27/02/13

L'appartamento vuoto


Uno dei miei vicini è giovane, riccio, a casa sua c'è un certo viavai di ragazze e amici, gli piace il vino e l'uva, canta spesso -stonatissimo- roba italiana. Ho l'idea che sia un fuorisede. È perennemente allegro, entra ed esce di casa in continuazione. Sbatte sempre la porta, e soprattutto quando leggo lo trovo intollerabile.

Ora che sta finendo l'inverno, piazza Bellini è già in fermento dalle tre del pomeriggio. I tavolini dei bar, in particolare quando c'è il sole, sono meta di un'umanità variegata, eterogenea, qualche volta non identificabile.

Gli studentelli e i fuoricorso sciamano annoiati, con i loro pantaloni a culo nudo, i miei coetanei quarantenni hanno invece sempre un sussiego un po' grottesco, si prendono fottutamente sul serio. Con le loro bocche impastate di ego e quattro concetti spiccioli, ostentano un buon vivere tra un caffè al miele e una tisana al finocchio greco. Non c'è razza peggiore dei quarantenni che ci tengono a dimostrare di essere integrati e vividi, sornioni nel circondarsi di “belle persone”, “ottimi amici” e qualche “preziosa ragazza”.

Ristoranti macrobiotici, chiassosi assemblaggi serotini, persone che rimandano ad altre, il presente che si trascina il passato, la totale incapacità di accettare anche la minima stilla di tempo fermo.

Mi vesto nervosamente, con la sigaretta in bocca, mentre ripenso a tutte le stronzate che ho sentito negli ultimi mesi. Dai miei coetanei, gente matura, si dice, e anche da qualcuno più avanti negli anni.

La buona parte di loro con il terrore di rimanere fuori campo, fuori fuoco, senza spalle, senza luoghi, infelici, sommersi da ricordi ingombranti, da penosi fallimenti, tutti con il terrore orrendo di essere dimenticati, anche dal più scalcagnato amico sbiadito. Quale posso essere io, per esempio.

Mi costa disinteressarmi diffusamente; mi sento sempre un po' crudele quando mi chiudo il mondo dietro. Ma lo trovo preferibile a discussioni inutili, e a ribellioni che oggi, a quarantun anni suonati e vari cazzi in culo presi, suonerebbero anacronistiche.

Se la compagnia di (certi) uomini mi provoca tanta irritazione, nessuno mi obbliga alla frequenza. Ma per onestà intellettuale non posso negare il mio disprezzo. È una parola pesante, cruda, ma è purtroppo ben spesa. Provo qualcosa che lambisce il disprezzo, lo tocca con mano e poi va a rintanarsi. Non posso mascherare la mia vera natura, impetuosa, gravida di temporali, forse scorretta, temporaneamente asociale.

Come sono noiosi i bravi ragazzi invecchiati con risatine, cene, festicciole e viaggi. Ma come fate a scoparveli? Vi fanno godere? Veramente vi fanno godere? Li sentite carichi di passione, ma davvero? O è semplicemente comodo allinearsi alle tante cose che fanno per non morire? Trovo la maggior parte delle coppie che conosco davvero avvilenti, mal assortite, degli alticci residui di un tempo che fu.

C'è chi continua a menare la storia che ci si salva con i viaggi. Ma parlate sul serio? Ottantacinque foto norvegesi vi rendono davvero più mobili?

Parlottare amabilmente anche con l'ultimo stronzo in una piazza affollata è così miracoloso per l'umore e per l'autostima?

La tolleranza così ben rifinita, il reticolo di conoscenze, sono strumenti così indispensabili per tirare la carretta?

Sono stato definito una persona “di guerra”, forse è vero, forse ho sbagliato a prendermela, forse è il conflitto che mi interessa. Non riesco a lumacare per bene, in nessun contesto: devo fare dunque una sana autocritica.

“Che bella piazza Bellini, c'è tanto movimento...”

Ah, non sai quanto può essere bella. Soprattutto quando il tuo desiderio è solo quello di trovarti una baita e cancellare la tua carta d'identità, il telefono, l'e-mail, qualsiasi elemento riconduca a te e a quello che sei stato per qualcuno, persona, ente, amante, parente, datore di lavoro.



Alla fine vince sempre il bonaccione, quello che sa smussare gli angoli, l'instancabile ripetitore di se stesso e delle sue affollate abitudini.

La persona di guerra ha poco gioco, attrae e repelle, è impegnativa, forse fa venire mal di testa e disgusto, anche se per qualche ora hai avuto voglia di fartela, di provarla, di capire come può essere.

La persona di guerra è destabilizzante, darle spazio eccessivo può essere controproducente, forse perché la sua sfacciata pochezza può minare delle certezze, degli assiomi faticosi di benessere, delle pozioni tanto difficoltosamente ingurgitate nei momenti peggiori.

Scendo anch'io, mentre il mio riccioluto vicino è già alla decima discesa in piazza, ho un ghigno sinistro, non prometto niente di buono, di bello, di umanamente accettabile. Perché sono poco tollerante e poco paziente, perché difficilmente perdono, perché è così difficile non vendicarsi e creare scompiglio, perché non accetto chiacchiere a zero.

Questa piazza così viva, brulicante, isterica, non la sopporto più, mi è estranea, ostile, fa a pugni con il mio stile di pensiero più che di vita. È anche vero che non mi sento a casa in nessun luogo e purtroppo con nessuno. Io non lo so com'è, sentirsi a casa. E non mi sento neppure un ospite, sarebbe comunque comodo, mi sento un estraneo al quale è difficile rivolgere uno sguardo, perché è già lì che saluta educatamente per andare via.



Ho le chiavi di una casa vuota. È lì che vado ad aprire gli occhi al buio. È lì che riesco a misurare il tasso di violenza trattenuta che devo combattere ogni giorno.

Ammesso che volessi amare qualcuna, è qui che dovrei portarla. Dove non ci sono che pochi oggetti, la maggior parte dei quali è morta ed è custodita solo per rispetto.

È in questa casa vuota che aspetto si faccia sera, mi capita di dare l'acqua alle poche piante rimaste, è qui che fumo e ricordo odori, sapori, letargie, e qualche volta rispolvero vecchie cartoline, lettere, fotografie. Sempre con un senso di sgomento e di impotenza.

Non è colpa mia se sento così fortemente la morte intorno a me. Non è piacevole. Non crea sicurezze. Non è un rifugio, e mai lo sarà. È un tormento che mi accompagna da quando ero bambino, e non è mai finito, ed è un tormento vivo, a carne, che detesta le facilonerie verbali e le esortazioni posticce. È acquasanta caduta sui vetri dell'inferno, è un cammino personale, è qualcosa che non puoi spiegare e non puoi condividere. Un vecchio cuscino slabbrato è la morte. Il regalo di una donna del passato è la morte. La musica che ascoltavamo in questa casa è stata una terapia per la morte. La scelta del mio nome è stata un atto di vita in una morte estesa. Queste marine oleografiche di Napoli sono morte appesa al muro.

Io percepisco sempre gli odori delle persone, anche quelli intimi, anche quelli più nascosti da docce e deodoranti; è un dono e un supplizio, mi auguro spesso di non emanare anch'io il tanfo di morte che respiro nelle case, nelle cose, nelle tristezze, nel rovistare tra i ricordi.

Mi sento, stasera, come il pianoforte impolverato e in disuso di un musicista fuggito via senza avvertire.

Da strumento frustrato, evidentemente, non posso che reagire orgogliosamente, furiosamente, senza preoccuparmi di deludere, di stancare, di saturare l'aria con un sommesso disagio permanente.

Quando si fa sera, chiudo la casa e torno nella mia. Situata in un crocicchio vociante di strade e locali che non conosco, non frequento, e che paradossalmente mi immalinconiscono non poco.

Un'altra bandiera sulla carta fisica dell'estraneità.



LdP, 27 febbraio 2013

24/02/13

La mia anima nella domanda delle tue labbra



Gli incontri fortuiti hanno una loro tragicità.
Perché se sei arrivato ad un certo punto sai che darai tutto te stesso.
Sai bene che sarà come sparare fuochi d’artificio nella piazza di un piccolissimo paese, nel giorno sbagliato.
Perché dare tutto in un incontro già finito non è un evento da festeggiare.
Coloro che pensano tutto si esaurisca in una prestazione, sono lontanissimi dal vero.
Ti sei vestito della tua nebbia, sei stato attento ai dettagli, hai lasciato in coda tutti i rimorsi e le fitte del tempo, hai fatto un breve discorso per dare il benvenuto nel tuo sole malato, e poi hai amato, hai dato tutto. Nel respiro, nel tocco delle mani, nell’immaginazione, persino nella devozione silenziosa e improbabile, sei tornato ragazzo in un sorriso, sei tornato vero dopo aver spogliato ogni pensiero.

Hai tolto la polvere da sotto le gambe delle sedie. Hai profumato il tuo corpo, che certi giorni è una malattia, è ansia, è il cancro del mal pensare.
Hai accantonato tutte le porte che hai sbattuto, hai stirato le rughe di ogni orgoglio invecchiato, hai raccolto la pietà di tutte le tue notti di febbre, l’ingiustizia delle rivendicazioni.
Hai leccato un volto nuovo con il trucco, hai catturato una lingua, hai aumentato la forza di respiri e incredulità, le tue mani hanno frugato in segreti ogni volta nuovi, che importa chi c’è stato prima, che importa se ha lasciato davvero tracce?

Sei un uomo marcio d’amore. Sei livido, sei nella notte, sei un corpo che vuole entrare in una scena nuova, una scena che non ti ricordi il dolore, l’approssimazione, la superficialità, la tua stessa stupidità.
Non usi solo il cazzo. Anzi. Hai addosso il macello della tua anima, e la bellezza di chi non conosci. Hai voglia di morire in una calda disperazione nella quale userai ogni risorsa, la memoria dilatata della curiosità, la forza d’urto della morte quando vuole rientrare in vita ed essere nome, lasso di tempo, sforzo, amore, consapevole dissipazione.
Anche se ti farà male, vuoi mordere le spalle, la schiena, percorrere centimetri di casualità con la vista ubriaca di una malattia appena iniziata.
Ma è giusto che tu dia tutto in un incontro che non ha futuro?
È giusto regalare ogni scintilla al piacere di un corpo che non ti apparterrà più, che magari sarà tuo per caso e follia, un corpo la cui testa lascerà prevalere la storia, la pulizia, il benessere, l’abitudine?

Quando capisci che un incontro rappresenterebbe così violentemente la forza della vita, la vittoria sobria del sangue e del richiamo su una realtà muta, può accadere che tu non riesca a sostenere tutto questo.
Da anni faccio incubi terribili. L’altra notte morivo con una siringa nel collo in un sottoscala, ero sudato, bianco, magrissimo, fottuto; stanotte legavo una pietra ad una corda, la poggiavo sulla panca di una chiesa vuota, aspettavo una telefonata e avevo un debito da pagare, un debito di anima.
Da svariate notti sono tormentato da labbra che non mi riconoscono, che riescono ad incuriosirsi e poi balbettano, ed io mi consumo nella smania di baciarle, di sottrarle al mondo, decidendo quietamente della mia e della nostra perdizione.
Per molti il sesso è solo un balletto di autostima e leggerezza, per qualcuno è una speranza, tante volte è un sigillo che niente chiude e nulla protegge.
Per me, adesso, è disperazione che chiede prosecuzione, è ribellione al mutismo, è stracciare il mio angelo peggiore davanti a te e farne coriandoli, è trasformare un mattatoio in una preghiera sensata,
E che sia l’ultima, va bene, non c’è molto tempo per giocare.
Amare è proteggere dai tormenti, non metterli all’indice, non guarirli, è esaltare quello che non sapremo mai descrivere dell’altro.
Io non esisto. Io sono uno dei tanti uomini figli della morte, e ti amerò senza tregua e senza rimorsi anche per questo.
Ogni emozione è un assassinio di tempo. È respirare. È vederti, assorbirti a tua insaputa, senza chiederti niente.

Queste lunghe notti di ghiaccio e accelerazione di respiro.
Gli incubi, le sigarette, la musica, le parole, tutto di colore blu febbre, come la tua sciarpa, come la tua decisione di essere gentile e decisa.
Un uomo senza febbre addosso non ha senso. Un uomo senza senso di morte non desidera realmente, almeno non con questa intensità.
Adesso spengo la luce e il tuo nome, allungo i piedi nel vuoto, circondato da oggetti e sogni blu, sudato, coraggioso, morto tante volte, immerso nella febbre e restituito ai brevi discorsi di benvenuto che dovrò farti.
Mai saprò spiegarti che schiaffo potresti essere alla morte più lunga.
È febbre, è destino, è ostinazione. È la tua giusta domanda: “Chi è questo?”

Luca De Pasquale, 24 febbraio 2013

22/02/13

Inverni di ventiquattro ore


Primo sogno

La madre di una donna che mi parla, siamo seduti ad un vecchio tavolo, è una casa che non conosco. La donna mi parla e mi studia allo stesso tempo, è come se dovesse convincermi a fare qualcosa, ma io sono distratto, quasi non la ascolto.
I suoi occhi, per me, sono una bugia; perché dietro le sue parole c'è un tentativo di reprimermi qualcosa dentro, di spegnerlo.
Nella scena successiva corro, arrivo alla stazione dei treni e nella sala d'attesa ritrovo un'altra donna, che appena mi vede mi sorride. Non è una riconciliazione amorosa, non è così che la vivo, ma so che dovevo salutarla e, in qualche modo, trattenerla.

Secondo sogno

L'amico mi dice che ci sarà una cena nel quartiere dove sono nato. Lui, io, la sua compagna, che non è presente alla nostra conversazione.
Dalle sue parole capisco che la cena si terrà sul tardi, ed io avrò problemi ad arrivarci. Perché, per arrivare, dovrò percorrere altri due quartieri e poi prendere un treno. Quest'ultimo passaggio mi spaventa, non lo do a vedere, e mentre lui parla cerco di studiare il modo di muovermi nel pomeriggio, senza che si faccia troppo tardi.
Ho la sensazione di essere preso in giro, ma non da lui; ho la sensazione, al contempo, che lui non sarà presente. Le strade che dovrò percorrere mi mettono addosso ansia e inquietudine.

Al termine di questo secondo sogno, mi sveglio di soprassalto e mi ritrovo praticamente seduto nel letto, con il respiro lungo, faticoso. Faccio molta fatica a darmi velocemente un senso di realtà: c'è qualcosa di inquieto anche in questo risveglio.
Scendo dal soppalco, tenendomi leggermente al corrimano, all'estremità della piccola scala. Sono le quattro e qualche minuto del mattino. La prima cosa che faccio è prendere le sigarette dal tavolo; ne accendo subito una, il primo tiro mi brucia la gola, apro il frigorifero, bevo lungamente dalla bottiglia, il silenzio è dappertutto.
Mi rendo conto che vivo in una casa che ha poca familiarità in più di una stanza d'albergo; mi rendo anche conto che le mie poche cose sono sparpagliate in più case, le mie parole spese e seppellite in più persone, e che non c'è sicurezza in nulla che non sia la forza di spirito.
Alle quattro e qualche minuto del mattino, prendo atto che è l'incertezza a dominare tutto, persino gli accessi di vitalità. Come se stessi scontando una condanna alla precarietà, ovunque e con chiunque; torno a dormire dopo aver spento la sigaretta. Ma con qualche riserva; temo sirene sfatte, truccate male, codarde.

La mattina mi accoglie con una fitta pioggia senza bellezza, la piazza sottostante è semideserta, ci sono gli spazzini con le tute arancioni e il ragazzo indiano che sta aprendo il bar.
Sono le sette e quarantasei.
Mentre preparo il caffè, immagino i luoghi più affollati della città, le donne grasse con buste della spesa, i ragazzi rumorosi che hanno fatto filone a scuola, i perdigiorno, i vigili svogliati, il traffico. Non devo lavorare, rimarrò a casa; ma sapere di evitare le scene di cui sopra non mi fa amare questo posto, non ci riesco.
Le sedie sono occupate: su una c'è la gatta, un'altra è completamente ricoperta da vestiti, sulla terza ci sono dei cataloghi di musica, sulla quarta adesso ci sono io che fisso un punto, forse l'unico punto familiare, che dovrebbe essere la porta d'ingresso.
Ieri sera non ho tolto i panni da fuori, adesso sono di nuovo bagnati e il vento li ha posizionati in modo innaturale, in una postura dolorosa, senza me dentro.
Accendo la televisione in un gesto ancora più estraneo, ovattato.

Negli ultimi anni sono arrivate tante telefonate che annunciavano la morte. Parenti, molti parenti che da bambino immaginavo solo e sempre giovani, qualche amico, moltissimi conoscenti. La morte. La morte e poi i suoi rituali: il funerale, il colore bianco, la pietra, le lacrime, il senso di infinito ferito, svuotato; e la mia freddezza, il mio sollevare le spalle, compostamente, senza proteste. La morte attorno e il placido presenziare al concludersi di cicli, di affetti, di storie.
Io, impegnato nelle mie morti in vita: le morti di affetti, amore, amicizie, propositi, lavori, sogni, suggestioni, idee, combriccole, abitudini, pericoli. Morti in vita che avevano e hanno il potere di distrarmi dalla morte più estesa, la morte di tutto quel mondo che mi ha spinto a crearmene uno mio, più giovane, più forte, teoricamente composto da amore e senso della costruzione.
Nel mio corpo c'è un angolo impaurito e stanco che aspetta altri annunci di morte, e lo fa con un malcelato desiderio di ribellione, di ammutinamento, di rabbia disordinata. Reagisco cercando amori difficili, compositi, pieni di sensi di colpa di partenza, di frasi non dette al momento giusto, di incontri casuali fatti e vissuti nell'attimo meno indicato, come per un retrogusto di beffa, come coefficiente di resistenza, come martirio dell'intelligenza e della sopportazione.
Per quanto tempo si può conservare la compostezza adeguata di chi rimane in vita e ha una chance di bellezza, un overtime?
Detesto quella parte di me che aspetta la morte, la esorcizzo esagerando, la esorcizzo scegliendo accuratamente dove non essere, chi non accettare, come non farmi imbrigliare. Ma quella parte è un dolore attivo nel mio respirare, non posso debellarla.

Crollo solo quando ho la febbre. Allora mi abbandono. Prima arrivano i brividi, a fermare i miei movimenti. Poi gli occhi diventano caldi, si concentrano su come frenare la malattia, trovare riposo, ed ecco che inizio ad arrendermi, e si fermano i pensieri difficili, si appanna la sensibilità al dolore delle cose e delle persone, ho tregua.
Nei momenti di malattia non propendo al nuovo e non mi soffermo sul vecchio, lascio che la vita mi viva mentre sono in quiete, così raramente, con spaventosa difficoltà ad essere comunicata. Quando sono in quiete sono inodore, senza note caratteristiche, con una strana abulia che niente chiede e niente intraprende, in un equilibrio poco suggestivo ma utile. Dura solo i giorni in cui sono fuori uso, poi il mondo diventa di nuovo caldo e la lotta è caos, caos per ogni cosa.

In questa autofiction spesso i fantasmi si rivelano essere solo lenzuoli attraversati dal vento, così come lo stesso vento sembra annunciare eventi imponderabili, differenti, rinnovamenti.
La tentazione di scrivere storie mordaci, 'lightweight', c'è sempre, ma (paradossalmente) figurerebbero meglio in un libro compiuto. Anche per non chiedere al lettore un impegno che sembrerebbe una pretesa d'autorialità che non sopporterei a prescindere.
Molti ragazzi o post-ragazzi scrivono oggi storie surreali, scollacciate, roboanti e grottesche; c'è anche chi si butta a morso facile sulla precarietà del vivere. Da quel che vedo e sento, si tratta di una narrativa che funziona, spesso nascondendo profonde lacune culturali, generazionali.
Non ostento al proposito un atteggiamento da vecchio snob, si tratta semplicemente di un mondo al quale non ho accesso e non mi interessa averlo, in fin dei conti. Un portiere che ha invidia del centravanti è davvero plausibile? Difficilmente.
Mi interessa il disarmo, e di certo non esclusivamente il mio, mi coinvolge questa mancanza di sicurezze così avvolgente, polipale, spietata. Cerco di restare lucido, senza sognare scenari impalpabili, di orgogliosa fantasia, di riscatto controproducente.
In questo senso l'autofiction, con l'avvertenza che qui si parla spesso di sconfitte, di eventi che non si verificano, di ritardi, di fraintendimenti, di addii, a volte difficili.
Forse è in questa umanita e in questa scena che ci si può ricomporre in qualche modo. La salvezza è un'idea arbitraria, contestabile; e poi in che modo si potrebbe palesare? Abbracciando tutto come una benefica pianta rampicante?
Ricercare quell'agiatezza economica che non si è mai avuta -e forse nemmeno inseguita con ferocia- nell'età di mezzo sarebbe solo un modo per farsi ulteriormente del male.
Ho le mie idee in proposito. Chi non ha mai avuto problemi economici, di quotidianità, non ha davvero gli strumenti per compenetrarsi, non è una colpa grave. Così come chi sta cercando di salvarsi il culo con un perenne ottimismo non arriva, nemmeno lontanamente, a capire che si possono tenere gli occhi aperti al buio senza nichilismo gratuito.
Mi fa sempre molta impressione osservare i limiti delle persone, i tabù, quegli spalanchi di paura che condizionano giudizi, discorsi e atteggiamenti. C'è tanta gente che non vuole farsi male, e io lo capisco. In tanti preferiscono l'antidoto allo studio della malattia, e non sta a me criticarli.
Qualche volta capita che l'antidoto ha controindicazioni più venefiche della malattia stessa, e rende anche piuttosto ridicoli.
Ognuno rimedia da par suo. C'è chi ha paura di restare in casa e deve uscire continuamente per rinfrancarsi; c'è chi vaneggia sulla seduzione per evitare la seconda fila di specchi. C'è chi inizia dei rapporti sentimentali senza accettare la possibilità intrinseca della fine e della non realizzazione. C'è chi va sull'esotico, o vive la sua natura di nerd con intransigente ottusità. C'è chi si butta su Dio. Chi su fedi apparentemente strampalate, di poco riscontro pubblico, c'è chi mi ha consigliato il buddismo, la pranoterapia, l'assistenza ai malati, un catechismo senior, il pollice verde, scopare il più possibile con partner diverse e, guarda caso, perennemente infoiate, a mia disposizione.
Qualcuno più misurato la butta sulle amicizie; fondamentali, di conforto, tutte belle, bellissime, preziose, incontestabili. In questo sono un acquario atipico, per me l'amicizia è qualcosa di rarissimo e comunque soggetto ai temporali e agli addii.
La verità è che tutta la mia esistenza si è determinata sull'imprescindibilità degli addii, cui ormai sono avvezzo come si trattasse di una pratica rigeneratrice.
Non siamo destinati a restare sempre insieme; due gocce d'acqua possono sperarci. Ma l'acqua è inseguita costantemente dal vento.

In questi momenti in cui sai di aver poco da perdere e molto ancora da investire a quota zero, le giornate possono essere lunghissime, veri e propri inverni, o troppo brevi, frenetiche e dispersive.
Non so bene come si gestiscono tanti inverni insieme, quel che conta è però distinguere, anche nel cattivo tempo e negli elementi più avversi, la sagoma di un Uomo.

Luca De Pasquale, 22 febbraio 2013

21/02/13

Giornale di bordo di un cassintegrato


Di generazione in generazione.
Ho ripreso le abitudini di mio nonno paterno, che acquistava tonnellate di libri sulle bancarelle. Spesso squattrinato, il nonno divorava libri, li respirava. È lui che mi ha insegnato a leggere. È lui che mi ha messo i primi libri in mano; ricordo il monumentale “Il mulino del Po” di Riccardo Bacchelli, che ebbi la forza di leggere in sei mesi.
Il suo libro preferito era “I promessi sposi”, seguito dal “Notturno” di D'Annunzio, libro che ho amato moltissimo, le cui suggestive estetizzazioni mi sono rimaste ancora addosso.
Devo molto a mio nonno. Molto. E adoravo la sua irregolarità. Erotomane conclamato ma sposo fedele, uomo coltissimo che spesso degenerava in un breve ed efficace turpiloquio, molto basso di statura ma fortissimo, superdotato ma modesto, insofferente alla maleducazione come pochi.
Spesso mi ricordo di lui. Mai più visto. Mai tornato.

Stasera ho acquistato due libri da bancarella, “Un bellissimo novembre” di Ercole Patti e “Racconti ambigui” di Enzo Siciliano. Mio nonno avrebbe certamente apprezzato.
Avrebbe di certo apprezzato anche la donna bruna che ho incontrato per caso, una donna senza coordinate che emanava un erotismo deciso, potente, matriarcale, assordante. Ho vacillato per qualche minuto. Ma sono, appunto, anche fedele a ciò che sento. E dunque si vacilla, ma la pedana è sotto controllo.
Nella mia passeggiata serale ho visto tre vacche senza casco su un motorino, aspetto che detesto di questa città, degrado che non ho mai accettato, e che non ha nulla a che vedere con il folklore, ma solo con il disgusto.

C'è un disco che sto amando molto. “Let's start over” di Tom Fowler, che è stato per molto tempo il bassista di Frank Zappa. Naturalmente, si tratta di un lavoro passato a dir poco sotto silenzio. Suonato in maniera incantevole, raffinato, è certamente un disco fuori moda, a cavallo tra gli Steely Dan, il jazz e un rock fiatistico.
Per chi non è a suo agio con il suono del basso elettrico e ne ignora l'aspetto squisitamente sensuale del timbro, questo sarebbe un ideale apripista. Fowler suona splendidamente in contrappunto, esaltando proprio la componente 'erotica' dello strumento, atto tanto a riempire che a sorreggere. Gran disco da cassintegrato, il primo che raccomando. Si trova difficilmente, ma poteva essere diverso?

Continuo intanto la mia battaglia generica contro le idealizzazioni, anche a costo di danneggiarmi. Certo, è bello conoscere bene la musica, il rock, il jazz. Certo, apre mente e anima leggere tanto; così come scrivere aiuta a capire, a sviscerare, a intercettare i bisogni prima che diventino frustrazioni. Dico candidamente che non mi sarebbe piaciuto altrettanto essere forte a calcio, un buon nuotatore o un sapiente guidatore, non rinnego nulla. Ma resta un bilancio in chiaroscuro, con molte pozzanghere, perché essere un sognatore -nella sua accezione più neutrale e meno esaltata- non aiuta a sfrondare problemi, imprevisti, scacchi esistenziali improvvisi.
Anzi, una conformazione riflessiva spinge ad affondare le mani e la coscienza nel pozzo nero invece che fingere un momento di bassa energia. E nel pozzo nero c'è tanto di poco chiaro, di appestato, di irrecuperabile, ad iniziare dalle cause perse come metodo di sogno.
Certo, ci sono dei lati piacevoli. Quando conosco una donna che mi emoziona, la prima cosa che faccio è trovarle una canzone ad hoc, un verso, un sogno personale, in questo senso sono molto devoto. Allo stesso tempo, è un aspetto che contesto, che è scomodo, spesso dissuasivo, il più delle volte contorto, ambiguo.
E la fedeltà? La fedeltà non è un gioco a perdere. Credo che la fedeltà dipenda spesso, e molto, dalla risposta alla devozione. Se capisco che si inizia a giocare mediocremente, che si tira la corda, allora sono un paladino dell'infedeltà e dell'incoerenza. Ad un certo punto non si può più aspettare che l'aria diventi acqua e viceversa. E non si può sempre procedere a fari spenti.
Così come credo che incaponirsi, ancor peggio fissarsi, con chi non ci vuole tra le sue braccia sia grottesco e di forte patetismo. Un patetismo inutile e melodrammatico che mi fa ribrezzo.
Credo nei lampi ma non sono idiota.
Non credo nemmeno nei tempi lunghi e men che meno nell'essere scelti per serietà, per affidabilità, per intelligenza. Queste cose, in materia di passione, sono un colabrodo.
Gli amori non ricambiati sono peggio di una rapina finita male. E non meritano letteratura, anche la più scalcagnata.

Vengo a sapere per interposte persone che un'odiosa coppia di mia conoscenza ha problemi di fornicazione.
Lui sembra che non riesca ad entrare. Probabile erezione insoddisfacente. Lei non riesce a farlo entrare, vagina respingente e nessuna voglia di accoglierlo. Le interposte persone mi fanno sapere che lui è costretto prima a supplicarla e poi -ottenuto il visto svogliato- a cospargerla di una crema lubrificante carissima.
Poi il coito va in scena, breve, torturante, di reciproca insoddisfazione, annichilente soprattutto per lei. Lui è sufficientemente imbecille per vivere con placidità una svuotata di coglioni, perché a lei non ci pensa minimamente, non è arte sua.
Quella vagina secca, chiusa, precocemente invecchiata, non gli accende la spia giusta, e cioè quella di essere un banale stronzo.
Se fosse davvero Uomo, lui dovrebbe essere bagnato di lei, accolto, desiderato, atteso. Ma è un banale stronzo.
Tempo addietro, e senza che io gli avessi chiesto nulla, il cremista mi fece un lungo discorso sull'amore e sulla famiglia, sulla rettezza dei pensieri e sulla sobrietà della vita a due. Ci mancava poco che mi schiaffasse in mano un santino e un depliant.
All'epoca non scaracchiai rabbia, lo ascoltai in silenzio, disprezzandolo, mi sembrava un povero piazzista con l'alopecia e la paura di morire sotto il culo.
Passione, zero. Consapevolezza, meno di zero. E l'amore? Solo un anello e un figlio. Nessun altro risultato pervenuto.
Non godo di questi aneddoti di merda, non sono una vecchia megera, addirittura mi dispiace di questa legge del contrappasso.
Ma la parte più desolata di me, pur non gongolando, accetta che troppa presunzione e troppa voglia di moralizzare portino male.
Repulsione genera repulsione. E questo vale anche per l'oblio e l'indifferenza. Non si costruiscono altari per gli indecisi. Non si prega per una distanza che si poteva colmare, e con tanto di lieto fine.
Questa è una parte del Vangelo dei Vermi che voglio dimenticare.
Meglio ascoltare Tom Fowler.

Luca De Pasquale, 21 febbraio 2013

Il mozzo inventore di tempeste


Quando scendo nel locale per chiedere di abbassare la musica, sono come un bufalo ferito, ma è la diplomazia a vincere.
Gli sguardi di alcuni clienti li ho addosso come cartavelina. Sono gentile, sono quasi sempre gentile, ma resto un animale.
Catturo gli odori intimi delle donne sedute ai tavolini, quello che c'è sotto i loro vezzosi foulard, nelle maniche di maglie troppo lunghe, tra le gambe, i loro deodoranti intimi, le mestruazioni, la voglia ammessa o nascosta, sessi caldi, spesso ridotti a celebrazione e basta, sessi dignitosi che celano l'immensa dignità di non svendersi.
Sono un essere umano. Questo mi sembra pacifico.
Ma sono anche maschio. Non solo essere umano. Anche maschio.
E quegli odori, che mi hanno sempre dato alla testa e sono stati testate di sogni, teste di serie di distruzioni metodiche, cicliche, purificatrici, quegli odori mi entrano nelle narici e diventano qualcosa tra la disperazione e il destino. Senza possibilità di redenzione.
Il mio cuore drag queen, il mio cuore maschio che batte più forte quando c'è la concreta possibilità di annegare, il mio cuore bambino e senza direzione che all'alba diventa un maschio a riposo, chiedo di abbassare la musica e scompaio nella notte.
Come uno scherzo. Come un visitatore senza permessi.

Maschi che parlano troppo. Maschi che giocano a fare i buoni. Maschi che circondano l'oggetto del loro desiderio di paure, di precedenti esperienze, di tutta la merda che è in seno alla presunzione di aver capito e quindi regolarsi di conseguenza.
Quando rientro a casa, ho la certezza che non mi salverò. E questo resta, pervicacemente, uno stimolo. Riaccendo la luce nella mia cabina di esperimenti e ribellione, e sento fortissimo il senso di una sconfitta che è un miglioramento senza riflettori e senza belle parole.
Guardo quanta roba si affastella nella casa di una persona. Con un rapido sguardo, i miei libri, miriadi di penne e fogli, la caffettiera, i piatti, i saponi, la stampante, l'abat-jour, i bassi elettrici in miniatura.
Ma quanto tutti questi oggetti possono parlare di me?
Quanto possono catturarmi e restituirmi, sul serio?
Mi spoglio, sempre in un sentore maschio e solitario, scaravento camicia e jeans sullo stenditoio, accendo una sigaretta e non mi riconosco nei miei oggetti. La notte sarà un ponte silenzioso.

Un conoscente mi spiega dettagliatamente perché ha aperto un blog che è un po' poesia e un po' impegno civile. A suo dire, civile.
Il mio conoscente è rinfrancato perché temeva che gli parlassi del lavoro, della cassa integrazione, della mobilità. Si ha sempre il timore che qualcuno ci annozzi i suoi guai. Capita anche a me.
Non gli parlo della cassa integrazione, oh no, ma delle sue poesie non me ne fotte niente. Le scrive per una donna che corteggia da mesi. Parole che sono già vermi schiacciati. Corteggia da mesi una donna, una donna complicata, tremante, contraddittoria; non hanno scopato e neanche fatto manfrine palliative, perché lui è un sensibile poeta e non contempla sporcizie di ricamo.
Temo non maneggi il suo cazzo in due da anni; è questo il suo più tragico problema, ed io sono un porco a scrivere questi concetti, ma li penso e penso siano incontrovertibili. Quando ci confrontiamo, finisce sempre che io sono il maiale istintivo tutto cazzo e lui il buon samaritano dell'amore che non si realizza. Uno schema deprimente.
Sono certo che non comprende le mie fulminazioni, il mio conoscere una donna da uno sguardo, da un respiro, da un silenzio; in cuor suo crede che io sia uno scapestrato irrazionale. Probabilmente ha delle ragioni. Io invece sono più prosaico e credo che dovrebbe finirla con questa sensibilità a largo raggio, e iniziare a godere prima che gli venga un cancro o che la solitudine più reale lo sommerga.
Mi irrita terribilmente la sua ostentata sensibilità: nei momenti peggiori ho pensato che mi piacerebbe fosse lui a scoprirmi impiccato, qualora decidessi di divertirmi in quel senso.
Il suo Dio non è il mio, le donne che gli piacciono a me danno solo sui nervi, e so che lui stigmatizza, stigmatizza sempre, la mia propensione a fottermene degli status quo.
Magari lui rifiorirebbe con un semplice bocchino, ed io invece rimarrei fottuto nelle ragnatele delle mie passioni, la vita sa essere crudele nei momenti topici.
Mi fa leggere l'ultima poesia che ha scritto per Lei. Quest'entità nevrotica che lo tiene incollato alla bontà e alla speranza.
Fosti per me l'incontro che non aspettavo
ti trovai nei miei occhi e mi chiesi, qual è la musica per lei?
Sarò paziente nell'attenderti, attenderò con un sorriso
una scelta che è stata già fatta”
Leggo queste poche parole. Satana gioca nelle mie vene con ricordi e immagini di novità. Sono pronto a tutto e questo mi rende pericoloso, destabilizzante, stanco.
Sono pronto anche a morire per qualcosa che mi emozioni; ma auguro a quest'uomo ingenuo e allampanato di coronare il suo sogno d'amore, tra bambini, palloncini, preti, tenerezze melliflue, attenzioni nervose, parentele scioccanti.
Si è fatta sera a parlare di cazzate, sono così lontano da tutto da sentirmi vicino al primo sogno insidioso, prenderlo, divorarlo e fare in modo che mi sputi nella peggiore notte di consapevolezza.
Accendo la sigaretta mentre lui mi guarda ottuso e certo dei suoi miglioramenti esistenziali; essere amati è oltraggioso. È un morso di veleno e follia che ti sbatte su una spiaggia a piangere senza lacrime, a nuotare senza compagnia.

In chiesa c'è la fila per la confessione. Ogni tanto vado a vedere quanta gente ha il coraggio di confessarsi, e a chi.
Non ho il diritto di confessarmi, perché sono un senzadio.
Non saprei da dove cominciare. I miei desideri mi spaventano, non riuscirei a dirli al migliore amico, ruolo che preferisco tenere scoperto.
Perché non desiderare la donna d'altri? Perché, quando è così semplice che accada?
E come spiegare che la voglia di vivere, quando diventa insopportabile, comporta anche il desiderio e il diritto di morire quando si vuole?
Niente mi vieta di pensare che a cinquantatrè anni potrei spararmi in bocca, serenamente. È davvero deprezzare un dono, pensare questo?
È davvero così osceno sognare di far godere la donna di un altro, e convincerla senza crudeltà che è con te che dovrebbe lasciarsi andare per davvero?
Con le dita sporche e bagnate, con l'anima in tumulto, con gli occhi socchiusi, tenendo lontano il male reale, almeno provandoci?
Alla fine esco dalla chiesa come un bambino preso a calci, timido, e mi vergogno un po'.
Sono così piccolo e corrotto per interessare, sia pure trasversalmente, al divino o quel che sia. Ne sono consapevole. Non scrivo poesie di merda per donne che conosco, perché sarebbero travestimenti.
La notte mi respira e mi prende in giro con carezze di pioggia, anche stasera, la malinconia esonda già da qualche ora, forse dovrei comprare dei palloncini gialli e aspettare che passi.
È così tagliente questa lama che scava in profondità, così precisa e fredda nel ribaltare l'ego, invalidare orgoglio e presenza, così spietata nel portarmi a pisciarmi addosso appena mi trovo bello.
Le mie contraddizioni mi regalano ad una notte ponte.
Piccolo, piccolissimo, corrotto, ulcerato e in gestione fantasma.
Ripenso alla poesia del tipo, alla sua coraggiosa creduloneria.
Sono piccolo, piccolissimo, crudele e fottuto.

LdP, 21 febbraio 2013

19/02/13

Volere ancora il vento


Apro l'armadio di mio padre.
Le sue giacche sono tutte lì, in fila, forse ordinate per colore. L'odore acre, traccia dei suoi profumi, mi raggiunge subito. Apro il primo cassetto. Trovo le sue camicie. Quasi tutte bianche, scintillanti, ben stirate, ordinate nelle scatole. Le tocco leggermente, una ad una. Ho nostalgia.
Da quanto tempo ho dato il mio cuore in pasto ai cani, non lo ricordo con esattezza. Ho freddo mentre tocco le cose di mio padre. Scopro che teneva in ordine anche le bollette, le ricevute bancarie e condominiali, gli inviti delle gallerie d'arte, le cedole di stipendio, lunghe e sottili.
Era ordinato, preciso, meticoloso.
E io sono il caos. A partire delle emozioni. Penso che lui non abbia mai avuto bisogno di un recinto. Io li faccio costruire e poi di notte vado a sabotarli.
Mentre richiudo tutto, mi rendo conto che solo una mano di mio padre sulla fronte mi darebbe sollievo, mi farebbe alzare la testa verso altre zone di pensiero, mi farebbe rendere conto che musica e amore non sono solo rifugi di fortuna. Tane. Bistrot di pioggia. Stabilimenti marini all'ora di chiusura.

Vado in cucina. Fa freddo, ho due maglioni addosso ma ho freddo. Decido di mettere ordine nei piatti e nelle posate, aprendo cassetti, ante e scolapiatti. Ci impiego una buona mezz'ora, intanto evito di rispondere al telefono e la cenere cade puntualmente sul pavimento.
Mi seggo al tavolo della cucina, faccio un solitario con le carte napoletane. Non riesce.
Mi fermo, rimescolo le carte, lascio andare i pensieri.
Vado in bagno. Lavo le mani finché il sapone non mi sembra caldo; mi guardo allo specchio, lo sguardo sembra una spia d'emergenza al buio.
Le case ristrutturate, riverniciate per essere abitate da coppie di sposi, che strana sensazione. Mi è capitato. C'è qualcosa di insondabile, di differente, in quella cura preventiva. C'è qualcosa che non mi appartiene, sarà la storia, sarà il carattere, sarà che sono case senza ancora sogni dentro.
Forse preferirei riscoprire anonimi appartamenti, accenderli di luce nuova, permettermi di osservare la pioggia senza fretta.
Riordino i vinili della mia adolescenza. Ritrovo 'Jordan The Comeback' dei Prefab Sprout, impossibile non innamorarsi. 'I've always wanted to do this” di Jack Bruce, in cui 'Dancing on air' era così leggera da poter fantasticare per ore. E poi il rock giapponese, le sinfonie progressive, il glam, i bassisti funambolici. Solo che adesso le mie mani sono quelle di un quarantenne, sto toccando una materia che conosco bene, che ho sviscerato, che ho usato.
Mentre ripongo i vinili in stretto ordine alfabetico, ho forte l'urgenza di pensare che sono gli esseri umani a non poter essere collezionati e cataloghi, alla faccia dei dragadonne o dei compulsivi.

Stanotte dovrei dormire nel grano, con gli occhi fissi alle stesse.
Stanotte sono un Re senza trono e senza sudditi, ed è necessario.
Stanotte tutti i biccheri sono di colore scuro, stanotte sento tutta la potenza darmi fuoco e non so dove direzionarla. Scotto e sono caotico.
Arriveranno dunque i sogni. Giocolieri della luna, temporali in eterna preghiera per interrompere questo disequilibrio.
Non sono le parole ad avere importanza. È il pensarle, il poterle padroneggiare come fatti concreti, poterle regalare come azioni alla donna amata, non fuggire, non confondere le acque come al solito.

Richiudo la porta alle mie spalle. Mi sembra di sentire un saluto di qualcuno, ma a casa non c'è nessuno da tanto tempo.
Sul cappotto ho cenere, le mani sono fredde, le scale sono state lavate da poco e profumano di detergente.
Chissà se esiste un valore davvero diverso nell'ascoltare una nuova voce che ti dica “sali”, senza che tu debba farti troppe domande.
Nella borsa a tracolla ho due cravatte di mio padre, una vecchia t-shirt dei Marillion, un romanzo di Dos Passos, varie penne, un anello e una dose di morte-scherzo-di-carnevale.
La strada è deserta. Non mi pesa la borsa, non mi pesa la vita, non mi pesa la suggestione di un'intimità che per scommessa avrei dovuto perdere per sempre, chiudendo ogni valico.
Quando le circostanze ti imporrebbero di costruire un altare di delusione e ricordi, quasi sempre inesatti, è allora che il vento, lo stesso vento che ti faceva sobbalzare da bambino, ti chiede una prova di carattere e di tempra, e facendo questo teorizza misteriosamente l'amore nel deserto.

Non so cosa mi succede, ma riesco a vedere oltre il momento, più di ogni volta che ho avuto questa sensazione. Riesco ad immaginare senza sofferenza il passo successivo del cammino. Riesco a sentire l'odore di una vicinanza nella sua completa inafferrabilità. Non mi va di spacciare questo stato per una grazia o una conquista di serenità, perché l'arrivo è comunque frutto di un viaggio estremamente doloroso e quasi sempre in incognito.
Mi va di portare un fiore sulla prima tomba di una ragazza, senza fermarmi.
Mi va di disperdere ogni incompiuta ferocia in mare, e poi riprendere il cammino, dovrà esserci molto vento.
Mi va di prendere la mano di chi dividerà le mie notti, all'improvviso, senza richieste, senza spiegazioni, senza paure.
Mi va di salutare la prima persona che salirà sul mio treno, non distogliendo lo sguardo, non soppesando, non misurando la distanza.
So bene che ci saranno momenti di antagonismo. Cali di tensione. Cedimenti nella perseveranza. Streghe notturne. Come sempre. Misteri del rammarico e tante stazioni deserte, anche solo per caso.
Stringerò anche mani che non saranno sangue giusto, non saranno attese, l'importante è che non siano premi scarnificati, lusinghe monche, perché il tempo è passato e le mie mani non sono più quelle di un tempo.

Prima di svoltare, ormai lontano, mi giro verso quella che era la finestra di mio padre. Era a quella finestra che fumava e mi salutava.
Mi sembra di vederli i suoi capelli bianchi, e tutte le avventure, le mie, che in un certo senso inaugurava con quel suo saluto da navigante.
Molti dolori mi hanno reso uomo.
Molta musica mi ha avvicinato alle emozioni, sino a farmele prevedere anche in una scintilla lontana.
Molte sparizioni hanno inumidito i fiammiferi, i muri maestri delle mie costruzioni, ma sono ancora qui.
È decisamente doloroso essere umani. E volere ancora il vento.

Luca De Pasquale, 19 febbraio 2013