19/03/13

Lecca forte (seconda parte)


La ragazza con la quale oggi ho incrociato lo sguardo in negozio.
Quello sguardo lo conosco. Lo stesso sguardo che si ha dopo il sesso, un istante dopo. Un permesso di poter prelevare anche qualcos'altro. Un invito a ricominciare.
Stavo andando a fumare una sigaretta negli uffici. Mi sono fermato nel corridoio, ormai desolato, delle offerte. Sono tornato indietro, rivolevo quello sguardo, volevo riprovare quella sensazione di intimità, di carne, di respiri. Non l'ho più ritrovata.
I discorsi stanno a zero. Da tempo. Non avrei saputo cosa dirle. Sono così stufo di parlare.
Ho l'ambizione di non creare immagini sfalsate. Ho il bisogno di non sentirmi appiccicate etichette, che siano etiche o meno. Ho la tranquillità di un guardiano di fari e sprofondi silenziosi.
Chissà che cazzo di sapore dolce potevano avere le sue labbra, anche sulla mia pelle. L'importante è che abbiano un sapore nuovo, mi sono detto, andando poi a fumare, finalmente.
Ammetto che non mi pongo questa domanda solo se non trovo una donna desiderabile sessualmente, e accade spesso.
Per il resto, i miei impulsi sono violenti e decisamente di natura sessuale. Senza esclusioni.
Ma non sono interessato ad avventure, gallismi, improvvidi corteggiamenti en plein air. Mi piacciono le fughe. E molto.
I miei desideri sono legati a dei rapimenti veri e propri. I miei desideri sono legati a notti insieme. Improbabili, delittuose, inimmaginabili, improvvise, passionali, notti manifesto per tutte le distanze che si dovranno affrontare.
Cercare di trattenere non è un mio punto di forza, così come mentire su indimostrabili capacità di protezione e lunga percorrenza.
Le carezze della notte, al buio, nell'inconsuetudine della non prevedibilità, questo forse mi interessa ancora.
Mentre fumavo, mi sentivo come se io e quella donna fossimo riusciti a scambiarci pochi sogni, umori, disponibilità a vivere, utopie. Avrei stappato uno champagne, completamente vestito di bianco.
Invece, nella sala fumatori ho trovato una carampana che mi scassava il cazzo con la sua cefalea segmentata, e la sua ritenzione da angoscia.
Ma che cazzo vuoi me ne fotta, sono sulle stelle di cartone, babe. Scritto proprio così, babe.
Del resto, se io avessi raccontato alla naiade da ufficio che soffro di emorroidi dopo brutti sogni, sarebbe stato di suo interesse?
Percorrendo gli spogli corridoi che mi avrebbero riportato al dovere, mi sono sfiorato il cazzo con la mano sinistra, rigorosamente. In posizione intermedia. Ho pensato, lui mi è rimasto. Un normale cazzo in struttura d'uomo complesso. Mi è rimasto il cazzo, la musica, le sigarette, e quanto allo champagne penso che sarei costretto ad un Asti Gancia.

Sono tornato in postazione.
Un vecchio mi ha chiesto un “dischetto” di Macco Mengoni. Macco Mengoni. E poi, anche, il rapper Fedez per il nipote coglione.
Ha scandito bene, “Macco Mengoni”.
Non c'è”
Noooo”
Eh, sì”, ho zufolato.
Posso bloccarlo?”
Dove?”
Posso bloccarlo per un'ordinazione?”
Lecca forte”
Come, scusi?”
Le ho detto no, purtroppo”
Dove devo andare?”
Gli ho consigliato il nostro concorrente. Se n'è andato.
Ho preso l'abitudine di biascicare frasette come “lecca forte”, “lavoralo”, ogni qualvolta mi sento molestato dall'indegna mattana della spiegazione tipo, siamo in cassa integrazione, forse chiudiamo, governo ladro, francesi di merda, ho quarantuno anni e finirò a fare marchette in un call center, mi piacciono ancora le donne, etc.
Mi rifugio nel quasi inudibile “lecca forte” e mi sento meglio.
Funziona.
Non è molto maturo, accidenti, me ne rendo conto scrivendo. Molto infantile, direi da minorenne. Che vergogna, uno della mia età.
Lecca forte.
Oppure lavoralo.
Ma fai qualcosa.

Prendo la metro per tornare a casa.
Arrivato al capolinea, che è la mia fermata, quattro ragazzini-feccia mi travolgono, urlando cose scomposte in napoletano.
Mi giro lieve, sussurro “teste di cazzo” e mi allontano senza scompormi, senza correre. Sento distintamente che mi insultano in modo variopinto.
Ora, dato che sono di forte sinistra, dovrei dire che non è colpa loro, ma dei genitori e della società. D'accordo, anche questo. Ma mi spaventa quanto sono capre, quanto non desiderano conoscere null'altro che una sbiadita modalità di sopraffazione giocattolo.
L'ho sempre detto, il popolo fa troppi figli. Può ascriversi, questa affermazione, a un indegno snobismo di matrice conservatrice e borghese?
Non lo so. Ci sono tante contraddizioni in giro. Lecca forte.

Un pompino della moglie del tuo superiore è di suo più eccitante di uno, dolce e disinibito, della tua compagna?
In linea teorica sì. Purtroppo. Il contesto crea eccitazione.
Mi piacerebbe, se la moglie giovane di mio zio si facesse mettere la mano tra le cosce, in una tavolata di compleanno?
Certamente.
Se mi innamorassi della compagna di un amico, cercherei di prenderla? Tra mille scrupoli, oggi, e forse oggi, rinuncerei, invece. Ma non riuscirei a dimenticarla in nessun modo.
Come vedete, tutto sono fuorché un uomo intelligente.
A questo serve un blog, a palesarsi, puerile, contraddittorio, vitalistico, dannunziano in mostarda scaduta, erotomane, sconfitto, sinistro.
Il suonatore d'organetto vende anche le rose, stasera. Qualche stronzo sotto la mia finestra le compra alla sua dolce metà e sorride come uno stronzo, appunto, che vuole fare pesare il pensiero.
Quasi quasi mi faccio lanciare una rosa in casa, e la piazzo sul cuscino per il prossimo sogno proibito.
Questo succede, nel regno decaduto di Leccaforte, provincia del nulla, sede di convegni spettrali, cattedrale di luce del diavolo.

Luca De Pasquale, 19 marzo 2013

12/03/13

Sparire


Sul muro accanto alla Cariparma di piazza Vanvitelli c'è questa scritta: “Tutte le persone false devono morire dalla faccia della terra”.
L'ho notata stamattina, passando sotto una leggera pioggia, con gli occhi e tutto il resto ancora nella notte.
Il semianalfabeta che ha scritto questa sentenza doveva essere inferocito con qualcuno, la scritta mi ha accompagnato per qualche altro metro, poi sono scomparso dalla sua vista.
Mi sono fermato ad un'edicola. Ho guatato le riviste musicali, e ho deciso di non comprarne. Come si può essere stanchi a prima mattina?
Sentivo lo stomaco stanco, so che sembra non significare nulla; come dopo troppe sigarette a digiuno, dopo una delusione, il giorno dopo un dispiacere.
Sono entrato nel solito bar, salutando senza sorriso. Il barman mi ha messo davanti, senza parlare, il mio caffè macchiato con poco zucchero.
L'ho bevuto in un sorso, ho afferrato la mia brioche e sono uscito alla svelta; non mi andava di guardare in faccia gli altri clienti.
Cambiandomi nello spogliatoio, mi sono reso conto di essere stanco di scrivere. Perché scrivendo non mi rendo conto dell'accumulo di materiale non identificato alla mia porta, non mi accorgo del vuoto se non descrivendolo.
Non mi accorgo di chi mi manca e chi no, di cosa desidero poco e cosa niente.
Scrivendo scendo a compromessi. Con me stesso, prima, e poi con chi ha la gentilezza di leggermi.
Ma sono stanco. E non si scrive bene, e utilmente, in queste condizioni.
Non mi entusiasma scrivere fino a notte alta; mi aiuta semmai ad estenuarmi, ad avere l'illusione del movimento, che non è nelle mie priorità.
Sento di aver bisogno di tempo fermo, e di risposte che la scrittura e la lettura altrui non mi daranno.
Mi conosco abbastanza da sapere che ho l'urgenza di sparire, di mescolarmi ad altro, di perdere volutamente dei punti di riferimento. Fa parte delle mie necessità, uscire di scena quando ne sento il bisogno.

Le pagine vuote. Solo gli imbecilli pensano che siano tutte da scrivere.
Solo quell'indolenza costituita da cento sorrisi monchi l'uno sull'altro impedisce di osservare il vuoto con occhi fermi.
I sorrisi e gli abbracci mi hanno scocciato; le pacche sulle spalle sono merda.
È un gesto così patetico e informe, così mesto e viscido: la pacca sulla spalla.
Preferisco essere picchiato, morso sulle labbra, sul sesso, sul collo, condannato, sputato, maledetto, dimenticato. Ma non desidero pacche sulle spalle; io non ne ho per gli altri, è un gesto di merda. Come gli sms di soccorso. Come la paura del dolore sottoforma di dissenso. È tutta merda.
Come inventarsi delle famiglie in mancanza delle proprie.
Come inventarsi un amore fottuto, malnato e destinato al rancore, solo per credere nell'equilibrio e nella giustizia del destino.
Come scoparsi il vuoto e volergli dare un nome di donna per accettarsi al mattino, quando quella deforme e grottesca maschera di solitudine ti chiede le dovute spiegazioni.
Non offenderò nessuna donna con corteggiamenti poco convinti, con quella oscena casualità che definiamo positiva perché ci regala l'idea del miglioramento.
Ho un'etica silenziosa e muta.
Sono un animale solitario e rivendico il mio diritto a sparire.
Sono un animale solitario, la mia tana è paglia e fuoco, è luna e morte, non voglio occhi che mi cerchino per curiosità, per indolenza, per debolezza, per rimorso.
Ogni carezza mi spinge a mordere, ogni domanda a sbranare: è venuto il momento che le pagine siano bianche, vuote, e che la polvere si depositi fino a data sconosciuta.
La bontà mi annoia. Le emozioni collettive, le onde di sussiego civile mi disgustano in modo inenarrabile. Detesto gli eroi, li trovo viscidi, lamentosi, arroganti.
Piacere a nuove donne non mi fa scoprire nessuna emozione davvero inedita.
Somiglia più ad un macabro rituale di sottomissione a ciò che sembra opportuno.
È falso, mal calibrato, sfuggente, pietistico, irreale, grandi gesti per mostrare una pepita disegnata, senza valore, amuleto di sogni già passati al vaglio della ragione e del tempo.
Scrivere per alimentare consensi. È delirante, è perdente.
Compiacere la paura altrui mostrandosi retti nel momento del crollo, immorale, propagandistico, merda.
Illudere una persona con belle parole senza rivelarle subito che non sono parole, sono rovine in assestamento. Con quale faccia, con quale mistificazione.
Io non sono il mio blog. Non lo sono mai stato.
In questo momento, anche la scrittura mi imprigiona, mi fa smaniare, è troppo poco, certe volte mi nausea.
La scrittura accelera invece molte condanne e non ha mai salvato nessuno. Come l'amore del resto, a meno che non si consideri l'amore come una dolce mano che spenga la fiamma per sempre.
Per me è tutto troppo poco e lo trovo insopportabile.
Sono un mucchio di radici strappate, resto cordiale, ma la mia fortuna non è adesso, e non con le parole.
Devo percorrere altre strade. Senza altri obblighi.
Tornerò. Si torna sempre. Spero di non avere la faccia tosta di buttarla su scenette, aneddoti, freddure. Spero di non essere tanto coglione da fare il solenne, il sensibile, lo scorticato dall'anima, sono stufo di queste stronzate.
È tutto un bluff, questa profondità melmosa, monocorde, sfilacciata. È solo merda che riesce bene quando il vento è contrario.
Sento forte che tutto è troppo poco. Per me, almeno. Non oso accontentarmi, anelare è un verbo svilente e fragile come gli amori di una ballerina pazza.
Tornerò. Meglio di prima.

03/03/13

Cassa Integrazione Blues


Arrivo al lavoro dopo una notte chiara chiara.
Sotto casa hanno suonato i bongos fin quasi alle quattro del mattino. Queste cose non le facevo neanche a diciotto anni. Birra, maria acida e bongos, sempre trovato deprimente.
Indosso il mio gilet aziendale, non rappresento ormai neanche me stesso, in testa ho un groove assurdo di basso di Herbie Flowers, la library music anni settanta, ma naturalmente non posso proporlo, questo disco non ce l'abbiamo.
Non ho raso la barba. Ho i denti puliti, ma l'alito di fumo. Potrei essere tranquillamente reduce da un letto, da un'illusione, da qualcosa che poi finisci per non scrivere.
Ho interrotto da tempo la conta delle perdite. In tutto. Dopo pochi minuti dall'apertura, iniziano a sciamare i primi curiosi della domenica.
Avete l'ultimo dischetto di Giastin Biebber?”, fa una vecchia.
No, signora, non è arrivato”
Ma è uscito? Il dischetto è uscito? Mia figlia ha detto che l'ha visto”
È uscito signora, ma noi non l'abbiamo ricevuto e non lo avremo, le conviene cercarlo altrove”
Esitazione. Labbra spalancate, faccia inespressiva.
Ma è vero che dicono che chiudete?”
Per ora no, ma da domani andiamo in cassa integrazione rotativa”
La vecchia si gira verso un'altra donna: “Marò, e a Napoli non ci rimane nessuno. Questa è una perdita per la zona”
Se ne vanno. Nessun grazie, neanche uno sguardo. Vecchia dama di carità stitica.
E va avanti così tutta la santa giornata. Ragazze carine, nerd alternativi, Vomero Boyses, professionisti abbronzati rosé, bagascione a molla, chiatti paradolescenti espansi, sospirose con sciarpino giallo.
Io sempre a dare le stesse spiegazioni, con tono man mano più secco, irritato, conclusivo. Il tutto, intervallato da fughe per andare a fumare e rovistare senza troppa convinzione nei miei dissidi esistenziali.

Ho continuamente voglia di fumare e oggi non mi tira il cazzo. Che strano.
Non mi fanno specie culi, profumi, collant, bocche, corsetti. Persino la libido è sprofondata nel tedio e nella prevedibilità.
In compenso, metto in ascolto quel che mi pare.
Tutto sono fuorché un passatista, ma mi emozionano molto i musicisti dei settanta, i miei famosi bassisti, quelli che alcuni mi hanno accusato di voler tenere esclusivamente per me, manco ne fossi l'unico custode.
Solo che qui non abbiamo più un cazzo. Qui, anche in passato, abbiamo fatto finta di avere, ma non avevamo. E questi quattro ferlocchi con la bocca aperta ci hanno anche tenuto a spiegarmi che più che la competenza serviva l'eclettismo, il multiskilling o come cristo lo chiamano. Servi di padroni che nemmeno ci sono. Servi abbracciati all'icona del padrone che distribuisce pacchi di pasta e permessi. Servi che gestiranno sempre altri servi.
Servi intrisi di populismo egoistico, populismo come spot per necessità alterate dall'ignoranza. Per i servi il benessere è un riscatto. Per me no, per me è sporcarsi.

Durante un brano di Andy Stott mi è venuto da chiedermi cosa può rimanere di me dopo il sesso. Forse niente. Forse mi esaurisco nel sesso, forse è una ciclica tomba. Potrebbe essere. Forse perché dopo il sesso devi cercare di ritrovare disperatamente qualche motivazione. Perché finisci, e non ti rimane molto da spendere. Non la vanità, che è assente, desolatamente, da anni. Non i progetti, dei quali -ammessa pure l'esistenza- non riesco ad enunciare che la repentina distruzione in tempo reale, sovrastato dall'inquietudine continua. Dopo il sesso neanche un gioco folle regge l'imbastitura fantasma. Che fare, sperare di aver lasciato il segno? Con la foga? Con una volenterosa fantasia applicata? Con una disperazione sonnolenta, da film? Con uno strumento banalissimo, il cazzo, impiantato in un'improvvisazione atletica?
Che noia, l'idea stessa di avere il potenziale per far innamorare.
Alla fine sei solo uno stronzo sudato che si accende una sigaretta e muore, sono anni e anni che non riesci a compiacerti, e non ci pensi proprio a mettere l'abito migliore per una passeggiata serena, dopo. Forse tutta questa tensione sessuale è solo un pretesto per agitare le acque e riempire il tempo già perduto. Non puoi nemmeno dirti che sei impegnato in altre battaglie più nobili, perché alla fine non sai bene di che cazzo stai bofonchiando, sono mormorii ovattati, sono alibi.
Sei solo un operaio preso a calci nel culo, e ancora dritto in un'opposizione strenua, sono anni che paghi fitti a persone di cui poi non ricorderai, dopo poco, neanche le fattezze. Molto tempo che devi racimolare energie e spiccioli per andare via e ricominciare, altrove; con incognite che crescono in maniera smisurata, fattori X che ti rendono mobile, impermanente, sostanzialmente estraneo alle soluzioni approntate da chi non ne ha avuto bisogno.
Anche a me potrebbe sembrare facile conoscere bene la musica, e stupirmi se qualcuno non ci riesce; anche a me potrebbe far comodo trovare assai discutibile chi evita i libri perché sono noiosi. Ognuno, purtroppo, guarda gli universi altrui dal proprio punto di vista, e ancor di più dal preciso punto del SUO RAGGIUNTO. Ma così è facile, e anche un po' vigliacco.

Mentre nel reparto dischi semivuoto diffondo James Brown, mi rendo conto che questa domenica è disumana. Straniante. Un uomo che deve rendere conto al pubblico non tanto dei prodotti che non sono presenti nell'esercizio in cui opera, quanto della possibilità di perdere il lavoro e le motivazioni di siddetta prospettiva. Grottesco.
Un uomo che in questo periodo preferirebbe un quartiere dormitorio, la vecchina a fianco, l'ingegnere stempiato, il sarto in pensione e il suo bassotto, un uomo che non ha mai creduto alla ragazza della porta accanto che verrà a chiederti il sale e non se ne andrà più.
Un uomo che ammette candidamente di avere poco da dire e ancor meno da raccontare, disattivato nelle fascinazioni, pigro di fronte all'eterno e ostinato nel depredare le oasi velocemente, per avere maggior faciltà a dimenticare.
Un uomo che stringe poco volentieri le mani di chi sperpera, degli speculatori, degli eroi e degli padroni. Un uomo che deve riconoscere la sua breve gittata emotiva, e che non porta rancore alla coda delle comete.
Un uomo che ancora oggi, ancora deviato da questi pensieri, si chiede quale sia il confine tra amore e disamore, tra incertezza e goffaggine, tra piacere ed egoismo. Troppe domande per vivere bene. Non è profondità ingestibile, è cattiva conformazione, impossibile rendere merito a tante strettoie, canali, viuzze di pensiero.

Il turno di lavoro è finito da qualche ora. Sono tornato a casa.
Giù, nel locale sotto i miei piedi, c'è una delle peggiori selezioni musicali che abbia mai ascoltato: un melenso soul da petting inframezzato da canzoncine dance, brani r'n'b da machismo sodomita conditi da spruzzate di pessimo revival eighties, intanto la fatidica, famosa piazza Bellini di Napoli disperde il suo inutile seme di vitalità tra birre, bongos, canne, scoppiati in grisaglia, residuati inverecondi di una sinistra barricadera solo in mura amiche, donne fallite che legano all'idea dell'interscambio tra cazzi dentro una qualche forma di indipendenza emotiva, storica.
Desidero un quartiere dormitorio. Devo scrivere in santa pace, L'unico rumore dev'essere quello dei tasti del pc, al massimo dell'accendino.
No, I don't like piazza Bellini in Napoli; voglio un condominio dormiente, la massima emozione potrebbe essere far venire qualche strano tarlo di lussuria all'arresa moglie di qualche commerciante.
Sono un operaio. Per ogni bastonata del padrone cieco e cacasotto, caccio una nuova resistenza.
Sono proletario di tasca e borghese di crescita, con un orgoglio non anacronistico; sono abituato a ragionare per sottrazioni, divisioni e ingiustizie.
Sono un uomo disilluso, di sinistra, che crede in una forma di onore assai diverso da quello, asfissiante e orbo, esaltato dalla destra. Per me l'onore è la resistenza e la ribellione, per me l'onore può essere tranquillamente un valore di sinistra, eccome.
Da quel ghetto che vogliono mesto e che vogliono soffocare, il ghetto di chi non si cala le braghe, io confermo che credo nell'utilità dello scontro e sostengo la lotta di classe. E che la perseguo, poi ognuno è libero di fare la propria scelta.
Questi soldatini a chiappe strette, che mostrano la lingua pulita al capufficio di turno per la benevolenza e il piccolo favore, questi servi non meritano che si lotti per loro. Che si fottessero nella loro tendenza alla sottomissione più triste.

La gittata della mia anima, socialmente parlando, è assai inferiore a quella del mio sesso.
Non è una vergogna. Non è pessimismo. Non è nichilismo.
È lucidità. E me la tengo, troia da cuscino, borsa d'acqua calda nelle notti gelate, donna della vita in quei rarissimi momenti di quiete.


Luca De Pasquale, 3 marzo 2013