho chiamato il protagonista del mio primo libro “Luca Sparna”. Omaggio un po' criptato, ma era tutto per Julius.

Gli anni settanta e ottanta, anche in Italia, sono stati un ricettacolo formidabile di dotatissimi bassisti di studio e turnisti importati. In Italia ricordo velocemente Dino D'Autorio, Stefano Cerri, Nanni Civitenga, Paolo Donnarumma, Dino Kappa dei Libra, Pino Presti, Bob Callero, Davide Romani, Gigi Cappellotto solo per citarne alcuni. Abbiamo importato musicisti del calibro del grande, indimenticato Hugh Bullen e Tony Walmsley che suonò benissimo nel primo storico disco dei Napoli Centrale di Senese e Del Prete. La Francia ha contribuito con una scuola bassistica da infarto, capitanata da Jannick Top, capace di alchimie impossibile con i Magma e di potentissimi groove in innocui lavori pop e chanson, ma la lista di “basseurs” sarebbe lunghissima.
Gli Stati Uniti, solo per fare un nome, hanno prodotto probabilmente il più dotato bassista elettrico da studio degli ultimi trent'anni, e cioè Neil Stubenhaus, che è riuscito ad impreziosire persino lavori scialbi e orientati alle fm americane.

Due lustri magnifici dunque per il basso elettrico nella sua silenziosa emancipazione da studio, lontana dallo stardom di Pastorius, Clarke o Berlin.
Julius Farmer, scomparso prematuramente il 2 novembre del 2001 a soli 52 anni, era un accompagnatore e un musicista di gusto sopraffino, intelligente, regolare ma creativo. Devo a lui una larga fetta di responsabilità circa la mia folgorazione per lo strumento elettrico, e ancora oggi nei dischi pop mi aspetto giri di basso sconfinati che invece, ma prevedibilmente, non arrivano mai.
Julius Farmer merita una riscoperta, se avrete la pazienza di ascoltare dischi di autori che magari mal sopportate o ignorate; se si ama il basso elettrico il lavoro dei turnisti è fondamentale per comprenderne le basi, il funzionamento, lo sviluppo e il range sonoro, pur senza perdersi in inutili e funambolici assolo.
Conviene ascoltare dischi di Ivan Graziani (Hugh Bullen), Pino Daniele (Rino Zurzolo, Jeremy Meek, Alphonso Johnson, Pino Palladino), Nino Buonocore (ancora Meek e Palladino), Riccardo Cocciante e Loredana Berté (Dino Kappa), Mina (Massimo Moriconi, Riccardo Fioravanti) e tantissimi altri.
La scuola italiana è certamente ragguardevole.
Non dimentichiamo che l'Italia ha prodotto anche bassisti come il compianto Stefano Cerri, e che siamo accerchiati da bassisti elettrici validissimi, Francesco Puglisi, Cesare Chiodo, Luca Pirozzi, Marco Gallesi, Aldo Mella, Franco Cristaldi, Gigi De Rienzo, Aldo Mercurio, Tiziano Ricci, Pier Michelatti, Paolo Costa, Roberto Drovandi, Dino D'Autorio, Pierino Montanari, Marco Nanni, Gigi Cappellotto, Paolo Donnarumma, Davide Romani, Guido Guglielminetti, Andrea Castelli, non si finisce più.

Da ragazzo impazzivo per Jaco, Marcus Miller, Stanley Clarke ed in genere i virtuosi tout-court; oggi sono più interessato al groove che a un certo esibizionismo derivativo. Non apprezzo più tanto facilmente fusion band anacronistiche e masturbazioni di tapping e slap, anche se un basso virtuosistico e potente è sempre molto eccitante.
Quando riascolto “Spicchio di luna” ripenso sempre a Julius Farmer aka Giulio Sparna, mi sarebbe piaciuto molto conoscerlo, chiedergli com'è che si fa a brillare di luce propria pur rimanendo nelle retrovie, e rendere aurei contesti di tutt'altra pasta, acclamati e rispettati dagli addetti ai lavori ma ignorati dal pubblico medio, quello più numeroso e rumoroso.
Posso dire senza ombra di dubbio, allora, che Julius Farmer è stato il bassista più importante della mia "prima" vita, quello che ha innescato la miccia. È grazie a lui se mi sono innamorato del basso elettrico, scegliendo deliberatamente di approfondirne esecutori e contesti senza diventare musicista; rimarrà probabilmente uno dei rimpianti della mia vita non essere diventato un bassista, ma evidentemente mi sentivo più al sicuro con la scrittura, e sarà il tempo a dirmi se la mia fu una scelta saggia. Del resto, è probabile che se avessi suonato non avrei avuto a disposizione il tempo e l'entusiasmo di scoprire, approfondire, andare a caccia dei tanti signori del quattro corde.
Ciao Julius, con rispetto e gratitudine, spero di avere una guest card per il paradiso dei bassisti e incontrarti.

Luca De Pasquale, 13 novembre 2013

DISCOGRAFIA CONSIGLIATA:

Farmer/Pillot – Brother Man (solo vinile, Carosello)
Sergio Caputo – Ne approfitto per fare un po' di musica live;
Alberto Radius – Carta straccia;
Giorgio Gaslini Quartet - New Orleans Suite;
Dado Moroni - Jazz Piano;
VVAA – Atlas Ufo Robot (ristampato dalla Wea Italiana in cd);
Wild Magnolias – They call us wild;
Franco Battiato – L'era del cinghiale bianco;
Umberto Balsamo - Crepuscolo d'amore;
Renato Sellani – A nostro modo;
Riccardo Zappa – Celestion;
Riccardo Zappa – Chatka;
Johnny Dorelli – Giorgio;
Faust'O – Poco zucchero;
Vince Tempera - Strike Up The Band;
Fabio Concato – Zio Tom;
Silvio Donati – Blue serenade;
Rocchi/De Piscopo – Metamorphosis;
Benjamin Franklin Group – Rock'n'Roll (45 giri)



Julius Leroy Farmer è sepolto nel cimitero di Stockade, Baton Rouge, Louisiana. 




















8 commenti:

  1. Io ho avuto la fortuna di conoscerlo e ti assicuro che, oltre ad essere un grandissimo bassista, era anche una persona squisita e di una gentilezza d'animo esemplare, un gigante buono.
    Ricordo bene i suoi occhi perennemente illuminati di lampi d'allegria quando, ad una mia richiesta di consigli tecnici, mi disse:
    "Cerca la musica dentro di te, io riesco a vederla, la percepisco, tu hai la musica dentro, cercala ed esprimila con tutto te stesso"

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  2. Non mi sorprende, la sua musica comunica davvero sensazioni profonde e questo è un preciso "indicatore di anima". Grazie per il tuo commento.

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    1. Ho un bellissimo ricordo di Julius, bassista fortissimo e uomo delizioso. Una sera, negli anni 90, suonava al Plastic di Milano con Gianni Bedori, Sonny Taylor, George Aghedo. Ero stato invitato da Gianni Bedori a bere un drink nel locale e a un certo punto fui invitato da Gianni e dallo stesso Julius (che mi offri' volentieri il suo basso), a suonare con loro. Avevo praticamente smesso il mio rapporto con lo strumento da un pezzo, mi consideravo un "former bassist" e comunque accettai, vista anche la bella atmosfera che si respirava in quel locale incredibile che era il Plastic. Suonai due pezzi , senza esibizionismi e limitandomi all'essenziale. Quando terminai dissi proprio a Julius che probabilmente ero una pallida copia del bassista che ero stato nei decenni precedenti. Julius mi guardo negli occhi e mi disse : "anche se suoni una nota sola tu sei sempre un maestro". Julius Leroy Farmer, grandissimo bassista e uomo delizioso. Pino Presti

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    2. Grazie Pino per il tuo appassionante ricordo, davvero un aneddoto delizioso. Questo -anche- speravo di generare, il ricordo di Julius da parte di altri grandi musicisti.

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  3. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  4. la foto pubblicata risale al 1977 - Livorno Teatro Tenda - Collettivo Musica Jazz con Julius Farmer - Mauro Grossi al piano e il sottoscritto alla batteria

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    1. Grazie del prezioso commento. Questa è una delle poche foto di Julius che sono riuscito a trovare in rete.

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  5. Mauro Grossi mi dice che era il 1978....

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