29/04/13

Yngwie J. Malmsteen e la mia groupie tanto tanto coerente


Molti uomini inforcano dei ray-ban e sembrano interessanti.
Poi, quando li tolgono, sono dei criceti che hanno paura pure di salire sulla ruota.
Molti uomini circumnavigano attorno all'impegno civile, alla sensibilità sociale, e poi tra le mura domestiche sono delle merde.
Molti uomini pubblicano citazioni colte sui social network, all'ora giusta, quando la sarda giusta è nella rete, ma della vita vera non sanno cogliere una sola scintilla di eventuale poesia.
Molti miei clienti cercano di non pagare le tasse, di ottenere continuamente sgravi fiscali, si mettono a carico anche la nonna morta, modificano la playstation e cercano di fottersi la commessa del negozio di piatti all'angolo, che si dice la dia senza troppe moine preliminari.
Quello che si caga addosso di perdere il lavoro telefona all'amico dello zio di un tizio al quale fece un favore burocratico, ci prova, spezza la voce per dare enfasi al fatto che tiene famiglia.
Il mediocre dentista appassionato di rock laccato viene da me e mi chiede consiglio su un disco dei Toto. Gli dico che è molto bello, Lukather suona e macina, ma il disco costa 9,99 e lui mi dice con candore che desidera aspettare che passi a 5,99 o che facciamo la svendita di liquidazione. Lo disprezzo, lo arronzo e gli auguro silenziosamente di commuoversi per una canzone di Cristiano Malgioglio mentre la moglie vive un fuoco d'artificio privato con un altro uomo.
Un conoscente che sa di alcuni miei dissapori privati viene ad odorare la carogna, vuole sentire da me, dalla mia bocca, la parola che tanto agogna: “fallimento”. Vuole fare la parata sui miei resti, giusto per qualche minuto, così può dimenticare quanto è inetto, senza nerbo, asfissiante di banalità. Io sorrido tutto il tempo.
C'è un amico che prima mi presenta tutte, dico tutte, le sue donne e poi scompare, per paura e per insicurezza. Vorrebbe condividere i suoi successi ma poi qualche verme solitario gli suggerisce che io, ruvido e senza niente da perdere, possa essere in qualche modo pericoloso.
La bipolare discrepanza tra interessarsi arditamente, progettare, e poi ricusare è uno dei misteri femminili che non riuscirò mai ad accettare blandamente. Certi schemi si ripetono, l'ossatura è quella, ci sono varianti caratteriali e congiunturali, ma se fossi davvero tanto sciocco potrei pensare che non c'è perdono quando ci si mette troppo a rendersi disponibili.

Scatoli, scatoloni, pacchi, roba imballata, vecchie tazze, foto di me da piccolo, piatti, cinture, preservativi, vissute confezioni deluxe delle Camel Lights, lettere, cd-r rimasti chissà perché in anfratti polverosi.
Sono di nuovo con la mia vita al guinzaglio che mi chiede pietà, gli oggetti mi implorano di trovar loro una sistemazione, ma sappiamo da ambo le parti che ormai, esclusi dischi e libri, non me ne frega un cazzo di quanti sono e dove mi seguiranno.
Le mie parentesi di stanzialità sono brusii in alberghi diversi.
Burned by love, blinded by snow, cantava David Coverdale tanti anni fa.

Mentre rileggo le lettere di una che era doppiamente fidanzata ma mi scriveva di amarmi perché mi leggeva e si emozionava tantotanto che è difficile da spiegare, suona il cellulare. Faccio volare le lettere per tutta la stanza, sacramentando.
È Manrico. Prima mi abboffa di cazzate sul suo lavoro, poi mi fa capire che c'è un riavvicinamento con la moglie, infine viene al nocciolo e mi chiede se gli posso procurare l'intera discografia di Yngwie J. Malmsteen, inclusi extended play, singoli e collaborazioni. Mi chiede un preventivo orale, con la stessa rozzezza con la quale avrebbe potuto chiedermi una prestazione orogenitale.
Gli dico che ho bisogno di tempo, che gli farò sapere. Mi mette fretta, dice che io e solo io posso realizzare questo suo immenso sogno.
Oltretutto pronuncia molto male il nome dell'axe hero svedese; lo chiama infatti Ingui Ge Malmsting e trovo che questa sia una cosa davvero infima, mi irrita molto, peggio di quelli che mangiano troppo veloce e si succhiano i denti per disimpegnarsi. “Trilogy” di Malmsteen è stato un disco con cui sono cresciuto, e non lo rinnego, alla faccia dei puristi e dei tanti detrattori del fumigante guitar hero svedese.
Io meno il can per l'aia, lui allora mi blandisce, mi riempie di complimenti e mi dice addirittura che sono un uomo affascinante, che poi non so cosa c'entri con Ingui Ge Malmsting.
Mi accendo una paglia e lui continua a ciarlare, inesausto, mettendo in mezzo anche i bei risultati della Fiorentina. Ma come è affettuoso. Lo mando al diavolo che ho una telefonata su un'altra imprecisata linea.
Manrico sta ancora decidendo se perdonare la moglie che ha avuto una forte sbandata qualche mese fa. Erano mesi che non praticavano del fortesesso, lei era così chiusa che neanche un disco di Barry White e il vino rosso funzionavano più.
Manrico aveva iniziato a masturbarsi con grande ansia e a temere il peggio. Poi, in una sera nefasta, durante un inutile e ulcerante soft petting con lingue allungate in modo grottesco e penose pose plastiche da aquagym posticcio, aveva osato cercare di portare la testa della moglie all'altezza del suo sesso esaurito, con il sacrosanto risultato di farsi cacciare di casa.
Ramonah, la moglie, aveva preso una sbandata, sì. Glielo aveva confessato in seguito, per un professore di latino del liceo esperto in fisiologia del territorio.
Inseguimenti, chiarimenti, telefonate a parenti ed avvocati e ora, sembra, il lieto final. Devo dire che questa vicenda mi lascia completamente indifferente, e della nuova sacralità del suo sesso coniugale ne colgo solo un aspetto superficiale, e cioè che si tratta di due tizi con i quali non voglio avere nulla a che spartire.
Gli procurerò Angwy Ge Malmessin, ma poi si chiude baracca, che pensasse al de rerum natura della consorte. Ho troppi pensieri per la testa, Cristo.

Riprendo una delle lettere della tipa che sosteneva di amarmi. C'è una leggera macchia di sugo in alto sulla sinistra, ma questa è colpa mia.
Leggo con dedizione e raccapriccio il seguente assunto:
Luca. Oh, Luca. Ti immagino, sai? Penso che sei nella tua camera e che starai certamente fumando. Perché io ti associo tanto alle sigarette, è come un pensiero involontario, e che -come dirti- mi attenua la confusione della testa. Anche se ultimamente stai scrivendo delle cose forti e che spesso mi danno fastidio, io devo dirti che penso che mi stai vicino e che forse non lo sai. Ma io lo so. Ti leggo quando LUI non c'è. Questo te lo voglio confessare e pazienza se mi giudicherai male. Ma io posso leggerti solo quando LUI e la sua pesantezza che non sopporto più non ci sono. Perché tu hai qualcosa di diverso, di lontano e che fa male, ma potrebbe anche essere che io voglia farmi male...”
Appallottolo la lettera e la spedisco su una pila di riviste da buttare. Accendo una sigaretta, penso per un attimo a Malmsteen e poi tramonto senza chiedere partecipazione, semplicemente disponendo i minuti agli estremi dei miei scarti.

Luca De Pasquale, 29/04/2013














23/04/13

Suicidio tra le ombre cinesi



"La prima cosa che si ottiene con la solitudine è la resa dei conti con sé stessi e il passato"
August Strindberg

Si suicidano in tanti. In troppi.

Molti dei suicidi dei quali vengo a conoscenza sono per ragioni di dignità. Disperazione causata da indigenza, mancanza di futuro. Facile cadere nella retorica. Ad ogni notizia di suicidi io sobbalzo un po', per più motivi, e più che la tristezza si accende in me la rabbia, un'indignazione sincera che altrimenti scomodo solo per pochissimi aspetti del vivere.

Leggo sull'Unità di oggi di tre suicidi in poche ore, tra Milano e Bologna. Sono in funicolare. Mi ritrovo a guardare nel vuoto. Non ho la garanzia, affatto direi, che tra qualche tempo io stesso non possa trovarmi alla canna del gas.

Come mi comporterei? Me lo chiedo spesso.

Ho già avuto il mio bel daffare con il suicidio. Me lo porto addosso, tatuato come il ricordo di un amore senza memoria, ma indelebile.

Le sue ali di cenere, imbottite di lacrime e malinconie visionarie, sono qui con me ad ogni passo, ad ogni nuova conoscenza, ad ogni singulto di collera, di sfondo ai migliori momenti, come un debito da estinguere nel reiterarsi dei giorni e di una strenua resistenza.

Un temperamento aggressivo e molto critico non salva di certo dalle immagini che conservi senza volerlo, provenienti da quella città eternamente sepolta di neve che è la rinuncia a vivere.

Si può diventare arrendevoli e fragili, qualcosa in me tanti anni fa ha invece scelto un profilo diverso, di ribellione, di conti aperti, di inguaribile irrequietezza. Ma non posso non domandarmi cosa farei se venisse meno anche la sopravvivenza, la mancanza di espressione, l'ossessiva disperazione di quel che manca.

Esco dalla funicolare e cerco di invertire il flusso dei miei pensieri.

In Vico Cerbottanieri, ad un vecchio mendicante cadono delle monete, se ne accorgono in molti ma nessuno pensa di raccoglierle. La scena mi cade addosso come un macigno.

Impossibilitato a recuperargliele io, quando posso farlo scopro che il vecchio è scomparso. Maledizione.

Oltretutto ho dolori muscolari intensi, devo aver preso freddo, il passaggio dall'inverno alle stagioni calde non mi trova mai troppo preparato, in genere penso ad altro e non mi vesto adeguatamente.

All'angolo di Vico Cerbottanieri lancio un'occhiata ai palazzi e a sprazzi di cielo, mi dico che in un modo o nell'altro io ho sempre dei conti in sospeso e spesso parto da posizioni di svantaggio.

Forse le partenze ad handicap sono la miccia di ogni azione che mi intriga; sono abbastanza scriteriato da preferirle, le ultime posizioni. Forse perché da lì mi accorgo dell'insipienza di tanti e della bellezza di pochi.



Vicino l'ufficio postale ripenso intensamente al suicidio. Il pozzo nero emana i suoi miasmi di libertà, in contrasto con il sole, con la mia andatura, con le belle donne che incrocio, ma ho le mani in tasca e penso al suicidio come gesto generico, non riferito a me stesso.

Il mio cuore è sempre stato suicida. Il cuore sì, il corpo no.

Sono conscio che la mia intelligenza ha qualcosa di intimamente autodistruttivo, cerca continuamente la deriva, il punto di vista della fine, lo sbriciolamento degli ideali e dei sentimenti, è un'intelligenza che lavora meglio nell'ombra, e divora senza ritegno le grida stridule del fabbisogno di felicità.

Un'intelligenza che si esalta nella febbre, nelle passioni senza via di uscita, nelle trame nere, dalle più scontate a quelle che, insperatamente, trascinano originalità e qualche elemento che le fa sembrare uniche.

Ogni donna che mi è piaciuta, ogni donna che mi ha solo incuriosito, ha sventato parte di queste discese dense, senza saperlo e senza che io lo comunicassi. Fa parte dell'ordine delle cose, interessarmi a qualcuno è uno sgambetto alla morte e non sempre mi è riuscito.

Ma oggi è la morte ad accompagnarmi per strada, a rendermi ipersensibile, attento, dignitoso nella prevalenza di umori e sguardi del sottosuolo, lontano da tutti quelli che ho conosciuto e conoscerò. La morte regola l'indifferenza, la sottolinea, la trasforma in inventiva.



Manco di coraggio, mi dico con severità. Bisognerebbe dire a chi ha sgambettato per un attimo la tua morte che allora è un'entità potente, che è una creatura viva, e che è stata notata. Ma io non lo faccio, ormai per metodo, per stanchezza, per rivalsa cruda e squadrata contro la mia natura di sognatore, che mi perseguita.

Sento di non dovere spiegazioni. Sento altrettanto di non dover andare a imboccare la curiosità altrui con dei liofilizzati che portino intuizioni, presagi, atmosfere.



Torno a casa. Mi sento un cospiratore dal sorriso semplice, uno che ha scelto una finestra scura dalla quale osservare il corso degli eventi, partecipando con l'energia e non con i fatti.

Ed è dalla finestra che, seduta ai tavolini di uno dei bar sottostanti, mi capita di osservare la donna più eccitante che io potessi immaginare. Bionda, capelli mossi, vestitino bianco corto con calze nere e stivali, mi porta in pochi istanti dalla serietà riflessiva ad una completa dipendenza da una qualche vaga idea di piacere. Tutto il mio essere si deconcentra da sé e va a cercare momenti e frammenti di questa creatura che emette un richiamo sessuale addirittura doloroso. Quel vestitino, quelle gambe, il tono allegro della sua voce, sento che vorrei stare in lei per una settimana di fila, a costo di drogarmi, di consumarmi, di rendermi ridicolo. Un richiamo sessuale così violento da rendermi consapevole, nonostante lo stordimento, che sono ridiventato una bestia, un involucro di fulmini, un maschio che cerca la femmina con tutta l'aggressività e la virulenza che lo pervade. La visione di quella donna mi inebetisce, resto alla finestra, fumo due sigarette, poi lei va via con tre amiche e un accompagnatore un po' patetico. Riprendo fiato. Il desiderio carnale è stato così assoluto da non avere neanche un'ovvia erezione, ed in questo caso è un ottimo segnale di controllo della situazione.



Passano alcuni minuti.

Si trattava di desiderio sessuale. Travolgente, definitivo, ma solo di quello. Non basta per sgambettare la morte. No che non può bastare.

Ho dolori dappertutto, credo che la febbre sia in arrivo, come una tregua, come un riordinatore di idee e di impulsi, sono ancora vivo, sono silenzioso ma reale, sono il principale avversario di me stesso, ma lo preferisco alla pagnottistica speranza nel corso di eventi esterni.

Non siamo però liberi di dire la verità. Non lo siamo praticamente mai.

Se io dicessi a una donna, una che sgambetta la morte, che grazie a lei certi pozzi si sono richiusi, farei la figura del pazzo, dell'esaltato, di quello che pensa di vivere in un feuilleton estetizzante, insomma un cretino.

E allora accendo una sigaretta e pulisco casa con un po' di musica. Azione neutra, che non andrà a ferire le lancette del mio cuore suicida.



Luca De Pasquale, 23 aprile 2013




16/04/13

Bassi desideri


Ho nostalgia delle persone, ma nella solitudine sono diventato molto sensibile, come se la mia anima fosse nuda, e sono stato così viziato dalla libertà di poter dirigere i miei pensieri e sentimenti dove voglio, che riesco appena a sopportare il contatto con un'altra persona; sì, ogni sconosciuto che si avvicina mi soffoca con la sua atmosfera spirituale, come se opprimesse la mia”
August Strindberg

Passo le giornate a scrivere.
Sempre meno per questo blog, perché sono preso da altri progetti. Mi piacerebbe poter sostenere che scrivere rilassa e sfoga, ma scrivere non è come scopare e non lo sarà mai. Pur vero che scopare non rilassa davvero, semmai accende l'incognita, ma è un altro discorso.
Per scrivere al meglio avrei bisogno di una dose di solitudine così selvaggia e conclusiva, così onestamente disperata da rischiare la preoccupazione altrui. E non me lo posso permettere.
Almeno, non sempre.

Da stamattina sto andando avanti con un grande disco di Dr. John, con il mio immortale Julius Farmer al basso.
Le sigarette, non oso contarle da stamattina. Le mie compagne più fedeli, dappertutto, affidabili, silenziose, utili anche quando nauseanti.
Stanotte non ho quasi chiuso occhio, me lo aspettavo, troppa carne a cuocere, troppo poco buio serio attorno a me. Troppa gente ancora tra i coglioni, e troppo squallore da accettare nel susseguirsi delle ore.
La mia compagnia non è certo da disputare tra eletti, ma non sono disposto a contornarmi di persone e contesti poco convincenti, mi consento di scegliere, anche e soprattutto ad eliminazione.
La compagnia degli uomini spesso mi deprime e mi annoia, quella delle donne è una costante tentazione alla quale devo resistere perché forse la clessidra è ingolfata, occlusa, scandisce senza volerlo un tempo finito.

Scrivo, e se non scrivo sono in movimento da una tana all'altra, perdendo molti pezzi per strada. Perdo appuntamenti, riunioni, concerti, mostre, serate, riappacificazioni, chiarimenti, ritorni di vecchi amici. Sento di non poter fare diversamente. Parlare e cercare, ora tocca agli altri, in caso contrario non se ne fa niente ed estranei come prima. Non sono in movimento verso “l'altro” e dei giudizi psicologici penso di potermene fottere anche più del solito.
Rispondo a me stesso. Pago per i miei errori. Non mi sono scelto dei cortigiani che sappiano intuire la portata delle mie geremiadi. Non ricorro a consolazioni, che pure sarebbero facili. Con la fantasia che mi ritrovo, potrei ad esempio innamorarmi in continuazione, oppure mettere gli occhi su una preda difficile, che è quello che mi esalta di più. Ma ciccia, stavolta.

Due mesi fa credo di aver compiuto un sacrificio, anche se a occhi chiusi. Due mesi fa penso di aver vinto, una delle poche volte, una natura che non si ferma agli ostacoli più evidenti. Due mesi fa mi sono accorto che l'amore per l'impulsività era in bassa marea, dopo tanti anni trascorsi a rischiare. Peccato, ho pensato, perché non c'è niente di più realizzante che mettersi in gioco anche se sotto tiro, facile oggetto magari di un'illusione o un eccesso onirico.
Due mesi fa ho mandato un'intera settimana di notti differenti a puttane, non seguendo un impulso che mi sembrava veritiero. Ma spesso le sensazioni di verità non sono altro che prodromi di autodistruzione.
Oggi mi sembra di osservare il corpo senza vita di un figlio senza tratti riconoscibili, un aborto ingrandito, una beffa di rese e prudenza.
Se invecchiare è rinunciare, allora spero di non morire tardi.

Mi sento la testa come una sezione ritmica competente, con la batteria a siglare limiti e contorni e il basso a sfarfallare come piace a me. Scrivere certe notti è come vomitare a lungo carne masticata male, con una donna dolce che ti tenga la testa senza giudicarti. Che è già tanto, di questi tempi.
Ma non puoi consentire a tutti di reggerti la fronte mentre cacci l'anima, la dolcezza non è requisito bastevole se manca un sogno che abbia anche la forza della realtà. Io sono una vecchia puttana solo quando sono allegro, e capita di rado, devo ammettere.

Julius Farmer sistema tutte le notte al posto giusto, mentre fuori fa notte e mi accorgo al solito di aver sforato con le sigarette.
I miei eroi sono sempre le presenze più affidabili, Julius, Jaco Pastorius.
Jaco Pastorius suonava un basso fretless, era come se giocasse continuamente con la possibilità dell'infinito e con il valicamento sistematico di ogni limite. Questo mi ha fatto amare Jaco da subito, come una fulminazione, un alafabeto condiviso, un'idea di sfida permanente. Sono trascorsi ventisette anni da quando ho ascoltato la prima volta un disco di Pastorius. Pagherei per riavere quelle sensazioni di scoperta e non essere un esperto di quel che desidero mi contorni e mi riempia.
E questo vale per tanto altro, ma il sentimento meraviglioso della scoperta è un rimpianto che già mi invecchia, annacqua persino la rabbia e l'irregolarità, è una forca alla quale sottomettersi in controluce.

No, non provo entusiasmo e amore per “l'altro”, sono uno di quei commessi viaggiatori anonimi che cambiano continuamente motel e marche di sigarette, che acquistano giornali per non parlare, e che hanno un segreto chiodo nell'anima che li sveglia ad ogni maledetta alba della vita.
Mi riconosco nella notte e nella mancanza di tentativi rumorosi, sono il figlio tornato dal fronte con un pezzo di coraggio ulcerato e finito negli occhi, profondi come una litania senza speranza, anche se giovani abbastanza da fissare la morte.

Luca De Pasquale, 16 aprile 2013