28/07/13

Igrofilia e politiche del deretano


Stamattina uno dei miei vicini, un separato dall'aria dimessa, deve essersi fatto un lungo giro su siti porno. Ho sentito diversi linguaggi e tutti i gemiti d'ordinanza. Deve aver lavorato di mano, estinguendo il tutto in un panno carta, o alla buona, magari scappando in bagno. Sono giorni che me lo studio. Ha tutte le stimmate del separato che è al centro del proprio inferno. Beve appena cala la sera, passa intere giornate a guardare la televisione o a telefonare ad amici e conoscenti per cercare un uditorio comprensivo. Qualche giorno fa ha ricevuto una donna a cena. Mi sono augurato che la serata si concludesse con una granata di sesso, sperma ed ottimismo, invece la donna è andata via dopo poco più di un'ora, ringraziando per la pizza. Evidentemente, una semplice amica.
D'altronde, chiavare in certe fasi non serve assolutamente a nulla; è solo ginnastica, e se sei intelligente un minimo anche per l'ego è solo solletico. Quest'uomo sta conoscendo un inferno noto e complicato, è nella fase della mosca sotto il bicchiere; vorrebbe pisciare addosso a molti, riscattarsi, elevarsi, dimenticare, ma certi giochi sono duri da dismettere.
Viviamo in questi bugigattoli d'umidità e muffa, addobbati e preparati per uomini soli, e chi cazzo se ne frega se siamo mai stati Re o semplici paggi. Lui quando esce e chiude la porta della tana ha l'aria mesta, neanche tragica; quando esco io, sono uno che chiude e non è sicuro di tornare, magari fischietto pure, rilassato, ma chissà se tornerò, e come. Queste case possedute dalla muffa e dal tanfo di umidità permanente non si prestano ad aprirsi in un'accoglienza gentile e speranzosa.
Sono case di reduci. Sono case di soldati tornati dalla guerra con qualche pezzo in meno. Sono case per vermi della notte, in queste scatole sai che non potrai comportarti da leone, ma solo aspettare che la bocca amara riscopra la fame.
Sono case per persone che se la passano male, ma sono allo stesso tempo edifici di dignità e ristrutturazione interiore. Vorrei dire al mio vicino che la tempesta di rabbia passerà, il tempo diventerà alterno e spesso inaffidabile, qualche sogno ritrova sempre la strada di casa, anche strisciando e senz'acqua.
Fa caldo. Troppo caldo. Lui guarda un canale sportivo, la sega lo avrà spossato, io mi sento un killer. Sdraiato sul letto, con le mani sulla pancia e un libro richiuso subito, immagino un uomo che in questa domenica di niente prende, esce, va in chiesa, entra in un confessionale e si spara in bocca. Fantasie macabre, molto realistiche.
La verità è che quando tutto ti sembra lontano, superato, e il quotidiano ti appare come la ripetizione di scene smorte, senza onda né cresta, il pensiero di fare scempio del tanto menzionato “regalo” ti viene.
È una questione di lucidità e consapevolezza. Ci sono stati molti momenti difficili, diluiti negli anni, e tutte le volte io ho scelto di non avere paura di quel pensiero che crea tanto raccapriccio. È un pensiero freddo, privo di pathos. Come un'analisi di sistema, un'addizione o una sottrazione. Non c'è molto da agitarsi.
Se hai un minimo di palle e fegato è meglio interrogarsi; la risposta può essere molto interessante, e cioè riprendere con maggior vigore, non rinunciare. C'è troppa gente che riesce a cacarsi sotto anche solo delle parole.

Esco dalla mia tana per fumare in scorcio marino; anche lui è fuori, per lo stesso motivo. Ci sorridiamo. Fuori dal guano per fumare in faccia a Dio. Tutti e due con una mano in tasca.
Fuori dai nostri metri quadrati da post condanna, fuori dall'umidità e dal volteggio silenzioso di vecchie ruggini. Distanziati dai tavoli autoptici dell'altrui comprensione, in rivolta contro armadi piccoli, frigoriferi più bassi di un bambino, specchi da bagno asimmetrici e luci fioche.
Lui riceve una telefonata. Capisco che è la figlia. Dunque ha una figlia. Getta la sigaretta e torna dentro. Io resto fuori. Turisti abbrustoliti e ciarlanti risalgono le scale, qualcuno mi saluta pure.
Il cielo è ora una carogna dalla cui bocca pende un colore da cartolina che mi fa vomitare. Mi sento una discreta puttana e va tutto bene. Le energie vanno e vengono, ma il flusso è incoraggiante. E anche il marchese della creatività è tornato, imbrattando tutto, ma anche colorando.
In questi appartamenti da pidocchi o vivi e rischi ogni giorno, ogni minuto, oppure tanto vale dare un po' da piangere a qualcuno. La prima soluzione ha tutt'altra caratura, dunque la perseguo. Non sono preoccupato per il mio vicino, come non lo sono stato per me stesso.
In fondo, la fortuna è una troia sempre lubrificata, prima o poi te la fai anche tu, devi solo cercare di non venire dopo tre botte dentro, perché allora la colpa è solo tua.
Tra qualche ora social network e mail avranno l'aspetto tipico del fine week end, foto di mare, di corpi caldi, di sorrisi e bambini, di fidanzati, di barche, di sole e stabilimenti. A me il mare piace poco, ma toccherà anche a me. Devo solo ricordare di non fumare mentre mi faccio il bagno, e di non tenere il pacchetto di sigarette nella tasca del costume culotte, altrimenti spugno tutto.
Ma metterò il culo in acqua anche io. Con un bel libro leggero sotto l'ombrellone, che so, Ibsen. Terrò in esercizio la mente con cruciverba immaginari, e la mattina cercherò di fare flessioni solo sul prepuzio, per rafforzarlo.
Magari imparo a vendere cocco sulle spiagge. In fondo, mi hanno detto per anni che sono un salesman. Quindi posso vendere anche il cocco, la penna, e se mi gira anche il culo, ma dichiarandolo, alla luce del sole.
Perché dare via il culo al buio è grottesco, non puoi fare mercimonio di roba poco luminosa dove non si vede niente.
Non mi porto nemmeno i braccioli; chiederò alle signore come devo muovermi, quando riesco a sorridere le donne sono davvero molto gentili con me.

27/07/13

Attraverso la religione dei frantumi


Dio mi ha voltato le spalle”
Louis Schneider

Mentre mi avvio al bar c'è una donna che nota la mia presenza per strada; io mi sono accorto di lei, ma non mi incuriosisce affatto. La bionda sculetta, si soffia, fa scena, ancheggia, poi scompare nella striscia di calore del primo mattino. Scene che sembrano provenire da un sogno fiacco, procedo, ricordandomi una volta di più che fumare a digiuno ormai è pazzia.

Mentre aspetto caffè e cornetti non voglio guardare in faccia il barista e il cassiere. Hanno espressioni ottuse e non tradiscono nessuna storia interessante, nessun tormento che valga la pena essere intercettato. Ci sono giorni in cui sono un lamento funebre, altri in cui sono uno stronzo senza morale, alcuni in cui mi difendo da me stesso, qualcuno in cui gioco alla bontà di rimando. Oggi non saprei connotarmi, sul fiordo prima, finalmente, di morire o nel sole a ridere della polvere e dei baci.
Mi sono tirato i capelli indietro nell'illusione sonnolenta di ripulirmi, c'è un pezzo di Bobo Stenson dallo sterno alla bocca, e che importa che le croci nere di notte diventino dei neon crepitanti.
Nel gioco dell'oca dei sensi di colpa ho sbaragliato le bambine per bene e gli uomini distratti, Dio è solo una lamiera d'afa che accoglie le stolte lamentazioni di una vecchia in vestaglia.
Guardo in alto la vecchia che farfuglia sul balcone, io ho caffè e cornetti in mano e gli occhi socchiusi. Mi aspetto che il suo corpo precipiti e che la sua vita si interrompa. Ma Dio o chi per lui è tra quelle lamiere arroventate e innaffia una speranza malata.
Beccamorto in pagine bianche, amante a strati, microscopico caso di deviazione educata dal corso della monotonia, continuo a camminare, ancora ingolfato dalle luci della notte, dal fiele disciolto nel miele, dalle stupidaggini del mio passato mattatoio, imbevuto di aria e morsi, scriverò ancora e ancora, scriverò e chi vuole legga, e chi vuol intendere fraintenda.
Minareti di sensi di colpa ispezionati dal sesso, miopia feroce verso la grazia e la carità, l'età schiaffata tra le cosce del futuro e delle rielaborazioni, poco più di un cazzo duro in un cunicolo di veleno.

Ma ho dormito sereno.
Le notti di fantasmi torneranno. Tornano sempre.
Le notti di rimproveri bianchi e senza mittente torneranno.
Mi troveranno sveglio e vigile. Attrezzato. Composto. Il tutto per tutto.

Dal barbiere faccio il disinvolto e parlo di musica, film e donne.
Sembro convincente. Loquela e occhiolino. Farsa in blazer spettrale, emissario del niente con i capelli tirati indietro come un fantoccio battagliero.
Guardo il culo di una tardona accalorata, convinco gli astanti ma il mio sguardo in realtà finisce sotto gli chassis delle auto, tra il polistirolo accanto alla spazzatura, dritto nella scarpa rotta di una persona non identificata. Effetti della profondità inutile, esplorazione che non tiene conto della differenza necessaria tra la luce e le rovine.

Dopo il taglio di capelli, mi chiama un tormentatore, ma è lavoro. Mi obera di inutili e cervellotiche informazioni, che comunque non utilizzerò. Mentre gli parlo, mi chiedo quando sarà stata l'ultima volta che ha davvero guardato gli occhi di sua moglie mentre godeva. Che sperpero. Lui insiste, anni di produzione, colore delle copertine, rarità da esibire, eccetera. Da quanti anni sua moglie non godrà, non importa quanto grazie ad un'erezione davvero degna di questo nome?
A volte per godere basta il contesto, l'imprevisto, la forza dello stimolo.
D'accordo, ho capito che vuoi “Una vela nell'azzurro” di Gianluigi Di Franco; splendido pezzo, concordo, d'atmosfera. Ma tu dove cazzo ce l'hai Dio? Nei dischi? Nell'impianto stereo? Dove cazzo è il tuo Dio? Dio per te sono i figli e la loro evoluzione? O l'affetto sbiadito del tuo matrimonio? Per caso hai ritrovato brandelli di Dio nel Movimento 5 Stelle? Pensi ancora all'adulterio, alle tacche sul membro? Un tempo, parte del tuo Dio era tatuato male sulle vicende del cazzo. E ora? Insomma, ti sto chiedendo se credi in qualcosa di nuovo. O se ti illudi di conservare un Dio personale a bagnomaria, tra la pigrizia, la resa diluita e lo sforzo del bene.
Mi auguro che tu un Dio ce l'abbia. Se sai come riconoscerlo ancora nei tuoi respiri, declina pure in pace. Il pianto dei tuoi congiunti avrà un senso, la terra ha sempre bisogno di lacrime.

La definizione “vecchia fiamma” non ha per me alcun significato. Una fiamma non può essere vecchia, o comunque invecchiare.
Se è “vecchia fiamma”, allora era solo un incendio sulla spiaggia. Scenografia. Vecchie lettere in cenere, simbolismo a lingua alta, ma non fiamma.

Dopo pranzo mi arriva un sms.
Testo: “Luca, ciao come stai?”
Una persona che non sento da mesi e mesi. Pensi di risolverla così?
Fottiti.
Le persone si devono regalare voce e occhi, non stronzate. Senza crudeltà, garbatamente, dunque, fottiti.

Ora che l'esercito dei martiri è stato sistemato, intanto, e le lacrimucce responsabili hanno irrorato il culo plebeo della vanità frustrata, hanno ringalluzzito l'ego ricchionesco del movimentatore di turno, c'è pace in giro?
Poveri martiri che si immolano. Poveri lavoratori calpestati, con la pretesa di urlare per i propri bisogni fingendo che siano collettivi.
Poverini tutti, poverini quelli che piangendo di più hanno limitato il danno a qualche ansiolitico. Poverini quelli che hanno effettuato duecentocinquanta telefonate per non perdere una sola chance di evitare i margini.
I margini fanno paura. Più si è mediocri, più fanno paura. Sono estremamente commosso dallo spessore che ho palpato. Meglio che farsi un giro su un culo giovane in un autobus affollato.
Certi uomini sono cani in cerca di padrone; certi cani randagi hanno dentro, invece, la poesia di una scelta. Tanti auguri di prosperità e di un aruspice anno nuovo, come scrisse uno zio fantasioso a mio padre, tanti anni fa.

Qualche ora dopo, la vecchia si lamenta ancora ma è viva. Dio è un reticolo efficace su quel balcone, evita la tragedia.
Fumando, lo sguardo perso tra l'autostrada e la notte, mi viene da mormorarmi che le mancanze sono malattie vere e proprie. E che i sensi di colpa sono seri e pericolosi fiori del male. La notte sta scendendo, accompagnata dalla gentilezza, è un fascio di proiettori impolverati, è un bacio blu fatto a pezzi, è una nostalgia in sordina, è un'irriverenza da fachiro, sul lungomare nudi con il cuore in vista e il vento in bocca.
Il disinganno non è più servito a cena. Ci si fa del male con la musica e si guarisce con il ricordo della stessa, nota più, nota meno.

La vita a volte è incontrare una sconosciuta con una giacca nera e avere entrambi sguardi così tristi da non saper più misurare le distanze e poi nuotare. La vita a volte è un parente che si è fatto fottere a carte e ha perso diritto alla famiglia.
La vita è il musicista che viene pagato per accompagnare una stella, e che guarda al suo stesso mondo come un orpello ridicolo e un orgoglio, a seconda del risveglio. La vita è l'ancestrale profondità dello strumento che concedendoti tregua ti solca, ti dilania, scava e nella corteccia insidia il magone del giorno seguente.
Ma la vita è anche imboccare altre strade, con un ventaglio di rughe e l'estenuazione educata al rispetto, al coraggio dello sviluppo, alla conservazione del residuo e al tuffo senza protezione. La vita è un copione che non contempla viltà prolungate, a costo di essere sporchi, incauti, malcapitati, non grati, grotteschi nella difesa, ambigui, osceni, eversivi, perversi.
La vita è anche la telefonata impaziente di quello di prima, che mi chiede sviluppi impossibili data l'ora, e la domanda ritorna da dov'era nata.
Dove cazzo lasci vivere il tuo Dio? Dove ti lascia vivere lui?
Il mio, quando lo sento nello schiena e nella stanchezza, è un signore discreto che raccoglie tramonti e sensazioni destinate a non durare, e che in cambio della continuazione non mi chiede gratitudine e ortodossia, solo il rispetto del destino e la verità del non ritrarre la mano in stato di malattia.

Luca De Pasquale, 27 luglio 2013

24/07/13

Trattenere


Mi rado alle sei e mezza del mattino. C'è un silenzio spettacolare, totale. Con gesti lenti, insieme alla musica dei Chicago in camera, mi pulisco la faccia da una sofferenza evidente.
I peli cadono, la pelle spunta bianca, il mattino fuori contiene già l'assurdità dell'afa e del caldo che seguiranno.
Non ho niente da dichiarare al giorno che mi invaderà, nonostante tutto. Le parole sono rimaste nei telefoni che ho sostituito o si sono rotti; gli appunti sono sparpagliati in quaderni e fogli volanti, liste di prima necessità mescolate a contrabbassisti, folgorazioni notturne, traduzioni dal francese, nonsense di passaggio, eredità già sradicate.
Non può esistere alcuna formula da “caro diario”, il caro diario sono io stesso, i messaggi girano e vibrano nel mio sangue, terminano con l'aria e la respirazione della consapevolezza è ora difficoltosa, ora esagitata, tante volte ritmica e calda come il jazz.
Mentre mi rado conservo la memoria di svogliate partite a carte fino a notte alta, fumando continuamente; o lo stupore di vedersi negli occhi di qualcun altro con elementi irriconoscibili, come ti muovi e come ti giri sei solo un dannato equivoco ambulante.

E non puoi fare a meno, tutte le volte che una donna ti vuole, non si sa per quanto e non fino a che punto, di chiederti perché, e di ostinarti a registrarti con la tua sola visuale, la tua sola sensibilità a ciò che già conosci e svisceri.
Metto piede fuori di casa. Trabocco di bossanova andata a male e di appuntamenti saltati ancor prima di essere proposti. Studio chi mi guarda e chi guardo io, studio e non voglio dare continuità, gli orari della giornata sono fasce di comportamento, le gentilezze sono gesti isolati e i miei deodoranti durano invariabilmente sette ore e mezza prima di diventare rifiuto.
Mi sembra di avere nello stomaco un esercito di dissennati che giocano alla guerra, non trattengo niente, è come se il mio corpo avesse deciso di giocare l'ultima volta alla guerra, tentando di digerire ogni cosa con un attacco frontale e poco organizzato.
Incontro una donna che se la passa male con le svolte del cuore e delle voglie. Nonostante il dolore e le maschere di lacrime delle notti invernali, gronda ancora di un amore ingiustificabile. La cosa mi mette in imbarazzo e mi fa pensare che certe pagine vanno stracciate, divorate, vomitate sugli spalti dei teatri tristi, ossidati da regole e canovacci, popolati da spettri che applaudono.
Lei prova a raccontarmi del suo dolore in salsa adulta e dignitosa, ma è come se dei vermi bianchi mi circondassero mentre sono nudo a dormire sulla sabbia. Come è flebile affidarsi alla parola, come è fragile la nostra resistenza nell'insensatezza di una stagione calda. Ho la gola piena di neve e sono condannato a scioglierla in pubblico, ho le mani della febbre e devo industriarmi perché si muovano nell'apparenza della salute.
Guardo a terra, la sigaretta si esaurisce tra le labbra, l'orologio mi sospinge ad altri movimenti, la lascio lì dov'è, mi piacerebbe rendere giustizia al suo stoicismo, dimostrarle che ho capito, che io queste cose le capisco quasi sempre.

Anche il dolore può diventare forma di commercio. Ne sono certo.
C'è una scala per arrivare sulla luna, sistemarsi per bene e cominciare a regalare un ordinato e ben esposto dolore alle persone che vorranno recepirlo.
In questa putrida giornata d'estate la bossanova continua a squamarmi addosso, gigolò da pochi spiccioli, stomaco fatta persona e sorvegliante mal pagato.
Mi intrufolerò nel primo funerale e lancerò fiori di campo; salirò nell'auto di una sconosciuta e cercherò di baciarla. Ed entrerò in case invecchiate, a recitare la commedia del parente dimenticato; rifiuterò sistematicamente ogni compromesso che significhi allungare un dubbio oltre il mattino seguente. Dirò agli albergatori che non m'importa delle lenzuola sporche; dirò che non è il caso a chi mi proporrà un perdono gratuito. E spingerò nelle braccia di chi intendo proteggere quell'amore laterale e oscuro che guardo a vista e sul quale pure conservo un certo potere.
E infine, non risponderò mai male a chi mi segnalerà la bellezza della luce del sole, anche se vagabondare nella morte di quella stessa luce è la musica che preferisco e che mi renderà vero omaggio quando non avrò più parole.

LdP, 24 luglio 2013

22/07/13

Lacerazioni


Sono stato in alcuni residence.
Tutti erano accomunati da un dignitoso senso di malinconia e disfacimento, nonché di precarietà indistinta.
Arrivavo con una borsa da viaggio piccola e con le cerniere saltate, le mie camicie gusto nicotina, i jeans del lavoro e la sigaretta in bocca. C'era puntualmente qualcuno che mi ricordava il divieto di fumare.
C'era puntualmente qualcuno che mi chiedeva se fossi uno studente fuorisede. Ma studente un cazzo. Questo è uno dei lati negativi del dimostrare meno anni. Fuorisede dal mondo, quello sì, con piacere.
Di notte non riuscivo a dormire. Pensieri contraddittori mi tenevano sveglio; incredulità, determinazione, fastidio, voglia di sparire, rivalse generiche, atti inconsulti, ricordi attaccati dalle tarme.
Fumavo lo stesso in camera, non me ne fregava una mazza. Facevo scomparire le cicche nel cesso, non prima di averle avvolte nella carta igienica per farle affondare prima.
Quasi sempre, nelle camere attigue si fotteva; di buona lena, con spirito carbonaro, coppie clandestine, coppie condannate, coppie fragili.
Ricordo come se fosse adesso lo sciocco deliquio logorroico di un uomo che stava ricevendo una -evidentemente- magica fellatio in ghingheri.
Mi addormentavo solo alle prime luci dell'alba, stanco, indeciso, ovviamente in fuga, atonale, mistificato, compresso. Mi addormentavo sapendo che di lì a poche ore avrei dovuto fare presenza nel merdaio, simulando serenità, perché non sia mai detto che la banalità altrui si appropri del tuo dolore, facendone scempio.
La mattina, quando uscivo dalla stanza, mi accorgevo che non tutti avevano chiavato, che c'erano dei separati, degli abbandonati, dei dimenticati, tutti con facce peste di sonno, un po' stempiati, dall'aria vinta e vagamente cinematografica.
Ci incontravamo, in quelle cucine generaliste da bed and breakfast, salutandoci con un impersonale cenno del capo. Uomini come me, da trenta o trentacinque euro a notte, in bolletta da capo a piedi, attorcigliati alla propria dinamica di caduta.
Uomini che, proprio al culmine del rovescio di fortuna, non sono cercati da nessuno. È sempre scomodo e imbarazzante incontrare qualcuno cui le cose stanno girando male; si teme la lamentela prolissa, la disperazione senza rimedio, l'affossamento di ogni altro discorso che non circumnavighi l'epicentro della crisi.
Nel periodo in cui dormivo nei residence, andavo al lavoro con la mia stessa vita appesa alle caviglie, non mi cercava nessuno, o quasi. Non sono mai andato in cerca di pietismi, e della bonomia ufficiosa o ufficiale ancora adesso non so cosa diavolo farmene, però ho imparato tantissime cose sugli uomini, sui miei simili, su chi aspetta che ti riprenderai per darti di nuovo spago, o sugli ottimisti d'accatto che hanno più paura del dolore altrui che del proprio.
Quel periodo per me è stato come andare in galera. Non so chi mi ha accolto con grugniti e indifferenza, chi poi mi ha sodomizzato l'anima fino a cavarne tutta la crudezza che leggete adesso.
In quei giorni cupi, di rondini alla rovescia e vomito riconvertito in energia, ho speso l'ultima primavera della mia pazienza. I laghetti intellettuali sono diventati pietre, la passione è diventata solo un trancio di sesso da svendere o di cui profittare, la sensibilità ha preso le sembianze di una strega accaldata, sempre attiva, ubriaca, pazza.
Ho capito anche che molti concepiscono la sensibilità altrui semplicemente come la capacità di relazionarsi al loro mondo, è tutto qui ed è di una limitatezza sconcertante.
Gli uomini che facevano colazione con me al mattino, si capiva che avevano dovuto affrontare l'inferno di offrire un mondo e vederselo rifiutato; e che loro stessi avevano rispedito al mittente qualcosa, in un processo di inaridimento progressivo, intricato, sabbie mobili e sensi di colpa.
Per un mese ho mangiato pasta scotta e fredda su sedie senza braccioli, con il televisore acceso e le finestre chiuse, e intanto qualcuno mi suggeriva che dovevo uscire (ma da dove?), ricominciare, qualcun altro rovistava tra le frasi fatte, la maggioranza si toglieva qualche sassolino dalla scarpa. Perché l'essere umano è primariamente un vigliacco, e la debolezza dell'altro aizza l'attacco.
Di vigliacchi ne ho conosciuti a frotte. E anche di stronzi. Ora, devo dire che i rovesci di fortuna che pure ho augurato per ognuno di loro, ecco, sono sbiaditi. Semplicemente, sono vite che non mi interessano, e che non rimetterò in gioco nelle linee già carbonizzate della mia.
Per un mese e più, ho sentito persone fottere nelle camere vicine e non ho provato nulla, che si trattasse di eccitazione, invidia o disgusto. Due conigli avrebbero prodotto lo stesso effetto straniante.
Ma se il gatto ha sette vite, allora io ne ho quattordici; perché sono qui a scrivere, certo da un confino, certo da una zona di deserto, ma ci sono e ancora vedo i rivoli di saliva di chi invece non ha mosso un passo dalle proprie ossessioni e dai propri rituali accertati.

Trovo ridicole quelle persone che dicono “per la società io sono solo un numero”.
Ma davvero credi? Che ingenuità.
Io nemmeno un numero, nemmeno quello, per grazia di Dio.
Il vivere civile falsifica i bilanci; sono automaticamente esclusi coloro che hanno fallito più missioni, sono irrecuperabili ed è più opportuno non dichiarare.
Non mi importa prendere un numero. Ho vissuto l'ignominia del lavoro dipendente sotto più bandiere di ignoranza, ho vissuto più storie eppure adesso prenoto spazi e pause per me solo, senza dover spiegare nulla, senza nemmeno la retorica della lacerazione riconoscibile, riconducibile.
Gli effetti collaterali ci sono. Numerosissimi. Giuro.
Ad esempio, la notte deve essere blu e gli asciugamani in bagno sempre e solo pensati per me unicamente; la mia musica è proprietà privata, come parte della mia scrittura non sviscerata qui, e la comparsata scenica di attrici occasionali non è gradita. Come la confidenza fine a se stesso, la somiglianza delle parole, l'effetto notte dell'attrazione obbligatoria.
Si diventa duri, decisi, squadrati come perimetri vuoti adibiti ad esercitazioni, si rinuncia per poco e si combatte solo in presenza di grandi smottamenti interiori. I valori sono cambiati, è un dato di fatto, e se prima eri uomo del tramonto, un po' sfocato, ora sei individuo della notte e padroneggi meglio tutto.
Impari anche, ed è importante, ad evitare il cinismo da mercato delle pulci, l'acidità da impossibilità. Sono davvero brutte e sciocche quelle donne che ti alitano in faccia la loro frustrazione da bene divelto, la loro voce è solo cantilena di delusione, è squallido. Come quelli che si vantano di non amare i bambini, come fosse una conquista dell'intelligenza. Bel modo di proclamarsi autonomi di giudizio, nel greto secco dei propri fallimenti è tutto più facile.
In fondo, l'intransigenza è molto noiosa, e tradisce in continuazione; pacifico che nasconda altri dolori, ma la giustifica non varrà per sempre.
Dopo quei mesi di pasti acrobatici, notti insonni, rimpianti senza domatore, jazz ascoltato supino e con la sigaretta, libri divorati senza metodo, persone e vissuti distanziati, ambizioni recise, normalizzazioni interrotte bruscamente, adesso mi è facile addormentarmi sulla pietra fredda. Salutare una donna senza eccedere in niente. Non prestarmi al tira e molla della vanità. Non assecondare, se non con l'addio, le pretestuose indecisioni altrui.
Non mi costa niente guardarmi allo specchio e identificare la freddezza dello sguardo, non mi costa fatica riflettere su carta, su blog o dal vivo, non mi prende l'afasia se qualcuno si imbarazza per il troppo vuoto crepitante.
Se poi l'impresenza non piace, c'è tanta roba in giro che fa rumore, girano ancora molti film d'amore, zuccherosi e identificativi.
Quelli che si sentono al sicuro, rimboccati e coccolati, rassicurati e complimentati, mi fanno tenerezza. Ogni torre ha un lato, anche un solo piccolo punto, che richiama inavvertitamente il fulmine e la caduta.
Le torri, le vedo da lontano. Ormai sono quel menestrello con la sigaretta e la voce bassa, che niente ti propone e niente esige, sempre curioso delle porte chiuse, sempre meravigliato da quanto poco dura l'interregno tra il sorgere del sole e la visita della notte.

Luca De Pasquale, 22 luglio 2013

21/07/13

La precisione della notte


Nei ricordi di ogni uomo ci sono certe cose che egli non svela a tutti, ma forse soltanto agli amici. Ce ne sono altre che non svelerà neppure agli amici, ma forse solo a sé stesso, e comunque in gran segreto. Ma ve ne sono infine, di quelle che l'uomo ha paura di svelare perfino a sé stesso, e ogni uomo perbene accumula parecchie cose del genere.
Fëdor Dostoevskji – Memorie dal sottosuolo, 1864

Uno dei più bei ricordi di bambino sono i film di Alberto Sordi che guardavo con mio padre; mi piaceva stare accanto a lui. Sapevo che guardava quei film, anche più volte, per la musica di Piero Piccioni più che per il plot e l'attore. La bossa pianistica e il respiro orchestrale di Piccioni mi hanno insegnato ad ascoltare la musica. E sono stato fortunato nell'incappare in un autore che teneva in grande considerazione il sound del basso elettrico. Ricordo ancora nitidamente uno stralcio di “Sono un fenomeno paranormale” con un basso devastante.
Con mio padre vedevamo prevalentemente film italiani, li preferiva nettamente agli stranieri, lui aveva un suo orgoglio tutto italiano. Dopo svariate visioni, capii che tipo di donne piacevano a mio padre. Eleganti, di classe, non bonazze e non volgari, fini, intriganti. In parte, quasi completamente, ho i suoi stessi gusti. Gli piaceva moltissimo Silvana Mangano. Condividevo. Io impazzivo anche per Catherine Spaak, la trovavo tremendamente erotica, mi turbava.
Piero Piccioni mi piace molto ancora oggi. Aveva qualcosa di sognante e di elegantissimo che difficilmente ho ritrovato nei compositori di successive generazioni. Quando guardo un film italiano in bianco e nero penso a mio padre, e mi dico sommessamente, “chissà se lo aveva mai visto”.

Inseguo donne in tailleur bianchi per passare il tempo.
Più rughe le segnano, meglio è per me. Le ragazzotte in buona salute mi disturbano.
Mi piace il trucco leggero, detesto i mascheroni grotteschi, ci sono donne splendide che si rendono vecchie e sfatte con un trucco pesante. No rossetto calcato. No minigonne angolari da concupiscenza continua. L'esibizionismo del corpo continua a deprimermi. Mi attraggono donne con capelli non troppo lunghi e con un'aria leggermente sofferente. Non gradisco acconciature eccentriche, i tatuaggi vanno bene solo come ostensione sessuale, il trucco dark mi svena di noia e l'apparenza palestrata mi indigna. Sono di gusti difficili. Impazzisco per dettagli che mi sorprendano in positivo; un lieve strabismo, un sorriso largo su bocca piccola, e guai se le mani somigliano a delle salsicce e i piedi sembrano d'uomo.
Di sicuro, essendo un borghese, preferisco un vestito sobrio a un agghindamento troppo alternativo. I pantaloni larghi da pasionaria mi fanno orrore. Troppi ciondoli e collane manco a parlarne. Ballerine vade retro, assolutamente.
I capelli leonini non rientrano nelle mie preferenze. Così come gli occhi troppo grandi e lo sguardo allampanato. Sono un rompicoglioni, consapevole di non essere a mia volta Favino o Rossi Stuart. Ma perseguo lo stesso i miei gusti.
Comunque, i fondamentali sono sguardo, mani e charme. Il resto è più o meno subordinato.

Ė stato un anno di costanti vedette notturne. Considero l'estate come uno spartiacque insignificante. Si suda e si parla troppo per i miei gusti. Di quest'anno conservo tutto quello che non ho rivendicato. Tanto materiale per molto silenzio. Avrei davvero molto da ridire e mi piacerebbe affrontare una ad una le diverse persone che mi hanno deluso o ulteriormente convinto che le seconde opportunità non vanno mai concesse. Ne ho per molti, non ci andrei giù leggero. Sono particolarmente vendicativo, anche dopo anni, e quando chiudo devo sancire la cosa in modo inconfutabile. Una delle mie fissazioni è che nessuno possa definirsi insostituibile; nessuno. L'ho scritto più volte. In più, non amo le persone permalose o che grazie a film luce e supposizioni campate in aria inizino a strepitare diritti che non hanno.
Non ho nessun problema, anzi mi vivifica, nel sapere che non c'è nessuna amicizia tra me e alcune persone che sono costretto a incrociare da anni, che alcuni parenti potrebbero anche finire stasera e nemmeno me ne accorgerei, e che quella folle componente femminile che pretende gli incontri ad immagine dei propri desideri mi nausea fino a farmi scomparire.
Dispiace anche per i nevrotici dietrofront di alcune, offese non si sa da quali frasi e quali comportamenti, o assenze, magari. Non sono certo uno che se lo tira, sarebbe penoso e fuori asse. Ma ho il diritto di emozionarmi per chi dico io, non a comando, non per caso, non per necessità. Non si impone la propria presenza a chi chiede tregua e riflessione.
Come sempre e in tutto, richiedo il rispetto dei momenti, e chiaramente lo restituisco. La cosa non è mai unidirezionale.
Se uno ci ha messo anni e vene ad assestarsi in un inverno del cuore che non escluda la vita stessa, è perfettamente inutile che tu cerchi di farti spiare sotto la doccia o che mi seppellisci di pagine di rabbia verso altri uomini, che non so chi siano e nemmeno mi interessa. Sono un cuore in inverno, fiero di esserlo, è il risultato di un percorso, questo condiziona i miei rapporti, la mia scrittura, i miei sogni. Ė uno sguardo nuovo e insolitamente profondo che mi permette di non avere destinazione, ma di mantenere le traiettorie più adeguate. Non mi metterò mai a scrivere poesie depresse e di gusto oscuro, in nome di qualcosa che invece mi è già chiaro. Chiaro come l'alba che genera i miei tempi del giorno, chiaro come i temi e le situazioni che mi stanno a cuore. Ci sono, ci sono.

Oggi ho avuto modo di avvertire dopo molto tempo l'odore dell'asfalto bagnato.
Emozione.
Anche l'odore della curiosità è un bell'odore. Anche quello del destino.
La solitudine adesso ha una fragranza maschia e bruciata, che sembra provenire da lontanissimo. La musica non solo per se stessi è un privilegio che la mia anima non è ancora in grado di permettersi.
Anche l'indifferenza ha un odore. Di merda e presunzione. Anche le ideologie hanno un odore, di muffa e di chiuso. Gli amori infelici hanno un odore di ospedale, un odore che mi fa pensare all'aborto, alla morte, al male incurabile che infilza il tempo sulle pareti degli affetti e ride.
La mia vita, in alcuni giorni più intensi, ha l'odore delle stazioni dei treni in estate; una continua fuga a perdifiato, una ricerca inesausta di nuovi approdi, un costruire e dimenticare in tempo reale, che sarà interrotto dal banale morire.
Ma mentre cerchi c'è sempre qualcuno che si addormenta dentro di te, fiducioso; e risvegliarlo, con mani scure e voce di vento, è la più perfida oscenità della consapevolezza.

Luca De Pasquale, 21 luglio 2013

20/07/13

Inchiostro per dama di picche


Ho esagerato nel demolire alcune persone.
È rinfrescante demolire, è anche coerente, spesso. Ma ogni demolitore vive poi le sue beffe. Sono sempre stato ripagato per l'azione brutale delle mie ruspe e dei miei attentatori; ho ricevuto il confetto di veleno della buonanotte, la carezza arpia, il fantasma di donna con il regalo del perdono.
Penso a questo mentre mento ad una persona per evitare che si faccia una qualsiasi idea di me. Devo mentirle perché il cielo è nuvoloso. Perché questa notte interiore è di una sensualità estrema e richiede una nuova selettività.
Non c'è tempo per manie e riscatti pianificati. Non c'è tempo per un cazzo di niente e c'è tempo per ogni cosa che invece travolga. Tutto qui.
La persona alla quale mento mi ispira tenerezza. Moltissima. Vuole solo un uomo che finalmente si prenda cura di lei, che la ami senza menzogne, che la protegga e che accetti le sue attenzioni. Ed io le sto mentendo, uomo corretto ma anche uomo di merda. Fuggitore.
Enfantasme.
Non le dico che amo le dame di picche. Non riesco proprio a non amare situazioni sulle quali nessuno scommetterebbe. È un maledetto demone che mi rende schiavo. Se il richiamo è disturbato, posso rivoltare il cielo: sono un imbecille.
Non le dico che un solo sguardo può rimanere dentro di me per anni, fino alla consunzione, fino all'estasi rovesciata, fino al silenzio e allo scarabocchio scambiato volutamente per destino.
Mi piacciono i cieli rovesciati. Mi piace l'inferno. Mi piacciono i fiumi freddi di notte e le imprese finali nella polvere. Mi piace il calore del corpo che mi accoglie, ma guai se non c'è una striscia nera di ossessione a legarci oltre il gesto e la convenienza del momento.
Mi sento uno stronzo mentre mi accomiato con una scusa credibile e non disumana, un modo per non ferire, solo eludere con rispetto.
In funicolare però mi comporto da troia con una ragazza che si aggiusta continuamente la gonna e poi mi guarda. Lei tira e stira, occhieggia, muove le zeppe ai piedi; io per sperimentare finisco per portare la mano sinistra al cazzo e lei lancia un sorriso di compiacimento, è chiaro che non le interessa altro.
Mi chiedo se voglia essere davvero scopata senza sapere come mi chiamo e da quale buco di dolore provengo; è proprio questo sordo ronzio di malessere che mi fa superare ogni limite di pensiero e di comportamento. Poi scendo, ma la cosa mi riguardava poco. Se mi capiterà, in qualche serata solitaria, può darsi che il ricordo mi ecciti.
E già. Il dolore porta smarrimento, lo smarrimento porta occasioni, le occasioni portano vita, la vita conclama l'urgenza di non essere sprecata perché la morte si può nascondere anche in una sola notte insonne.
Ci sono notti in cui non dormo e sento che niente mi travolgerà più.
Mai più.
Ma arrivano notti in cui sono mostruosamente proteso al gesto di accaparrare, afferrare, dimostrare il notevole potere di essersi perso.

Arrivo a casa. Sono libero da impegni. Selvaggiamente libero. Mi tolgo la camicia e la scaravento sul letto, accendo una sigaretta e mi metto a pulire il cesso fischiettando. Se avessi un libro pronto aspetterei una recensione. Se corteggiassi qualcuna, una delle dame di picche, con maggiore assiduità, aspetterei una telefonata, un sms o una mail. Invece non aspetto. Non attendo. Se mi va, circondo. Più spesso, sparisco.

Ma una telefonata arriva.
È quella che io chiamo Motomura Negra, non so perché mi ha fatto pensare a questo nome/schermo. A Motomura Negra piace molto quel che scrivo. Cade continuamente nell'errore di pensare che io voglia dire qualcosa al mondo con le mie storie autobiografiche. Cade nell'illusione che io trasporti un qualche messaggio nelle mie parole.
Le ho detto che sono lampi, che mi piace scrivere in prima persona, che non c'è una sola chiazza di sperma o pianto bambinesco che siano davvero concomitanti con le mie pagine. Lei continua a pensarla come preferisce, evidentemente la rassicura il pensare che io, ingenuo pollacchio letterario, sia talmente coglione da fotocopiare gli atti reali in un blog.
Di Motomura Negra mi fanno schifo gli uomini che le piacciono. Mi fanno davvero schifo. È il motivo principale per il quale non la considererò mai come donna. Tipi complicati, artistoidi con pose umanitarie, ambigui tramite studi d'immagine, al punto da risultare effeminati, cattoperversi, mistici e mistificati. Detesto quest'accozzaglia di sensibili organizzati. La sensibilità non si organizza; lo spaesamento esistenziale è senza spessore se non si scende con la lanterna nel cuore della merda. Mi chiedo anche quanti dei suoi uomini “attenti alla vita e agli altri” si sentano, come presenza pregnante, il sesso tra le cosce.
Io lo dico chiaramente. Se non avessi il cazzo, sarebbe tutto più rosa. Tutto sarebbe accostabile a ninnoli e souvenir, in fondo ho un'escrescenza mai risolta di atroce sentimentalismo.
Nella realtà, vivo tra quarti di carne sbrindellata, mi muovo in malriusciti quadri di Bacon, mi guadagno il dolore con la bontà e viceversa. E non riesco a non intendere il sesso se non amo. È grottesco e contraddittorio, come tante altre cose. Sono così imperfetto e inaderente che non posso non odiare i suoi signorini dell'arte, con quelle cravattine di seme rappreso e le buffonate sull'eternità. Masticate bene la carne cruda, invece; lasciate che la vita vi inculi, affondando la fede marcia e le delusioni nei vostri culetti attenti.
Motomura Negra mi chiede se mi piace “una persona”.
Una qualsiasi?”
Una donna”
Gli uomini non mi interessano”
Ah già, la tua omofobia. Guai a mettere in dubbio il tuo uccello”
Il cazzo passa. La virilità resta”
Sei volgare. Sei concettualmente volgare”
Sono uomo”
Ami ripeterlo”
Amo dimostrarlo”
Ci stai provando, per caso?”
No. Io non ci provo mai”
Se, se”
Lo giuro su Anne Brochet”
Eccoti... ho notato... sei ossessionato da quella donna”
Esattamente”
Perché non cerchi di conoscerla? La follia non ti manca, e poi mi sembra che tu disponga di un discreto francese”
Anne Brochet avrà molto di meglio da fare che darmi retta”
Non puoi saperlo”
Lo so, l'ho anche sognato, che non aveva tempo per me”
Cretino. Diciamo, allora, la donna ideale?”
La donna ideale non esiste. Più probabile che l'unicorno viva a fianco e che io finisca per andarci a letto”
E quindi, cos'è per te Anne Brochet?”
Anne Brochet”
Sei un bugiardo”
Come vuoi”

Chiudiamo.
La sentivo euforica. Credo che stia andando con un tizio; uno di quelli che amano l'olio di campagna, i pomodori di paese, e che considerano l'America imperialista, l'Europa ladra e l'Africa dimenticata. Uno che quando fotte è rustico e poetico al punto giusto. Uno che mi surclassa nello stare al mondo con calma. Non è che ci voglia poi molto. Tanti auguri e accendete anche le candele mangiafumo mentre provate la carriola dell'amore.
Una dama di picche è scomparsa. Me ne rendo conto sotto la doccia, mentre le scorie cadono ai miei piedi come insetti morti e vecchi incubi, una dama di picche è assente dalla realtà ma la mia fantasia ne ruba l'ombra per regalarmela di notte. Ci cado, organizzando la caduta. Voglio, esigo, che di notte sia con me. E solo con me.
Mi piace l'inferno. L'ho scritto. E questo collide, stavolta.

Luca De Pasquale, 20/7/2013

19/07/13

Creux


Ad una festa.
Camicia nera, jeans, deodorante e curiosità. Gli uomini sono noiosi; c'è uno che dice di essere un regista cinematografico, ma non ho mai sentito il suo nome. Credo che si guardi il culo quando stantuffa. Magari ha delle diapositive. Fumo una sigaretta e me ne sto in disparte. Per due volte un gallinaceo ha ritenuto opportuno segnalare che ho scritto dei libri, ho visto qualche testolina sollevarsi, mi sono allontanato con un mezzo sorriso.
Una sigaretta dopo l'altra, faccio la conta delle donne presenti. Alcune sono affascinanti. Stasera non ho un grosso appetito sessuale, tendo più alle rêveries. Tutte queste quarantenni, bene o male, sognano l'amore. In modo quasi isterico, sognano l'amore. E, come forse anch'io, tentano la carta del riscatto, del rimborso affettivo. Quella con il vestito rosso, immagino che prima di uscire abbia lavato i denti più volte; è insicura. Sarà depilata sul pube e avrà una maledetta paura d'essere ingannata. Infatti, la guardo con tenerezza. Se diventassimo intimi, mi parlerebbe delle liti con sua sorella, dei suoi genitori, dei suoi sogni infranti, appoggerebbe la testa sul mio petto durante la notte. L'amore è anche questo. Non potrei mai e poi mai violentare le sue speranze.
La ragazza con la camicetta scura e i capelli lunghi, invece, la vedo più avvezza alla liaison sessuale, vissuta probabilmente con quella fierezza che manda noi uomini in confusione. Dopo aver goduto, certamente ci terrebbe a chiarire che non si aspetta niente da nessuno e che siamo legati da giochi incerti e sereni.
La padrona di casa è gentile e bionda. Mi piacerebbe darle piacere. Se me lo chiedesse, potrei addirittura radermi per lei. Credo che lei si conceda interamente al piacere, con pienezza, con avidità, con l'ombra corta della vecchiaia addosso. Per questo ho voglia di farla godere. Il mio piacere non lo immagino neppure, non mi interessa. Non è particolarmente rilevante. Penso che la ecciterebbe sapere che un ospite della notte, un treno di passaggio a luci spente, in questo momento sta seriamente pensando ai suoi sensi.
C'è anche una donna separata, attraente, che se ne sta sulle sue. Ho capito che ha due figlie a casa. La sua malinconia giace in un nido arca di Noè con la mia, inestinguibile, definitiva, compromettente.
Potremmo solo carezzarci il volto mentre fa notte, illuminati dalle candele sulla terrazza, tristi, intensi, destinati a morirci dentro il mattino seguente.
Mi rendo conto di essere un po' di tutte queste donne, e al contempo di nessuna. È una strana sensazione, è come nuotare nell'acqua calda e sapere che prima o poi si sarà risucchiati in una caverna marina di ricordi nuovi.
Scambio quattro chiacchiere senza contenuto, il sorriso è ora meno della metà della mia bocca, non mi va di tenere banco, tutte le nostre sigarette accese creano una calotta di tempo fermo, di rifugio debole, piccolo spettacolo di varie solitudini in movimento in una sera d'estate.
Ogni mio gesto, anche il più leggero, si bilancia sulla voce grave dell'interiore, fa equilibrismo su piscine vuote, si riscrive in un metodo di presenza che non vuole nascondere spaesamento e macchie di vuoto.
Alla fine mi avvicino alla padrona di casa. Sono certo che almeno due degli uomini della serata se la contendono. Non sono un gallo e aborro i pollai. I miei sguardi con lei sono puntualmente sorvegliati dai due giannizzeri, è sconfortante. Gli stupidi mi temono. Con le loro auto, i loro lavori soddisfacenti, il conto in banca rassicurante, le belle case ordinate e una vita sociale attiva, mi temono perché non mi riconoscono, non possono annettermi al loro sistema di cose e rapporti, la mia provenienza è ignota e non sarò io ad introdurmi.
Questa notte di fili e ragnatele d'afa dice che sono fuori posto, con un passato non chiaro e un futuro ponte levatoio in miniatura, catapulta d'inchiostro, un castello di dignità senza reggenti e con prigionieri volontari.
Parlo ancora con la padrona della festa e del desiderio altrui, risulto ambiguo e ombroso senza volerlo, soprattutto perché le mie reali intenzioni mi sono sconosciute. Potrei baciarla con violenza, toccarla, pretendere di toccare con mano la sua voglia di atti forti, densi; potrei scomparire nella notte senza alcun rimpianto e senza il minimo proposito di rinnovamento emozionale. Le mie attenzioni leggere la incuriosiscono, lo sento, e questo mi fa sentire uomo, come piace a me. Ma non vedo altro, non sento che istinto caldo e liquido in testa, ogni suo sorriso è una cascata di verde nel buio della notte, ogni mia insinuazione un lampo rosso innervato di nero pece.
I due plantigradi mi osservano. Fatevi lingua in bocca, aumentate la saliva, incollatevi, intrecciatevi, levatevi di torno.
Il gioco della seduzione mi stravolge, io voglio che mi stupri. L'idea del sovvertimento, dell'eversione delle cose, mi fa impazzire. Sento che nulla mi è vietato, sento che niente è precluso, che importa se stanotte raggiungo un flusso bollente e domani sono cadavere? È l'attimo che voglio, è scavare che acutizza il piacere.
La vedo ridere, mi sfiora una mano, ho un brivido. Se ne accorge. Navigo ad occhi socchiusi. Animale. Animale. Animale.
Va in cucina. La raggiungo. Siamo soli. C'è gente che passa, fuori la porta. La cosa mi stimola moltissimo. Sento il desiderio di scostarle leggermente il vestito e morderle le spalle, sentirla tremare. Lo capisce, assume un atteggiamento distaccato ma profondamente studiato.
Mi infilo una sigaretta spenta in bocca. Il cuore va più veloce.
Dobbiamo andare di là”, dice, e la sua voce trascina l'idea del sesso.
Tu devi andare”, rispondo, senza nessuna espressione.
Ci scambiamo uno sguardo che è in bilico tra l'addio e il richiamo.
Non mi muovo. Lei si avvia.
La vedranno spuntare da sola, quei due patetici invertebrati, tireranno un sospiro di sollievo.
Il mio sesso cuoce, è uno scompenso di calore in postura fredda.
Dentro vige il vento e spariglia tutti i cartelli di scadenze e ricordi.

18/07/13

Prendila così


Idealizzare lascia il sale in bocca, non ci credere. L'unica linea è questo feeling, mi ammazzerà, lo so”

Lo vedo.
Ha la faccia come il culo. È un culo. È un culo frammisto alla faccia.
Lo vedo e mi fa voltare lo stomaco. Amici, amici miei. Ma amici un cazzo.
Lo vedo e sembra un verme molto occupato. Tanto lo so, che il cazzo non gli si rizza. Probabilmente proverebbe paura, se il cazzo gli si facesse duro.
Ha paura di tutto. Per questo cerca di affermarsi. D'accordo. Allora prova ad affermarti infilandoti un bel dildo in bocca, con un cappellino da festa.
Mi scoperei tua moglie. Davanti a te. E tu avresti paura. Un giorno avrò l'occasione di dirti che un dito in culo ti risolverebbe ogni dubbio.
Tu non sai cos'è la dignità. Tu non sai come può essere un violento piacere sentirsi Uomo veramente. Non è il tuo caso.
Sbiadisci, svermina e autoriproduciti lontano da me.

Intanto, non c'è nulla di più seccante che affrontare la vendetta di una donna rifiutata, sia pure con garbo. Ma ho affrontato ben altri mostri.
Prendilà così, non possiamo farne un dramma. Conoscevi già, hai detto... fai un po' come preferisci, straccia, cancella, spalma letame sull'inutile fotografia di un mago dei cocci come me. Non te ne voglio. Siamo così fragili, sommersi dalle onde che pure aspettavamo.

Ho un fuoco dentro che mi rode, mi lavora, mi intarsia, sono un golem di cenere e oggi sono tutto istinto, irrazionalità, scatto e cattura. Oggi sono un magico incontro e poi mi autodistruggerò.
Oggi sono solo sensi, il vento mi incendia, i corpi delle donne mi prendono a schiaffi, la libertà è uno sterminato campo di fandonie. Io volevo essere prigioniero. Io volevo essere fedele. Io volevo essere unico. Io rovistavo nei ricordi d'amore per imparare a non sbagliare più. Io quando amo sono di una donna sola e non accetto tentazioni. Io divento una promessa notturna accesa, se trovo la temperatura e le labbra, le mani, il ventre, l'idea. Altrimenti sono kamikaze. E adesso sono kamikaze, io che cercavo regole, io che cercavo disciplina e ho trovato invece una libertà talmente estesa da nausearmi.
Impossibile provare sempre emozioni. Si circuiscono gli inganni per darsi un senso. Si sbava sull'impossibile per defraudare la morte.
La passione di vivere mi ucciderà, chissà che colore avrà il mio tramonto, chissà che segnali lascia il mio fuoco da lontano. Fingo di interessarmene.

Nello specchio del ristorante mi vedo. Sono ghiaccio in movimento. Sono uno stronzo. Vado in bagno e mi bagno la faccia. Mi bagno anche i capelli e li porto indietro; ora sto bene, ma tra mezz'ora sembrerò Oloferne in overdose. Mi lecco una mano, sono vivo. Mi sento guercio dalla parte della fantasia, capace dell'inutile colpo di scena, della voce giusta, delle parole appropriate, ma non posso stimarmi quando rispondo alla richiesta del momento. Ad un passo dal fare una cazzata, una mera rappresentazione di potenza fredda, mi dileguo. Sono un incontro magico ma devo autodistruggermi prima di diventare bugia. Ad un solo passo dall'essere crudele, lascio il posto ad un altro.

Gli aquiloni mi mettono tristezza. I bambini con i palloncini mi fanno tenerezza, e dopo poco diventa insopportabile.
Le persone anziane mi spingono ad essere protettivo. Un guardiano. Fa male anche quello. La felicità altrui ha un suo senso ben preciso, ma a me gli arcobaleni piacciono spezzati e disinnescare i trucchi della tranquillità è come un continuo orgasmo non avendo più la testa.
Oggi non ho la testa, mi sono lavato all'alba con vetriolo e cristalli. Sono la coda di un animale estinto che va a sbattere contro le sensazioni e le aggredisce per familiarizzare. Oggi sono la continuazione di una fuga. L'estensione nel tempo di una vecchia morte smargiassa. Di un'onda che non è mai più tornata.
Una coda bruciacchiata con passaporto notturno; mi infilerò in qualche letto e mi autodistruggerò prima di diventare sogno io stesso.
L'inferno è questo susseguirsi di pareti di piacere che mi schiacciano, quest'obbligato spettacolo di libertà mentre gli specchi più neri chiamano rossetto su rossetto per essere libri e non fine.

Lo vedo ancora. Quell'inutile imbecille. Non ho più niente da perdere.
La sua estinzione è un'idea pregnante. La sua scomparsa è l'oscura ritorsione del diseredato, del mancato figliol prodigo. Non meriti di sederti in chiesa con la tua famiglia, non meriti di digerire, di comprare abbigliamento, di apparire.
Ma lascio perdere. Di nuovo.
La testa è scomparsa, sono una coda di pittura colata, sono un disegno di libera interpretazione, piccolissima umanità in cerchio di rovente follia, devo trovare pace, per accerchiare quei pochi miraggi sono costretto a vivere senza regole.
Coda freccia, coda cicatrice, coda foglio sporco, coda di baci senza ricordi, dilatazione di un grande brivido disperso, offesa alla quiete, amante nascosto nei mobili più vecchi, risveglio d'occasione.

17/07/13

Glissato


L'amore è diventato l'origine e il dominatore del mondo, eppure il suo percorso è disseminato di fiori e sangue, fiori e sangue.
Knut Hamsun

C'è una luce rossa nella casa con il pianoforte.
C'è una luce bluastra nella mia, e io sono in penombra con i capelli bagnati e la penna in mano.
La strada è buia, questo è l'orario intermedio. Accenderanno tra poco.
Gli occhi socchiusi, assoggettato alla luce esterna, non c'è onda che tenga, sono presente, sono vivo, accolgo solo stimoli duraturi, altrimenti entro dentro, fino in fondo, eliminando il superfluo.
Non è vero che le parole possono sempre descrivere le emozioni, maggiormente se trattenute, rinchiuse nel riserbo, smontate per risultare inoffensive.
Le emozioni per le persone, quelle non si lasciano esprimere con giochi di penna o schermi bianchi. Puoi essere prolifico quanto vuoi, davanti a questo devi tacere.
La scrittura perde con la vita, a volte è come se fosse un ostacolo. In determinate situazioni, scrivere è un equivoco, un palliativo.
Forse solo dipingendo, adesso, o suonando, riuscirei in qualche modo a descrivere la susseguenza di ombra, bianco, nero, blu, fantasma, visione, ali, rosso, lampade, mani fredde, labbra chiuse, intelligenza alle corde, cucine illuminate solo da un neon sul fornello e noi due in chiaroscuro, assenza che si promette urlo, esperienza inabissata nell'equivoco della pazienza, vento che muove le tende di notte, amare altri e poi tornare alla base con un anno in più per ogni gesto d'amore sperperato.
Come ci si può compiacere della scrittura, se impallidisce così tanto di fronte al vero? Come può permettersi, la scrittura, di esigere un metodo d'infelicità per rinnovarsi ogni sera?
Sul foglio di carta scrivo parole in disordine, anche se con disciplina e fedeltà. Non inserisco verbi, avverbi, congiunzioni, nulla. Parole isolate e in diadema allo stesso tempo, tentativo dislocato ed irreale di dare voce a quella cava di tempeste che è una sera qualsiasi in contropiede.
Minuscolo e grigio, di robusto accompagnamento e inutile sorda poesia, scrivo le mie parole.
Abbraccio, porto, lampioni, cruscotto, lacrime, jazz, futuro, sogni, richiami, tenerezza, ingratitudine, insetticida, coperta, padre, bugia, penna, luce, conoscenza, contrabbasso, idea, ferita, sonno, schiena, vestito, saluto, gentilezza, rilegatura, polvere, notte.
Spengo anche la luce blu. Solo la brace asimmetrica della sigaretta, lentamente mi preparo a nuotare, con discrezione mi allontano, con disperazione non domando, con sicurezza mi continuo.