30/06/13

Chilometri di amore e deserto


Ma non passa una notte senza che i loro visi e il suono delle loro voci non vengano a ossessionarmi. E quando si leva il giorno non ho che un pensiero: che di nuovo cali la notte per raggiungerli. In attesa che questa cortina di tenebre mi avvolga definitivamente, ci tenevo a incontrarvi”
colonnello Dantin, Braquo

Stazione di Pozzuoli, pomeriggio.
Sono seduto sull'ultima panchina a sinistra, a sinistra del resto.
Vento nei capelli, forte. Sole ovunque.
La linea del mare è una biforcazione di immaginazione e abitudine.
Posso dire di non conoscere bene, profondamente, una sola persona nel raggio di chilometri.
Sulla panchina alla mia destra c'è una ragazza con la cuffia. Non concepisco di ascoltare musica per strada, e odio le cuffie.
La musica ce l'ho dentro. Costantemente, senza sosta.
I miei piedi sono quelli di un uomo che cammina da quarantuno anni. E che continua a camminare anche quando è fermo.
Un giorno accadrà che non dovrò più tornare qui. Tutto sarà un altro ricordo, l'ennesimo, un altro anello di nuvole.
Devo concentrarmi per trovare un luogo in cui potrei fermarmi. Ma non c'è. Un posto dell'anima dove farmi davvero regolamentare da risvegli, sonno e luce esterna. Io tendo a disconoscere per poter continuare, accetto di dimenticare per scoprire nuovi movimenti, anche se sono gli stessi che ho compiuto in altri luoghi, con altre persone, con altri vincoli.
Ho imparato che ad ogni rabbia succede un tramonto; che a ogni emozione delle pelle segue una breve lezione sul vuoto, organizzata da me stesso per i miei limiti.
Anche questa stazione diventerà un ricordo. I miei piedi mi condurranno in una zona mai visitata dove non potrò evitare i giorni, le notti e gli amori.
Non ho voglia di alzarmi da questa panchina. Perché da ragazzo mi avevano detto che è la vita stessa a regolare i conti, a limare la pietra, ad accendere un fuoco quando pensi di non essere più pronto.
Il problema è che evitare le carezze ne istiga di altre, che si annunciano, per la stessa bellezza che contengono, bellezza dolorosa e assurda, lontane.
Finirò su una terrazza a tenere la mano di qualcuno, senza sapere come ci sono arrivato e a cosa serva veramente esprimere le proprie viscere con così tante persone.
Probabilmente dovrò giustificarmi, come è stato e come doveva essere, per quell'assenza che non nascondo anche figurando di ruolo, di turno, presente.
Effettuerò altre sostituzioni. Indosserò altri abiti. Con la musica dentro. Presente, in movimento, con la faccia contro il finestrino di quel treno notturno che sembra viaggiare per fatti suoi.
Stazione di Pozzuoli, pomeriggio d'estate. La sorte mi fa bello, la difficoltà di vivere è una ruga senza eguali, è una sirena per me e per altri, sono una storia che si evolve e sfiorisce, e sfiorendo genero elettricità, attrattive di una notte scura, saluti amari e gentili.
Il vento sta diminuendo, dovrò alzarmi, partecipare a questa prenotazione animata di un futuro ricordo. Non sono triste. Non sono nemmeno malinconico.
Ma sento, e so, che non c'è una luce di vero amore accesa nel raggio di chilometri. Molti fari difettosi o spenti, molte camere, troppe lenzuola, e le carogne di promesse lasciate troppo tempo alla luce del giorno per una stupida fiducia.
Creatura della notte, burattino di ogni acqua che non sia memoria o pianto, mi allontano e partecipo alla mia storia.

Luca De Pasquale, 30 giugno


28/06/13

Monologo per fiori essiccati e contrabbasso


L'odore delle strade bagnate poco dopo un'emozione, forse è questo uno dei momenti che posso amare di più.
Come la colazione solitaria al bar appena aperto, uscendo dall'appartamento di un amore imprecisato, di un incontro. Perché la colazione insieme non è più prevista, per coerenza, per nuovi regolamenti, per rispetto alla mia anima.
Come rifiutare di pettinarmi e sistemarmi per i colloqui di lavoro, diventare un viscido pinguino impaurito. Come non stare ai giochi di una contesa persa in partenza e giocata su un registro da subito beffardo.
C'è uno sguardo carico di senso e di malinconia in bilico, quando una donna ti accompagna alla porta a prima mattina e tu non dici nulla, ti scappa quel mezzo sorriso che vorrebbe prevedere una resa, un ravvedimento, una calma onestà al cospetto dei sogni.
Amo le insegne fioche dei caffè già aperti poco dopo l'alba. E mi rimane sempre la sensazione di camminare ancora senza scarpe. Come un amante. Come l'incertezza di ogni fuoco a metà.

Ieri ho scritto una nota selvaggia, dura, legata ad una particolare fase della mia vita. L'ho riletta e mi ha disturbato profondamente, ma non l'ho cancellata né modificata. Verrei meno a quel principio di verità nell'artefazione che in fondo mi domina da tanti anni, con reciproca soddisfazione.
Quelle pochissime volte che mi capita di rileggermi con impegno, a parte innumerevoli difetti e imperfezioni, sono sempre costretto a constatare che c'è una ribellione di fondo che non sono in grado di estirpare, un continuare a guardare la porta segreta nera sullo sfondo piuttosto che le mie piccole finestre. Anche in condizione di esilio e riposo volontario, la caccia ad emozioni differenti da quelle previste è un'autentica ossessione. Ognuno ha le sue tare.

Nel mese di febbraio una donna mi è piaciuta con intensità per circa dieci giorni.
Ci ho pensato, mi sono stupito, ho fantasticato, e come sempre ho anche scritto di più, perché la scrittura è struttura portante, è serbatoio e ventola, è la luna che accoglie e onda che restituisce.
Mi è piaciuta una donna con la quale non ci siamo detti niente. Praticamente niente. Una cosa da ragazzino, si direbbe, ma non si trattava di questo.
È stata una questione di sguardi, di atmosfera, con qualche intrusione di fantasmi.
Io stesso sono un fantasma. Di tanti eventi, affetti, blocchi stradali, condanne e tanto altro. È stata una questione di educazione il non indurmi in tentazione. L'invadenza dei desideri dovrebbe essere tenuta al guinzaglio, è ridicola.
Non pretenderò mai che ci si accorga di me per l'imposizione delle mie suggestioni.
Adesso, alcuni mesi dopo, posso dire cosa mi sarebbe piaciuto con quella sconosciuta. Ebbene, andare al porto a guardare le navi in partenza. Punto.
E fidarmi del suo respiro.
Ricominciare a fidarmi del respiro di qualcuno. Compito difficilissimo.
Perché lo so che sono diventato un'ombra che genera altre ombre, e nei giochi di richiamo tra ombra e realtà trovo il mio scarno significato esistenziale.
Ho rinunciato a quella donna. Da subito. Con molta educazione. Regalandomi una disciplina che non ho mai avuto e forse non ritroverò mai più.
Le donne che ho incontrato in seguito non mi sono piaciute e non hanno innescato niente, nemmeno una resistenza di pensiero.
Nei mesi successivi mi sono nascosto dietro i quotidiani, ai tavoli dei ristoranti, nei libri, tra una sessione di scrittura e l'altra, fiero di non aver popolato il mio fiordo di disegni a somiglianza della mia fantasia. Per me è fondamentale non sognare male.
E non mi è più indispensabile essere in compagnia.
Sono legato, forse, più alle partenze che agli arrivi, sono a mio agio nella pioggia e insicuro sotto il sole.
I fiori secchi che ritrovo nelle mie pagine non hanno il potere di distogliermi dalla rude meraviglia della realtà, dalla crudele densità delle notti, dall'indecente necessità di dovermi negare a chi non possiede l'acqua fonda che cerco.
Il jazz e l'improvvisazione si stendono su di me, ed io su di loro.
La scrittura è l'unica musica da me conosciuta che sappia amare per davvero.
Ad ogni temporale imparo qualcosa sull'elettricità delle assenze, e comprendo meglio quel vuoto cobalto che è l'attesa di tutto quello che non riesco a prevedere.

Poi la scrittura finisce, ed io muoio con lei. E ricominciano i rumori conosciuti della vita. E mi accorgo che oltre ai fiori secchi ci sono fiori vivi che non mi dicono niente, perché non tutto può essere emozione. Ci estingueremmo tutti tra le lacrime, in pochi minuti. Si può cogliere ben poco.
Per quanta violenza possa transitare nella scrittura e nei miei viaggi, il profondo romanticismo che custodisco sotto mille teli protettivi svolge comunque il suo compito, nelle ore più solitarie, nelle coincidenze più accurate, tutte le volte che fingo di arrendermi per rendere semplice me e il resto.

Non ho più incontrato quella donna di febbraio.
Chissà se i suoi occhi oggi mi comunicherebbero la stessa necessità di svoltare più angoli senza il timore di sbagliare. Forse non proverei nulla. Non posso saperlo.
Il cuore è un prisma di pioggia, custodisce le note per ricordare quello che si potrebbe tentare, mi piace guardare le navi partire senza conoscerne la destinazione, mi regala un senso di libertà, qualifica il mio respiro come esistente.
Gli anni e gli eventi non sono passati senza tracce.
Vivi lo stesso, hai anche più forma e più forza, ma fidarsi di un respiro diventa parte di quegli omertosi silenzi che fanno cadere certi discorsi nell'imbarazzo.

Il suono cresce, si espande, si carica di notti, di colazioni in solitudine, di ricerche non ammesse, di sale da ballo deserte, di malinconici motel per amanti taciturni, di amici che non crescono mai, di rancori che non riconosci più e che diventano una pratica di pazienza, di umanità. E si carica, infine, di sguardi ai quali attribuisci un potere senza lunghezza, nel ferreo patto di non invadenza.
Mai urlare, piangere o giocare al saltimbanco per la smania di amare.

Luca De Pasquale, 28 giugno 2013

27/06/13

Carne


Il giornalista avrebbe dovuto essere più umile di fronte al dolore, perché la sofferenza meritata non è meno difficile da sopportare di quella immeritata: la si sente ugualmente nello stomaco, nel petto e nei piedi.
Stig Dagerman, “Autunno tedesco”, 1947

Quando lo sguardo della donna arriva alla mia faccia, io sento, ma già sentivo, spine nelle mani e fil di ferro piegato in gambe e piedi. Ho il pretesto per una chiacchiera amabile. Posso essere brillante. Posso essere tattico. Posso essere esperto. Posso ospitarla. In stanze ben più profonde del suo utero fiorito. Nonostante il dolore, i dolori, il cazzo è al suo posto, il volante, il manubrio, il pannello comandi. Oltretutto, lo sento bruciare perché ha urtato contro la stoffa dei pantaloni. È un fastidio interessante.
Quando lo sguardo della donna soppesa l'eventuale fervore del nostro destino, io sono già scomparso, svoltando dietro una friggitoria di merda piena di ragazzini. E i colori dei vestiti sono farfalle morte in un'ampolla opaca.
Ho voglia di bugie. Ho voglia di palazzi di vetro con sfondo nero.

Incontro la donna bella. La sua sensualità mi regala il voltastomaco e un visto di precarietà permanente, almeno in sua compagnia. Parlando, fa riferimento al suo uomo. Per quanto mi riguarda, potrebbe tranquillamente restare vedova, manterrei la stessa espressione inespressiva. Mi muovo su Urano e voglio vendetta. Sono un bicchiere rotto, bevi, bevi ora, bevi ora che non si possono sognare nemmeno le ferite. Bevi, stronza. Bevi, impara a muoverti tra i dossi delle cicatrici, spogliati, mettiti di spalle, allargati, fammi entrare, fammi sparire in un nuovo ambiente educato, fammi tremare, scomporre, fottere.
Se cerchi qualcosa di sano ed educato, non sono il passatempo per te.
Eppure è te che voglio, le altre sono momenti da far asciugare alle pareti, sfilata di ricordi per quel po' di vento che entra in casa.

Garde à vue, i connotati migliori regalati alla memoria dei parenti più lacrimevoli, il desiderio di questa stronza mi sconquassa, sono una lacrima di sale sulle labbra di altri martiri, sono un uomo con occhi ombra, sono la tenda che nasconderà le delusioni per i curiosi più stupidi, e su quella bocca mi adagierò per guadagnare tempesta.

Baciati le mani da sola, leccati le dita, fai spettacolo per te sola e per la mia rabbia, sposta il tuo odore dalla decenza alla mia ossessione, voltati, ma che io possa guardarti bocca e occhi e venire subito.
Non preoccuparti, che quando godo non parlo. Sarebbe troppo ridicolo. E quando parlo, quando cerco di spiegare, non godo affatto e solo uno stupido può pensare davvero che mi piaccia parlare.
Ma a te non importa, tu sei il tuo stesso spettacolo, e io non riesco a violarti anche se sono un disegno violento in cielo incerto, uno che un tempo era pacifico e ora un cane zoppo che piscia ovunque e che pretende di non essere accettato. La chiudiamo qui: avrei voluto che tu annegassi nelle mie pozzanghere, finirò per spegnermi nelle tue ariose piscine. Senza onore e senza maledizione. Avversario di null'altro che il contrario di un'affermazione a caso. E questo, tutto questo, per la banalissima proprietà della passione, l'essere primariamente materia di illusioni semoventi. Voltati, devo declinarmi, devo curvarmi, e che io finalmente trovi il male più avido nel tuo sesso non più nuovo.

Ma è mai possibile che non sei in grado di capire che si può essere tanto ombra che violenza? Che non è contraddizione, ma unione di onde? E perché pensare che dovrei elevarmi ad altro grado di sensibilità?
Quale cazzo di sensibilità ti interesserebbe su di me?
La cortesia con gli sconosciuti? È già in essere. La capacità di ascoltare i pallidi discorsi altrui? Sono abile nel dissimulare rispetto.
O preferiresti convenire con qualche saggio che ad un certo punto della vita bisogna costruire e soprattutto dare a vedere che si costruisce?
Ma io sono un Natale di tanti anni fa andato di traverso.
Sono il bambino che fingeva di pregare prima di dormire, solo per contentare i genitori. Sono l'espansione tecnica e implacabile del male ricevuto ed elaborato, sono lo scompiglio, l'insolenza, è dietro le lavagne, in costante punizione, che sono diventato uomo.

Un uomo che non ti piace. Devi ammetterlo. Devi essere femmina sino in fondo. Dismetti l'abito di scena e fatti prendere lo stesso, da un brandello invecchiato, dall'uomo che scrive e resta sveglio, dalla sostituzione carnale delle tue brevi manie. Concedimi lo sciocco sentore della vendetta e aspetta con fiducia che tutto il bene possibile bussi alla tua porta con pasticcini e pacchetti con il fiocco.
Voltati, apriti per gioco e potere, umilia un passaggio trascurabile con la smorfia del piacere, quella che hai provato allo specchio anche in mia presenza.

Luca De Pasquale

23/06/13

Sul dorso del mare


« Pour créer la femme, Dieu s'est inspiré de la contrebasse : une petite tête sur un long cou, un encombrement maximal, elle ne vibre que lorsque vous lui frottez le ventre, et émet un son qui couvre tout. »
Regis Hauser

Seduto sul letto, consapevole che buona parte dei miei pensieri sono un fondale bianco senza interlocutori possibili (perché dileguati, scomparsi, impauriti, diversi per sempre), affronto con fatica la bellezza della musica di Jean François Jenny-Clark, del quale ho già scritto tante volte.
In uno degli album in trio con Joachim Kuhn e Daniel Humair, “From time to time free”, titolo bellissimo, c'è una traccia, “Para”, in cui la meraviglia dei passaggi e della sensibile robustezza di JFJC è annichilente. Mi lascia senza fiato.

Non mi piacciono le storie corali. Le saghe familiari. Le epopee collettive. Detesto i romanzi a più voci, anche se di alcuni ne riconosco il valore. È difficile che io possa sedermi ad un tavolo con più di tre persone. Nei libri e nei film seguo sempre con attenzione, se c'è, il personaggio fuori dal coro, e non per partito preso.
Conosco e non osteggio la stima tra le persone. Sono capace di provare stima, ma non è facile e non è garantito per sempre. Credo che le note stonate vadano pagate fino in fondo. Puoi stare fermo uno o due giri, se c'è bisogno anche più a lungo.
Alla mia età, se vince la paura di restare isolati si fanno stronzate. Si rischia di inseguire donne assurde, vamp dadaiste, si fa passare per buona la sconosciuta che pur non sapendo un cazzo di te ti attribuisce un valore superiore. Dai plusvalore a un orgasmo, spacciandolo per segno del destino e svolta. Ti infili nel baraccone di amici che magari ti hanno deluso anni e anni fa, e ti rifiuti, codardo e pulcino, di riconoscere che delle brave persone possono essere anche delle sfibranti teste di cazzo. Perché è brutto essere scambiati per cattivi, vero?
Visioni e febbri ti fanno inginocchiare a pregare chissà chi, per chissà cosa, fragile, grottesco, implorante e bavoso, chiedi la carità per qualcosa che dovrebbe essere già tuo e fuori discussione. Beh, meglio dannarsi che nuotare nella ricotta.

E quando conosci una creatura che ti attrae, che ti attrae sul serio, e capisci anche che non le sei indifferente, allora non accontentarti di fare il corteggiatore sensibile, è un vecchio ruolo, è un cappello impolverato.
Pretendi pure che non sia troppo faticoso e intricato prendersi.
Perché in questi anni di nebbia, di spaventi, di mistificazioni, le persone tendono a tirarsi indietro. Aspettano di essere realmente convinte per dirti solo un quarto di quello che realmente pensano o provano. Sono ricatti, sono coriandoli, sono miserie.
Potrei andare ad una festa, flirtare con una donna, desiderare di possederla e non avere ritegni, e poi potrei insabbiarmi nel senso del dovere, del lecito, preoccuparmi per il suo uomo in corso, per i suoi sensi di colpa, oppure, ancora più banale, del fatto che lei conosce uno che conosco che a sua volta conosce me e qualcuna delle mie precedenti partner che poi...
Mi è ormai chiaro che la fedeltà si guadagna sul campo. Mi è altrettanto chiaro che nessun'oasi può chiederti in cambio la consegna totale della tua libertà. Non lo si può più pretendere. Ed è lampante che la passione al mercato delle pulci è solo una fantasia giovanilistica e un po' isterica.
Ti alzi dal letto in una camera d'albergo, ti infili una sigaretta in bocca e vai in bagno. Tutti gli oggetti della camera sono precari. Come te. Lo specchio al centro della stanza è sempre un po' storto, i cassetti profumano di legno e naftalina, sai benissimo che il disordine dei tuoi peccati non ti salverà affatto, da te stesso, dalla vita, dalle ritorsioni del bello, dai fantasmi della notte.
La complicità che hai instaurato con la tua amante è una sfida rossa dai piedi d'argilla, e vacillerà per un un vento diverso, per una minuscola rivoluzione, per una canzone improvvisa, per una sciocca questione di principio.
Oscillerete insieme ma non all'unisono, instabili e sognanti, finché non finirete per divorarvi di rimpianti.
Quando un sogno si interrompe, so di poter contare su me stesso, sulla musica, sulle risorse di nuove esplorazioni, sulla priorità del respirare rispetto al morire. Ma non c'è altro che io possa spacciare, non una fede, non una convinzione che sia nevrotico movimento concentrico, non un'ingenuità smarrita in qualche bozzetto esistenziale di un anno qualsiasi.
Dopo un film d'amore girato con pochi mezzi e solo per se stessi, ritorni alle tue cose e a poco servirà cambiare pettinatura, capi di vestiario, sapone intimo, bar e ristoranti. Con Stan Getz in sottofondo, metto in ordine le giacche eleganti che mio padre mi aveva regalato, e mi viene la tentazione di portare i capelli all'indietro, imbrillantinarmi, profumarmi per bene e uscire per non chiedere proprio nulla al mondo, reduce da altri emisferi, amante interdetto, quarantenne circondato da cattive abitudini e lembi di mare intravisti dalle finestre di case sempre diverse.
Mi sdraio sul pavimento, fumo guardando il soffitto, in casa ci sono oggetti che mi hanno visto piccolo, adolescente, agitato, patetico, fiero, in crescita, ma anche alla deriva, con l'orgoglio racchiuso in una benda e custodito in tasche troppo piccole e di passaggio.
Il disco di Stan Getz è splendido e sarebbe piaciuto a mio padre. Ci saremmo concentrati su elementi diversi, lui su Kenny Barron, io naturalmente su George Mraz. Penso che questo sarà uno dei dischi di quest'estate, ovunque io vada o ristagni.

Ogni percorso ferroviario dovrebbe regalare un po' di mare, per non spegnere mai il ricordo della libertà, pur se dolorosa.
Ogni relazione, anche la più instabile e sofferta, dovrebbe continuamente cimentarsi con il mare aperto, per non dimenticare quanto poco è il tempo e quanto una sfida possa contenere sogni, più di una certezza brevettata.
E infine, ogni solitudine di sponda, ogni esilio di rinascita, ogni prigionia di espiazione, ogni percorso di questi dovrebbe contenere una porzione di mare e di musica, per non rendere vana la presenza di quel che siamo stati, anche per chi ci ha solo sfiorati senza prenderci mai.

Luca De Pasquale

21/06/13

Un animale in penombra

Carlo mi dice che lui e la moglie girano dei filmini. Lo dice con compiacimento, più che con eccitazione. E magari pensa anche di stupirmi, erotizzarmi. Mi racconta che l'ultimo lo hanno fatto in cucina, con la videocamera sotto il tavolo, durante il pranzo, ha filmato la moglie che si faceva un ditalino. E il figlio ottenne, che aveva finito di mangiare, stava nella camera attigua a giocare. Sembra che sia proprio questo particolare a renderlo fiero di quel che ha fatto.
Non lo giudico, ma non sono neanche ammirato. Ognuno è libero di far quel che vuole. Lui e la moglie poi si masturbano insieme guardando le loro opere amatoriali. Gli sorrido e getto la sigaretta lontano.
È una di quelle giornate di merda di prima estate, le strade puzzano di sudore e spazzatura, e per quanto mi riguarda sembra che il mondo oggi si possa dividere tra quelli che sono spensierati e organizzati e quelli come me, teoricamente in balia degli eventi, tra disoccupazione latente e frequentazioni borderline. Ogni atto, ogni evento, ogni imprevisto, niente sembra scavalcare davvero i binari della provvisorietà. Accendo un'altra sigaretta.
Carlo ama molto parlare di sesso, ed è una di quelle rare eccezioni che lo pratica anche, a dispetto dei luoghi comuni. Mi chiede se sto intrattenendo situazioni sessuali bollenti con qualcuna, “meglio se impegnata”.
Gli rispondo senza esitazioni e tabù, gli dico la verità, e cioè che alla fine sono uno metà sensibilità e metà cazzo, con le parti che quasi mai trovano un accordo o una strategia comune.
La parte sensibile ragiona, ascolta, cerca di comprendere, ha anche una sua poetica, un suo linguaggio rigoroso, e opta spesso per il silenzio in mancanza di meglio. La parte, l'esatta metà, in cui spadroneggia sovrano il cazzo è una zona d'ombra senza morale e qualche volta senza linearità, correlata com'è al riscatto, alla consunzione, alla morbosità, all'assassinio delle regole, alla sporcizia come divagazione.
Dico a Carlo che c'è una donna che non mi piace nemmeno molto, ma che ogni volta che vedo mi ispira il desiderio di venirle in faccia. Non indugio in particolari, no, ma ammetto che mi eccita molto l'idea di insozzarle la faccia e di scoprire con lei quanto si possa essere liberi, maiali e fottuti. È così sin da bambino, sono spesso rivoltato come un calzino da pensieri osceni e crudi, e non ho l'abitudine di nascondermi dietro un dito. Tantomeno dietro al mio cazzo.
Carlo però è troppo epicureo e godurioso per capire l'ultima parte del breve ragionamento, sarebbe a dire che dopo il sesso io avverto la morte, una morte fatta di precarietà, irrazionalità, eroismo sensoriale, è difficile da spiegare. Il sesso mi porta alla morte e la morte mi rende affamato di sesso, disperatamente propenso a momenti senza occhi e senza futuro.
Perché poi Carlo è anche cattolico, ha un figlio, gli piacciono cose belle e vive, so che c'è un confine che non posso oltrepassare. Le mie ombre per lui sarebbero solo cose incomprensibili, le racchiuderebbe volgarmente in quegli orpelli intellettualistici che forse già mi attribuisce. Non che me ne fotta qualcosa, ma preferisco risparmiare ad entrambi una solenne perdita di tempo.
Le zone d'ombra sarebbero fontane di bellezza se la qualità della vita fosse migliore. In fondo, ho sempre vissuto abbastanza bene la mia decadenza morale, quella della mia generazione, e il lato infetto delle mie curiosità più inconfessabili in realtà mi ha aiutato a vivere senza padroni e senza dominatrici. Il problema è che la qualità della vita è una vera merda, e questo mette i bastoni tra le ruote. Dopo quindici anni di lavoro dipendente, mi sento un animale, un assassino, una scheggia impazzita. Ho cercato più volte le sabbie mobili del disordine affettivo, ho cercato ancora più spesso quell'idolo accecato che è l'amare a perdere e farsi male.
Quasi mai chi si è accorto di me ha suscitato il mio interesse. In questo sono un totale stronzo. La banalità circostanziata della strada più impervia continua ad attrarmi come un mantra di vermi e indefinitezze.
Mi eccita rubare l'amore. Mi conturba e mi vivifica vampirizzare chi mi scambiava per un bravo ragazzo piuttosto solitario. A volte l'indecenza dell'infelicità è una tenaglia irrinunciabile, è quasi una sfibrante vendetta verso il dono stesso della vita. Sono ammalato di vita e di sensi, ma mi piace interpretare il soldato impazzito nella melma.
Nulla si salva dalla corruzione del pensiero peggiore, nulla è risparmiato quando sei abituato a non darti limiti. È un'improvvida e sterile asserzione di sé, ma ci si continua a cadere.

Un appuntamento per un pranzo, per un caffè, per una passeggiata, in fondo quel che manca è agire sotto l'egida della libertà. C'è sempre qualche rimbombo costrittivo nelle azioni e nei rapporti. Io avverto sempre, e amplifico per disfarmene, la presenza di spazi chiusi.
Una lotta impari, disequilibrata.
Lo ripeto ossessivamente: bisogna essere sovrani. Me lo ripeto anche adesso, mentre guardo Giulia al tavolino del bar con me. Mi dice che fumo troppo. Ci siamo assestati in questo affetto quasi accidentale, adulto. La nostra libertà è stata piacerci un tempo e rielaborarci. Ma è stata davvero libertà? Se avessimo del coraggio, se la vita fosse migliore, nei suoi contorni e nelle sue regole, di quel che è, dovremmo mandare affanculo tutto e tutti e cambiare nazione. Invece siamo qui a fare gli adulti scupolosi. C'è una puntuale nota stonata. Bisognerebbe avere la pazzia di prendersi continuamente, anche ripudiarsi, ma non fermarsi mai. L'ottanta per cento almeno delle persone che conosco sta con qualcuno perché è capitato ed è scattata quella ridicolaggine di considerare il fatto un'ala del destino.
Per molti, evidentemente, il destino è un gioco dell'oca sghembo e codardo, visto che ci si ferma alla casella meno penalizzante e la si vuol far passare per felicità.
È che non ci piacciono le cose scomode. Ci mettono in difficoltà. Studiamo continuamente oasi e divieti che possano rappresentarci in società, il colore e la dimensione delle cornici, la sensatezza dei divieti, la scrupolosità delle fobie che si travestono di etica a comando.
Giulia non fa che parlare di immigrazione, di femminicidio, di diritti, di matrimoni omosessuali, di volontariato, di ecologia, in una maniera dirompente e cieca, senza mediazioni, senza apparenti dubbi. È bella ugualmente, non potrei negarlo, e mi fa sentire una nuvola nera di passaggio nei suoi cieli perennemente votati alla speranza e all'aggregazione. Non funzioneremmo insieme.
Il suo amico, che si ferma purtroppo un attimo con noi, è una gran faccia di cazzo e parla di cose che non conosco. Pronuncia la parola “collettivo” ed io rabbrividisco. Che parola orrenda. Giulia è definitivamente persa in un mondo che non mi appartiene e che non ho nessuna intenzione di esplorare. Ora ci mancano solo i ragazzini invasati. Mentre il belin parla io continuo a fumare, non ho proprio nulla da dirgli.
E così, Giulia per me diventa brutta e indesiderabile, noiosa. I cieli sono grigi e le nostre passioni sono astratte e lontane, in un friggi friggi di monomanie e merda.

Al tavolo ci raggiungono, invece in pianta stabile, Mauro e la sua nuova ragazza. La cordialità di Mauro è sempre affettata. Non lo apprezzo molto, non apprezzo chi spasmodicamente desidera frequentare persone con uno status sociale ed economico superiore. Mauro morirebbe se non riuscisse a farsi vedere in giro con ragazze rigorosamente del Vomero o di Posillipo, al massimo di Chiaia o del Vomero alto, ma con qualche sforzo. I suoi amici sono tutti più ricchi di lui, piuttosto saccenti, il più virile di loro sembrerebbe non essere in grado di dire una sola sconcezza funzionale durante il coito. Parlano continuamente di mostre, di viaggi, di locali, e si credono particolarmente intelligenti. Le donne della combriccola sono delle mezze stronze che si sono trovate un orsacchiotto dal cazzo rugoso e dai modi educati, che le porta al ristorante, al mare, e che faccia lui i biglietti dell'aereo o del treno.
Anche oggi Mauro gioca a fare il tipo moderno e inserito, di buon cuore e tollerante, un po' maestro di cerimonie, un po' saggio dalla spiccata sensibilità.
Dopo poco inizia a parlare di film banali, di musica banale, di uscite banali, e non evita un colpo di mestolo negli anni della nostra adolescenza, gli anni ottanta. Sbuffo e continuo a fumare.
Luca, ti ricordi i primi videoclip su Videomusic? Wow...”, e si gira verso la sua garbata donna, che sembra una ragazza intelligente costretta a fermarsi alla terza casella -solamente- del suo gioco dell'oca.
Ricordo, ma non amavo molto”, tronco io.
Ah capisco...”, fa un sorrisetto comprensivo e continua imperterrito, il mammalucco socievole. Giulia anche lo ascolta, senza insofferenza, probabilmente senza giudizio. Mi chiedo cosa cazzo ci faccio con queste tre persone.
Sempre lo stesso funzionamento marcio, minato. Quando sei in coppia devi dimostrare di essere aperto agli altri. Quando sei solo, devi dimostrarlo a te stesso, pena percentuali d'isolamento. Sono ricatti.
Quando però vedo che arriva l'intelligentone con tre case di proprietà al Vomero e villa a Posillipo, capello riccio sconcicato e barba finto devastata, capisco che è giunta l'ora di alzare i tacchi. Ha lo stesso tono di voce di uno che una mattina scopre di non avere più l'uccello, e la sua gestualità è opulenta, sicura delle sicurezze, per la gioia della mia motilità intestinale. Lo considero un mio nemico. Mi piace considerarlo un nemico, così evito di dargli appelli e possibilità. Ci salutiamo a stento. Lui invece butta in mezzo al tavolo un dilemma di viaggio, Francia del Sud o Spagna quest'estate? Ma bravo, il Bruce Chatwin in micropene.
Io non sono nemmeno interpellato, perché sia Giulia che Mauro sanno che non vado in vacanza, un po' per scelta e un po' perché non me lo posso permettere. Il tipo, il ricciotto, analizza pro e contro delle due mete, ma con un'aria talmente annoiata e inerziale da farmi ribollire il sangue. Non pigoleresti tanto con il cazzo in bocca delle necessità, Carunchio inurbato.
Abbandono l'assembramento. Preferirei fare lingua in bocca con un pensionato che continuare ad ascoltare questa noia esistenziale in salsa propositiva.
Giulia mi guarda delusa. La scena non è nuova ai suoi occhi. Me ne sbatto. Non sei la mia donna, assumiti le tue responsabilità e fatti viziare da questi omini per bene, congratulazioni.

Risalendo le scale della funicolare, una giovane donna davanti a me si ferma perché evidentemente le dolgono i piedi. Si poggia con una mano al muro e allenta le cinghie dei sandali.
È un attimo. Tutto quello che sono finisce e inizia -o riprende- l'animale. Mi fermo con circospezione a quattro gradini da lei, mi sembra di percepire il suo respiro caldo, ho l'impulso di morderla, scoparla facendole tenere quella benedetta mano al muro. In pochi secondi sento il desiderio di farmi sputare in faccia, e mi distrugge il bisogno di sentire quanto velocemente potrebbe bagnarsi per un bacio o un morso.
Di lei mi interessa anche il sudore, il sangue, il piscio, la voce, ma non la storia.
Mi sembra di impazzire, devo allontanarmi, la sfioro, ho un brivido e una scossa violenta nella pancia e poco sopra il cazzo, sono annebbiato e che tutto il perbenismo della vita morigerata anneghi nella fogna di questa estate così scontata.
Quando infilo le chiavi nel cancello, ho ancora un po' di tachicardia e sento i pantaloni caldissimi. Ma sta già finendo. Per fortuna.

Corro in bagno e metto faccia e collo sotto l'acqua fredda, a lungo. Magari oltre a sgonfiare l'eros riesco anche a dimenticare le mie coordinate, il mio nome, il mio codice fiscale, il mio lavoro, i miei amici, le mie passioni. Per essere libero. Un attimo solo, libero, chiedendo pazienza all'assurdità del tempo consumato.

Luca De Pasquale

18/06/13

TROMMELGEFLÜSTER - Diario dei giorni marci


§1 Francesca

Ci sono giorni che la voglia di riscatto è più che un'ossessione, è il sangue stesso, è la consistenza dello sguardo.
Mentre percorro le strade dello shopping, di sabato mattina, mi accorgo che ho voglia di telefonare a Francesca e dirle che voglio scoparla, e poi farlo.
È da un anno, il tempo che non la vedo e non la sento, che ho voglia di scoparla. A casa sua, in camera da letto. Tradizionale. Sfilacciarmi in lei come una confusa condanna.
Voglio vedere che forma prende la sua bocca con il mio cazzo dentro. Sono certo che la temperatura della sua fica è anche più calda della sua smania di vivere. Sono certo di farla godere, anche con la bocca e le dita. Lo farei a ripetizione. Lo farei per riscrivermi interamente. Lo farei perché la mia presenza, qui e ovunque, non è una gentile ospitata, è sempre resistenza.
Desidero delle lenzuola pulite, che non puzzino del mio sudore e della mia pigrizia. La nostra scena di sesso, selvaggia e senza testa, deve verificarsi in una casa vera, non nelle mie monocamere così malinconiche e arrangiate. Voglio scoparla a casa sua, con la musica e le luci giuste, voglio dannarmi con lei in un contesto riuscito e non nel mio inferno a biglietto ridotto.
Quasi sbando per questo maledetto caldo primaverile, avvisaglia sconcia della solita estate che mi metterà in difficoltà, con tutta la mia oscurità, con le energie incanalate al rifiuto, alla non partecipazione, alla dispersione di tempo.
Continuo a pensare a Francesca. Non c'è un'oncia di passione astratta nei miei pensieri, bensì un'animalità selvaggia, libera da freni e recalcitrazioni, ho voglia di metterle il cazzo fin dentro e soprattutto che le piaccia. Voglio sborrarle in faccia, e poi, dopo, con calma, carezzarla senza precisione, senza scopi.
Un tempo avrei potuto innamorarmi di lei, perché ne sarebbe valsa la pena. Ma adesso. Adesso no.
Dopo un anno, cosa potrei mai dirle? Mi dispiace? Ora sono qui? Dovrei solo essere sincero, dirle che la voglio. Che voglio godere con lei, in lei, e guardarla mentre arriva all'orgasmo. È tutto quello che desidero, in questa primavera di merda.
Stanotte pensavo a che impressioni avrei suscitato da impiccato. Stanotte ho pensato di impiccarmi. Per accorciare le suggestioni dell'inferno. E perché detesto queste notti di affanni, di preoccupazioni, di ricordi che demoliscono blande virate all'estroversione.
Francesca chiamerebbe la mia lingua con la sua, e poi porterebbe le sue mani su di me, per verificare l'erezione, l'eventuale validità del mio cazzo. Sono pronto a questa prova. Sono sempre pronto per questa roba. Sono un cazzo e basta. Servirebbe a godere e allontanare il nodo alla Condé. Ma sono chiacchiere. Il cazzo mi si è indurito ora, per strada, e cianotico cerca spazio tra slip e jeans, restando però tumulato in un'euforia da sbiadire presto.
Via dei Mille, Napoli. Manichini accaldati e le loro puttane da passeggio, buone madri, amanti di un tempo, mestruazioni finite, neanche più Dio sul comodino, gente bene e io bastardo fallito che ci torno, io e la mia anima cencio, io e il mio cazzo carnevale.
Mi sento una bestia semicieca, il sole mi umilia, mi aspetta un weekend di solitudine largamente voluta e preparata e promemoria di infattibili vendette, è la solfa del fine settimana e la vivrò senza protestare.
La bocca, gli occhi e le cosce di Francesca affievoliscono l'arroganza della loro portata man mano che mi avvicino alla stazione della metro. Non sono innamorato di lei, altrimenti sarebbe rimasta impressa. Come quell'altra, alla quale adesso non voglio lasciare spazio, neanche per una confessione.
Avrò tempo. Avrò coraggio e viltà a sufficienza in seguito. Acquisto il biglietto in edicola, una vecchia mi urta, svicolo i venditori ambulanti di calzini.
Vedo poco, nel tunnel che mi porta al binario; vedo poco nel tempo che dovrebbe essere a mia disposizione.

§2 Cassa Integrazione, pomeriggio e morte

Non ne posso più di ricevere telefonate di sostegno e cordoglio.
Puzzano di carogna e di adempimento della compassione. Detestabili anche quando genuine.
Sono semplicemente uno che sta perdendo il lavoro. Non è una grande, innovativa, notizia. Impiegato di una grande distribuzione messo in cassa integrazione. È prassi. A quarant'anni la vita, non solo in questo, mi presenta il conto. Dei miei sbagli, delle mie occasioni mancate, delle manchevolezze e sfiducie altrui, dei sogni sgretolati, di quella lunga successione di sfratti affettivi che non ho saputo e voluto scongiurare.
Da ragazzo volevo fare lo sbirro, perché io ho uno strano cuore di sbirro malinconico, come in certi romanzi, e invece ho finito per mettermi addosso il gilet di un'azienda privata, specializzata nel superfluo, qualche volta denominato “cultura”.
Un'azienda gestita e organizzata da manager franco-meneghini, che ho scoperto essere una vera e propria categoria di persone. Lo ignoravo. Con le loro chiappette strette, la loro visione piramidale di rapporti e gentilezze, coadiuvata da un'ottusità di fondo, seguire il protocollo, seguire la direzione stabilita nei brainstorming e in altra roba del genere. Incapaci di una specifica ottica territoriale, ciechi nell'ordinare e nel giudicare l'esecuzione, specializzati nel demandare e delegare sempre alle persone sbagliate, i derivati di una derivazione.
Le mie riflessioni ossessive e invecchiate vengono interrotte dal suono della fisarmonica, ad opera dello storpio zingaro che racimola spiccioli in piazza, girando tra i tavolini del bar. Maledetta fisarmonica, ogni pomeriggio mi rovina la digestione e i rimuginamenti negativi.
Vivo in un monolocale. Ho sempre vissuto in monolocali, da una certa età in poi. Che avevano invariabilmente qualcosa di derelitto. In ogni monocamera, forse per definizione, è sottintesa un'idea di riduzione della libertà, delle aspettative di vita e di benessere.
Anche questo, ricavato proditoriamente da un grande appartamento suddiviso in celle per topi e uomini falliti, a picco sulla piazza della movida napoletana, la piazza “in” di questi anni, piazza Bellini. Affaccio, da una finestra sgarrupata, proprio sui tavolini dei bar; ogni volta che fumo una sigaretta c'è qualcuno che mi guarda incuriosito, magari pensando “ma chi è quello stronzo che ha avuto il coraggio di abitare ad un primo piano in un posto come questo?”
E certo che hanno ragione. Ogni sera, poco dopo le diciannove, è un inferno. Risate, bonghisti, tintinnii vari, schiamazzi, la musica del pub proprio sotto il mio pavimento, i chitarristi improvvisati, i ragazzini che giocano violente partite con il vecchio supersantos. Fino alle prime luci dell'alba, eccezion fatta per qualche notte invernale di pioggia e freddo.
Le persone orinano e vomitano ovunque, cercano di compiere piccoli passi inerziali nella voglia di chiavarsi, mentirsi, lasciarsi e riprendersi. Ci sono comitive radical chic che mi fanno ribrezzo, con quei foulard azzurrognoli e quell'affettazione di merda nel parlare. Ladri di respiro, nulli, tintinnanti, corrotti di un nulla che corrode senza onore.
So bene perché sono finito qui. Lo so benissimo. È stata l'ennesima tappa di un viaggio a diminuire, nei labirinti di una colpa nativa, un'esplorazione ardita di nuove privazioni e difficoltà, una sorta di espiazione scalcinata di tante leggerezze cercate, vissute, subite. Detesto il vittimismo, sono qui perché dovevo finirci, e pagare. Ho sempre avuto una forte predisposizione ai sensi di colpa. Nascendo ho sovvertito alcuni equilibri.
In queste ore postprandiali così indigeste, legnose, sento che la mia irregolarità desidera situazioni ai limiti, scenari che irrompano senza avvisaglie, per scomparire nella stessa ingiustificata nebbia degli inizi.
Mi dico che forse dovrei fare qualche telefonata, cercare di prendere qualche caffè, come si usa dire, per ritrovare una qualche socialità e mettere qualche tassello del possibile in rampa di lancio. Un vecchio amico con un'attività avviata, fargli un edulcorato e sentito piagnisteo. O qualche vecchia amante, per avere consolazione, rinnovamento della memoria e forse di nuovo il cazzo in attivo, anche se in minestre già saggiate. Ma ci vuole molto coraggio per inerpicarsi in tentativi del genere, ed io al momento non ne ho.
La maggior parte delle donne che conosco sono noiosissime e già bruciate. Da loro stesse, da partner coglioni, da me stesso, dalle zampe di gallina, dalla cellulite, dalla smania di far innamorare qualcuno e mettersi a posto con la biologia e la genetica. Le lolite puttanelle non le ho invece mai considerate.
Sento cospicuo il problema di comunicare qualcosa. Non mi viene di dire e raccontare niente. Le mie passioni, le gestisco in modalità privata, non sono un gran condivisore. Non deve piacerti la mia musica per forza, non devi certo leggere i miei stessi libri, e poi perché, non ti costringerò a guardare uno dei miei film feticcio insieme, di modo che sarai costretto a sentirmi bisbigliare in anticipo le battute.
Sono le quindici e quarantasei minuti, ed il vuoto incombe. Forse le diciassette e quarantasei arriveranno così lentamente che mi sembrerà trascorsa una giornata intera. Se dovessi scopare una donna, dopodomani invece arriverebbe tra poco meno di un minuto; il sesso ha decisamente qualcosa di miracoloso. Sono passati anni della mia vita in un dolce sesso, e anche in ipotesi di conquista, senza che me ne accorgessi. Invece ora è tutto limaccioso, livido, interminabile; e quando il cazzo chiede le sue boccate di ossigeno io non mi impegno abbastanza, per lui e per la serenità delle mie notti. Occorre essere crudeli e franchi. Non è richiesto di compenetrarsi.
Malinconicamente, mi avvicino alla finestra socchiusa e, quasi nascosto dalla tenda lisa e scolorita che drappeggia scomposta, fumo la sigaretta delle quindici e quarantotto con il cuore bucato, già annoiato dall'annunciarsi del resto del giorno. Il fisarmonicista ci mette pathos, riuscendo ancora più intollerabile, gruppuscoli di trentenni e studenti fuori sede sono ai tavolini del bar, in maniche corte e con i capelli spettinati. Cerco di scorgere bene le mutande rosa di una ragazza seduta sguaiatamente proprio di fronte, ha le cosce nude e questo particolare mi provoca un brivido di assestamento che parte da sotto i testicoli e finisce dritto nella mia sconfitta esistenziale, una sconfitta che pesa e che al momento è senza vento.
Per un istante mi immagino incombere in piedi vicino a lei, mi sembra quasi di vederlo, il suo sguardo vizioso e troppo ruspante, e la forma del cazzo duro nei miei pantaloni bianchi un po' stretti, quasi da frocio, e la sua lingua rosa che si precipita verso quell'odore di sudore e noia, e poi il pensiero mi annichilisce e questo pomeriggio mi sopravviverò solamente, senza sconti.

§3 L'idea di Ania

Seduto nella sala fumatori aziendale, ho trovato come passatempo quello di cancellare dei numeri dal mio cellulare avveniristico, colore viola scenata. Alcuni colleghi parlano ovviamente di quello che sta accadendo e degli scenari che sembrano profilarsi. Quanto durerà la cassa integrazione? Quand'è che subentrerà, eventualmente, la mobilità? Certi non sanno nemmeno chi paga la cassa integrazione, certo non i nostri clienti, cazzoni. I padri di famiglia ci tengono a far pesare la loro condizione, devono sfamare dei figli, che possiamo saperne noi che non abbiamo procreato? I Peter Pan che ancora vivono con mammà hanno un'aria spaurita, piuttosto patetica. C'è un confronto confuso, monotono, squallido, continuo e deprimente. Partecipo pochissimo a questi meeting della sfortuna, rifugiandomi spesso nell'idea che potrei decidere di mettere fine ai miei giorni, se proprio vedessi la malaparata. È un'idea che mi salva spesso, per quanto macabra.
Continuo a cancellare numeri con fare assente e partecipe allo stesso tempo, ho smarrito più amici che capelli negli ultimi anni, quasi sempre per delle cacate di principio e per un'insofferente noia. Accanto a me è seduta Concetta. La sua bocca larga e zeppa di rossetto è carta moschicida per i quattro impotenti che le ronzano attorno da anni. Inguainata in fuseaux di rimarchevole aderenza, la donna diffonde nell'aria il suo pessimismo circa la nostra situazione.
“Dobbiamo rivolgerci ad un politico”, esclama, mentre con la coda dell'occhio mi accorgo che due colleghi le guardano il monte di Venere, come se la voce le uscisse da lì, “non m'importa se di destra, sinistra o centro! Che diamine, siamo un'azienda importante, ci devono salvare...”
I quattro ricchioni con salivazione prosciugata continuano a trastullarsi, supererebbero Dio e ogni preghiera se riuscissero a metterla in carriola. Ma sono dei babbuini con l'anima minuscola e un cazzo da lido domenicale.
Qualcuno la conforta, sempre con altre mire, lei si agita sulla sedia e mi arriva una zaffata del suo profumo. Non so per quale motivo, anche perché non è certo lo stesso, ma il profumo mi fa tornare in mente Ania.
D'un tratto, sono costretto ad arrestare la metodica cancellazione dei miei contatti; Ania è dunque comparsa.
Ricordo con chirurgica precisione le parole che ci siamo detti, nei nostri rari incontri, con lei mai sola. Il suo sorriso sereno, la sua posata curiosità nei miei confronti, la mia ansia di colpirla con una frase, uno sguardo, una metafora grottesca.
Verso Ania, su Ania, i miei pensieri non sono mai stati osceni, vendicativi, quelli ormai familiari di un uomo in perenne proiezione di vendetta. Qualcosa mi ha attratto da subito, qualcosa che mi è parso senz'inganno pulito, scevro da manie e mistificazioni, in buona sostanza diverso. Al nostro primo incontro, avvenuto sotto lo sguardo vigile del suo compagno, è subito scattata in me la consapevolezza che dormire, e dico dormire, con lei dev'essere una fortuna, un dono. La sua freschezza deve certamente valere molto più di un'emozione arcigna, veemente, incontrollata, magari maldestramente sessuale.
Ania. Vorrei rivederla. Non vorrei fare del male a chi l'accompagna ora. Proprio no. Ma c'è un che di appartenenza -a me- negli sguardi di quella donna, ed io l'ho capito da subito.
E così adesso ho lasciato scivolare il cellulare in tasca, e le chiacchiere di Concetta e degli altri sono una mera bassa frequenza senza disturbo e senza conseguenze. Vorrei comunque scacciare il pensiero di lei, perché è irrazionale, senza fondamenti, e diventa sporco nella sua irrealtà, difficile sopportare la scarsa tenuta dei desideri, quando ci invadono.
Come sempre quando qualcosa mi emoziona, anche per pochissimo, devo trovare un sottofondo musicale. Nessuna canzone in particolare. Questo flusso che mi spinge verso una sconosciuta, questa successione di note dense, corpose, va accompagnato da un celebre e difficile assolo di basso di Jeff Berlin in un datato disco dei Players, il brano era “Valentine”. Basta cambiare il nome, e ad una magia senza domani posso collegare una passione sviscerata, sperimentata.
Per ora, posso fare solo questo.

§4 Mocco's Red Wine

La sera, il mio amico Mocco viene al mio capezzale. Porta una bottiglia di vino rosso. Scelta infausta; che cazzo porti il vino, devi per caso tentare di scoparmi? Sono astemio trecentosessantadue giorni all'anno, e poi bevo solo rosè, in genere per euforie seduttive. Ed essendo anche un eterosessuale militante, il gesto di Mocco è di grande stupidità.
Mocco ha quarantaquattro anni e gestisce un outlet di jeans a Fuorigrotta. È un inguaribile ottimista, dovesse cascargli il mondo addosso troverebbe un motivo per farselo piacere. Di aspetto anonimo, sembra una lenticchia con un filo di barba, non ha fortuna con le donne, da un lasso di tempo che in altri casi avrebbe messo a dura prova la convinzione di dover proseguire l'esistenza. Si innamora in continuazione, di donne complicatissime e stucchevoli, in genere appassionate di musica balcanica, pantografia e umanesimo, lamentose, sfortunate, idealiste, sintonizzate sull'isteria e soprattutto orientate verso di lui in maniera decisamente amicale. E basta.
Lui è un confidenziale. Uno stoico confidenziale. Sarebbe capace di ascoltare per ore le fumisterie sentimentali, con lui ovviamente fuori dal cast, di un'amica, anche attraente, persino della donna della quale è segretamente innamorato.
Mi sono sempre chiesto se abbia o meno reali stimoli sessuali; perché trovo inconcepibile stare fino alle quattro del mattino vis à vis con una donna senza provare a portare la cosa su un piano diverso. Quando gli ho chiesto cose del genere, sono sempre passato per un bruto insensibile. Ma ci sono abituato.
Qualche volta si è scandalizzato del mio modo di esprimermi e pensare. Una sera, in una pizzeria, gli dissi candidamente che avevo voglia esclusivamente di un rapporto orale, per giunta con del sano turpiloquio a condirlo. Se ne ebbe a male, chissà, magari quella sera era tutto concentrato sui suoi compiti di “confidential listener” senza abilitazione per il coito.
Mocco è nel mio monolocale. Apre la sua bottiglia di vino come se niente fosse. Io bevo Pepsi e fumo, abbrutito da una giornata di lavoro frustrante.
Si siede, sorseggia.
“Allora”, esordisce con aria allegra.
Non rispondo e lui non continua.
“Allora che?”, dico finalmente.
“Che si dice? Raccontami tutto!”
“Merda”
Sempre quella dannata euforia. Che non so mai come fronteggiare.
“Martino, che significa 'merda'?”
“Significa che va niente bene”
“Il lavoro, avete ricevuto notizie? C'è qualcuno che subentra? È in previsione qualche accordo per gli ammortizzatori sociali?”
Gli spiego, per l'ennesima volta, la situazione, poi mi tacito quando lui inizia una prevedibile filippica a tinte rosa, tutto si sbloccherà, in fondo uno come me anche a quarantun anni un lavoro lo trova, bisogna essere positivi, reattivi. Ma con gli uomini, e in particolar modo con me, il ruolo di coach esistenziale non gli viene un granché bene.
“Mocco, ho inviato centosei curricula in quattordici mesi. Non ha risposto nessuno. C'è dunque da rallegrarsi?”
“Hai mandato a Feltrinelli?”
“Sì”
“Mondadori?”
“Certo”
“La catena Internet Bookshop? Mediamarket? Ricordi?”
“Sì al cubo, Mocco”
“Niente?”
“Niente. Ho ricevuto solo un'offerta part-time da una casa editrice austriaca specializzata in didattica del basso elettrico, la Schörtnagl GMBH, trecento euro al mese e avrei dovuto scrivere in tedesco, pensa che fortuna”
“Tutto si sbloccherà, il vento cambia”, motteggia lui, gestendo con parsimonia il suo rosso antico nel più brutto bicchiere che io potessi mettergli a disposizione.
“Ho tutte le ragioni per augurarmi la fine del mondo”, chioso banalmente.
Non tollero che i nostri tre anni di differenza anagrafica diventino sempre, d'incanto, autentiche ere; lui l'uomo fatto, stabile economicamente, positivo, e io l'ex ragazzo costantemente incazzato con la vita e con gli eventi. È così schematico, eppure accade, ed io mi sento prigioniero di un cliché senza fascinazione alcuna.
Cade un silenzio imbarazzante, il fumo delle mie sigarette ha appestato l'intero ambiente, e per giunta -nel riflesso del vetro della finestra- mi accorgo di avere una pessima cera, sancita da un'espressione corrugata e cemeteriale.
“Novità sul fronte sentimentale, invece?”, ritorna lui, quasi zompettando sulla sedia.
“Per la prima volta in tanti anni, non accade proprio nulla”
“Non ti piace nessuna? Non hai conosciuto...”
“Senti Mocco”, replico spazientito, “sono in cassa integrazione rotativa, queste forse sono le ultime buste paga della mia vita, sono squattrinato, appiedato, deluso, raso al suolo. Perché dovrei presumere di poter conoscere qualche donna nuova? Per allietarla con cosa? Sento che ogni cosa è un lusso non alla mia portata”
“Ma tu hai molte risorse!”
“Per morire”
“Smettila”
“Ironizzavo. No, non è cosa”
“Cosa?”
“L'amore, Mocco”
Ricade, pesante, un silenzio sconsolato, ormai pigro, rasoterra. Guardo il pavimento crepato del monolocale, freme qualcosa di simile alla ribellione, poi ricordo Francesca, poi mi viene per un solo istante in mente Ania, infine mi arrendo alla notte e all'incolpevole compagnia di Mocco, che svernerà qui finché non sarò costretto a cacciarlo con la scusa del sonno da recuperare.
Ecco, questi sono attimi senza sottofondo possibile. Vorrei che piovesse, e desidererei un altro nome e un'altra storia.

§5 Tra Jaco Pastorius e il sottosuolo

Ania non si è mai fatta viva in questi mesi. Il suo uomo la marca, la pressa.
Il suo uomo è solo un contabile della felicità. Mi fa anche pena.
Ora sono in una casa nuova, ho messo quattro chili, fumo anche il doppio di quest'inverno, dormo con la testa verso la porta.
Oggi sono le 15e29 e ascolto Jaco Pastorius in un vecchio disco di Flora Purim. Ascoltare Jaco è sempre un'esperienza, le sue linee di basso disperate, visionarie fino all'eccesso, solipsistiche, semidivine, certamente trascendenti per quelli come me.
Ania non mi ha cercato ed io lo sapevo. Ci sono state altre simpatie epidermiche, il venticello delle possibilità, ci sono stati dei pomeriggi sereni, degli amici degni, delle giornate arrangiate alla meno peggio.
Per fortuna, molte cose che scrivo hanno il potere di allontanare, distogliere e scoraggiare, risparmiandomi atti penosi. Qualcuno, come da prassi, l'ha presa sul personale e ora mi fa la faccia storta. Code di paglia e stantia ingenuità.
E invece, la visuale sul mondo così popolata da corvi e rondini disegnate al contrario è stimolante, permette l'azzardo, l'assurdo, rende labile il confine tra il salto nella vitalità e un cupio dissolvi fortunatamente senza santini.
Su venti donne che conosco, per statistica una sola mi incuriosisce, ed è sempre la più inavvicinabile. Divertente. Non sono un ventenne con brufoli e scroti imballati che deve dimostrarsi qualcosa. Mi prendo il lusso del lanternino, mal che vada dormo.
Non sono nemmeno uno di quei quarantenni che ha appeso l'anima nel picoglass della bella famigliola e ha dovuto nascondere il cazzo nel comodino, insieme agli antidepressivi e alle bollette.
Se Maura e Gigi non mi invitano alla loro festa posso anche grattarmi l'uccello, se Titina non mi saluta che andasse a fanculo, se parenti e vicini di casa determinano la mia non guarigione tra una prugna e uno stuzzicadenti, beh, Dio vi accoglierà con la pettola pulita.
Se mi chiedono del lavoro, neanche rispondo più. Tanto la risposta non interessa realmente e l'impotenza è un generatore di imbarazzi.
Carola vorrebbe che la corteggiassi, ma sta perdendo tempo.
Dina ha cambiato idea su di me e mi invia qualche sms. Io rispondo come se mi trovassi perennemente sotto la doccia con un altro uomo, a fare cose colpevoli con la nostra virilità invertita.
Ogni tanto mi presentano qualcuna dicendo che è la “compagna ideale” e poi scopro che ama segretamente un dietologo tedesco con la pancia o un fighetto qualsiasi con la nuova passione della barba delimitata.
Ricorderò questo periodo. Come una fase. Come una rinascita senza rinascite. Come un crudele riferire alla notte. A testa alta.

Luca De Pasquale

13/06/13

Spicchio di luna


Da ragazzo ero molto affascinato dai dischi dell'Ecm Records.

Mi portavano in un territorio che credevo tutto mio, fatto di astrazioni, distanze, eleganza sonora e nobiltà di pensiero. C'è stato un momento, intorno ai miei venticinque anni, in cui potevo dire di aver ascoltato l'intero catalogo Ecm, anche con mezzi di fortuna.

Riascoltati oggi, quei dischi non hanno lo stesso effetto panacea di quegli anni, forse solo perché manca l'orizzonte di scoperta. Però è ancora una profonda emozione prendersi cospicue razioni di Arild Andersen, Eberhard Weber, i primi di Dave Holland di Miroslav Vitous, la scena europea era fervidissima in quegli anni e portava con sé una grande forza creativa. Insisto nel pensare che se ristampassero alcuni vinili mai passati in cd, penso a Michael Naura, OM, Mal Waldron, Pepl/Joos/Christensen eccetera, riuscirebbero a dare continuità ad un catalogo estremamente variegato, almeno nei primi anni di vita dell'etichetta tedesca.

Rispolvero i miei vecchi dischi in questo limbo straniante e contraddittorio in cui sono sospeso e acrobata; i dischi sono sempre stati una forma di consolazione, una ricompensa fatata, una passione assoluta. In questa sospensione, appunto, il contrabbasso di Eddie Gomez in “Sicily” di Chick Corea risuona in un altro modo, finendo per colorare anche altro, per riempire altri coni d'ombra, acquisendo la capacità di parlarmi di quel che sono stato e sono.

Ci sarà un motivo per il quale ho preferito il contrabbasso alla playstation, scrivere piuttosto che (avversativo, lo ricordo) giocare a pallone, scelte d'anima, inclinazioni, slang.

Anche il pianoforte suggestivo presente in “Spicchio di luna” ha una connotazione più pregna, gonfia forse degli anni, delle storie, delle peripezie, sarebbe tranquillamente dedicabile a più di una donna del passato.

I versi della canzone sono piuttosto universali, ma si attagliano perfettamente al particolare: “Spicchio di luna ormai non navigo più da molto tempo in quelle stesse acque tempestose dove tu mi trovasti tanto male in arnese da scappare via”.

Mi capita di incontrare molte persone e non sapere assolutamente di che cazzo parlare. Un caffè tira l'altro, si dicono sempre le stesse cose, si formulano le stesse svogliate domande, ci si deve, bene o male, accontentare perennemente.

Non è nel mio carattere.

A me continua a rodermi qualcosa, faccio una fatica enorme a rassegnarmi, azzero la rabbia, l'istinto di aggressione, e poi mi ritrovo il tutto tra i piedi. È una fatica immane e pedestre trovare qualcosa di interessante da dire o rivelare al prossimo. Fosse per me, spesso, mi esprimerei a grugniti, alzando i tacchi come segno distintivo.

Di cosa dobbiamo parlare? Del tuo uomo, della mia donna? Di come ti risvegli e di come lo faccio io? E se mi piaci, devo per caso fingere di voler avere un ruolo secondario ma sicuro, la certezza della presenza? È annichilente.

Sto fumando molto. Si dice in giro che la cosa mi piaccia. Confermo. Sono un tossico. 

Ogni tanto intravedo qualche "donna da inversione della realtà", come amo pensare quando fiuto il pericolo passionale. Sono piccoli sogni in abito blu, ed io gli occhi ce li ho. Ma, rispetto a un tempo, la notizia che non siano libere o che siano di carattere impegnativo non è più stimolante.

La passione ha un potere totalmente eversivo. Molto eversivo. Si rischia la vita, la testa, l'onore. Ho un alto senso dell'onore anche se sono di sinistra. Non è poi così strano.

Una donna legata mani e piedi al suo peluche metafisico, ma che eversione vuoi tentare. Scrivi sedici poesie, lei si fa venire dubbi e paturnie, ti fai odiare puntualmente da qualcuno, infine non succede niente, niente che sia duraturo. Ce ne sono stati di chiarimenti in macchina a tarda notte, di visite galeotte in appartamenti improvvisati, di incontri segreti a lume di lacrime. Ci sono stati molti, moltissimi, “vorrei amarti, ma...”. Forse l'ho detto anche io, perché a volte si può far schifo a turno. Comunque non avevo pazienza, e al primo “ma” toglievo le tende senza troppi complimenti.

Sergio Caputo, volente o nolente, ti porta sempre a pensare alle donne. In fondo, mi dico, le donne sono la meravigliosa ossessione. Ma io non sono un voluttuoso notaio di Cesenatico, un nerboruto andrologo di Catanzaro, e quindi le donne sono per me il jazz, le prime luci del tramonto, le stazioni deserte di notte con l'immancabile spicchio di luna garantito anche ai boia.

Incontro dei colleghi cassintegrati per strada. Il problema si ripresenta: non so che cazzo dire. E, considerato che non amo fingere, mi dirigo senza dubbio verso il silenzio e la contemplazione del fumo di sigaretta. Occhi semichiusi per il sole, passo un'ora buona a guardare le gente, soppesare le donne, scalciare la mia identità fuori dal vaso del buonsenso.

Nell'ora di assenza al gusto nicotina e vestitini corti, mi capita di ripensare a certe telefonate penose in cui si deve arrancare per trovare un senso al contatto. Accade con amici che hanno perso lo status per inerzia ed estinzione argomentale, con ex fiamme che vorrebbero essere gentili ma che si vede quanto rancore si trascinino dietro, con una liana di parentado che ti sprona ad essere il riccioluto ed enfatico bambino di un tempo sepolto.

Si tratta di segmenti e binari morti, c'è poco da discutere. Ci siamo persi, ci siamo massacrati di poco e zenzero dentro e fuori, ci siamo scopati, bevuti, smontati e vomitati, a me è rimasto il contrabbasso e a voi un'agenda di appuntamenti, non c'è niente di male, buona fortuna.

Alcuni colleghi maschi, arrapati come babbuini, fanno apprezzamenti sul rigoglioso panorama di una stagionata cronista della carne. Non condivido l'approccio da chierichetti pronti alla sega, è così deprimente. Dov'è il jazz, maledetti? Senza jazz non c'è voglia che duri più di uno sbadiglio.

Vestitini corti. Non ho nessuna voglia di parlare. Nessuna. Fa caldo. Sono svogliato. Vesititini corti. Ti accendono. Diventi un pezzo di sesso. Non pensi più a niente. Da un po' di sesso sembra dipendere il resto della tua vita. Monomania. Schiavitù. Errore.

Solo dall'eversione e dal caos si guarda meglio la luna. Me ne convinco.

Chiudo il telefono in faccia ad un operatore di telefonia, sono invece costretto a rispondere al cliente Larry Grecia, un arcaico bisessuale dai gusti raffinati.

Larry esordisce molto male: “Buongiorno Luca, che notizie mi dai della situazione lavorativa...? Ho letto sui giornali cose confuse...”

Mi tocca spiegare, ma non tolgo la sigaretta dalle labbra. Una noia badiale, concreta. Lui ascolta a stento, ha già in mente la proditoria richiesta esotica d'ordinanza, che infatti giunge a fil di voce: “Dato che sei un esperto di Jaco Pastorius, io...” ed esita.

Dimmi pure, Larry”, rispondo, disgustato e rapito dagli stivali estivi di una Giunone contraffatta.

Starei cercando quel disco in cui Pastorius suona con un chitarrista latino con un nome spagnolo...”

Francisco Mondragon Rio, 'Natural', edito dalla giapponese Diw”

Fenomenale, è proprio quello! Incredibile, sembra che tu abbia vissuto a casa Pastorius...”, e ride, ma ride solo lui.

Difficile da trovare, Larry, molto difficile”

Lo voglio”

Compulsivo satiro, e va bene, ti accontenterò, avrai la tua salvezza mensile, avrai una rarità da mostrare a qualcuno, tutti noi siamo a caccia di rarità da esibire, anche solo a noi stessi. Quel disco è atroce. Jaco non fa niente, era già a brandelli. E' un'incisione triste e dimessa, e Larry Grecia la vuole. Collezionismo compulsivo, smania di mostrare rarità. L'intelligenza latita ed è rara.

Poi finisco con Larry Grecia e mi ritrovo a chiedere informazioni su una donna che ho incontrato solo con la coda dell'occhio. Mi viene riferito che è molto legata, molto occupata, e per giunta felice. Appassisco nevroticamente, anche se il titano che annaspa in me spinge per il colpo di teatro, che io però so si rivelerebbe completamente campato in aria. E dunque non mi proibisco di appassire con cura per qualche minuto.

Mentre sto per abbandonare l'adunata di colleghi, incrocio il signor Vespabile con consorte al seguito, una sorta di mucca gassosa dal sorriso ebete. Ex vicini di casa, quattro case fa.

Mi chiedono anche loro della situazione lavorativa. Provo un'inedia allo stato terminale, sento l'urgenza istantanea di un rapimento di qualsiasi genere. Anche la droga o un improvvido rigurgito di ingenuità.

Vespabile e famiglia, gente abbiente. L'effimero e il garantito sono nei loro occhi bovini e senza mistero, mentre io, come da ragazzo, come da adolescente, come da primo uomo, sento che parlando mi mostro per quel che sono, uno scarto della società, un fuoriuscito, un senza nome, il corpo estraneo che lacera e si lacera. Il corpo estraneo che sogna.

Nulla mi salverà dalla loro compassione ignorante e da prima serata, nulla mi garantirà di evitare la pacca sulla spalla gusto religione e bonne pensée.

Loro drappeggiano, buoi supremi con simpatie per l'Onnipotente, mentre io mi affosso nella loro squamata gentilezza, io ladro di fuoco, io illegittimo accerchiatore di tutte le mie scivolose tentazioni, io alle prese con questi vestitini corti e il godere insieme che è nell'aria come una musica folle e momentanea.

Mi arrivano le pacche di cui sopra, per giunta due. Ho un conato di vomito. Prima di congedarsi, Vespabile maschio dice alla sua signora: “Ma lo sai che Luca ha anche scritto un libro? Luca è persino uno scrittore!”

Ecco, e ci mancava solo questo. Faccio spallucce, imbarazzato, con un'ineffabile espressione da cazzo con i piedi, mi tormento come per espiazione, infine sfiorisco nella mia lugubre diversità e non c'è in piedi una sola reale preghiera che tocchi le corde della mia spiritualità bastarda e bucaniera, da apolide in controluce.

Accomiato i Vespabile's, ritorno sulla pessima risposta circa la ragazza in abito blu, mi viene ripetuto che è anche felice, accendo una sigaretta, il Diavolo pensa bene di accendere ogni luce disponibile nelle mie fontane, accorrete bimbi, accorrete cani e militari, c'è uno che continua e bruciare e non è detto che non gli piaccia.

Luca De Pasquale, 13 giugno 2013