17/05/13

Bouge pas


Nell'obbligato cammino che mi porta, per l'ultima volta, da via Roma a piazza Bellini, il senso di squallore è immenso, penetrante, difficilmente sopportabile.

Un passeggio deforme, urlato, spavaldo, flippato, nevrotico e cafone. Le strade del centro sono peggiorate in maniera esponenziale da qualche mese a questa parte, l'ho respirato, l'ho vissuto.

La caciara del centro storico è stata la mia peggiore esperienza di vita fino a questo momento. Non c'è nulla che mi attragga nel centro di Napoli, nulla che mi attragga più. È stata una follia finirci e cosa giusta aver abbandonato subito, senza cercare un lato o un aspetto meno irritante.

La protervia spacciata per divertimento, la maleducazione e la deriva esistenziale passate per leggerezza, mi chiedo come possa un individuo sano di mente trascorrere sette o otto ore in una piazza a bere birre e dire stronzate con altri animali senza guinzaglio.

Su certe cose della vita sono profondamente intollerante. E agguerrito. E non ho nessuna intenzione di invertire rotta.

Desidero solo un posto tranquillo e che non mi si rompano i coglioni; sarà devastante, osceno, ma è crudamente vero.

Per la pace da ottenere, per le tregue da strappare, sono pronto alla guerra. O a una ritirata intelligente. Punto. Ma decido io il dove, il quando, il come.

Tra guardie e ladri, io sono una guardia. Definitivamente e decisamente guardia.

Se si cerca la retorica stracciona dell'infelicità che costringe all'errore sistematico, io sono sordo. Non sono onesto, non sono pulito, ma sono una guardia. E sono per l'ordine e per rispettare le regole. Ne ho abbastanza dei radical chic che fanno due pesi e due misure a seconda della loro convenienza; quello che li scippa è una merda, ma lo zingaro che è entrato in casa di uno sconosciuto doveva dar da mangiare ai troppi figli. Stronzate radical chic.

Sono per la legalità. Per il rispetto degli altri attraverso le regole e l'educazione. Se questo determina e rivela una natura reazionaria, non so che dire e non me ne preoccupo.

L'ho detto, fino alla nausea, a quel tipo che insisteva con le giuste ragioni dei No Tav; io sono contro le manifestazioni violente dei No Tav, sono dei pezzi di merda che hanno cercato di ferire operai che stavano lavorando.

Reazionario, reazionario...”, biascicava il tipo quando gliel'ho detto. Mi accusava di retorica conservatrice, destrorsa, ma la sua, da figlio di papà con la barbetta e che finge di leggere scrittori sensibili, è retorica radical chic del cazzo.

Un capitolo a parte lo meriterebbe tutta la feccia che sta venendo fuori dalla situazione lavorativa. Ma quello c'è, è in corso di opera, di certo non finirà solo a puntate sul blog. E poi da certe scene penose bisogna allontanarsi un po', lasciarle dove sono a imputridirsi, a schizzare tutta la merda del caso, e anche la merda va lasciata riposare. Di certo non mi agito e non mi dibatto come chi muovendosi nell'ombra pensa di essere intelligente.

Piccolissimi uomini per piccolissime convenienze. Sproporzionate bugie per irrilevanti benefici. Auguri e andate tranquillamente a fare in culo.

Un commiato senza peso anche alle Vagine D'Oro.

L'ottanta per cento degli uomini che incontro è alle prese con una Vagina D'Oro. Per questo tipo di creatura rinunciano ad altri amori, nemmeno se ne accorgono. Smidollati. Siamo ancora qui a farci del male per un pompino meglio riuscito e per le esitazioni eccitanti di qualche stronza. Cosa ti piace di Vagina D'Oro? Come si veste? Che è un po' zoccola e poi ti fa sentire l'unico e ti inorgoglisce? Ti piace pensare che se la vogliono impalare tutti? Cosa ti eccita, stronzo segaiolo con le tue canzoni americane?

Vale anche l'inverso, per i Cazzetti Di Platino; seriosi, volitivi, a costante velocità nella vanità e nella presunta forza di mangiarsi la vita. Osservo donne svenarsi, imbruttirsi e delirare per dei Cazzetti Di Platino.

Facciamo sempre le stesse cose.

Possiamo imparare a scopare meglio, a trattenerci di più, a leccare più il clitoride che dentro, a masturbare con due dita e intanto baciare con la lingua invece che fare facce da orsacchiotto di merda; possiamo riconoscere gli orgasmi finti, la secchezza vaginale di donne nevrotiche, l'emozione insperata in una reduce come noi, ma finirà sempre allo stesso modo. Verremo, con espressioni e contrazioni orribili, faremo promesse, schizzeremo del liquido bianco pensandoci alle porte del paradiso.

Sono sempre le stesse cose, se le anime restano mute. Sono sempre le stesse dannate cose.

Il cazzo non impara dagli errori, e la voglia di infilarci uno dentro l'altro con la scusa dell'amore e di un progetto (parola infima) non regge più all'urto degli anni e delle ferite.

Posso far godere una donna con onestà: posso usare la bocca, le mani, l'uccello, le parole e persino le lettere. Ma le bugie a luce spenta sono buone per i film americani romantici; e le sigarette insieme sono solo godere un po' dopo aver goduto di più, non sono anime che parlano.

Scrivo queste parole con la massima tranquillità e riservatezza; sono vestito con t-shirt e jeans, sono di discreto umore, non ce l'ho con nessuno. Non sto su di giri a zonzo per ataviche rabbie; compassato, riservo alla carta pensieri concreti.

Stasera non mi va di scrivere di laghi, di dame blu, di albe itineranti, ma torneranno di certo, torneranno per nuove suggestioni, e sarà bellissimo. Non mi sento avvolto da cupe ragnatele di disperazione. Sono semplicemente sincero.

La vita mi ha portato a non aspettare più nessuno. Né per un dietrofront né per una confessione, ravvedersi vale poco, rimuginare è una scarnificazione di cadavere e fa solo voltare lo stomaco a chiunque assista.

La vita mi ha portato a considerare che gli amici devono essere pochi e amarsi tra amici comporta anche non molestarsi; la vita mi ha portato in un luogo bianco e ventoso dove l'idea di famiglia è una bugia puzzolente e invecchiata con i souvenir di vacanze forzose, convivenze e connivenze insalubri.

Non ho paura dell'Inferno. Non ho paura delle verità più laceranti; vuol dire che mi godrò di più i veri bei momenti.

Non ho imparato nulla che sia di lezione e di sprone per altri; non ho imparato a spacciarmi per uno che ha capito. Me ne fotto di aver capito.

Non suggerisco come camminare, come mangiare, come amare, come lubrificarsi la punta del cazzo, che dischi ascoltare e che combriccole lavorarsi. Non faccio psicologia santificata in salsa umanitaria; penso che l'essere umano sia sostanzialmente un tronco marcio con qualche cavata di dignità e di raro amore. Io non sono tra i peggiori, se pensassi di svettare in nequizia me la tirerei, e io invece sono anonimo, anonimo più di un anonimo involontario, sono bianco, sono raso al suolo, sono in divisa a sorvegliare i troppi silenzi dopo gli errori.

Sono solo una guardia, e niente mi anticipa, nei comportamenti e nei pensieri, se merito di uccidere, di essere ucciso, o di uccidere ogni particella del mio disincanto.

Quel che accadrà riguarda solo me e le anime che mi parleranno, senza cambiare parere troppo in fretta.

La vita a volte trascina in piazze bianche, dominate dal vento e dalle assenze. E in quei luoghi non puoi mentire.

Rassegnandoti perché, al contempo, non potrai pregare più per sorprese confezionate.

LdP, 17 maggio 2013




13/05/13

Havona


9 maggio 2013



All'uscita della funicolare, al Parco Margherita, incrocio quello che da molto tempo ho definito “il fidanzato coglione della fata”. Un tizio che veniva in negozio con la sua donna, che è un'esatta mistura tra Eleonora Brigliadori giovane e Vanessa Gravina. Attraente, non si sa bene di quale spessore, stuzzicante l'idea di una scopata X con quella sorta di bellezza fatta anche di vuoti.

Il ragazzone è molto alto, allampanato, verboso -ricordo i suoi deliqui in negozio- e tonico; trovo disgustoso pensare al suo culo bianco stantuffare prima piano e poi veloce, trovo indecente aver compreso come gode, e cioé con lunghi lamenti, litanie laiche e sciocche di un uomo qualunque.

Il tipo è adesso in giacca e cravatta scure; porta con disinvolta insipienza una chierica da prete in masturbis, e profuma vagamente di docciaschiuma pregiato. Lo guardo, e lo guardo avendo ben chiaro che ho il diavolo nella pancia e nel cervello, il suo essere impeccabile e professionale cozza con l'elegante rottamazione della mia vita.

Cassintegrato a zero ore, inutile parlatore da ore piccole, da divano e da reciproca masturbazione per evitare il grande gesto compromettente, uomo da dita in bocca e voglie represse per sensi di colpa, lavoratore scavalcato dall'ignoranza, parente etichettato come stravagante, accompagnatore irregolare, sperpero vivente.

Penso che pure se mi chiavassi la sua donna, se la seducessi, quella soffrirebbe per tutte le incongruenze della mia persona. E con lui questo non accadrebbe e non accadrà mai. Lui è un tipo tranquillo e affidabile. Quest'uomo sembra una persona dabbene, realizzato, non in guerra, persino dolce e coccoloso. Io mi muovo come uno scorpione impazzito su una terrazza senza parapetto, posso cadere da un momento all'altro, per giunta senza Dio in tasca. Assolutamente riprovevole.

Non me lo vedo il tipo d'uomo che si farebbe sputare sul cazzo, è chiaro che fa pure la vocina prima di metterlo dentro, e che lo faccia con le orecchie pulite, la camicia fresca e che prima di fottere e forse amare è in grado di poggiare con garbo sul comodino cellulare, portafogli, chiavi, pillole e biglietti da visita.

Io continuo a chiedermi per quale miracolo non sia, e parlo stavolta di me, arrivato a poggiare sul comodino un'arma carica e scommettere sul giorno opportuno in cui farmi saltare la faccia e chiudere il conto.

Se capissi davvero che una persona mi ama, e mi ama senza riserve, penso che non riuscirei a mettere in conto di aprire un nuovo scrigno di felicità; penso piuttosto che le estorcerei la promessa di assecondare i miei desideri, anche un lontano giorno.

Se te lo chiedo, quando te lo chiederò, sparami al cuore”.

Ma dovrebbe essere una persona intelligente e di vedute aperte. Dovrebbe comprendere che esistono uomini impegnati in continui corpo a corpo con la vita, e che la loro libertà suprema consiste nella certezza della possibilità di scegliere. Tutto qui. Niente bipolare o non bipolare, le cagate sulla depressione, sull'inidoneità sociale e altre frattaglie da rivista psicosomatica.

Semplici, atroci e intensi corpo a corpo continui.



E così guardo il volto sereno di quest'uomo tranquillo e cordiale.

Devo riconoscere che non mi ripugna affatto. Ma non è uno dei miei fratelli.

Forse posso anche ammirarlo.

Mi sovrappongo a lui in un gioco sadomasochistico. Io sono quello fuori fuoco, inevitabilmente, e mentre il mio senso dell'amore gronda morte e insoddisfazione perpetua, il suo è un palazzo di zucchero, marzapane e carezze andate a buon fine.

Lui non è un fratello di dissipazione. Non potrebbe mai esserlo.

Buon per lui e la sua donna e il loro amore e la vita che ne verrà. Amen.



Tramonto su piazza Amedeo, Napoli. La mia zona di nascita e di dissipazione.

Ho preso un caffé al bar e adesso sto fumando appoggiato al muro, con lo sguardo che vaga dal cielo alla strada, dalle donne alle mie mani, dal niente al niente.

Ricordo.

Ho paura” è stata la frase di quasi tutte le donne che mi hanno accompagnato. Molte di loro le ho amate, anche se in una mareggiata tumultuosa di errori, come sempre, e come capita a tutti. E la paura mi veniva confessata principalmente di notte, quando invece non bisognerebbe provarne e invece trovare forza nell'oscurità e nei corpi vicini. E chi non aveva paura, manco mi avvicinavo. E continua ad essere così. Logiche crudeli, immarcescibili, connaturate all'essere umano, beffarde. Logiche alle quali non posso oppormi. Posso solo cercare di essere onesto. Non riuscirei ad amare una persona solo perché sicuro che potrebbe amarmi nel modo giusto.

Preferisco desiderare la persona sbagliata, struggermi, dignitosamente struggermi.



Arrivato a Pozzuoli, la prima cosa che faccio scendendo dal treno è accendere la sigaretta e guardarmi in giro. Il mio esilio preferito, eccomi, sono arrivato. Il mare è vicino e ci si può fottere meglio in ricercata solitudine.

Il telefono mi dice che sono stato raggiunto da un messaggio; lo leggo. Non mi piace, perché è acquoso, e poeteggia. Il mastodontico equivoco che vuole un uomo di letture e musica in grado di apprezzare certi toni estatici e romantici ad ogni piè sospinto continua senza apparente tregua. Detesto certe comunicazioni poetiche, che vorrebbero dire l'infinito e non dicono un cazzo di niente e di nuovo. Sono solo delle parole assemblate per creare un'atmosfera e non avvicinano le persone. Sono anzi repellenti, e fastidiose.

Inutile menare il can per l'aia. Preferirei mi si chiedesse se sono pulito nell'intimo, se uso qualcosa per sballarmi, se ho mai pensato di farmi una parente o la moglie di un amico, se ruberei una somma ingente, se trufferei, se tutto sommato mi piacerebbe una ripassata con quella che mi fece soffrire anni addietro. Risponderei con tranquillità, senza girarci intorno. Sono un tipo schietto.

E se mi si chiedesse, anche con imbarazzo “Luca, come mai io e te non siamo amici?”, io risponderei la verità nuda e cruda: “Non siamo amici perché tu sei una donna, e dato che fisicamente non mi lasci indifferente passerei tutto il tempo a pensare a quand'è che spunterebbe il sesso”.

Ma molto meglio questo che le stelle che si vedono dalla finestra, le rimembranze flebili e scenografiche, i rimandi a caffè e cappuccini che poi non ci saranno mai, le mezze frasi che esondano in mezze promesse e mezze ritirate. No, per carità.

Dalla stazione di Pozzuoli si può guardare il mare. Mi fermo a fumare, cancello il messaggio, io cassintegrato a zero ore, non ho piani per il futuro e non riesco ad elaborare pensieri che possano sembrare profondi, anche a me stesso.





Alla mia vecchia scrivania con tutto il necessaire per scrivere. Doppio caffè non troppo zuccherato. La camera è già uno sfiatatoio di nicotina.

Sono distratto dalla ragazza che fa le pulizie sulla terrazza dell'appartamento di fronte. Coda di cavallo, canottina stretta e push-up evidente, pantaloni ocra aderenti, catalizza la mia attenzione. Con la mano sinistra fumo e con la destra constato che il cazzo è diventato duro nei pantaloni. Dannato pennello di carne senza testa.

Sensazione piacevole, non c'è che dire. Un tempo avrei finito per masturbarmi, preso dall'impellenza della visione improvvisa. È bello anche toccarsi da sopra i pantaloni, sopravviene solo un problema tecnico al quale si può comunque ovviare. Ma ho imparato che a volte è più soddisfacente lasciare l'erezione dov'è, e aspettare che naturalmente finisca l'improvvisa agitazione, la smania. Bello tenersela addosso e conservarla per scenari in cui sei attore e non voyeur. È una mera questione di esperienza, e l'erotomania ne esce accresciuta, direi aggiornata.

La ragazza si accorge che la guardo. Non fa una piega, ma le sue flessioni e i suoi movimenti mi appaiono ora più aggraziati, ancora più seducenti. La tentazione di carezzarmelo piano aumenta, così come la bocca secca e il battito del cuore. Tutto in regola. Funziono ancora. Bella notizia. Guardo un altro po', concentrandomi sulla sua intera figura e comprendendo di quali ondeggiamenti di ben altra natura sarebbe capace, allungo di un tempo crudele la tortura del mio sesso, infine prendo una sigaretta e riprendo a scrivere. Può andare.

Quando il cazzo si ritira in un sonno deluso, posso ben dire di essere un uomo migliore. Potrei addirittura scriverci un racconto, su come ho scongiurato una reminiscenza onanistica, saprei come abbellirlo a dovere.



Come ogni giovedì, i filippini si radunano nel parco per la loro messa speciale. Sciamano chiassosi, vestiti di tutta festa, spesso a coppie. Li incontro che salgono la strada, mentre io la percorro in senso opposto.

Arrivo in piazzetta e ci sono degli sguardi curiosi. Chissà se qualcuno mi ricorda ventiquattrenne qui, quando arrivai con la famiglia. Emergo da uno iato lungo anni, come un fantasma, come un reduce. Sono sicuramente invecchiato e fumo molto più di prima. Di certo lo sguardo è più scuro. Ma non ho confidenza con nessuno, e dunque i raffronti sono impossibili.

Compro le sigarette, il giornale, generi alimentari, poi ritorno nella mia fortezza Bastiani. Un re detronizzato in esilio, più che altro uno qualunque.

Quando venni in questi luoghi ero all'apice della mia allegria esistenziale. Mi dividevo tra relazioni poco stabili, lavoravo quanto bastava, cercavo di sbarcare i giorni e le notti con un disimpegno caustico che mi piaceva molto, ma che sapevo non sarebbe durato troppo a lungo.

Mi incapricciai di una croupier siciliana che era sbarcata da una nave da crociera; scrissi per lei delle pagine di scontata carnalità, pagine torride ma stupide, votate all'effetto. Vivemmo una brevissima stagione di un amore leggerissimo e consapevole della sua totale mancanza di basi. Per lei rinunciai ad una situazione più seria e più promettente, in un'anticipazione di quello stile illogico che avrei mostrato meglio qualche anno più tardi.

Qualche volta la croupier mi torna in mente. Sono ricordi neutri. Uno di questi consta nel suo non capire assolutamente le motivazioni che mi spingevano ad amare un certo tipo di musica, di letture e di film. Mi diceva spesso “ma chi è questa gente?”, alludendo con una certa ironia ad attori francesi, bassisti belgi e scrittori americani di terza o quarta fascia. Non era realmente curiosa, il nostro unico terreno comune era il sesso. Abituata com'era a uomini 'splendidi', vanitosi, muscolosi e molto attivi, moto, barche, feste, viaggi, si era avvicinata a me per inerzia, o per uno sfizio da curriculum affettivo. Questo era e questo è stato. Per entrambi. Senza rancore. Quando ripartì sulla sua nave avevo già il cuore altrove, e lei al contempo aveva posto il suo corpo altrove senza troppi complimenti. Pari e fatta. Senza rancore.

Non ci salutammo bene, però. Mi accusò di indifferenza, forse solo perché non rovesciavo lacrime sulla sua sparizione annunciata. Sono sempre le donne più leggere a traditrici a portarti il rancore peggiore, questo è un altro insegnamento che ho tatuato sulla pelle.

Laura è stata il primo segnale, in seguito avrei avuto sempre più difficoltà a credere nelle parole e nelle promesse delle donne che sanno di essere attraenti e contese. Non mi piace entrare in competizione con altri uomini per espugnare qualche preda difficile. Sono fesserie faticose e patetiche che lascio volentieri ad altri.

Già ho accettato sin dall'adolescenza di partire ad handicap, senza patente, squattrinato, poco accomodante, sostanzialmente solitario e intollerante. La partenza ad handicap ti rende sgusciante, vai fuori quota e fuori target, diventi una variante impazzita, un esotismo un po' isterico, finirai comunque per pagare anche tu il tuo prezzo salato.

Non so che fine abbia fatto Laura. Starà con qualche idiota ben piazzato, e magari avrà filiato, ma dubito fortemente che abbia messo la sua irrequietezza autocelebrativa da parte. E già. Ogni volta che venivo mi accorgevo che mi guardava con soddisfazione e cipiglio vincente, in pratica ogni mio orgasmo diventava una sua vittoria. Col tempo sarebbe stato insostenibile per entrambi.

Mi telefonò anni fa, forse curiosa del mio destino. Mi sembrò di parlare con una centralinista svampita che faceva domande personali. Le dissi che non mi ero pacificato affatto, ma mi disturbava raccontarle di me. Se la memoria non mi inganna, credo mi accennò ad un ingegnere romano più grande di lei di dieci anni, ma non me ne fregava un cazzo. Non aveva senso scambiarsi un bollettino edulcorato sulle attività della sua vagina e del mio cazzo, in un travestimento di sguaiato interesse,

Oggi faccio fatica anche a ricordare che espressione aveva durante il piacere, reale o simulato che fosse.



È perfettamente inutile ostentare un romanticismo permanente, retroattivo, da smemorato di Collegno. Non dobbiamo salvare pagine di vita solo per la viltà di non ammettere che sono state perdite di tempo, di speranza, di linfa vitale.

Guardo ai risultati, e basta. Concretezza accigliata. Certo. Una distanza è non amore. Un silenzio è disinteresse. Un eccesso di orgoglio diventa supponenza.

È la concretezza che aiuta a considerare la porzione di strada dallo zero al nuovo giorno.





11 maggio



Il Fender Rhodes è lo strumento più adatto a descrivere l'alba, con le sue tipiche gocce di suono allargato.

La magia della scrittura non vale niente senza la base del vivere, del tentare, del provare.

Faccio queste considerazioni in metropolitana, mentre un gruppuscolo di ragazzini/bestie fuma nel vagone e insolentisce anziani e donne. Sono passato tra di loro, per salire, sbaragliandoli, pronto anche ad essere aggredito. Invece non è accaduto niente. Perché si vedeva che si trattava di vigliacchi, e così è, se è vero che l'arrivo di un capotreno poco timoroso li fa calmare. Bestie, irrecuperabili ora e perniciosi un domani. Saranno degli adulti di merda. Io non vedo salvezza.

Questa prima parte dell'anno mi ha fatto sentire una vecchia sedia invasa da tarme, ogni giorno ho visto sbriciolarsi qualche parte e mi sono sentito malfermo, inadatto a permettere che qualcuno decida di riposarsi su di me e grazie a me.

In un processo degenerativo, insolente, implacabile, ogni certezza ha gareggiato con le poche altre per scomparire alla svelta.

E alla fine ti svegli, in una mattina che non ti aspetti, e capisci che l'unica certezza concreta è la tua vita, e tutto quello che puoi fare è ricostruire, perché anche per andare alla deriva ci vogliono scorie ancora vive, pulsanti, e le ferite non devono essere cicatrizzate ma squarciate. Altrimenti si finisce per fare dell'accademia.

Le maree si sono ritirate, gli alberghi sono tutti deserti, la stagione turistica quest'anno non è mai cominciata e molte emozioni mi girano intorno, disoccupate, sbandate.

A casa dei miei ho una vecchia agenda con quasi tutti i numeri della mia vita. La scorro adesso, e rido sommessamente, in solitudine, mentre un bel disco del bassista Jimmy Earl riempie di musica una casa semivuota.

Se decidessi di telefonare a qualcuno di questi numeri, la cosa richiederebbe una fatica enorme: perché per ritrovare solo una minima parte della vecchia complicità di un tempo servirebbero lunghe spiegazioni e confronti ardui, probabilmente rancorosi. Non provo imbarazzo ad ammettere che tanti rapporti, di amore, di amicizia, di sesso, di simpatia, sono finiti a puttane, in qualche occasione trasformandosi in veri e propri incubi di insofferenza.

So bene che tendo a non salvare le forme e chiudere mi è più agevole che rinviare; quest'agenda dal disegno scozzese è un campo di croci, un cimitero di intenzioni e tragitti.

Molto raro che i miei rapporti si interrompano per consunzione. Generalmente, c'è sempre un evento finale, uno sbattimento di porte, una rivendicazione che funga facilmente da addio.

Un carattere fumantino che non mi ha mai aiutato. Spesso sono stato io ad innescare la miccia, ma d'abitudine sono un reattivo e non un aggressore immotivato. Ma che importa? Siamo nei territori dell'irrecuperabilità.

Non ho rimpianti. Tocco il fondo e anche l'aurea condizione della sincerità: quei pochi rimpianti che emergono dalla nebbia ogni tanto riguardano solo paccottiglia sessuale, curiosità che non mi sono tolto, per movimenti maldestri, frasi sbagliate e non funzionali e per abulia selettiva. Sono maggiormente colpevole perché non riesco a provare troppo dolore per promesse tradite reciprocamente.

Algun recuerdo.



In questo momento scrivo e so che nessuno sta aspettando una mia lettera.

Chi si aspetta più una lettera?

A me invece piacerebbe riceverne. Ma non arrivano quelle che vorrei e che sogno.

Ne arrivano altre, che spessissimo mi indispongono. Ma questo è un mio problema.



Per avere un senso, stanotte dovrei vegliare qualcuno.

Un malato, un amore dormiente, una persona sconosciuta, una fede.

Ma così non è ed ecco che devo cercare solo di far brillare il deserto. Con una smorfia nascosta di vergognosa propensione a missioni senza ritorno.

Chissà se un giorno potrò evitare di tornare alla base, ogni volta più adulto.



Una delle voci cui sono affezionato di più è quella di Ric Ocasek dei Cars, timbro particolarissimo e immediatamente riconoscibile. Voce che ha dato il meglio, per paradosso, nelle poche e scarne ballate della band. Proprio la voce di Ocasek mi tiene compagnia in questa serata silenziosa, figlia di un pomeriggio altrettanto silente, attraversato unicamente da qualche urlo scontato per la vittoria del Napoli e per le prodezze del Matador Cavani. Neanche il tifo calcistico mi unisce a questa città, proprio vero che dovrei trovarmi altrove.

Mi guardo intorno. Sulla scrivania c'è un foglio scritto in tutta fretta, sul quale campeggia la scritta maiuscola “CD DA PROCURARE A MANUELE RIFONTES”.

Scorro la lista. Pavement, Conor Oberst, Arcade Fire, Godspeed You Black Emperor, Magic Numbers, Beirut.

Un uomo maturo, Rifontes, dai gusti giovanili di stampo alternativoide. Mi sta rompendo il cazzo con le sue edizioni rare e con questa smania di apparire giovane agli occhi di quella zavorra serale che lui chiama “la mia comitiva”. Forse spera di convincere qualche cavalla a farselo ficcare dentro, un po' pietismo un po' rinascita. Non ha capito che non riuscirà a dare stoccate con il cazzo, finché continuerà a credere nella buona disposizione altrui. E la sua barbetta brizzolata fa pensare più alle seghe che all'intelletto.

Porterà certamente delle ottime bottiglie di vino, in quelle cenette organizzate sulle terrazze del Vomero, di Fuorigrotta e del Rione Alto. E porterà la sua dannata allegria.

E continuerà a credersi senza dubbi. È l'amore e la gentilezza che lui vuole, l'armonia tra le parti, questo pensa di volere Manuele Rifontes. Ma lui non sospetta che io so. So che lui smania per il triangolo, per il caldo di una vagina, per una lingua che gli entri in bocca, per quella dose di amore e importanza che la vita gli ha negato negli ultimi tre anni.

Quando finalmente una donna si interesserà a lui, quando potrà amare e anche sborrare, quest'uomo potrà credere anche alla reincarnazione di Napoleone in una lucertola.

Che merda. Che schifosa merda, questi fiotti di speranza non regolamentati.

Provo disgusto per questi pensieri, per questa durezza, ma non posso evitarla. Italo Svevo definirebbe le mie idee e il mio pensare come “disaggradevoli”.

Non so se cercherò davvero questi cd per Rifontes. Provo una strana tristezza a leggere questa lista di smanie e necessità. Mi sembra di danzare su un cadavere. Mi sembra di determinare i contorni di patetici tentativi.

Un rivolo di pece blocca le mie azioni, e la mia gentilezza al telefono strideva, cortesia dai lembi dell'inferno, poltiglia di buona educazione.



Ricevo un'altra telefonata, mentre un bellissimo tramonto infiamma Pozzuoli.

Un tipo che conosco che mi chiede di inventariargli l'archivio musicale, praticamente di nascosto della moglie. Siamo alle solite. Ottiene la mia complicità, e poi sono un prezzolato, un legionario dei dischi.

Il tipo mi dice che da qualche parte ha letto un mio articolo su Jaco Pastorius e si è emozionato. Gli rispondo che è stato Pastorius ad emozionarmi per anni, non posso non pagargli il giusto tributo. Al volo, mi chiede quali sono a mio avviso le tre tracce fondamentali della carriera di Jaco.

Gliene cito cinque: Havona per l'emancipazione del basso elettrico, Three Views Of A Secret come requiem, Punk Jazz per la rottura degli schemi, Teen Town per la genialità assoluta, Continuum per non distruggere gli ultimi residui di un sogno.

Mi ringrazia, chiudiamo. Il tramonto è finito.

Tutt'attorno regna un sentimento di vuoto e di occasioni perse.



Luca De Pasquale