29/09/13

Ifigenia in Aulin

Aldo Reggiani
Pensa a me quando vieni”
Gavin Kavanagh

Non sono una persona del Sud.
Non sono attratto dal sud del mondo. I luoghi che mi si confanno di più sono freddi, poco affollati, con una luce dosata, ed è meglio che piova spesso. Non mi attira nemmeno un po' la Grecia, sogno la Danimarca e le isole Far Øer. Le spiagge assolate, gli istmi mozzafiato, il mare del sud, posso farne tranquillamente a meno. Sarei felice ad Oslo e non in Messico. Una gita premio a Trondheim sì, i Caraibi affanculo.
Sono un uomo del Nord e mi sta benissimo così.

In questi giorni sono stato massacrato dal mal di denti. Quando hai un nal di denti così atroce e pulsante capisci tante cose aggiuntive. Cose che ti erano sfuggite. Capisci quanto è tardi. Capisci quanto possano invecchiare e dissolversi le emozioni. Perché le emozioni vanno suffragate dal vissuto, quando sono macigni lunari sospesi finiranno per sgretolarsi, senza festa e senza salvezza.
Ho trascorso notti insonni con la testa che esplodeva. Mi sono reso conto che tanta roba è finita. Che si finisce per aprire porte sul niente e pretendere di captare l'aria pungente dei ricordi. È molto triste e penoso.
Ho guardato due film con Totò, un vecchio gioco condotto da Raimondo Vianello, ho fumato sul dolore, ho intercettato un vecchio soft porno e mi sono confermato quanto sia ridicolo il sesso quando il cazzo non è pronto per scoppiare. Ci sarebbe anche da dire che il cazzo è un farneticante apostolo di visioni erronee, ma il discorso diventerebbe troppo complesso per questo blog e per la mia voglia di discettare.
Ora il mal di denti è una tromba in sordina e ho voglia di poche cose. La deep house funziona, quando vuoi suggestionarti e pensi che sfregarti contro un'altra persona possa meritare una nomenclatura garbata. La deep house funziona quando vuoi capire che profumo indossa una donna, o quanto la sua fica se lo tirerà dentro, sorprendendoti sempre, noi uomini facciamo i duri ma ci stupiamo sempre di qualche dinamica, anche quando sperimentata.
La deep house funziona in questa piccola casa senza indirizzo e senza possibilità che io venga disturbato, la deep house funziona se vuoi fumare al buio e fottertene delle cose che non girano.
Quando scrivi devi avere groove, tiro. Devi suonare, altrimenti non scrivi. Io sono un mucchio di ferraglia obsoleta che fa un funky bianco, sporco, marginale. Anche le privazioni e le mancanze suonano, incidono su pelle e accelerano il groove.
Piacere mi interessa pochissimo. È così dispersivo e infido.

Oggi una coppia di turisti spagnoli mi ha salutato mentre fumavo sulle scale con arie da posseduto. Avevano l'aria allegra e avevano scritto in faccia che la copula notturna era arrivata in un bel pacchetto vacanza funzionale. Cheer, chicos.
Poi è passata una coppia di napoletani, allegri forse per Pandev, alle prese con messaggini sul cellulare e telefonate in famiglia. Lui pelosissimo, con un culo a paniere tozzo. Lei vestitino con fiori, probabile perizoma, lei dava l'idea di decidere ogni cosa. Pranzetto della domenica a casa dei genitori di lei o di lui? Il rituale fisso, forse, rifrazioni della normalità, passi obbligati, quanto sono distante.
Piacere, ho fatto questo, farò quello, fidatevi di me, vi prego lasciate che io vi piaccia, benvenuto, bentornato, addio, vaffanculo. Non sono persona da dolci la domenica. Non divento immagine e somiglianza di ciò che mi viene proposto. Non sono persona da conservare.
Chi cazzo sono gli amici del calcetto? Chi cazzo sono gli amici del cineforum? Chi cazzo sono gli amici dei concerti? Non si fa altro che creare categorie per non spaziare eccessivamente.

Clarabella fingeva orgasmi perché pensava che la cosa mi inebriasse.
Io me la ricordo Clarabella, manco la sfioravo e lei tremava, fremeva.
Quando apriva le gambe sembrava che dovessimo confermare a Dio la nostra esistenza.
Ogni volta che entravo tra le sue gambe mi chiedevo come dev'essere sentirsi penetrata da un pezzo di buio con nome e cognome. Sapeva dell'effetto gonna corta. Sapeva dell'effetto sconcezza su labbra borghesi. Sapeva come scoparmi. Ma ignorava che anche il più sciocco degli uomini cazzo va decrittato in qualche modo. Io le davo sesso, ma cercavo anche di leggerla, lasciare che si esprimesse, interrompere la sua continua recita. Attrito e centimetri okay, ma si deve giocare anche ad altro. Anche e soprattutto a disegnare la luna sulla morte.
Di Clarabella mi piacevano i capelli sparsi sul cuscino e il fatto che fosse l'uomo ombra a scoparla e non i suoi brillanti paraninfi in utilitaria.
Di me mi piaceva l'eccesso di morte e disperazione che mi faceva costruire fiori e parole tra le gambe e sulle labbra di una nuova donna.
Senza il senso di morte sarei un inutile stronzo tutto esitazioni e contromosse da romanzo brillante. Non saprei cosa farmene di me stesso.

Ho tanta voglia di sole”.
Io no, io proprio no, io vento su banchina, io giornale in edicola coperta, pioggia e caffè sul lago.
È morto Aldo Reggiani. Un attore che amavo moltissimo. Meraviglioso Lello Riviera, il “garruso donaculo” in “La donna della domenica”.
In quell'indimenticabile film, anche un grandioso Claudio Gora, viscidissimo, e un Mastroianni sommesso e seducente. Da rivedere più e più volte.

Ti piace godere?
Non sempre.
Dipende.
Cosa mi piace tanto della notte?
La mano che continua a cercare tutti i colori mancanti.

Luca De Pasquale, 29 settembre 2013

25/09/13

Tutto in bocca


In cassa integrazione si vive come fuori dal mondo.
Non hai più orari, teoricamente non hai più doveri, sei fuori dal mondo del lavoro pur risultando ancora dentro. Non sei più produttivo, per te stesso e anche per gli altri.
L'effetto cassa integrazione su di me ha funzionato come e meglio di un'esplosione animale. Già non ero sui binari. Io sono uno che deraglia continuamente. Non sono una signorina. Non sono propriamente un fighetto. Adesso ancor meno. Coltivo la mia sensibilità animale. Per la società non produco e non esisto. Sono uno che sopravvive. Uno che vive la bassa fortuna. Sono buono per pagare multe, maggiorazioni, servizi di cui non usufruisco. Sono buono, come tanti lavoratori nella mia condizione, per istigare quella compassione salottiera con sopracciglia arcuate. Quelle bolse parole di comprensione impotente. Quel volemose bene un po' vittimistico che continua a fare danni.
Ma io mi sento un animale in lotta. Chi alla lotta preferisce leccare le palle del padrone può andarsene affanculo alla prima botta.
A chi mi dice che la società va così e che si fa il possibile non rispondo argomentando culturalmente, sociologicamente, antropologicamente; non perdo tempo. Non siete buoni neanche a prendermi il cazzo in bocca e farmi venire, figuriamoci discutere della società.

Sono in cassa integrazione. Mi lavo più di prima. Mi sento pulito, più di prima. E sono un animale a zonzo per le strade. Un animale che non vuole fare amicizia o farsi carezzare. Non scodinzolo mai. Non concepisco l'elemosina e gli imbecilli. Questo mi danneggia alquanto.
Vado a zonzo per la città con la mia nuova qualifica di bullone danneggiato e non fungibile, ma la mia intelligenza è migliorata.
Sono schifato da molte cose, da molte persone, e certo dal quadro d'insieme. Ma questo non significa che mi metterei a fare yoga, psicanalisi o votare Grillo. Non scriverò un libro di merdose poesie sull'anima della mia città. Non mi metterò a chattare con sconosciute nella speranza di appioppar loro il mio cazzo e le mie nevrosi, in un esercizio di potenza patetica. Non rispolvererò vecchi amici per sentirmi in una ruota affettiva non sgranata. Non tradirò la mia donna per complicare il tempo non impiegato lavorando. Non chiederò quaranta euro in prestito al primo di passaggio. Non diventerò vegetariano e non scomoderò gli amici di famiglia per avere la vita più facile. Qui sembra che ognuno abbia in famiglia un notaio, un commercialista, un avvocato, un amministratore, un assicuratore, un qualcosa che serve. Io no. Io ho me e va benissimo così. Da sempre. Conosco troppe persone che non sono in grado di prendere un cazzo in bocca e farlo venire. Sanno solo parlare. Non basta più.

Marianna mi chiede perché non scrivo un romanzo sentimentale. Funzionerebbe, dice. Ci mette tutto l'impegno, nel convincermi.
Scrivi cose molto interiori”
È diarrea, spesso”
Dico sul serio”
Anche io, Marianna”
Marianna è molto eccitata perché da un mese e mezzo chiava e ama Antonello, trentasette anni, anima sensibile, Pulcino Pio del terzomondismo, democratico, plausibile, dolce nel coito, indipendente ma rispettoso delle tradizioni, legato alle bellezze del mondo e grato della sua stessa vita. In pratica è come fottersi un guru per corrispondenza che fa buone letture popolari. Marianna è dunque molto eccitabile in questo periodo propizio, e per questo dice una marea di cazzate.
Pensa che io sia un talento, ma non ha mai avuto il coraggio di chiavare e amare una bestia come me. Dice di stimarmi, ma è la lontananza a renderla così generosa. Perché c'è qualcosa di me che le fa ribrezzo. Forse la violenza rappresa. La visione catastrofica degli affetti. Non saprei, ma è irreparabile. C'è stato un tempo in cui l'ho eccitata anche io, forse si è anche masturbata con due dita per me, ma adesso c'è solo una stima a distanza di sicurezza, una stima al giulebbe, dolcino con pochi canditi.
Continua a leggermi, si nausea, si eccita, mi banna, mi riprende, mi rilegge e poi va a farsi penetrare con misurata sobrietà gestuale dal panmondista Antonello. Non gliene voglio. Io i collari ce li ho ancora tutti addosso, tutti rotti o difettosi. Non ne voglio uno in più.
I suoi oculati consigli, metodici e cordiali, mi lasciano freddo. Come tanti altri, è contaminata dalla faciltà di vita e dalla mangiatoia bassa. I suoi problemi sono altri. Sono problemi di sicurezza personale, di autostima e di gargantueschi ideali finiti a mignotte.
Nel suo non apprezzarmi da vicino, c'è che mi trova sopra le righe, forzatamente provocatorio. Me lo ha detto più volte, credendo di ferirmi o mettermi in subbuglio. Ma lei non mi ha fatto mai venire. Ha creato e distrutto a mia insaputa, e ora crede nella beltà armoniosa di un rapporto tranquillo, improntato all'esplorazione del bello nel mondo. Tanta buona fortuna Marianna, non scriverò affatto un romanzo sentimentale. Ti sembrerà strano, ma non mi sono mai toccato per te, e tieni presente che mi sono toccato praticamente per tutte, sono sempre stato amante della varietà. Ma tu non sei capitata nei sospiri solitari, e qualcosa vorrà pur dire.

L'attrice Prizia non mi saluta più, perché non l'ho venerata abbastanza e non ho accettato di far parte del gruppo di lavoro intento a studiarla per tentare di amarla. Sono andata a vedrla un paio di volte, e lei mi ha fatto capire di volermi amare. La prima volta ci sono cascato. La seconda volta fumavo. Adesso, noto che ha smesso di salutarmi e dice sempre qualcosa nell'orecchio di chi la accompagna, quando mi incrocia. Esibisce il suo disgusto. Ha dei bei capelli corvini ed è una bella donna, una creatura che vuole apparire più complessa di quel che è, e cioé zero, perché è solo vanità che si declina. Con me questo tipo di donna fa palla corta. Sono libere di dire che sono mezzo finocchio o pazzo, che neanche il Viagra potrà affrancarmi dal tristo mietitore, possono dire quel che loro aggrada. Io non sono mai riuscito ad appendermi al ciglio della strada per cercare di entrare malamente in carreggiata.
Se volete amarmi, ne parliamo; altrimenti non ho molta pazienza. Il mondo è pieno di splendide donne ed ho già sofferto più del dovuto, colpa di una pronunciata sensibilità. Così mi hanno suggerito.
Mi dispiace per Prizia. Ci mette passione, con Plauto, Ibsen, Ruccello, Ionesco e Salvatore Creccia. È una bella donna e mi dispiace che non mi saluti, proprio ora che sono più stagionato e affascinante.
I beg your pardon, Prizia. Ma non mi hai mai fatto venire. E questo è un fatto.

Il destino di un uomo, spesso, è tutto in bocca.

LdP, 25 settembre 2013

Tene quod bene


Una ragazza cammina fiera e disinvolta per strada.
Ha appena finito di parlare con il suo uomo e si sente felice; sono agli inizi e tutto fila per il verso giusto. La tenerezza, il sesso, la scoperta, il tempo insieme, i progetti, i piani, la sorpresa.
Cammino dietro di lei e mi arriva tutto questo fottuto odore di certezze che ha qualcosa di nauseante e comunque provvisorio.
Mi sembra che la ragazza cammini sui trampoli in mezzo ai morti e agli agonizzanti, tra i barboni e quelli a fine corsa, ai margini della strada.
Cammino dietro di lei per puro caso, la sola idea di seguirla sarebbe noiosissima e già sfruttata, il suo entusiasmo non mi contagia, mi sporca solo di polvere d'argilla, di età trascorse, di residui che non mi appassionano.
Ma sì, innamorati pure del tuo uomo, diventa più bella, più gentile, cambia pettinatura e anelli, riprendi a parlare con vecchie amiche, sii pure più condiscendente e tollerante con la tua famiglia. Fai il cazzo del percorso dello star bene, mostralo, dimostralo, inalalo a più non posso. Finché potrai. Fino al prossimo malessere.
Fino alla prossima nota stonata. Fino alla nuova increspatura dell'acqua.

Mi arriva il profumo del suo shampoo, della doccia che avrà fatto prima di uscire. Non provo niente. Assolutamente niente.
È devastante. È nuovo. Non provo niente. Neanche la suggestione.
Le sono così estraneo, mi è così estranea, che potrei tranquillamente non esistere, non camminare, non respirare.
Ho una notte di incubi addosso. Uno dopo l'altro. Bambini ciechi in fila indiana, tutti a piangere sulla mia bocca, a sporcarmi la faccia e il sonno.
Puzzo di muffa e di incubi. Non sono commestibile. Non sono arreso. Cammina veloce, stronza. Staccami. Staccami, lasciami oltre il dietro, cancella la scia. Corri verso la nuova era, stronza. Corri e contamina le tue abitudini della tua nuova te. Corri e scompari, lasciami inghiottire tutto il deserto che mi piace.

Sulle scale che mi portano a casa, piscio contro il muro. Mi libero la vescica e penso che mi farebbe bene urlare mentre mi svuoto. Svuotarmi. Liberarmi. Vomitare quel sentore di Dio che mi batte nella pancia. Scegliere, vomitando. Vomitando, scegliere.
Come si vomitano gli incubi? Stanotte mi spedivano il mio orecchio sinistro tagliato a casa. Lo ricevevo io stesso. Stanotte i fantasmi mi entravano in casa per presentarmi il Diavolo. Stanotte ero un fiume di madri e padri dissolti. Stanotte ho ritrovato tutti gli spettri peggiori, invecchiati, orbi, crudeli e vivi.
Stamattina pensavo alle mani conserte a piangere i morti. Quegli involucri di legno che contengono ciò che hai perso e perderai. Le lacrime degli altri, che devi affrontare con piglio sicuro. Non puoi renderle tue, quelle lacrime. Non puoi aggiungere il dolore al vuoto, la sovrapposizione è un atto insano, è la fine.
Sono sulle scale. Io e il vento. Ho la testa vuota. Ho la testa che è un incubo permanente. Non m'importa dei bambini. Non m'importa degli adulti. Non mi importa dell'attenzione che ispiro. Forse aspetto una missione. Un patto. Una perdizione. Un'ultima missione. Una sconveniente compromissione. Esistono dannazioni senza scappatoie o è solo schifosa letteratura?
Perché il mattino non è giallo di niente in una nuova città?

Uno stronzo mi saluta sulle scale. Lo conosco di vista, rompe il cazzo lui e la sua battaglia per rinominare le scale. Ha tempo da perdere. Rinominati tu. Il mio buongiorno di rimando è pieno di muffa e svolazza secco tra incubi grassi.
Questo vento è solo apparenza. Non decide niente e rende scontenti oltre il livello del mare. A casa non intendo trovare mail o telefonate. Non voglio trovare altro che il mio odore in lotta con quello della muffa. È questo che desidero.
Gioco con le chiavi, esito, sono già di nuovo tutt'uno con la mia strada, strada stretta, più stretta di un sesso mai provato, stretta come la logica che inchioda e sodomizza la poesia in una smorfia orribile allo specchio.
Brevissima è la luce del mio sorriso, una combinazione, uno sfregamento, un azzardo, un compromesso, un residuo, un licenziamento, un ricordo amputato, un domani al circo più lontano.

Luca De Pasquale, 25 settembre 2013

22/09/13

Diantha


Auto verso i locali della notte. Conoscenze. Numeri di telefono. Ispezioni della speranza. Distrazione. Conoscenza delle conoscenze. L'inutilità dei numeri di telefono. Che dire, al telefono?
Quali informazioni scambiarsi al telefono? Quali adulterare ad arte?
Perché poi scrivere ad uno sconosciuto?
Perché intestardirsi con chi non c'è o non ci sarà?
Perché preannunciare sorprese che nessuno ha richiesto?
Perché, infine, proporsi? Con insistenza o timidezza, non importa; resta un gesto assurdo. Un buco nero.
Non sono sul mercato. Non lo sono mai stato. Il mercato è una deprimente successione di eventi senza largo respiro.
L'amica di un conoscente mi tampina. Non ha alcuna possibilità. E mi sembra di essere stato fin troppo chiaro. Non c'è nessuna speranza nel suo affezionarsi ad un uomo che non intende l'affezione.
Lei mi chiede se mi piace la solitudine. Le rispondo di sì e lei insiste comunque. Non so se si tratti di rozzezza intellettuale o di ostinazione fremente, ma non ho nessuna voglia di essere tampinato.
Io faccio a meno. Io senza, se voglio. Io solo, lo voglio spessissimo.
Mi sono allenato negli anni, bersagliando le ridondanti mongolfiere dei grandi amori. Cadevano tra le urla del pubblico, si sfracellavano e io mi inventavo nuove identità, con sempre meno addosso e appresso.
Spesso sono stato solo accompagnandomi a qualcuno. Mi è capitato di avere donne al fianco e di essere altrove. Mi è capitato di non scegliere tra due o più situazioni di comodità. In genere scelgo la notte e poi si vede. In genere scelgo la stanza senza numero fuori, così non mi si trova.
Lasciare tracce, con la mia testa, è un atto criminale. È una puerile provocazione da rimuovere.

La donna mi telefona. Vuole parlare. Io non ho proprio niente da dirle. Sono al buio e la mia voce non le appartiene, è una frequenza senza contenuti, e mi angoscia dover essere gentile per non ferire.
Non ci si può prendere per mano solo perché si è sofferto per altro e per altri. La rinascita non è un obbligo contrattuale. Voglio essere gentile con lei. È così stupido essere crudeli e mentire.
Mi racconta di aver amato. Tutti abbiamo amato. Non mi va di raccontarle quanto e chi ho amato. Detesto le classifiche e la vita raccontata in pillole. Non ho niente da dire e sopraggiungerà una canzone triste che lei non farà in tempo ad ascoltare.

Cena da amici. Indosso una camicia blu. Sento che le mie gambe sono serpenti e il mio sguardo è un liquido, evidenzia le parti scure, forse solo per me stesso. Guardo le foto nel salotto. Amori e consuetudini. Mi aggiro in cucina con il mio bicchiere di coca cola. Ho il desiderio virulento di addormentarmi in uno spazio aperto spazzato dal vento. Voglio avere freddo, solo nel mondo e con un sorriso in tasca.
Lui è Giulio, quella è Enrica, l'altro è Michele, e poi c'è Alfonso che non conosci, e quella poggiata alla libreria è Annamaria. Piacere, piacere, piacere, piacere.
Mi fermo con due tizi dei quali ignoro i nomi.
Ma è vero che state in cassa integrazione? Che cosa assurda...”
Ma certo, grazie, vedremo, grazie. Piacere, piacere, piacere, grazie non c'è di che, a presto, ci becchiamo, ti lascio la mail.
Maledizione.
Prendo la sigaretta del desiderio dal pacchetto. Sono un bambino preso a sberle che continua a parlare con il temporale che non arriva. Sono fortefragile e mi dicono che scrivo bene. Dicono che mi leggono e io faccio il sorriso angolato a sinistra e scappo via il più velocemente possibile.
Mi arriva un messaggio: “Hai da fare domani?”
Sì, ho da fare. Punto.
Accendo la sigaretta. Ci sono ragazze con bicchieri di vino che ridono sonoramente. Sono scene da altri momenti che mi si ripresentano spettrali e svuotate. Ma sono scene rassicuranti e dunque le guardo.
Quando scrivi il nuovo romanzo?”
Campa cavallo. Cosa vuoi che ne sappia. Per ora sto fumando questa sigaretta e sto parlando con te. Non vado oltre.
Ti è piaciuto il concerto di Springsteen a Napoli?”
Non sono andato al concerto di Springsteen. Detesto la folla. Forse quel pomeriggio ero a casa ad ascoltare un gruppo belga mentre lavavo i vetri con il detergente sbagliato.

Se ci fossimo incontrati tanti anni fa ora staremmo insieme.
Non mi ricordo chi me lo ha detto. O chi penso me lo abbia potuto dire con uno sguardo o con un gesto traditore. Non ha la minima importanza. Il passato ha una folla delusa che si muove fuori sincrono, sono cori funerari, meglio non dare ascolto.
Claudio Baglioni sosteneva che la vita è adesso. Un concetto di una banalità raccapricciante, ma piuttosto reale. La vita che si compie esclude e uccide quella che avrebbe potuto essere. Non ha senso ragionare su altro.

All'una di notte mi butto sotto la doccia. Il braccio perde, dovrei farla riparare. Il mio bagno ha i vetri gialli e questo fa sembrare l'esterno migliore di quel che è. Anche il cuore è spesso un vetro smerigliato. Gli occhi opachi cercano trucchi di luce e forma. È umano e triste.
Esco, non asciugo i capelli. Mi fisso allo specchio. Lo sguardo è troppo insistente per i miei gusti, mi distraggo. Interessante guardarsi con i capelli bagnati. Interessante, lavare i dubbi per innescarne altri.

È una fortuna assistere alle preghiere di qualcuno che ci crede per davvero. Pone la distanza, il gesto di pregare. Una distanza incommensurabile e inutile da accorciare. Rispetto chi prega. Io continuo a guardare il cielo di notte e continuo a non imparare niente. Solo la mia pelle continua ad innamorarsi.
Io sono innamorato dei binari deserti in piccole stazioni. Sono innamorato degli alberghi in cui non sanno chi sono e non mi disturberanno. Sono innamorato di quelle canzoni che non propagherò, non proporrò, non utilizzerò come introduzione. Sono innamorato giocoforza di percorsi costellati da addii. Gli addii sono necessari per crescere e per imparare a rimpicciolirsi. Sono innamorato delle case sfitte che custodiscono segreti non rinnovabili.
La costante meraviglia è spostarsi, mantenendo il contegno, passo sicuro e sguardo contenuto, parola dominata e dolore sparpagliato, indirizzi cancellati e nuove posizioni, lontani dalle inaugurazioni.

20/09/13

Erotico viola polvere


Frammenti di notte nello stomaco. Nella pancia. Nella respirazione.
Il sesso. Il sesso, sacchi di frantumi che sbattono contro e allargano il sentore della morte fino al piacere.
Il sesso, ancora, e il sesso, sempre. Sonda di saliva e silenzio in enorme stomaco senza finestre.
Affanculo il futuro. Movimento del presente che pensa di impiccare il passato, blanda prova di forza per vestiti mai stirati bene.
Lei si siede su di me. Io sono un incubo. Un reduce di mattine con donne diverse. Sono un miscuglio di sapori e non mi riconosco più. La tregua non mi interessa. Sono spacciato. Riuscirò, per questo e molto altro, a farla godere.
Lingue. Quadri alle pareti. Oggetti. Io biscia che cerco morte in una vita stretta alla mia. Calore. Troppo calore. Brandelli di immaginazione su baci lasciati nei libri come fiori secchi, non con funzione di segnalibro, non come lume dell'insistente insonnia.
Fai di me quel che cazzo vuoi. Sputa. Bestemmia. Cerca. Spargi zucchero. Cerca sassi adatti per un tuffo azzurro. Tradiscimi pure. Infilami in un orologio e lascia che le lancette si sciolgano senza lamenti.
Donne. Mania. Donne. Sponde. Donne. Ultima spiaggia senza stabilimento.
Estrema fedeltà. Ragione. Metodo. Differenze. Astronauta a testa in giù tra le sue cosce. Apparente mansuetudine. Animale fuori asse, animale non da documentario. Abat-jour vezzoso e piatto semifreddo di incubi cauti.
Mi risveglio animale ad occhi socchiusi. Potenza eccessiva per fragilità da reperire in giro.
La donna in tabaccheria mi urta apposta. Profuma. Sprofondo, sorrido, ritorno. Ritorno sempre alla faccia che preferisco.
Libri. Libri che non servono a un cazzo. Associazioni di comodo. Frasi fatte per carezze dietro le orecchie. Stanchezza, disincanto, ottusità.
Spurgare il cuore senza il canale del cazzo. Difficile. Maschio e incoerente, farlo. Maschio, rimanere con tutta questa notte tatuata e minacciata dal sapone.
Risvegli. Diffidenza del domani. La melodia interrotta di ieri, quando mi carezzavi e mi facevo del male senza darlo a vedere. Digestioni. L'umiltà di tentare l'affetto senza impiantarne la demolizione.
Specchio a pile, specchio con sensore per la posa ridicola, il cataclisma pacchiano da marchiare nei momenti di popolarità. Me ne fotto di essere popolare. Impossibile arrendersi, ogni cicatrice deve drenare la giusta dose di buio da scartare. Possibilmente insieme.
Finché non vincerà la mattina sbagliata.

20 settembre 2013

16/09/13

No agenda


Anche stanotte mi sembra tutto più pulito.
Non è così. Sarà la musica. Sarà la vista marina in questa casa che mi perderà, ed io perderò lei.
Sembra tutto pulito. Anche il male sembra essere stato solo un equivoco. Il dolore, un'esagerazione. La mancanza di chiarezza una forma di pigrizia. I sogni sbagliati, un lusso comprensibile.
Ma non è affatto così. Se scrivo, se ascolto questa musica, se aspetto la notte, se sono punto di oscurità ad una finestra invecchiata, è il risultato di ciò che è stato.
Questa lingua sconfinata di buio sembra inghiottirmi, me e i miei sogni, i registi migliori delle pagine più sentite, la memoria beffarda dei ricordi di affetto e amore, il fragile odore delle persone con le quali ci siamo smarriti e defraudati.
Solo come punto di oscurità ad una finestra da lasciare, solo così sono pieno come desidero, solo in questa striscia di zero e di silenzio sono la persona che avrei voluto essere.
Solo dallo sgretolarsi nasce il sorriso non completo, il fascino dei passi persi, la suggestiva luminaria dell'anima invecchiata, adulta, essiccata di baci.
La marginalità delle sensazioni che non puoi più recuperare, quello è il motore, finirò per scrivere su carta passate le quattro, finirò per preparare il caffè all'ora dei panettieri, degli spazzini ritardatari, dei pendolari più lontani dal luogo di lavoro.
È impossibile amarmi. Perché sono pieno solo quando fantasma.
È impossibile trattenermi. Una banale marea mi trascinerà via, senza messaggi emotivi, senza rivalse, senza rivendicazioni, solo musica e grigio che si mescola al rosso.
Uomo pieno quando nessuno me lo chiederà più. Fantasma con raggi di pioggia se si giocherà ancora all'amore, senza vendette, senza confessioni, senza diari, senza poesie.
Il tavolino di vetro è senza oggetti. Il copriletto ha l'odore della prima casa di mio padre. Fumo e il mal di denti rende tutto disperso, sdoppiato, fuori fuoco. Non ho preso niente; forse il dolore fa bene. Non prenderò niente, vincerò per manifesta resistenza.
È stato impossibile amarmi quando contenevo troppe possibilità per amare. È stato impossibile fermarmi, e del resto non lo voleva nessuno, quando ho sentito che la mia vita veniva scambiata per un errore.
È stato impossibile, e lo è ancora, farmi accettare il risvolto positivo delle cose, sono solo consolazioni per vigliacchi, sono stelle di cartone da far inghiottire ai bambini mai venuti al mondo, non a me.
C'è tanta carne e tanto sangue nel mio essere un fantasma; c'è musica nella caduta e coraggio difficile nella distanza, nell'addio. Si può emigrare e sparire pur restando nello stesso posto.
Le luci verdi dello stereo, tappeti e tappeti annodati di buio fuori. Non è la carta che ti fa uomo. Non è il sacrificio che ti rende intelligente. Non è il rimpianto il motivo di sentirsi persone capaci di amore.
I ricordi mi massacrano da piccolo, come tutti, non meno e non più di altri. Ma avvilupparsi al dolore, carezzare le assenze è la mia propulsione di vita. Sono marginale, calice di inchiostro, equivoco di respiri, amante armadio, amante pioggia, amante smemorato, macchina di inondazioni solo per gente che sa nuotare.
Amare è verbo, è prospettiva, amare è retorica, amare è quella parola che fissiamo nella mente come una tregua, una pace, un ideale di reciprocità tanto spesso macchiato dalla vita stessa.
Ma quando l'amore davvero ti avvolge, e cattura il tuo respiro, i tuoi mal di testa, le tue malattie, i tuoi singulti e le tue paure, quando convoglia la musica, il sonno, la memoria, quando proietta il tempo oltre ogni ombra, quando gioca con te come il sole con le nuvole più impreviste, allora non può che essere, in massima parte, dolore.
Per me, ancora oggi, oggi e sempre, in qualsiasi mano, con mille preghiere spennate e ridicolizzate, amare è un dolore labirinto che mi nobilita e mi uccide poco a poco.
No agenda.
No agenda.
No agenda.

Luca De Pasquale, 16 settembre 2013

12/09/13

L'ostacolo, la verità


Piccoli passi al buio. Lievi tracce di sonno.
Le lenzuola non hanno alcun odore, nemmeno il mio. Sono lenzuola per chi si poggia, si stende, mai per chi resta.
Ho fumato circa trenta sigarette durante il giorno. Mi brucia la gola e devo avere un pessimo sapore. Impossibile riconoscere le lenzuola.
Impossibile riconoscere le persone. Impossibile riannodare gli eventi.
Un uomo ed una donna che riescono a carezzarsi di notte ne creano un'altra, privata, schermata, indiscutibile, accesa finché dura, distesa di campi notturni per un tempo che corre troppo.
Continuerò a fumare. Il soffitto ha una macchia d'umido. Piaccio a diverse donne, ma le mie fughe sono odiose. Le candele negli alberghi fanno schifo.
Caramelle atomiche per fugare la malinconia. Vivisezione romantica per piacere e perdersi al momento giusto.
Pezzi d'uomo su tavoli ghiacciati, necroscopia con divieto di commozione, ricordo con divieti di aggiornamento.
Il mio corpo è caldo nel letto. Che peccato. Piaccio a diverse donne. Che peccato.
Mi piaceva l'idea. Ho le mie vanità, le mie debolezze, e le donne mi piacciono in modo eccessivo. Eccedo sempre.
Non è entusiasmo quel che provo; quasi mai. Provo il fuoco. Che è cosa completamente diversa. Il mio corpo è caldo nel letto e mi trovo svuotato di ogni senso, a metà strada tra la sfilata di ferite e l'agitazione dei brandelli sani.
In piena notte mi arriva un messaggio che non dice nulla di importante.
Non tremo. Non scivolo. Non mi gira la testa e non muoio neppure.
In piena notte sono costretto a leggere parole che non mi emozionano; è una disdetta, un condimento indigesto, una beffa minimale.
Rispondo quattro parole che non sento, quattro parole che sono condizionate dalla buona educazione.
Dalla finestra entra una luce sagomata dalle ombre, tratteggiata dagli ostacoli tra lei e i miei occhi. Forse lei mi entrava dentro allo stesso modo, modificata, ostacolata, resa inadatta dall'esterno e dalla debolezza del mio sguardo al buio.
Lei mi entrava dentro in un modo difficoltoso e frastagliato, ed io crepavo libero senza pensare alle conseguenze. O pensandoci troppo, avendole chiare.
È tutto così stupido e senza giudizio che resti.
Non sarà mai la stessa cosa. La luce arriverà di nuovo, ma senza ostacoli sarà difficile da amare.
La mia insonnia è un incubo per bambini crudeli, è la mia declinazione in pastoia, palude e disinfettante, sono un uomo perso, un qualsiasi uomo perso, non si recupera, niente è un recupero, sono solo accumuli di risvegli e di carni, l'anima in barattolo, senza data di deposito e conservazione, l'anima in un qualsiasi scaffale, alla mercé di necessità scomposte altrui.
Mi alzo di scatto, chiudo tutte le imposte, resto nelle tenebre. Sento il mio respiro correre verso la posizione da riassumere, verso quel caldo stendersi su tutto ciò che non somigli alla familiarità, alla scelta, alla salvezza.
In ginocchio sulle tue privazioni, mi dico, ma sono già nel letto di nuovo, e il mio corpo è più caldo che mai.

LdP, 12 settembre 2013

08/09/13

Una partita già persa

Mark Sandman
Some day there’ll be a cure for pain, and that’s the day I throw my drugs away.
Mark Sandman

Incappo in un funerale.
Rallento.
Le mie molecole sono melma fluida, il mio passaggio è un colpo di vento, non ruberò profumi, non firmerò il quaderno degli ospiti.
Il dolore di quelle persone si concentra in pochi metri di lutto pubblico, un altro che è andato via, altre foto su comodini, angoli nascosti di devozione e lacrime in una casa in cui non entrerò mai.
La morte mi appare dappertutto. Vuole bene che mi ricordi di lei.
Troia.
Allontanandomi, mi viene lo schifo a pensare alle pretese più comuni, la felicità, non ammalarsi, essere amati, essere riconosciuti per strada, visitare luoghi, stati, città, sedurre, concedersi dei lussi. Sento il bisogno di bere e di addormentarmi, non servirà, ma è quel che desidero.

Seguo per un po' una tipa con una gonna verde. Mi piacciono le gonne verdi, possibilmente corte. Non ho nessuna voglia di conoscere questa donna. Nessuna. Semplicemente, mi serve. Non c'è nulla che possa essere sogno in lei. Mi serve.
Le sue cosce abbronzate sanciscono la distanza abissale tra le nostre vite, sono un cane da donne e non darò nemmeno il tempo di buttarmi l'osso.
In cosa crederà questa stronza? Nel sole? Nel cielo? Nella sua famiglia? Nell'uomo che l'ha scopata meglio degli altri? Nel libro rivelazione regalo dell'amica del cuore? Nel sogno di un figlio e di una famiglia felice?
Alle donne piacciono i cani. Io di notte mi piscio addosso perché sono troppo occupato ad ululare. Fiuto le carcasse e giro al largo dal branco. Sono solitario e arrabbiato. Alle donne non piace la rabbia.
Seguo quella stoffa verde e sono fregato, la città vive la domenica con pigrizia, banalità e vigliaccheria.
Immagino di guardare il muro e quella stoffa verde mentre me la scopo, in una camera senza oggetti, lo sputo a me stesso, la raucedine al posto delle implorazioni, il fondo incommensurabile della mia lontananza dalla luce.
Immagino il mio specchio, io ubriaco, sciocco, dinoccolato e pazzo, senza scrittura, senza accomodamenti dal sarto, senza buoni propositi.
Chissà se le piacerebbe essere scopata con rabbia, chissà quanto durerebbe l'effetto sorpresa, chissà quale scorciatoie per la decadenza.

Nella saletta d'attesa della funicolare mi infilo una sigaretta in bocca e cerco un cantuccio. Una vecchia mi guarda con riprovazione. Pensa ai cazzi tuoi. Pensa ai tuoi figli e a quanto ti rimane. Io ci penso sempre, a quanto manca. Pensa ai cazzi tuoi e non guardarmi.
Sono ossessionato da “Whisper” dei Morphine, è la canzone che mi accompagna da un mese, non posso farne a meno, è una dipendenza completa. Quel giro di basso malato di Mark Sandman è il mio sangue in circolo, la sua voce salmodiante e triste è il pallido sole da tasca. Sono ossessionato da questa canzone.
È il mio modo di stare continuamente all'inferno. Non toglietemi questa canzone, sono disposto a rinunciare a molto altro.

Don't worry I'm not lookin' at you
Gorgeous and dressed in blue
Don't worry I'm not lookin' at you
Gorgeous and dressed in blue

I know it drives you crazy
When I pretend you don't exist
When I'd like to lean in close
And run my hands against your lips
Though we haven't even spoken
Still I sense there's a rapport


In funicolare c'è invece una coppia giovane che ostenta felicità. Spettacolino godibile da pochi punti di vista. Loro credono di aver finito: hanno trovato l'altra metà, è lapalissiano. Si carezzano e parlano di cose che li accomunano e li rafforzano, almeno al momento. È bello scoprirsi simili, si interrompe la paura. È soddisfacente convincersi di aver iniziato un nuovo corso. È sublimante, sublimevole, esibirsi l'uno più uno meno disdicevole e più coerente, almeno sulla carta. I due si comportano come vincitori della lotteria in salsa di arterie. Io non posso capire. Io sono affezionato alla distruzione e ho dubbi continui. Io non amo mai a vuoto. Il pezzo mancante non esiste, maniaci. Non si fanno puzzle con i cocci. Non è quella la filosofia, sciocche discariche di sperma e bigliettini augurali.
Le manie del calcio e della religione danno senso a molte domeniche. Non ho mai fatto follie per queste due colossali entità. Sicuramente meglio il calcio. Ho in coda appunti da scrivere e nuovi dischi, domenica di mal di denti e la voce di Mark Lanegan che mi inocula “Gray goes black”. Bellissima.
Anche quando ero innocente, non aspettavo qualcuno per raccontargli fatti, eventi e nuove sofisticazioni. Raramente mi è capitato di seppellire qualcuno con aneddoti bisognosi di commenti e confronti. Per raccontare, devi capire prima se dall'altra parte c'è voglia che tu racconti. Altrimenti è solipsismo. Un tempo non sostenevo il silenzio, se con l'altro non avevo argomenti o punti in comune; oggi è per me una delle pochissime forme di religione da praticare, il silenzio.
Che parlino, che raccontino pure gli altri. Io ascolto. Io preferisco scrivere. Così nessuno è obbligato, e io non posso soppesare fino alle ossa le reazioni e l'imbarazzo. Perché non parlerei mai del Calcio Napoli, del mio ultimo viaggio o del nuovo locale, io sono astratto, e come buona parte delle astrazioni sono gigantesco e inutile in sede di parola.

L'ho già citato recentemente, ma quanto mi piacque il verso “ti vorrei insegnare l'equilibrio sopra un mare che è sempre tempesta” dei Litfiba, quando uscì “Vivere il mio tempo”. Altra canzone che mi ha rappresentato a lungo, con buona pace di quanti circoscrivevano l'amore per i Litfiba ai primi quattro dischi. “17 Re” mi sedusse e mi cambiò, come molti altri dischi. Ero giovane e mi sembrava di aver capito che si poteva essere dark senza artefazioni estetizzanti che non mi sono mai piaciute. Del resto, non c'era nulla di estetizzante in Mark Sandman. Un uomo dall'aspetto normale, apparentemente non eccessivo e destabilizzante lo stesso.
Ricevo delle telefonate anonime. Sentono la mia voce e riattaccano. Forse non sono la voce che desideravano. Forse non sono stato l'uomo che volevano. Forse me le sono solo immaginate. Forse. I forse non hanno nulla a che vedere con la concretezza. Penso di aver immaginato molte cose. Penso di aver vissuto molti sogni a luci spente, forse ho esagerato, forse non mi spettavano. Con le mie passioni mi sono fatto anche male e questo è il mio marchio, “you don't need lipstick to leave your mark”.
Qualcosa di circolare e aggressivo delimita il mio nuoto faticoso in questi giorni, faccio vasche per poter contare le tossine vive, mi sbraccio per non essere intercettato, non sono reperibile e mi piacerebbe anche non essere pensato. Non guardo le persone a bordo piscina, sono disegni indistinti, sfocati, ci manca poco che mi gettino qualche amo o qualche cibo indigesto. Non sono disponibile, non sono libero, e gli indumenti femminili mi ricordano solo persone che non ho mai conosciuto. Non corteggerei nessuno, neanche per posa, e non sono convinto che gli psicodrammi servano a conoscersi e alimentare le curiosità. Non c'è nulla di più stupido che una donna rifiutata o un uomo convinto di sé e della sua presenza.
Con l'erotismo ci gioca spesso chi non vale il cazzo di niente. Vagine carnivore che drenano ego in surplus e cazzi farlocchi che vanno a stantuffare un vuoto troppo estremo per essere colmato. Scopare non è un passepartout per il piacere duraturo; pensare di amare equivale ad uno zero che si agita nello stomaco di un orco che prima o poi digerirà. Le distorsioni si chiudono a ventaglio sulla notte che arriva e non strepiterà nomi, maldicenze e fissazioni. La lingua che lecca non si sviluppa, rimpicciolisce e guadagna infezioni; la lingua che sta al suo posto inizia ad amare il gusto amaro dei minuti saliscendi e delle parole che arretrano in presenza di spazi troppo aperti.
A me piace giocare questa partita già persa, mi lascia pensare al coraggio e alla dignità.

LdP, 8 settembre 2013

07/09/13

Soul gloom murky lounge


La chitarra brasileira si muove elegante e inutile.
Cercavo roba più pastosa, più liquida e notturna.
L'infestazione di chitarre brasileire. Easy listening, hard living.
Bossapetting, bossa vitino ad ape per non necessaria serata napoletana, bossa di chi ama il mare e gli scenari naturali, bossa per chi nuota in cerca della bellezza e non del demonio.
Sono un'alga infestata da strani batteri sotto l'ipocrita vigilanza di bonarietà femminili, che ormai mi lasciano indifferente e stanco. Troppe parole spese. Troppe conversioni. Il ghiaccio nel bicchiere, la coca cola fredda e da ragazzo, la marginale gentilezza di falliti spasmi di passaggio.
Martina mi faceva salire la scale, e intanto mi baciava la schiena, mi diceva che ero solo suo, che lei era solo mia, e che la notte era uno strano incanto di meravigliose mistificazioni. Quei baci sulla schiena ora sono binari per sanguisughe. Non poteva essere altrimenti. Desideravo fortemente l'ignobile smarrimento delle promesse, lo desideravo perché ero certo -come è stato- che sarei arrivato in carne ed ossa al rigore di un abito scuro, all'abitudine non più immaginaria di occhi fondi.
Martina mi baciava le gambe per tutta la notte ed io odiavo la mia continua mancanza di ogni fede. Martina mi ha costretto a complicarmi ulteriormente. Martina non è stata che una folata di pigro vento troppo caldo.
Ingrato figlio di puttana, animale, coito essiccato, veglia funebre senza oboli, amante senza spirito di competizione, striscia di piacere riluttante in serate tutte uguali, tutte sotto lo stanco neon della parola amore.
L'amore è la piaga che mi porto in bocca. Un rosario fallito, una confessione ad un sordo, un atto eroico tra vigliacchi girati dall'altra parte. Della moderata e cauta gentilezza non so cosa farmene, se non sputtanarla, se non tenermene alla larga.
Infilavo tutta la lingua in bocca a Martina, ma avevamo gi perso. Le mie erezioni erano salvagente pieni di sabbia, finti allarmi di sparizione. Sull'altare costruito per Martina ho sputato, ho ballato come uno storpio quando lei non mi guardava già più, mi sono fottuto altre speranze in proiezioni di attento niente.
Una donna mi guarda mentre fumo e fisso un punto inesistente. Vorrei avvicinarmi a lei e dirle che so perché lo fa, perché il deserto visto da vicino ha qualche attrattiva, è un carillon fermato da mani stupide, è un motel con lenzuola già usate per altri amori e altre parabole.
And so I know.
Se mi avvicinassi, qualcosa di bello riuscirebbe a trovare un viottolo per arrivare alla concretezza, al momento intero. Stasera non mi gira.
Stasera mi interessa il miracolo dell'armonia che azzanna il caos per un gioco di piacere, stasera mi piace pensare di tornare a casa solo con il mio odore e i miei rispetti per gli spazi che userò.

Quando spengo la luce, a casa, aspetto i corvi e le pagine. La luce è una prerogativa di ore in cui sono lucido e diligente. Corvi, voce rauca, vestiti vecchi in attesa di essere sostituiti, agende impilate su dimenticanze troppo leggere, incroci di ritmo e insonnia, rock, dissonanze, il mio sguardo calmo mentre i vecchi pregano e i mercanti implorano gli atti possibili di un domani rinsecchito.
La bestia colleziona sogni e li mostra agli insonni, mi brucia la gola, do it yourself, ritorno alla fedeltà dopo la merda mangiata, le pillole scadute di buona volontà, ottimo risultato per un viandante del deserto.
Sono fedele e sono pazzo.
Accantono e proteggo la paglia cui darò fuoco, esiti imprevedibili, rifiuto l'amore che volteggia isterico, reso innocuo dalla paura di atterrare.
Sono fedele e sono lucido.
Ponte tra deserto e apnea che conserva, la musica mi scrive, la musica trivella la penitenza e nasce il giacimento di polvere. Di bocca muta. Di gesti meglio orientati al buio.
Meglio un rito scarnificato che guardi la linea nascosta del domani che una cerimonia senza gambe.
La donna non guarda più l'uomo deserto.
Io non guardo lei.

LdP, 7 settembre 2013

05/09/13

Slabbrato


I ricordi bussano alla tua porta, alle prime avvisaglie della notte, e tu li mandi affanculo con tutto l'incartamento.
Le bellissime e vagamente psichedeliche canzoni dei Church non consentono di accettare residuali di ricordo; sono anzi un'affermazione di singola identità sotto cieli fisarmonica, stretti come la prima amante, immensi come la dispersione degli affetti.
Tramonto landscape, tramonto wallpaper, si fruga nella mutande per cercare un senso dilatato. La notte sarà soffice e stronza come si conviene.
Poco dopo le quattro del mattino sono rimasto in cucina con il frigo aperto; mi piaceva la luce. Ho fumato una sigaretta. I guai non sono umiliazioni; le umiliazioni sono per chi vuole essere umiliato.
Oggi ho sbirciato sotto le mutande di una. La visione mi ha fatto accelerare i battiti del cuore e ha prosciugato la saliva per meno di un minuto. La cosa più intraprendente e densa di significato che potevo fare sarebbe stato restare lì e mantenere una mano nella tasca sinistra dei pantaloni.
Stanotte ho stracciato altri fogli e altre lettere. Fumavo e facevo ballare lo zero.
Stanotte ho guardato vecchie foto di me bambino e ragazzo; espressione perennemente corrucciata, infastidita, sguardo di sfida e postura rinunciataria.
Rossetto sui portoni di chiese abbandonate. Rossetto e profumo sulle saldature più controverse.
Vuoi venirmi dentro?”
Vuoi vedere che non godo sotto recita?”
Le famigliole della domenica cattocristiana, lo strappacuore posizionato sulla cappella, gli antimicotici nel cesso, le stupide parole blu che anticipano ogni coito, amici che chiedono dov'è il bagno e finiscono invece all'inferno.
Paraventi di rispetto pilotato e furbizia utilitaristica, i vecchi respiri e la voce conciliante sono stati pietrificati dal tempo.
Ascoltare “Whisper” dei Morphine in piena notte è come tentare di dormire in un deserto pieno di fiori fantasma, una visionarietà sbilenca, da frontiera, decadente, un ranch instabile su paradisi solo supposti.

Ogni vecchia casa conserva infiltrazioni di lacrime. Perdizioni rientrate. Cicatrizzate.
Hai dedicato la musica inopportuna e pretestuosa. Hai scritto a mano in tramonti e albe, unicamente per te stesso e per le tue continue sfide.
Mariangela diceva di amarmi, ma il suo sorriso era troppo largo verso il mondo ed ho preferito evitarlo. Alberta mi aveva ben afferrato per il cazzo, ma non sono un chiaviere e il sesso traslucido mi debilita, mi fa spazientire.
Ho collezionato tumidi messaggi a metà strada tra la Dickinson, la stiratrice di via Poerio e Nazim Hikmet. Non ne ho conservato nemmeno uno, erano immeritati alla nascita e nell'ostinazione al destinatario.
Godere non salva. Costruire male è peggio che godere male. Rifiutarsi di godere con chiunque è una barricata belvedere con lieto fine mancante.
Prenditi la saliva e quel che resta, avrei dovuto dire. Invece scrivevo.
Che testa di cazzo. Che ingenuità a lume fioco di demone. Che sciocchezze.
Avrei dovuto cantare “Still in your arms” con aria austera e drammaturgica, ben rasato e vestito di scuro. Convincente in zuppa di disastro.
In culo. Prenditi la saliva e l'accensione paradossale delle speranze in incognito. Prenditi quella cazzo di saliva, calda, amara, aggiunta, svuotata e modificata, bava di sempre e pioggia di mai.
Still in your arms”, canta il barbuto quarantenne, sigaretta rovinata ad angolo finestra, curriculum di tutto rispetto, stucchevole paradigma di deserto, finto riflessore, finto riflettente, accanito ripetente, divorato e impenitente.
Le rime fanno affossare la barca, il sole ha davvero esagerato, gli specchi chiedono continue eutanasie senza notizia, da qualche parte c'è qualcuno che mi attribuisce una strana importanza ma non lo saprò mai.
Per fortuna non si fa mai a tempo.

LdP, 5 settembre 2013