23/03/13

Ego Jam

20 marzo

E così si resta a corto di argomenti.
Non sai bene di cosa parlare. Qualcuno ti ha detto che sei uno sweet talker, altri ti hanno dato del logorroico perché semplicemente non interessati, e dico mai interessati, a quel che dicevi, altri ancora ti hanno sollecitato perché silenzioso.
Dove è situata la verità?
Ma io dico, chi se ne fotte?

Scambio”, “confronto”, “arricchirsi”, “tolleranza”. Queste parole sono svuotate di qualsiasi senso, ormai. Forse perché le ho lette sulle labbra dei bari, pronte a scattare dalle lingue degli esemplari meno indicati a pronunciarle.
Non è molto costruttivo sbavare su ciò che ti ha dato fastidio. Sulla saccenza, sulla presunzione, sull'arroganza di chi crede di essere in grado di dare spiegazioni alla vita, ai comportamenti, alla gestione dell'infelicità. Me lo ripeto spesso: sbattitene, come te ne sei sbattuto quasi sempre. Ma c'è qualcosa di vendicativo in me, qualcosa che non si rimargina, c'è una bolla di veleno che è a mezz'aria, indecisa se colpire o restare dentro, magari a fare altri danni.
Forse ho capito che chi professa bontà e tolleranza è destinato a non piacermi, e che non riuscirò mai ad apprezzare i salomonici, quelli che hanno paura di prendere posizione e di soffrire sapendo di soffrire, che costa molto in termini di autostima.
Non apprezzerò mai quelli che si rifugiano in qualcosa di familiare e rassicurante, con la scusa che hanno già sofferto, e dunque sono in credito, devono porre rimedio.

C'è chi vuole per forza convincermi che Napoli sia una città stimolante.
Lo sarà per qualcun altro.
Ognuno ha un luogo di origine che può non corrispondere all'habitat interiore. Ogni luogo, come le persone, può esaurire la sua malia e divenire uno spazio saturo, senza futuro.
Non so dire, e non è nelle mie corde, se questa città avrà o meriti una rinascita, ma sono consapevole che l'aria di questo luogo è per me satura.
Non condivido l'ottimismo di alcuni, mi lascia indifferente -se non infastidito- la teoria circa un vivido fermento culturale che avrebbe guadagnato uno spazio ben preciso. Non ho mai capito, ad esempio, cosa significhi delimitare una categoria di “nuovi scrittori napoletani”. Lo trovo molto retorico.
Quanto all'apertura di locali, pub, associazioni, sono eventi che non mi hanno mai coinvolto. Non sarà una galleria d'arte nuova a farmi tornare la voglia di percorrere queste strade, e l'idea secondo la quale se si vuole ci sono tante cose da fare mi sembra più legata all'ansia di non fare niente e non sentirsi coinvolti dalla vita. Quando si fugge da qualcosa, si cerca di spacciare per fantastico tutto quello che sembra accogliere: un posto, un gruppo di persone, un amore, un hobby, una qualsivoglia fulminazione. E gli amici, magari, che hanno il solo merito -come fosse un atto eroico- di non averci abbandonati. Quante volte i nostri amici sono una mera casualità? Sceglierli non sempre è stato così automatico e spontaneo. Abbiamo imparato a conoscerli e qualche volta a sopportarli, atto reciproco.
Altre volte, senza volerlo ammettere, abbiamo dovuto semplicemente fare la conta di chi ci era rimasto. Cercando di rendere la cosa accettabile. Perché stringere amicizia in età adulta, quando sei disilluso e hai testato per bene la parzialità del bene, è molto difficoltoso e costringe certe azioni alla mera convenienza.

Da ventenne mi immaginavo quarantenne.
Un lavoro discreto, una compagna affascinante, un figlio maschio. Esperto di basso elettrico, di musica, di letteratura borderline, gran fumatore, piuttosto solitario, rigorosamente senza patente.
Ho realizzato solo gli aspetti più impopolari della questione, come l'assenza di patente e il tabagismo esoterico. Fatto è che mi immaginavo pacificato, fors'anche un po' sbiadito, perso in qualche disco jazz adulto, serioso, affabile nei modi, misurato.
Quello che manca è la pacificazione.
Forse mi illudevo, la cosa era calligrafica e aveva un certo fascino tranquillizzante. A venti anni ero in guerra con ogni cosa e persona, adesso ho in tasca un'interminabile lista di ciò che non desidero e non approvo. Da quella lista, desumo ciò che mi serve e potrebbe mettere un po' d'ordine. Mi sono autoproscritto, non mi concedo credito sufficiente per stipulare accordi con chicchessia. Gli accordi sono questioni delicate.
La tranquillità non ha mai regnato nel mio paese, salvo per brevi periodi, frammenti di tempo più sereno, fasi di transizione con qualche punto fermo.
Sono convinto che l'irrequietezza abbia qualcosa di comico, quando portata alle estreme conseguenze. Diventa una poltiglia informe, definibile come una “piccola fama” utile per il circondario, apparentemente utile per mettere le mani avanti, per difendersi, per circoscriversi.
Anche se, ambiguamente, mi piace dare l'idea di mettermi a nudo con queste pagine, sono convinto che la comunicazione del come ci percepiamo, di cosa crediamo di essere, si presti a un tale numero di equivoci che forse non ne vale la pena.
Le idee precotte, la categorizzazione dell'altro, sono il fetido peccato che nessuno può escludere dalla propria lista di errori. Molti si sono presentati come “teste sgombre” da pregiudizi, aperti e di larghe vedute, comportandosi poi come circuiti maniacali, incapaci di mettersi in discussione, partendo da dettagli insignificanti per finire a gigantesche monomanie molto fiere quanto discutibili.
Io non scrivo e non parlo per essere compreso. Non posso nutrire una fiducia così ingenua e palesemente posticcia. Potrei essere meno complesso, più semplice e leggibile, ma non cambierebbe niente nel mio cuore. Non è possibile esprimersi compiutamente, non è possibile ottenere il ritorno emotivo che si desidera. Per quanto mi riguarda, è un dato di fatto archiviato, amaramente archiviato.

Non sono in grado di stimare una donna che mi mostri senza pudicizia e controllo le immagini votive del suo uomo storico.
È stato un amore grandissimo e un dolore immenso”.
Benissimo. Puoi tranquillamente andartene affanculo.
I grandi dolori li abbiamo avuti tutti. Tutti, anche il più idiota ha avuto un grande dolore. È anche una questione di probabilità, suvvia.
Questo non autorizza a seminare pepite scadute sulla strada di un altro essere umano. Lui ti scopava da Dio? Complimenti. Ti facevi venire in gola, tu che sei anche un po' cattolica e lo concedevi in the name of love? Non venire a dirmelo. Non sono fatti miei.
Con lui avete fatto le scenette troia/cliente e segretaria/amministratore. Oh, che originalità. E lui che faceva, grugniva macho per accompagnare la doccetta bianca tra le tue gambe? Sono ammirato, intimorito.
Sai, anche a me il cazzo è saltato per poco, a volte. Ricordo con una barista, che appena si slacciava il reggiseno già mi sentivo un hovercraft di sperma. Ti piace questo delicato ricordo? Vale per i tuoi.
Ti confesso anche, da bucaniere cassintegrato, che una volta mi sono fatto un lavoretto di mano con gli slip della madre di una delle mie ragazze giovanili. E ho goduto con una certa alacrità. Credimi.
Me la sarei chiavata in almeno cinque posizioni, preferendo quella laterale, che è rumorosa in modo osceno e mi attizza.
Questi miei sobri ricordi ti aiuteranno a creare un castello di menzogne sulla mia persona, come tu desideri. Eccomi al tuo servizio.

È positivo che “carta canti”.
Si lasciano tracce. Anche indegne, perché no.
Magari rileggerò questa nota tra qualche anno, e ne riderò -come è già avvenuto- con qualcuno. Magari con l'ebbrezza di conoscersi, che porta sempre valutazioni tanto impulsive quanto grossolane.
Forse sorriderò imbarazzato, bisbigliando qualcosa circa la fosca amarezza del periodo dovuta a questo o a quello. Spero solo di non compiere quest'azione unicamente perché mi sentirò amato, desiderato, con una sessualità scevra da laide scorciatoie, monogama e mescolata con la purea tiepida delle rassicurazioni di fedeltà.
In quel caso, e lo scrivo ora, avrò definitivamente perso.
Non ammetto lo sguardo canzonatorio ai brutti momenti superati, perché possono riproporsi, modificati e ancora più spietati. Non ammetto, ancor meno, che si possa costruire una complicità con una nuova persona sulle rovine, per quanto cadute in prescrizione.
Forse potrò dire, neutro: “A quei tempi ero nella merda”. E basta.
Conterà molto l'età e quel che si sarà raggiunto. Ma si potrebbe, già da ora, brancolare in un pallido ottimismo. Perché, a un certo punto della strada, il premio lo vince -se di premio si può parlare- chi ti accetta e non certo chi, con il pretesto dello scambio e dell'umanità, ti accetterebbe solo in quanto modificato, ammansito, snaturato ma cresciuto agli occhi di non si sa chi.

21 marzo

Mia madre mi fa rileggere un foglio che ho scritto nel 1991. Una sorta di prosa in versi che inizia con “Sto naufragando...”, facendo il verso a “Peste” dei Litfiba. Faccio uno sforzo per ricordare cosa può aver innescato parole cupe in quel lontano anno, ma non riesco a recuperare dati certi. Forse un amore andato male, uno dei primi.
Quelle parole grezze e catastrofiche, le vivo in modo indulgente. E così, anche nel 1991 avevo da ridire. Protestavo, o smettevo di amare qualcosa o qualcuno, o cercavo di fare scopa nuova, illudendomi che ogni dolore potesse contenere forme di assoluta purificazione. Quando i dolori più pulsanti superano il numero delle dita delle mani, inizi a capire che non c'è completa purificazione nei malesseri, ci si rimesta dentro, cercando di esorcizzare lo stupro, la violenza, la sopraffazione della stabilità, si pensa di essere meglio armati per le prossime avversità, ma sono forme consolatorie nelle quali eccelliamo. Rendendoci ridicoli.
C'è qualcosa di irrecuperabile in ognuno di noi.

Tramonta a momenti il primo giorno di primavera.
Il vento, ancora piuttosto freddo, fa sbattere la porta di casa. Da questo castello senza trono porto avanti un progetto d'uomo che ha esaurito la sua spinta a spiegarsi e motivarsi in presenza d'altri.
Buona parte dei miei oggetti in questa casa provengono da altre persone. Che non vedo o frequento più, storie spente a pelo d'acqua, vecchi amori dei quali non parlerei con nessuno, amici smarriti, amici di amici o parenti di amanti, tutte presenze passate nell'enorme e spaventoso tritacarne del tempo.
Mentirei se inventassi sofferenze che non provo. Non sono in preda a pene d'amore o a recalcitranti riflessioni solitarie. Niente di tutto questo.
Immagino che tutte queste presenze svanite saranno finite nelle rughe del sorriso, nella voce bassa, nella memoria fallace, nell'ostinazione che mi perseguita da sempre, sparire dalla scena.
Sono anni e anni che cerco di capire come funziona l'arte e l'idraulica delle interruzioni, provocandole spesso. Anni di sensibilità spesa a comprendere la differenza e la discrepanza tra restare e interrompere.
Il taglio netto possiede una forza che l'accomodamento non prevede. Mozzare un percorso è una morte da affrontare, ogni volta. Possibilmente, senza aver studiato prima presenze sostituive. Cosa che fanno invece molte donne, per quel che ho visto. Una strategia involontaria tipicamente femminile, lasciare una strada, anche per il solo immaginarne un'altra.
Vero è che la forza di cambiare proviene quasi sempre da un orizzonte nuovo, e a volte è un bene. Ma trovo decisamente più interessante lasciare una strada senza sapere bene quali attori, quali guitti e quali caratteristi incontreremo.

Stai scrivendo?”
È la domanda che ricevo di più, stacca decisamente il “come stai” di rito.
Quando mi fanno questa domanda, mi viene sempre da ridere. Perché la domanda sembra alludere ad uno scrittore professionista (ammesso che esistano) reduce da un blocco creativo, o da qualche ostacolo esterno.
Qualche volta rispondo a tono. Tipo, che ogni tanto posto sul blog qualcosa. Ma c'è un'attesa delusa nella ricezione di questa risposta in particolare. Perché qualcuno spera che io possa annunciare una pubblicazione, o meglio ancora una presentazione di seguito alla pubblicazione.
Quelle presentazioni in punta di culo, per intenderci. Pullover a collo alto, quattro chiacchiere sulla disperazione con un moderatore annoiato e presenzialista, una solerte sciacquata genitale prima di uscire, perché non si può mai sapere.
C'è chi pensa che l'animalità che tento di esprimere possa essere divertente in contesti paraufficiali. Come se a una presentazione, appunto, io potessi essere personaggio, magari discettando di grandi labbra o fistfuckers, magari cincischiando greve su un'ambiguità sessuale o infilando dell'ovatta nei pantaloni per paventare un grosso uccello letterario. Lo scrittore poco noto, bilioso, iconoclasta.
Sciorinare nomi di incazzosi e fregati, Gainsbourg, Henry Miller, un paio di rocker dall'impatto emotivo, ed ecco che magari ti garantisci la gestione di un piccolo personaggio. Una ragazza problematica potrebbe emozionarsi per te, ti potrebbe capitare di trovare qualcuno in metro che legge il tuo libro.
A me è capitato qualche anno fa. Ricordo di aver provato imbarazzo, ed era come se presentissi che non ce ne sarebbe stato un altro a breve. Sapevo che quel libro era un lampo, una ribellione casuale, e che non avevo progetti precisi.
Non mi sono mai seduto a tavolino per pensare ad una prosecuzione. Non ho mai seriamente pensato ad avere un agente letterario, anche se me lo hanno consigliato più degli sciroppi per la tosse.
Oggi senza un agente letterario non si va da nessuna parte”.
Avrò ascoltato quest'anatema un numero imprecisato di volte.
Mah.
Ci vuole entusiasmo per inventarsi un personaggio; ne sanno qualcosa i promettenti ragazzi, le nuove leve, che tanto bene giocano la parte dell'autenticità senza calcoli, partendo invece da valutazioni molto ben calibrate circa la spendibilità e l'attrattiva di temi, idee, connessioni.
Non mi si vede e non mi si sente, mi verrebbe da dire, altro che personaggio. E poi sono timido come una timorata di Dio di fronte ad una parata di esibizionisti, non funziono quando so di dover impressionare.

Sono piuttosto schifato dai rapporti interpersonali. Non lo nascondo.
Non è questione di delusioni, sarebbe banale e posticcio. Ma provo un certo disgusto, e ne ho tutto il diritto.
Non ci sono vittime; sono spietato abbastanza da sbagliare senza piangere. È che, salvo rari casi, c'è una montagna di merda da scalare prima di potersi fidare di qualcuno.
Non conto più da tempo le miserie che ho incontrato, fatto salvo che anche le mie meriterebbero degna menzione. Ma qui sono io che scrivo.
Anaffettività, arroganza, saccenza, indifferenza travestita da palpiti umanitari, opportunismo, leggerezza nelle passioni, pettegolezzi, sindromi vittimistiche, mammoni spauriti con l'incubo della vagina mangler, fastidiosi parenti, famiglie che fingono di andare a regime, patetiche troione con afflati teatrali, scribacchini con ego ipertrofico e deforme, mezze pazze oberate da regole sconclusionate, quasi froci decisi ad impedire ogni minima forma di coming out, mascheroni falliti da locale del centro storico, colleghi con vite disastrate e un pastore rincoglionito nella mente, squallidi arrivisti e leccascroti in perenni ambasce per promozioni agognate, rugose vamp facili a offendersi. Potrei continuare per altre tre note, senza sforzo alcuno.
Puzzo di merda quanto e più di questi casi, ma coltivo l'autolesionismo di ammetterlo.
Sono una persona fortemente negativa.
Possono anche scriverlo sulla carta d'identità, non c'è problema. Non lo trovo infamante, è comunque un risultato.
Mi sono piacevolmente ritirato dalla vita sociale. Non passo le mie serate a pregare o a tremare di rabbia, non mi rannicchio in posizione fetale con il dito in bocca, più facile che lo metta in bocca per noia ad un travestito. Non si esclude mai niente.

22 marzo

Ho passato tutta la scorsa estate a leggere il diario di Valerio Zurlini, che ho continuamente citato in questo blog. L'ho riletto due volte, e mi è sembrato estremamente spontaneo e doloroso, perché è un conto aperto con privazioni, rinunce, disillusioni, equivoci, con un certo metodo di lucidità dolente.
Il diario di Zurlini ha scoperchiato quello che mi ostinavo a non scrivere e dare in pasto a queste pagine, magari perché infastidito di fronte alla troppa familiarità e confidenza che avrei concesso a chi legge.
Poi mi sono detto che le conclusioni vengono tratte comunque, anche se esprimi due pensieri in fila, senza arzigogolarli più di tanto. Se ti considerano un perdente, non potrai fare nulla per convincerli del contrario. Se dai l'immagine del “good man in a storm”, c'è chi vedrà il vizio di forma, la presunzione, l'autoreferenzialità, la supponenza. Se provi a concedere quel nascosto lato che potresti definire come tenero e sentimentale, dovrai fare i conti con la stucchevolezza, la ripetitività, la scarsa definizione della materia, il non conoscere, il non partecipare.
Il diario veneziano di Zurlini era un atto di sconfitta e rivolta sterile alla stessa consapevolezza del tempo finito. Per me, un atto di coraggio.
Mi sono sempre piaciuti gli uomini che non hanno paura di indagarsi, e che hanno acquisito la vista del tempo dissolto, delle occasioni perdute, del credito esaurito.
Sento questi uomini come fratelli senza età, che si tratti di persone comuni o artisti, sportivi o semplici cani da presa. Loro sono fratelli, mentre rivoluzionari, attivisti e pionieri mi risultano come marziani di passaggio, presenze esterne senza radici.
Incede nella mia anima l'amore per uno sguardo particolare, l'imperfetto eroismo di un'osservazione che non escluda l'atroce considerazione di essere stati presi in giro dalla nascita.
Con tutte quelle frottole fantasiose sull'amore eterno, sulla protezione degli affetti, sulle inclinazioni e sulle affinità elettive, sulla giustizia che prima o poi trionferà.
Ma su chi, e a danno di chi altro?
Da bambini ci insegnano a sopravvalutare il nostro destino; è un peccato formale che non nasconde disegni crudeli. Ci avevano creduto anche quelli che ci hanno convinto di meritare molto.
Ricordo sempre, e con grande dolcezza, lo sguardo fiero di mio padre per me, l'orgoglio che provava per le mie supposte qualità. Si sentiva al sicuro, intuendo una sensibilità di fondo, constatando le mie curiosità artistiche e la propensione a ciò che è da scoprire e non massificato. Gli bastavano, questi elementi, per essere fiero del figlio.
Non potevo certamente impedirglielo. Qualche volta ho provato a spiegargli che mi consideravo un meccanismo atto a distruggersi dall'interno, con qualche passione per i fuochi d'artificio. Ma non coglieva il senso di quelle spiegazioni puerili. Del resto, aveva già incontrato sulla sua strada altre forme, più definitive, di autodistruzione. Sarebbe stato immorale fargliele rivivere. E così, ho accettato con tenerezza, appunto, il suo amore orgoglioso. Sapendo che forse aveva preso un abbaglio, perché di cose e persone speciali ne vedevo già pochissime, a cominciare da tutte le imperfezioni che detestavo visceralmente nella mia persona.

Ogni anno dovrebbero garantirci una dose di nuove illusioni da perseguire. Vivremmo certamente con più decoro le giornate informi, i rovesci di fortuna, la dissipazione affettiva.
Perché quando hai raschiato il cuore, e lo hai fatto con la professionale attitudine del distruttore, e arrivi al termine dell'opera senza riguardi, non puoi fare a meno di interrogarti su quali aspetti positivi comporti quest'accanimento.
Vero è che riparti da zero. Ti poni e pensi da zero, chiudendo tutto il materiale ancora brulicante in un deposito di tramonti mal riusciti.
Ma quanro sei attrezzato per rientrare in una carreggiata, tu che per indole, scelta e follia hai deliberatamente voluto crescere fuori strada?
Quanto potere sarai disposto a concedere ad un abbraccio, a un'esortazione, all'oasi che ti chiamerà al riposo e alla serena attesa del giorno seguente?
Finisce che sei un militare di lungo corso, tante volte ferito, ormai graduato, indurito, esperto di agguati e deciso a fare la vedetta anche nei giorni di festa, trascurando ogni opzione di libera uscita.

Ho finito di leggere “Racconti ambigui” di Enzo Siciliano, del 1963.
Attualissimo, molto più di tanta brodaglia ironica oggi sugli scaffali, di una forza portentosa nello smontare e anche compatire tutte le bassezze della piccola e media borghesia.
Una raccolta amarissima, che Siciliano scrisse a soli ventinove anni, mostrando una maturità di stile notevole e un inatteso dispiegamento di temi all'epoca piuttosto scabrosi. Un libro che non potevo che terminare qui, in questo silenzio irreale, in questa caligine di sospensione senza contorni, molto simile a quella descritta da Siciliano nell'ultimo bellissimo racconto, “Il ricatto”, storia brutalmente desolata di un giovane insegnante raggirato da una manicure dal profetico nome di Ebe.

Ed è con questo che chiudo la tre giorni dalla nebbia.

19/03/13

Lecca forte (seconda parte)


La ragazza con la quale oggi ho incrociato lo sguardo in negozio.
Quello sguardo lo conosco. Lo stesso sguardo che si ha dopo il sesso, un istante dopo. Un permesso di poter prelevare anche qualcos'altro. Un invito a ricominciare.
Stavo andando a fumare una sigaretta negli uffici. Mi sono fermato nel corridoio, ormai desolato, delle offerte. Sono tornato indietro, rivolevo quello sguardo, volevo riprovare quella sensazione di intimità, di carne, di respiri. Non l'ho più ritrovata.
I discorsi stanno a zero. Da tempo. Non avrei saputo cosa dirle. Sono così stufo di parlare.
Ho l'ambizione di non creare immagini sfalsate. Ho il bisogno di non sentirmi appiccicate etichette, che siano etiche o meno. Ho la tranquillità di un guardiano di fari e sprofondi silenziosi.
Chissà che cazzo di sapore dolce potevano avere le sue labbra, anche sulla mia pelle. L'importante è che abbiano un sapore nuovo, mi sono detto, andando poi a fumare, finalmente.
Ammetto che non mi pongo questa domanda solo se non trovo una donna desiderabile sessualmente, e accade spesso.
Per il resto, i miei impulsi sono violenti e decisamente di natura sessuale. Senza esclusioni.
Ma non sono interessato ad avventure, gallismi, improvvidi corteggiamenti en plein air. Mi piacciono le fughe. E molto.
I miei desideri sono legati a dei rapimenti veri e propri. I miei desideri sono legati a notti insieme. Improbabili, delittuose, inimmaginabili, improvvise, passionali, notti manifesto per tutte le distanze che si dovranno affrontare.
Cercare di trattenere non è un mio punto di forza, così come mentire su indimostrabili capacità di protezione e lunga percorrenza.
Le carezze della notte, al buio, nell'inconsuetudine della non prevedibilità, questo forse mi interessa ancora.
Mentre fumavo, mi sentivo come se io e quella donna fossimo riusciti a scambiarci pochi sogni, umori, disponibilità a vivere, utopie. Avrei stappato uno champagne, completamente vestito di bianco.
Invece, nella sala fumatori ho trovato una carampana che mi scassava il cazzo con la sua cefalea segmentata, e la sua ritenzione da angoscia.
Ma che cazzo vuoi me ne fotta, sono sulle stelle di cartone, babe. Scritto proprio così, babe.
Del resto, se io avessi raccontato alla naiade da ufficio che soffro di emorroidi dopo brutti sogni, sarebbe stato di suo interesse?
Percorrendo gli spogli corridoi che mi avrebbero riportato al dovere, mi sono sfiorato il cazzo con la mano sinistra, rigorosamente. In posizione intermedia. Ho pensato, lui mi è rimasto. Un normale cazzo in struttura d'uomo complesso. Mi è rimasto il cazzo, la musica, le sigarette, e quanto allo champagne penso che sarei costretto ad un Asti Gancia.

Sono tornato in postazione.
Un vecchio mi ha chiesto un “dischetto” di Macco Mengoni. Macco Mengoni. E poi, anche, il rapper Fedez per il nipote coglione.
Ha scandito bene, “Macco Mengoni”.
Non c'è”
Noooo”
Eh, sì”, ho zufolato.
Posso bloccarlo?”
Dove?”
Posso bloccarlo per un'ordinazione?”
Lecca forte”
Come, scusi?”
Le ho detto no, purtroppo”
Dove devo andare?”
Gli ho consigliato il nostro concorrente. Se n'è andato.
Ho preso l'abitudine di biascicare frasette come “lecca forte”, “lavoralo”, ogni qualvolta mi sento molestato dall'indegna mattana della spiegazione tipo, siamo in cassa integrazione, forse chiudiamo, governo ladro, francesi di merda, ho quarantuno anni e finirò a fare marchette in un call center, mi piacciono ancora le donne, etc.
Mi rifugio nel quasi inudibile “lecca forte” e mi sento meglio.
Funziona.
Non è molto maturo, accidenti, me ne rendo conto scrivendo. Molto infantile, direi da minorenne. Che vergogna, uno della mia età.
Lecca forte.
Oppure lavoralo.
Ma fai qualcosa.

Prendo la metro per tornare a casa.
Arrivato al capolinea, che è la mia fermata, quattro ragazzini-feccia mi travolgono, urlando cose scomposte in napoletano.
Mi giro lieve, sussurro “teste di cazzo” e mi allontano senza scompormi, senza correre. Sento distintamente che mi insultano in modo variopinto.
Ora, dato che sono di forte sinistra, dovrei dire che non è colpa loro, ma dei genitori e della società. D'accordo, anche questo. Ma mi spaventa quanto sono capre, quanto non desiderano conoscere null'altro che una sbiadita modalità di sopraffazione giocattolo.
L'ho sempre detto, il popolo fa troppi figli. Può ascriversi, questa affermazione, a un indegno snobismo di matrice conservatrice e borghese?
Non lo so. Ci sono tante contraddizioni in giro. Lecca forte.

Un pompino della moglie del tuo superiore è di suo più eccitante di uno, dolce e disinibito, della tua compagna?
In linea teorica sì. Purtroppo. Il contesto crea eccitazione.
Mi piacerebbe, se la moglie giovane di mio zio si facesse mettere la mano tra le cosce, in una tavolata di compleanno?
Certamente.
Se mi innamorassi della compagna di un amico, cercherei di prenderla? Tra mille scrupoli, oggi, e forse oggi, rinuncerei, invece. Ma non riuscirei a dimenticarla in nessun modo.
Come vedete, tutto sono fuorché un uomo intelligente.
A questo serve un blog, a palesarsi, puerile, contraddittorio, vitalistico, dannunziano in mostarda scaduta, erotomane, sconfitto, sinistro.
Il suonatore d'organetto vende anche le rose, stasera. Qualche stronzo sotto la mia finestra le compra alla sua dolce metà e sorride come uno stronzo, appunto, che vuole fare pesare il pensiero.
Quasi quasi mi faccio lanciare una rosa in casa, e la piazzo sul cuscino per il prossimo sogno proibito.
Questo succede, nel regno decaduto di Leccaforte, provincia del nulla, sede di convegni spettrali, cattedrale di luce del diavolo.

Luca De Pasquale, 19 marzo 2013

15/03/13

Self destruction planner


Mi auguro di avere il tempo di guardare qualcuno in difficoltà. In forte difficoltà.
Può darsi che sia meschino. Lo riconosco. Faccio ammenda.
Ma penso che riuscirò a sedermi su un sasso sporco e guardare la scena per bene.
Vorrei vedere alcuni, solo alcuni, senza punti di riferimento. Alle prese con fallimenti inattesi, chiusure, anaffettività, disamore, insonnia, difficoltà economiche, delusioni.
Non fatico ad immaginare gli ululati, le geremiadi continue, l'esistenzialismo spiccio e senza basi, il senso di persecuzione, lo scoramento. La mia non è cattiveria. Non ne godrei. Penso siano banchi di prova. Oddio, in certi casi ne godrei. Pochi, ma ci sono.
Il dolore genera spesso retorica, lo vedo ogni giorno, è patetico, strisciante, inibisce. Rende tutto poco appetibile e terribilmente momentaneo, e quando la marea è troppo alta ti inocula la convinzione raggelante che non c'è salvezza. Conosco tanta gente che faticherebbe a cavarsela ma ha il pessimo vizio di sentirsi al sicuro.
Sensazione fasulla, quale che sia il contesto. Nessuno può dirsi davvero al sicuro, l'ho testato, capito, vissuto, ne vedo i tristi contorni.

Torno a casa con le mani in tasca, spettinato dal vento, con le gambe fredde e il Vesuvio pieno di neve, a marzo.
Fumo, e queste sigarette di merda si spengono, sanno di cartone e nausea.
Penso, per fortuna che mi escludono da tanti discorsi. Per fortuna che non ho l'imbarazzo, in tante occasioni, di dover rifiutare. È difficile far capire che vuoi essere lasciato in pace, se così si può dire.
Per fortuna ci sono delle selezioni naturali che dispensano dagli imbarazzi. Nessuno mi chiederà mai di pregare sull'altare della famiglia, quest'istituzione a me sconosciuta, poco vissuta e ormai dissolta, poco affidabile, brandelli di carne per vermi.
Nessuno mi chiederà di spiegare i meravigliosi misteri dell'amore, grazie alle mie buone esposizioni. Non me lo chiederanno.
Nessuno mi chiederà delle assonnate poesie elegiache per qualche nuovo amore, perché avrà capito che va incontro a un'onda di luce nera in perenne movimento a negazione.
Rientro in casa. La gatta ha abbattuto una delle tende, giocandoci. La lascio a terra, la calpesto. Chiuderò le imposte. Tutto è marcio e occasionale in questa casa, a iniziare da chi la abita.
Abbellire è ipocrisia. Aggiustare è sciocco. Nascondere fa schifo.

Il binomio cibo-sesso. Il binomio vino-sesso.
Queste associazioni non esercitano su di me alcun fascino.
Detesto l'edonismo dei sensi, lo trovo loffio, finto disinibito, parziale.
Sono per un sesso lucido. L'atmosfera allontana l'anima, i dettagli dei contorni sviliscono i corpi e la disperazione. Non mi interessano i particolari curati, mi estenua chi si fa maestro d'atmosfere.
Ti potrò scopare, certo. Potrei essere anche affettuoso, inaspettatamente. Ma nel freddo. Nel sole nascosto. Con la polvere sui mobili e le foto dei morti chiuse a chiave nei cassetti. Ci si può amare lo stesso, idioti. Anzi di più. Ma in fondo è tardi per tante cose, e gli appuntamenti a mezza strada diventano sempre più impraticabili.
Cercare di amarsi è spesso una danza sulle fogne, non sarà un abat-jour o un mazzo di fiori melenso a risolvere l'oscenità che pullula sotto le nostre vite.
Ho Lucifero abbrancato alla mia schiena. Morde, lecca, graffia, sussurra, mi chiama, mi richiama, mi propone patti di luce e di nero eterno, l'ho sempre avuto addosso, l'amministratore dell'oscurità. Ogni volta che ho provato a sfuggirgli mi ha fatto più male. Ogni volta che ho provato a confidare il tormento di averlo addosso, mi sono ritrovato in situazioni di fuga. Ho capito che non posso continuare senza questa presenza, che è parte di me, della mia storia, del mio modo di lottare.
Lo rendo chiaro, l'Avversario, in modo da evitare perdite di tempo e illusioni altrui.
Le rinascite le lascio ai dischi new age e ai miei coetanei che cercano di dimostrare, primariamente a se stessi, di essere guariti dalla possibilità del dolore.
La tentazione di degradarsi è sempre molto alta, incipiente, acre.
Non ho mai amato la macilenta retorica dark, per me è sempre stata una posa, un trucco. La evito.

In genere, le donne che professano un umanismo di sinistra non fanno al caso mio. Non sono sensibile a tante cose.
Non mi impegno per il randagismo, per i mali della mia città, questa gran zoccola, aborro le associazioni, i circoli culturali, i movimenti di pensiero a forte portata emotiva. Sono insensibile e colpevole.
Mi eccitano molto le donne borghesi. Mi fanno sentire un animale in gabbia, sempre impiastricciato di sperma e cattivi pensieri. Mi eccita la possibilità di incrociare mondi ostili in un gesto disperato e di piacere, il fottere senza speranza.
Ma questi sono gli enormi limiti di chi ha chiuso l'amore fuori una volta per tutte. Le digressioni sentimentali sono una verminaia a cielo aperto, me ne dispenso.
Rimettermi in gioco con ingenuità dura il tempo di una sigaretta.
È finita questa ciancia.
È finito il potere degli imprevisti cercati.

Les Negresses Vertes in cuffia, la camera è buia.
Equilibri precari. Il Vesuvio pieno di neve, il vento che sferza persone, carte, cani, gonne.
Bisogna fissare la nebbia e parte del deserto, senza agitare mani, borracce, cuori. Bisogna addentrarsi nella nebbia con questo cazzo di Lucifero inciso nella schiena, liquido, gassoso, parola, musica, odio, sesso, sonno perso e tempo sperperato.

Le mattine sono impegnative perché devi preoccuparti dell'autodistruzione. Devi considerare tanti elementi. Pensi che dovresti imbarcarti nell'ultima relazione senza senso e senza respiro e poi crepare. Pensi che potresti farla pagare a qualcuno, a modo tuo. Pensi che tutto sommato ti piace toccare il fondo. Ti piace il trucco sbavato di un'amante stronza. Ti piace perdere di vista le persone e alimentare le distanze in modo compulsivo. Pensi che ti piace pensare di rovinare gli amori degli altri, seducendo le compagne, le certezze, ti piace sapere che sei un figlio di puttana a breve gittata. Pensi che dovresti schizzare sulla pancia di quella vecchia delusa che ti ha fatto capire qualcosa. Forse riusciresti a godere, se le facessi mettere il rossetto più rosso e se glielo spingessi in gola come un automa impazzito. Prove per sborrare in bocca alla morte.
Pensi che ti piacerebbe assistere alla morte di quel tuo parente così credente e bigotto, così egoista e meschino; ti piacerebbe assistere al momento in cui è il Male ad accoglierlo, e non i suoi fottuti santini.
Pensi che sarebbe giusto morire in un sottoscala con una siringa nel collo, sgombrerebbe molti equivoci. Pensi che sarai punito per tutta la merda che hai dentro, per tutte le vendette scongiurate che pure non riesci a dimenticare.
Pensi a quanto è comodo per alcuni considerare la tua intelligenza malata, il tuo narcisismo negativo debordante, la tua tendenza all'autodistruzione come un hobby di pessimo gusto.
Ogni mattina suoni il blues della tua autodistruzione. Esorcizzi, giochi con il fuoco, fai equilibrismo, ci provi ancora.
Sei una minuscola particella di dinamite nella notte che non è mai finita. Punto.

Luca De Pasquale, 15 marzo 2013

12/03/13

Sparire


Sul muro accanto alla Cariparma di piazza Vanvitelli c'è questa scritta: “Tutte le persone false devono morire dalla faccia della terra”.
L'ho notata stamattina, passando sotto una leggera pioggia, con gli occhi e tutto il resto ancora nella notte.
Il semianalfabeta che ha scritto questa sentenza doveva essere inferocito con qualcuno, la scritta mi ha accompagnato per qualche altro metro, poi sono scomparso dalla sua vista.
Mi sono fermato ad un'edicola. Ho guatato le riviste musicali, e ho deciso di non comprarne. Come si può essere stanchi a prima mattina?
Sentivo lo stomaco stanco, so che sembra non significare nulla; come dopo troppe sigarette a digiuno, dopo una delusione, il giorno dopo un dispiacere.
Sono entrato nel solito bar, salutando senza sorriso. Il barman mi ha messo davanti, senza parlare, il mio caffè macchiato con poco zucchero.
L'ho bevuto in un sorso, ho afferrato la mia brioche e sono uscito alla svelta; non mi andava di guardare in faccia gli altri clienti.
Cambiandomi nello spogliatoio, mi sono reso conto di essere stanco di scrivere. Perché scrivendo non mi rendo conto dell'accumulo di materiale non identificato alla mia porta, non mi accorgo del vuoto se non descrivendolo.
Non mi accorgo di chi mi manca e chi no, di cosa desidero poco e cosa niente.
Scrivendo scendo a compromessi. Con me stesso, prima, e poi con chi ha la gentilezza di leggermi.
Ma sono stanco. E non si scrive bene, e utilmente, in queste condizioni.
Non mi entusiasma scrivere fino a notte alta; mi aiuta semmai ad estenuarmi, ad avere l'illusione del movimento, che non è nelle mie priorità.
Sento di aver bisogno di tempo fermo, e di risposte che la scrittura e la lettura altrui non mi daranno.
Mi conosco abbastanza da sapere che ho l'urgenza di sparire, di mescolarmi ad altro, di perdere volutamente dei punti di riferimento. Fa parte delle mie necessità, uscire di scena quando ne sento il bisogno.

Le pagine vuote. Solo gli imbecilli pensano che siano tutte da scrivere.
Solo quell'indolenza costituita da cento sorrisi monchi l'uno sull'altro impedisce di osservare il vuoto con occhi fermi.
I sorrisi e gli abbracci mi hanno scocciato; le pacche sulle spalle sono merda.
È un gesto così patetico e informe, così mesto e viscido: la pacca sulla spalla.
Preferisco essere picchiato, morso sulle labbra, sul sesso, sul collo, condannato, sputato, maledetto, dimenticato. Ma non desidero pacche sulle spalle; io non ne ho per gli altri, è un gesto di merda. Come gli sms di soccorso. Come la paura del dolore sottoforma di dissenso. È tutta merda.
Come inventarsi delle famiglie in mancanza delle proprie.
Come inventarsi un amore fottuto, malnato e destinato al rancore, solo per credere nell'equilibrio e nella giustizia del destino.
Come scoparsi il vuoto e volergli dare un nome di donna per accettarsi al mattino, quando quella deforme e grottesca maschera di solitudine ti chiede le dovute spiegazioni.
Non offenderò nessuna donna con corteggiamenti poco convinti, con quella oscena casualità che definiamo positiva perché ci regala l'idea del miglioramento.
Ho un'etica silenziosa e muta.
Sono un animale solitario e rivendico il mio diritto a sparire.
Sono un animale solitario, la mia tana è paglia e fuoco, è luna e morte, non voglio occhi che mi cerchino per curiosità, per indolenza, per debolezza, per rimorso.
Ogni carezza mi spinge a mordere, ogni domanda a sbranare: è venuto il momento che le pagine siano bianche, vuote, e che la polvere si depositi fino a data sconosciuta.
La bontà mi annoia. Le emozioni collettive, le onde di sussiego civile mi disgustano in modo inenarrabile. Detesto gli eroi, li trovo viscidi, lamentosi, arroganti.
Piacere a nuove donne non mi fa scoprire nessuna emozione davvero inedita.
Somiglia più ad un macabro rituale di sottomissione a ciò che sembra opportuno.
È falso, mal calibrato, sfuggente, pietistico, irreale, grandi gesti per mostrare una pepita disegnata, senza valore, amuleto di sogni già passati al vaglio della ragione e del tempo.
Scrivere per alimentare consensi. È delirante, è perdente.
Compiacere la paura altrui mostrandosi retti nel momento del crollo, immorale, propagandistico, merda.
Illudere una persona con belle parole senza rivelarle subito che non sono parole, sono rovine in assestamento. Con quale faccia, con quale mistificazione.
Io non sono il mio blog. Non lo sono mai stato.
In questo momento, anche la scrittura mi imprigiona, mi fa smaniare, è troppo poco, certe volte mi nausea.
La scrittura accelera invece molte condanne e non ha mai salvato nessuno. Come l'amore del resto, a meno che non si consideri l'amore come una dolce mano che spenga la fiamma per sempre.
Per me è tutto troppo poco e lo trovo insopportabile.
Sono un mucchio di radici strappate, resto cordiale, ma la mia fortuna non è adesso, e non con le parole.
Devo percorrere altre strade. Senza altri obblighi.
Tornerò. Si torna sempre. Spero di non avere la faccia tosta di buttarla su scenette, aneddoti, freddure. Spero di non essere tanto coglione da fare il solenne, il sensibile, lo scorticato dall'anima, sono stufo di queste stronzate.
È tutto un bluff, questa profondità melmosa, monocorde, sfilacciata. È solo merda che riesce bene quando il vento è contrario.
Sento forte che tutto è troppo poco. Per me, almeno. Non oso accontentarmi, anelare è un verbo svilente e fragile come gli amori di una ballerina pazza.
Tornerò. Meglio di prima.

09/03/13

L'ombra accesa alla finestra


Quando il disgusto tracima, diventa metodo dei giorni, qualcosa deve finire.

Ho visto abbastanza francesi milanesizzati, milanesi francesizzati, italianetti che per un posto di lavoro comodo hanno cacciato il peggio, la schiuma scura della paura, l'inettitudine della conservazione.

Ho visto arringatori all'americana, mediocri amministratori del nulla, caricature di responsabilità, improvvisatori arroganti, incapaci, qualche volta tremanti, più volte ancora convinti che baciare culi li potesse salvare.

Ho visto lavoratori scorretti, fetidi, che nella circonvenzione del superiore credevano di trovare respiro e protezione; ho visto una ciurma di troie da panchina sgallettare sui loro clitoridi marci per un nuovo cravattaro.

Mi sono sentito dire, hai del talento, sei uno serio, ma bisogna avere pazienza, non mostri tanta ambizione, accidenti. Me lo sono sentito dire da chi ha difficoltà a parlare un italiano decente.

Quando si tocca il fondo, è bene che un'avventura finisca. Anche quando le cose andavano bene, non mi sono mai distinto particolarmente per i pensieri corretti, adesso so che mi tradirei senza motivo se non rincarassi la dose, perché il tempo è marcito.

Non sono mai stato un efficace leccaculo; questa è una critica al mio sistema, lo confesso. Difficilmente scendo a compromessi, anche quando mi conviene; e così le chances si riducono, è una legge comprovata. Inutile giocare a fare le vittime.

Offro le mie competenze, la mia professionalità, ma non permetto che mi si rompa il cazzo con storielle ebefreniche; nel pubblico, in privato, in famiglia, in amore.

Esiste anche una professionalità in amore, anche se sembra un concetto piuttosto ambiguo, lo riconosco.

Ho sentito tanti bei discorsi sull'amore, sul matrimonio, sui figli. Tante microlezioni di vita e di buon vivere.

Orazioni sagge dalle bocche di uomini con fede al dito, padri e monarchi zoppi, guai a parlare male delle loro mogli, che sanno rispettare solo all'esterno delle case, delle loro costruzioni di paglia.

Uomini che smaniano ancora tanto per pompini fuori mano, magari praticati da una disinibita sconosciuta che prima della pratica sputi loro sul cazzo; uomini senza viscere, uomini di vino paesano, di pastiere con i suoceri la domenica, uomini che votano Berlusconi senza capirne il motivo.

Orazioni sull'amore da case in cui vige l'obbligo dell'altarino ai morti, della messa la domenica solo per continuare la tradizione di famiglia, piccolissimi uomini che non mettono passione nemmeno nel tradire, il gesto più rischioso, scarnificato, se lo si vive con addosso tutta la colpa dell'osceno.

Uomini che grugniscono quando hanno finito di fottere, si girano dall'altra parte e ricominciano il loro valzer del nulla. Uomini che non saprebbero come fare senza che mammà stirasse loro i calzini, le camicie e l'anima.

Uomini che non si addormenterebbero mai con una mano sul ventre della compagna, perché non si accorgono di un cazzo, a volte di respirare, durante il raffreddore.

Quando mi capita di stimare qualcuno, cerco di ascoltarlo, e sono umile. Non posso che essere umile, visto quel che mi piace combinare. Solo l'umiltà può darmi un senso. Ma questo non significa tapparsi la bocca. Anzi.

Il commerciante che mi vende un fiammante portafogli blu a trenta euro mi fa subito tenerezza. È anziano e un po' rincoglionito. Mi faccio convincere anche se il mio budget era di quindici euro solamente. Lo immagino morire. Immagino il suo corteo funebre, sua moglie, i suoi figli, le sue foto su un comodino. Quest'uomo ha già addosso qualcosa della morte e io non posso farci niente. Magari potrebbe dire lo stesso di me. Fatto sta che lo accontento e acquisto il portafogli a trenta euro.

La prossima volta che avrò la febbre sarà diverso, i brividi saranno diversi, e anche la mia pazienza nel sopportarli. La prossima volta che avrò la febbre forse non ci sarà nessuno che mi porterà la Tachipirina a casa, io testardo che non voglio averla in casa. La prossima volta che mi ammalerò scoverò tutti i film con Fritz Wepper, l'immarcescibile assistente di Tappart/Derrick. La prossima volta che salirà la febbre ascolterò gli Steely Dan e Donald Fagen, ma non scriverò lettere d'amore.

La voce alcolica, roca, di John Martyn accompagna questo pomeriggio al declivio della sera. John Martyn non è stato un autore molto fortunato, troppo schivo, i suoi dischi sono quasi tutti incantevoli per qualche motivo, la voce, l'effetto echoplex della sua chitarra, il contrabbasso di Danny Thompson, le atmosfere.

John Martyn mi accompagna verso una sera di sabato, una sera che per me non ha nulla di speciale, non uscirò il sabato sera da una ventina d'anni. Ho sempre trovato qualcosa di noioso e obbligatorio nel sabato sera. Forse dovrei abitare in un piccolo paese, e raggiungere qualche sera il pub della piazza dove andare a scrivere, fumare, scambiare quattro chiacchiere con lo scemo del paese o la cameriera attraente.

Qui, nella mia città, non c'è una dimensione notturna, sociale, che mi interessi per davvero. Non vado volentieri al cinema perché i rumori delle persone mi infastidiscono, e sono per la pena di morte laddove si lasci acceso il cellulare durante la proiezione. Sono per le cene a casa quando c'è allegria reale, cosa molto rara ad una certa età. Non mi piace chi si imbuca. E i presenzialisti. E quelli che giocano a fare i giovanottoni a tutti i costi. Nulla mi secca più di un entusiasta compulsivo.

Riassumendo le puntate precedenti, sono un uomo decisamente noioso e poco socievole. Non so poi se si tratti di sociopatia, sociolalia, sociofobia, misosocia o altre parole impegnative. Ha una qualche importanza?

La società civile ha sancito che un uomo può proteggerti, ancor prima di amarti, e meritarti, ancor prima di esserti devoto, solo se economicamente stabile, realizzato o quasi nel lavoro, e non gli devono mancare i requisiti minimi. Come guidare l'auto o avere molti amici da presentare.

Un uomo è autorizzato a farti ridere e amarti se ti movimenta la vita per davvero, se sa sorprenderti, se sa commisurarsi ai tuoi gusti, interpretarli al meglio e mostrarti il suo lato migliore, quello che saprà essere il tuo preferito.

Vuoi un uomo impegnato? Et voila, dopo un piccolo studio eccomi a servizio.

Vuoi un uomo avventuroso? Quattro calcoli e saprò come giocarmela.

Tutto questo mercimonio di necessità e affinità elettive mi ha fatto scendere il latte cagliato nelle ginocchia da molti anni. Sono solo chiacchiere svilenti e studi antropologici andati a male.

Ha qualcosa di piacevole il mancare dei requisiti minimi. Sai che sarai quasi sempre fuori concorso e non considerato per il podio finale.

Sarei un senso di colpa. Sarai un'avventura. Sarai una scommessa, o un rischio, o entrambe.

Sarai un rancore. Sarai una confessione spiacevole. Sarai quello fissato con il basso e con gli scrittori poco famosi. Sarai quello che non voleva fare carte.

Sarai quello che si era innamorato del tuo mare, ma non sapeva nuotare.

Sarai uno che il sabato pomeriggio ascolta John Martyn e non ti chiederà mai niente.

Luca De Pasquale, 9 marzo 2013

04/03/13

Stelle finte nelle camere dei bambini


Sento una donna che si masturba in piena notte.
So che è sola, i rumori sono incontestabili, è sola. Respira più forte e geme piano. Non posso immaginare se si masturba per infelicità, per rabbia, per piacere. Di certo, avrà creato un minimo di ambiente. Quale che sia, spoglio, disadorno o intimo, ogni donna ha bisogno di un ambiente confacente per godere.
Io resto in silenzio, freddo, al buio, finché non finisce. Non elaboro fantasie, non vengo preso da quella fame animale capricciosa, resto solo in silenzio e finisco la mia sigaretta al buio.
In una camera che sembra l'ala più sconnessa nell'abitazione di un portiere di condominio, sono al buio e aspetto che passi.
Per terra, accanto ad una scrivania ricurva, c'erano dieci quaderni, fino a qualche giorno fa. Ne ho regalati almeno sei.
Ho venduto i romanzi che ho letto nei tragitti di metropolitana, in esilio a casa di mia madre, nelle camere irritanti dei bed and breakfast, nelle vacanze malmostose, nelle attese agli appuntamenti, io sempre troppo preciso.
Ho venduto i libri da aeroporto.
Ho venduto i libri delle trasferte in treno.
Ho fatto una selezione delle troppe penne, alcune seccatesi dopo anni di inutilizzo.
Ho stracciato e buttato le t-shirt con loghi improbabili, magliette omaggio musicali o di videogames, leziose felpe con infelici scritte in inglesi, adolescenziali e lise.
A casa di mia madre ho buttato tutte le medicine scadute, le vecchie lampadine, posate di plastica, vecchi tovaglioli, due portasapone.
Ho ritrovato il mio primo romanzo nell'armadio di mio padre, ben celato da altri fogli e cataloghi di quadri. Mi è venuto un tuffo al cuore, sensazione malvagia di tempo finito, riconoscenza e perdizione, ho afferrato quel maledetto libro di merda e l'ho scagliato lontano, scompaginandolo, violandolo.
Quel libro sciocco e ingenuo, transitato in case e mani amichevoli, un libro di cui detesto la copertina e rinnego parte dello spirito, un'opera insulsa portata a deperimento in troppe cattedrali, un libro che qualcun altro ha voluto regalare per stima e cortesia nei miei confronti, ma che io non sopporto più da tempo.

Ieri, nella metropolitana che mi riportava a casa, per ben due volte in pochi attimi una ragazza mi ha guardato. Insistentemente.
Io ero in febbre, svogliato, nervoso, in assetto da combattimento, cupo come nei giorni più scuri di inizio primavera.
Ma l'ho notata, e ho notato i suoi sguardi. Perché era bella. E con lei sarei stato onesto, sono stanco, sono profondamente stanco.
Non ho più tempo per nessuno”, le avrei detto.
Le avrei forse spiegato che è una sensazione nuova, inedita, in parte acuminata, dolorosa.
Ormai è tutta improvvisazione, e così sarà”, associavo questa frase ai suoi occhi.
Sulle scale mobili, ci siamo lasciati un ultimo sguardo che mi è parso l'ennesimo addio. Lo hanno catturato, quest'addio, le mie spalle, la mia bocca bruciata, la mia stanchezza.
Quando ho aperto la porta di casa, la gatta mi ha fatto festa, l'ho carezzata senza molta attenzione, ho sentito che mi sarei presto parcheggiato sui fili della notte, e avrei riavvolto la monotonia della mia voce.

Mi hanno consigliato un agente letterario. Ho risposto con una smorfia, non ho i cassetti pieni di carta da proporre.
Mi interessa assai poco. È grave, ma è così. Esigo solo rispetto.
Non voglio ricorrere al veleno delle parole. Vorrei evitarlo. Mi hanno anche consigliato delle preghiere, dei locali, delle donne libere e non libere, delle discipline della mente, persino una sorta di escort che lavora a metà strada tra il mio posto di lavoro e casa, l'ideale. Niente sentimenti, mano al portafogli. La proposta era goliardica con punte di veridicità, l'ho trovata disgustosa. Se proprio devo degradarmi e degradare qualcuno, ci sono tanti altri modi. A cominciare dalla finzione dell'afflato emotivo, un obbligo che ci ritagliamo a turno per sentirci in pace con la coscienza.

Gli armadi bianchi sono chiazzati di nicotina.
Se penso ai volti di tante persone della mia infanzia, ora mi sovvengono immagini di funerali e lacrime.
Sono colpevole di dosi inaccettabili di disinteresse. Sono colpevole di essermene fottuto per anni di ogni cosa intorno a me. Sono colpevole di aver lasciato che le mie persone morissero senza farle sentire parte della mia vita per davvero.
Per anni i miei tornadi hanno parlato solo a me stesso. Per anni ho chiesto di essere lasciato solo nelle tempeste.
Non mi piace condividere molto. Questo blog (rimodellato) è un contrappasso che affronto volentieri.
Ritrovando il mio libro tra le cose di mio padre ho forse toccato il punto più basso della mia combattività.
È stato un momento doloroso, molto più di quanto le mie parole ora riescano ad esprimere.
È come se un'enorme mano fantasma mi avesse spinto contro un muro, costringendomi a guardare tutte le scene che davo per scontate, tutta la tenerezza che devo tenere a bada per non uscire di scena troppo in fretta.
Adesso scrivo queste poche righe in penombra, nel buen ritiro del ghiaccio, gli occhi socchiusi, i fili della notte come lucciole, come stelle finte nelle camere dei bambini.
Non ho più tempo per nessuno, mi dispiace.

Luca De Pasquale, 4 marzo 2013