29/04/13

Yngwie J. Malmsteen e la mia groupie tanto tanto coerente


Molti uomini inforcano dei ray-ban e sembrano interessanti.
Poi, quando li tolgono, sono dei criceti che hanno paura pure di salire sulla ruota.
Molti uomini circumnavigano attorno all'impegno civile, alla sensibilità sociale, e poi tra le mura domestiche sono delle merde.
Molti uomini pubblicano citazioni colte sui social network, all'ora giusta, quando la sarda giusta è nella rete, ma della vita vera non sanno cogliere una sola scintilla di eventuale poesia.
Molti miei clienti cercano di non pagare le tasse, di ottenere continuamente sgravi fiscali, si mettono a carico anche la nonna morta, modificano la playstation e cercano di fottersi la commessa del negozio di piatti all'angolo, che si dice la dia senza troppe moine preliminari.
Quello che si caga addosso di perdere il lavoro telefona all'amico dello zio di un tizio al quale fece un favore burocratico, ci prova, spezza la voce per dare enfasi al fatto che tiene famiglia.
Il mediocre dentista appassionato di rock laccato viene da me e mi chiede consiglio su un disco dei Toto. Gli dico che è molto bello, Lukather suona e macina, ma il disco costa 9,99 e lui mi dice con candore che desidera aspettare che passi a 5,99 o che facciamo la svendita di liquidazione. Lo disprezzo, lo arronzo e gli auguro silenziosamente di commuoversi per una canzone di Cristiano Malgioglio mentre la moglie vive un fuoco d'artificio privato con un altro uomo.
Un conoscente che sa di alcuni miei dissapori privati viene ad odorare la carogna, vuole sentire da me, dalla mia bocca, la parola che tanto agogna: “fallimento”. Vuole fare la parata sui miei resti, giusto per qualche minuto, così può dimenticare quanto è inetto, senza nerbo, asfissiante di banalità. Io sorrido tutto il tempo.
C'è un amico che prima mi presenta tutte, dico tutte, le sue donne e poi scompare, per paura e per insicurezza. Vorrebbe condividere i suoi successi ma poi qualche verme solitario gli suggerisce che io, ruvido e senza niente da perdere, possa essere in qualche modo pericoloso.
La bipolare discrepanza tra interessarsi arditamente, progettare, e poi ricusare è uno dei misteri femminili che non riuscirò mai ad accettare blandamente. Certi schemi si ripetono, l'ossatura è quella, ci sono varianti caratteriali e congiunturali, ma se fossi davvero tanto sciocco potrei pensare che non c'è perdono quando ci si mette troppo a rendersi disponibili.

Scatoli, scatoloni, pacchi, roba imballata, vecchie tazze, foto di me da piccolo, piatti, cinture, preservativi, vissute confezioni deluxe delle Camel Lights, lettere, cd-r rimasti chissà perché in anfratti polverosi.
Sono di nuovo con la mia vita al guinzaglio che mi chiede pietà, gli oggetti mi implorano di trovar loro una sistemazione, ma sappiamo da ambo le parti che ormai, esclusi dischi e libri, non me ne frega un cazzo di quanti sono e dove mi seguiranno.
Le mie parentesi di stanzialità sono brusii in alberghi diversi.
Burned by love, blinded by snow, cantava David Coverdale tanti anni fa.

Mentre rileggo le lettere di una che era doppiamente fidanzata ma mi scriveva di amarmi perché mi leggeva e si emozionava tantotanto che è difficile da spiegare, suona il cellulare. Faccio volare le lettere per tutta la stanza, sacramentando.
È Manrico. Prima mi abboffa di cazzate sul suo lavoro, poi mi fa capire che c'è un riavvicinamento con la moglie, infine viene al nocciolo e mi chiede se gli posso procurare l'intera discografia di Yngwie J. Malmsteen, inclusi extended play, singoli e collaborazioni. Mi chiede un preventivo orale, con la stessa rozzezza con la quale avrebbe potuto chiedermi una prestazione orogenitale.
Gli dico che ho bisogno di tempo, che gli farò sapere. Mi mette fretta, dice che io e solo io posso realizzare questo suo immenso sogno.
Oltretutto pronuncia molto male il nome dell'axe hero svedese; lo chiama infatti Ingui Ge Malmsting e trovo che questa sia una cosa davvero infima, mi irrita molto, peggio di quelli che mangiano troppo veloce e si succhiano i denti per disimpegnarsi. “Trilogy” di Malmsteen è stato un disco con cui sono cresciuto, e non lo rinnego, alla faccia dei puristi e dei tanti detrattori del fumigante guitar hero svedese.
Io meno il can per l'aia, lui allora mi blandisce, mi riempie di complimenti e mi dice addirittura che sono un uomo affascinante, che poi non so cosa c'entri con Ingui Ge Malmsting.
Mi accendo una paglia e lui continua a ciarlare, inesausto, mettendo in mezzo anche i bei risultati della Fiorentina. Ma come è affettuoso. Lo mando al diavolo che ho una telefonata su un'altra imprecisata linea.
Manrico sta ancora decidendo se perdonare la moglie che ha avuto una forte sbandata qualche mese fa. Erano mesi che non praticavano del fortesesso, lei era così chiusa che neanche un disco di Barry White e il vino rosso funzionavano più.
Manrico aveva iniziato a masturbarsi con grande ansia e a temere il peggio. Poi, in una sera nefasta, durante un inutile e ulcerante soft petting con lingue allungate in modo grottesco e penose pose plastiche da aquagym posticcio, aveva osato cercare di portare la testa della moglie all'altezza del suo sesso esaurito, con il sacrosanto risultato di farsi cacciare di casa.
Ramonah, la moglie, aveva preso una sbandata, sì. Glielo aveva confessato in seguito, per un professore di latino del liceo esperto in fisiologia del territorio.
Inseguimenti, chiarimenti, telefonate a parenti ed avvocati e ora, sembra, il lieto final. Devo dire che questa vicenda mi lascia completamente indifferente, e della nuova sacralità del suo sesso coniugale ne colgo solo un aspetto superficiale, e cioè che si tratta di due tizi con i quali non voglio avere nulla a che spartire.
Gli procurerò Angwy Ge Malmessin, ma poi si chiude baracca, che pensasse al de rerum natura della consorte. Ho troppi pensieri per la testa, Cristo.

Riprendo una delle lettere della tipa che sosteneva di amarmi. C'è una leggera macchia di sugo in alto sulla sinistra, ma questa è colpa mia.
Leggo con dedizione e raccapriccio il seguente assunto:
Luca. Oh, Luca. Ti immagino, sai? Penso che sei nella tua camera e che starai certamente fumando. Perché io ti associo tanto alle sigarette, è come un pensiero involontario, e che -come dirti- mi attenua la confusione della testa. Anche se ultimamente stai scrivendo delle cose forti e che spesso mi danno fastidio, io devo dirti che penso che mi stai vicino e che forse non lo sai. Ma io lo so. Ti leggo quando LUI non c'è. Questo te lo voglio confessare e pazienza se mi giudicherai male. Ma io posso leggerti solo quando LUI e la sua pesantezza che non sopporto più non ci sono. Perché tu hai qualcosa di diverso, di lontano e che fa male, ma potrebbe anche essere che io voglia farmi male...”
Appallottolo la lettera e la spedisco su una pila di riviste da buttare. Accendo una sigaretta, penso per un attimo a Malmsteen e poi tramonto senza chiedere partecipazione, semplicemente disponendo i minuti agli estremi dei miei scarti.

Luca De Pasquale, 29/04/2013














27/04/13

L'étreinte


Stanchezza.
Le preghiere non sono possibili, salderebbero le mani.
Altra libertà in meno.
La notte è stata un vecchio dai capelli lunghissimi e dagli occhi spenti.
Ho assistito all'alba e non c'era nessuno sveglio. Ho potuto solo immaginare.
Ho guardato le strade, i palazzi, il vento, ho controllato la mia stanchezza, la convalescenza, l'estensione di ogni piccolo limite.
Napoli dormiva.
Ho avuto voglia del mare. Di una nave senza bandiera. Del ricordo di una pulizia non provata, non cercata, non trovata.
Questo desiderio di pulizia che uccide ogni giorno.
Su ogni muro invecchiato, stanco, sbrecciato, su ogni muro ho proiettato l'insensatezza e la solitudine dello scrivere. Ho abbassato la testa e ho sperato che il tempo dell'alba mi riempisse, senza farmi esondare, senza svuotarmi di troppe spine.
Chissà se ci sei stata, nell'alba di stanotte. Sì, proprio nell'alba di stanotte, non è inesatto scrivere così.
Stanchezza.
La notte passata a contare luoghi sconosciuti e coincidenze, nessuna voglia di farsi vivo, nessuna voglia di blandire sorprese.
La notte è stata lunga, interrotta, addomesticata, disciolta, rincuorata, circondata, fraintesa, è stata geometria imprecisa, approdo a metà, laboratorio di temporali vecchi e nuovi.
Alle cinque e qualche minuto ho creduto che tu fossi alla porta, a chiederti perché, ho esitato, ho poggiato la sigaretta e sono venuto verso di te.
Tracce di vita in una stanza decisa e dimenticata in intervalli di luce.
Non c'eri. Il vecchio continuava a distendersi orribilmente sulla mia stanchezza.
Forse è troppo tardi. Forse non è mai stato tempo. Forse scrivere è ferirsi, è limitarsi, è ammettere la grandezza di quel che resta fuori.
Alle sei ho avuto voglia di bere, mi capita raramente, ma è stato intenso ed è rimasto per tutta la giornata.
Vorrei essere ubriaco ad ogni ora del giorno e della notte, senza padronanza di parole, senza la sistematica autopsia di ogni pensiero diverso, senza voglia e senza potenza.
C'è ancora troppo da vivere e da scambiare, è davvero troppo e non so se riusciresti a convincermi che c'è da restare calmi, concentrati.
Quanto disordine e quanto bisogno di semplicità, così tanta da apparire ridicola, spropositata.
Questa notte, questo vecchio dagli occhi di cenere, statua del caos, istantanea della mancanza dei giusti controlli, e l'idea che tu potessi essere alla porta.
Sono stanco. Mi sembra di essere sveglio da mesi, a prua di una tua distrazione, come cartavelina su minuti fragili, senza più storia da incantare, incattivito, abbrutito di resistenza, abbracciato alla prima forma che mi ricordi una promessa.
Le notti sono troppo lunghe. La voce ha dimenticato il tono adatto all'ascolto, è un monologo intermittente, malato, troppo veloce come uno schianto.

LdP, 26 aprile 2013


23/04/13

Suicidio tra le ombre cinesi



"La prima cosa che si ottiene con la solitudine è la resa dei conti con sé stessi e il passato"
August Strindberg

Si suicidano in tanti. In troppi.

Molti dei suicidi dei quali vengo a conoscenza sono per ragioni di dignità. Disperazione causata da indigenza, mancanza di futuro. Facile cadere nella retorica. Ad ogni notizia di suicidi io sobbalzo un po', per più motivi, e più che la tristezza si accende in me la rabbia, un'indignazione sincera che altrimenti scomodo solo per pochissimi aspetti del vivere.

Leggo sull'Unità di oggi di tre suicidi in poche ore, tra Milano e Bologna. Sono in funicolare. Mi ritrovo a guardare nel vuoto. Non ho la garanzia, affatto direi, che tra qualche tempo io stesso non possa trovarmi alla canna del gas.

Come mi comporterei? Me lo chiedo spesso.

Ho già avuto il mio bel daffare con il suicidio. Me lo porto addosso, tatuato come il ricordo di un amore senza memoria, ma indelebile.

Le sue ali di cenere, imbottite di lacrime e malinconie visionarie, sono qui con me ad ogni passo, ad ogni nuova conoscenza, ad ogni singulto di collera, di sfondo ai migliori momenti, come un debito da estinguere nel reiterarsi dei giorni e di una strenua resistenza.

Un temperamento aggressivo e molto critico non salva di certo dalle immagini che conservi senza volerlo, provenienti da quella città eternamente sepolta di neve che è la rinuncia a vivere.

Si può diventare arrendevoli e fragili, qualcosa in me tanti anni fa ha invece scelto un profilo diverso, di ribellione, di conti aperti, di inguaribile irrequietezza. Ma non posso non domandarmi cosa farei se venisse meno anche la sopravvivenza, la mancanza di espressione, l'ossessiva disperazione di quel che manca.

Esco dalla funicolare e cerco di invertire il flusso dei miei pensieri.

In Vico Cerbottanieri, ad un vecchio mendicante cadono delle monete, se ne accorgono in molti ma nessuno pensa di raccoglierle. La scena mi cade addosso come un macigno.

Impossibilitato a recuperargliele io, quando posso farlo scopro che il vecchio è scomparso. Maledizione.

Oltretutto ho dolori muscolari intensi, devo aver preso freddo, il passaggio dall'inverno alle stagioni calde non mi trova mai troppo preparato, in genere penso ad altro e non mi vesto adeguatamente.

All'angolo di Vico Cerbottanieri lancio un'occhiata ai palazzi e a sprazzi di cielo, mi dico che in un modo o nell'altro io ho sempre dei conti in sospeso e spesso parto da posizioni di svantaggio.

Forse le partenze ad handicap sono la miccia di ogni azione che mi intriga; sono abbastanza scriteriato da preferirle, le ultime posizioni. Forse perché da lì mi accorgo dell'insipienza di tanti e della bellezza di pochi.



Vicino l'ufficio postale ripenso intensamente al suicidio. Il pozzo nero emana i suoi miasmi di libertà, in contrasto con il sole, con la mia andatura, con le belle donne che incrocio, ma ho le mani in tasca e penso al suicidio come gesto generico, non riferito a me stesso.

Il mio cuore è sempre stato suicida. Il cuore sì, il corpo no.

Sono conscio che la mia intelligenza ha qualcosa di intimamente autodistruttivo, cerca continuamente la deriva, il punto di vista della fine, lo sbriciolamento degli ideali e dei sentimenti, è un'intelligenza che lavora meglio nell'ombra, e divora senza ritegno le grida stridule del fabbisogno di felicità.

Un'intelligenza che si esalta nella febbre, nelle passioni senza via di uscita, nelle trame nere, dalle più scontate a quelle che, insperatamente, trascinano originalità e qualche elemento che le fa sembrare uniche.

Ogni donna che mi è piaciuta, ogni donna che mi ha solo incuriosito, ha sventato parte di queste discese dense, senza saperlo e senza che io lo comunicassi. Fa parte dell'ordine delle cose, interessarmi a qualcuno è uno sgambetto alla morte e non sempre mi è riuscito.

Ma oggi è la morte ad accompagnarmi per strada, a rendermi ipersensibile, attento, dignitoso nella prevalenza di umori e sguardi del sottosuolo, lontano da tutti quelli che ho conosciuto e conoscerò. La morte regola l'indifferenza, la sottolinea, la trasforma in inventiva.



Manco di coraggio, mi dico con severità. Bisognerebbe dire a chi ha sgambettato per un attimo la tua morte che allora è un'entità potente, che è una creatura viva, e che è stata notata. Ma io non lo faccio, ormai per metodo, per stanchezza, per rivalsa cruda e squadrata contro la mia natura di sognatore, che mi perseguita.

Sento di non dovere spiegazioni. Sento altrettanto di non dover andare a imboccare la curiosità altrui con dei liofilizzati che portino intuizioni, presagi, atmosfere.



Torno a casa. Mi sento un cospiratore dal sorriso semplice, uno che ha scelto una finestra scura dalla quale osservare il corso degli eventi, partecipando con l'energia e non con i fatti.

Ed è dalla finestra che, seduta ai tavolini di uno dei bar sottostanti, mi capita di osservare la donna più eccitante che io potessi immaginare. Bionda, capelli mossi, vestitino bianco corto con calze nere e stivali, mi porta in pochi istanti dalla serietà riflessiva ad una completa dipendenza da una qualche vaga idea di piacere. Tutto il mio essere si deconcentra da sé e va a cercare momenti e frammenti di questa creatura che emette un richiamo sessuale addirittura doloroso. Quel vestitino, quelle gambe, il tono allegro della sua voce, sento che vorrei stare in lei per una settimana di fila, a costo di drogarmi, di consumarmi, di rendermi ridicolo. Un richiamo sessuale così violento da rendermi consapevole, nonostante lo stordimento, che sono ridiventato una bestia, un involucro di fulmini, un maschio che cerca la femmina con tutta l'aggressività e la virulenza che lo pervade. La visione di quella donna mi inebetisce, resto alla finestra, fumo due sigarette, poi lei va via con tre amiche e un accompagnatore un po' patetico. Riprendo fiato. Il desiderio carnale è stato così assoluto da non avere neanche un'ovvia erezione, ed in questo caso è un ottimo segnale di controllo della situazione.



Passano alcuni minuti.

Si trattava di desiderio sessuale. Travolgente, definitivo, ma solo di quello. Non basta per sgambettare la morte. No che non può bastare.

Ho dolori dappertutto, credo che la febbre sia in arrivo, come una tregua, come un riordinatore di idee e di impulsi, sono ancora vivo, sono silenzioso ma reale, sono il principale avversario di me stesso, ma lo preferisco alla pagnottistica speranza nel corso di eventi esterni.

Non siamo però liberi di dire la verità. Non lo siamo praticamente mai.

Se io dicessi a una donna, una che sgambetta la morte, che grazie a lei certi pozzi si sono richiusi, farei la figura del pazzo, dell'esaltato, di quello che pensa di vivere in un feuilleton estetizzante, insomma un cretino.

E allora accendo una sigaretta e pulisco casa con un po' di musica. Azione neutra, che non andrà a ferire le lancette del mio cuore suicida.



Luca De Pasquale, 23 aprile 2013




16/04/13

Bassi desideri


Ho nostalgia delle persone, ma nella solitudine sono diventato molto sensibile, come se la mia anima fosse nuda, e sono stato così viziato dalla libertà di poter dirigere i miei pensieri e sentimenti dove voglio, che riesco appena a sopportare il contatto con un'altra persona; sì, ogni sconosciuto che si avvicina mi soffoca con la sua atmosfera spirituale, come se opprimesse la mia”
August Strindberg

Passo le giornate a scrivere.
Sempre meno per questo blog, perché sono preso da altri progetti. Mi piacerebbe poter sostenere che scrivere rilassa e sfoga, ma scrivere non è come scopare e non lo sarà mai. Pur vero che scopare non rilassa davvero, semmai accende l'incognita, ma è un altro discorso.
Per scrivere al meglio avrei bisogno di una dose di solitudine così selvaggia e conclusiva, così onestamente disperata da rischiare la preoccupazione altrui. E non me lo posso permettere.
Almeno, non sempre.

Da stamattina sto andando avanti con un grande disco di Dr. John, con il mio immortale Julius Farmer al basso.
Le sigarette, non oso contarle da stamattina. Le mie compagne più fedeli, dappertutto, affidabili, silenziose, utili anche quando nauseanti.
Stanotte non ho quasi chiuso occhio, me lo aspettavo, troppa carne a cuocere, troppo poco buio serio attorno a me. Troppa gente ancora tra i coglioni, e troppo squallore da accettare nel susseguirsi delle ore.
La mia compagnia non è certo da disputare tra eletti, ma non sono disposto a contornarmi di persone e contesti poco convincenti, mi consento di scegliere, anche e soprattutto ad eliminazione.
La compagnia degli uomini spesso mi deprime e mi annoia, quella delle donne è una costante tentazione alla quale devo resistere perché forse la clessidra è ingolfata, occlusa, scandisce senza volerlo un tempo finito.

Scrivo, e se non scrivo sono in movimento da una tana all'altra, perdendo molti pezzi per strada. Perdo appuntamenti, riunioni, concerti, mostre, serate, riappacificazioni, chiarimenti, ritorni di vecchi amici. Sento di non poter fare diversamente. Parlare e cercare, ora tocca agli altri, in caso contrario non se ne fa niente ed estranei come prima. Non sono in movimento verso “l'altro” e dei giudizi psicologici penso di potermene fottere anche più del solito.
Rispondo a me stesso. Pago per i miei errori. Non mi sono scelto dei cortigiani che sappiano intuire la portata delle mie geremiadi. Non ricorro a consolazioni, che pure sarebbero facili. Con la fantasia che mi ritrovo, potrei ad esempio innamorarmi in continuazione, oppure mettere gli occhi su una preda difficile, che è quello che mi esalta di più. Ma ciccia, stavolta.

Due mesi fa credo di aver compiuto un sacrificio, anche se a occhi chiusi. Due mesi fa penso di aver vinto, una delle poche volte, una natura che non si ferma agli ostacoli più evidenti. Due mesi fa mi sono accorto che l'amore per l'impulsività era in bassa marea, dopo tanti anni trascorsi a rischiare. Peccato, ho pensato, perché non c'è niente di più realizzante che mettersi in gioco anche se sotto tiro, facile oggetto magari di un'illusione o un eccesso onirico.
Due mesi fa ho mandato un'intera settimana di notti differenti a puttane, non seguendo un impulso che mi sembrava veritiero. Ma spesso le sensazioni di verità non sono altro che prodromi di autodistruzione.
Oggi mi sembra di osservare il corpo senza vita di un figlio senza tratti riconoscibili, un aborto ingrandito, una beffa di rese e prudenza.
Se invecchiare è rinunciare, allora spero di non morire tardi.

Mi sento la testa come una sezione ritmica competente, con la batteria a siglare limiti e contorni e il basso a sfarfallare come piace a me. Scrivere certe notti è come vomitare a lungo carne masticata male, con una donna dolce che ti tenga la testa senza giudicarti. Che è già tanto, di questi tempi.
Ma non puoi consentire a tutti di reggerti la fronte mentre cacci l'anima, la dolcezza non è requisito bastevole se manca un sogno che abbia anche la forza della realtà. Io sono una vecchia puttana solo quando sono allegro, e capita di rado, devo ammettere.

Julius Farmer sistema tutte le notte al posto giusto, mentre fuori fa notte e mi accorgo al solito di aver sforato con le sigarette.
I miei eroi sono sempre le presenze più affidabili, Julius, Jaco Pastorius.
Jaco Pastorius suonava un basso fretless, era come se giocasse continuamente con la possibilità dell'infinito e con il valicamento sistematico di ogni limite. Questo mi ha fatto amare Jaco da subito, come una fulminazione, un alafabeto condiviso, un'idea di sfida permanente. Sono trascorsi ventisette anni da quando ho ascoltato la prima volta un disco di Pastorius. Pagherei per riavere quelle sensazioni di scoperta e non essere un esperto di quel che desidero mi contorni e mi riempia.
E questo vale per tanto altro, ma il sentimento meraviglioso della scoperta è un rimpianto che già mi invecchia, annacqua persino la rabbia e l'irregolarità, è una forca alla quale sottomettersi in controluce.

No, non provo entusiasmo e amore per “l'altro”, sono uno di quei commessi viaggiatori anonimi che cambiano continuamente motel e marche di sigarette, che acquistano giornali per non parlare, e che hanno un segreto chiodo nell'anima che li sveglia ad ogni maledetta alba della vita.
Mi riconosco nella notte e nella mancanza di tentativi rumorosi, sono il figlio tornato dal fronte con un pezzo di coraggio ulcerato e finito negli occhi, profondi come una litania senza speranza, anche se giovani abbastanza da fissare la morte.

Luca De Pasquale, 16 aprile 2013

08/04/13

Pericolose tracce di bellezza


I nostri piccoli eventi privati attendono sempre un testimone, qualcuno che sa e tramanderà agli altri.
È faticoso muoversi nell'ombra, è come spiare senza essere visti.
La clandestinità e il segreto esigono una memoria infallibile. Ma spesso le motivazioni di un segreto non nascondono nulla di riprovevole, e il segreto è semplicemente la nostra melodia, quella che ci incanta e che ci fa stupefatti testimoni della vita altrui.
Non avrei mai iniziato a scrivere senza un segreto, raccontare è semplicemente questo, è un patto, un incantesimo, il filo invisibile che ci lega al ricordo, al fatto che gli eventi e le persone ritornino come ombre, il giorno in cui lasceremo l'incantesimo e avremo finalmente voglia di raccontare la verità, quel giorno noi stessi saremo soltanto un ricordo o un'ombra”

dal film “Sotto falso nome” di Roberto Andò

Sabato 6 Aprile

Mi arrivano gli odori dolciastri dei profumi femminili. In pochi lembi di strada si mescolano Chanel, Narciso Rodriguez rosa e Chance. Mi danno alla testa per un minuto, stordendomi, ricordandomi il mio vissuto e quello da venire.
Un uomo senza futuro dovrebbe invece perdere l'olfatto una volta per tutte, l'insidia della memoria e delle relative associazioni, la trappola di un inevitabile susseguirsi di incontri per ossigenare cuore e destino.

Una lunga passeggiata a piedi mi riporta nell'elegante quartiere dove sono nato, già estraneo e diverso.
Ripercorro le strade della mia fanciullezza e poi dell'adolescenza con un senso di distacco che non mi piace. In mezzo a uomini e donne agghindati per la passeggiata pseudonobiliare del sabato mattina, l'imprevedibilità esistenziale che mi infesta è più che stonata, non c'è alcun senso di raffronto possibile.
Da bambino mi sentivo il più povero, quello che si rifaceva leggendo libri e parlando come un adulto. Da adolescente sono stato così ribelle e distruttivo da sorpassare abitualmente il ridicolo, sempre con un fascicolo di giustifiche sotto il braccio.
Questo pigro sabato mattina di aprile, soleggiato e tranquillo, mi vede presenziare come un fantasma nella geografia immobile ma anche mutata di anni sepolti, superati, mai rivissuti.
Il negozio dove mio padre acquistava le sue impeccabili cravatte ha chiuso da un anno. Mi fermo accanto alla saracinesca impolverata con la sigaretta in bocca e tutti i documenti dell'anima scaduti da chissà quanto tempo.
Guardo il portone verde della chiesa accanto, anch'esso chiuso. Sento l'urgenza di confermarmi senza pathos che il tempo dell'innocenza è finito per sempre.
Guardando il cielo azzurro e banale sento in ogni centimetro del mio essere di essere allegramente una causa persa, e neanche di quelle affascinanti di cui parlava Borges.
È così scomposto ribellarsi alla malinconia, così disordinato, velleitario.
In quante cucine ho riso prima e dopo mangiato, in quanti letti ho sparpagliato i miei spettri, in quante donne ho cercato la continuità della bellezza e l'appiglio per dilatare le procedure che mi assicurassero il distacco dalla mia infanzia.
Quante volte ho rifuggito la malinconia altrui per non corrodere ulteriormente la mia, quante volte ho guardato i bambini sui balconi a capodanno e ho spento prima di loro le mie stelle filanti.
Questo quartiere ormai mi veste di tenebre involontarie, dovrei evitarlo, ogni passaggio sembra una commemorazione silenziosa ma ancora pregna. Ma quanti posti, ormai, devo evitare? Nella mappa dei possibili spostamenti, anche ad occhio nudo, su carte spiegazzate, ritrovo la neve ovunque e spesso non sono attrezzato per attraversarla senza danni.
Arrivo in prossimità della prima casa della mia vita, alzo lo sguardo, è cambiato anche il colore delle tapparelle. Devo anche pisciare. Eccomi qui, piccolo Conte di Montecristo in abiti trasandati.
Leggo un messaggio gentile al cellulare , rispondo, poi dimentico.

Ho trascorso un numero infinito di notti bianche a quella finestra che ha cambiato colore. Mi affacciavo dall'ottavo piano a guardare la notte sulla città. Poi scrivevo, con le cuffie per non disturbare la famiglia, ascoltavo i lenti dei Queensrÿche a ripetizione, mi ispiravano tantissimo. Mi piacciono ancora. La voce di Geoff Tate mi metteva addosso i brividi e speravo, all'epoca, che fosse facile vivere bene nonostante tonnellate di assenze già evidenti.
Spesso sognavo di uomini tra le onde, in piena notte, sospesi tra l'acqua e la luna. Un po' come mi sento io adesso. Tra l'acqua e la luna, esattamente.
Fumavo sigarette di nascosto, scrivevo lettere d'amore che stracciavo la mattina seguente, in fondo sono stato spesso razionale.
Ricordo che annotavo su un quaderno dalla copertina gialla quante persone in città si suicidavano, e perché. Ricordo che volevo assolutamente capire. Ad ogni nuovo evento mi sentivo parzialmente responsabile, e non perché pensassi di poter fare qualcosa; però -come essere umano- mi sentivo parte di un'impotenza diffusa ad evitare la resa, il dramma, la fuga. Temi che mi ossessioneranno tutta la vita, con il mio permesso, edifici di coscienza disintegrata fluttuanti nella notte, come streghe anticipate, collezione di cavalieri feriti che sono condannati a sperare nell'espiazione unicamente nell'improba mania di riprodurre la diversità della ribellione.
Montecristo tra acqua e luna, autorizzo solo pugnalate ben mirate. Si chiama esperienza.

Domenica 7 aprile

La mia passeggiata accanto al mare.
La testa è un intricato intreccio di suoni morbidi e complicazioni violente, incedenti. Non sarà un caso che in questo periodo ascolto prevalentemente metal progressivo. Perché ho bisogno della complessità di fondo come dell'aria, solo dalla complicazione che si distende si può spremere un po' di tregua decente.
Ho lo stesso pullover marrone di ieri, la divisa che indosso quando sono a spasso e non chiedo niente, il gel nei capelli puzza un po' e mi vedrei bene in uno di questi bar vicini al porto a chiacchierare con una mezza sconosciuta. Ma che importa.
Passo accanto ad un'edicola. Acquisto una copia del Corriere Della Sera. Noto con raccapriccio l'album di figurine del papa. Speculerebbero su qualsiasi cosa, riusciranno a rendere indigeribile a noi atei anche questo nuovo papa, che non è affatto antipatico e sembra essere partito bene.
Le persone che vivono in queste zone sembrano avere un'aria più pulita e un atteggiamento meno equivoco di quelle dei quartieri bene. Le giovani coppie che vedo slinguazzarsi sulle panchine antistanti il mare hanno un'aura più sana, più semplice, più immediata. Le ragazze sembrano meno infelici, e forse dopo una scopata si aspettano qualcosa di normale, non un eroe decadente. Non sono tarato per queste ragazze dai problemi riconoscibili, dai dolori tradizionali, ed è un gran peccato. Per queste donne sono sempre stato un “tipo strano”, definizione che oggi mi fa ridere, ma che mi ha accompagnato per tutta l'adolescenza, quando finivo per incrociare anche loro.
Devo ammettere che un tempo disprezzavo ragazze così. Il telefonino di nuova generazione, il Napoli, il nuovo locale carino, i Coldplay, Ligabue, Jovanotti. Tanta normalità mi distoglieva da ogni proposito di conoscenza, sapevo come sarebbe andata a finire, che il cinema francese, il power metal tedesco e gli scrittori sconosciuti mi avrebbero permesso di incuriosire e poi di alzare la soglia dell'incomunicabilità. Ho sempre detestato perdere tempo, e farlo perdere.

L'attacco di “Suicide Boy” degli Aeon Spoke mi accompagna su una delle panchine libere. Apro il giornale, accendo la sigaretta, accolgo questo sole così semplice che mi fisserà quel po' di gel nei capelli. Il disprezzo ha qualcosa a che fare con l'impotenza, sempre.
Sotto un sole timido e pulito mi rendo conto che non ho forse mai dato la sensazione di volermi arrendere per davvero, o meglio ancora fidarmi di qualcuno. Mi hanno fatto studiare le barricate più dell'accoglienza, e il mio cuore è sempre stato una fortezza nel deserto più che un ridente residence sul mare. Certamente il mio cuore non è una chiesa inviolabile, non l'ho mai trattato con sacralità, e questo è chiaramente un peccato di odio e sabbia dimenticata.
Forse il mio cuore è un soldato, arroccato con pochi viveri e munizioni difettose in una delle stanze più umide e desolate della fortezza, forse così è più comodo cercare nemici e spiegarsi accuratamente che è quasi impossibile tramutarne una parte in amori. Il mio cuore dipende dal vento, dalle quadrature della notte, da un educato risparmio di violenza, un lestofante ravveduto, un magliaro ulcerato dalla fede più difficile.

Non scrivo queste note randage, le più apolidi di tutta la mia vita, pensando ad una purificazione contemporanea o successiva. Se fosse questo lo scopo, scriverei di certo roba più ruffiana e meno pesante.
Sono capace di farlo. Altroché. Sarei capace, anzi. Tutto qui.
Rileggo raramente quel che scrivo, mi disturba. Tra la scrittura e me è un continuo corpo a corpo di stravagante bellezza e devastante crudeltà. Ne esco costantemente sconfitto, affannato e libero. Permetto alla scrittura di frugarmi ovunque, di manomettermi, di violarmi senza ritegno, di espormi agli altri, di penetrare come un'amante pazza nei miei sogni più reconditi, di abbandonarmi sul ciglio della strada più malfamata.
Affido alla scrittura quello che ritengo essere un privato pubblico, tenendo per me e per le mie streghe di luce quello che vive e brulica fortemente, e cioè il privato privato, il reale che accorcia, dimezza, accende e spegne il mio respiro senza metodo.
La scrittura è una pericolosa traccia di bellezza, che non mi spaventa mai. Mai per davvero.
La carriera di narratore mi lascia indifferente, mi sono sempre sentito una sordida zoccola quando ho dovuto accomodarmi su regole e orditure altrui, e poi la parola “carriera” fa decisamente a pugni con la stabilita vocazione a perdere.

Uncoiled.
La pasticceria vicino casa è piena di gente, guardo dentro, c'è una moderata fretta di andare a casa e vivere vicini, per quanto possibile.
Indosso inutilmente scarpe da pioggia. Il cielo è striato di nubi pigre, senz'acqua, momentanei cumuli di vento caldo.
C'è una ragazza bionda con un cane minuscolo. Ci conosciamo di vista, ma non l'ho mai salutata in tanti anni, mai in sedici anni.
Mi saluta invece il tarchiato macellaio con le lenti, che mi ha visto riapparire in questa zona dopo tanto tempo, ignora il mio nome e la mia storia.
Dal salutarlo a rientrare in casa mi dividono cinque minuti di strada in salita.
La moderata pendenza mi porta ad astrarmi facilmente. Mi viene in mente quanto poco, sempre, rimane delle chiacchiere, di quella strana tendenza a manifestare stima e vicinanza una volta ogni tanto. Lo fanno in molti. Sono il primo a non avere nessuna continuità a disposizione, davvero il primo. Ma mi astengo dal fare improvvisate promettenti, sapendo che non manterrò gli impegni.
Le chiacchiere stanno a zero. Non c'è più il tempo e la pazienza di riprendere discorsi interrotti. Le distanze non possono essere fisarmoniche di scalcagnate orchestrine di bene.
Ho imparato molto presto che i momenti difficili ti lasciano volutamente solo, sono delle prove, delle ricorrenze di oscurità nelle quali devi addentrarti, sapendo che non è detto che tu possa salvarti. Passerai per delle feste estranee al tuo vivere e volere, lascerai delle tracce sulle mani e sulle labbra di altre persone, ma se il disegno è scomparire da una condizione e ritoccare la sorte, allora resterai un viandante di passaggio con le sue carabattole interessanti.
Perciò dico che è tra acqua e luna che muovo il mio corpo e addestro quel che rimane della mia fiamma, senza chiedere niente, senza elemosinare grazie, senza fingere che mi interessi l'armonia della disarmonia, sono solo un equlibrista in panne, un commesso viaggiatore rimasto senza chiavi, un'amante qualsiasi costretto a guardare gli occhi stanchi della sua donna al risveglio, occhi che non riconoscono e che rinnegano con pudore gli spazi concessi ad un'idea doverosa di futuro.
Da questo randagismo in tinta grigia e arancione trarrò qualche nota nuova, escogiterò qualche trucco per la notte, seguirò i passi di semplici richiami alla luce, senza lezioni di vita date o ricevute, senza consiglieri, senza officianti della speranza e senza la volgarità incommensurabile della necessità di farsi amare.

Sera, quasi notte

Ricominciare daccapo. Azzerare tutto.
Non avere punti fermi. Quanti impazzirebbero come mosche sotto bicchieri?
Può darsi che il percorso fin qui fosse volto proprio a questo, arrivare ad un punto e cercare di ripartire in qualche modo.
Detesto la retorica delle frasi fatte, e non sopporto l'avvenirismo futurista di quelli che sostengono di amare il destino in ogni sua manifestazione.
Ripartire non è garanzia di riuscita. C'è la possibilità concreta di fallire definitivamente, e bisogna guardarla senza volerla esorcizzare, senza sciocche scaramanzie, non è l'uomo nero, è una possibilità come un'altra.
Ho sempre letto troppo di sensibilità finite male, cammini spezzati, uomini messi al muro da imprevisti, precipizi della seconda età, attenuazione della vita stessa.
Riduzione della facoltà di resistenza.
Bracciate scure nel bianco confuso delle privazioni.
Ammutinamento delle proprie qualità, dissipazione della capacità di amare.
Moto retrogrado verso notti irripetibili o mai vissute.
Dissuasione sistematica dell'istinto a valicare il semplice giorno vissuto.
Sono soddisfatto di non avere più nulla da perdere. Potrò cercare il volo attraverso i temporali, acquisterò gradualmente la tenuta muscolare del silenzio.
Non c'è nulla di melodrammatico o letterario nel cercare le luci del giorno seguente sapendo che la riuscita non è affatto garantita, e che ci si muove sul baratro con l'insperata grazia di un errore.

Luca De Pasquale, 6-7 aprile 2013