29/08/13

Una gigantesca puttana a vela


Non posso dire che il quoziente intellettivo sia l'asso nella manica di molte delle persone che ho dovuto ingollare e vedere per forza negli ultimi anni della mia vita.
Un'inconsistenza preoccupante, all'epoca, che ora si consolida in una conferma con venature comiche. Inconsistenza.
A volte involontaria, altre volte aggravata dalla sicumera di essere nel giusto, di essere semplici e spontanei, “così come mi vedi così sono”.
Bene, io vedo solo uno stronzo. Allora è facile per tutti e due.
Posso apprezzare coloro che si assumono le loro responsabilità, anche nel modo peggiore. Non apprezzo le checche isteriche.
Ho un modo scorretto di pensare, di parlare e di scrivere. Ad alcuni di voi non piacerà. Ne sono onorato. Ci sono molti siti e molte associazioni dove andare a sfogare la voglia nevrotica di fare cose buone in modo evidente. Immagino che per alcuni di voi sarà meglio che scopare forte, vestiti da legionari e da maestrine con il righello pencolante tra bocca e fica. Immaginare di essere nel giusto a molti regala un'ebbrezza psicosessuale di strabordante energia. Andate pure. Vi benedico, vestito da giocatore di hockey. Vestito di tal guisa andrò dalla vicina e cercherò di copulare con lei, perché sono un ambiguo suino e ne vado orgoglioso.
Con tutti i difetti possibili, sono Uomo. Uomo e non spaurito cuginetto.
Rimproveratemi pure di avere derive machiste. Farò atto di contrizione, confesserò al prete laico che ho pensato spesso a scopare donne di altri, che sono fedele ma se sbagli non finirò mai di vendicarmi, che da piccolo mi tiravo delle seghe guardando le cosce delle amiche di mia madre sotto il tavolo.
La tradizione familiare mi ha insegnato che il cazzo non è un accessorio.
Per tradizione personale ho imparato che la guerra è necessaria. Per il progressismo folkloristico, di stampo forse darwiniano, rivolgersi altrove.

Ora vi racconto una bellissima storia d'amore.
A Pedrito piacevano le donne. A Mariposa piacevano gli uomini.
Si incontrarono e scoparono. Eseguirono tutto il repertorio.
Fine.
Nuovo modello di short story senza dettagli.

Di notte, un uomo e una donna devono respirarsi. Sempre come fosse l'ultima notte. Altrimenti non ha nessun senso. Altrimenti è una presa in giro. Altrimenti io vado via. Altrimenti ci si innamorerà del difficile e del lontano. Che è tanto facile.
Finita la parabola, nessun pentimento. Finito il gioco, le pedine non rientrano a casa, si tufferanno dal punto più alto senza guardare il punto d'impatto. È così che deve funzionare.

Alle quattro del mattino apro gli occhi. Ho la bocca dolce e le braccia dietro la testa. Sono nudo e a disposizione della memoria dei sogni. Non si sente niente, fuori. Dentro, solo il ticchettio del mio orologio da polso. Mi alzo, non accendo la luce, cerco le sigarette, mi siedo al centro della stanza e aspetto. Dopo qualche minuto, gli occhi si abituano al buio e distinguono oggetti e contorni. Gli occhi sono scintille attive.
Devo dominare le ombre in fuga e le strisce di luce sotto la porta. Devo padroneggiare la notte. Autopsia di distanze segnalate nel corso del giorno dai silenzi, breve analisi dei ritardi e delle conseguenze, occhi aperti sulla realtà e fine delle ninnananne. Misurare il tempo con un calendario ad acqua dove è il vento che gira le pagine. Precarietà che diventa sfida.

C'è quella donna un po' sfatta e delusa che vorrebbe provarmi un po'. Me ne sono accorto da tempo. La cosa mi ha anche lusingato. Lei mi dà l'idea di essere in ritardo per qualsiasi riscatto. Troppo dolore riposato in lei. Non sono e non sarei taumaturgico. Non sarei che un toccasana con radici annerite. Discontinuità e inutile titanismo.

In funicolare c'è un vegliardo perso nel culo di una giovane mamma. Il suo sguardo è una fiamma laida e invadente, è una celebrazione d'impotenza e insulsaggine umana.
Non voglio arrivare a quell'età, a quella condizione. Desidero scomparire molto prima. Ho visto troppa vecchiaia e nella mia storia brucia un fuoco che non si è mai compiuto. Pagherò tutti i miei errori, salderò i miei conti in sospeso, fluttuerò gigantesco e scomposto su corpi che continueranno ad amarsi e anime che insisteranno con la puttanata sulla purezza. In sala d'attesa, dai demoni, fumerò una sigaretta grattandomi le braccia, guarderò le mie mani, sarò senza sogni e condannato ad un'insonnia eterna. Quasi come ora.

I miei occhi distinguono i letti della mia stanza. Lo stereo. La pila di libri e dischi, i miei abiti spiegazzati. Percepisco le tracce delle femmine migliori nel mio cervello e nel ricordo del sesso. Non sono sicuro che dietro i muri ci siano fiori marci, ma lo sospetto. Non approfondirò.
I miei occhi sono stati un ventaglio di tristi saluti in tempi di pace, adesso sono guardiani mal pagati in una notte eccessiva, in un luogo senza riciclo di utopie.
New age di merda. Fottuta new age del cazzo. Schifosa rassegnazione che vorrebbe essere vino, poesia e lingua in bocca.
Ha ancora senso abbracciarsi nelle stazioni?
Ha ancora valore amare nella stupidità e nel dissossamento dei minuti, delle ore? Ha senso deglassare il cuore fino alla risata generale?
New age maledetta, limite e frontiera degli affronti, maledetta new age troia e bugiarda, arnia di commozioni procurate, groviglio di vele in bauli ricordo.
Io puttana, io maschio urlante, io maschio e fesso, io uomo aggrappato all'impazienza di ogni vuoto, io volo d'angelo nella polvere degli altri.
Io nascita, crescita, errore, ristagno, eroismo e fine.
Io che scrivo e la notte passa, io che sono la notte e mi lascio scrivere senza opporre più resistenza.

Luca De Pasquale, 29 agosto 2013

27/08/13

Partenze


Respiro piano al buio.
Lei è accanto a me. Lontanissima. Il sonno me l'ha portata via.
Io e lei sdraiati accanto. Un tramonto privato. Una revisione.
Un'assenza ordinata. Ordinaria. Senza clamori e senza oltraggi.
Un tramonto privato, dove le fate sono scomparse dai ponti, dove le luci e i festoni sono stati arrotolati e conservati in una casa fantasma.
Respiro piano. Si vive di sostituzioni. Si vive per il nuovo e vecchie scene tartassano le emozioni superate, facendone scempio.
Spettacolo per nessuno.
Domani all'alba farò il primo biglietto utile per uno spostamento, anche breve. Un qualsiasi spostamento del mio corpo e della pesantezza del respiro notturno trattenuto.
Mi sforzo di respirare in questa notte ogni momento sbagliato.
Tutti, uno ad uno, finché crollerò, la bocca amara, il collo dolorante.
Mi sforzo di entrare nel burro scaduto, oltre le tende sporche e fuori dai ganci, mi sforzo di fissare gli odori in un cristallo non trasportabile.
Perdo e mi richiamo all'ordine.
Perdo e divento un richiamo per altri corpi e altri spostamenti.
Perdo e questo sostituisce nome, numeri, indirizzi, ricordi già usati.
Notte di rimorsi fuori fuoco come ragni bianchi, innocui, inesistenti, proiezioni, compromessi da proiezionisti.
Perdo e guadagno, liquido giallo insonnia, pruriti inventati, parole rimasticate, in fila indiane, l'ossessione di capire e di darsi motivo.
La strada che resta non è miracolo e non è invenzione.
Sono di nessuno e di tutti, e per quanto scriva le notti non trovano riassunto e non sono la preparazione all'agguato migliore.
Lei respira. Dorme. Già non sa più niente di me. A me sembra invece di conoscere chi guida le auto che sfrecciano per strada in questo imbuto di tenebre, mi sento l'amante di donne che non conosco, non è stranamente una sensazione che mi arricchisce.
Io non dormo, a differenza di lei. Il letto è scomodo, odioso, voglio il respiro del primo mattino, un caffè al bar e quel biglietto in mano.
Da solo. In perfetta solitudine.
La notte sarà lunga, non mi addormenterò se non per estenuazione, quando lei si sveglierà proverò imbarazzo e inimicizia.
Non sappiamo più niente, non sapremo più niente, io conto sul ritorno della memoria e di quella consapevolezza che mi dirà “non hai mai saputo niente”.
I miei occhi puntano il soffitto. La sento muoversi. Non provo niente.
Non ho neanche voglia di fumare.
Sono un recipiente di vetro con il colore della notte dentro, lei non mi berrà, io potrò solo versarmi domani, senza troppa attenzione, andrò a corrodere oggetti ed emozioni che non mi hanno mai visto.

Luca De Pasquale, 27 agosto 2013

Tarme


In genere da una donna in analisi è impossibile cavare alcunché. Come ho avuto modo di constatare più volte, le sventurate che cadono in mano agli psicanalisti diventano definitivamente e letteralmente inutilizzabili. Questa conseguenza non va considerata come un effetto secondario della psicanalisi, bensì come il suo scopo principale. Con l'alibi della ricostruzione dell'io, in realtà gli psicanalisti procedono a una scandalosa demolizione dell'essere umano. Innocenza, generosità, purezza... tutto ciò viene rapidamente triturato dalle loro rozze mani. Gli psicanalisti, pinguamente remunerati, supponenti e stupidi, annientano definitivamente nei loro cosiddetti pazienti qualunque attitudine all'amore, sia mentale che fisico; in pratica si comportano da veri e propri nemici dell'umanità. Spietata scuola di egoismo, la psicanalisi sfrutta con agghiacciante cinismo le brave figliole un po' smarrite e le trasforma in ignobili bagasce dall'egocentrismo delirante, incapaci di suscitare altro che un legittimo disgusto. In nessun caso bisogna accordare la minima fiducia a una donna che sia passata per le mani degli psicanalisti. Meschinità, egoismo, arrogante ottusità, completa assenza di senso morale, cronica incapacità di amare: ecco il ritratto esaustivo di una donna "analizzata". Véronique, va detto, corrispondeva punto per punto a questa descrizione. L'ho amata quanto più ho potuto – il che significa parecchio amore”
MICHEL HOUELLEBECQ

Francesco mi consiglia di guardare i filmati “czech streets”, dove delle ragazze succhiano il cazzo ad un tipo per soldi. Francesco ha fallito tutto quel che poteva fallire, è anche misogino, quindi sublima tutto nell'arrapamento indignato per la corruzione femminile. Tradito da una donna cui avrebbe dato tutto se stesso, poca cosa per verità, ora è un ectoplasma che finisce per passare il suo tempo con l'uccello in mano, ansando rabbioso, oppure iniziando contorti discorsi sull'inaffidabilità umana. Difficilmente gli stringo la mano, mi fa una certa impressione. Gli dico che ho guardato qualche mpeg di czech streets ma che ho anche altro da fare, e semmai preferisco consumare di prima persona, in ben altra maniera. La sua misoginia è così nevrotica da fare compassione.
Prendiamo un caffè a piazza Vanvitelli, nello svogliato rientro dalle vacanze. Seduti al tavolo, guardiamo giovani donne abbronzate sciamare, persone che si salutano come se si ritrovassero dopo un esilio o un anno di prigione, vecchi che cercano refrigerio.
Francesco guarda cupamente quelle donne scure in gonnelline e scarpe antica Roma, la sua non è cupidigia, il suo radar è un triste lamento. Mi dice qualcosa sui libri, sulle sue letture, e qualche cazzata sulle nuove strategie del Partito Democratico, ma non me ne fotte assolutamente niente.
Che tu voglia sublimare la tua ansia di vita e morte con il cazzo nella manina per metà del tempo e per l'altra metà con qualche focolaio di impegno civile, il risultato non cambia. Sei invecchiato, noioso e patetico. Sei pateticamente infelice.
Qui non siamo nella meglio gioventù. E il dogma dell'impegno convinto è spesso il paravento del nulla. Dico a Francesco che io sono per sistemi repressivi. Mi aspetto che mi dia del fascista, e invece niente. Non si indigna. Che strano. Meglio così.
Fa un ultimo tentativo sul caso Berlusconi, buttando dentro la camorra, la mafia, la P2, i grillini, Napolitano e il problema discariche. Lo fa fomentando la sua stessa saliva, sembra uno zampillo con l'asma.
Non accenno a partecipare.
Come si dice? Incompatibilità. Palese incompatibilità. Parola facile facile e di uso che non accetta pentimenti. Incompatibilità.
Bevo il mio caffè e guardo molto cupamente tutte le donne che passano. Le guardo davvero cupamente, non come lui, le guardo con ingordigia e sentimento vibrante dell'ultimo minuto, sono pronto a tutto e poi a niente e viceversa.
Accendo una sigaretta e annuncio il mio congedo. Guardo Francesco e la sua ottusità di stampo democratico e filantropico. Penso alla contraddizione della sua passione per filmati porno in cui ragazze apparentemente innocenti fanno lavori di bocca per soldi. Ognuno ha le sue precise ombre. Ognuno ha le sue oscenità, sotto chiave o nella federa del cuscino. Non giudico, ormai me ne frego, ma non tollero i quadretti di pulizia morale, il dito puntato dell'insegnamento, della lezione di vita.

Vuoi che metta le dita in bocca e mi masturbi davanti a te?”
Nulla in contrario”
Non credo che Dio si offenderà per una minuzia del genere.

I sogni di normalità sono la peggiore oscenità possibile.
Il prototipo è sposarsi, filiare, allargare la famiglia, creare un clan, avere e dare appoggio, costruire la propria saga privata, ovviamente pensando sia preziosissima. Poi moriranno, mano a mano, nonni, zii e genitori, ci sarà qualche disturbata con fratelli e sorelle, i figli cresceranno, si avrà qualche relazione extraconiugale, ci si ammalerà e si morirà. Nulla di tutto ciò è straordinario. Lo è la vita, ma senza progetti, sottoinsiemi e compartimenti; nulla urla tanta unicità quanto il modo di vivere e di morire. Qualche passione. Non altro. Non certo le regole. Non gli accomodamenti. Non lubrificarsi per entrare o ricevere. Non innamorarsi di una mania e di un bisogno.
Non ho tessere. Non sono associato. Non desidero fare parte di un ampio evidente respiro. Amo solo il mare mosso e la banchina mezza deserta. Posso innamorarmi solo di chi non ha mai capito il giusto dove si trova, e se esiste.

Io non so veramente come sei fatto”
Ma è così importante? Ha un peso così rilevante?
Non ci pensare, non chiedere, non approfondire silenzi e sospetti.
Stai zitta e vivi.

È una vita che sfuggo alle gabbie dell'ideologia. E a quelle, ancora più terrificanti, dei buoni rimedi della nonna.
Alla fine, finisco per sentirmi un bastardo. Uno che rispedisce sorrisi e abbracci al mittente, il cattivo di turno.
Ma ho vissuto molto e capito qualcosa in meno di abbastanza. A volte anche un semplice coito nasconde una gabbia comportamentale, una tempesta di ferrea liturgia, di nauseante morale, di improbabile fermezza concettuale.
Se solo una delle tante compagne di strada avesse amato la notte come la amo io, non ci sarebbe stato bisogno di azzannarsi, rendersi ridicoli e cercare di dimenticarsi in qualche modo. Se solo non fosse stato che un disegno, non si sarebbe bruciata tanta carta.
Curiose, le persone. Trovano che tu abbia talento quando le seduci e poi si rimangiano tutto. Sostengono di averti affidato anima e sogni, ma in cuor loro non riescono ad ammettere di non averti concesso che un posto dove piegare i pochi vestiti da amante. Il tuo abisso le aveva richiamate, ma poi gli abissi puzzano e sono luoghi scomodi; sono luoghi anche di miseria, di sopraffazione, di scarsa resa sociale e pubblica, di carattere fumantino e annerito. Molto più confortevoli gli ottimisti, i volontaristi, quelli che dicono di cercare le emozioni negli altri, quella poesia così bucherellata, impotente, discontinua e putrida.

Si avvicina settembre. Un'altra bugia.
Ho rotto gli indugi: sono in battaglia. E la battaglia fa parte della guerra.
La guerra è necessaria, ora.
Ci ho messo troppo tempo, ma ora è in atto la mistura tra ronin e legionario. Come doveva essere. Come mi avevano raccontato quelli che mi amavano.
Il disfacimento dei sogni non è bellezza decadente, è una veglia ad occhi asciutti, è il futuro che riesce a mormorare la trasformazione delle ali in lame.
È quel percorso di rovi e grandi spiazzi, è la dannazione esistenziale che sostituisce gli occhi, proibisce lamenti, proibisce eccessive vicinanze, dilania l'incompiuto trasformandolo in pretesto di ovvia crudeltà.
Non è la pace che cerco, non è la carezza tardiva, mai e poi mai le madri figuranti, smobilitata anche l'infima ossessione delle amanti-riscatto resta la notte bianca e l'attesa di istruzioni.
Senza guida e senza trono, Giuda nel lato sinistro e incredulo ragazzo in quello destro, coda di animale notturno, visione predatoria di un'irreale cattura, mi avvalgo di baci testamento, di mani lunghe, senza apparente desiderio, mistificazione di anni, stesura intermittente di una sigla fluorescente, breve film per creature insonni.
Scrivere è tante volte geometria su passerelle infestate da tarme. Ma aiuta.

LdP, 27/8/2013

25/08/13

Il lampo che cancella


“La rabbia serve a renderti efficiente”
Philip Roth

Certi spettacolini di contentezza ed emozione, peggio assistere a quelli che a un bocchino su un mezzo pubblico.
Finalmente piove. I lampi. I miei lampi. Sono libero. Finalmente. Affanculo il mare e l'estate, torna il vento, torna la scia nera nel cielo e la mia forza.
Apro tutto, mi bagno, mi godo l'unico spettacolo che davvero mi interessa, la tempesta, il turbine di vento, la pioggia diagonale ad aghi bianchi.
La vendetta è più interessante della compiacenza. Ogni dimenticato eroe ha una vendetta da compiere.
L'onore e la dignità mi colorano molto più della tolleranza. Io credo nei codici d'onore. Anche nei riscatti e, appunto, nelle vendette.
Dio non abita dentro di me. La sua è una stanza vuota e desolata, un armamentario di illusioni. Chi dimentico è notte eterna, chi scelgo è notte di carezze. Senza mezze misure. Dio non ingentilisce affatto le missioni sbagliate e l'ipocrisia di maniera del bene da mantenere.
Ho pensato di farmi pagare per scrivere al meglio le fesserie melense che la gente desidererebbe esprimere compiutamente. Ho pensato di farmi pagare anche per il cazzo, per l'intelligenza, per la permanenza e l'ottimizzazione della codardia altrui.
Meglio battona consapevole che sfogliatrice di petali. Meglio troia con troppo trucco che Madonna in maschera.
Non devo dare conto. Dei miei impeti, delle mie crociere e non delle mie crociate, dei miei amori violenti e delle mie assenze. Della nausea che sento crescere quando ci si raggruppa per rassicurarsi, ci si unisce per andare avanti, si prega per evitare di cacarsi addosso nella notte troppo scura.
Dio non abita qui, e se pure fosse nelle vicinanze, di certo sta suonando roba che non mi piace.
Piove. Sulle ipocrisie e sui disastri, sulle decorose parole di conforto e sulle proiezioni vaginali della noia e dell'invecchiamento. Nella tempesta divento più alto, più forte, ancora più deciso. Nella tempesta mi oriento per evitare i ripari peggiori e più scontati.
Piove. Mi telefonano. Non ho nulla da dire e non amo condividere incertezze. Mi telefonano e io non so interpretare il brav'uomo in docile attesa. Mi telefonano e hanno paura che io stesso sia tempesta, temporale e tormento senza complicità.
Io non telefono quasi a nessuno. Ho altro per la testa. Io non telefono mai per solitudine. Quando sono solo sto una favola. Io non telefono perché non sono un intrattenitore e un rassicuratore.
Non mi interessa mantenere i contatti pro forma. Non chiedo “come stai” a chi mi è indifferente. Non propongo caffè e visite a individui che ho spostato nello sgabuzzino delle cianfrusaglie. Non credo alle rimpatriate con le ex e neanche alle chiavate di ritorno. La necrofilia, la trovo disdicevole.
Per fortuna, sono un uomo che può ancora scegliere. Molte cose.
Non sono alla frutta, è inutile appoggiare la testa alla mia spalla e spingere il bottone della condiscendenza. La mia spalla è asciutta e tale rimarrà.
Si invecchia, ci si ammala e si ha per questo bisogno di un rinforzo d'amore. La trovo una questione di merda. Vecchio e nuovo sono infiltrazioni d'ossessione. Alla larga.

Quando ho potuto tuffare l'uccello in qualche laghetto profumato, nei momenti più crudi e scarni, ho preferito fermarmi e ritrovare una strada. Non puoi sborrare su ogni piccolo altare che ti si para innanzi.
Non puoi girare con le tasche piene di arcobaleni mal riusciti. Non puoi pretendere amore dietro ogni angolo. Mi veniva invece di far godere donne diverse e sconosciute, con le rughe, imbolsite, prese per il culo da uomini da niente, donne al tramonto. Volevo essere la loro notte, la loro follia bagnata e passeggera, l'occasione di un nuovo pugnale da cuscino.
Le preziose dispensatrici d'amore monodose hanno rotto il cazzo da tempo. Le disprezzo, non le cerco. Posso farne a meno.
Molti miei amici e conoscenti hanno poggiato sul volto, come una maschera d'ossigeno, il calco di una vagina qualsiasi, roba di plastica, neanche cinese, roba che è solo profumo e non parla di nulla. Non vibra e non si allarga nemmeno alla vista di quel residuo d'amore che ci è rimasto.
La mia amante deve conoscere la morte. Molto da vicino.
In questo edificio di tempeste le preghiere non sono ammesse, non c'è un palco e non si fa beneficenza. In questo tempio sbrecciato le notti hanno un sapore anche amaro, e l'armonia non è un obbligo.

Continua a piovere. Lampi. Lampi, ancora. Il mio corpo vibra e offende la quiete. Il mio corpo è un'occasione che non durerà a lungo.
Osservo il cielo cupo, rimbocco la branda degli spettri, accendo una sigaretta e mi godo la violenza che desidero, la cancellazione che organizzerò con o senza alleati, la propagazione di questo miracolo saltimbanco che è continuare a respirare pur essendo coscienti.
Simpatie e compassioni, incesti inguardabili, la ridicolaggine stessa della parola “fedeltà”, la faciltà con cui si accenna al dolore, il pressapochismo inguinale cavato fuori come prosa ardita e stile di desideri.
Pagliacciate a fiato corto, che questa pioggia umilia e allontana, lasciando il giusto spazio alla fastidiosa incertezza di un domani senza identikit.

Luca De Pasquale, 25 agosto 2013

24/08/13

Magica do um charlatao

22/8/2013

Quel che non si conosce attrae.
Quel che si può solo supporre, richiama.
La conoscenza non è un buon veicolo di curiosità. La banale magia del rovistare nel possibile mistero è una debolezza inevitabile.
Lo sguardo di una donna al ristorante lascia una libertà di immaginazione e iniziativa che un legame definito non ti permette.
Immaginare di piacere è forse più eccitante che piacere concretamente.
La zoccola che è dentro di me è una gatta dormiente, sfregiata da troppi incontri, capace ancora di agghindarsi per quella infinita decadenza che è stare in piazza con la coda.
Contraddizioni a go-go, mezza zoccola e mezza santa, mezza spirituale e mezza pasionaria, presenza impulsiva e rumorosa in un fatiscente edificio di solitudine cercata e nobilitata dallo stato di servizio.
La mia prestazione d'opera è oggi nella serietà di non essere esposto al pubblico e non essere, in definitiva, leggibile.
La verità non è rosea, è difettosa, è un dente spezzato ma funzionante, è un compromesso di cortesia con la mappa dei rapporti, delle strade, delle frequentazioni, delle oscillazioni tra amicizia e distanza.

Sei laureato in lettere moderne?”
Non sono laureato”
No... non ci credo... ma com'è possibile?”
È altamente possibile”
L'avresti presa velocemente, ne sono sicura”
Ti sbagli. Ero uno studente di merda”
Ma tu hai la passione della letteratura”
Non vedo cosa c'entri con la laurea”
Ma hai la passione della letteratura?”
Direi di no, non sono ossessionato dalla letteratura”
E da cosa sei ossessionato, se posso chiedertelo?”
Da forme dissolte”
Come sei ermetico”
Più che altro sono uno stronzo”

Dopo l'amore, tanti anni fa. Dopo l'amore. Che stolta immagine.
Sei lontano”
No”
Stai pensando a qualcuno?”
No”
Dì la verità”
D'accordo”
Stai pensando a qualcuno”
Ti ribadisco di no”
Mi stai mentendo. Io vedo lungo”
Beata te”
C'è qualcosa che non mi hai detto, Luca”
È una fortuna non dirsi tutto, credimi”
Io credo che tu stia pensando ad un'altra donna”
Davvero? E di chi si tratterebbe?”
Questo dovresti dirmelo tu”
Vedrò di concentrarmi per compiacerti”
Sei squallido. Dio mio, quanto sei squallido. Vergognati”
Okay”
Starai pensando ad una delle tue ragazzine”
Non mi sono mai piaciute le ragazzine”
Questo è quello che vuoi far credere, il santocchio, fa lui. Voi uomini siete tutti uguali, siete falsi. Fate i sensibili, ma quello che vi interessa è un corpo sodo e le schifezze che vi danno quella sicurezza patetica. Ti piacciono i culi giovani, sei solo un porco”
Io vorrei solo starmene un po' in santa pace con una sigaretta e il tramonto”
Non me la bevo. Porco. Porco e bugiardo. Ti ho visto, come guardavi la figlia della signora del quinto piano”
Era vero. Avevo immaginato di infilarglielo in bocca e sentirla mugolare fino al mio orgasmo, come una lolita trottola impazzita e sbavante. Mi ero tirato una sega in bagno, rimanendo solo in bagno la mattina. Ma questo non toglieva che ero fedele, fedele fino all'autolesionismo, e che non stavo pensando proprio a nessuno.
Presi una sigaretta dal pacchetto, sul comodino. Me la piazzai tra le labbra e accesi. Non mi sentivo sporco. Mi sentivo stanco. Mi sentivo stupido come ogni essere umano paziente. Mi sentivo prigioniero di un'indolenza inadatta, in modo perpetuo, a dissipare equivoci strumentali.
Non oltre i sessantun anni”, pensai, “poi mi sa che mi sparerò in bocca”.
Mi sentii immediatamente meglio.

Un giorno vedrò un nuovo libro in vetrina. Sarà il mio. Avrò una sensazione di forza, un'onda con qualche spina e qualche bottiglia rotta. Magari avrò scritto roba di merda, ma ci sarà qualcuna che vorrà provocarmi per testare l'uomo oltre lo scrittore.
Magari avrò cinquant'anni e mi sarò convinto di aver bisogno della giovinezza accanto, anche a gettone, anche per una serie di equivoci. Non mi immagino entrare tra le cosce di una ventenne e sentirmi per questo migliore. Ciò non azzera la mia retroattiva qualifica di porco, a ben riflettere. Sono complicato, contraddittorio e manco di quella morbosità necessaria per fantasticare sull'azione di inarcarmi in una collezione di uteri incuriositi.
Chissà che libro scriverò, di che cazzo mi sarò convinto, se mi sarò reso un minimo commerciale. In ogni caso, non sarò salvo o esentato da una stupida profondità di fondo.

Ci ha lasciati con grande gioia Luca De Pasquale. Scrittore non prolifico, ammiratore di Serge Gainsbourg ed Henry Miller, esperto di basso anche se non lo suonava, posticcio donnaiolo, mancino, insonne, tabagista, coprolalico, costantemente al verde. Ci lascia con ebbrezza e ci saluta dall'Iperuranio indefinito che aveva intravisto negli ultimi giorni della sua ondivaga permenenza. Ha chiesto di essere cremato all'alba, davanti al mare, insieme ad un pacchetto di sigarette egiziane, un pugno di sabbia di lago e un vinile di Jaco Pastorius. Se ne va, starà una favola, salutiamolo con un sorriso di traverso”

Avrebbe senso se potessi tenere una mano di mio padre tra le mie.
Sarebbe la cosa più sensata che potrei fare adesso.
Non mi sono tranquillizzato più di tanto”, mi piacerebbe dirgli, “c'è sempre qualcosa che mi rode. Mi rode, mi corrode, mi esalta. Ho scambiato la notte per il giorno e il silenzio per una tregua, padre. Continuo a trovare la luce solo negli angoli e la pace solo nella musica. Gli occhi sono fatti per annegare, le gambe per muoversi nelle assenze e imparare l'arte della salita. Sono convinto che l'ombra sia un colore, padre. Con quel colore io creo, sopravvivo, amo e mi deterioro. In quel colore terminerò la mia traiettoria e sperò che non sarà troppo tardi per abbracciarsi, troppo facile. Ma puoi contare sul mio senso di sfida, sono equipaggiato per le notti di freddo e le giornate di troppe parole”.
Per anni e anni gli ho negato l'aspetto più semplice delle mie poche fedi, essere stella cadente, ora gli dovrei delle parole di forza che finalmente mi appartengono.

23/8/2013

Da ragazzo adoravo gli Azymuth. Non mi piaceva la musica brasiliana, ma gli Azymuth erano diversi. Facevano jazz funk con contaminazioni naturali della loro terra natia, e lo stile al basso di Alex Malheiros al basso era nervoso e sorprendente quanto bastava per eccitarmi il dovuto. Nel loro repertorio sono presenti anche molti brani morbidi, ma quando tirano fanno sul serio. Adesso sono dei signori ultrasessantenni, composti e garbati, ma il groove è rimasto micidiale, con strutture di basso killer, gravide di un sano erotismo sonoro.
Ogni amante che voglia definirsi tale dovrebbe possedere un briciolo dell'inventiva di Malheiros quanto ai continui cambiamenti di ritmo.

Napoli in fondo ha la struttura del grande paese. Si finisce che tutti sanno di tutti, è difficile conoscere una persona nuova che non conosca a sua volta qualcuno che hai incrociato.
Questa è una delle mie ossessioni. Non tollero l'idea di entrare in contatto con chi è stato “sporcato” da facce che magari ho fatto di tutto per rimuovere. Non mi rassicura entrare in un giro: semmai mi deprime. Mi piace tagliare ponti. Mi piace sapere ben poco. Quello che è necessario. Trovo disturbante l'eccesso di familiarità. Trovo ridicolo sperare di essere annessi in qualche circolo di brava gente. Ho la natura di un oscuro scommettitore e stringo difficilmente amicizia. Sono molto più a mio agio nelle passioni che non nelle amicizie. Non ho la pazienza necessaria per accettare le stronzate basculanti dei rapporti insicuri. Tallonarmi equivale a perdermi.

Nei luoghi chiusi, e qualche volta all'aperto, percepisco sempre gli odori intimi delle donne. Sono odori che mi riportano a casa, sono lampi che mi sono necessari per sopravvivere. Non ricordo donne che io non abbia in qualche modo annusato. Accade ancora, sempre, è come un primo esame. È la musica della pelle.
L'odore mi racconta molto di più delle parole. Il più delle volte, dopo l'inebriamento iniziale, capisco che scoprirei distanze, differenze, conflitti. Altri odori permangono e sono uno stimolo continuo, soprattutto se non rilasciati con un vero contatto. È qualcosa di prossimo all'amore il non conoscersi affatto. Anche il non conoscersi mai. Però gli odori sono fondamentali. Le donne di carta non esistono. La donna non è astrazione, è carne. Gli uomini che fanno troppa poesia sulle donne hanno sessi non competitivi o nascondono una latenza omosessuale che in realtà dovrebbe essere veloce certezza. Per non parlare dei mammoni e degli inibiti, che continuano a rompere il cazzo con la loro diuturna necessità di poetare sull'aria fritta.

Ascolto “101 Eastbound” dei Fourplay, con la dominazione bassistica di Nathan East. Il tempo è nuvoloso. Fuori la mia porta, sulle scale del Petraio, c'è una turista giapponese in minigonna. La trovo piuttosto erotica. Vince in me un retropensiero osceno, ma non approccio, anche se capisco che vorrebbe chiedermi informazioni. Potrei risponderle meglio in francese. Ma non le risponderò. E poi può darsi che sia solo attratta dai Fourplay, abbastanza ruffiani e piacevoli per le orecchie di chiunque.

La mia nota da ciarlatano è quasi terminata.
Tra qualche istante sparirò sotto la doccia. Mi piace questo esercizio mattinale di scrittura, il libero fluire, la non necessità della narrazione, la coscienza copiativa, una qualche libertà espressiva.
Per sua conformazione, per scelta operativa, questo blog ama parlare di niente. Le vite e le azioni straordinarie non mi hanno mai particolarmente attratto. Mi auguro solo che la maggior parte del tempo sia come una ballata blu elettrico, sotto la pioggia, fiero, vivo.
Differente e armonioso nei grandi limiti.

22/08/13

Approdi senza mai girarsi


Quando avrai il mio cazzo nella bocca non potrai più pigolare”
Braquo, stagione due, episodio tre

Ho incontrato molti snob nella mia vita.
Certamente, le persone più ignoranti che mi è capitato di conoscere.
L'assioma è dimostrato, lo snobismo è ignoranza.
Più erano snob e chiusi, più me li toglievo dai coglioni velocemente.

Amo molto Olivier Marchal, i suoi film, le sue serie poliziesche. Sono durissime, senza speranza, e nessun personaggio è risparmiato da da un'aura di malvagità, corruzione e tendenza all'autodistruzione. Marchal è un ex sbirro, la cosa si percepisce chiaramente nelle sue trame e nelle sue narrazioni. Non c'è nessuno che possa dirsi al sicuro, soprattutto sulla lunga distanza.
Non c'è nessuno che possa proclamarsi coerente.
In Braquo ho amato tanto lo sconsiderato e impulsivo Theo Vachewski (il molto promettente e dewaeriano Nicolas Duvauchelle) quanto l'enigmatico e sinistro Werner Blitch (l'ottimo Martial Bezot). Ogni personaggio ha una sua perdizione, un punto d'arresto nel privato, lontano o in corso, ma comunque invalidante, distruttivo.
A me piacciono gli sbirri. Molto. Ancora di più se umani al punto da non essere adamantini, meglio ancora se avvezzi a metodi non ortodossi, avverto il fascino della violenza trattenuta, dell'ultima spiaggia diventata lavoro. Marchal è bravissimo nel tratteggiare personaggi in bilico tra bene e male, con attrazione più marcata verso il secondo.
Il frasario e i dialoghi, nelle cose di Marchal, sono laidi, violenti in modo apparentemente gratuito. Ma non è così. Si arriva a quel punto. Si rompono gli argini. Io li ho sfondati da anni, gli argini. Sono stato giudicato eccessivo, intemperante, poco paziente e anche poco umano. La questione è per me di nullo interesse.
Se sono arrivato su certe rive, un motivo ci sarà. Se parlo senza girare intorno alla collera ci sarà un perché. Se taglio continuamente, cercando di non voltarmi indietro, c'è una valida spiegazione, che per inciso non sono tenuto a dare.
Chi esce dal seminato diventa persona non grata. Ma è un meccanismo che ha una sua chirurgica reciprocità.
I personaggi di Braquo sembrano affrontare la vita senza progetti a lunga gittata, catapultati nel caos e nel lerciume senza troppe possibilità di incidere o modificare, li amo anche per questo.
Un pompino è solo un pompino, una stronza viene qualificata come tale, la feccia tale rimane e non c'è rigurgito di salvezza.
In questo senso, se proprio vogliamo trovare un abito scuro e contestabile, Braquo non è certo progressista. Ma è un polar in cui l'elemento noir vince, tracima, devasta e non solletica la pigra bontà del pensiero opportuno.
Marchal non tralascia nemmeno la potenza della vendetta, ne sono prova gli Invisibili della seconda serie, capitanati dal carismatico colonnello Dantin. Vendicano, sparano, uccidono, chiudono cicli del passato nel modo peggiore, diretto e fantasma.
Per me è molto facile l'identificazione e la comprensione. I conti in sospeso sono tanti anche per me e non ho dimenticato. Per mia natura, finisco per bruciare nella notte e perdere il nome, finisco per eleggere le boe a case e radere al suolo gli approdi. Fa parte del caos. Fa parte di questi anni che avrebbero dovuto essere più tranquilli e più composti.

Lo snobismo rientra nella mia vita sotto varie forme di riprovazione silenziosa, appena accennata, spesso in un disappunto in punta di culetto vergognoso.
Me ne strafotto di non sembrare di sinistra. È decisamente un problema più degli interlocutori che mio. Non sono per la carità, per il recupero, per le seconde possibilità, essere gentili non significa non saper essere spietati all'occasione.
Dio mi ha tradito e un giorno lo ucciderò”, dice Daniel Auteuil in un film davvero cupissimo, “MR 73”, ci sono anche queste storie, non tutto è ripescabile, non tutto è rivedibile e revisionabile, esistono tradimenti che sono stati orditi apposta per non essere dimenticati.
Non è vero che si può amare chi non è al nostro fianco. Le scelte si pagano, i silenzi diventano facilmente fortezze deserte, tornare è solo deserto e vita che si assottiglia. Si rischia di morire in cammino verso un'indecisione colossale.
Non bisogna concedere chance a chi è lontano per sua scelta. Non bisogna amare chi ha consumato la fede nella paura ed è scomparso. E non esiste solidarietà e amicizia per chi non è altro che una mera casualità, collega, vicino di casa, amico di amici, parente impolverato, mancata amante o annoiata tessitrice di sensazioni.

Ho trascorso la giornata a petto nudo, mangiando, fumando, tentando inutilmente di dormire. Mi sono lavato a tappe e non ho risposto al telefono.
Quando sto così, mi capita di voler ascoltare quei due-tre brani dei La Crus che sento rappresentarmi al meglio. Questi sono giorni per i La Crus, Morphine, Barry Adamson e Richard Hawley.
Non mi sento in colpa per non conoscere la speranza e i suoi ricatti.
Giornata solitaria. Volutamente solitaria. Dura e senza lacrime.

Luca De Pasquale, 22 agosto 2013

21/08/13

Cicatrice, stella, uomo


Chiedo la pioggia, ma la pioggia non arriva. Metà corpo è nel buio, ma il piede sinistro è in acqua nuova. Scorpione con coda alla luce e corpo nascosto. Ogni giorno non so, non posso prevedere, quale parte prevarrà, che dannato messaggio verrà fuori, quanto lavoro dovrò affrontare per sentirmi umano.
Farsi stringere è come tornare agli inizi, con le cicatrici stese senza vergogna sulla parte più fredda del letto.
Hai bisogno di compagnia?”
No. Le tue cosce dietro al collo non le voglio, chi cazzo ti conosce.
Hai bisogno di compagnia?”
La sera mi piace stare da solo. La sera studio. La sera scrivo. La sera sono fatti miei.
Hai bisogno di compagnia?”
Conferme sessuali? No comment. Un po' di tempo per non farci del male ulteriore? No comment. Esibizione di sensualità? No comment.

Come legno invecchiato nella cantina di una casa al mare.
Con i polsi bagnati in vino bianco frizzante.
Con l'attenzione di ogni gesto sessuale come diagonale di luce tra due corpi sorpresi.
Come musica che esonda ed esagera, come sbavatura di fede residuale, come condanna aggiornata alle nuove stanze, come assurdo prolungamento della propria vita.
Con il sapore di chi è a metà vita e qualcosa di più. Di certo.
Un tempo era bello sedurre farfalle di carta, si usavano le parole e le maledizioni, tatuate sotto gli occhi, un tempo era bello aggiungere il sesso più caldo al balcone a festa che precipitava felice verso l'inferno.
Un tempo era bello sussurrare “sono fottuto, amami” e poi entrare dentro, con disperazione, con quella totalità di respiri impossibili che è l'utopia della garanzia d'amore eterno.
Un tempo mi piaceva da morire sedurre donne che pensavo sarebbero piaciute a mio padre. Ho avuto bisogno delle avventure con una violenza seria, sobria e motivata; volevo pagare in tempo reale la mia finitezza e l'arroganza di voler essere amato.
Ho amato meno di quanto avrei voluto.
Sono stato amato più volte con un decalogo di aspettative stampato al muro. E questo non è bene.
Spero con tutto me stesso che i miei ultimi gesti, quando sarò costretto a guardarli come tali, siano di amore e non di rinuncia. Non mi immagino anziano. Ho un rifiuto dell'invecchiamento, voglio brillare prima, voglio essere la notte migliore tra le braccia di un oltraggio alla morte. Prima di pagare pegno.
L'estremo romanticismo mi ha giocato brutti tiri, ho pagato tutto, a testa alta, ho pagato e ho imparato, ora sono l'armonia di una grande cicatrice che canta di notte e per la notte, che accoglie senza la banalità della vendetta, che si consuma senza la presunzione della poesia e dell'unicità.
Sono un uomo assolutamente normale. Che nella magia ha trovato l'inferno e nei nascondigli il linguaggio della continuazione e del respiro.
Sono una stella anticipata dalle scie, seguita dal silenzio, disposta al riposo solo nella certezza delle fiamme.
Sono un uomo.

Luca De Pasquale, 21 agosto 2013

20/08/13

Why are you leaving?


Al telefono Antonio mi dice che ha voglia di farselo leccare.
Non vedo come questa informazione possa ritornarmi utile in qualche modo. Sarà davvero un bel po' che Antonio non lo appoggia. Ormai avrà più sperma che sangue, dentro. I giochi di mano, in situazioni così compromesse, non tamponano che poco, anzi peggiorano le cose. Antonio sta corteggiando una farmacista e vorrebbe insaponarsela. La vedo davvero dura. Antonio non ha molta confidenza con la vagina, ed è quasi allo stesso livello per quanto concerne la sua sessualità. Credo che nessuna donna sotto di lui sia arrivata al climax. Non penso ne sia capace. Non me lo figuro capace di resistere alle accelerazioni, all'attrito che aumenta man mano che ci si spinge dentro, penso sia un emotivo e un mezzo guardone, riuscirà a trattenersi ben poco.
E comunque non mi riguarda; non so bene cosa consigliargli, perché sono certo che se trovasse una donna la userebbe solo come sfogo. E quella disgraziata non godrebbe. Che è la negazione stessa dell'idea del sesso.
Ti ci devi mettere una notte intera, e con impegno, Antonio caro. Spegni le luci, non pensare a te e alle tue necessità, non pensare alla rabbia e alle delusioni, cerca di diventare uno strumento, un mezzo, perché mai e poi mai sarai il fine di una donna. E non ti masturbare prima, nell'illusione di poter durare di più. Ti sfianchi solamente, è ridicolo, è un cattivo consiglio.
Mentre lui parla io fumo e mi guardo attorno. Il pavimento è un'esposizione di fiori recisi diventati abitudini, la sera fuori non conosce il mio nome e io non glielo suggerirò.

Quando chiudo con lui sono in evidente controtempo con la mia anima dilatata, spiaggiata come un cetaceo arpionato e impotente, gigantesco e forse non più misterioso. Musica e parole come parati nel circo chiuso, scenografia in umido, sarcofaghi color arcobaleno gravidi di collera e senso del rischio come unica risoluzione. Le pillole di solitudine sul comodino, la cura quando non ne posso più del rumore e del motore di me stesso, di questa strategia continua e troppo intellettuale, fatta di generali senza arti ma arguti e orgogliosi, di soldati rotti a tutto e abili a dimenticare madri e amanti.
Filtra da fuori la luce irreale della notte mescolata all'illuminazione stradale, non si sente una sola voce, devo solo stendermi sul segmento porpora del riposo improbabile ed evitare di pregare per la pace, non allertare i vigilantes dei fantasmi, rassicurare chi di dovere che è inutile annunciarsi alla porta, ci sarà un trattamento uguale e cortese per tutti. Anche se dietro certi sguardi c'è la fine.
Cercheremo di guadagnarci la musica per il prosieguo. Costerà un bel po' ma lo faremo. Chiudo gli occhi. Ho caldo sul petto e freddo alle gambe, sono insofferente alle lenzuola ma ho bisogno di un sudario corto e crudele.

Alle quattro e qualche minuto del mattino già non dormo più.
Ripenso alla grottesca telefonata con Antonio e mi viene da ridere. Questioni di cazzo spacciate per urgenze del vivere. Sorrido nel buio e cerco le sigarette, le mie perpetue puttane, le puttane che non mi chiedono niente, le puttane fedeli e di breve, ripetuta durata. Accendo, respiro, mi fermo. La notte adesso è un vecchio idolo del passato, mummificato, che mi chiede la verità e che mi consiglia di andare fino in fondo, a qualsiasi prezzo. Con un cuore per metà sipario e per metà comparsa, decido di ascoltarlo, di seguire il suo invito ad addentrarmi senza starci troppo a ragionare.
Se qualcuno mi darà fastidio gli sguinzaglierò dietro i miei fantasmi. Sono numerosi e non si ritirano mai alla base senza aver concluso con successo una missione.
La sigaretta è buona e ferma alla dogana del sonno ricordi e cattive idee. Vecchia adorata puttana che protegge e condanna a lungo termine, minuscola brace di resistenza in panorami troppo larghi e troppo impegnativi.
Ritrovo il sonno alle sei. Cedo con piacere e senza riserve. Mi hanno detto che stasera pioverà, lo spero.

In un punto preciso della vita di ognuno di noi c'è il modo e il tempo di ricordare, accorgersi di quel che è accaduto, di come si è vissuto, di dimenticare e anche di raccontarsi.
Io stilavo bilanci anche a diciassette anni, ma erano bilanci diversi. Lì c'era una brevissima percorrenza e, soprattutto, molte inutili chiacchiere in meno.
Personalmente, sono sufficientemente saturo di rapporti inutili. Gli amarcord sono dannosi e hanno anche poco peso intellettuale.
Malattie, funerali, matrimoni, separazioni, degenze, crisi occupazionali sono i migliori sponsor dell'inevitabile merda che, bene o male, custodiamo dentro. Per fortuna la vita mi ha permesso di capire prima del tempo che non c'è un granché da aspettarsi dal prossimo. Non ci ho mai creduto e gli umanisti al dentifricio mi creano noia e veloce assuefazione. Lo spessore umano e interiore di chi si pensava e dichiarava “sorrettore di buone coscienze” è meno corposo di un imene sfondato. Questa è una delle ridicolaggini più comuni; come quelli che pensano di poter perdonare, prima o poi, chi ha deciso di non perdonarli mai.
Non mi piace essere corteggiato. Non mi piace essere allisciato. Aborro i manifesti affettivi e sessuali. Sono fottutamente ombroso e non ho preso l'elenco delle cliniche dove poter smaltire certi residui di pece. Se una persona è squallida, non la salverà il sesso, la gentilezza, l'ipocrisia, il chiedere continue conferme circa il saper stare al mondo.
Chi ha giocato male grandi occasioni deve solo nascondersi e rifiorire in altre forme. Io risorgo un po' ovunque, ma mai negli stessi luoghi. E quanto al figliol prodigo, è un ruolo da marchettaro che non mi si addice.
C'è gente pronta a spompinare qualsiasi cosa o essere faciliti la strada, è un tributo alle semplificazioni che non mi appartiene e mi fa vomitare.
Strada solitaria, strada inevitabilmente in salita.
Non ossequio nessuno io. Mai fatto. E coerenza: non mi farei mai ossequiare.
Io agli imbarazzati “bentornato in famiglia” rispondo con una scrollata di spalle o, nel peggiore dei casi, con un foglio di via.
Sarà facile riaccogliere il figliol prodigo nei marosi, con il culetto coperto e schermato; sempre meno facile che riaccendere il rancore, pensando fieramente a se stessi e alla propria indimostrata distinzione umana.

Rifiutarsi è una brutta notte.
Dimenticarsi, un risveglio senza elettricità e senza fotografie.
Essere violenti e respingenti ha fatto intanto il suo tempo. Non lascia alcun retrogusto, è la perdita definitiva di se stessi. È un triste suicidio senza giustificazioni.
L'unica è trovare gli angoli dei sogni, cercare di farli combaciare ancora, con persuasione, con energia, è volare al di sopra delle nostre infinite morti in vita e comporre un nuovo angelo di acqua e di vento.
È cercare di padroneggiare la musica prima che il tempo finisca.
Tanto saranno i baci trattenuti a scegliere ora e luogo dell'agguato, e tu non lo saprai mai in tempo.

Luca De Pasquale, 20 agosto 2013