17/05/13

Bouge pas


Nell'obbligato cammino che mi porta, per l'ultima volta, da via Roma a piazza Bellini, il senso di squallore è immenso, penetrante, difficilmente sopportabile.

Un passeggio deforme, urlato, spavaldo, flippato, nevrotico e cafone. Le strade del centro sono peggiorate in maniera esponenziale da qualche mese a questa parte, l'ho respirato, l'ho vissuto.

La caciara del centro storico è stata la mia peggiore esperienza di vita fino a questo momento. Non c'è nulla che mi attragga nel centro di Napoli, nulla che mi attragga più. È stata una follia finirci e cosa giusta aver abbandonato subito, senza cercare un lato o un aspetto meno irritante.

La protervia spacciata per divertimento, la maleducazione e la deriva esistenziale passate per leggerezza, mi chiedo come possa un individuo sano di mente trascorrere sette o otto ore in una piazza a bere birre e dire stronzate con altri animali senza guinzaglio.

Su certe cose della vita sono profondamente intollerante. E agguerrito. E non ho nessuna intenzione di invertire rotta.

Desidero solo un posto tranquillo e che non mi si rompano i coglioni; sarà devastante, osceno, ma è crudamente vero.

Per la pace da ottenere, per le tregue da strappare, sono pronto alla guerra. O a una ritirata intelligente. Punto. Ma decido io il dove, il quando, il come.

Tra guardie e ladri, io sono una guardia. Definitivamente e decisamente guardia.

Se si cerca la retorica stracciona dell'infelicità che costringe all'errore sistematico, io sono sordo. Non sono onesto, non sono pulito, ma sono una guardia. E sono per l'ordine e per rispettare le regole. Ne ho abbastanza dei radical chic che fanno due pesi e due misure a seconda della loro convenienza; quello che li scippa è una merda, ma lo zingaro che è entrato in casa di uno sconosciuto doveva dar da mangiare ai troppi figli. Stronzate radical chic.

Sono per la legalità. Per il rispetto degli altri attraverso le regole e l'educazione. Se questo determina e rivela una natura reazionaria, non so che dire e non me ne preoccupo.

L'ho detto, fino alla nausea, a quel tipo che insisteva con le giuste ragioni dei No Tav; io sono contro le manifestazioni violente dei No Tav, sono dei pezzi di merda che hanno cercato di ferire operai che stavano lavorando.

Reazionario, reazionario...”, biascicava il tipo quando gliel'ho detto. Mi accusava di retorica conservatrice, destrorsa, ma la sua, da figlio di papà con la barbetta e che finge di leggere scrittori sensibili, è retorica radical chic del cazzo.

Un capitolo a parte lo meriterebbe tutta la feccia che sta venendo fuori dalla situazione lavorativa. Ma quello c'è, è in corso di opera, di certo non finirà solo a puntate sul blog. E poi da certe scene penose bisogna allontanarsi un po', lasciarle dove sono a imputridirsi, a schizzare tutta la merda del caso, e anche la merda va lasciata riposare. Di certo non mi agito e non mi dibatto come chi muovendosi nell'ombra pensa di essere intelligente.

Piccolissimi uomini per piccolissime convenienze. Sproporzionate bugie per irrilevanti benefici. Auguri e andate tranquillamente a fare in culo.

Un commiato senza peso anche alle Vagine D'Oro.

L'ottanta per cento degli uomini che incontro è alle prese con una Vagina D'Oro. Per questo tipo di creatura rinunciano ad altri amori, nemmeno se ne accorgono. Smidollati. Siamo ancora qui a farci del male per un pompino meglio riuscito e per le esitazioni eccitanti di qualche stronza. Cosa ti piace di Vagina D'Oro? Come si veste? Che è un po' zoccola e poi ti fa sentire l'unico e ti inorgoglisce? Ti piace pensare che se la vogliono impalare tutti? Cosa ti eccita, stronzo segaiolo con le tue canzoni americane?

Vale anche l'inverso, per i Cazzetti Di Platino; seriosi, volitivi, a costante velocità nella vanità e nella presunta forza di mangiarsi la vita. Osservo donne svenarsi, imbruttirsi e delirare per dei Cazzetti Di Platino.

Facciamo sempre le stesse cose.

Possiamo imparare a scopare meglio, a trattenerci di più, a leccare più il clitoride che dentro, a masturbare con due dita e intanto baciare con la lingua invece che fare facce da orsacchiotto di merda; possiamo riconoscere gli orgasmi finti, la secchezza vaginale di donne nevrotiche, l'emozione insperata in una reduce come noi, ma finirà sempre allo stesso modo. Verremo, con espressioni e contrazioni orribili, faremo promesse, schizzeremo del liquido bianco pensandoci alle porte del paradiso.

Sono sempre le stesse cose, se le anime restano mute. Sono sempre le stesse dannate cose.

Il cazzo non impara dagli errori, e la voglia di infilarci uno dentro l'altro con la scusa dell'amore e di un progetto (parola infima) non regge più all'urto degli anni e delle ferite.

Posso far godere una donna con onestà: posso usare la bocca, le mani, l'uccello, le parole e persino le lettere. Ma le bugie a luce spenta sono buone per i film americani romantici; e le sigarette insieme sono solo godere un po' dopo aver goduto di più, non sono anime che parlano.

Scrivo queste parole con la massima tranquillità e riservatezza; sono vestito con t-shirt e jeans, sono di discreto umore, non ce l'ho con nessuno. Non sto su di giri a zonzo per ataviche rabbie; compassato, riservo alla carta pensieri concreti.

Stasera non mi va di scrivere di laghi, di dame blu, di albe itineranti, ma torneranno di certo, torneranno per nuove suggestioni, e sarà bellissimo. Non mi sento avvolto da cupe ragnatele di disperazione. Sono semplicemente sincero.

La vita mi ha portato a non aspettare più nessuno. Né per un dietrofront né per una confessione, ravvedersi vale poco, rimuginare è una scarnificazione di cadavere e fa solo voltare lo stomaco a chiunque assista.

La vita mi ha portato a considerare che gli amici devono essere pochi e amarsi tra amici comporta anche non molestarsi; la vita mi ha portato in un luogo bianco e ventoso dove l'idea di famiglia è una bugia puzzolente e invecchiata con i souvenir di vacanze forzose, convivenze e connivenze insalubri.

Non ho paura dell'Inferno. Non ho paura delle verità più laceranti; vuol dire che mi godrò di più i veri bei momenti.

Non ho imparato nulla che sia di lezione e di sprone per altri; non ho imparato a spacciarmi per uno che ha capito. Me ne fotto di aver capito.

Non suggerisco come camminare, come mangiare, come amare, come lubrificarsi la punta del cazzo, che dischi ascoltare e che combriccole lavorarsi. Non faccio psicologia santificata in salsa umanitaria; penso che l'essere umano sia sostanzialmente un tronco marcio con qualche cavata di dignità e di raro amore. Io non sono tra i peggiori, se pensassi di svettare in nequizia me la tirerei, e io invece sono anonimo, anonimo più di un anonimo involontario, sono bianco, sono raso al suolo, sono in divisa a sorvegliare i troppi silenzi dopo gli errori.

Sono solo una guardia, e niente mi anticipa, nei comportamenti e nei pensieri, se merito di uccidere, di essere ucciso, o di uccidere ogni particella del mio disincanto.

Quel che accadrà riguarda solo me e le anime che mi parleranno, senza cambiare parere troppo in fretta.

La vita a volte trascina in piazze bianche, dominate dal vento e dalle assenze. E in quei luoghi non puoi mentire.

Rassegnandoti perché, al contempo, non potrai pregare più per sorprese confezionate.

LdP, 17 maggio 2013




14/05/13

Risveglio animale senza ombra


Ore 5e13.
“Vuommeca, e che sfaccimma”, è la voce sotto la mia finestra. Ci sono due tizi che stanno dando via l'anima, dopo una notte alcolica.
Il resto del quartiere sembra dormire, io sono il guardiano dell'alba: ormai non dormo quasi più. Era naturale che succedesse, non ho più orari, regolamentazioni, e se pioverà solo un po' riuscirò a dormire qualche minuto a mezza mattinata.
Procedo senza segnali, senza lampeggiare, cercando di essere reperibile il meno possibile.
Accovacciato sull'alba mentre questi due stronzi vomitano. Poesia. Sono un uomo solo in un appartamento minuscolo che è diventato presto accampamento; nessun oggetto ha un suo posto fisso, nessun ricordo vive tranquillo sul suo trono di nuvole temporalesche, ogni persona può essere solo una festa molto breve, fuochi d'artificio per rendere diversa la notte dei bambini, dei vecchi, degli spettri.
I miei uffici non rilasciano più certificati di residenza. I miei uffici aprono solo qualche minuto al giorno, e se piove c'è la possibilità di una parola in più.
I giornali degli affetti riportano brevi notizie, pettegolezzi senza importanza, sono giornali che si leggono solo all'alba, nell'ora migliore di ogni risveglio invecchiato.
Tanti anni fa, poco dopo le sette del mattino, andavo a comprare il giornale a mio padre. Mi piacevano le saracinesche abbassate dei negozi, la foschia sonnolenta del mattino, la fuga delle ombre della notte. Un dolore trottola, rumore di fondo e fontana di tutti i respiri trattenuti, mi accompagnava in quella piccola missione d'affetto.
A volte mi dicevo che se mi fossi innamorato mi sarei salvato, ma sapevo di scrivere un'idea vaga su una linea insicura, e poi, tornando, mi spiegavo che ogni minuto di amore o qualcosa di simile sarebbe stato un guadagno sulla febbre e sulle tenebre.

So benissimo che i risvegli certi sono i più difficili. Perché sei costretto ad avere un piano. Ed io non voglio avere piani. Nessun piano.
Le persone continuano a credere che l'amore sia un progetto, e che vada rinfocolato, riempito ogni giorno con i giusti ingredienti e con i tempi opportuni.
Per me è una buffonata. L'amore non può fare carriera. L'amore è pazzia e ribellione. La morte può essere invece un progetto. Ma l'amore no.
Forse, quando qualcuno ti ama, ti sta sottraendo alle sabbie mobili, e se è un gesto naturale non deve comportare passi studiati, decaloghi e avvertenze. Altrimenti vaffanculo. Non c'è il maledetto tempo per aspettare le carezze di nessuno, per ravvedimenti incerti, per scelte cinematografiche e per stronzate sul disimpegno.
I due continuano a vomitare, vomitano e farfugliano, si sente un vetro infrangersi, intanto i primi reali segnali dei risvegli collettivi.
Pulirsi il cazzo. Pulirsi il cuore. La fedina affettiva. Ripulire gli archivi. Disinfettare la bocca dalle oscenità, dalle crudeltà di rimando, da addii rimasti a marcire. Ripulirsi in questi risvegli che sono la mia faccia animale senza ombra. Ripulirsi dall'idea del tempo, della giustezza comportamentale, dagli schizzi di merda di penose rivalità.
Un uomo che ama secondo legge, che fa tutto tra i suoi affetti, che dopo l'amore va a farsi la doccia con la fede al dito e la certezza del bene non è un uomo migliore di me.
Io sono semplicemente un animale senza ombra, scoordinato, in cerca dell'eroismo più impopolare, della curiosità meno evidente, di una storia di vita che sia illuminazione notturna permanente, alla faccia della collezione di incubi. Gli uomini giusti e organizzati non sono migliori di me, e io di loro. È una sfida inutile, un corteo con troppe bandiere, è uno spettacolo che le nostre donne non apprezzano sul serio.

Le session di scrittura estenuano. Quando finisco, mi sembra di dover ricominciare dal mondo reale, e che l'impresa sia pressoché infattibile. Perché scrivere non è solo scontata terapia, è volo senza protezione, è unirsi carnalmente e spiritualmente con qualcosa di più alto rispetto a te e alla tua visuale quotidiana.
Dopo la scrittura è spesso come dopo l'amore; ho la sensazione di essere abbandonato, di aver perso qualcosa di importante, di aver camminato in un corridoio scintillante a picco sul niente e sulla distruzione.
Non c'è salvezza dopo la scrittura, come dopo l'amore.
Quando finisco di scrivere, e di amare, percepisco sempre il concreto profumo della morte. Si soffre parecchio, e si è infinitamente soli. Soli nella maestosità imbarazzante della continuazione, hai voluto il volo e ora devi morire.
Tutte le volte, o quasi, che ho stretto al mio petto una donna, un'anima amata o solo sfiorata, ho poi avuto il senso del vuoto: in bocca, negli occhi, un altalena deserta, una lama a pendolo tra cuore e consapevolezza, un fuoco che friggeva al buio e chiedeva sacrifici di mutismo, di scappatoie, l'idiosincrasia per un'armonia che si faccia troppo presto riconoscere alla porta.
La mia anima è un'altalena deserta; riassestarmi dopo i voli è un supplizio tenebroso che mi fa crescere, che mi porta accanto alle possibilità travestito da ombra, da incidente, da equivoco.
Il vuoto ha il suo orgoglio. Ha paura di chiedere di essere trattenuto.
Il vuoto non può pregare la continuità di sorridergli e rassicurarlo. È un gioco delle parti, è una recita fantasma, è un suicidio senza sangue, di nomi, di caratteristiche, di fiducia, di tenerezza e di gesti freddi nati da un caldo insopportabile.
Finisco di scrivere e finisco anche io.
Finiamo anche di amarci. La musica ci è morta in grembo, l'orchestra è un'invenzione del momento giusto, l'orchestra è solo una speranza senza carne.
Anche adesso che la scrittura sta per terminare, il turbine bianco del vuoto è lì, tra i vestiti impregnati di fumo nell'armadio, nei miei libri, nei miei appunti, nei miei appuntamenti, nella memoria del bene e nell'eccitazione di ogni vendetta anche solo rimandata, è lì e chiede rumore per non durare troppo.
Risvegliato come animale senza ombra, con l'anima altalena deserta, sono testimone silenzioso di ogni tentativo altrui, l'attrazione, la repulsione, il compromesso, la curiosità, la scorciatoia del sesso, il bisogno di sporcizia e di degrado che mi invaderanno, sono testimone di sorrisi che non pretendo e di comprensione che non troverà mai il vestito adeguato.
Con la musica morta ai nostri piedi, continueremo a lavarci e a riproporci sul ciglio di menzogne sempre più sottili, lembi di una terra bastarda che non ci vedrà mai davvero soli insieme, mai davvero uniti.
Che il vuoto almeno risparmi l'imprevista gentilezza dei migliori incidenti.

Luca De Pasquale, alba del 14 maggio 2013


13/05/13

Havona


9 maggio 2013



All'uscita della funicolare, al Parco Margherita, incrocio quello che da molto tempo ho definito “il fidanzato coglione della fata”. Un tizio che veniva in negozio con la sua donna, che è un'esatta mistura tra Eleonora Brigliadori giovane e Vanessa Gravina. Attraente, non si sa bene di quale spessore, stuzzicante l'idea di una scopata X con quella sorta di bellezza fatta anche di vuoti.

Il ragazzone è molto alto, allampanato, verboso -ricordo i suoi deliqui in negozio- e tonico; trovo disgustoso pensare al suo culo bianco stantuffare prima piano e poi veloce, trovo indecente aver compreso come gode, e cioé con lunghi lamenti, litanie laiche e sciocche di un uomo qualunque.

Il tipo è adesso in giacca e cravatta scure; porta con disinvolta insipienza una chierica da prete in masturbis, e profuma vagamente di docciaschiuma pregiato. Lo guardo, e lo guardo avendo ben chiaro che ho il diavolo nella pancia e nel cervello, il suo essere impeccabile e professionale cozza con l'elegante rottamazione della mia vita.

Cassintegrato a zero ore, inutile parlatore da ore piccole, da divano e da reciproca masturbazione per evitare il grande gesto compromettente, uomo da dita in bocca e voglie represse per sensi di colpa, lavoratore scavalcato dall'ignoranza, parente etichettato come stravagante, accompagnatore irregolare, sperpero vivente.

Penso che pure se mi chiavassi la sua donna, se la seducessi, quella soffrirebbe per tutte le incongruenze della mia persona. E con lui questo non accadrebbe e non accadrà mai. Lui è un tipo tranquillo e affidabile. Quest'uomo sembra una persona dabbene, realizzato, non in guerra, persino dolce e coccoloso. Io mi muovo come uno scorpione impazzito su una terrazza senza parapetto, posso cadere da un momento all'altro, per giunta senza Dio in tasca. Assolutamente riprovevole.

Non me lo vedo il tipo d'uomo che si farebbe sputare sul cazzo, è chiaro che fa pure la vocina prima di metterlo dentro, e che lo faccia con le orecchie pulite, la camicia fresca e che prima di fottere e forse amare è in grado di poggiare con garbo sul comodino cellulare, portafogli, chiavi, pillole e biglietti da visita.

Io continuo a chiedermi per quale miracolo non sia, e parlo stavolta di me, arrivato a poggiare sul comodino un'arma carica e scommettere sul giorno opportuno in cui farmi saltare la faccia e chiudere il conto.

Se capissi davvero che una persona mi ama, e mi ama senza riserve, penso che non riuscirei a mettere in conto di aprire un nuovo scrigno di felicità; penso piuttosto che le estorcerei la promessa di assecondare i miei desideri, anche un lontano giorno.

Se te lo chiedo, quando te lo chiederò, sparami al cuore”.

Ma dovrebbe essere una persona intelligente e di vedute aperte. Dovrebbe comprendere che esistono uomini impegnati in continui corpo a corpo con la vita, e che la loro libertà suprema consiste nella certezza della possibilità di scegliere. Tutto qui. Niente bipolare o non bipolare, le cagate sulla depressione, sull'inidoneità sociale e altre frattaglie da rivista psicosomatica.

Semplici, atroci e intensi corpo a corpo continui.



E così guardo il volto sereno di quest'uomo tranquillo e cordiale.

Devo riconoscere che non mi ripugna affatto. Ma non è uno dei miei fratelli.

Forse posso anche ammirarlo.

Mi sovrappongo a lui in un gioco sadomasochistico. Io sono quello fuori fuoco, inevitabilmente, e mentre il mio senso dell'amore gronda morte e insoddisfazione perpetua, il suo è un palazzo di zucchero, marzapane e carezze andate a buon fine.

Lui non è un fratello di dissipazione. Non potrebbe mai esserlo.

Buon per lui e la sua donna e il loro amore e la vita che ne verrà. Amen.



Tramonto su piazza Amedeo, Napoli. La mia zona di nascita e di dissipazione.

Ho preso un caffé al bar e adesso sto fumando appoggiato al muro, con lo sguardo che vaga dal cielo alla strada, dalle donne alle mie mani, dal niente al niente.

Ricordo.

Ho paura” è stata la frase di quasi tutte le donne che mi hanno accompagnato. Molte di loro le ho amate, anche se in una mareggiata tumultuosa di errori, come sempre, e come capita a tutti. E la paura mi veniva confessata principalmente di notte, quando invece non bisognerebbe provarne e invece trovare forza nell'oscurità e nei corpi vicini. E chi non aveva paura, manco mi avvicinavo. E continua ad essere così. Logiche crudeli, immarcescibili, connaturate all'essere umano, beffarde. Logiche alle quali non posso oppormi. Posso solo cercare di essere onesto. Non riuscirei ad amare una persona solo perché sicuro che potrebbe amarmi nel modo giusto.

Preferisco desiderare la persona sbagliata, struggermi, dignitosamente struggermi.



Arrivato a Pozzuoli, la prima cosa che faccio scendendo dal treno è accendere la sigaretta e guardarmi in giro. Il mio esilio preferito, eccomi, sono arrivato. Il mare è vicino e ci si può fottere meglio in ricercata solitudine.

Il telefono mi dice che sono stato raggiunto da un messaggio; lo leggo. Non mi piace, perché è acquoso, e poeteggia. Il mastodontico equivoco che vuole un uomo di letture e musica in grado di apprezzare certi toni estatici e romantici ad ogni piè sospinto continua senza apparente tregua. Detesto certe comunicazioni poetiche, che vorrebbero dire l'infinito e non dicono un cazzo di niente e di nuovo. Sono solo delle parole assemblate per creare un'atmosfera e non avvicinano le persone. Sono anzi repellenti, e fastidiose.

Inutile menare il can per l'aia. Preferirei mi si chiedesse se sono pulito nell'intimo, se uso qualcosa per sballarmi, se ho mai pensato di farmi una parente o la moglie di un amico, se ruberei una somma ingente, se trufferei, se tutto sommato mi piacerebbe una ripassata con quella che mi fece soffrire anni addietro. Risponderei con tranquillità, senza girarci intorno. Sono un tipo schietto.

E se mi si chiedesse, anche con imbarazzo “Luca, come mai io e te non siamo amici?”, io risponderei la verità nuda e cruda: “Non siamo amici perché tu sei una donna, e dato che fisicamente non mi lasci indifferente passerei tutto il tempo a pensare a quand'è che spunterebbe il sesso”.

Ma molto meglio questo che le stelle che si vedono dalla finestra, le rimembranze flebili e scenografiche, i rimandi a caffè e cappuccini che poi non ci saranno mai, le mezze frasi che esondano in mezze promesse e mezze ritirate. No, per carità.

Dalla stazione di Pozzuoli si può guardare il mare. Mi fermo a fumare, cancello il messaggio, io cassintegrato a zero ore, non ho piani per il futuro e non riesco ad elaborare pensieri che possano sembrare profondi, anche a me stesso.





Alla mia vecchia scrivania con tutto il necessaire per scrivere. Doppio caffè non troppo zuccherato. La camera è già uno sfiatatoio di nicotina.

Sono distratto dalla ragazza che fa le pulizie sulla terrazza dell'appartamento di fronte. Coda di cavallo, canottina stretta e push-up evidente, pantaloni ocra aderenti, catalizza la mia attenzione. Con la mano sinistra fumo e con la destra constato che il cazzo è diventato duro nei pantaloni. Dannato pennello di carne senza testa.

Sensazione piacevole, non c'è che dire. Un tempo avrei finito per masturbarmi, preso dall'impellenza della visione improvvisa. È bello anche toccarsi da sopra i pantaloni, sopravviene solo un problema tecnico al quale si può comunque ovviare. Ma ho imparato che a volte è più soddisfacente lasciare l'erezione dov'è, e aspettare che naturalmente finisca l'improvvisa agitazione, la smania. Bello tenersela addosso e conservarla per scenari in cui sei attore e non voyeur. È una mera questione di esperienza, e l'erotomania ne esce accresciuta, direi aggiornata.

La ragazza si accorge che la guardo. Non fa una piega, ma le sue flessioni e i suoi movimenti mi appaiono ora più aggraziati, ancora più seducenti. La tentazione di carezzarmelo piano aumenta, così come la bocca secca e il battito del cuore. Tutto in regola. Funziono ancora. Bella notizia. Guardo un altro po', concentrandomi sulla sua intera figura e comprendendo di quali ondeggiamenti di ben altra natura sarebbe capace, allungo di un tempo crudele la tortura del mio sesso, infine prendo una sigaretta e riprendo a scrivere. Può andare.

Quando il cazzo si ritira in un sonno deluso, posso ben dire di essere un uomo migliore. Potrei addirittura scriverci un racconto, su come ho scongiurato una reminiscenza onanistica, saprei come abbellirlo a dovere.



Come ogni giovedì, i filippini si radunano nel parco per la loro messa speciale. Sciamano chiassosi, vestiti di tutta festa, spesso a coppie. Li incontro che salgono la strada, mentre io la percorro in senso opposto.

Arrivo in piazzetta e ci sono degli sguardi curiosi. Chissà se qualcuno mi ricorda ventiquattrenne qui, quando arrivai con la famiglia. Emergo da uno iato lungo anni, come un fantasma, come un reduce. Sono sicuramente invecchiato e fumo molto più di prima. Di certo lo sguardo è più scuro. Ma non ho confidenza con nessuno, e dunque i raffronti sono impossibili.

Compro le sigarette, il giornale, generi alimentari, poi ritorno nella mia fortezza Bastiani. Un re detronizzato in esilio, più che altro uno qualunque.

Quando venni in questi luoghi ero all'apice della mia allegria esistenziale. Mi dividevo tra relazioni poco stabili, lavoravo quanto bastava, cercavo di sbarcare i giorni e le notti con un disimpegno caustico che mi piaceva molto, ma che sapevo non sarebbe durato troppo a lungo.

Mi incapricciai di una croupier siciliana che era sbarcata da una nave da crociera; scrissi per lei delle pagine di scontata carnalità, pagine torride ma stupide, votate all'effetto. Vivemmo una brevissima stagione di un amore leggerissimo e consapevole della sua totale mancanza di basi. Per lei rinunciai ad una situazione più seria e più promettente, in un'anticipazione di quello stile illogico che avrei mostrato meglio qualche anno più tardi.

Qualche volta la croupier mi torna in mente. Sono ricordi neutri. Uno di questi consta nel suo non capire assolutamente le motivazioni che mi spingevano ad amare un certo tipo di musica, di letture e di film. Mi diceva spesso “ma chi è questa gente?”, alludendo con una certa ironia ad attori francesi, bassisti belgi e scrittori americani di terza o quarta fascia. Non era realmente curiosa, il nostro unico terreno comune era il sesso. Abituata com'era a uomini 'splendidi', vanitosi, muscolosi e molto attivi, moto, barche, feste, viaggi, si era avvicinata a me per inerzia, o per uno sfizio da curriculum affettivo. Questo era e questo è stato. Per entrambi. Senza rancore. Quando ripartì sulla sua nave avevo già il cuore altrove, e lei al contempo aveva posto il suo corpo altrove senza troppi complimenti. Pari e fatta. Senza rancore.

Non ci salutammo bene, però. Mi accusò di indifferenza, forse solo perché non rovesciavo lacrime sulla sua sparizione annunciata. Sono sempre le donne più leggere a traditrici a portarti il rancore peggiore, questo è un altro insegnamento che ho tatuato sulla pelle.

Laura è stata il primo segnale, in seguito avrei avuto sempre più difficoltà a credere nelle parole e nelle promesse delle donne che sanno di essere attraenti e contese. Non mi piace entrare in competizione con altri uomini per espugnare qualche preda difficile. Sono fesserie faticose e patetiche che lascio volentieri ad altri.

Già ho accettato sin dall'adolescenza di partire ad handicap, senza patente, squattrinato, poco accomodante, sostanzialmente solitario e intollerante. La partenza ad handicap ti rende sgusciante, vai fuori quota e fuori target, diventi una variante impazzita, un esotismo un po' isterico, finirai comunque per pagare anche tu il tuo prezzo salato.

Non so che fine abbia fatto Laura. Starà con qualche idiota ben piazzato, e magari avrà filiato, ma dubito fortemente che abbia messo la sua irrequietezza autocelebrativa da parte. E già. Ogni volta che venivo mi accorgevo che mi guardava con soddisfazione e cipiglio vincente, in pratica ogni mio orgasmo diventava una sua vittoria. Col tempo sarebbe stato insostenibile per entrambi.

Mi telefonò anni fa, forse curiosa del mio destino. Mi sembrò di parlare con una centralinista svampita che faceva domande personali. Le dissi che non mi ero pacificato affatto, ma mi disturbava raccontarle di me. Se la memoria non mi inganna, credo mi accennò ad un ingegnere romano più grande di lei di dieci anni, ma non me ne fregava un cazzo. Non aveva senso scambiarsi un bollettino edulcorato sulle attività della sua vagina e del mio cazzo, in un travestimento di sguaiato interesse,

Oggi faccio fatica anche a ricordare che espressione aveva durante il piacere, reale o simulato che fosse.



È perfettamente inutile ostentare un romanticismo permanente, retroattivo, da smemorato di Collegno. Non dobbiamo salvare pagine di vita solo per la viltà di non ammettere che sono state perdite di tempo, di speranza, di linfa vitale.

Guardo ai risultati, e basta. Concretezza accigliata. Certo. Una distanza è non amore. Un silenzio è disinteresse. Un eccesso di orgoglio diventa supponenza.

È la concretezza che aiuta a considerare la porzione di strada dallo zero al nuovo giorno.





11 maggio



Il Fender Rhodes è lo strumento più adatto a descrivere l'alba, con le sue tipiche gocce di suono allargato.

La magia della scrittura non vale niente senza la base del vivere, del tentare, del provare.

Faccio queste considerazioni in metropolitana, mentre un gruppuscolo di ragazzini/bestie fuma nel vagone e insolentisce anziani e donne. Sono passato tra di loro, per salire, sbaragliandoli, pronto anche ad essere aggredito. Invece non è accaduto niente. Perché si vedeva che si trattava di vigliacchi, e così è, se è vero che l'arrivo di un capotreno poco timoroso li fa calmare. Bestie, irrecuperabili ora e perniciosi un domani. Saranno degli adulti di merda. Io non vedo salvezza.

Questa prima parte dell'anno mi ha fatto sentire una vecchia sedia invasa da tarme, ogni giorno ho visto sbriciolarsi qualche parte e mi sono sentito malfermo, inadatto a permettere che qualcuno decida di riposarsi su di me e grazie a me.

In un processo degenerativo, insolente, implacabile, ogni certezza ha gareggiato con le poche altre per scomparire alla svelta.

E alla fine ti svegli, in una mattina che non ti aspetti, e capisci che l'unica certezza concreta è la tua vita, e tutto quello che puoi fare è ricostruire, perché anche per andare alla deriva ci vogliono scorie ancora vive, pulsanti, e le ferite non devono essere cicatrizzate ma squarciate. Altrimenti si finisce per fare dell'accademia.

Le maree si sono ritirate, gli alberghi sono tutti deserti, la stagione turistica quest'anno non è mai cominciata e molte emozioni mi girano intorno, disoccupate, sbandate.

A casa dei miei ho una vecchia agenda con quasi tutti i numeri della mia vita. La scorro adesso, e rido sommessamente, in solitudine, mentre un bel disco del bassista Jimmy Earl riempie di musica una casa semivuota.

Se decidessi di telefonare a qualcuno di questi numeri, la cosa richiederebbe una fatica enorme: perché per ritrovare solo una minima parte della vecchia complicità di un tempo servirebbero lunghe spiegazioni e confronti ardui, probabilmente rancorosi. Non provo imbarazzo ad ammettere che tanti rapporti, di amore, di amicizia, di sesso, di simpatia, sono finiti a puttane, in qualche occasione trasformandosi in veri e propri incubi di insofferenza.

So bene che tendo a non salvare le forme e chiudere mi è più agevole che rinviare; quest'agenda dal disegno scozzese è un campo di croci, un cimitero di intenzioni e tragitti.

Molto raro che i miei rapporti si interrompano per consunzione. Generalmente, c'è sempre un evento finale, uno sbattimento di porte, una rivendicazione che funga facilmente da addio.

Un carattere fumantino che non mi ha mai aiutato. Spesso sono stato io ad innescare la miccia, ma d'abitudine sono un reattivo e non un aggressore immotivato. Ma che importa? Siamo nei territori dell'irrecuperabilità.

Non ho rimpianti. Tocco il fondo e anche l'aurea condizione della sincerità: quei pochi rimpianti che emergono dalla nebbia ogni tanto riguardano solo paccottiglia sessuale, curiosità che non mi sono tolto, per movimenti maldestri, frasi sbagliate e non funzionali e per abulia selettiva. Sono maggiormente colpevole perché non riesco a provare troppo dolore per promesse tradite reciprocamente.

Algun recuerdo.



In questo momento scrivo e so che nessuno sta aspettando una mia lettera.

Chi si aspetta più una lettera?

A me invece piacerebbe riceverne. Ma non arrivano quelle che vorrei e che sogno.

Ne arrivano altre, che spessissimo mi indispongono. Ma questo è un mio problema.



Per avere un senso, stanotte dovrei vegliare qualcuno.

Un malato, un amore dormiente, una persona sconosciuta, una fede.

Ma così non è ed ecco che devo cercare solo di far brillare il deserto. Con una smorfia nascosta di vergognosa propensione a missioni senza ritorno.

Chissà se un giorno potrò evitare di tornare alla base, ogni volta più adulto.



Una delle voci cui sono affezionato di più è quella di Ric Ocasek dei Cars, timbro particolarissimo e immediatamente riconoscibile. Voce che ha dato il meglio, per paradosso, nelle poche e scarne ballate della band. Proprio la voce di Ocasek mi tiene compagnia in questa serata silenziosa, figlia di un pomeriggio altrettanto silente, attraversato unicamente da qualche urlo scontato per la vittoria del Napoli e per le prodezze del Matador Cavani. Neanche il tifo calcistico mi unisce a questa città, proprio vero che dovrei trovarmi altrove.

Mi guardo intorno. Sulla scrivania c'è un foglio scritto in tutta fretta, sul quale campeggia la scritta maiuscola “CD DA PROCURARE A MANUELE RIFONTES”.

Scorro la lista. Pavement, Conor Oberst, Arcade Fire, Godspeed You Black Emperor, Magic Numbers, Beirut.

Un uomo maturo, Rifontes, dai gusti giovanili di stampo alternativoide. Mi sta rompendo il cazzo con le sue edizioni rare e con questa smania di apparire giovane agli occhi di quella zavorra serale che lui chiama “la mia comitiva”. Forse spera di convincere qualche cavalla a farselo ficcare dentro, un po' pietismo un po' rinascita. Non ha capito che non riuscirà a dare stoccate con il cazzo, finché continuerà a credere nella buona disposizione altrui. E la sua barbetta brizzolata fa pensare più alle seghe che all'intelletto.

Porterà certamente delle ottime bottiglie di vino, in quelle cenette organizzate sulle terrazze del Vomero, di Fuorigrotta e del Rione Alto. E porterà la sua dannata allegria.

E continuerà a credersi senza dubbi. È l'amore e la gentilezza che lui vuole, l'armonia tra le parti, questo pensa di volere Manuele Rifontes. Ma lui non sospetta che io so. So che lui smania per il triangolo, per il caldo di una vagina, per una lingua che gli entri in bocca, per quella dose di amore e importanza che la vita gli ha negato negli ultimi tre anni.

Quando finalmente una donna si interesserà a lui, quando potrà amare e anche sborrare, quest'uomo potrà credere anche alla reincarnazione di Napoleone in una lucertola.

Che merda. Che schifosa merda, questi fiotti di speranza non regolamentati.

Provo disgusto per questi pensieri, per questa durezza, ma non posso evitarla. Italo Svevo definirebbe le mie idee e il mio pensare come “disaggradevoli”.

Non so se cercherò davvero questi cd per Rifontes. Provo una strana tristezza a leggere questa lista di smanie e necessità. Mi sembra di danzare su un cadavere. Mi sembra di determinare i contorni di patetici tentativi.

Un rivolo di pece blocca le mie azioni, e la mia gentilezza al telefono strideva, cortesia dai lembi dell'inferno, poltiglia di buona educazione.



Ricevo un'altra telefonata, mentre un bellissimo tramonto infiamma Pozzuoli.

Un tipo che conosco che mi chiede di inventariargli l'archivio musicale, praticamente di nascosto della moglie. Siamo alle solite. Ottiene la mia complicità, e poi sono un prezzolato, un legionario dei dischi.

Il tipo mi dice che da qualche parte ha letto un mio articolo su Jaco Pastorius e si è emozionato. Gli rispondo che è stato Pastorius ad emozionarmi per anni, non posso non pagargli il giusto tributo. Al volo, mi chiede quali sono a mio avviso le tre tracce fondamentali della carriera di Jaco.

Gliene cito cinque: Havona per l'emancipazione del basso elettrico, Three Views Of A Secret come requiem, Punk Jazz per la rottura degli schemi, Teen Town per la genialità assoluta, Continuum per non distruggere gli ultimi residui di un sogno.

Mi ringrazia, chiudiamo. Il tramonto è finito.

Tutt'attorno regna un sentimento di vuoto e di occasioni perse.



Luca De Pasquale

06/05/13

Un cœur volage




Ho distrutto tutto quel che restava.
Tutto.
Ho preso l'abitudine di uscire da sotto la doccia e non asciugarmi. Aspettare. Quando mi presento non dico più il nome, forse alla fine, se una fine c'è.
Ho un cuore volubile ubriaco di catrame. E tu non puoi farci niente.
Ho cercato il sesso quando volevo la penna, e viceversa.
Mi sono sdraiato in lenzuola blu e le ho tenute per buona parte dell'inverno, lavandole all'alba per averle pronte la sera successiva. Volevo quelle lenzuola.
Mi annuncio in nuvole di fumo e in quelle mi eclisso. Senza aver dato mai il meglio, se il meglio c'è.
Ho raccolto dei sassi con una persona che non conoscevo e li ho gettati via appena accennavano a diventare ricordo.
Cuore volubile, puntuale la pistola allo specchio, proverbiale l'errore della crudeltà, tardivo il riconoscimento della tenerezza.
Non scrivo mai quando sono sazio. Quando sono sazio mi faccio schifo.
Non scriverò mai di giorno, non ci riesco, c'è troppa roba intorno, ti riempi senza volerlo, finisce per essere una celebrazione del contorno, so che non dirò nulla di vero. Finzioni. Continue finzioni, ora sgangherate, ora più pregnanti, ma sempre finzioni.
Cuore volubile, abituato a mormorare i nomi delle lontananze. Cuore volubile legato a corse di taxi in piena notte, corse mute e senza amuleti da stringere. Cuore volubile e maschio, abituato ad essere messo alla porta per troppa violenza e per il vizio dell'ombra.
Quando mi sveglio ci metto molto a riabituarmi al mio sguardo, mi imbarazza, mi indaga, mi declina fino alla stupidità, mi mette al muro, mi tradisce ogni volta che ci faccio affidamento.
Non so se ora stai leggendo, stai riflettendo, sei con qualcuno, dormi o ti corrodi, speri o ti rilassi; io mi sto facendo strada tra lampade e candele, ognuna con la colpa di nascondermi un po' di tenebre.

Non mi sono ancora spogliato per la notte. Per il mio lago prediletto. Quello che sa come prendermi, perché respira come una madre e mi accoglie come un'amante.
Continuerò a scrivere e a fumare fino a tardi, dalla strada qualcuno vedrà la mia lampada da tavolo, la mia sagoma che scrive e si ferma.
Non ho mai pensato a me stesso come ad un punto di arrivo, ho sempre considerato di essere io stesso un elemento della mia fuga permanente. Il mio corpo e i miei sensi seguono alla lettera i miei contrordini e la notte aumenta ogni volta di più.
Tra le braccia di una donna o nel sogno della quiete, non respiro mai come vorrei, non respiro mai nell'aria tersa, c'è sempre quel rantolo insopportabile e macabro, quell'evocazione di spigoli ed errore di valutazione che è vivere e tenersi in gioco.
Il mio cuore volubile è abituato a riunire tutte le distanze in un solo esilio; si accende quasi sempre per l'improbabile e il non percepibile, a dimostrazione che sono solo uno stupido come tanti.
Non so se ti capita di pensarmi, in qualche modo. Io comunque non lo saprò. Non arriverà neanche all'orecchio dei miei guardiani.
Non lo saprò.
Ho un cuore volubile ed estremo, che punisco come uno scolaretto, nascondendolo dietro una lavagna scura e invecchiata. Quando gli chiedo se ha imparato la lezione, se si è reso conto di dover mostrare più umiltà, lui finisce per stupirmi, orientato com'è alla luce sconosciuta di risvegli che ignoro.
Mi ha insegnato che il buio non può essere così affascinante se non custodisce almeno l'idea di una luce sconosciuta e non consolatoria.
Non so cosa stai facendo e con chi sei.
Io non dormo. Il mondo fuori è un polmone scuro che ruba ossigeno, la strada una cicatrice, mi piace pensare che pioverà, mi piace pensare che il mio cuore volubile non sia eterno, e che mi dia tregua.

LdP

Dallo zero all'alba


Con lo sguardo fermo, asciutto, rivolto al mare, consumo il mio pomeriggio domenicale.

La maglietta bianca, i pantaloni blu della tuta, la barba, la sigaretta e tutta la mia storia, tutti i miei eventi, racchiusi in una postura silenziosa, che non urla e non prega.

In questo pomeriggio non c'è posto per nomi sbagliati, per ingratitudini assortite, per ripicche e per derive rabbiose. Un giorno circolare come uno zero senza sbavature.

Il vento del mare, impregnato di una patina salata e farinosa, mi arriva in faccia, lo sento sulle braccia, sulle gambe, non spinge interruttori, non distrugge come al solito.

Non si tratta di pace, ma di ripartenza.

Non si tratta di illusioni e sogni, ma di pochi vestiti nuovi da usare con parsimonia.

Non sono innamorato. Non si scrive bene quando si è innamorati, si diventa dolciastri, pomposi, ridicoli.

Non sono acceso da suggestioni. Non ho concepito l'ennesimo progetto di scintille per regalarmi un'altra uscita di scena dolorosa. L'età dei melodrammi obbligatori è finita tanti anni fa e non ne sento la mancanza.

Non ci sono equivoci. Non ne ho creati e non mi interessano. Passi da gigante. E non mi piace soffiare su curiosità suggerite. Sono le peggiori e non servono a un cazzo.

Le coppiette tornano dalla spiaggia, infiammati, arrossati, con i finestrini delle auto abbassati e la radio alta. Non trascorrerei mai una domenica al mare in questo modo. Preferisco passeggiare e sfiorarlo, il mare; l'acqua da lontano, come una culla, come un risarcimento, una scenografia che non mi chiede forzosamente di timbrare il cartellino.



Dallo zero mi affaccio sui movimenti della sera, e intanto torno a casa. I lampioni sono ancora spenti, guardo i numeri civici dei palazzi, come se dovessero rivelarmi qualcosa.

La selezione musicale fino a casa mi offre gli Shadowland, "Jigsaw", e chissà perché mi viene in mente che non trovo più motivi validi per indossare camicie e radermi. Tutto quello che suona come vagamente preparatorio si dissolve rapidamente, e genera piccoli ammutinamenti. Il tessuto fresco di una camicia, ad esempio, lo immagino addosso solo se quella camicia devo toglierla e mettermi in libertà. Non ci voglio vivere dentro.

C'è un gatto bianco che mi taglia la strada, getto la sigaretta in un tombino, non c'è nessuno davanti e nessuno dietro, e come la strada è il mio cuore.

Tutto è lontanissimo, poco familiare, non c'è confidenza e questo avviene senza rammarico e senza bile, in un disegno di cenere e pastelli tenui, non c'è voglia di forzare ingressi o ravvivare abbandoni.

Ogni forzosa contemplazione di eventi e sviluppi lascia un retrogusto di nausea e disarmo, come baciarsi con la lingua con una caramella Rossana, o mordere le spalle di una tizia che manco conosci e scoprire che la saliva sulla pelle assume sfumature olfattive discutibili.

La verità, in questo ritorno raggomitolato in un tramonto prudente, è che non riconosco più nessuno, vivo e mi immagino vivere fuori recinto, senza doni sotto il braccio, mancando l'appuntamento con i rituali d'ordinanza, e di certo non indosserei un profumo diverso per qualcosa di nuovo.



Come va la tua vita?” è la domanda di Melania, che mi sorride con cautela, un po' imbarazzata.

Rispondo certo qualcosa di inappropriato, sempre fumando e guardando a destra e sinistra come tutte le volte che voglio evitare un discorso.

Mi sono disabituato a scambiare chiacchiere, lettere e mail con le persone. Confesso senza pudori che mi annoio mortalmente, principalmente di me stesso. Non è colpa degli altri.

Melania di corpo mi è sempre piaciuta. Forse qualche volta mi sono anche masturbato pensando alla sua bocca e al suo culo, qualche anno fa.

E così, anche stavolta, immagino la sua biancheria intima, un letto comodo e diverse sconcezze da sussurrarci a vicenda, con il fiato caldo e la pelle tirata, gli attimi migliori prima della penetrazione. In realtà preferirei comunque fumare e dissolvermi in questa strana sera, anche la fantasia di scoparci fa acqua da tutte le parti.

Perché lei non cattura la mia attenzione e io non ho discorsi o farneticazioni adatte alla bisogna; potrei dirle che scrivo tutte le notti, che è pure vero, e che sono sveglio all'alba tra caffè, sigarette e fantasmi, ma trovo fetido e invecchiato interessare per questi motivi.

La patina della scrittura nasconde uomini di pura merda, dei decerebrati egotisti allo stato più brado. Non mi interessa entrare nel team come special guest.

Getto l'ennesima sigaretta ai miei piedi, le fisso per un attimo la bocca e un brivido svogliato trapassa il basso profilo dei miei pensieri, infine scompaio con gentilezza.

Ci incontreremo tra sei o sette mesi e ci diremo le medesime stronzate senza nerbo, senza passione, in un disinteresse modificato, girato a cortesia, il marcio girasole della millantata simpatia umana.

Gioco con le chiavi all'ingresso del portone, ricordo una canzone, ho urgenza di scrivere e soddisferò come posso la necessità, perfezionerò ancora un po' il mio francese e poi regalerò il numero zero alla fatiscente succursale del mio sonno.

Ho fatto le mie scelte.



Luca De Pasquale, 5 maggio 2013

02/05/13

Di dominio della notte


A plus. A plus. A plus tard.
Le luci della camera sono spente, solo un piccolo paralume sul quale Anna ha poggiato un fazzoletto colorato che non le avevo mai visto.
Lancio il mio corpo a cento all'ora, senza freni, disperato per ogni anno di disperazione, per ogni centimetro di deserto che avanza nella mia buona volontà, e prego come uno stronzo affinché il piacere di Anna mi ridia la vita, me ne restituisca qualche moncherino non carbonizzato o scolorito.
Continuo a guardare la sua bella bocca socchiusa e cerco un senso che neanche adesso trovo, e più aumento la velocità più mi sento un aliante che trasvola la morte.
Guardo, guardo, guardo. A plus. A plus. A jamais.
Guardo il reggiseno slacciato e dislocato in basso, quasi sotto la mia pancia che si solleva e ritorna; guardo Anna dritto negli occhi in un'ansia non di piacere ma di spregio per tutta la disperazione che mi ha portato fin qui, con lei, per un 'noi' che funziona solo di notte e senza parlare troppo.
Vorrei sentirla godere per anni, io ci riesco a sprazzi, perché sono un albero di tossine, perché quasi mi vergogno di tutta l'urgenza del niente che ho addomesticato per giorni, mesi, ore e minuti insidiosi.
Per fortuna la rabbia e la presenza a me stesso mi ha cavato d'impaccio, il desiderio è più animale di ogni immaginazione precedente, l'erezione più che degna, e so che durerò dentro finché non mi arrenderò, momento che desidero rinviare il più possibile.
C'è qualcosa che mi sussurra e mi convince, quel momento di resa, non è per l'uomo che sono diventato. Le chiedo di aumentare, di seguirmi, di rompere ogni vincolo di resistenza, di andare insieme in territorio di estinzione, cerco un senso e mi regalo a lei, cerco un senso e appaio potenza, ma il mio cuore anche ora è un incubo in casa di bambola.
Guardo il muro davanti a me, sbircio una foto e non ci presto attenzione, lei mi chiede qualcosa, io adesso vorrei solo essere divorato ed è lei che ho scelto, per anticipare una disfatta più sterile, quella delle rinunce.
Quando vengo, trattengo un grido e torno bambino scuro in vecchia foto, torno vento in casa disabitata, nubifragio notturno, agguato d'acqua e d'aria ai piedi di quel trono di sabbia che chiamavo amore.
Fottuto, bruciato, arco di lampi in un corpo vivo e spalancato anche al dopo, mormoro una dissolvenza a caso, le sorrido, mi alzo piano e osservo le linee della notte fuori. Desidero una sigaretta e pazienza se le sembrerà un gesto banale, anche io sono banale tante volte.
A plus. A plus. Plus loin.

In panetteria ho quasi un senso di mancamento, come una nostalgia dolorosa, una fitta diffusa, crudele. L'odore del pane caldo mi riporta a qualcosa che non riesco a riconoscere, decodificare, recintare e risolvere.
E così, mentre vengo servito, mi ritrovo con gli occhi persi nel bancone, il tono muscolare appesantito, alla mercé di un probabile passato che oggi mi perseguita per vie olfattive, sensoriali, il dimenticato abbraccio di momenti troppo lontani.
Quando esco dalla panetteria sono stordito. Accerchiato da stormi di macchie con le ali. Sento solo di avere voglia del mare, di stendermi al sole e aspettare che il tempo trascorra in un rifugio che una volta tanto non sia oscurità.
Sogni affollati e simbolici, attraversati da rondini di Capistrano e da troppe donne senza nome, il tutto in una costante devozione per la skyline della notte, per i suoi trucchi fantasma, spesso dozzinali e allacciati alla stanchezza.
Riprendo il cammino. Piacere è diventato un fastidio. Non fai altro che perfezionare le ritirate fino a farle diventare dei veri e propri attacchi, spietati.
Mi arriva una telefonata melensa mentre sto raggiungendo il mare, e mi sento ingiusto. Perché non è la telefonata ad essere melensa, direi proprio di no, ma il mio tono è un'implorazione per lasciare ogni cosa al suo posto, una dichiarazione sincera, scarna: “non voglio essere interessante”.
Faccio di tutto, ma proprio di tutto, per risultare abulico, menefreghista, isolato in azioni di guerra senza obiettivi chiari, attaccato a rituali privati da non condividere; ma spesso fallisco.
E so che questo non avviene per una mia bellezza di fondo, ma solo e unicamente in quanto essere umano. Non si può aggiungere altro.

Arriva la notte, un mantello troppo esteso e comunque carico di promesse.
Poco prima della mezzanotte, esco sul balcone e mi stendo per terra. In lontananza vedo il porto, le navi accese sull'acqua ferma, in lontananza si sentono le musiche e le voci dei locali sul mare. Sono solo, in una condizione necessaria, urgente, una destinazione.
Scruto il cielo estivo, vedo il fumo della sigaretta innalzarsi e disperdersi, non ho sonno, mi rasserena molto sapere che in questo momento non sono nei pensieri di nessuno. Avverto l'impellenza dell'invisibilità e dell'oblio.
Le strade che si sono interrotte, i ricordi di vacanze lontanissime, l'odore della salsedine e del pane caldo di stamattina, sono irriconoscente, sono magma raffreddato, sono un uomo adulto sotto un cielo notturno e non prevedo azioni di rilievo nei prossimi tempi.
Trascorre almeno un'ora, fumo due o tre sigarette, mi concentro su niente, infine rientro in casa. Una parte della notte è entrata sotto pelle come un filo d'acqua gelida che possa tenermi sveglio a sorvegliare l'evoluzione della mia storia e del mio destino.
Non ho nulla da chiedere e nulla di cui parlare. Mi basta quest'anima fredda che riposa in residui di fiamme e si rivoluziona in una struttura acrobatica di finzione e destituzione del raggiunto.

C'è un disco in particolare che può accompagnarti in un momento di vita come questo: è “Clutching at straws” dei Marillion. Un album di indescrivibile malinconia, tanto nei testi che nelle atmosfere sonore.
Si potrebbe dire, la resa esistenziale del gigante Fish. Dopo il suo abbandono della band, i Marillion non saranno mai più gli stessi, senza nulla togliere a Steve Hogarth, e l'adolescente poi adulto Luca resterà intrappolato in una triade di album modello, Fugazi/Misplaced childhood/Clutching at straws, il romantico e drammatico Fish, il Cyrano della pioggia, il cantastorie monumentale con il cuore infranto.
Ma questo fantastico disco dei Marillion, che ho ascoltato anche stanotte dopo un incubo a sorpresa, va a cozzare con quello che vedo e vivo di giorno. Il caldo asfissiante di una città del sud degenerata e sporca, la dignità del lavoro appesa a sciocchi e fangosi giochi di opportunità, inseguimenti sterili da parte di persone sbagliate e non certo chiamate a raccolta tra i tralicci delle mie notti, tette, culi, provocazioni invecchiate malissimo, fotocopie di amici ormai incanutiti e mezzi impotenti, bare di parenti che neanche sotto la pioggia assumono quella rassegnazione dolce che è il tempo immodificabile.
Perso nel sorriso promettente di una cameriera, capitato per caso nella vita di qualche donna, senza la grinta del troppo e con la rabbia del quasi niente, sono il barfly -però astemio- cantato da Fish, che accanto ad un jukebox difettoso promette a se stesso l'ultima sigaretta.

Oggi mi è vietato l'ascolto del disco dei Marillion.
Perché c'è un sole che fa veramente schifo e tra qualche ora quei succhiacazzi inizieranno il ripetitivo e vacuo circo degli schiamazzi, rendendo la mia presenza ancor più fuori contesto.
E già. Ma non ci sto. Non sono disposto ad assistere agli spettacoli di uomini fumosi che non hanno mai amato per davvero.
E non sono, non sarò mai, “l'amico di”.
L'amico di questo cazzo, le identificazioni sono una poltiglia molle.
E neanche “quello che lavora da”. No. Non appartengo al mio lavoro, ai miei amici, alle mie amanti, e nemmeno alla scrittura.
Sono un oggetto senza fondo di proprietà della notte.
L'unica missione che ho davvero annotato sul mio taccuino è simboleggiare occasionalmente il valore zero, e non compiere mai le giuste azioni per convincere chicchessia di qualcosa che non sia così spontaneo da durare, sempre, troppo poco.

Luca De Pasquale, 1 e 2 maggio 2013