31/10/13

La ferita


Un uomo che medita la vendetta mantiene le sue ferite sempre sanguinanti”
Francis Bacon

Ieri la Fiorentina ha perso in casa con il Napoli, una sconfitta che gradisco ancor meno per cause ovviamente ambientali. Non ho guardato la partita. Soffro troppo quando le partite della Fiorentina sono delicate o impegnative. Mi sono preservato e bene ho fatto.
Ho preferito un film piuttosto disturbante, “Take shelter”, e un disco dei Six Minute War Madness.
Sul pacchetto commemorativo delle Camel Lights, per il centenario, c'è scritto “Every Camel tells a story”. Da fumatore accanito condivido; ogni sigaretta, per esteso, racconta una storia. Morirò fumando, ormai me ne fotto. Gainsbourg si fece seppellire con un pacchetto di Gitanes, a me piazzate pure uno commemorativo delle Camel, racconterà venti storie ai vermi che mi divoreranno.
Non sono un salutista e non posso perdere tempo con la prevenzione dei miei mali; gli altri si premunissero, gli altri li spingo ad essere attenti e responsabili, quanto a me scelgo il libero arbitrio. Se avessi deciso a tavolino di prevenire mali e dolori, non avrei mai dovuto amare o legarmi a qualcuno. Perché quello è un tipo di dolore attivo e violento, almeno per il sottoscritto, anche quando si sta bene e si progetta.
Che mi facessero un pompino quei sapidi parlatori che esaltano la quiete del bene e il minimalismo rassicurante dello stare assieme. L'amore scava, incide, recide, seziona le parti e le getta in pasto a lupi ciechi, è difficile anche superare la notte. Non reggo l'amore, proprio non lo reggo, a volte è come se ne avessi bisogno per crepare prima e meglio, e c'è poco da aggiungere.
La Fiorentina ha perso, il mio umore è di carbone, nella reggia della notte mi aspetta un trono di gomma e nessun sollievo, farò fatica ad addormentarmi perché i pensieri sono raggi che filtrano anche dalle gabbie altrui. Non riesco mai ad ottenere il buio completo.
La gente urla per strada, alcuni ragazzi passano fuori la mia porta urlando “Calleconn Calleccon Calleconn!” mentre fumo e metto a posto, nei vari scompartimenti, il mio silenzio e tutto quel magma che mi rende uomo, persona, stella di maremoto e lottatore vivisezionato.
In casa c'è silenzio e sembra che i miei oggetti mi rispettino in qualche modo, aspettando le mie mani o semplicemente lo sguardo.
Scegliendo chi e cosa amare, e a cosa rinunciare, si fa sempre soffrire qualcuno. È un meccanismo elementare e inaccettabile.
Puntando al mio benessere, io uccido comunque qualcuno o qualcosa; scegliendo io creo zone di vuoto, silenzi, iato ed uragani, e nulla mi esimerà dall'ingiustizia, dalla parzialità, dalla limitatezza.
Trovo tutto questo, che sembra scontato e bolsamente tollerato, un martirio, una ferita primigenia e permanente che ora si risveglia, ora finge di cicatrizzarsi. Ma finisce per regolare i tempi della vita e dei sentimenti.
Per questo, lucidamente e senza pathos, lontano da drammi e poesiole psicolabili, mi ripeto ogni giorno che sono spacciato, per certi versi non recuperabile, e che non posso pretendere di costruire una bella villetta in una città di sofferenza.
Cerco; cerco e mi faccio del male. Il mio sonno e il mio stomaco patiscono i giochi persi dai bambini, le mani tremanti dei vecchi, la malinconia sobillante e atroce degli amori finiti, i fallimenti di quelli che speravano di più, l'ingannevole musica del prendersi con entusiasmo e con pulizia, quando siamo stati espropriati già tante volte, liquidati con un aforisma sulla fortuna, rimpianti per gioco e per solitudine, crocifissi per una svagatezza di fondo che è solo dolore tenuto a bada.
In questi giorni cerco il suono del Fender Rhodes perché è una parvenza di pace, di equilibrio e di armonia spirituale, è un bacio liquido di jazz che contamina la solitudine e rende le mie ferite piscine poco illuminate agli occhi di chi non mi ha ancora dimenticato.

Luca De Pasquale, 31 ottobre 2013

ciao Emilia.

23/10/13

Amore viola


8 febbraio 1981 Perugia-Fiorentina 0-0
Fiorentina: Galli, Contratto, Tendi; Galbiati, Ferroni (Reali), Casagrande; D. Bertoni, Sacchetti, Desolati, Antognoni, Restelli.


Ho iniziato a tifare Fiorentina negli ultimi mesi del 1978. Da mesi covavo, dopo un'iniziale simpatia da figurine Panini per il Milan, una strana passione che sarebbe poi esplosa. Non avevo capito, all'epoca avevo sei anni, che mio padre tifava Fiorentina da tutta la vita e che io stesso ero stato praticamente "pensato e realizzato" a Firenze. Quando l'impazienza e il fervore mi portarono a comunicare a mio padre la novità, servendomi dell'apodittica frase “papà, io tifo per la Fiorentina!”, lui ebbe un sussulto che non dimenticherò mai, un sussulto incredulo, visto che nulla aveva detto o fatto per plagiarmi.
Da quel setttembre 1978 ho sempre tifato, e sempre di più, per la Viola. Ho vissuto gli anni di Antognoni, incluso l'incidente con il portiere del Genoa Martina, Baggio, Passarella, Daniel Bertoni, i Pontello, Socrates, la morte di Baretti, il fallimento con Cecchi Gori e la serie C2 con la Florentia Viola, ho vissuto la grande emozione di Batistuta, per il cui gol a Londra con l'Arsenal ho perso la voce per quasi una settimana.
Quando la Fiorentina perde mi oscuro quasi del tutto; la sconfitta dei viola riapre improvvisamente ma anche metodicamente i rancori, i fastidi, le disillusioni, i conti in sospeso e quel sottile disagio del tempo che passa. Sono comportamenti da tifoso, una partita tesa della mia squadra significa un pacchetto di sigarette intero e un continuo e incivile turpiloquio. Quando la Fiorentina vince, io divento ottimista per una sera, per una notte, e riesco a pensare al giorno successivo senza fissare ostinatamente l'angolo tenebroso di ogni giorno che nasce.
Domenica, con Fiorentina-Juventus 4-2 e la tripletta di Pepito Rossi, sono rinato a nuova vita; tutto poteva arridermi quel pomeriggio, anche il mal di denti; ogni sguaiato evento del passato mi appariva sotto la luce di un grottesco revisionismo entusiastico e ho finanche pensato, al gol di Joaquin, che la disoccupazione possa essere una tappa del pensiero adulto, uno stato di cose dal quale si vede meglio la vita e chi ti circonda.
La Fiorentina da sempre accompagna i miei stati d'animo, accrescendo le energie costruttive o demolendo l'ultima barricata di sopportazione. In tutti i modi ho sperato di battere la Juventus e di vedere Neto contento; il ragazzo ha resistito a critiche veementi e crudeli, anche le mie, è sceso in campo senza l'aria contrita dell'agnello sacrificale, ha resistito ed è anche per questo che ho tifato per lui, e poi è notorio che io adoro i portieri.
Il portiere è il guardiano che vola, il portiere è solo, il portiere è il baluardo e il clown, il portiere più di ogni altro giocatore rischia nel tuffo, ed io del tuffo faccio un modo di pensare.
La simpatia che provo per Neto non l'ho provata per Toldo, Frey, Giovanni Galli e tanti altri portieri della Fiorentina; solo il mio conterraneo Pino Taglialatela, a Firenze negli anni del disarmo, mi ha ispirato la stessa partecipazione emotiva. Perché il buon vecchio Batman, tanti anni nel Napoli, aveva ancora da dire quando giunse sull'Arno, ma non gliene diedero gran modo.
Qualcosa, negli anni, mi ha spinto a prendere a cuori giocatori non propriamente sotto i riflettori. Scelta, questa della marginalità, che accompagna tante altre mie passioni. Ricordo di aver scritto una lettera al Corriere dello Sport per perorare la causa del libero Roberto Galbiati, che all'epoca era proprio a fine carriera. Ho molto amato l'anarchico Dino Pagliari, l'elegante Claudio Desolati, il generoso Alessio Tendi, e poi Sauro Fattori, Ezio Sella, Giuseppe Lelj... grande attenzione la dedicai alla sfortunata parentesi viola di Andrej Kanchelskis, solo due reti e poche presenze, un calciatore che mi piaceva molto ed aveva il grandissimo pregio della buona educazione.
Il viola è il colore della mia vita, cerco di contornarmene il più possibile, tutto ciò che contiene e mostra il viola mi fa fermare e spesso fremere. Pensavo che da adulto avrei tifato in modo più composto, ma non è così. La Fiorentina è il mio termometro, e come lei arrivo spesso a perdere lo scudetto per un pelo, mancando poi lo sprint finale. Cerco di giocare bene come la Fiorentina, e pazienza se a fronte del bel vedere vengo infilato in contropiede. Undici maglie viola che corrono e lottano, sono vento e azione, geometria e scopo, concorrono a farmi sentire il dodicesimo, che si sbraccia, che aspetta il suo turno e spera, il numero dodici, il portiere di riserva, quello che scalcia per il poco spazio concessogli, ma che in fondo è sempre pronto per la partita.
L'era Montella mi vede soddisfatto, sono fiducioso, so che ci vuole pazienza. Io non ho ancora visto uno scudetto viola, li ha visti tutti e due mio padre, e non so quante volte gli chiedevo di raccontarmi della Fiorentina 1969 di Pesaola, quante volte ho preteso di sapere come parava Franco Superchi. Ed è un bellissimo ricordare, tornare a quanto mi emozionava sentire la voce di mio padre sgranare i nomi dei suoi eroi del tempo, Gratton, Virgili, Montuori, Prini, Hamrin, De Sisti.
Il giorno in cui la Fiorentina vincerà lo scudetto io passerò la notte insonne per le strade di Firenze.
Fiorentina-Juventus 4-2 mi ha riacceso, ha preso la cometa per la coda e l'ha riportata a casa di quel sole che tanto spesso non sopporto; dopo quindici anni da Batistuta ho rivissuto l'ebbrezza della vittoria che i fiorentini tanto celebrano, quella con l'odiata Juve. Ma è come è maturata la rimonta che mi ha riacceso; l'imprevisto della vittoria, l'imprevisto del sogno, e la strana novità di vedere la propria fede colare nel canale giusto, senza dolore.

Luca De Pasquale, 23 ottobre 2013

dedicato a Riccardo Toros, Luigi Griffanti, Steno Gola, AndreJ Kanchelskis

20/10/13

In guardia sinistra


"Il pugilato è una specie di jazz. Più è bello, meno gente lo apprezza"
George Foreman

alla memoria di Arturo "Thunder" Gatti



Credo che solo a Napoli e dintorni possa capitare che alle 7e55 del mattino inizino dei lavori pesanti senza fottersene assolutamente nulla. Fortuna vuole che io mi svegli molto presto, ma non è una consolazione. Del resto, si paga quanto si può una casa nel posto meno indecente possibile, e chiedere buona educazione è un trascurabile optional.
Amo sempre meno questa città e mentalmente sono lontanissimo, da tanti anni. Napoli non è città per uno come me. E, allargando il campo, l'Italia non è il paese dove preferirei vivere, assolutamente. Ma niente infantili fascinazioni per New York, Parigi o la (ex) Magna Grecia, mi andrebbero più che bene piccole città francesi, svedesi, finlandesi. Non chiederei di meglio.
E così, mentre scrivo, tre operai improvvisati si agitano, ovviamente sottopagati, sotto la direzione di un arrogante analfabeta che vuole ammodernare la sua nuova casa di proprietà. Mi piacerebbe vederlo sul lastrico in un casermone di case popolari, a consumare l'inconsistenza della sua mente. L'uomo è quasi calvo e parla nervosamente al cellulare con chissà chi. Ogni tanto fa battute grevi per stemperare l'irreale clima di lavoro domenicale, è vestito come un arlecchino cafone e sua moglie è una vaiassa sfiorita. Tuppe tuppe marescià e vaffanculo, penso io.

D'accordo, sono un uomo intelligente. Me lo concedo. Ma mi tocca, quasi da sempre, vivere in ambienti degradati. Un degrado principalmente culturale, civico, un degrado che è quasi un'associazione solidaristica senza testa tra persone che hanno il solo scopo di farsi i cazzi propri senza essere intercettati o disturbati; e la tolleranza, questa parola molle e ipocrita, è solo un modo per conservare piccoli e volgari privilegi.
Del resto, ho visto minuscoli impiegati giocare a fare gli stoici e gli schiavi felici per diciotto euro di straordinario o per colpire il dirigente coglione di turno. Non mi aspetto nulla. Ho visto gli imbecilli fare la posta agli imbecilli per pochi euro, ho visto smargiassi involucri di ignoranza mostrare la loro abilità a lucidare scrivanie, ego ipertrofici e deformi, postazioni di mortificazione. Ho sentito dire che vendere è una “mission”. Ho sentito dire che sarebbe stata pubblica una gara tra persone “performanti”. Ho visto piccoli pesci da cannuccia vestirsi a festa di paese per leccare il culo a qualche francese clonato, a qualche milanese con camicie stirate male e alopecia incombente, e ho dovuto stare zitto quando hanno madato dei coglioni che pretendevano di fare psicologia “sull'approccio al pubblico”, guru alla senape con master in qualche comunicazione a me sconosciuta, gente che azzeccava verbi rubati da qualche verbale di riunione.
D'accordo, sono un uomo intelligente che si è rotto il cazzo da un bel po'.

Una collega mi vede per strada e fa di tutto per cambiare marciapiede ed evitare l'imbarazzante saluto. Finge di guardare delle vetrine, poi estrae il telefonino dalla borsa e simula di star leggendo qualcosa circa la fine del mondo. Non le sono mai piaciuto, neanche ai bei tempi. Non ero tra i chiavabili, anzi tra i “farinabili”. Non mi è mai piaciuto. Sarebbe stata chiavabile solo per tonnellate di noia da smaltire. Non c'è feeling tra noi e il Signore non lacrimerà per questo. Mi ha guardato con occhi diversi solo quando è uscito il libro, più che altro per incredulità, “ma allora questo scrive per davvero”.
Un oggetto rilegato e con un prezzo di vendita ha provocato un po' di schiumetta tra le gambe a molti sensibili esemplari. Perché è agevole fantasticare su uno che scrive e che -sembra- disponga di un'originalità di pensiero. Sono fantasie che suppliscono alla scomodità dei vibratori in luoghi pubblici. Ho sempre pensato che un pompino letterario non abbia un gran peso specifico. Succhiare il cazzo ad uno scrittore è meno appassionante che cucinare l'agnello a Pasqua. Per la fellatrice e lo scrittore, intendo. È una cosa scambievole, un accordo di squallore, un tentativo di scampagnata per atomi e umori, niente di più.
Ricordo che da ragazzo avevo fatto capire ad una vicina di casa, di sedici anni più grande, che mi sarebbe piaciuto farmi pisciare addosso da una bella donna. Lo avevo detto per provocare e senza convinzione, primariamente perché la realtà mi faceva sufficientemente schifo. Infestare una realtà sonnolenta di animaletti morbosi ti può portare a pensare di salvare il culo in qualche maniera. Come pure pensare di generare una di quelle scene romantiche, con candele in vasca da bagno e olio sulla pancia, miele o Nutella sull'uccello e una ridicola poesia del settecento da cacciare prima di dare un corridoio alla rabbia con un orgasmo a strattoni.

Oggi ascolto musica negra. Ma non ho la dignità di una lotta nera e il mio cazzo è molto più piccolo del loro, per forza di cose. Figli della buona borghesia cercano fortuna altrove, con il culo protetto da più pannoloni familiari. Tanto ci pensa il papino a risolvere il problema, se serve. Ammuffiti cinquantenni senza più molto da dire lanciano il cazzo in mezzo ad un'orda di vedove, separate, divorziate e sciroccate, sperando di trovare il jolly affettivo, il riscatto dorato in salsa di coccole adulte. Intanto ti desiderano per procura e per affannare l'operosità della ludoteca; il mio sesso non riceve per appuntamento e il mio cuore ha assunto un sostituto.
Quando le cose ti girano male, senti la paura degli altri. Si cagano addosso di entrare in un circolo di aiuto e devozione che tu comunque non hai richiesto. Scompaiono per un tempo lunghissimo, si rifanno vivi solo quando sperano che tu ti sia ricostruito e possa dunque presentare una nuova compagna, un nuovo lavoro, un piccolo successo dei tuoi passatempi o passioni.
Tu vai all'inferno e sei pure costretto a sentire la puzza di diarrea delle loro paure traslate, è comico. Il benpensante vuole che tu stia bene, così non puoi fare danni tra le amicizie comuni, nei gruppi di lavoro, nei banchetti parentali a lume di efferata nostalgia. Io la domenica non porto paste a nessuno e non mostro il culetto pulito agli amici. E le sere feriali non organizzo piccoli eventi per cementare la nevrosi di coetanei fragili, maniacali, demoliti dentro e orgogliosi pateticamente nel credere di non mostrarlo.
Nel mio bagno c'è puzza di piscio perché la fecale è difettosa, nelle mie stanze i neon sono difettosi e non ho stanziato fondi per far apparire la cosa tollerabile.

La “maturità” nelle parole dei fessi è un cancro, è una negligenza in tailleur, è un attacco di stipsi borghese che condiziona l'amore, l'onore, la vita.
La parola “costruzione” è fango in prima fascia di audience, è propaganda zoppa che non porterà mai lontano, mai per davvero.
Mi chiedo cosa valga la pena per schiantarsi, per lasciare il fantino prudente al suo destino e imbizzarrirsi sulla riva del mare. Mi chiedo quando sentirò di nuovo quell'odore di carne bruciata che è la follia delle scelte lucide e potenti, mi chiedo quando mi uscirà la voce che preferisco, mi chiedo cosa cazzo si può fare per non essere tramortiti da questa tristezza gravida di fandonie e precetti.
La retorica della passione serve solo per poco; l'oculatezza del gelo di rimando è solo una tattica da zitella che ha suturato vagina e cuore per darsi autorità.
Guardo incontri di boxe molte volte durante la giornata, imparo la nobile arte di combattere sinceramente, e mi piace poter guardare l'avversario negli occhi, quale che sia l'entità della borsa. Adoro la boxe sin da bambino, la boxe è un valore, è un mondo che non ha mai smesso di sedurmi profondamente.
Meglio la boxe dell'intellettualismo frigido e melmoso, meglio la boxe che la pianificazione degli inserimenti, meglio la boxe che la rissa sconfortante per i miglioramenti delle condizioni elementari di respiro.

Arrivano lo stesso momenti di debole magia, di sconforto nelle palafitte della notte, quando nessuno regola il tuo respiro e la vita che non hai fatto diventa fiore ferita che si schiude e ti inghiotte con tutto il cervello e il coraggio.
In quei momenti sei un bambino che piange a dirotto, che vuole la mamma e il tempo immoto, rassicurante e controllato; in quel momento sei l'amante sconfitto che cerca odori sul cuscino e ritrova solo stanche parole di ribellione e di autenticità minata.
Ti rialzi, combatti, l'avversario ti incalza, jab, uppercut, finta al corpo e tu sei a terra, tra i tuoi amori, le tue miserie orgogliose, la tua vocazione sfrenata alla morte, la tua assurda propensione alla sfida, al non concesso, a ciò che si nega e diventerà malattia, ignominia da celare, imbarazzante fuga tra ricordi senza testa e puttane inventate per logorare l'aderenza al vuoto.
Questa è la vita senza fede, questa è la ribellione a vene occluse.

Luca De Pasquale, 20 ottobre 2013


Arturo Gatti, Mohammad Alì, Harry Arroyo, Gerry Coetzee, Marvin Hagler, Thomas Hearns, Ubaldo Sacco, Don Curry, Ray Boom Boom Mancini, Gratien Tonna, Oscar "Ringo" Bonavena, Manny Pacquiao, Roberto Duran, Sugar Ray Leonard, Wladimir Klitschko, Evander Holyfield, Lennox Lewis, Carlos Monzon, Hector "Macho" Camacho, Floyd Mayweather, Alexis Arguello, Tiberio Mitri, Mike McCallum, Wilfred Benitez, Michael Dokes, Earnie Shavers

18/10/13

Un turno di nobiltà


Un tiro nu jazz mi accompagna in giro per la città. La logica è un'agenda aperta sulla pagina dei crediti e dei debiti. Sull'agenda sono riuscito a scrivere che molti eventi hanno avuto vizi di forma. Che parecchie volte non sono stato abile a leggere il contesto e regolarmi di conseguenza. Che ad un certo punto mi è quasi parso di essere stato costruito per sperperare occasioni con una certa leggerezza di fondo.
Sull'agenda ho anche scritto, e ammesso, di essere una persona costantemente rosa dai dubbi. Dubbi, non incertezze. Colpa della scarsa attitudine a convincersi di qualcuno o qualcosa. I dubbi istigano i movimenti di pesci pilota che credono di poterti mostrare la strada. Ed io i pesci pilota, veri o presunti, li sbrano.
La mamma con la bambina, di poco avanti a me, indossa una gonna blu molto corta e ha le cosce fin troppo tornite. Non mi piace come creatura ma mi attizza, un caso che si ripete. La squadro e la misuro con un fare da maiale in incognito, penso anche che dev'essere una di quelle impegnative, che non ti puoi distrarre mentre.
Guardare le cosce di questa donna non apporta alcun miglioramento alla mia giornata, ma non vedo perché desistere. Cammino, oggi più veloce di altre volte, e sono seppellito dal non detto. Sento l'esigenza di racimolare tutto quello che non ho detto, che è parecchia roba. La maggior parte del pacchetto prevede atti di distanza e di ripulsa, evidentemente non sono ancora soddisfatto di tutte le uscite di scena, non completamente soddisfatto.
Non so spiegarmi perché ho deliberatamente evitato di essere crudele. Probabile che mi interessino e mi strizzino il culo di più le vendette diluite, il fluire del tempo.
Ho la cattiva abitudine di non dimenticare. Le parole, i luoghi, le situazioni, ricordo tutto e tutto scompongo, quarti di bue sanguinolenti che mi porto dietro, carne puzzolente che attira insetti e perdite di tempo. Sono capace di trascinare carcasse e carogne per anni, sono un insolente becchino che forse ama assistere alla putrefazione di quello che non è rimasto in piedi.
Intanto, si può diventare pazzi per il sesso. Eccesso di stimoli in giro. Bocche ben truccate, disegnate, bocche calde e stronze, culi, gonnelline, pantaloni così stretti da custodire secrezioni vaginali di passaggio, scarpe da tenere durante il coito, tacchi, lingue rosse, rosa, fiati di voglia e di mania, cosce strette intorno alla mia testa.
Ma io ho un solo cazzo e un solo cuore, e mi impedisco di ammattire, da qualche anno ci riesco. Facilitato dal fatto che molti corpi-sirena non nascondono alcuna gemma, anzi smorzano l'effetto di inutilità caramellata di certi amori.
Non mi ricordo quante donne ho avuto e non me ne fotte più niente, le classifiche da scuola media le lascio ai dragatori professionali, quelli con le barbe chirurgiche e i sessi sempre cosparsi di olio e altre essenze di richiamo. Tutto questo sesso alla mia portata mi deprime. Quante volte ho finito e mi sono sentito più solo di prima, di sempre, di quanto potessi supporre. Chi è ancora così imbecille da indossare il copricapo dell'ufficiale di trombata? Chi è così patetico da falsare la conta dei frontali con il sesso?
In tabaccheria pago una bolletta, il tipo è gentile, c'è un profumo dozzinale di deodorante maschile e un essere dietro di me spara bordate contro il sindaco e i partiti di governo. Va a farti due uova, bocchinaro, non nelle mie orecchie. Guardati una puntata di “Uomini e donne” e fattelo in mano mentre tua moglie dorme con le bolle al naso. Dio non te ne vorrà, bocchinaro, le mie orecchie sì.

Sale grosso, polpa di pomodoro, crackers, wurstel, pasta corta, cibo per gatti, prendo tutto, intanto ho spento il telefono ed evito di farmi intercettare da qualche ex cliente, ce ne sono sempre al supermercato. Tra clienti insopportabili, flirt consumati o lambiti, c'è sempre qualche incontro disturbante dietro l'angolo, e io non ho nessuna intenzione di sfoggiare pazienza e diplomazia. Non ora e non con queste categorie involontarie.

Mentre cammino sotto una fila di alberi spogli e curvi, ricordo quanto mi sentii posseduto da una nuova forza quando capii che volevo sedurre la donna di un conoscente. Provo un leggero senso di vergogna, ma sono più interessato a capire cosa cazzo mi accadde dentro. La loro apparente felicità mi ripugnava, volevo corroderla. Volevo strappare quella donna ai suoi eventi d'amore, ma cosa mai avremmo fatto insieme? Forse il primo sesso sarebbe stato da urlo, intriso di peccato e ingiustizia, avremmo fatto scintille, e poi sarebbero arrivati i sensi di colpa, i ballottaggi, le retromarce senza specchietto, i paragoni e le proiezioni, la pena, l'irresponsabilità di sentirsi corrotti e al tempo stesso innocenti.
Ci saremmo imbrattati di merda per un gioco; ci saremmo ripresi i vecchi compagni con quella dedizione ipocrita che si riserva a chi abbiamo ingannato.
Sono stato tradito più volte e tenuto in naftalina o nell'iperuranio del dubbio pigro, io ho fatto lo stesso se non peggio, con il dolo di andare a devastare la calma piatta altrui. Sono stato immorale e ho fatto bagni e fanghi di finto sollievo in acquitrini di piscio e umori tiepidi. La mia anima è una necropoli da fumetto dove un eroe impazzito si aggira per le strade in cerca di lune da recuperare, dai fuochi fatui, dalle morti già celebrate, giurando fedeltà ad un sovrano che è svanito in una nuvola di inchiostro pece.
L'eroe sa che innamorarsi è una rivolta. L'eroe sa che fermarsi significa guardare la morte in uno specchio d'acqua e provare una disgraziata nostalgia. L'eroe vorrebbe morire con onore, ma non trova un ideale adeguato per morire.
L'eroe è stato molto amato, ma in fondo è un ingrato, incontentabile, votato a missioni senza gloria, l'eroe torna solo per ripartire, e nel ripartire scavalca già la prossima tappa, rendendola vana da subito.

Torno a casa con calma, in un involucro scuro, freddo nei punti dove il calore può fare da solo, torno a casa e so che non mi sentirò mai a casa. È così da sempre e non si può lottare contro queste cose. Ogni volta che ho accettato l'idea di sentirmi a casa ho perso tutto, subito, con violenza, aumentando i battiti della distruzione in una melodia che mi desse coraggio e un turno di nobiltà.
Torno a casa, divoro la strada, me stesso, i punti cardine, gli ostelli illuminati, gli attracchi piovosi, le donne e i loro gesti, comando una brigata di corvi, dirigo il traffico degli incubi e delle premonizioni, mi posiziono nel punto di maggior rischio e inizio ad aspettare l'ordine che non riconoscerò, l'appello che contraddirò, la confessione che mi riempirà il cuore solo in stato di assenza, molto tempo dopo.
Questo è il mio passaggio, questa è la fede senza nome che trascolora dal giorno, disegno senza didascalia, libro senza copertina.

Luca De Pasquale, 18 ottobre 2013

15/10/13

La brace nera


C'è gente che prima di effettuare l'accesso a facebook o twitter (se non perennemente loggati) va a consultare siti di massime e citazioni. Non possono farne a meno. Vogliono dimostrarsi individui di buone letture ed arguti motteggi. Mi domando se espletino citazioni anche prima di mettersi a tavola -sostitutivo di preghiere in disuso- o di umettare il partner.
Anche io spesso, in esergo alle mie note, cito qualcosa o qualcuno, ma non mi passa per la testa di colpire. Colpire chi, a che scopo? Colpisci, e poi che cazzo fai?
Sono in tanti a fare sforzi notevoli per ottenere qualcosa che poi non sapranno usare o mantenere. Come conquistare una bella donna dopo pedinamenti, fiori, poesie, cd dedicati, frasi infuocate, e poi concludere la traiettoria con uno schizzetto vergognoso in due minuti di temeraria applicazione genitale.

Tempo fa mi scriveva una tipa che voleva fare del sesso via mail. Lei lo trovava eccitante e mi inviava dei pensierini osceni che fluttuavano tra una Marguerite Duras per corrispondenza e le confessioni di Lilli Carati.
Una delle sue mail cominciava così: “Sono sul mio letto, luci basse, ho le cosce spalancate e la mano sinistra va verso... ti penso... Luca... ti penso...”
Leggevo quelle mail con addosso un terribile sentimento di disastro. Non mi solleticavano affatto. Detesto questa roba farneticante. Di certo non mi veniva di aprirmi i pantaloni e giocare alla saponetta indurita.
Che avrei potuto risponderle, poi? “Ciao, ho il cazzo molto duro e non so bene dove ficcarlo... me lo sono anche lavato, sono sicuro che il sapore ti piacerebbe... ah, che voglia della tua bocca bollente...”
Non rispondevo niente e lei continuava. Non mi masturbavo mai per le sue fantasie licenziose, semmai mettevo su un disco e studiavo il fenomeno, freddo e assente.
Credo di averla addirittura portata a pensare che le donne non mi piacessero come sostenevo; oppure mi avrà visto come uno di quegli uomini da tasca che quando sono fidanzati si potano il membro e le voglie come dei coglioni sfioriti.
Avrà inviato le stesse stronzate ad altri dieci uomini, con il cazzo più sensibile del mio, più divertiti dalla vita, più sadici nel sedurre l'aria ferma o fritta. In fondo è sempre la stessa manfrina. Ci convinciamo di amare qualcuno, ma se con quel qualcuno finirà male non ci metteremo poi tanto a godere di nuovo e riformulare un nuovo traballante orizzonte affettivo.
Mi appoggio ad un mobile e fumo, guardando fuori la porta di casa. Sono vuoto e non accondiscendente. Magari affacciassi sul lago. Senza persone tra le palle. Magari avessi una barca e un enorme lago da solcare in lungo e in largo. Magari.
Alcune ragazze che passano mi guardano. Non abbasso lo sguardo. Per niente. Che volete? Cosa cercate? Un nuovo amante? Ci sono altri monolocali sulla strada.

Non vado spesso nel cimitero delle amicizie e degli amori. Mi deprimo e non voglio istigare cattivi ricordi. Sono troppo sveglio per l'effetto lacrimuccia. Sono in continua anestesia da rimpianto. Ciò che non è stato può andare a fare in culo, tanto torna di notte, modalità vigliacca, modalità discutibile e comunque sterile.
Non posso mentire. Me ne fotto se dopo di me si è trovata o meno la felicità. Non è di mia pertinenza e di mio interesse. Il buonismo mi fa rabbrividire. Sei felice dopo di me? Bene. Acquista delle paste, stappa la bottiglia, e crepa.
Non siamo più amici per equivoci, mancate dimostrazioni di affetto, idiozia, noia o ragioni di interesse? Non avrai problemi a trovare un nuovo club di bocciofili o qualche compagno di confessioni. Diciamo tutti sempre le stesse cose, per cui le spalle sono intercambiabili. A volte finiamo per convincerci che di una spalla possiamo innamorarci. È l'anticamera della morte.
Mentre una spalla ci dona il suo amore incondizionato, noi agonizziamo, falliamo, e ci maceriamo in cose e desideri che hanno smesso di riconoscerci.

I miracoli sono terminati, va in onda il monoscopio.
I colpi di scena sono stati sparati fuori tempo e con la platea peggiore.
Mi manca tremendamente il lago. Mi manca in modo doloroso. Mi manca svegliarmi sull'acqua. Mi manca quel coraggio che mi teneva sveglio la notte, e che in certi tratti di cammino ha reso affascinante il movimento verso la vita. Mi manca del tutto quell'innocenza di pensiero e voglie che ho smarrito, ho falciato e persino rinnegato.
Questa chiarezza di pensiero, oggi, ieri, adesso, è inqualificabile. È il veleno della crescita, travolge i baci, il sonno, i viaggi, la musica, anche la curiosità.
Sono un arsenale da guerra che giace in una cantina, spolverato, elogiato, esibito nelle occasioni d'onore, ma sento che le battaglie sono finte e non presuppongono un reale vincitore. Mi rendo conto di cercare più nemici che aria pura.
Farò la fine di Drogo, di questo passo. Anche io ho i miei cavalli tartari, i miei messaggeri del nulla, e anche io cadrò nell'interpretazione di un'apparizione, di una presenza insicura, di un sogno.

Mi addormento nel pomeriggio perché di notte non dormo.
Mi sveglio spettinato, mi sveglio ex bambino, mutilato di intenzioni. Mi sveglio che praticamente già fumo e scrivo. Come un robot in tuta nera.
È una fortuna che stia per piovere. Mi sembrerà un passo verso l'inverno, verso quella deserta Rimini da film che è la mia geografia emozionale.
Ho cambiato diversi deodoranti per uomo, allo scopo di coprire il mio odore. Un odore che mi dicono essere non disprezzabile, ma che mi irrita, mi estenua. Sono diventato intollerante con me stesso. Mi stanco delle mie mattane, taglio a corto.
Quelli che si seducono continuamente da soli sono dei figli di puttana fortunati. Vanitosi, narcisisti, ripetitivi, mosche che continuano a vorticare sullo stesso pezzo di merda, solo perché è il più vicino.

Passa una donna con molte rughe. Sono una brace nera. Chissà se la signora se ne accorge. Ci guardiamo. Il suo è uno sguardo di sacrificio e monotonia, il mio di guerra ferma, sono uno stratega in una stanza vuota, sono pericoloso e attento a tutto. In altri tempi, avrei pensato di fare l'amore con lei, selvaggiamente, senza testa e senza coda, augurando la morte ad entrambi, bengala accesi l'ultimo dell'anno, in una stanza vuota senza pubblico, io e lei, i nostri fallimenti, la nostra rabbia, la nostra mancanza di rispetto per Dio e per parte della vita, io lei io lei, e un noi di carbone, cenere e lacrime.
Oggi resto fermo, le auguro di amare qualcuno, mi auguro di scrivere, scrivere, scendere in questo abisso senza zattere e senza streghe, scendere, scendere, scendere.

Luca De Pasquale, 15 ottobre 2013

13/10/13

Cleuasmo


Lussemburgo 1972: Zender, Kirsch, Jeitz; Flenghi, da Grava, Pilot; Weis, Trierweiler, Dussier, Martin, Braun.

Malta 1983: Bonello, Azzopardi, Farrugia; Holland, Buttigieg, Fabri; Degiorgio, Spiteri Gonzi, Farrugia, Tortell, Demanuele.

La chiesa è circondata da una cancellata nera.
Mi fermo, lentamente fermo tutto. La bocca vuole giustizia, il corpo un'accoglienza non in movimento, la testa vuole cancellare e cancellare, riformare.
La chiesa non è un posto per me. Eppure, sono sensibile a tutte le speranze e i frammentari appelli che popolano una chiesa qualsiasi. Ci vuole coraggio, e molta creduloneria, per sperare. Occorre una predisposizione alla conservazione che io non ho e non so simulare. Preferisco pensare di non accorgermi in tempo del tempo che mi muore addosso. Ogni volta che faccio l'amore, ogni volta che scrivo, ogni volta che ho una nuova idea, il tempo mi sfugge, mi accerchia, e svagatamente guadagno il conto alla rovescia un po' invecchiato.
Scrivo sempre la domenica, perché la domenica è un giorno che detesto. Dovrebbe essere un giorno di riposo e di affetti, l'ho sempre sentito come un giorno di costrizioni e di imbarazzi, di errori di quiete e irrequietezza fragorosa.
Al telefono mi chiedono come sto. Che cazzo ne so, che m'interessa. Sono un contenitore di lampi e vento. Ringrazio il cielo che sia così, che non mi sia rincoglionito appresso a qualche amore infelice o alla continuazione di qualche lavoro di merda.
Non lasciarsi dominare è sempre stato un punto fermo, pazienza poi se molti ci restano male e ti costruiscono addosso, per giustificarsi, un edificio di presunte scorrettezze, immaturità e stramberia utilitaristica.
Nessuno può permettersi di irrompere, anche accolto, nella vita di qualcuno e iniziare a mettere a soqquadro tutto, convinto di avere ragione. Chi pensa di avere ragione è un povero cristo. Parto del presupposto che me ne frego di avere ragione o torto, rispondo a quello che desidero, a quello che mi muove, a quello che credo di cercare. Punto. Il resto è solo una sovraesposizione un po' patetica di esperienze acquisite.
Provo orrore e abominio per certo gesuitismo di stampo progressista. Provo disgusto per l'ignoranza che si ricicla e ha paura della nobiltà, dell'altezza, principalmente di cadere da piedistalli così bassi che ci potrebbe cagare anche un bassotto di passaggio.
Tollerare è ambiguo. Scegliere, no. Scegliere è decisione.

Ripenso a Ugo Tognazzi e un film da lui diretto, “Cattivi pensieri”, con Edwige Fenech e Luc Merenda. Quel film, un po' bistrattato dalla critica, io lo adoro sin da quando ero adolescente. Adoravo l'autoironia di Tognazzi, l'erotomania agra, lo sguardo disincantato. Ugo Tognazzi era gigantesco e seducente, mi sono innamorato di tanti suoi personaggi. L'avvocato Mario Marani di “Cattivi pensieri” era uno di questi. Adorabile cinismo.
Oggi guardo le donne belle, le donne attraenti, quelle sessualmente richiamanti, ma il profumo di libertà è così raro che passa velocemente la voglia. Sono belle e diffidenti, ti vogliono e lo fanno respingendoti, si interessano più alla tua scia che alla tua anima e nel fondo del cuore sperano che tu sia uno stronzo sul quale romanzare un'infelicità, alibi complesso e letterario.
Venti anni fa scopavo tutto quello che mi capitava a tiro, mi interessava la saliva, le modalità del piacere, la seduzione densa e la deformazione dell'eccesso, della briglia tranciata. Ogni vagina aveva un sapore diverso, ogni volta che toccavo sentivo una diversa porosità, una diversa profondità. La cosa mi eccitava, mi ispirava, ci scrivevo, ci venivo, e qualche volta mi innamoravo pure, sempre nei casi più sconvenienti. Poi le cose si deteriorano, tu vigili sempre di più, e capisci che l'esercizio di seduzione, pur sempre diverso, è una beffa spesso magniloquente e anche superficiale. È stato appassionante usare il cazzo in tandem con lo stomaco, è stato un volo di bitume e angeli mai digeriti, è stato come depredare la sconfitta perenne della troppa sensibilità.
È vero, e non solo letterario e cinematografico, che l'amore contiene una dose di morte sostanziosa e non evitabile. Quando ho amato, tante parti di me sono morte, sono state soffocate, qualche volta ho finito per trasfigurarmi, persino diventando acquiescente, io che proprio non.
Ma non puoi mandare per il mondo una vacua controfigura che si massaggia la patta e intanto finge di avere tanta poesia in bocca, in gola, poesia per oggi e domani. Non sento che la poesia dell'attimo, del ladrocinio, del colpo di coda. Non sento che la precarietà disperata e accesa della sfida, dell'ultimo giorno, del secchio di ghiaccio dove parcheggiare le ombre per fare un po' festa.

È sera e sono ancora per strada. Avrei potuto mettermi un foulard per fare scrittore in acquetta di lubrificazione, ma detesto questo stile, e poi che sforzo impervio simulare una convinzione del meccanismo causa-effetto.
Gattina mi sussurra che legge tanto il mio blog.
Gattina mi dice che è tanto curiosa di scoprire chi sono Patrick Dewaere e Stig Dagerman. Gattina mi alita nell'orecchio che vorrebbe ascoltare la mia musica e le piacerebbe spiarmi mentre scrivo. Capirai che emozione, penso.
Gattina mi fa impressione, perché so che se le toccassi il seno, lei inizierebbe a godere come se stesse per raggiungere l'orgasmo, così, per farmi stare bene e un po' in pace, e per sperimentarsi.
Gattina è medusea, chi entra in lei è fottuto per una vita intera. Sono già stato in questi guadi, non sono giochi crudeli, è semplicemente la legge del più forte.
Gattina riuscirebbe a far venire un uomo solo guardandolo mentre lui inizia; sono stato in questi guadi, è un'autentica dannazione. Non ti togli le sensazioni di dosso se non dopo anni. Sei condannato ad essere un vecchio bavoso nella sacralità frammentaria dei ricordi.
Ogni orgasmo, in quei guadi, era accompagnato dalla voglia di crepare; perché non vedevo l'ora di dimenticare l'arca di miele e stelle, il finto rifugio, il fulmine caduto nell'esatto centro del potere femminile.
Queste righe sembrano provenire dal memoriale di un sessantenne, ma io ho solo quarantuno anni. Secondo le fonti della mia giovinezza, adesso dovrei essere nella fase più intensa del mio epicureismo e del mio imbarazzante interesse per le donne. Non è andata così. Mi sento un po' Mandrake, un po' Ugo Tognazzi, scaglie di Lucky Luke e di me stesso, rimandi di musica e parole ancora non ascoltate. Gattina potrebbe distruggermi, ma torno a casa con le mie gambe, sono parte stessa del mio equilibrio e questa è una piacevole novità.

Non posso impedire a qualcuno di offendersi per quel che scrivo; la coda di paglia è un circuito valido per tutti, me compreso. Quando ho ascoltato discorsi sull'inciviltà e sulla volgarità di pensiero, mi sono sentito comunque coinvolto. C'è sempre qualche lato oscuro che vorrebbe donarci un surplus di sensi di colpa.
Stasera mi sento uomo, cervello, occhi, cuore, pancia, stomaco, bocca, gambe, cazzo, presenza, spazio occupato, respiro, aspettativa di febbre e magia sporcata da voglie impreviste, uomo che dorme, mangia, sogna e si corrompe.
Ho spinto il piede sull'acceleratore, ho cercato le pozzanghere per schizzare e il silenzio per avere pace, ma non dirigo che poco. Come tutti.
Amare è sempre il mare più profondo da pensare e da vivere, ma non saprai mai più quanto spazio vuoto rimane nelle ferite.

Luca De Pasquale, 13 settembre 2013

12/10/13

Notte bianca al Grande Vomero, chiappe strette in sporco utero


Stasera c'è la Notte Bianca a Napoli, nel quartiere/città/principato del “Grande Vomero”.
Piuttosto che parteciparVi  (mi hanno insegnato che si scrive così, è senzadubbiamente una forma di rispetto per se stessi e per l'interlocutoRe), preferirei farmi inculare da un animale selvatico un po' miope.
Stand che rappresentano e sponsorizzano cose ed iniziative inutili, musicisti falliti che armeggiano su palchi di cartapesta, bottegai che espongono le peggiori mercanzie con il nastro più luccicante, ragazzotti ebeti e ignoranti, figli di questa città non recuperata e crassa di soddisfazioni insensate, sciamano felici con i loro iphone di ultima generazione e le loro ridicole scarpe di marca. Si ostinano a fare figli e questo è il risultato.
CredeteMi in parola, sono scenari per me da incubo. Li ho vissuti come operatore commerciale e so cosa sono. So quanto mi convincono che queste farse non fanno altro che tinteggiare merda fresca su vecchie incrostazioni.
Principio, questo del ritinteggiare merda su merda, messo malamente in pratica anche da attività commerciali che vogliono dirsi rifiorite e rinate ma che sono sempre la stessa paccottiglia (anzi peggiorata) gestita da incapaci cronici con smanie di controllo sulle persone e su delimitazioni di territorio che non possono superare il perimetro del cesso aziendale.
Sono arrabbiato? Ho dei sassi nelle scarpe? No, Ve lo giuro, se Ve lo dico dovete crederMi.
Sto dentro, sto fuori, sto un po' fuori e un po' dentro, a volte mi nuovo come un cazzo bipede, entro ed esco, ma almeno mi muovo tra le gambe dell'aria di libertà.
Chi sa stare solo dentro, lo teorizzava anche il sociologo svizzero Oberdan Biscia, “non conosce più l'aria pulita e cerca di diventare tutt'uno con lo squallore”. Ottimo sociologo, Oberdan Biscia. Sì, Ve lo consiglio caldamente, cercateLo pure on line.

Stasera mi perdo dunque la magica notte del Crante Vomero. Che peccato non girare per scaffali pieni di oggetti imperdibili, a contatto con l'anima più colta di questa città, che scialo non essere peripatetico in strade pulite, curate e popolate da tranquilli curiosi cittadini (oramai detesto questa definizione, da quando è stata usata a cazzo di cane per fini politici), che inverecondia non essere partecipi di cotante sfavillanti iniziative.

I padroni continuano a cercare di inculare i servi; a molti servi piace.
L'ignoranza, la furberia d'accatto, la delazione a fini sublinguali, il sistema di valvassorato per microcefali, questo sembra pagare ad infimi livelli di sussistenza e nullafacenza tracotante.
Molti lavoratori non sono nemmeno lontanamente degni di essere definiti tali. Pidocchi, parassiti, portaborse, pecore dal triduo ano.
Mi vergogno profondamente di aver condiviso lo status di lavoratore con molti di questi esemplari, in tanti anni di vita e di battaglie.
Quand'ero piccolo, mio padre -che lavorava in Fiat- mi raccontava degli scioperi a Mirafiori, della coscienza di classe, in famiglia ho avuto più sindacalisti che credenti, ci ho creduto a lungo anch'io, e sono stato via via trotzkista, maoista, stalinista, leninista, demoproletario, rifondarolo, extraparlamentarista, bakuniniano, bolscevico, veterengelsista, fino a diventare -per fortuna- semplicemente me stesso.
Il lavoratore deve essere rispettato e con il rispetto dovrebbe avanzare nel mondo, stringendo orgoglioso la sua condizione. Invece, troppi pusillanimi, arrivisti di scadentissima levatura e spazzamerda sporcano la categoria, rendendola un simulacro dove figuri inconsistenti depositano le loro impurità.
Per questo e per molto altro ho deciso di scendere in politica. Non sono un cittadino, sono un uomo, che è molto meglio.
Io rispetto chi rispetta, ma piscio in testa a chi ha appena accennato ad aprire la lampo, perché è ora di dire basta alla mediocrità come salvacondotto.
Grazie della lettura, Vi sono grato, a presto rivederVi.

Luca De Pasquale (perché i nomi si mettono, scrivo quello che cazzo mi pare, girate pure), 12 ottobre 2013

07/10/13

Tu continua a leccare che io scrivo


Lo schiavo, nell'attimo in cui respinge l'ordine umiliante del suo superiore, respinge insieme la sua stessa condizione di schiavo.
Albert Camus

La mia faccia è a pochi centimetri da quella della ragazza.
Posso sentire e denudare il suo respiro, come voglio. Lo stesso lei con me. Oggi per me è giornata di caccia ai vermi. Per lei non so. Non la conosco e non la conoscerò. In un'altra vita, in un altro luogo, ci incontreremo: siamo liberi di pensare anche queste cazzate.
Posso solo dirti che ami certamente l'uomo sbagliato.

Con un colpo di coda, sono libero da una parte della rete.
Solo una parte. Ma era una parte che puzzava di latrina e ignoranza.
Con un colpo di coda sono alla mercé del domani.
Con un colpo di coda mi sono ripreso me stesso e dirigo il magma verso l'uscita, accogliendo invece le streghe e gli alchimisti disconosciuti.
Con un colpo di coda sono allo stesso tempo il mio orgoglio e la presenza al mondo.

Se solo volessi, se solo ne avessi voglia, questo blog potrebbe essere un tirapugni di insulti, allusioni insolenti, sassolini che volano via dalle scarpe. In parte è così. Filtrare non mi interessa comunque. Filtrare è da codardi.
La mia scrittura è decisa dalla notte, dall'istinto che corre troppo veloce anche per me e per la mia testa, la mia scrittura è un ammasso di viscere che qualche volta pesano sul respiro e fiaccano la pazienza delle voglie.
La mia scrittura, nuda e senza scopi, almeno qui, è suicida. Le trame andate a cercarle nei romanzi. Gli amori, viveteli nei letti e nelle vostre più implumi fantasie.
La mia scrittura è una foto in movimento, che spesso è sgranata, fuori fuoco, ed è già morta nel momento in cui diventa lettura o curiosità.
Come dopo un orgasmo, ansimante e superfluo, indeciso se pulirti alla meglio, lavarti, innamorarti o morire una volta buona.
Come dopo un nuovo lutto, indeciso se raggiungere i tuoi demoni invecchiati, vendicarti del vento, fare piazza pulita di ninnoli e fotografie oppure rivoluzionarti, vomitandoti allo specchio per trovare nuovi colori.
Sono uno che risponde colpo su colpo, anche se sa di perdere; sono uno capace di invertire la bonomia altrui in inimicizia, senza pensare a ciò che conviene. E così, anche la mia scrittura è suicida.

Forse vivere con addosso questo continuo senso di partenza, di estinzione, è un modo di suicidarsi bene, in bianco, senza orrore e senza carità, senza le sottane macchiate della pietà e della fede.

Tu non mi ami”
Tu pensi ad altre donne”
Tu hai un amore segreto”
Non mi fido completamente di te”
Sei un bugiardo inconsapevole”
Ti piacciono i culi delle ragazzine”
Hai un altro cellulare, che mi tieni nascosto”
Ti piacciono tutte le donne, sei malato”
Sei un parassita della società, l'ho sempre saputo”
Sei un uomo molto violento”
Hai bisogno di cure, c'è qualcosa che non va in te”
Manchi di rispetto a tutti”
Non sei capace di costruire”
Hai un comportamento molto puerile”
Non hai amici”
Ti compatisci da solo e i tuoi amici ti tollerano per affetto”
Forse non hai ancora capito cosa vuoi fare nella vita”
Un uomo farebbe questa cosa al posto mio”
Non sei affatto un ribelle, eviti solo le responsabilità”
È tutto vero. È terribile. Che pessima persona che sono. Aspetta che cerco di assumere tutto il peso dei sensi di colpa... Cazzo, non ci riesco...
Dammi il giusto tempo di sentirmi un fallimento, devi portare pazienza, tutti siamo fallimenti al cospetto della felicità rappresentata.

Da ragazzo mi preoccupavo di come arrivare all'amore.
Ora mi sembra strano che io non abbia mai pensato al miracolo della conservazione.
Occorre rimanersi dentro anche in bassa marea. Ed è così assurdo ed improbabile che vale la pena piantarsi con i piedi nel cielo e iniziare la sfida con il gigante.

Anni fa, dopo una notte d'amore con una donna che non avrei più rivisto, mi svegliai, bevvi un latte e cioccolato e restai a letto tutto il giorno. Mi facevano male gli addominali e mi sentivo stupido. Mi mancava, terribilmente, l'assoluto. Di quell'incontro mi è rimasta addosso solo la malinconia, un paio di volte mi sono masturbato ripensandoci, adesso sono solo quattro righe in una nota, e il materiale non è fuoco, nemmeno cenere, è un ambiente spoglio dove due corpi si scaldavano mormorando oscenità, in una telecronaca hard che oggi mi farebbe ridere.
So che lo vuoi tutto dentro, lo so che lo vuoi"
Che stronzo che sei che stronzo che sei che stronzo che sei te ne sei sempre sbattuto che c'era lui..."
Solo a me devi succhiarlo”
Te lo giuro, continua a scoparmi”

Ricordo solo le voci strozzate, la precarietà del divertimento, la totale mancanza di ogni forma di tenerezza, anche di momentanea devozione. Non ho più neanche le lenzuola, di quel periodo. Non ho più la faccia tosta della complicità con me stesso. Ho dato la testa allo specchio e nello specchio, che mi ha restituito un volto più pacificato, più accettabile dopo una certa ora della notte. 
Però, nonostante gli accorgimenti, tutto quel che vive accanto a me soffre comunque d'insonnia. Non si dorme, quando ci si sposta continuamente. Si minimizzano i cicli, sei solo proteso al lancio, al volo senza ombra, alla scrittura, che ti muore addosso appena ti rendi conto che diventerà prodotto finito.

LdP, 7 ottobre 2013

06/10/13

Robe Noire

Série Noire, Patrick Dewaere
Vai in un nuovo posto. Conosci tutti, scegli tu il livello di confidenza. Finisce che piacerai a qualcuno e qualcuno piacerà a te. Se si tratterà di uomini, prenderai una birra e parlerai di calcio. Se si tratterà di donne, guarderai i loro corpi mentre si rivestono, sapendo bene che non potrai entrare in nessun segreto, in nessun anfratto che sia veramente tuo.
Vivrai il nuovo posto. Sarai sempre il solito bastardo che in fondo non si adatta e non ne vuole sapere.
Non sei migliore quando parli. Non sei migliore quando ascolti con il capo leggermente reclinato. Non sei migliore quando ti slacci i calzoni e hai il cazzo ben lavato e pronto. Non sei migliore quando monti sull'orgasmo e diventi tu stesso una sensazione. Non sei migliore quando ti pulisci e fai comunque il delicato. Non sei e non sarai migliore quando ti metterai a riflettere con le mani dietro la testa, la sigaretta in bocca e il corpo prosciugato di bisogni.
Non vuoi essere migliore. Sputa. Lavora. Costruisci. Fatti accettare. Componi la tua corona di rifiuti. Specchiati e incassa il fascino storpio di quella resa che intravedi. Non sei un uomo da fiori. Non sei più un uomo da lettere. Te ne sbatti delle lettere, ricevute e inviate. Sei schiavo del piacere femminile perché sei un boia. Solo un boia. Sei la bottiglia fracassata sullo spigolo del muro e poi incisa nel cuore, cicatrice stupida e svagata, tuo stesso passatempo, sei l'uomo del giorno prima e mai del giorno dopo.

Domenica. Nel viottolo ascoltano Laura Pausini, c'è odore di pioggia e di merda colata a valle. La domenica in cui i cristiani si soffiano il naso dell'anima tra le pettole replica di Dio. I parenti hanno gli stessi nei, gli stessi ascessi, le stesse carni piagate e grasse, le donne che non conosci ti richiamano nel buco profumato delle loro cosce, non c'è priorità che resti in piedi, non c'è ottimismo che si concretizzi in iniziativa, vuoi solo stenderti sotto il cielo sbrecciato e aspettare. Altro non serve.
Entri dalla porta senza numero, chiedi scusa e sorridi poco. Qualcuno si chiede chi tu sia, ma sei già altrove. Come sempre. Come desideri.
Domenica al sugo, domenica di prediche, preti e miracoli più luridi della peggiore delle zoccole, miracoli tanto voluti e invocati da risultare stucchevoli anche in fase di transito.
La chitarra del ragazzone evoluto a fianco è scordata, ma lo stronzo suona e canticchia lo stesso, per lui, per la sua donna che gli ha promesso contegno nel concedergli cuore e vagina, la vecchia che morirà a breve passa e mi saluta, e io la guardo negli occhi perché morirà e la cosa mi impressiona. Il malessere affascina le sprovvedute e funziona come specchietto per le allodole, sono come un legionario con medaglie nascoste e foto di affetti stracciate per strada, durante le decisioni, durante le rivoluzioni senza rumore.
Mosche della domenica in questa campagna città, litanie e le canzoni di merda di Laura Pausini. Padri di famiglia esauriti, stanchi, inconsistenti, talmente demoliti da non desiderare neppure la trasgressione, l'amante che gli pisci addosso in un delirio di foga patinata, niente è davvero eccessivo in una domenica di nausea, sull'altra sponda rispetto ai togati dell'implorazione, agli innamorati spezzatino, alle vecchie fiamme erose dall'insonnia, ai cardini marci dei sogni che un tempo sembravano poesia.

Aspettano la partita del Napoli. Aspettano il ragù dei suoceri, con annesso tutto il formalismo del caso. Aspettano il nuovo fidanzato che sia convincente, tenero, e che poi sappia penetrarle con forza e cura, che le faccia sentire protette, comprese, belle più di sempre. Uomini-rattoppo, con la testa sgombra e l'uccelletto deterso, uomini che amano i loro viaggi, le loro esperienze, i loro sport, le loro manie socialmente presentabili.
Uomini non irradiati dal male, non spolverati dalla mano che sottrae e mai aggiunge. Uomini che non avranno mai la mia amicizia o qualcosa di simile. Vado a fondo in questa mostruosa sproporzione tra intelligenza e nausea, non mi ferma l'equivoco, il risentimento, l'abbattimento del progetto, la poca convenienza delle ruspe. Vado avanti bendato, guidato dall'istinto, gelido e fregato, compromesso e ripulito in un rituale irriconoscibile, senza consulenti.
La ferita in bocca pulsa e squadra il pensiero. Tatuaggio di sottrazione.

Telefonate borghesi. Improduttive.
Ipocrisia.
Come stai, come sto, io faccio, tu fai, io pensavo, tu hai pensato?
Io tutto a posto, tu spero anche, teniamoci in contatto, keep in touch, keep in touch, keep the faith alive.
Il lavoro? L'amore? Il circuito di amicizie? Gli animali? Le piante? Ti masturbi? Lavori a nero? Sei sempre ateo? Sei fedele o vai a ficcarlo in giro? Gioca bene la Fiorentina di Montella, ci tifi ancora?
Tiferò Fiorentina per sempre. Non è come cambiare partner quando le cose ti girano male.
E comunque gioco bene anche io, anche se mi rompo il cazzo di tirare a porta quando il pubblico aspetta il gol.

Pensa a baciarmi con la lingua quando tuo marito non c'è. Sentiti sporca, indegna e bagnata. Ti servirà solo per recuperarti, io sono solo uno strumento esotico. Un eccentrico diversivo. Ti passerò le dita tra le cosce all'apice dei tuoi sensi di colpa, sarà splendido e inutile.
In questi giorni, il mio piacere è solo un'espansione di un dominio incalcolabile, è un dato non suffragabile, è un gioco singolare senza premi e senza vallette.

Laura Pausini canta le sue nenie mestruo, le adolescenti soffrono, il cielo è nero, io ascolto i Freeez a tutto volume e ho un programma. Che ora non ricordo, ma prevede un dopo pioggia, un dopo me, un dopo intelligenza.

Come il Frank Poupart/Patrick Dewaere di “Série Noire”, osservo e cerco di sfangarmela. I movimenti possono essere coerenti solo ad una seconda analisi; nel mentre, nella successione reale, sono pretesti che non riescono davvero a concatenarsi, a mantenere un obiettivo, ad affidare il percorso ad un senso. Per strada, le persone sembrano emanare un'identità obbligatoria, estranea. Gli interlocutori ci tengono molto a caratterizzarsi per scelte e convinzioni, come se dovessero giustificare il loro stare al mondo anche durante una banale conversazione. Gli amori sono a perdere, recipienti all'inizio traboccanti e poi scatole dall'etichetta sbiadita, per una sola bugia, per un solo appuntamento sbagliato, per un sesso troppo uguale al pensiero del sesso. I figli degli altri, i genitori degli altri, i partner degli altri, appaiono immoti, assoldati per sempre, persuasi all'assuefazione, intenti a risolvere, chiarire, presenziare, stare nel ruolo.
L'attrazione fisica, svuotata di quel misticismo roboante e parossistico dei primi anni, si manifesta come una variante ossessiva puntualmente imparentata con quel che è già accaduto.
Il malessere può sedurre e può spaventare allo stesso tempo.
Il malessere è sempre la stessa goccia che scava, svilisce e raggruma il demone più grande, quello che non entra più neanche sui fogli da disegno. Il malessere sfida e sfibra la croce rossa, non c'è redenzione possibile, è solo zucchero da film, è solo pazienza che svanirà.
Prenderò per il culo un nuovo stupido principale, svicolerò dalle guardie, dormirò qualche volta in prigione, darò del dolore a chi voleva facili sogni da leggere di nascosto, offenderò e deluderò chi cerca di capire e di entrare, senza peraltro essere stato invitato.
Non ho rimpianti. Ho fatto quel che sentivo. Si può lottare per la libertà anche in cattività, come ora, come ieri, come domani.
Mi chiedo tra dieci anni che sguardo avrò. A quanti millimetri si sarà ridotto lo spazio di sincerità. Come farò a simulare partecipazione, quando l'occasione lo richiederà.
Amo le figure che ballano sotto la neve, nel freddo, per eludere rassegnazione e scontentezza. Al contempo io il sole proprio non lo sopporto, se non quando filtra, pallido e vergognoso, dalle imposte chiuse in giornate che poi lo travolgeranno di nuvole.
Cerco la nobiltà negli angoli più scuri e dimenticati. Cerco le persone migliori nei cortili battuti dal vento e dalla vita che ha messo alla prova. Le grandi epopee sono iatture e non c'è quasi più nulla da insegnare, checché se ne dica. E la buona volontà, quella mefitica puttana, è un'eredità troppo vecchia per essere ancora esibita.

Luca De Pasquale, 6 settembre 2013