30/11/13

La notte dei desideri


La mer enseigne aux marins des rêves que les ports assassinent”
Bernard Giraudeau

È difficile.
Nelle notti in cui sogno mi sveglio continuamente, dormo a zig-zag, spericolati passaggi dalla veglia all'immersione più abissale, brusche sterzate a precipizio sulla musica, criminali costeggiamenti del vuoto, grumi densi di possibilità da sbriciolare in posizione eretta.
Questa notte mi sono svegliato alle 3e34, ricordo di aver guardato l'orologio al quarzo con un occhio solo, turbato e sorpreso da un sogno che ho rimosso subito e che adesso non mi sforzo di ricostruire.
Sogno molto, in una continuità con una realtà diurna che non sistemo mai e non intendo far filare liscia.
Sono atterrito, oggi più che da ragazzo, dall'insensatezza del quotidiano. Soprattutto se affrontato con la disdicevole pretesa di capire, di raggruppare, dividere e poi sfruttare.
Sono costretto ad essere un animale notturno. Vivo ogni notte senza tabù e addormentandomi so già che scatterà il meccanismo della corruzione dei limiti. Mi è necessario per non crepare.
Nella vita diurna rischio continuamente di assopirmi e morire; in discorsi futili, in pedinamenti del bello e del desiderato, in un paio di gambe o in una bocca, in quei diritti/doveri che mi hanno permesso per undici anni di sedermi a tavola da solo e cercare di fare quel che diavolo mi andava.
E così sogno a zig-zag, invadendo altre corsie, lasciando a briglia sciolta desideri custoditi tra i coltelli, impalandomi davanti alla costituzione sana di realtà definite, pronto al sacrificio, pronto alla grassazione, all'immoralità, al sogno che prenderà il largo per tornare al porto con feriti e gente che si è sentita male.
Non mi piace dormire a lungo, non mi piace riposare dopo una serata di bagordi. Quando sono bagordi, voglio continuare ad essere sveglio e a consumarmi. La conservazione mi ha già tolto troppo, nella vita.

Il conoscente dal sorriso di foca mi chiede quante sigarette fumo al giorno. Vorrebbe che gli raccontassi dei drammi. Alle persone che si agitano piacciono molto i drammi altrui. Gli dico di essere entrato a pieno titolo nell'esercito dei cassintegrati, gli dico anche che fumo quanto cazzo mi pare e pazienza se schiatto, non raccolgo il suo virale bisogno di apprendere di nuovi amori e storie di letto. Non c'è niente di clamoroso in due persone che si accoppiano, se non la curiosità molliccia negli occhi degli altri.
Il conoscente dal sorriso di foca, che ama suonare brani del repertorio di Dylan con una chitarra acustica di pessima marca, mi sciorina tutta una serie di imperdibili, a suo dire, concerti a Napoli e dintorni. Mugugno con distaccata cortesia.
Il conoscente dal sorriso di foca, io non gli ho mai voluto un'oncia di bene. Me ne strafotto di lui e delle sue evoluzioni, e non gli ho mai mostrato il contrario. Ma lui deve essere gentile e partecipativo per contratto, perché vuole sentirsi a posto, perché è solo uno schiavo di merda che spazza l'uscio di casa con una divisa piena di false stellette di decenza.

Quando parlo con una donna, sento e percepisco se c'è qualcosa di sospeso, di evitato, di confinato. Se non ci si è provati, provati con la pelle e con la disperazione, è tutto più pericoloso. Se non mi hai morso, se non mi hai sputato in faccia, se non mi hai permesso di guardarti mentre godi, se non hai emesso un sospiro di libertà e agonia quando mi hai sentito duro dentro di te, non ci conosciamo. O ci conosciamo poco. Ci resterà addosso la voglia di annusarci e commettere errori onirici. Sbagli di prigionia. Idealizzazioni sospinte e schiumate dalla mancanza di conoscenza carnale. Per questo, e per molto altro, evito per quanto possibile di trovarmi in prossimità di donne che mi piacciono fisicamente. Perché sarebbe ingenuo, insano e folle pensare di conoscersi male e di fretta. Meglio non conoscersi affatto.
Non posso impedire al desiderio sessuale di presentarsi, pulsante e kamikaze, sulla mia piccola bocca di maschio. Maschio di merda, imperfetto e fottuto, che ama sognare il non raggiunto ed essere dignitoso e bello con le sue fortune reali.
E comunque, se non mi hai sentito dentro, se non ti ho vista trascinarmi al tuo interno, non sappiamo un cazzo l'uno dell'altra, fine.

L'imbarazzo osceno di chi si rapporta a te consapevole che le cose gli girano bene, mentre tu, tu è grigio sul nero. Si imbarazzano. Mormorano dispiacere, vorrebbero essere altrove, vorrebbero poter disporre di parole più funzionali. Sono spesso in buona fede e questo li rende maggiormente melensi.
Aspettano una manciata di minuti, prima di dare il via al loro bollettino. È comunque più apprezzabile questo che chi ti cerca senza chiederti nemmeno come stai. C'è chi ti cerca davvero solo per vomitare ego. Ma la categoria peggiore è rappresentata da quelli che hanno bisogno di una spalla per stare male in libertà. Io quando sto male non cerco nessuno. Mi basta la condizione di animale ferito o malato per andare a rintanarmi. Ci sono momenti in cui sai benissimo che le parole altrui non sono necessarie, e dunque poggiarsi è criminale ed egoistico.
Il conoscente dalle palle piccole e raggrinzite mi fa una polemica garbata sulla mia appartenenza al Partito Democratico. Mi dice “ma ti rendi conto che sei nel partito di Renzi???”, lui che con tutte le comodità familiari e il culo al caldo appoggia SEL e sembra volersi fregiare di un'appartenenza politica che neanche il PDUP dei bei tempi. Sì, sono un tesserato del PD, non sono Mengele, non sono mai stato filogovernativo e infatti voto Civati, anche se non servirà a nulla, purtroppo.
E, ad ogni buon conto, sono infinitamente più a sinistra del conoscente con le palle piccole e raggrinzite, che intanto coltiva facezie individualistiche fingendo che siano passioni opportune.
Il conoscente con le palle piccole e raggrinzite è finito con una donna brutta e grigia, dopo che la bellezza, come a tutti noi, gli ha farcito il culo per bene, con corna, dietrofront indegni e coiti interrotti. È stato cornuto, la sua donna bella, che amava esibire nei locali più incolori della città, si è presa un cazzo più grosso e ci è anche rimasta. Il conoscente con le palle piccole e raggrinzite mi fa un po' pena, perché si è accontentato di non reagire, e ha trovato la salvezza più regolare in un'affidabile bruttezza. Ma la sua donna gli è fedele solo perché non ha occasioni migliori. E io questo non glielo dirò mai.

Dieci anni trascorsi a fare il rabdomante nelle latrine mi sono bastati e serviti. Ho fatto il mio, con i guanti gialli che si macchiavano di marrone e di rosso. Dieci anni in una latrina mi hanno reso il servigio più utile, comprendere quel che non voglio più. Mi ritrovo più che quarantenne con un servizio d'ordine inflessibile e una ditta di pulizie che sta scrostando tutta la merda dalle pareti. Con metodo e con strano ottimismo. Sono state lunghe purghe e copiosi flussi mestruali a corrodere muri e condutture. Fumo sigarette mentre mi tolgono la merda dal cuore, dalla pelle e dalla memoria. Sono pronto a conoscere ed esplorare qualsiasi altro tipo di liquami, ma quella merda familiare mai più.
Il disprezzo non è un'emozione che allontano. Me ne servo e me la vivo fino in fondo, perché il disprezzo è una lezione.
Il disprezzo è un ritmo. Come tanti altri.

Io e un mio amico poliziotto, perché anche quelli di sinistra possono avere amici piedipiatti, lo dico a quello con le palle piccole e raggrinzite, facciamo la gara peggiore, quella del conto in banca. In due, raggiungiamo la bellezza di 640 euro e il mese non è finito. Non dico chi dei due ha prevalso, ma si trattava comunque di pochi spiccioli. Lui ha quarantadue anni e un figlio, è separato. Io ho quarantuno anni e dieci mesi e sono in cassa integrazione. Con ingenuità che gli perdono volentieri, mi chiede se racimolo qualcosa con il blog. Gli rispondo che non siamo negli Stati Uniti e che non esistono in Italia i racconti su commissione o con anticipo. Ma lui, quarantaduenne poliziotto di destra e padre di famiglia, è infinitamente più intelligente di molte persone del mio giro. Perché non mi dice che “la scrittura è uno sfogo”, lui lo riconosce come lavoro. È sinceramente incuriosito quando gli accenno alla storia dell'autofiction. Ha capito subito, anni fa, che non scrivo per sfogarmi, anche se sparo, molto più di lui immagino, su parecchi bersagli reali e in movimento.
Perché nelle mie note c'è sì fantasia, ma neanche tanto. A volte è geometria del disgusto, architettura di minima rivolta, tutto fuorché sfogo.
Se dovessi sfogarmi, me lo tirerei in mano davanti ad un outdoor blowjob su internet, tre minuti e hai finito in un fazzolettino che farai scomparire nel cesso, prima che arrivi la tua compagna o i tuoi amici.
Le meccaniche del cazzo sono uno sfogo, il resto no.
Ora che cazzo ci facciamo con i nostri 640 euro, fuggiamo alle Maldive?”, mi dice Franco con un sorriso amaro. Lo guardo con affetto, seduto alla mia scrivania in camicia con la pistola nella fondina.
Con 640 euro possiamo comprare qualche disco sulle bancarelle”, rispondo, “li tengo un mese io e un mese tu”
La mia ex moglie si è fatta pagare il dentista, merda”
Non ci pensare. Riesci a vedere tuo figlio?”
Sì, ma si sta affezionando troppo al nuovo compagno della madre”
È fisiologico, ma il padre rimarrai sempre tu. Tu hai una nuova storia?”
Ho scopato due volte con la cassiera del supermercato sotto casa dei miei”
È libera?”
Ha ventun anni, mi sento un mostro”. Ride. Franco è una brava persona, lo sbirro di destra credente tradizionalista modesto tranquillo più di me.
Lascia perdere, cazzo, Franco, goditi la vita”
Ci provo, ma soffro di insonnia”
A chi lo dici”
Prendo il libro di Barry Gifford e gli leggo un passo di “Alzati e cammina”:
Non me ne frega un cazzo, Dabliu. Basta che abbia un paio di tette e un posticino caldo umido un po' più sotto, e può essere blu a pois bianchi dai capelli in giù. Infilzare e leccare, questo è il punto”
Franco ride, “ma che libri che leggi... però è forte”.
Ride ancora, se lo farà prestare.
Siamo amici.

Luca De Pasquale, 30 novembre 2013

29/11/13

L'educata dannazione


Se c'è un inferno sulla terra, questo si trova nel cuore di un uomo malinconico”

Piccoli criceti nella ruota dei regali. I regali. I regali d'amore e i regali d'obbligo. Il libro che hanno presentato da Fazio. Una bella sciarpa calda per l'inverno. Uno smartphone. Intimo rosso per la notte di San Silvestro e un pompino filmato con il telefono la mattina di Natale, prima del pranzo collettivo dai suoceri. Un disco di Coltrane al vecchio zio raffinato e fuori moda. Un libro dell'inflessibile cuoco televisivo al quarantenne posticcio che crede ancora alla storia di piacere alle donne perché cucina bene. E tu, tu dimostrami che faresti tutto per nostro figlio, tutto, dimostrami che hai spirito di sacrificio e sei un buon padre. Mogli insoddisfatte che prima ti accolgono tra le loro cosce e poi ti parlano, commosse, del loro maritino e dei primi meravigliosi tempi insieme.
Non usare il preservativo ma stai attento, mi sentirei una puttana”
Gli antagonisti che ti fanno gli auguri perché servi loro più degli amici; senza chi li può battere stanno male. All'amante il regalo del regalo che verrà, “stavolta non ho potuto, amore. Ma partiremo presto insieme”.

Accolgo con indulgenza tutta la presunzione che mi sfiora. Bastano due semplici telefonate e ti ritrovi con qualcuno addosso che ti spiega quanto è bravo, duttile, eclettico. Ma anche “è difficile che mi si faccia fesso”.
Una delle frasi più gettonate è “sono stato l'unico a...” e giù azioni coraggiose, contegni sublimati dall'intelligenza, strategie favolose di qualsiasi natura. A parole tutti sono bravi e tutti capiscono tutto. A parole sono tutti necessari. Noto che molti, moltissimi, si illudono di possedere un forte carisma. Di essere influenti, virali e contagiosi su idee e comportamenti. Sono molto indulgente. Considero bijoutterie queste esternazioni. Manuale di autoconvincemento applicato.

Vado in giro. Annoto tutto. Dalle autoreggenti della casalinga alla stupidità dei ragazzi cafoni che fingono di prendersi a botte in funicolare, dall'aria patibolare di alcune mamme sfiorite all'effetto laccato e imbarazzante di certi stilosi vomeresi. Vado in giro con un'arma impropria, la strafottenza. Lo so, i miei pantaloni non valgono molto, l'orologio è stravagante, non ho mai imparato a pettinarmi e non comunico tranquillità. Sono in fase pre-clochard. Non sono imbarazzato dalla mia povertà. Le calde carezze le preferisco sul cazzo piuttosto che sulle spalle a mo' di pacca.
Le vie del benessere, dove i miei genitori negli anni ottanta passeggiavano a braccetto il sabato mattina, ripescano senza emozione il bastardo che sono diventato, l'aborto di quelle premesse informi.
Conosco bene l'odore di queste donne imbellettate, conosco bene l'odore che sprigionano quando si spalancano, perché il meticcio se lo scopavano come diversivo, e si facevano leggere stralci di libri che non avrebbero mai letto. Quando vieni dentro una di queste, lo sai che sei di passaggio, che sei la variante alla baita accessoriata, alla serata tra conoscenti cresi, e magari sono anche quelle cattoliche con una replica di fede sotto il cuscino.
Mio padre lo chiamavano “professore” perché si presentava talmente bene da incutere una certa soggezione; la sua eleganza faceva pensare ad un portafogli bello pieno. Quando mi portava nei migliori negozi d'abbigliamento e mi presentava come suo figlio, quelli del negozio sgranavano gli occhi, non ero confacente allo stile paterno, non ero credibile come discendente. La cosa mi divertiva, a mio padre meno.
Mi ripresento sporadicamente in queste strade, sono un faro disabitato, l'acqua ha invaso tutte le stanze, le navi che per errore vanno ad incagliarsi tra gli scogli bui diventano parte di quel museo delle scomparizioni che visito continuamente.
Vedo spesso Annalisa, una delle mie prime ragazze, con marito e figli. Una bella famiglia compita, diligente, con lui vestito sempre in giacca e cravatta e un orologio pataccone al polso destro. Annalisa mi trovava affascinante, diceva, ma non faceva che avversarmi, sostenendo che avevo un modo di pensare sgradevole e crudele. Aveva ragione. Con Annalisa sarei stato un uomo per bene e adesso forse avrei un buon posto di lavoro. Dovevo solo fare l'amore con lei, e non scandalizzare il suo mondo educato con le mie porcherie comuniste, antireligiose, sessiste e provocatorie. Cannibalizzavo la sua sensibilità come il peggiore degli stronzi; chissà che cazzo credevo di ottenere.
Di lei ricordo la dolcezza che non sapevo capitalizzare e apprezzare, e che la sconquassavano le fantasiose oscenità che le sussurravo quando la toccavo tra le gambe. Non si concedeva, e faceva benissimo. Non me lo meritavo. Ero solo l'anteprima di un vampiro e in fondo mi disprezzavo non poco. Infatti, ci lasciammo velocemente e continuai a fotticchiare in giro, sempre posseduto da quella rabbia sociale che tanta indignazione privata ha suscitato negli anni della maturità, e cioè ora.
Annalisa era molto cattolica, molto educata, e anche molto semplice nel suo essere in regola con il suo mondo. Non l'ho mai disprezzata e mai potrei ricordarla con fastidio; ricordo invece con molta irritazione la mia veemenza e lo scarso rispetto che mostravo per le sue idee.
Le risparmio il saluto, quando la incontro con marito e prole, non voglio creare imbarazzi. Una volta le ho sorriso ed ero sincero.
Sarebbe divertente dirle che sono peggiorato, anche se sono meno agitato esteriormente. Ma dentro, dentro, la lava ha superato il livello di guardia, diradando notevolmente la possibilità di insediamenti duraturi.
Anni fa le chiesi scusa. Lei si schermì.
Non sono adeguato alla salvezza”, le dissi, con un effetto involontariamente melodrammatico, ma ero sincero. Il suo volto sereno mi piacque, ma sono quelle espressioni che non mi appartengono e non vado cercando più da una vita.
Ho spesso mancato di rispetto in modo stupido. Questo, negli anni in cui ancora credevo di poter incidere in qualche modo sulla corteccia ambientale. Oggi penso che ognuno può fare quello che cazzo vuole, purché non si pretenda di decidere anche per gli altri.
Mentre percorro via Filangieri, penso a cose disparate, scollate, istintive. Sono belli i dischi in cui ci sono dei passaggi di vibrafono con un bel basso caldo sotto, l'effetto è suggestivo. Non cambierei più marca di sigarette. Continuo ad amare i pullover a collo alto. Detesto andare dal barbiere, anche se è gentile e mi chiede come va senza affettazione. Penso che addormentarsi vestiti è un modo di non controllarsi troppo, una modalità necessaria di libertà. Penso che scrivere non mi ha impedito di creare e alimentare segreti. Mi accorgo di non guardare più le finestre della mia prima casa. Troppo doloroso. Non pensavo, non avrei mai pensato, che si diventasse dei reduci così presto.
Ma è stata una lezione che ho meritato per intero, per troppo tempo ho pensato di dominare la scena con le parole e con la consapevolezza.
La lucidità, la tentazione del vuoto, non rendono migliori. Sono piuttosto un impiccio, manciate di sale freddo su ferite che non si raffreddano se non durante il breve sonno.
Riconosco sull'uscio del negozio il vecchio commesso che consigliava le cravatte a mio padre. Naturalmente non mi riconosce e il suo sguardo mi attraversa in cerca di clienti veri. Indosso un cappotto, fumo con i guanti e forse ho anche un'aria non stupida, ma non è quel che serve nel canale di scolo di questa educata dannazione che è la storia personale.

Luca De Pasquale, 29 novembre 2013

27/11/13

Il circolo delle rughe e delle piaghe


Tutto il paese parla della decadenza del cavaliere. Il freddo flagella, flagellare, verbo abusato, il Sud e quindi anche me.
Parlare ancora del cavaliere (rigorosamente in minuscolo) mi disgusta a tal punto che non commento in alcun modo e non mi aggrego nemmeno ai cori di giubilo. Quell'uomo per me rappresenta uno squallido contrattempo da vent'anni, altro non mi viene da dire.
Di certo, per questa decadenza non mi inventerò un avatar da social network o blog con la scritta “Venceremos” e non cenerò con gli amici per godere della cosa. Lieto della decadenza, certo, ma ho altri cazzi che vanno in milonga e poi si sparano pure, dunque silenzio.
Mi rendo conto che quando mi distraggo dalla mia dolentia, mi disabituo quasi all'espressione. Quella che gli altri, i miei 'altri', vedono come una sospirata tregua, per me è un'interruzione di caos, e poi fatico a ritrovare il filo del mio discorso. Il mio, appunto.
In questo momento, in quella che io chiamo casa c'è un vecchio disco di Richard Galliano, con il brano “For Lolo”, il cui attacco al basso è un po' come fosse una foto del mio carattere. Il canto del basso elettrico, ad opera di Jean-Marc Jafet, dura esattamente 22 secondi iniziali, basta e avanza per evitare altre note biografiche.
Stamattina, mentre camminavo per una Napoli ghiacciata, si sa che i napoletani hanno praticamente paura del freddo, mi sono compiaciuto dello sfoltimento intensivo dei rompicoglioni. Non assisto più a vacue esibizioni di benessere economico, abitudini compulsive, sodomie e dita al cioccolato da rigattiere in crisi, e non sono costretto a trattare decentemente le merde. Una parziale liberazione, tanto manco ci riuscivo bene.
Aniello, 41 anni, consulente informatico;
Ruggiero detto Mandy, 38 anni, agente immobiliare di destra sciapa;
Michela, 40 anni, supplente e donna di lacrime;
Antonio Luca per gli amici Ares, 44 anni, impiegato e poeta;
Francesco Z., 32 anni, ex tecnico informatico e pr di locali infimi;
Concetta surnominata Cristina, 31 anni, incognita e proiezionista di fica da non usare.
Questi e altri, scomparsi. Cancellati. Non rimandati a settembre, annullati, distaccati in altre vite. Ho finito di disquisire di cortesi cazzate con il primo maledetto prossimo obbligatorio. Non amo parlare con chi mi sta sullo stomaco, e non ho mai imparato a forzarmi, foss'anche conveniente.
Non parlo di religione. Sono ateo e muto. Non parlo volentieri di politica. Sono un marxista in uno sgabuzzino.

Oggi ho visto un camion della frutta con un enorme scritta sul cofano, “Solo Gesù ti salva”. Ho annotato la cosa. Stavo fumando e non sono riuscito a concentrarmi troppo sull'assunto. Ho invece pensato che le donne diventano più desiderabili d'inverno, non saprei spiegare perché, ma non sono riflessioni degne di essere approfondite.
La giovane e bella professionista, me ne ricordo oggi, mi disse tempo fa che amava leggermi, che leggermi al risveglio le era necessario. Ricordo che non mi eccitai. Ci sono persone che capisci subito non entreranno a far parte della tua vita.
È tra simili che si tende a cercare calma e quiete, è questa la beffa poco coraggiosa. È tra simili che si creano le abitudini, le consuetudini, i rituali, è tra simili che il bene resiste e non si finisce nel mattatoio puzzolente degli equivoci e di luoghi e sentimenti mancati.
Tutta questa ricerca di similitudini e familiarità mi disturba molto e non la condivido. Grazie al cazzo che poi tutto si appiana.
Ti vedi queste tavolate di quarancinquantenni che si aggrappano al bello, al costruito, a curiosità che non escono mai dai soliti schemi, è francamente patetico.
Sei vegetariano? Allora ti porto in un ottimo ristorante specializzato.
Hai problemi con il sesso? Allora non scoperemo, ma ti prego, cerchiamo di andare d'accordo e farci del bene.
Mi hai preferito Maurizio? E va bene, che sarà mai, ora su facebook divento anche amico di Maurizio, non sia mai detto che perdo la possibilità di una comitiva matura di quarancinquantenni.
Queste persone mi stancano, dopo avermi irritato. Non fanno altro che girare attorno alla paura della diversità, che a parole vanno cercando e sostengono di proteggere. Caraboub dalle isole Mayotte va tutelato e fa tanta curiosità, se mangia granchi sui crackers, che bello essere cittadini del mondo e incuriosirsi. Che bello il confronto, per i quarancinquantenni. Ma se io, quarancinquantenne come loro, mi faccio cacare addosso da una ventunenne e ho osato leggere un libro di Evola per cultura, allora sono uno stronzo, uno sbracone reazionario.
Provo un certo piacere nel bruciarmi. Non cerco simili. Al mio funerale vorrò chi è rimasto, non chi si è rintanato in casa.

C'è ghiaccio fuori alla mia porta. 
Il dolore ha le stesse ossessioni di un animale da compagnia, gli dai da mangiare e ti lascerà perdere tutta la giornata, dormendo ai tuoi piedi in un'abitudine, ennesima e inevitabile, di crudeltà da ritemprare.

Ventotto giorni a Natale. Un nonnulla. Stavolta non uscirò come uno stronzo da un negozio alle otto di sera del 24, desideroso di essere lasciato in pace per almeno un mese. Stavolta potrò scegliere con cura i luoghi del letargo, dove essere irrituale e scomposto, senza esortazioni pletoriche ad avvelenarmi il sangue, senza dover baciare le guance di manichini seriali e sgonfi.
Una forma di Natale intelligente è per me cenare da solo, senza tovaglia ma sereno. Un primo, un secondo, il caffè, la sigaretta, un poliziesco non metafisico -almeno alla vigilia- o una commedia amara, superare la mezzanotte, ingozzarsi di tutte le lettere mai consegnate a Babbo Natale, ignorare l'arma rivolta al tempo trascorso, ignorare la fanfara benefica della speranza di prassi, assaporare le mie labbra tagliate di quarancinquantenne senza padroni.

Luca De Pasquale, 27 novembre 2013

26/11/13

Forse libertà


5:16 am
L'insonnia fa pensare meglio. L'insonnia fa pensare profondo. Non hai giustifiche, non hai distrazioni o diversivi, non hai scusanti, e né gli amici né la tua compagna possono salvarti. Hai l'insonnia, sei solo e nudo sotto la notte.
L'insonnia è spietata e ti fa pensare in modo deciso, non compromissorio, senza zuccherini. Ti piazza al muro, ti chiede di affrontare lo sguardo severo dell'oggi. Il passato sbiadisce, in fondo è uno scherzo pallido, in momenti come questo.
Ascolto Arild Andersen, il brano “Predawn” ha il titolo e il sound migliore per questa fascia di notte che schiarisce. Il contrabbasso del leader sembra misurarmi i passi, le parole, le attese, scava e concima, segmenta e mescola, distilla e forse mi zittisce. Rende gioco e divertimento del pensiero le rumorose apparenze che uno ha facilitato durante il giorno. Era giorno, certo, c'era il sole e un po' di pioggia, e tu cosa potevi fare? Sei stato anche un po' giorno e un po' luce del sole.
Ma la dimora notturna è più adeguata, più giusta, persino più calda. E scrivere a quest'ora è un momento di verità, è rifiutare il riposo per iniziare un'esplorazione senza benefit, senza abbellimenti.
La tromba di Kenny Wheeler si appoggia alla cavata di Andersen, è il sottofondo, gli specchi e le finestre ti rimandano all'oscurità ed è a lei che tu rimetti la visione della strada e dei contorni.
Ci sono strade che si chiudono per sempre. Non importa, non cambia le cose, ripensarle con odio o con rimpianto, te ne accorgi quando cerchi di renderle ancora musica e invece gli strumentisti restano fermi, non è quella la partitura che aspettano. E non erano quelli gli accordi.
È molto facile lasciarsi andare all'idealizzazione di quel che è stato, non è confutabile, si tende a ricordare l'emozione positiva e non il disagio profondo, la speranza del momento, non la disillusione estesa. Si ricordano gli istanti di piacere e di soddisfazione come un paradiso perduto, un albergo familiare poi tradito in viaggi ed esperimenti che funzionavano come rivoli di lacrime trattenute. Le persone che ci hanno emozionato, a volte viene la tentazione di considerarle ancora raggiungibili, ferme nel nostro mondo come pietre preziose, ci diciamo che le abbiamo solo trascurate e non perse.
La stupidità di pensare che le occasioni siano sempre le stesse, rinnovabili come contratti, come fossero ricorrenze per le quali ci decoreremo ancora e risulteremo festa, ritorno, bellezza.
Ma in realtà sono occasioni terminate, fasce di vita che hanno fornito indicazioni e percorsi alternativi. Indicazioni spesso molto dolorose e anche frustranti.
Non sono mai stato incline ad impormi la felicità, e soprattutto a pensare che la felicità sia allungare il giorno e non ammettere che i risvegli possono essere atrocemente differenti dalle promesse riconosciute.
Dopo le notti d'amore ho tante volte raccolto il vuoto. Quella musica frammentata, quella sabbia fredda che è prendere coscienza. Dopo che mi è stato detto a cosa ero adatto e cosa no, ho scoperto che si trattava di equivoci, e che nessun essere umano può portare avanti un mestiere o una caratteristica invadente prima dell'anima. Nessuno può inventarsi un rumore così assordante e fascinoso allo stesso tempo, un rumore che preceda la vita stessa.
Scrivo a quest'ora della notte, è freddissimo e ho le ossa rotte, bevo caffè e fumo come il guardiano notturno di un magazzino non organizzato, le contraddizioni dominano la scena, come è giusto che sia, troppi stimoli, troppe recalcitrazioni del disordine, troppe parole che hanno paura di mostrarsi a entità diverse da se stessi.
Alla mia età il senso di realtà sconfigge molti sogni ad occhi aperti e molti aspetti che l'anima vorrebbe vincessero, i romanzi imprevisti, le storie di coraggio e di passione che forse tutti vorremmo come autoritratto.
Sarebbe davvero tanto opportuno, se vincesse il giusto? E si è tanto sicuri che si vince qualcosa? Ho molti dubbi al riguardo.
In questa luce irreale della notte, una delle domande senza risposta riguarda la scelta, ammesso che ci sia, tra il lasciare che certe cose accadano e si deteriorino oppure il non facilitarle, renderle ideali e per questo quasi eterne, sospese.
Ha poca importanza. Sono entrato in un cono d'ombra e mi muovo disinvolto, piccolo paese di pioggia e di traghetti al mattino, la sponda a volte è preferibile all'approdo.

12,32 PM
Questa è la differenza tra notte e giorno. Passato mezzogiorno, la polvere della notte è definitivamente scomparsa e si ha un modo più lineare di considerare tutto. Un modo che non preferisco, ma che per senso della realtà devo reputare necessario.
Unica traccia che resta della notte è il disco del bassista, ex collaboratore di Frank Zappa, Tom Fowler; “Let's start over” è un disco raffinatissimo, tra Steely Dan, Zappa stesso e il soul tinteggiato di jazz. Fowler al basso elettrico è di grande eleganza, le chiusure e i rattoppi sono di difficile esecuzione ma fluide, il suono è languido ma preciso, aver fatto parte di una delle meravigliose band di Frank Zappa è del resto garanzia assoluta. Il cd è già poco reperibile dopo soli due anni, mentre magari si prepara l'ennesima ristampa del catalogo Pink Floyd con cinquanta edizioni diverse, o si concede a qualche demagogo lo status di musicista influente.
Per ragioni alimentari ho dovuto trattenere la poltiglia desolata nella mia bocca, ogni volta che ho dovuto spiegare a qualcuno chi fosse Mika, i Muse, i Maroon 5, oppure vendere per l'ennesima volta “Kind of blue” a qualche cinquantenne sprovveduto in vena di fare colpo. Il mio non è un atteggiamento elistico, non ne sarei capace, ma posso ben ritenermi, dopo quasi venti anni sul campo e quaranta nella testa e nel cuore, stanco delle ossessioni commerciali. Non è una mia priorità interpretare i gusti della massa, perché ammetto di trovarlo di scarsissimo interesse. Ho poco tempo, ed è un mio diritto seguire Tom Fowler e il basso westcoast piuttosto che la next big thing e la solita messe di enfatiche ristampe di gruppi storici. Amare alla follia, che so, i Rolling Stones e possedere seicento bootleg della band non mi piacerebbe; la mia curiosità è scovare chi ha avuto poche chances e cercare di valorizzare chi continua il suo mestiere e la sua arte con stile.
Oggi non volano cazzi, in questa nota. Ci sarebbe da festeggiare. Non escludo di ordinare una torta in pasticceria, piena di glassa e con la scritta “Forse libertà”.

Luca De Pasquale, 26 novembre 2013

24/11/13

Il caso Bertaux e appunti randagi sparsi


Il faut choisir, mourir ou mentir”
Louis-Ferdinand Celine

Da ragazzo mi capitava di vedere le previsioni astrologiche su Rai2, a cura di Massimo Fornicoli. Sigla della trasmissione era “Nice” degli Uzeb. Mi piaceva. Qualche anno dopo, avrei seguito con un certo furore il gruppo di Alain Caron e compagni.
La saggezza e la compassatezza di Fornicoli mi piacevano. Non era mieloso nel parlare d'amore. Non era enfatico nell'annunciare successi e svolte. Non era compiaciuto nel predire difficoltà.
E poi sedeva a gambe incrociate su un tappeto immaginario; era interessante, sì.
All'epoca avrei anche voluto fare l'amore con Catherine Spaak.
Leggevo con foga ossessionante le storie di Bukowski e iniziavo a parlare francese. Mangiavo esclusivamente pasta e carne e fumavo regolarmente in casa, seppure con moderazione. Di notte facevo incubi. Non ho mai smesso, ma mi hanno arricchito, a loro modo.
Era, più o meno, il 1989.
In quegli anni ero convinto che avrei condotto una vita randagia, ai margini del buonsenso e lontano, molto lontano, dal percorso obbligato di crescita perorato dagli 'adulti ufficiali'.
Pensavo anche di essere di estrema sinistra, e che avrei trovato un ambiente nel quale muovermi familiarmente. Mi sbagliavo. Non avevo fatto i conti con il mio individualismo fottuto, con l'ortodossia identificativa dei centri sociali, con il pensiero convogliante, su gusti e intenti, della sinistra antagonista. Ero francofono, individualista, marxista ma fissato per l'ordine, affine all'operaio e non certo al padrone, ma anche desideroso di una severità statale da DDR e non certo da Italia.
Era il 1989, circa, e probabilmente farfugliavo ancora cose che potevo solo intuire.

Siamo in un 2013 che sta morendo ed è cambiato tutto. I miei capelli stanno diventando mano a mano grigi, la mattina mi sveglio sempre più presto, le strade non sono più desideri ma scommesse, non riesco più a entrare in una casa vuota senza pensare ad Ultimo Tango ed è un segno di vecchiaia.
Ho difficoltà sempre crescenti ad ascoltare rock popolare e la dark wave che mi seduceva da ragazzo mi lascia indifferente e quasi infastidito. Non ho voglia di rivivere quel periodo di ribellione sotto simboli. Un buon disco di jazz francese o belga è molto più anticonformista e veritiero, adesso, e ha un senso preciso.
Le curiosità arrivano in contemporanea con il disincanto, binomio che non preventivavo, binomio interessante, temperatura reale di un uomo. Non tollero rumori a tavola e le persone che mangiano con quella frenesia goduriosa e masticante. Chi dice di non poter vivere senza l'estasi del cibo e del vino è messo alla porta dopo pochi istanti: a ognuno il suo vizio. Il tabacco non è certo meno nobile del vino, almeno per me. Chi dice di aver seguito un percorso e di aver raggiunto tutte le tappe è un pazzo o un baro. L'età conta. Ho imparato ad accettare tanta roba. Non si può sempre pensare di poter vivere in una bella canzone dada di Sergio Caputo, ma è già tanto non finire in un'aria di Al Bano.
La ragazza della porta accanto non esiste. Definitivamente.
I rapporti di lavoro sono quasi sempre deiezioni in carta di cioccolatino aziendale. C'è competizione anche tra i falliti, c'è addirittura competizione tra scrittori che non pubblicano, non sia mai che uno si riprenda.
C'è competizione su storie di cazzo e seduzione, la mia donna è più completa della tua, ho avuto più donne di te, non osare pensare alla mia perché sceglierebbe comunque me, ho le spalle più solide.
Con parenti in carta copiativa, vecchi amici, limitati colleghi e vecchie fiamme invece si vaneggia circa appuntamenti di ripristino, “mi sei mancato”, “abbiamo sbagliato”, ci si promette caffè come redenzioni, si recupera raccontandosi tutto in modo confuso, omettendo la merda e credendo di salvare il bello per questo. Si inizia a fare delle sciocche classifiche, le persone che sono rimaste e quelle che no, ho amato più Michela che Anna anche se Anna era più erotica, il mio zio preferito è stato..., si diventa nostalgici e più spesso patetici. I dieci libri o dischi da isola deserta, il bacio più bello, il pompino più improbabile, “ti ricordi quando scopammo in quattro nell'Alfasud al parco Virgiliano?”
No, non ricordo, grazie lo stesso.
Ti ricordi quando presentasti il primo libro? 151 copie vendute!”
Ero io? Non ricordo bene.
In realtà ricordo tutto di tutto, per giunta con dettagli che adesso sono stranamente più chiari. Ho una memoria che a volte devo maledire, perché ricordo le espressioni, le frasi precise, i contesti, ed è anche memoria emotiva che ricorda minuziosamente gli stati d'animo. Troppa memoria, tantissimi sassolini nelle scarpe che oggi si possono tirare solo alla luna, come licantropi istupiditi.
Perché intanto ci si è ricostruiti un po' tutti, alcuni sono addirittura morti o così cambiati da non ispirare più vendetta e rancore. Impossibile, ad esempio, vendicarsi di donne che sono finite poi con individui tristissimi, che le infelicitano ogni giorno con la loro pochezza ad effetto. Poco congruo accanirsi con amici ottusi che sono finiti tra le ganasce di qualche santone, nello studio di qualche analista pluridivorziato, o tra le gambe di un cesso qualunque che li domina e li dirige.
Allucinante e assurdo, poi, provare a sabotare persone che ti hanno danneggiato quasi senza rendersene conto, e certamente senza onore. A volte auspicherei un nemico vero, da stimare, un nemico di spessore e non quattro coglioni con la cacarella.
Sento addosso l'invidia, a volte, di piccoli scrivani che hanno fallito il progetto di scalare il mondo letterario. Non riescono neanche a chiavare, con quel che scrivono, ed ecco che schiumano rabbia.
Si augurano che tu vada a fondo, e che debba rinunciare fragorosamente; al contempo fingono di volerti ritrovare sulla scena, “perché sei uno scrittore straordinario”.
Altra storia quelli con il cazzo piccolo. Odiano a caso, perché per loro tutti gli altri uomini potrebbero averlo più grande e fottere meglio di loro. Magari hanno anche una compagna, ma dopo un minuto hanno finito, sono molto nervosi e si fottono di paura, che lei si svegli, che lei li scarti. Forse, per quel che scrivo, pensano che io disponga di una grossa fava; li compatisco talmente da dichiarare pacificamente che non c'è nulla di straordinario nel mio cazzo, nulla che travolga la normalità. E comunque, vorrei dir loro, il cazzo passa per il campo militare della testa, altrimenti è solo il mattarello di una vecchia casalinga.
C'è sempre chi vuole sminuire, anche se c'è da andare a toccare chi non è celebre e non fa rumore. È inutile perdere tempo con i pareri ondivaghi di certe persone, è sciocco sgombrare i canali per il transito del loro fiele, così mal commisurato all'obiettivo.
Mi annoia cercare di distruggere la buona immagine di alcuni imbecilli che pure non tollero; mi sembrerebbe di fare esibizionismo in una portineria.

È il caso di Cyber-Enzo, che una volta mi dice che sono specializzato solo in basso e contrabbasso e aspetta la mia reazione indignata; non arriva, ed ecco che si tuffa sul mondo letterario (che pure non conosce affatto), citandomi con rabbia compressa pubblicazioni di miei possibili concorrenti o avversari. Io rispondo, “sì, sapevo una mezza cosa” e lui si accanisce, sempre fingendo di volermi bene, su fatti privati, che conosce ancor meno di musica e letteratura, dicendomi “so che sei forte” quando non ho mostrato alcun segno di debolezza o di richiesta di aiuto.
Io ricambio con piccoli fastidi, perché lui è solo uno stronzo noioso; gli ho fatto credere che il bassista elettrico francese Marc Bertaux ha inciso quattro album solisti, e che io li posseggo tutti. Lui impazzisce su Amazon, Ebay e i pochi siti che bazzica, convinto che debba eguagliarmi e superarmi, magari con il miracolo di un quinto disco a me sconosciuto. Non immagina, perché ossessionato da competizione e rivalsa, che Marc Bertaux non ha inciso alcun disco solista. Sarò costretto a sabotarlo ancora e ancora. D'accordo.

La sera è andata. La Fiorentina ha perso. Ho acceso una sigaretta che sa di tè e biscotti integrali. Ricordo ancora nel dettaglio la barba di Massimo Fornicoli. Potrebbe andare peggio, credo.

Luca De Pasquale, 24 novembre 2013

21/11/13

Giulia e i fiori marci


I giochi erotici rivelano un mondo innominabile che il linguaggio notturno degli amanti rende palese. Un tale linguaggio non si scrive. Lo si sussurra di notte in un orecchio, con voce arrochita. All'alba, lo si dimentica.
Jean Genet, “Journal du voleur”

Il poeta del cazzo cerca di spopolare su facebook e invia continui inviti per la sua pagina. Scrive roba di merda, stelle, astri, alberi millenari, odi alla grandiosità del creato, farfugliamenti sull'amore e sui colpi di fulmine, la farmacopea del rimorso, e quanto è bello e tronfio essere uomini del sud. Ha quasi cinquant'anni, non ha una donna ma la cerca disperatamente, me lo vedo chiaro chiaro con il cazzo stretto nel pugno, ad ansare, a cercare intanto nuove frasi ad effetto per i fessi che lo seguono.
Le sue poesie mi fanno vomitare. La sua supponenza è insopportabile, e poi non ha ancora capito che non sarà mai nessuno, il che è di una tristezza infinita.

Foto di concerti. Presenziare, presenziare.
Gruppi di amici fuori ad una pizzeria. Esserci, esserci.
Foto di innamorati che si baciano e guardano l'obiettivo con aria da peluches lessi. Fumo negli occhi.
Citazioni di Che Guevara buttate lì, ad attendere riscontri. Banalità.
Mi arrivano due messaggi privati, contraddistinti entrambi dal dono della sintesi: “Come va?”
Come va? Non rispondo. O potrei, rispondendo “bene” e chiudendo lì.
Sai dove potrei trovare le ristampe economiche dei Van Der Graaf Generator?”
Rispondo velocemente: “No, mi spiace”. Non amo essere discorsivo in contesti del genere.

Mi addormento alle due e qualcosa, fuori c'è un vento terrificante, il cancello di casa sbatte in modo sinistro. Sembra quasi che lì fuori ci sia il demonio e la nostra resa dei conti.
Sogno Giulia. Siamo in una camera spaziosa e strana, con noi c'è anche un mio parente morto, che sembra essere un suo ex. Aspettiamo che si faccia notte, quando lui scompare dalla scena. Giulia indossa delle autoreggenti e io la prendo appena mi è possibile; lei mi insulta pesantemente, mi dice stronzo che mi fai, che mi stai facendo, stronzo, ed io la scopo, non mi fermo mai, aumento la velocità, i suoi insulti mi eccitano ancora di più, mi sento una bestia ferita e non voglio arrivare all'orgasmo, voglio continuare, ci dovremo morire addosso, io e Giulia.
Oddio, che stronzo che sei, oddio...”, è la sua voce.
Tu continua a pregare e io continuo a chiavarti”, le dico, con un tono che non mi appartiene, una voce vecchia, chiusa, marcia.
Mi sveglio eccitato e impaurito. Sono definitivamente fottuto. La gentilezza è un ospite che morirà in gabbia e non avrà funerale.
Il vento, se possibile, si è intensificato. Mi alzo. Sono un oggetto nero in una piccola casa, quanto è lontana l'idea di salvarsi. Quanto.

Le gente infelice a volte è una piaga. È una piaga quando non c'è riserbo sufficiente e autogestione. Quando c'è la necessità continua di essere rassicurati e sognare in pubblico. Quando ci si affida a dei libri, a dei precetti, a delle regole di rinascita. Quando sono così deboli, rompono solo il cazzo. La solitudine gli rode il culo e cercano di uscire dalla melma con azioni confuse, velleitarie, poggiate sulla clamorosa illusione di un fato equanime, che prima o poi ti rimborserà.
Apprezzo molto di più quelli che scontano la condanna con impatto esterno minimo, non rassegnati ma autonomi. Il mio è un caso differente e senza importanza, perché a me interessa la negatività e non la scaccio mai, quando viene a bussare alla mia porta. Le preparo un caffè e sto ad ascoltarla, fumiamo fino a tardi e ci salutiamo da vecchi conoscenti cortesi, non sapendo mai quando e dove ci rivedremo.

Mi riaddormento all'alba. Sono in sella ad una moto, che mi si sfascia sotto, perdendo pezzi mentre percorro a bassa velocità via Nisco a Napoli, una delle strade della mia adolescenza.
Nel sogno so di tornare a casa dopo la violenta scopata con Giulia. È una continuazione del sogno precedente. La gente mi chiede come mai la moto ha perso tutti quei pezzi. Non rispondo e mi sveglio di nuovo.
Metto un notiziario e preparo il caffè. Mi guardo nello specchio e scopro di essere pettinato, strano. Forse dopo Giulia, nel sogno, mi sono rimesso in sesto.
Nei reni, nella schiena dritta ma dolorante, sento risvegliarsi il piccolo negozio della mia rabbia. Mi sento stanco, come se avessi davvero scopato tutta la notte. Mi ricordo che non vedo Giulia da anni e che non l'ho mai vista con autoreggenti; ma può darsi che le mettesse per quel coglione del fidanzato, che ignorava la nostra relazione parallela.
Quanti uomini riescono a rendersi ridicoli con la buona fede. È capitato anche a me, e se ci ripenso non mi innervosisco affatto, ma mi rivedo come un implume animaletto destinato ad essere schiacciato dall'approssimazione e dal capriccio.
Quando esce il caffè, ho la nitida percezione della voglia ancora non sopita di cancellare, cancellare, cancellare. Non mi piace farlo con calma: preferisco la violenza. Nettamente.
L'ideologia della vendetta ha ben poco a che vedere con l'essere una persona per bene o meno; è una questione di temperamento.

Il poeta del cazzo ha scritto una roba sull'anima che farebbe andare al bagno qualsiasi invertebrato consulente editoriale. Le solite stronzate dal corpo enfatico e sacrale, mistura incomprensibile tra orante pietismo e ardito tentativo di seduzione di povere criste. Questo tizio non fa altro che succhiarsi il cazzo da solo e trovarlo buono.
Magari, se riuscisse a venirsi in bocca capirebbe che è giunto il momento di farla finita. Un ferro di terza mano lo troverebbe, dovrebbe solo caricare e pregare.
Quanto a me. Quanto a me, dovevo cambiare quei fiori. Dovevo cambiare quei fiori. Sono la mia vergogna ed è un contributo a questo trasvolare sui fuochi fatui sapendo che non potrò rimediare, non con sciocche poesie, non con l'onestà del pensiero, non con il recupero di pezzi di cielo senza proprietario.
Dovevo cambiare i fiori, sì, ma chi è marcio non sa più dove trovare fiori freschi.

Luca De Pasquale, 21 novembre 2013

19/11/13

La pulizia dei lampi


Nel letto, cercando di dormire, passo in rassegna quello che è accaduto in giornata e, in generale, i fatti della vita.
Cerco di non fumare più a letto, non tanto perché potrei prendere fuoco o perché fa male, ma perché considero il fumare a letto un atto di disordine e forse di scoramento.
Penso, al buio, che si arriva ad un punto in cui non si può permettere alle solite cose, quelle più consolidate, di rovinare tutto. Perché poi si è costretti a rinchiudersi, a schiumare, a farfugliare.
Mi interessa di più il giorno seguente che quello in corso o il precedente. Da sempre. Questo significa che sono vivo.
Avere una visione molto cupa della vita stessa e degli affetti, addirittura della fortuna, non è una contraddizione. Quello è temperamento e storia, il palazzo di vetro dell'anima, sempre sotto l'attacco dei lampi.
Cerco di addormentarmi senza smaniare, mi chiedo semplicemente di non disperdere quel fascino in movimento che è percepire l'afflusso di sangue, mi chiedo disciplina in questo ammasso di tenebre panoramiche, non riuscirò ad amarmi facilmente, ma devo provarci.
Soprattutto, devo cercare di guardarmi, tra specchi, finestre e memoria, senza essere costretto a chiamare rinforzi.
Sono nel mio letto e tutto è silenzio attorno. Condizione ideale per mettersi alla prova e rinnovarsi. Per lasciare che i lampi operino dentro e bonifichino le paludi invecchiate, i vecchi film dell'orrore ripetuti ossessivamente, lasciare che sorprendano scene mai superate in stanze invecchiate e che le folgorino una volta per tutte.
La pulizia dei lampi mi è necessaria dentro, come il mare, come il coraggio di pronunciare il proprio nome senza per questo commemorare il disarmo e ripristinare il passato ad ogni movenza più indecisa.

Faccio colazione al bar dove sanno già quel che voglio. Così devo parlare il meno possibile. C'è una donna con una gonna rossa che mi guarda per qualche istante e poi si gira a parlare nuovamente con la sua amica. Mi sento compiaciuto. Molto. Lo confesso. Gli sguardi di certe donne sono sempre una frustata necessaria, come se ti predisponessero ad accettare la vita. Eppure, per me piacere è sempre stato un senso di colpa in frac. Per la sensibilità irregolare che mi scorre dentro, al di là della mia volontà, piacere è sempre un torto che si fa a qualcun altro.
Piacere distrugge la quiete e ti fa rincasare più tardi, o dire piccole bugie, o fare paura a qualcuno, come regalargli pietre d'instabilità, pillole d'ansia. A me non piacerebbe.
Piaccio spesso a donne che un compagno già ce l'hanno. Probabilmente perché non ho concluso nulla di quello che i loro compagni portano avanti con malcelata fierezza. Sembro essere la variante, ma io so di essere semplicemente uno interessato ad altre cose. O, forse, incuriosisco perché si capisce che non penso alla mia vita in lungo, che le mie scadenze sono a brevissimo e poi chissà. Ma è una finta poesia. Non si può essere la salvezza di nessuno e poi visti da vicino siamo tutti più sgradevoli e difettosi.
Gli occhi della donna con la gonna rossa sono due abissi con le ciglia, sono insidiosi richiami che potrebbero riportare a galla tutta la filosofia del naufragio e del mai. Capisco subito che si tratta di una creatura pericolosa, con quell'estraneità fatata che avvolge, divora e risputa scarnificati, per cui finisco alla svelta il cornetto e scompaio dietro il fumo della mia sigaretta.

Dobbiamo scrivere qualcosa insieme”, mi dice Enzo, e io annuisco senza convinzione. Per me scrivere è un atto molto intimo e necessita di una liturgia profonda e senza testimoni. Per me scrivere, in certi giorni, è come essere nudo e contornato da demoni che mi fanno vento, altro che scrivere qualcosa di umoristico con il volenteroso Enzo.
La cosa paradossale è che Enzo si prende molto più sul serio di me, anche se continua a scrivere con il primario scopo di fare presentazioni e strizzare l'occhio alle lolite o alle signore ben conservate, tanto i soldi già ce li ha e scrivendo si guadagna ben poco, ai nostri livelli di non eccelsa popolarità, diciamo.
Quindi, naturalmente, declino l'invito servendomi di una gentile indifferenza, senza prosopopea e senza snobismo, solo perché la scrittura non può e191111ssere la donna di due uomini tanto diversi.

Non taglio i capelli e mi pettino mal volentieri. Sono riluttante all'ordine esteriore, quando cerco di fare pulizia dall'interno. Adoro riordinare le scaffalature del mio caos. Mi ci perdo, ma non desisto. Lo spazio più difficile da gestire è quello degli impulsi, spesso in conflitto tra loro e all'ultimo stadio di resistenza. È come sfidare dei sovrani con i loro nutriti eserciti. Ne esco sfinito.
Altre zone difficili sono quei piccoli stati del rancore e della rabbia che minacciano sempre di invadere paesi decisamente più estesi e pacifici. In quei casi, sono costretto a destituire i ricordi, defenestrarli e portarli alla ghigliottina. E far regnare qualche figurante di comodo pro tempore, qualcuno che regga la fila e mi conceda il giusto lasso di tempo per riorganizzarmi.
Per il resto, so che saranno i fatti e gli eventi a determinare il nuovo assetto degli archivi, come sempre. Bisogna cercare di essere consequenziali, logici, anche se la vita che si vuole è un susseguirsi di irregolarità. Non bisogna calcare la mano, con il desiderio di pulizia; si rischia di buttare tutto per liberare spazi asettici nei quali non si vivrebbe mai felici.
È tutto in gioco, tutto in movimento, arriveranno i lampi, meglio farsi trovare tranquilli, non uguali a se stessi ma simili a come si è sempre sperato.

Luca De Pasquale, 19/11/2013

18/11/13

L'abbandono


Gli abbandoni sono un'insegna al neon accesa tutta la notte, per tutte le notti. Gli abbandoni hanno convinto molti uomini a diventare creature da albergo, ospiti anche quando padroni.
Gli abbandoni finiscono in lettere stracciate il giorno seguente, prima di essere spedite.
Il peggior abbandono è il treno che passa veloce nella notte, mentre tu sei seduto a decidere le destinazioni, fumando infreddolito.
Gli abbandoni rendono gli abbracci più lunghi e le mani più calde.
Un rifiuto, nel mondo degli abbandoni, diventa un passo necessario per ritagliarsi e somigliarsi.
Un abbandono sensato è non essere di tutti e per tutti. Un abbandono di crescita è negarsi, distanziarsi, guarire.
Un abbandono di passione è lasciarsi amare in un disegno, un foglio di colori; o in un tunnel dove i messaggi sono rimasti a sedimentare e perdere senso.
Io sono un abbandono che respira. Che ama. Che morde. Che analizza e che resta fermo se il dolore altrui chiede precedenza. Io sono un abbandono che scrive. Sono un abbandono che non controlla le cifre dell'amore. Sono padre senza figli. Sono un abbandono educato, che dopo una certa ora non vuole più compagnia. Perché è difficile accordare i respiri, contenere i movimenti, misurare i rischi al buio.
Sono figlio di un grande abbandono e dunque sono propenso all'estremo, all'oltre, sono attento alle porte che non si aprono mai e ho paura di possedere sempre lo stesso mazzo di chiavi.
Sono attento alla musica, perché mi mette al muro, perché la musica mi regala le labbra e la parola.
Ogni amante di un abbandono è una donna blu, la cui storia è un sospiro, uno zampillo di lacrime raffreddate, un caso che non gioca con lo stupore e non resta mai fino al mattino dopo.
La memoria degli abbandoni è un ordine dall'alto che ti agguanta dal basso e costringe, bene o male, all'esecuzione.
I yuoi abbandoni restano tuoi; non possono davvero amare altri, non possono riempire altre vite, il colore lo hanno perso in te, nel tuo sangue hanno casa, vacanza e tedio, ma sono solo tuoi. E non puoi spiegarli. A nessuno. E non puoi nemmeno provare a scriverli.
Non sono misteri, ma semplici abbandoni; non sono omissioni crudeli, ma abbandoni in fila indiana.
Sono un abbandono e ogni sera mi ritiro in un albergo diverso, ricordando da quale scelta sono scaturito e che strade mi sono state familiari, poche.
Sono un abbandono e la mia rivolta è amare lo stesso, in qualche modo, quali che siano le condizioni atmosferiche: meglio comunque la neve.
Ma il percorso è strettissimo, sono pezzi di fontane, giochi del vetro, cocci colorati e senza firma, sono treni veloci di lacrime condensate, sono i baci della sconosciuta in una notte d'estate, sono queste note che sembrano ordinate, parenti disinteressati dell'insonnia, occasione del momento e vetrina piena di crepe per monili trafugati.
Per ogni bacio che riesco a dare, devo stare attento a non muovere la testa, perché ogni piccolo movimento è una ricerca della visione fantasma, una collana di lampi al collo della morte.
Sono un abbandono e spesso piaccio per questo; sono un abbandono e ho le mie abitudini.
Le mie labbra sono amare, le mie mani calde, il mio tempo un contratto rinnovato alla fantasia.
E le mie notti sono temporali o avvisaglie di trasferimenti silenziosi, la luna tra le feritoie del bene in sosta, il rischio come unità di misura della vitalità in eccesso.
Sono un abbandono e scrivere è come prepararsi per la notte

Luca De Pasquale, 18 novembre 2013

17/11/13

La culla, la succursale, l'anima, l'amore


Forse sono uscito con l'Attrice solo perché mi ricordava un'altra.
Perché il suo maledetto profumo mi dava alla testa. Perché faceva resistenza. Perché mi parlava di ideali così lontani, così impalpabili e al tempo stesso così quotidiano, un mondo di persone fattive e mosse da un'infinita fiducia nell'umano. Forse sono uscito con lei per autodistruggermi; è accaduto tante volte, sono abbastanza stupido da tendermi trappole da solo.
Mentre lei parlava, non riuscivo a concentrarmi su di lei, ma solo su quel che rappresentava per me: un giro di canoa nel mare impossibile.
Esibiva il palmares d'ordinanza, gli spettacoli, le conoscenze imprescindibili, le grandi esperienze di vita, l'afflato con gli altri attori. Era anche spontanea, a suo modo. Ma mi sono accorto presto di non avere nessuna intenzione di entrare realmente nella sua vita. In nessun modo, e senza nessun ruolo. Eppure, la reiterata lettura della sceneggiatura de “L'uomo che amava le donne” di Truffaut avrebbe dovuto mettermi in guardia da rischi del genere.
Ma io non sono Bertrand Morane, sono molto meno ordinato e poi non ricordo che la maschera di Truffaut fosse autolesionista o tendente all'eliminazione temporanea di se stesso grazie ad una passione.
Lui si consolidava, io mi autodistruggo. Ogni contatto di fiaba, ogni atmosfera da sogno, sono canti del cigno. Un cigno probabilmente senza zampe e dal collo giù quasi tranciato di netto.
Mi fanno ridere quelle persone, in buonissima fede, che mi hanno più spesso visto come uno che nel disordine cercava la metà perfetta. Forse era un bluff. Forse era un rinvio dello spettacolo infernale.
Esco con l'Attrice e penso, per qualche minuto, alla terzultima persona con la quale sono uscito. Quando uscirò con un'altra forse mi ricorderò di lei, dell'Attrice.
O di una che non ho mai conosciuto.
Sono fatto male e la mia autoindulgenza è una colpa aggiuntiva. Mentre lei mi chiede dettagli sulla mia vita, sui quali vado a farfalle e divento evasivo, io capisco che le cose non combaceranno mai e siamo destinati a sfiorarci senza nemmeno un'emozione che duri nella risacca del rimpianto.

L'incontro si chiude che ho voglia di leggere un libro francese e mi sento già tradito ancor prima di aver iniziato qualcosa. Tradito perché non mi tornano i conti. Gli entusiasmi iniziali sono reazioni idrauliche e di frustrazione, quel che dura, quel che resta è la realtà, ed è quella su cui si è autorizzati a sognare.
Solo chi resta è amabile. Amabile non come comportamento, come stato della persona al centro del cuore, e punto.
Le passioni passeggere sono caos indegno e voluttuoso. Le ho cercate come l'aria e poi sono stato peggio, ogni volta, in ogni letto, in ogni camera, a pulirmi e ripristinare la velocità del respiro sotto foto di ex compagni, ex mariti, padri, nonni, madri e nipotini. Mi sono sentito condannato a vita ad una ricerca insieme a mille martiri e qualche lestofante. È incredibile respirarsi al buio, mordersi le labbra anche e soprattutto nella colpa, sperare che il nostro corpo sia gradito a chi ci riceve nel cratere di un'illusione atroce e sottovalutata.
Non è stato infrequente che in un nuovo rapporto mi sentissi di tradire ogni più piccola parte dei miei trascorsi, sentivo di pisciare allegramente su vecchie promesse e affidi arresi ai sogni. Mi sentivo di sporcare il prima, il durante e anche il dopo, quel futuro che si vorrebbe sempre sgombro.
Mi sono lasciato irretire dalle attenzioni; le attenzioni sono sempre pericolose, perché a volte sono solo soliloqui, festeggiamenti personali, esorcismi con il trucco.
La Donna dell'Altro mi ha sempre scaldato il sangue, la condizione ideale per far lievitare un alibi fino al più profondo dolore. Irresistibile la tentazione di far vacillare cose che sembravano salubri, sane, naturali. Cuore kamikaze e spesso da pezzo di merda.
Mentre lui ti bacia e inizi a eccitarti, pensa a me. Mentre lui ti scopa e ti respira in faccia, trova me. Non troverai il mio cazzo, semplicemente me. Che è molto più pericoloso per tutti, e sarà come farsi esplodere in una succursale di Dio, la sala d'attesa dell'amore.
Chiediti pure chi amo io e chi ama me, non posso negarti che ogni tua tortura è un sogno da proiettare in questa eternità bislacca che si sta sgretolando ai nostri piedi.
Sono stato un irragionevole bastardo, ci penso mentre torno a casa deluso, già aggrappato a nuovo vuoto da mangiare, colpevole e con il male dentro.

Non è l'onestà a mancare. È la quiete, che non c'è mai stata. Salvo qualche pomeriggio alla rinfusa.
Ma si ritorna al giusto, quando riesci a osservare tutte le cicatrici, a contarle, a metterci le dita prima e le mani poi, si ritorna al silenzio grazie ad un pianoforte e all'annuncio della sera, la tua personale sera senza mostri.
Non saranno troppi corpi a poterti rispondere. E nemmeno una crudeltà in cornice. L'anima ti fotterà con una sciarpa azzurra come il bel tempo che non vuoi e al quale non ti abituerai mai.
L'anima sceglierà la migliore stanza, la musica più densa, pagherà il giusto pedaggio per accedere all'ignoto che somiglierà di più alla pace che abbiamo dimenticato, lasciandola morire, mezza speranza mezza sirena, nel letto di bambini, letto del quale non conserviamo, naturalmente, nemmeno una foto.

Luca De Pasquale, 17 novembre 2013