31/10/13

La ferita


Un uomo che medita la vendetta mantiene le sue ferite sempre sanguinanti”
Francis Bacon

Ieri la Fiorentina ha perso in casa con il Napoli, una sconfitta che gradisco ancor meno per cause ovviamente ambientali. Non ho guardato la partita. Soffro troppo quando le partite della Fiorentina sono delicate o impegnative. Mi sono preservato e bene ho fatto.
Ho preferito un film piuttosto disturbante, “Take shelter”, e un disco dei Six Minute War Madness.
Sul pacchetto commemorativo delle Camel Lights, per il centenario, c'è scritto “Every Camel tells a story”. Da fumatore accanito condivido; ogni sigaretta, per esteso, racconta una storia. Morirò fumando, ormai me ne fotto. Gainsbourg si fece seppellire con un pacchetto di Gitanes, a me piazzate pure uno commemorativo delle Camel, racconterà venti storie ai vermi che mi divoreranno.
Non sono un salutista e non posso perdere tempo con la prevenzione dei miei mali; gli altri si premunissero, gli altri li spingo ad essere attenti e responsabili, quanto a me scelgo il libero arbitrio. Se avessi deciso a tavolino di prevenire mali e dolori, non avrei mai dovuto amare o legarmi a qualcuno. Perché quello è un tipo di dolore attivo e violento, almeno per il sottoscritto, anche quando si sta bene e si progetta.
Che mi facessero un pompino quei sapidi parlatori che esaltano la quiete del bene e il minimalismo rassicurante dello stare assieme. L'amore scava, incide, recide, seziona le parti e le getta in pasto a lupi ciechi, è difficile anche superare la notte. Non reggo l'amore, proprio non lo reggo, a volte è come se ne avessi bisogno per crepare prima e meglio, e c'è poco da aggiungere.
La Fiorentina ha perso, il mio umore è di carbone, nella reggia della notte mi aspetta un trono di gomma e nessun sollievo, farò fatica ad addormentarmi perché i pensieri sono raggi che filtrano anche dalle gabbie altrui. Non riesco mai ad ottenere il buio completo.
La gente urla per strada, alcuni ragazzi passano fuori la mia porta urlando “Calleconn Calleccon Calleconn!” mentre fumo e metto a posto, nei vari scompartimenti, il mio silenzio e tutto quel magma che mi rende uomo, persona, stella di maremoto e lottatore vivisezionato.
In casa c'è silenzio e sembra che i miei oggetti mi rispettino in qualche modo, aspettando le mie mani o semplicemente lo sguardo.
Scegliendo chi e cosa amare, e a cosa rinunciare, si fa sempre soffrire qualcuno. È un meccanismo elementare e inaccettabile.
Puntando al mio benessere, io uccido comunque qualcuno o qualcosa; scegliendo io creo zone di vuoto, silenzi, iato ed uragani, e nulla mi esimerà dall'ingiustizia, dalla parzialità, dalla limitatezza.
Trovo tutto questo, che sembra scontato e bolsamente tollerato, un martirio, una ferita primigenia e permanente che ora si risveglia, ora finge di cicatrizzarsi. Ma finisce per regolare i tempi della vita e dei sentimenti.
Per questo, lucidamente e senza pathos, lontano da drammi e poesiole psicolabili, mi ripeto ogni giorno che sono spacciato, per certi versi non recuperabile, e che non posso pretendere di costruire una bella villetta in una città di sofferenza.
Cerco; cerco e mi faccio del male. Il mio sonno e il mio stomaco patiscono i giochi persi dai bambini, le mani tremanti dei vecchi, la malinconia sobillante e atroce degli amori finiti, i fallimenti di quelli che speravano di più, l'ingannevole musica del prendersi con entusiasmo e con pulizia, quando siamo stati espropriati già tante volte, liquidati con un aforisma sulla fortuna, rimpianti per gioco e per solitudine, crocifissi per una svagatezza di fondo che è solo dolore tenuto a bada.
In questi giorni cerco il suono del Fender Rhodes perché è una parvenza di pace, di equilibrio e di armonia spirituale, è un bacio liquido di jazz che contamina la solitudine e rende le mie ferite piscine poco illuminate agli occhi di chi non mi ha ancora dimenticato.

Luca De Pasquale, 31 ottobre 2013

ciao Emilia.

28/10/13

Ambizione e tomento - 4


Mentre mi rado, oroscopo alla radio: “Acquario: siete gli innovatori dello zodiaco, voi capite prima... e dunque dovete essere più pazienti. Avete molti pianeti contrari, in vista polemiche, scontri, sarete tentati di mandare tutto a quel paese... ma non perdete di vista l'obiettivo!”
Okay amico. Ti ringrazio molto.
La barba non mi è mai cresciuta completa; non si chiude bene. Ma cosa si chiude bene? Ho deciso di fregarmene e dunque porto la barba, in qualche modo. La calzo, la indosso, glabro sembro un bambino deluso e questa cosa non mi garba affatto.
Mi rado con la sinistra perché sono mancino, ma questo mi porta ad avere un'angolazione innaturale di movimento, per cui sono tutto storto e non riesco ad entrare nell'ovale dello specchio.
Intanto, la notte è passata. La notte è passata e ho provato sentimenti violenti: non è servito a niente come sempre. Devo rifarmi vivo con qualcuno, devo guardare negli occhi qualche essere umano. Probabile che non crederò a quel che mi si dice, sono anni che non credo alle parole altrui, a volte nemmeno ai fatti. Li scompongo e finisco per non crederci.
Non credo nemmeno alle mie, di parole; mi sto convincendo che esprimermi è solo una forma di reazione.

Mangio un cornetto al bar, il cappuccino sa di caramello ma lo bevo lo stesso. Poi fumo. Ci sono impiegati dappertutto. Si affrettano, a volte esitano, fraternizzano solo il tempo di prepararsi alla giornata, si confidano il confidabile, può nascere qualche simpatia. Poi esalano i loro ultimi respiri di intelligenza e libertà sotto padrone.
Avverto addosso il sinistro presagio che presto non sarò più un impiegato, non vivrò più queste ritualità mattinali che sembra aiutino a sentirsi “normali”.
A pochi minuti dall'entrata, mi imbatto in Eleonora e Maricon. Hanno fatto colazione insieme e parlano di stronzate e di beghe aziendali ormai invecchiate e grottesche. Cercano di interpellarmi, ma interagisco a monosillabi. Non mi piace parlare di vermi.
Eleonora mi dice che legge il mio blog, che è bello quel che scrivo. Mi esce un sorriso dolente, veloce. Ringrazio, ma non sviluppo il discorso. So bene che la gente non ha voglia di leggere di abissi, inappartenenze e ribellioni. Può piacere all'inizio, magari perché c'è un qualche interesse sessuale inespresso, ma finisce per logorare. La maggior parte delle persone ha bisogno di essere consolata, non sospinta nel niente. Quasi tutte le donne che ho incontrato sono rimaste inizialmente affascinate dalla disperazione, salvo poi iniziare a combatterla in un secondo momento. Una storia, un'avventura, un flirt, un gioco di genitali, qualsiasi cosa diventa scomoda nel regno delle piccole tenebre, e si finisce per sentire l'aria mancare, bisogno di luce e di leggerezza. Mi sono sconsigliato così tante volte, ma non mi hanno ascoltato. Pensavano di sovvertire il movimento nero, non ci sono riuscite. Qualche crocerossina si è sentita addirittura ingannata, tradita. Ho vanamente spiegato che si può avere un approccio disperato alla vita, che le cose girino bene o male, che si abbia fortuna o meno, è una parte dell'essenza, è un modo di sentire, è inutile combattere contro qualcosa che è la cifra di una presenza al mondo.
Eleonora ed io non faremo mai l'amore e non saremo mai realmente vicini, anche se le credo, le piace davvero quel che scrivo e quel che sento. Ma lei avrà la sua vita ed io la mia. E ogni tanto ci guarderemo con quella tenerezza che si riserva a chi non ci apparterrà mai.
Non avrò mai i suoi capelli sotto le mie dita, e lei potrà solo intuire la potenza vitale della mia infelicità. Questa è la scelta della vita.
Quanto a Maricon, non mi sopporta ed è reciproco. Lui detesta gli eterosessuali ed è anche convinto che sia omofobo, solo perché una volta gli dissi che non ammetto di avere un lato omosessuale. Molto suscettibile, direi; non capisco quale problema possa avere nel comprendere che il cazzo non mi interessa, il suo in primis. Ho ben altro cui pensare che teorizzare cazzate sui gusti sessuali.

Nello spogliatoio maschile si parla di calcio e dei vermi di cui sopra. Ritorsioni e invidie da cesso pubblico. La mia posizione non è chiara praticamente a nessuno. Perché la mia posizione è la dignità, punto e basta. Pensano a salvare il culo e il portafoglio, io penso a salvare anima ed onore. Sono punti di vista, stili di vita, in me non c'è nulla di eroico per questo. Ho visto troppi film di Melville e Peckinpah, non potevo uscir fuori altrimenti. Mi infilo una sigaretta in bocca, mancano sette minuti alla timbratura del cartellino. Lavorare per sopravvivere, tutto qui. C'è chi ne fa una ragione di vita, quando vita non c'è e sogno mai visto, mai neanche pensato.
Essere fraintesi in più contesti significa che non si ha la pazienza e la volontà di rendersi tollerabili. Io questa pazienza non l'ho mai avuta. Continuo a remare contro e a fare il triplo della fatica. Ogni tanto si sveglia qualcuno e mi vuole organizzare la rabbia e la vita, secondo non si sa quale ricetta rivoluzionaria e da me non contemplata. Ogni tanto, dalla polvere di luoghi e case che non conosco, si sveglia qualcuno e decide che potrebbe essere nobile e stimolante amarmi. Ma le due canzonette finiscono per somigliarsi e sovrapporsi pericolosamente, si tratta solo di equivoci. Comunque.

Scendo in turno. Non ho alcuno stimolo sessuale addosso. Mi muovo come una pianta malata finita sott'acqua. L'ossigeno è diventato un'utopia. C'è puzza di vecchio e di sciocco, sono rimasto troppo a lungo, proprio io che sono noto per non restare mai oltre un certo limite. Cominciano ad arrivare i primi imbecilli abitudinari. Ci scappa che guardo qualche culo e qualche gonna corta, ma è accademia ferita. Ripenso al cinema di Melville, ripenso al personaggio di Yves Montand in “Le cercle rouge”, l'ex poliziotto alcolizzato che vive negli incubi, isolato in un appartamento strano, dai colori lividi. Penso, mentre servo un idiota indeciso, che è strano sentirsi già reduci di tante cose a quarant'anni e poco più.
Da ragazzo mi immaginavo a quarant'anni come realizzato, pacificato, piantato su qualcosa di concreto e confortante, e invece sono uno scorticato vivo, un irredento balordo con tanti conigli e colombe nei cilindri, ma sostanzialmente un soldato di ventura in mezzo ai ghiacci.
Gli amori sono sempre più contorti, sono linee di febbre che recidono altri fiori, la comprensione è una perdita di tempo, e le notti da solo, quelle passate a respirarsi per davvero, sono gli unici stralci di tempo che mi riportano alla baita dell'anima per una dose di consapevolezza evanescente.
Alla mia età capisci che non si ama chi non ama, che la dignità è un valore ed è anche il primo vero volto della nostra vita, quello che dovremmo conservare. Capisci anche che non hai più tanto tempo davanti, e devi affrettarti ad accendere una candela nel buio per rischiarare una possibilità, una strenua resistenza, l'odore di qualcuno che sfiorandoti prova ad amarti un po'.

Luca De Pasquale, 28 ottobre 2013

27/10/13

Ambizione e tormento - 3


Lo specchio del bagno è sporco, incrostato.
35 euro a notte. Mi sento strano. Come se non avessi il cazzo. Non sento gli organi pulsare, nessuno. Mi butto acqua in faccia; la calda non esce. 35 euro a notte, per scappare. 35 euro a notte e nessuna speranza di ritrovare calore.
Sul tavolino malfermo ho due pizzette prese in rosticceria e ormai freddissime. Una birra calda. Qualcuno mi ha regalato un pacco di wafer di scarsa qualità. Il telefono non prende. Dunque, sono invisibile anche per una richiamata d'affetto. Sono fuori persino dal raggio di un ripensamento, o di una telefonata di scuse. Mentre sono in questo albergo del cazzo c'è chi sintetizza con “sta attraversando un brutto periodo” e intanto va al cinema o in giro per la città a stupirsi di qualsiasi fottutissima cosa. Le comitive sono rimaste in piedi, sono io che sono scomparso. Sono io il dissidente, e la mia impulsività non sarà neanche argomento di conversazione. Troppa borghesia adulta, troppo egoismo, troppo bisogno di un clan tranquillo per comprendere il riottoso coglione che va a perderci.
35 euro a notte per entrare di diritto nella strada affollata del fallimento evidente. “Sta attraversando un brutto periodo”. Già. Quanta saggezza in questo flash emotivo post cena o post primo tempo. Complimenti.
Addento la pizzetta numero uno. Fa schifo. Gelida, plastificata. La rabbia mi riempie, divento un moncherino carbonizzato, rinculo.
E pensare che non guardo più una donna, con intenzioni intendo, da tempo immemore. Ora che sono incazzato e isolato, dimenticato ed evocato male, mi viene da pentirmi per non aver scopato Federica, mesi fa. Mi diceva di no, ma avrebbe voluto che la scopassi per bene, in più posizioni e più volte durante la notte. Federica perse il mio cazzo per degli scrupoli, ma non perse il tempo e la voglia di prenderne altri due in rapida successione. Mi avrebbe fatto godere, Federica, mi avrebbe spompato, mi avrebbe svuotato. Aveva movenze da troia, che al mio cazzo piacciono non poco. Mi avrebbe sputato in bocca e mi avrebbe prestato dei soldi. Non l'ho scopata, quella stronza superficiale. Mi ha sostituito ancor prima di dimenticarmi. Questa è la mia discesa all'inferno, 35 euro a notte e nessun affetto duraturo che mi reclami come protagonista assoluto.
Mangio sul letto, dove coppie clandestine avranno fottuto veloce e con qualche ammennicolo funzionale, reggicalze, videocamera, cremine sul cazzo e quant'altro.
Le rotture sono la vetta dell'infelicità, ma hanno la strada spianata con un bastardo smarrito come me. La mia dolcezza mi fa orrore, Dio si è dimenticato di me e io non ho mai avuto intenzione di incontrarlo. Io sono costruito per l'inferno e mi esalto nel tragitto della condanna, ecco perché non c'è nemmeno campo al telefono. Lei non può chiamarmi. Lei non può richiamarmi al disegno che è diventato pozzanghera informe. Non sono rintracciabile e sono passato alla seconda pizzetta, suola di scarpe, pezzo giallo e rosso di plastica dura.
Il lavoro peggiora i miei pensieri. Non appartengo al mio lavoro, sono da solo a turarmi il naso e dare il peggio per distrarmi da quel che vedo ogni giorno. Non concepisco amicizie al lavoro. Non concepisco amicizie derivative; gli amici di una donna non saranno i miei amici. Una famiglia nuova non ti accoglie se non per il ruolo che ricopri, altrimenti sei solo una faccia o un'intenzione, non significhi un cazzo.
Avrei dovuto scopare Federica in quel bagno. Avrei dovuto venirle sulle labbra, in silenzio, come un maiale senz'anima, avrei dovuto macchiarmi per davvero, adesso mi sentirei meno stupido.
Non andrò da preti, da saggi amici della prima ora, da parenti rincoglioniti, da vecchie fiamme che vivono il nuovo marchese fica-cuore con parole degne di una soap.
Mangio wafer, lo stomaco brucia. Già penso alla sigaretta. C'è una stronza a Matera che dice di essere innamorata di me per quel che scrivo. Ma è vita, che cazzo ti vuoi innamorare. Non la chiamerò, non le scriverò, trovati un avvocatino, fatti regalare qualcosa, lasciami perdere, per Cristo.
Federica non mi esce dalla testa, non ho nessuna stima per lei. Donna di cipria e menzogne con l'hobby delle riserve pronte per l'uso. Avrei dovuto perdere la ragione per creare la nostra botteguccia del piacere scandaloso. Quanto al frocio che esibisce al fianco, il pragmatico accompagnatore senza nerbo, se ne sarebbe fatta una ragione.
Fumo e mi sdraio per terra, con i piedi sul muro. Nella stanza accanto stanno chiavando, lei ride e ride e ride e geme un po', lui fa degli strani versi ed è certamente un uomo sposato. Spero che muoia durante il coito, questo babbuino. Lo immagino pacioccone, benestante, tifoso del Napoli, vagamente cattolico, tradizionalista, voto al centrodestra e segno della croce quando passa per un cimitero.
Io sono all'inferno. Nessuno può chiedermi scusa. Nessuno può trovarmi. “Sta attraversando un brutto periodo”.
Sto trapassando me stesso, sto mangiando il mio cuore mattatoio, ma una cosa è certa, la vendetta sarà lunga, spietata, sarà un blocco di silenzio e preghiere liquide, piscio d'eternità e tardivo riapparire.
La misericordia è l'obolo che nessuno potrà reclamare, non sono rintracciabile.

(continua)

Ambizione e tormento - 2


Quando inizi a piacere a qualcuno, è come se la musica si dirigesse su di te, per colorarti, prenderti per mano, sorprenderti con quel resto della vita che non eri capace di vedere. È un'emozione fonda e incerta, puoi solo osservare i tuoi nuovi movimenti e ringraziare. Sobriamente.
Ma l'amore non è per spazi chiusi. E si finisce per correre e concluderlo presto, per sobillarlo, renderlo pubblico e zuccheroso, sancirlo in continuazione, infine perderlo. Lo baratterai per la prima sporca emozione fuori quadro. Lo umilierai per la sciocca smania di guardare oltre il tuo limite di visione. Se sarai disattento, finirai tra i rovi, nelle spine.
C'è una profonda differenza tra rimanere svegli con qualcuno al fianco e passare una notte insonne in completa solitudine. Nel secondo caso, posso pensare di riuscire a scendere all'inferno senza palliativi.
E così, questa notte in stanza d'albergo con specchio ovale rispecchia il mio desiderio di devastazione senza essere imbarazzo e mediazione.
Lo ammetto. Ho pensato molto alla ragazza della reception, perché mi ha eccitato e sembra molto vitale. Mi è rimasta in corpo la voglia di vederla godere. Nient'altro. Dev'essere stupendo, un fuoco d'artificio, guardarla godere nel centro della notte, concentrarsi sui suoi sospiri, leggere sulle sue labbra socchiuse il viaggio breve che può essere un'unione con poca luce.
Accendo una sigaretta, con gli occhi abituati al buio, realizzo che del mio piacere non me ne fotte un cazzo. Gli uomini pensano solo a sborrare e poi tornano bambini, per anni continuano a fottere la madre nelle fattezze di altre donne, sono già morti, Dio non li aiuterà mai a dimenticare il necessario.
Penso, abituato sempre più al buio, che in una camera d'albergo, chissà quando, sarà più bello morire. Prendere una camera per scegliere la morte, un giorno lontano, un giorno in cui non avrò più voglia di giocare. Non voglio crepare di malattie. Non voglio diventare un vecchio coglione. Non mi abituerò mai ai cartelli di divieto, ed è per questo che preferirò morire.
Smanio nel letto, ripenso ai pantaloni grigi della ragazza alla reception. Mi muovo nel letto e penso a stare dentro di lei. Dev'essere un'ustione, prenderla; e sono certo che scopa con un peso sul cuore, qualche uomo che non ha dimenticato del tutto. Benissimo, sarà un valzer di fantasmi, meglio ancora, sarà più osceno, sarà più blasfemo, non mi sentirò in colpa per le varie divise indossate.
Ma finisco per addormentarmi, in camera c'è puzza di fumo, confusione, e non ho nemmeno disfatto la valigia.

Di nuovo in aereo. Di nuovo nel cielo scuro. Di nuovo nel tubo di ferro.
Stavolta non mi accompagna Lonnie Liston Smith, ma gli Swayzak. Perché c'è un dinamismo feroce nella mia testa, adatto alla loro musica, e il mio corpo freme di questa schifosa, invadente gioventù.
Sei un buono a nulla”. D'accordo, vaffanculo.
Di uno come te non ci si può fidare”. Pacifico. Vaffanculo.
Non puoi prendermi in giro”. Davvero? Vaffanculo, allora.
E già. Perché sono io il cattivo. Sono io quello che scrive memoriali frammentari in punta di cazzo. Sono io quello ambiguo, narcisista e fissato con le donne e il loro mondo. Sono io il bastardo che finge identità differenti per piacere prima e meglio.
Sono io quello che usa ciò che sa e conosce per dissimulare più velocemente e sfangarla. Io sono il disequilibrio e dovrei mettere ordine, me lo hanno ripetuto tante di quelle volte che ho finito quasi per convincermene. Sono io lo scimmione cattivo.
Leggo Daeninckx mentre il tubo di ferro mi riporta a casa, nella città dei miei errori permanenti, e intanto la notte divora tutti noi passeggeri, le belle assistenti di volo e le poche moine possibili. Ho voglia di sputare in faccia al mio datore di lavoro e pestarlo a sangue, anche con oggetti; infine gli piscerei addosso insultandolo. Sono una creatura impulsiva e violenta, che salta da un cratere alla forca con un sorriso farfalla imbavagliato dai vermi. Sono una malriuscita creatura del Signore e pago sempre in tempo reale tutto l'errore continuo dei tentativi.
Il tubo di ferro va veloce e anche la mia testa. Continuo a fissare la silhouette di un'assistente di volo. Devo essere malato, me lo avevano detto, come si fa a provare desiderio su basi di acqua solida, morta, spacciata?
Mi hanno detto che non ho superato un trauma d'infanzia. Mi hanno detto che il professor Pederal potrebbe risolvere i miei problemi. Qualcuno mi ha anche detto che la musica è lenitiva. Col cazzo. Non pagherò mai il professor Pederal; al massimo lo infilerò in bocca alla più normale delle sue pazienti, e gli farò pubblicità negativa.
Creatura violenta e non atta a costruire, sono in questo tubo di ferro che procede nel freddo senza luci, come tra le cosce rachitiche di un Dio morto o mai nato. E nessuno si rende conto di quanto si dovrebbe piangere.

(continua)

26/10/13

Ambizione e tormento - 1


Le cose sono padrone dei padroni delle cose e io non trovo il mio volto nello specchio. Parlo ciò che non dico. Sto, ma non sono. E salgo su un treno che mi porta dove non vado, in un paese esiliato da me.
Eduardo Galeano

In un tubo di ferro, da una città all'altra, è più facile tirare le somme, la testa rivolta al finestrino, mentre la sera nel cielo si dilata per accogliere la notte e le hostess scherzano tra loro, nascoste da una piccola tenda.
Mi piace volare di notte. Mi piacciono gli aeroporti di sera e le partenze in genere. In volo è come se ascoltassi continuamente Lonnie Liston Smith.
E, mentre sorvolo città che neanche ho visitato, mi dico “ma che cazzo volevi fare? Che cazzo pensavi di fare, amico mio?”
Lo penso con forza, lo penso con un mezzo sorriso, mentre tutt'intorno si fa posto alla notte e saremo tutti più crudeli, in qualche modo.
Che cazzo pensavi di fare? Volevi raccontare storie. Tu racconti storie, che lo voglia o no. Solo che per un po' hai scelto di raccontare solo il tuo breve o lungo fango, sapendo che non è importante, per gli altri e principalmente per te. Ho riflettuto a lungo su tutto ciò che era buco e buio, tutto quanto faceva attrito, sulle sponde dei sogni e sulle coincidenze, su amori morti senza avvisare e sugli anni che mi passavano accanto, tra bella musica, difficoltà e rancori purulenti, ostinati, accecanti come ogni cosa o persona che non trovi una sua naturale collocazione.
Ho scritto di me e delle mie cadute senza parlare mai di me, nulla in fondo può essere autentico se non guardi negli occhi un essere umano e ascolti la sua voce. Per molto tempo, scrivendo, mi sono difeso ad oltranza e ho rivendicato una sensibilità in cocci, un modo di sognare poco proficuo e votato al “sempre altrove”.
Penso a questo mentre l'aereo disegna una qualsiasi traiettoria notturna, penso all'ambizione mai sopita di raccontare senza vivere solamente, e al maledetto tormento di essere uomo ed essere vivo.
Un uomo che scrive può essere molto vulnerabile. E vulnerato. Perché, che siano respiri, baci, addii o parole, scrivendo rivivi continuamente, scrivendo consideri ciò che non hai fatto, quello che hai mancato e quello che hai desiderato senza confessarlo.
In quest'aereo mi vedo come un bambino con lo sguardo inutilmente malinconico, al mio arrivo pioverà e prenderò un taxi senza il tempo di fumare una sigaretta. Incredibile, provare nostalgia anche per quello che stai per fare. Accerchiati dalla nostalgia nei giorni più vulnerabili, siamo come bambole che credono di poter essere amate dagli esseri umani, siamo come sfide riposte in un cassetto a decantare, ma possiamo fare del male per tutta l'infelicità di cui ci siamo persuasi.
Iniziamo storie d'amore già con il magone addosso. Abbiamo una paura dannata di essere veramente compresi. Fare l'amore è doloroso, esplodono le stanze, mescoliamo pozioni, rimedi e dosi di veleno, poi tutto ritorna quieto e qualcuno ci guarda in attesa di una risposta.
Il volo sta per finire ed io mi sento come un disco di Barry White che gira alla velocità sbagliata.
Fiumi di parole e pensieri senza capire se si è figli del mare, del cielo, del fuoco o del niente. Parole scomposte, decomposte, ricomposte, accumulate come amori senza logica, fusioni momentanee di roba che custodisci dentro e che ti rende qualche volta una malattia ambulante.
E poi l'assedio delle manie, la mania dell'incompiutezza, la mania del rischio a tutti i costi, l'incidente probatorio dei tuoi sorrisi volontari.
Non è sano guardare negli occhi e pensare a quel che sarebbe stato, vivere quel brivido amaro di una vita sola e del caso che non rinnova i suoi inviti, non è sano soggiornare ovunque vestiti solo ed esclusivamente per la passione e per il volo. Meglio l'apatia, meglio il disincanto e la buona educazione. Meglio un profilo rimpicciolito che una stupefacente anima a brandelli.
Sono arrivato. Piove. Una hostess mi sorride, io sono un disco di Barry White alla velocità sbagliata e non posso farci niente.

Arrivo in albergo, pago il taxi, mi bagno un po'. Accendo una sigaretta e respiro il minimo della notte, di questa notte che non conosco. Le mie mani in penombra mi piacciono sempre. I pantaloni e la maglia sono caldi addosso e io sono freddo con me stesso. Conservo gli occhiali nel fodero, raduno carte, accendini e pazienza. Scriverò meno in questi giorni, sarò ancora più diffidente del solito. So che non mi lascerò andare se non in condizioni di nebbia e non sicurezza. Andare dritti all'obiettivo, sotto al sole, è così ammorbante.
Poco bagaglio, troppi ricordi.

In camera mi spoglio e fumo anche se si capisce che è vietato. Me ne frego, farò passare aria.
Non ho compagnia per la notte, ma non sento la necessità di scopare. Per scopare una che non conosco devo essere più galvanizzato, devo credere in qualche utopia, e al momento non è così. Ho da poco sorpassato i giorni ossessivi del “godi finché sei in tempo” e non voglio tornarci su. Mi brucia il cuore. Se solo riuscissi a sputarci sopra.
Apro la finestra, l'amore non è altro che un sostituirsi in continuazione, con più o meno convinzione.
Eviterò di tormentarmi. E anche di scopare.

(continua)

23/10/13

Amore viola


8 febbraio 1981 Perugia-Fiorentina 0-0
Fiorentina: Galli, Contratto, Tendi; Galbiati, Ferroni (Reali), Casagrande; D. Bertoni, Sacchetti, Desolati, Antognoni, Restelli.


Ho iniziato a tifare Fiorentina negli ultimi mesi del 1978. Da mesi covavo, dopo un'iniziale simpatia da figurine Panini per il Milan, una strana passione che sarebbe poi esplosa. Non avevo capito, all'epoca avevo sei anni, che mio padre tifava Fiorentina da tutta la vita e che io stesso ero stato praticamente "pensato e realizzato" a Firenze. Quando l'impazienza e il fervore mi portarono a comunicare a mio padre la novità, servendomi dell'apodittica frase “papà, io tifo per la Fiorentina!”, lui ebbe un sussulto che non dimenticherò mai, un sussulto incredulo, visto che nulla aveva detto o fatto per plagiarmi.
Da quel setttembre 1978 ho sempre tifato, e sempre di più, per la Viola. Ho vissuto gli anni di Antognoni, incluso l'incidente con il portiere del Genoa Martina, Baggio, Passarella, Daniel Bertoni, i Pontello, Socrates, la morte di Baretti, il fallimento con Cecchi Gori e la serie C2 con la Florentia Viola, ho vissuto la grande emozione di Batistuta, per il cui gol a Londra con l'Arsenal ho perso la voce per quasi una settimana.
Quando la Fiorentina perde mi oscuro quasi del tutto; la sconfitta dei viola riapre improvvisamente ma anche metodicamente i rancori, i fastidi, le disillusioni, i conti in sospeso e quel sottile disagio del tempo che passa. Sono comportamenti da tifoso, una partita tesa della mia squadra significa un pacchetto di sigarette intero e un continuo e incivile turpiloquio. Quando la Fiorentina vince, io divento ottimista per una sera, per una notte, e riesco a pensare al giorno successivo senza fissare ostinatamente l'angolo tenebroso di ogni giorno che nasce.
Domenica, con Fiorentina-Juventus 4-2 e la tripletta di Pepito Rossi, sono rinato a nuova vita; tutto poteva arridermi quel pomeriggio, anche il mal di denti; ogni sguaiato evento del passato mi appariva sotto la luce di un grottesco revisionismo entusiastico e ho finanche pensato, al gol di Joaquin, che la disoccupazione possa essere una tappa del pensiero adulto, uno stato di cose dal quale si vede meglio la vita e chi ti circonda.
La Fiorentina da sempre accompagna i miei stati d'animo, accrescendo le energie costruttive o demolendo l'ultima barricata di sopportazione. In tutti i modi ho sperato di battere la Juventus e di vedere Neto contento; il ragazzo ha resistito a critiche veementi e crudeli, anche le mie, è sceso in campo senza l'aria contrita dell'agnello sacrificale, ha resistito ed è anche per questo che ho tifato per lui, e poi è notorio che io adoro i portieri.
Il portiere è il guardiano che vola, il portiere è solo, il portiere è il baluardo e il clown, il portiere più di ogni altro giocatore rischia nel tuffo, ed io del tuffo faccio un modo di pensare.
La simpatia che provo per Neto non l'ho provata per Toldo, Frey, Giovanni Galli e tanti altri portieri della Fiorentina; solo il mio conterraneo Pino Taglialatela, a Firenze negli anni del disarmo, mi ha ispirato la stessa partecipazione emotiva. Perché il buon vecchio Batman, tanti anni nel Napoli, aveva ancora da dire quando giunse sull'Arno, ma non gliene diedero gran modo.
Qualcosa, negli anni, mi ha spinto a prendere a cuori giocatori non propriamente sotto i riflettori. Scelta, questa della marginalità, che accompagna tante altre mie passioni. Ricordo di aver scritto una lettera al Corriere dello Sport per perorare la causa del libero Roberto Galbiati, che all'epoca era proprio a fine carriera. Ho molto amato l'anarchico Dino Pagliari, l'elegante Claudio Desolati, il generoso Alessio Tendi, e poi Sauro Fattori, Ezio Sella, Giuseppe Lelj... grande attenzione la dedicai alla sfortunata parentesi viola di Andrej Kanchelskis, solo due reti e poche presenze, un calciatore che mi piaceva molto ed aveva il grandissimo pregio della buona educazione.
Il viola è il colore della mia vita, cerco di contornarmene il più possibile, tutto ciò che contiene e mostra il viola mi fa fermare e spesso fremere. Pensavo che da adulto avrei tifato in modo più composto, ma non è così. La Fiorentina è il mio termometro, e come lei arrivo spesso a perdere lo scudetto per un pelo, mancando poi lo sprint finale. Cerco di giocare bene come la Fiorentina, e pazienza se a fronte del bel vedere vengo infilato in contropiede. Undici maglie viola che corrono e lottano, sono vento e azione, geometria e scopo, concorrono a farmi sentire il dodicesimo, che si sbraccia, che aspetta il suo turno e spera, il numero dodici, il portiere di riserva, quello che scalcia per il poco spazio concessogli, ma che in fondo è sempre pronto per la partita.
L'era Montella mi vede soddisfatto, sono fiducioso, so che ci vuole pazienza. Io non ho ancora visto uno scudetto viola, li ha visti tutti e due mio padre, e non so quante volte gli chiedevo di raccontarmi della Fiorentina 1969 di Pesaola, quante volte ho preteso di sapere come parava Franco Superchi. Ed è un bellissimo ricordare, tornare a quanto mi emozionava sentire la voce di mio padre sgranare i nomi dei suoi eroi del tempo, Gratton, Virgili, Montuori, Prini, Hamrin, De Sisti.
Il giorno in cui la Fiorentina vincerà lo scudetto io passerò la notte insonne per le strade di Firenze.
Fiorentina-Juventus 4-2 mi ha riacceso, ha preso la cometa per la coda e l'ha riportata a casa di quel sole che tanto spesso non sopporto; dopo quindici anni da Batistuta ho rivissuto l'ebbrezza della vittoria che i fiorentini tanto celebrano, quella con l'odiata Juve. Ma è come è maturata la rimonta che mi ha riacceso; l'imprevisto della vittoria, l'imprevisto del sogno, e la strana novità di vedere la propria fede colare nel canale giusto, senza dolore.

Luca De Pasquale, 23 ottobre 2013

dedicato a Riccardo Toros, Luigi Griffanti, Steno Gola, AndreJ Kanchelskis

20/10/13

In guardia sinistra


"Il pugilato è una specie di jazz. Più è bello, meno gente lo apprezza"
George Foreman

alla memoria di Arturo "Thunder" Gatti



Credo che solo a Napoli e dintorni possa capitare che alle 7e55 del mattino inizino dei lavori pesanti senza fottersene assolutamente nulla. Fortuna vuole che io mi svegli molto presto, ma non è una consolazione. Del resto, si paga quanto si può una casa nel posto meno indecente possibile, e chiedere buona educazione è un trascurabile optional.
Amo sempre meno questa città e mentalmente sono lontanissimo, da tanti anni. Napoli non è città per uno come me. E, allargando il campo, l'Italia non è il paese dove preferirei vivere, assolutamente. Ma niente infantili fascinazioni per New York, Parigi o la (ex) Magna Grecia, mi andrebbero più che bene piccole città francesi, svedesi, finlandesi. Non chiederei di meglio.
E così, mentre scrivo, tre operai improvvisati si agitano, ovviamente sottopagati, sotto la direzione di un arrogante analfabeta che vuole ammodernare la sua nuova casa di proprietà. Mi piacerebbe vederlo sul lastrico in un casermone di case popolari, a consumare l'inconsistenza della sua mente. L'uomo è quasi calvo e parla nervosamente al cellulare con chissà chi. Ogni tanto fa battute grevi per stemperare l'irreale clima di lavoro domenicale, è vestito come un arlecchino cafone e sua moglie è una vaiassa sfiorita. Tuppe tuppe marescià e vaffanculo, penso io.

D'accordo, sono un uomo intelligente. Me lo concedo. Ma mi tocca, quasi da sempre, vivere in ambienti degradati. Un degrado principalmente culturale, civico, un degrado che è quasi un'associazione solidaristica senza testa tra persone che hanno il solo scopo di farsi i cazzi propri senza essere intercettati o disturbati; e la tolleranza, questa parola molle e ipocrita, è solo un modo per conservare piccoli e volgari privilegi.
Del resto, ho visto minuscoli impiegati giocare a fare gli stoici e gli schiavi felici per diciotto euro di straordinario o per colpire il dirigente coglione di turno. Non mi aspetto nulla. Ho visto gli imbecilli fare la posta agli imbecilli per pochi euro, ho visto smargiassi involucri di ignoranza mostrare la loro abilità a lucidare scrivanie, ego ipertrofici e deformi, postazioni di mortificazione. Ho sentito dire che vendere è una “mission”. Ho sentito dire che sarebbe stata pubblica una gara tra persone “performanti”. Ho visto piccoli pesci da cannuccia vestirsi a festa di paese per leccare il culo a qualche francese clonato, a qualche milanese con camicie stirate male e alopecia incombente, e ho dovuto stare zitto quando hanno madato dei coglioni che pretendevano di fare psicologia “sull'approccio al pubblico”, guru alla senape con master in qualche comunicazione a me sconosciuta, gente che azzeccava verbi rubati da qualche verbale di riunione.
D'accordo, sono un uomo intelligente che si è rotto il cazzo da un bel po'.

Una collega mi vede per strada e fa di tutto per cambiare marciapiede ed evitare l'imbarazzante saluto. Finge di guardare delle vetrine, poi estrae il telefonino dalla borsa e simula di star leggendo qualcosa circa la fine del mondo. Non le sono mai piaciuto, neanche ai bei tempi. Non ero tra i chiavabili, anzi tra i “farinabili”. Non mi è mai piaciuto. Sarebbe stata chiavabile solo per tonnellate di noia da smaltire. Non c'è feeling tra noi e il Signore non lacrimerà per questo. Mi ha guardato con occhi diversi solo quando è uscito il libro, più che altro per incredulità, “ma allora questo scrive per davvero”.
Un oggetto rilegato e con un prezzo di vendita ha provocato un po' di schiumetta tra le gambe a molti sensibili esemplari. Perché è agevole fantasticare su uno che scrive e che -sembra- disponga di un'originalità di pensiero. Sono fantasie che suppliscono alla scomodità dei vibratori in luoghi pubblici. Ho sempre pensato che un pompino letterario non abbia un gran peso specifico. Succhiare il cazzo ad uno scrittore è meno appassionante che cucinare l'agnello a Pasqua. Per la fellatrice e lo scrittore, intendo. È una cosa scambievole, un accordo di squallore, un tentativo di scampagnata per atomi e umori, niente di più.
Ricordo che da ragazzo avevo fatto capire ad una vicina di casa, di sedici anni più grande, che mi sarebbe piaciuto farmi pisciare addosso da una bella donna. Lo avevo detto per provocare e senza convinzione, primariamente perché la realtà mi faceva sufficientemente schifo. Infestare una realtà sonnolenta di animaletti morbosi ti può portare a pensare di salvare il culo in qualche maniera. Come pure pensare di generare una di quelle scene romantiche, con candele in vasca da bagno e olio sulla pancia, miele o Nutella sull'uccello e una ridicola poesia del settecento da cacciare prima di dare un corridoio alla rabbia con un orgasmo a strattoni.

Oggi ascolto musica negra. Ma non ho la dignità di una lotta nera e il mio cazzo è molto più piccolo del loro, per forza di cose. Figli della buona borghesia cercano fortuna altrove, con il culo protetto da più pannoloni familiari. Tanto ci pensa il papino a risolvere il problema, se serve. Ammuffiti cinquantenni senza più molto da dire lanciano il cazzo in mezzo ad un'orda di vedove, separate, divorziate e sciroccate, sperando di trovare il jolly affettivo, il riscatto dorato in salsa di coccole adulte. Intanto ti desiderano per procura e per affannare l'operosità della ludoteca; il mio sesso non riceve per appuntamento e il mio cuore ha assunto un sostituto.
Quando le cose ti girano male, senti la paura degli altri. Si cagano addosso di entrare in un circolo di aiuto e devozione che tu comunque non hai richiesto. Scompaiono per un tempo lunghissimo, si rifanno vivi solo quando sperano che tu ti sia ricostruito e possa dunque presentare una nuova compagna, un nuovo lavoro, un piccolo successo dei tuoi passatempi o passioni.
Tu vai all'inferno e sei pure costretto a sentire la puzza di diarrea delle loro paure traslate, è comico. Il benpensante vuole che tu stia bene, così non puoi fare danni tra le amicizie comuni, nei gruppi di lavoro, nei banchetti parentali a lume di efferata nostalgia. Io la domenica non porto paste a nessuno e non mostro il culetto pulito agli amici. E le sere feriali non organizzo piccoli eventi per cementare la nevrosi di coetanei fragili, maniacali, demoliti dentro e orgogliosi pateticamente nel credere di non mostrarlo.
Nel mio bagno c'è puzza di piscio perché la fecale è difettosa, nelle mie stanze i neon sono difettosi e non ho stanziato fondi per far apparire la cosa tollerabile.

La “maturità” nelle parole dei fessi è un cancro, è una negligenza in tailleur, è un attacco di stipsi borghese che condiziona l'amore, l'onore, la vita.
La parola “costruzione” è fango in prima fascia di audience, è propaganda zoppa che non porterà mai lontano, mai per davvero.
Mi chiedo cosa valga la pena per schiantarsi, per lasciare il fantino prudente al suo destino e imbizzarrirsi sulla riva del mare. Mi chiedo quando sentirò di nuovo quell'odore di carne bruciata che è la follia delle scelte lucide e potenti, mi chiedo quando mi uscirà la voce che preferisco, mi chiedo cosa cazzo si può fare per non essere tramortiti da questa tristezza gravida di fandonie e precetti.
La retorica della passione serve solo per poco; l'oculatezza del gelo di rimando è solo una tattica da zitella che ha suturato vagina e cuore per darsi autorità.
Guardo incontri di boxe molte volte durante la giornata, imparo la nobile arte di combattere sinceramente, e mi piace poter guardare l'avversario negli occhi, quale che sia l'entità della borsa. Adoro la boxe sin da bambino, la boxe è un valore, è un mondo che non ha mai smesso di sedurmi profondamente.
Meglio la boxe dell'intellettualismo frigido e melmoso, meglio la boxe che la pianificazione degli inserimenti, meglio la boxe che la rissa sconfortante per i miglioramenti delle condizioni elementari di respiro.

Arrivano lo stesso momenti di debole magia, di sconforto nelle palafitte della notte, quando nessuno regola il tuo respiro e la vita che non hai fatto diventa fiore ferita che si schiude e ti inghiotte con tutto il cervello e il coraggio.
In quei momenti sei un bambino che piange a dirotto, che vuole la mamma e il tempo immoto, rassicurante e controllato; in quel momento sei l'amante sconfitto che cerca odori sul cuscino e ritrova solo stanche parole di ribellione e di autenticità minata.
Ti rialzi, combatti, l'avversario ti incalza, jab, uppercut, finta al corpo e tu sei a terra, tra i tuoi amori, le tue miserie orgogliose, la tua vocazione sfrenata alla morte, la tua assurda propensione alla sfida, al non concesso, a ciò che si nega e diventerà malattia, ignominia da celare, imbarazzante fuga tra ricordi senza testa e puttane inventate per logorare l'aderenza al vuoto.
Questa è la vita senza fede, questa è la ribellione a vene occluse.

Luca De Pasquale, 20 ottobre 2013


Arturo Gatti, Mohammad Alì, Harry Arroyo, Gerry Coetzee, Marvin Hagler, Thomas Hearns, Ubaldo Sacco, Don Curry, Ray Boom Boom Mancini, Gratien Tonna, Oscar "Ringo" Bonavena, Manny Pacquiao, Roberto Duran, Sugar Ray Leonard, Wladimir Klitschko, Evander Holyfield, Lennox Lewis, Carlos Monzon, Hector "Macho" Camacho, Floyd Mayweather, Alexis Arguello, Tiberio Mitri, Mike McCallum, Wilfred Benitez, Michael Dokes, Earnie Shavers

18/10/13

Leidenschaft


Mi guardo allo specchio in un bagno buio.
Gli occhi sono al loro posto.
La bocca pure.
Sono un po' spettinato e sono razionale. Sono razionale.
Razionale.
In definitiva, razionale.
Per giustezza, giusto.
Per senso della realtà, reale.
Per cuore e anima, variegato e oscuro.
Per i trascorsi, sono diluvio; per il dopo, sono uno che torna senza unghie. Muto.
Osservo. Ma gli occhi sono rimasti al loro posto.
Mani lungo il corpo, e se sento l'aria come febbre è solo vento.
Parole in francese. Parole in tedesco, in inglese, in svedese. Il significato non cambia e c'è traffico a pelo d'acqua, nel pozzo.
Guardo e colpisco ciò che non ho guardato.
Sono la tentazione che si fa timidezza, facendo questo cancello, percorro, solco, mi riposiziono e dispongo di altra musica.
Guardo senza muovermi e intanto altre primavere strisciano ai miei piedi con un inchino inaspettato. Ne approfitto, sono movimenti logici, è la mia età.
Resto a lungo in bagno e mi guardo in fondo negli occhi. Mi punisco per tutta la consapevolezza. Per tutte le contraddizioni. Per i momenti sbagliati. Mi punisco per i troppi desideri. Mi punisco per il volo che non si è interrotto mai.
Mi punisco guardandomi in bianco e nero, accogliendo il brivido corto e tagliente come il sordo sentimento postumo di uno sperpero che diventa adulto.
Scrivo e non mi passa. Non dormo e non mi passa. Mi sgrido e non mi passa. Mi allontano e non mi passa. Chiedo giustizia e non passa. Urlo, torno bambino, mi addormento debole e mi sveglio spietato, ma non passa. Molte pagine e molte sigarette, molto ritmo e nessun perdono, ma non passa.
Sono ingiusto, disprezzo il baldacchino nero della mia coscienza, demolisco il segreto irridendolo, ma non passa.
Fingo di essere guarito e accumulo stralci di benessere. Non passa.
Sfido il tempo, lo costringo ad allargarmi, a mitigarmi. Non passa.
Pronuncio vari nomi con fare calmo. Non passa.
Mi abbraccio da solo. Non passa più.
Scriverò.

Luca De Pasquale, 18 ottobre 2013

Un turno di nobiltà


Un tiro nu jazz mi accompagna in giro per la città. La logica è un'agenda aperta sulla pagina dei crediti e dei debiti. Sull'agenda sono riuscito a scrivere che molti eventi hanno avuto vizi di forma. Che parecchie volte non sono stato abile a leggere il contesto e regolarmi di conseguenza. Che ad un certo punto mi è quasi parso di essere stato costruito per sperperare occasioni con una certa leggerezza di fondo.
Sull'agenda ho anche scritto, e ammesso, di essere una persona costantemente rosa dai dubbi. Dubbi, non incertezze. Colpa della scarsa attitudine a convincersi di qualcuno o qualcosa. I dubbi istigano i movimenti di pesci pilota che credono di poterti mostrare la strada. Ed io i pesci pilota, veri o presunti, li sbrano.
La mamma con la bambina, di poco avanti a me, indossa una gonna blu molto corta e ha le cosce fin troppo tornite. Non mi piace come creatura ma mi attizza, un caso che si ripete. La squadro e la misuro con un fare da maiale in incognito, penso anche che dev'essere una di quelle impegnative, che non ti puoi distrarre mentre.
Guardare le cosce di questa donna non apporta alcun miglioramento alla mia giornata, ma non vedo perché desistere. Cammino, oggi più veloce di altre volte, e sono seppellito dal non detto. Sento l'esigenza di racimolare tutto quello che non ho detto, che è parecchia roba. La maggior parte del pacchetto prevede atti di distanza e di ripulsa, evidentemente non sono ancora soddisfatto di tutte le uscite di scena, non completamente soddisfatto.
Non so spiegarmi perché ho deliberatamente evitato di essere crudele. Probabile che mi interessino e mi strizzino il culo di più le vendette diluite, il fluire del tempo.
Ho la cattiva abitudine di non dimenticare. Le parole, i luoghi, le situazioni, ricordo tutto e tutto scompongo, quarti di bue sanguinolenti che mi porto dietro, carne puzzolente che attira insetti e perdite di tempo. Sono capace di trascinare carcasse e carogne per anni, sono un insolente becchino che forse ama assistere alla putrefazione di quello che non è rimasto in piedi.
Intanto, si può diventare pazzi per il sesso. Eccesso di stimoli in giro. Bocche ben truccate, disegnate, bocche calde e stronze, culi, gonnelline, pantaloni così stretti da custodire secrezioni vaginali di passaggio, scarpe da tenere durante il coito, tacchi, lingue rosse, rosa, fiati di voglia e di mania, cosce strette intorno alla mia testa.
Ma io ho un solo cazzo e un solo cuore, e mi impedisco di ammattire, da qualche anno ci riesco. Facilitato dal fatto che molti corpi-sirena non nascondono alcuna gemma, anzi smorzano l'effetto di inutilità caramellata di certi amori.
Non mi ricordo quante donne ho avuto e non me ne fotte più niente, le classifiche da scuola media le lascio ai dragatori professionali, quelli con le barbe chirurgiche e i sessi sempre cosparsi di olio e altre essenze di richiamo. Tutto questo sesso alla mia portata mi deprime. Quante volte ho finito e mi sono sentito più solo di prima, di sempre, di quanto potessi supporre. Chi è ancora così imbecille da indossare il copricapo dell'ufficiale di trombata? Chi è così patetico da falsare la conta dei frontali con il sesso?
In tabaccheria pago una bolletta, il tipo è gentile, c'è un profumo dozzinale di deodorante maschile e un essere dietro di me spara bordate contro il sindaco e i partiti di governo. Va a farti due uova, bocchinaro, non nelle mie orecchie. Guardati una puntata di “Uomini e donne” e fattelo in mano mentre tua moglie dorme con le bolle al naso. Dio non te ne vorrà, bocchinaro, le mie orecchie sì.

Sale grosso, polpa di pomodoro, crackers, wurstel, pasta corta, cibo per gatti, prendo tutto, intanto ho spento il telefono ed evito di farmi intercettare da qualche ex cliente, ce ne sono sempre al supermercato. Tra clienti insopportabili, flirt consumati o lambiti, c'è sempre qualche incontro disturbante dietro l'angolo, e io non ho nessuna intenzione di sfoggiare pazienza e diplomazia. Non ora e non con queste categorie involontarie.

Mentre cammino sotto una fila di alberi spogli e curvi, ricordo quanto mi sentii posseduto da una nuova forza quando capii che volevo sedurre la donna di un conoscente. Provo un leggero senso di vergogna, ma sono più interessato a capire cosa cazzo mi accadde dentro. La loro apparente felicità mi ripugnava, volevo corroderla. Volevo strappare quella donna ai suoi eventi d'amore, ma cosa mai avremmo fatto insieme? Forse il primo sesso sarebbe stato da urlo, intriso di peccato e ingiustizia, avremmo fatto scintille, e poi sarebbero arrivati i sensi di colpa, i ballottaggi, le retromarce senza specchietto, i paragoni e le proiezioni, la pena, l'irresponsabilità di sentirsi corrotti e al tempo stesso innocenti.
Ci saremmo imbrattati di merda per un gioco; ci saremmo ripresi i vecchi compagni con quella dedizione ipocrita che si riserva a chi abbiamo ingannato.
Sono stato tradito più volte e tenuto in naftalina o nell'iperuranio del dubbio pigro, io ho fatto lo stesso se non peggio, con il dolo di andare a devastare la calma piatta altrui. Sono stato immorale e ho fatto bagni e fanghi di finto sollievo in acquitrini di piscio e umori tiepidi. La mia anima è una necropoli da fumetto dove un eroe impazzito si aggira per le strade in cerca di lune da recuperare, dai fuochi fatui, dalle morti già celebrate, giurando fedeltà ad un sovrano che è svanito in una nuvola di inchiostro pece.
L'eroe sa che innamorarsi è una rivolta. L'eroe sa che fermarsi significa guardare la morte in uno specchio d'acqua e provare una disgraziata nostalgia. L'eroe vorrebbe morire con onore, ma non trova un ideale adeguato per morire.
L'eroe è stato molto amato, ma in fondo è un ingrato, incontentabile, votato a missioni senza gloria, l'eroe torna solo per ripartire, e nel ripartire scavalca già la prossima tappa, rendendola vana da subito.

Torno a casa con calma, in un involucro scuro, freddo nei punti dove il calore può fare da solo, torno a casa e so che non mi sentirò mai a casa. È così da sempre e non si può lottare contro queste cose. Ogni volta che ho accettato l'idea di sentirmi a casa ho perso tutto, subito, con violenza, aumentando i battiti della distruzione in una melodia che mi desse coraggio e un turno di nobiltà.
Torno a casa, divoro la strada, me stesso, i punti cardine, gli ostelli illuminati, gli attracchi piovosi, le donne e i loro gesti, comando una brigata di corvi, dirigo il traffico degli incubi e delle premonizioni, mi posiziono nel punto di maggior rischio e inizio ad aspettare l'ordine che non riconoscerò, l'appello che contraddirò, la confessione che mi riempirà il cuore solo in stato di assenza, molto tempo dopo.
Questo è il mio passaggio, questa è la fede senza nome che trascolora dal giorno, disegno senza didascalia, libro senza copertina.

Luca De Pasquale, 18 ottobre 2013

15/10/13

La brace nera


C'è gente che prima di effettuare l'accesso a facebook o twitter (se non perennemente loggati) va a consultare siti di massime e citazioni. Non possono farne a meno. Vogliono dimostrarsi individui di buone letture ed arguti motteggi. Mi domando se espletino citazioni anche prima di mettersi a tavola -sostitutivo di preghiere in disuso- o di umettare il partner.
Anche io spesso, in esergo alle mie note, cito qualcosa o qualcuno, ma non mi passa per la testa di colpire. Colpire chi, a che scopo? Colpisci, e poi che cazzo fai?
Sono in tanti a fare sforzi notevoli per ottenere qualcosa che poi non sapranno usare o mantenere. Come conquistare una bella donna dopo pedinamenti, fiori, poesie, cd dedicati, frasi infuocate, e poi concludere la traiettoria con uno schizzetto vergognoso in due minuti di temeraria applicazione genitale.

Tempo fa mi scriveva una tipa che voleva fare del sesso via mail. Lei lo trovava eccitante e mi inviava dei pensierini osceni che fluttuavano tra una Marguerite Duras per corrispondenza e le confessioni di Lilli Carati.
Una delle sue mail cominciava così: “Sono sul mio letto, luci basse, ho le cosce spalancate e la mano sinistra va verso... ti penso... Luca... ti penso...”
Leggevo quelle mail con addosso un terribile sentimento di disastro. Non mi solleticavano affatto. Detesto questa roba farneticante. Di certo non mi veniva di aprirmi i pantaloni e giocare alla saponetta indurita.
Che avrei potuto risponderle, poi? “Ciao, ho il cazzo molto duro e non so bene dove ficcarlo... me lo sono anche lavato, sono sicuro che il sapore ti piacerebbe... ah, che voglia della tua bocca bollente...”
Non rispondevo niente e lei continuava. Non mi masturbavo mai per le sue fantasie licenziose, semmai mettevo su un disco e studiavo il fenomeno, freddo e assente.
Credo di averla addirittura portata a pensare che le donne non mi piacessero come sostenevo; oppure mi avrà visto come uno di quegli uomini da tasca che quando sono fidanzati si potano il membro e le voglie come dei coglioni sfioriti.
Avrà inviato le stesse stronzate ad altri dieci uomini, con il cazzo più sensibile del mio, più divertiti dalla vita, più sadici nel sedurre l'aria ferma o fritta. In fondo è sempre la stessa manfrina. Ci convinciamo di amare qualcuno, ma se con quel qualcuno finirà male non ci metteremo poi tanto a godere di nuovo e riformulare un nuovo traballante orizzonte affettivo.
Mi appoggio ad un mobile e fumo, guardando fuori la porta di casa. Sono vuoto e non accondiscendente. Magari affacciassi sul lago. Senza persone tra le palle. Magari avessi una barca e un enorme lago da solcare in lungo e in largo. Magari.
Alcune ragazze che passano mi guardano. Non abbasso lo sguardo. Per niente. Che volete? Cosa cercate? Un nuovo amante? Ci sono altri monolocali sulla strada.

Non vado spesso nel cimitero delle amicizie e degli amori. Mi deprimo e non voglio istigare cattivi ricordi. Sono troppo sveglio per l'effetto lacrimuccia. Sono in continua anestesia da rimpianto. Ciò che non è stato può andare a fare in culo, tanto torna di notte, modalità vigliacca, modalità discutibile e comunque sterile.
Non posso mentire. Me ne fotto se dopo di me si è trovata o meno la felicità. Non è di mia pertinenza e di mio interesse. Il buonismo mi fa rabbrividire. Sei felice dopo di me? Bene. Acquista delle paste, stappa la bottiglia, e crepa.
Non siamo più amici per equivoci, mancate dimostrazioni di affetto, idiozia, noia o ragioni di interesse? Non avrai problemi a trovare un nuovo club di bocciofili o qualche compagno di confessioni. Diciamo tutti sempre le stesse cose, per cui le spalle sono intercambiabili. A volte finiamo per convincerci che di una spalla possiamo innamorarci. È l'anticamera della morte.
Mentre una spalla ci dona il suo amore incondizionato, noi agonizziamo, falliamo, e ci maceriamo in cose e desideri che hanno smesso di riconoscerci.

I miracoli sono terminati, va in onda il monoscopio.
I colpi di scena sono stati sparati fuori tempo e con la platea peggiore.
Mi manca tremendamente il lago. Mi manca in modo doloroso. Mi manca svegliarmi sull'acqua. Mi manca quel coraggio che mi teneva sveglio la notte, e che in certi tratti di cammino ha reso affascinante il movimento verso la vita. Mi manca del tutto quell'innocenza di pensiero e voglie che ho smarrito, ho falciato e persino rinnegato.
Questa chiarezza di pensiero, oggi, ieri, adesso, è inqualificabile. È il veleno della crescita, travolge i baci, il sonno, i viaggi, la musica, anche la curiosità.
Sono un arsenale da guerra che giace in una cantina, spolverato, elogiato, esibito nelle occasioni d'onore, ma sento che le battaglie sono finte e non presuppongono un reale vincitore. Mi rendo conto di cercare più nemici che aria pura.
Farò la fine di Drogo, di questo passo. Anche io ho i miei cavalli tartari, i miei messaggeri del nulla, e anche io cadrò nell'interpretazione di un'apparizione, di una presenza insicura, di un sogno.

Mi addormento nel pomeriggio perché di notte non dormo.
Mi sveglio spettinato, mi sveglio ex bambino, mutilato di intenzioni. Mi sveglio che praticamente già fumo e scrivo. Come un robot in tuta nera.
È una fortuna che stia per piovere. Mi sembrerà un passo verso l'inverno, verso quella deserta Rimini da film che è la mia geografia emozionale.
Ho cambiato diversi deodoranti per uomo, allo scopo di coprire il mio odore. Un odore che mi dicono essere non disprezzabile, ma che mi irrita, mi estenua. Sono diventato intollerante con me stesso. Mi stanco delle mie mattane, taglio a corto.
Quelli che si seducono continuamente da soli sono dei figli di puttana fortunati. Vanitosi, narcisisti, ripetitivi, mosche che continuano a vorticare sullo stesso pezzo di merda, solo perché è il più vicino.

Passa una donna con molte rughe. Sono una brace nera. Chissà se la signora se ne accorge. Ci guardiamo. Il suo è uno sguardo di sacrificio e monotonia, il mio di guerra ferma, sono uno stratega in una stanza vuota, sono pericoloso e attento a tutto. In altri tempi, avrei pensato di fare l'amore con lei, selvaggiamente, senza testa e senza coda, augurando la morte ad entrambi, bengala accesi l'ultimo dell'anno, in una stanza vuota senza pubblico, io e lei, i nostri fallimenti, la nostra rabbia, la nostra mancanza di rispetto per Dio e per parte della vita, io lei io lei, e un noi di carbone, cenere e lacrime.
Oggi resto fermo, le auguro di amare qualcuno, mi auguro di scrivere, scrivere, scendere in questo abisso senza zattere e senza streghe, scendere, scendere, scendere.

Luca De Pasquale, 15 ottobre 2013