30/01/13

Amori estremi senza futuro


Asserragliati nelle comodità racimolate, infastiditi per le difficoltà riscontrate nella nuova zona a traffico limitato, legati morbosamente all'idea di famiglia come salvezza e come clan di primo soccorso, fraintenditori di coiti e di estasi, vezzeggiati dai miasmi di manie proibitive e assecondati da amici senza nerbo, impauriti fottutamente dalla morte e dalle delusioni, i nuovi borghesi che conosco mi sembrano più poveri di me, più alle strette, così inermi e falsamente docili, pronti a ricorrere in appello per cento euro in meno in busta paga, pronti a chiedere facilitazioni millesimali all'avvocato di famiglia, poco orgogliosi quando si tratta di usufruire di conoscenze, salmodianti e penosamente didascalici quando non sono in gioco in prima persona.
Nato e cresciuto in un quartiere ricco, quasi esclusivo, diventato adulto e delirante meticcio in ambienti eterogenei, mi ritrovo oggi a non appartenere a nessuna tribù che possa scaldarmi. Troppo elitario per i semplici, troppo pezzente e improvvisato per chi immagina di sposare ampi mezzi a buona preparazione culturale.
E dunque non mi rivolgo a nessuna casta, non intarsio ritratti generazionali, non simulo quella fetida modestia che dovrebbe portarmi a scrivere “grazie per leggere le mie storie, se voi mi sosterrete sarò felice di sentirmi ancora più Autore”. Quante stronzate leggo, nell'autocasting persuasivo di chi pensa di raccontare.
Le mie storie non sono storie, e con tutta probabilità non sono destinate al pubblico dominio. Forse sono scorci troppo asciutti da una prospettiva sradicata, senza affinità levigate, senza pazienza e definitivamente senza metodo.

Faccio questi pensieri dopo una doccia caldissima. Accappatoio bianco e blu, breve erezione, caffè sul fuoco, la città che arde di noia fuori. Gennaio sta finendo, bianco e slabbrato, le conversazioni sono state in realtà brevi comunicazioni di distanza, ho debitamente evitato sponde consolatorie, ho creduto nell'ostinazione scabra dell'auto da fè.
In tante case e in molte famiglie c'è qualcuno da piangere e da evocare; basta varcare la porta e sfregarsi gli occhi, manca sempre qualcuno.
E questo vale anche per l'amore, quest'idolo imbufalito e spolpato dalle malattie di ripristino, questo gigantesco idolo di pre-morte, a zonzo soprattutto nelle ore notturne con una lavagna luminosa di condanne per tutti, pene di movimento, pene di silenzi e ritorni, pene incomunicabili. Si possono scrivere libri e girare film, ma la risonanza di certi abissi resta carta buona solo per vestire la pelle del singolo.
Forse per la prima volta nella mia vita, non mi piace nessuna.
Non sento curiosità, non mi sento invaso dagli scioglilingua del coraggio a tutti i costi, non c'è una persona, anche impegnata, che popoli certi pensieri da soffocare.
È una condizione nuova per me, sempre troppo sensibile alle donne, sempre pronto a mettere in secondo piano il resto pur di seguire una traccia olfattiva, un flash forward, un trasecolamento dei sensi.
Senza le donne, la ma vita sarebbe stata inutile, uno sterile esercizio di suggestioni artistiche senza testa, una sopravvivenza sorvegliata. Eppure, adesso sono in un albergo su una spiaggia deserta, a curare dettagli e a non volere, non amare, non cercare. Una condizione nuova che mi ha consentito, finalmente, di poter capire qual è il mio aspetto e di quanto sono fiero e sciocco in stato di solitudine. È importante guardarsi vivere, sentire cosa cede e cosa cresce, commisurare la terra bruciata alle possibili aspettative, vedersi in un interno, un piccolo interno con finestra nascosta.
Non mi sento richiamato da alcunché, non c'è una mistica da perpetrare, non c'è una dolce follia da ammaestrare ai tempi crudi dei giorni ripetitivi. Quanto sono stucchevoli quei discorsi di rabbia per mancanza di amori e voglie, quanta pochezza nascondono.
Quello che vedo e che provo, posso farlo adesso, in stato di completa solitudine, è lei, la magnifica puttana di compagnia, a spalancarmi lo sguardo da una prospettiva sradicata, apolide, persino dimenticata.

Mi vesto, non mi rado, spruzzo un po' di profumo ma è solo un appuntamento con me stesso, avvolgo la sciarpa e accendo la sigaretta: sono pronto a scendere nel mondo, dalla tana alla strada con il corpo imbottito di musica.
E le letture di stanotte, intervallate da brevi assopimenti e fitte di mal di schiena. Rileggo con sempre più voracità Pasolini, e ho sempre di più la sensazione di avere a che fare con uno sciamano timido e forte, che doveva convivere con l'imbarazzo tormentoso di aver visto troppo in là e troppo a lungo.
Ritorno anche sul diario di Valerio Zurlini, che è di una bellezza così dolorosa da dover essere accantonato nei giorni più difficili.
La scrittura di Zurlini è emotiva ed elegante, ma anche lucida, disincantata, proprio -come io amo- da una prospettiva di deriva, di rimpianto, di vitalità costantemente fraintesa. Un intellettuale umano e al contempo spietato, che affida ad un libro il suo testamento interiore, senza farsi sconti. Zurlini è una figura che mi ha sempre affascinato, sino a diventare una sorta di padre spirituale, un diradatore di sentieri. Chiunque mi ha conosciuto non è stato dispensato dalla mia insistenza circa la necessità di conoscere, almeno conoscere, “La prima notte di quiete”, “Il deserto dei Tartari”, “Cronaca familiare” e il resto.
Zurlini ha trascorso molte fasi della sua vita in solitudine, fino ad un'ingiusta e prematura morte ai margini del sistema cui aveva cercato di dare, in ogni caso, un contributo non sostanzioso ma sostanziale.
Ecco, la lettura del diario di Valerio Zurlini mi rimarrà dentro, per sempre, come una comunione, come un amore asincronico ma reale.
Perché anche io, imparagonabile al suo genio visivo e narrativo, tendo alla solitudine, all'amore come ultima visione degli occhi, e in questo Daniele Dominici è e sarà sempre la mia icona più veritiera.
Come rimarranno le parole di Pasolini, la sua verità, il suo martirio.
Come rimarranno queste giornate spennate, pulite solo a metà, crudeli e selvagge di immaginazione e guerre annunciate, come rimarrà questa sensazione di esilio controllato, in un interno invaso dal vento e da coni di luce polverosa, una mano protesa alla curiosità per la vita e l'altra a tastare i tessuti di abiti vuoti, senza persone, malamente spiegazzati su sedie sbrecciate e fredde.
Al ritorno da una giornata che è stata solo di paga e di comprensione del circostante, non accendo che una piccola lampada. Non ricordo l'ultimo brano che avevo lasciato nello stereo. È “Sovlanut” di Jamie Saft. Chissà come sono i miei occhi in questo momento. Semplicemente aperti. Nulla su cui si possa tentare di scrivere.

Luca De Pasquale, 30 gennaio 2013

25/01/13

Mescolarsi il mare dentro


"ICH BIN DER GEIST, DES STETS VERNEINT!"
Faust


Mi accorgo di essermi allontanato da uno dei miei miti, Jaco Pastorius. Nulla di sacrilego o revisionistico, solo fisiologico. Con il volume elefantiaco dei miei ascolti e delle mie curiosità, sono spesso costretto a lasciare i padri e seguire altre strade. Da tempo sono tutto preso dal Rock In Opposition, dall'avanguardia, dalla Black Rock Coalition, da Zeuhl, e così ecco che Jaco non lo sfioro da un bel po', tenuto conto che buona parte dei suoi volenterosi epigoni non mi interessano.
Ma il solco primigenio è dovuto a lui e alla sua musica, il modo che ho di ascoltare prima il basso, cercarne di individuarne propulsione, forza espressionista e imbastitura del tutto.
Senza Jaco Pastorius non avrei mai potuto amare un bassista tanto diverso come Jannick Top. Senza Jaco non sarei arrivato a Ornette Coleman, a Kip Hanrahan, persino all'indie rock più misconosciuto e meno fighetto.
Non si può restare ancorati per sempre agli stessi artisti, senza per questo tradirli. Jaco è stato l'apripista, e ogni tanto mi fa bene tornare ad ascoltarlo, captare ancora quella veemenza punk in un contesto così differente e permaloso come quello jazzistico.
Ascolto “Kuru/Speak Like A Child” dal suo primo album solista, e ancora mi stordisce; una vaga malinconia mi prende alla bocca dello stomaco, perché vorrei rivivere quell'emozione irripetibile del primo vero approccio. Come quando ti soffermi a pensare, confusamente, ad amori che non rivivrai, spolverati ogni giorno e relegati con amarezza su altari raggiungibili solo se decidi di salire su una sedia.
Di tante esperienze, pagliacciate, dietrofront, mutevoli speranze, idolatrie precoci, Jaco Pastorius mi è rimasto, ha inciso il solco, ha deciso parecchio della mia vita. Scrivo anche per la sua influenza, non è detto che uno scrittore debba essere per forza influenzato da altri scrittori.
Non colleziono feticci di Pastorius. Non concepisco il collezionismo spinto, da musicofilo lo trovo piuttosto ridicolo. Trovo deprecabile e malsano possedere duecento stampe diverse dello stesso album dei Genesis o dei Pink Floyd, gruppi che si prestano maggiormente alle manie riempitive dei disadattati. Nei quali mi annovero in prima linea, intendiamoci; ma del collezionismo faccio volentieri a meno, anche nelle amicizie.
Stasera, una sera fredda in cui le chiacchiere sono a zero e non ho nessuna voglia di ripescare vecchi contatti sbiaditi, ecco che Jaco torna a farmi compagnia. Jaco è stato l'amico che è andato via per primo, ma è rimasto sulla soglia a dirigere molti flussi di emozioni. E dunque grazie a John Francis Pastorius III.

Ieri ho preso uno dei fatidici caffè con un'amica. Riusciamo ad essere amici solo perché non ci piacciamo fisicamente. Atteggiamento limitante, il mio, ma chiaro. Non potrei frequentare una donna che mi attrae senza tentare di conquistarla. Una bolsa banalità che non ricuso certo oggi, alla luce di tutte le cazzate additive che ascolto.
Lei mi dice che è giunta l'ora che io scriva il secondo romanzo. Perché sono nella classica crisi dei quarantenni; affetti malfermi, insicurezze lavorative, la famiglia decimata dalla vecchiaia e dall'indifferenza, tutta la scarsa lungimiranza della mia vita pagata in un solo conto.
Non sono riuscito a prendermi una striscia di fede da tenere sotto il cuscino; sono sempre stato un imbecille quando si trattava di tesaurizzare e mantenere, le spiego, avvolto in una nube di fumo.
Strano comunque che io non le piaccia; a volte sono affascinante nelle mie sconfitte. Mah.
Vuoi dire che sono alla deriva?”, le chiedo.
No, no... è che devi mettere un capo a terra”
I capi li metterei altrove, a testa in giù nei peggiori cessi chimici”
Non iniziare a infervorarti, rifletti sulle mie parole. È ora che tu tracci una linea, e ricominci a scrivere, anche a scriverti, se necessario”.
Con una boccata finisco la sigaretta, peccato. Respiro la sera.
Ma io l'ho già tracciata una linea, sai. Peccato che dalla mia parte io non abbia lasciato praticamente nessuno...”
Io sono qui”
Solo perché come maschio non ti attizzo”
Silenzio imbarazzato. Decido di riprendere.
... vedi, a un certo punto sei costretto a mettere ordine sul serio. Devi mettere per forza qualcuno alla porta. Anche tra le tue manie. Anche tra chi appiccicava alla tua finestra messaggi d'affetto, senza farli seguire da fatti profondi. Arrivi anche a fare colloqui selettivi per una semplice scopata, nei limiti delle tue possibilità, perché il tempo è trascorso e non hai più tante riserve di energia reale. Non bisogna scambiare la reattività per energia costruttiva, la mia reattività per esempio è principalmente orgoglio ferito, ribellione, disadattamento consapevole al mondo circostante e anche circonciso”
Lei ride. Come sono belle le donne quando ridono senza mentire.
Sono il sovrano delle amarezze, non mi trovi affascinante?”
Sei solo uno che fa di tutto per non essere preso sul serio”
Preferisco”
Accendo un'altra sigaretta. Mi rendo conto, mentre il vento ci fa rabbrividire di quel poco che abbiamo, che per me è uno sforzo parlare, confrontare, ancor di più spiegare. Sere fa, durante l'insonnia, ho voluto guardare tutti i numeri che ho nel cellulare. 114. E ho concluso che avrei avuto (poco) da dire solo con due di loro. Penso di essermi azzerato sul serio, è iniziato per gioco ed invece eccomi qui, a costruire ponti tra le sere più gelide e le albe gentili che filtrano dagli infissi sconnessi della mia tana.
Quando cerco di scovare nel magma del rancore, non trovo quasi più nulla, è stato raschiato il possibile. Di certo, sono stato sollevato dall'incarico assai improbabile di proporre i modelli di quel che ho vissuto finora. Non racconterei mai con tono dolce ad un ragazzino della bellezza della famiglia, ad esempio. Esentato dall'incarico, inutile ricamarci su, inutile mentire. Certe sedie sono vuote.

Il vento freddo ridesta in me un residuo di umanità e di empatia. Guardo la mia amica, quasi mi intenerisco, ci prova, ci prova ad essere felice. Come un po' tutti. Siamo seduti a questo tavolino tra brividi e suonatori ambulanti, entrambi senza amore, entrambi con gli armadi sovraccarichi di emozioni invecchiate spacciate per un cambio di stagione qualsiasi.
Lo so, di disporre di belle parole, quando sono ispirato. Ma è così raro che servano e che emozionino. Me, no di certo. Le uccido quasi sempre prima che diventino tentativi di comunicazione. Da bambino sono stato zitto per anni. La mia parlantina è solo silenzio, ho cercato di dirlo ma non ha funzionato per niente e così eccomi qui.
Le nostre tazze di caffè sono vuote. Non credo ai fondi di caffè. Lei infila dei guanti. Le propongo di alzarci. Appena ci provo, la mia schiena mi ammazza di punture di spillo. Non sono più un ragazzo, lo so. Forse non sono mai stato bambino, sballottato da un ricordo sbagliato ad una bugia, dalla viva partecipazione dei miei genitori all'ostilità di quelli che mi davano l'imprinting di diverso senza nemmeno conoscermi.
Ci alziamo. La sera non fa altro che promettere la notte. Penso si possa almeno scegliere quale lampada di malinconia accendere. Passerà velocemente, mi sentirò presto l'Achille in seno e mi incazzerò con più di mezzo mondo.
Farse comportamentali come giardini pensili.
Mentre lascio i cinque euro sul tavolo e faccio un cenno alla tipa del bar, arriva il venditore di rose. Biascica qualcosa, e piazza una rosa sotto il muso della mia amica. “No”, dico con tono fermo. L'uomo, che puzza vagamente di vino, insiste. Sento una cellula di violenza risvegliarsi, ne ho tante di assopite. Mi viene di dirgli “levati dai coglioni”, ma l'attacco mi muore dentro, come tante altre cose.
Come cazzo sono vecchio, stasera. Come sono innocuo. Di sicuro leggerò fino a tardi. Il posacenere sembrerà d'oro sotto la luce dell'abat-jour, e saprò accontentarmi.
Domani, alle prime luci dell'alba salterò dal letto e cercherò di farmi del bene, mescolandomi il mare dentro, scrivendo velocemente la partitura della mia dignità nel vivere.
So che la violenza tornerà. E con lei, le passioni, l'irrazionalità, la ricerca di un canale che conduca al mare e alla morte attraverso l'amore, o quel che ne resta.
Vado in cerca della morte cercando di travolgere e amare tutto ciò che sembra appartenere al mio mare: sirene, relitti, naufraghi, fari, banchine, onde e creature del freddo.
È solo un modo di vivere, un soppesare con la coda del cuore il tempo che resta, con più difficoltà perché il fumo è tanto e spesso mi vesto di nero.
Che strano che io non ti piaccia”, dico alla mia amica.
Lei ride. Sono belle le donne quando ridono.
Anche quando mentono.

Luca De Pasquale, 25 gennaio 2013

15/01/13

Calci di Venere


Mi aggiro per la città con addosso tutti i dischi in trio di Kuhn, Humair e Jenny-Clark. Quanto mi è rimasto dentro il suono di Jean-François Jenny-Clark. Per fortuna.
È piovuto nel primo pomeriggio, ma la città continua ad odorare vagamente di merda e di smog. Mi fanno male i piedi, senza un preciso motivo. Mi chiedo come dev'essere avere una stabilità economica. Una sensazione che non ho mai provato per davvero; mi rendo conto di non concepire altro che la sopravvivenza sotto la supervisione blanda dello stile. Al punto da stupirmi quelle rare volte che potevo considerarmi 'coperto'.
È vero, mi stupisco molto quando le cose girano bene; lo apprezzo ma resto guardingo. Mi accade sin da quando ero bambino. Temo che ormai faccia parte del mio carattere.
Così come mi stupivo, e mi stupisco ancora, che la voce di qualcuno sia curiosità, trasporto, e non assenza travestita da costernazione.
È così raro che mi fidi di qualcuno.
È così raro che qualcuno di cui possa fidarmi poi mi piaccia.
Perversioni degli esseri umani. Peccato.
Ho mangiato uno schifo, in una trattoria tipo pub per ragazzotti. Una roba indegna. Sento ballare tutto dentro, in primis un olio probabilmente strafritto, indigesto. Come si può essere belli quando un pessimo olio di arachidi danza dentro di te?
Oggi presto poca attenzione alle persone, noto solo -radar nascosto e anche pigro- le cosce delle donne. Mi sento pesante e ben poco romantico, mi sfuggono i dettagli, le voci mi disturbano. Devo tornare a casa prima che la nausea prenda il sopravvento e diventi generalista.
Per strada ci sono ancora le luminarie del Natale; è uno spettacolo osceno. Questa scena mi regala un torpore lento, misto ad una voglia di fuga che aumenta ad ogni visione involontaria. Ognuno è tornato alla sua fottuta vita. Dopo i baci, le abbuffate, le famiglie d'oro e argento, i pacchetti, i buoni propositi, i bocchini a Capodanno, le tresche tenute ridicolmente nascoste, le fissazioni altalenanti per chi non ci vuole.
Quest'ipocrisia trascorsa e archiviata mi scoraggia, sono sui lembi del giorno e posso scivolare giù in qualsiasi momento; come una qualsiasi, insignificante, mollica da spazzare successivamente.
Ogni anno devo osservare le lumache che sbavano. Ad ogni fine di un amore si sentono cazzate, menzogne a fin di bene, finte lacerazioni della pietas. È uno spettacolo monco, inscenato ad uso del Bene, ma con le sottane e le pettole sporche di merda. Come sempre. Nessuno escluso.
Stasera non ho fulminazioni per donne di passaggio. Sono annoiato e in tenuta da reduce, come un vecchio pazzo in un autobus affollato.
Potrei parlare per ore dell'amore e non essere creduto, anche nei momenti di maggior pathos, magari sincero.
Quanti fantocci con la mia faccia ho fatto saltare su mine da me disposte, in bei giardini di rose e di lacrime?
Quanti pensieri concilianti ho portato allo specchio, seducendoli e istigandoli al suicidio?
Come far eccitare una bella donna e poi non consentirle di amarti; qualcosa di imparentato con il sadismo, il masochismo e la vocazione alla sparizione che si rinnova, si rinnova sempre fino allo scherzo supremo, decidere di restare e non riuscirci. Beffe.
Quest'inquietudine che non basta mai: divora le notti, le mastica, le sputa, le trasforma in tane, in vendette, in allucinazioni.
Quest'idiosincrasia così violenta per le poesie, le lontananze, il bel pensare, tutte le chiese costruite solo per contenere speranze.
Non sopporto gli afflati poetici, mi risuonano sempre come lamentele di un'estinzione senza lotta. E non credo alla lontananza come veicolo di emozioni, è solo una cazzata per arrangiarsi.
La vera sfida è la presenza, non c'è più da discutere.

Mi guardo per sbaglio in una vetrina: uomo quarantenne con sigaretta e borsa più busta della spesa. I miei occhi sembrano due stanze nere, le mie mani sembrano lunghe, bianche e adatte alle carezze. Riprendo a camminare. Ho un intero romanzo in testa, da mesi. Ma non è il momento, mi dico ogni notte, quando vince la voglia di leggere gli altri e lasciare che la vita sia. Ora artefice no, no.
Mi vedo impegnato a comporre i miei ambienti secondo le penombre che preferisco, il tocco di blu, i maglioni infeltriti, le ballate rock alla frontiera dell'imbrunire, il posacenere pieno da spostare tutte le volte che devo mangiare.
La città è fredda, umida, sono a pochi passi da casa. Penso ai giorni buoni e ai loro piedi veloci, troppo veloci. Penso a tutte le volte che vince la rabbia e devo disarmarmi nella scrittura, tra le sue braccia disinvolte e menzognere, quella scrittura che da ragazzo mi dava la forza di reagire a tutto quel che già sapevo non mi sarebbe piaciuto.
E ricordo quella festa del liceo, quando ballai con una ragazza e sentii dentro la morte senza sapere perché.
Ma che cazzo succede?”, mi chiesi; oltretutto la ragazza sembrava starci ed io ero eccitato, fiero, contento.
Ma venne fuori il vuoto, mi tolse il respiro, mi tolse le scintille dagli occhi e mi mandò una delle prime volte all'Inferno. Vogliamo chiamarla 'la corda rotta'? Non conta molto. No.
Sono stato tante di quelle volte all'Inferno, all'improvviso, da non avere più paura delle passioni e degli sbagli.
Lontani pianeti e galassie dall'esistenzialismo fine a se stesso; magari potessi permettermi quel lusso.
Mi hanno mentito, quando non potevo capire.
Mi hanno protetto, quando non volevo essere protetto.
Hanno cercato di darmi delle regole, quando volevo solo amare.
Hanno scambiato missioni a perdere per lagne di una mente tormentata.
Sono adulto abbastanza per decidere di rompermi la testa dove desidero.
Non mi godo spesso la mia diaria di attore vagabondo, senza casa, l'anima come un carapace, la sensibilità nascosta tra le lenzuola più sporche e vissute, mai usate come bandiere.
Com'è avere una casa? Ditemi.
Com'è sentirsi a casa? Cosa si prova? Quale molecole di ingegno sconosciuto si attivano per garantire la continuazione?
Io, umilmente, lo ignoro. Ma non lo faccio a capo chino. Mai.
Ho cercato sempre di conoscere persone non contente e assuefatte ai loro sogni; mi sono sembrate sempre migliori quelle anime così ingenue da voler nascondere ancora le ombre.
Io ci ho rinunciato da tempo. E scrivere mi è sempre più facile, sempre con vista sul precipizio e senza possibilità di costruirci alberghi.
Non puoi nascondere le cicatrici e il tempo che non ritroverai mai, forse a causa di menzogne, di inutili protezioni, di sconsiderati gesti di devozione. Non puoi nascondere la tua ignoranza smodata e sconcia circa la fortuna. Dove c'è la fortuna ci si dovrebbe sentire a casa, credo.
Io non so la mia fortuna dove sia. E se è presente nelle stanze che non conosco. Io non so se è un mio diritto, ma tendo a pensare che tutto quel che compone una vita è imprevedibilità da non addomesticare.
Continuo a salire su treni notturni, con il mio fiato amaro di uomo, le mani sempre più segnate, calci di venere e fogli sbiaditi, abbandono libri ovunque, la musica la ricordo ma non la trattengo, cerco di capire ancora come si fa a non tramutare gli abbracci in incubi, ci provo con un'ostinazione demenziale, passando per tutti i valichi della solitudine, ogni volta che mi si chiedono spiegazioni che non so dare.
Ad ogni stazione, in piena notte, guardo a fatica dal finestrino per non perdere il dono dello sguardo, uno sguardo quieto e adulto che possa accorgersi di un'attesa, di un incontro che non trasudi morte ad ogni instabile compromesso.
Ma non riesco proprio a prendermi sul serio; per questo rifiuto le poesie, le confessioni organizzate, i palpiti per convincersi che toccherebbe anche a noi amare.
Bisogna viaggiare senza bagaglio. E, soprattutto, non illudere.
Nessuno. A qualsiasi costo.

Luca De Pasquale, 15 gennaio 2013

13/01/13

Risponde il cazzo


Ci metto quasi un'ora a capire dove sono, chi sono, cosa c'è attorno, cosa c'è da fare, quali sono le pagine aperte, quali strade percorro abitualmente e quanta ruggine c'è da grattare sulla fiancata.
Un'ora ogni mattina, per riabituarsi. Per decidere che è stata una scelta dormire da una parte del letto e non dall'altra.
E raccapezzarsi dell'inutilità di salvare dati in continuazione. Per grandi linee, la memoria non serve a un cazzo, è un ingombro, un paradosso, un compromesso.
Le conseguenze come mere coincidenze.
Mi lavo lentamente, tra il caffè, le sigarette, il telegiornale. Mi lavo a pezzi perché la doccia mi sveglierebbe inutilmente in un solo istante, e non voglio. Voglio arrivarci gradualmente.
Mentre mi vesto, mi ricordo che la mia aspirazione è vivere d'istinto, senza ricordare niente, senza soffermarmi più. Basta ricordare. Basta ricamare. Basta addentrarsi nel possibile passato prossimo, nella battitura balbettante del primo destino, tra le righe troppo strette di vecchie passioni.
Mi sta tutto stretto. Forse anche questi vestiti. Ho bisogno di spazio, di aria, e non desidero collegamenti tra cose, persone, idee.
Inorridisco tutte le volte che conosco qualcuno e scopro connessioni con altre persone che ho conosciuto, e magari liquidato. È inaccettabile vivere in una città che conta quasi due milioni di persone e rendersi conto che sembrano conoscersi tutti, anche se di sfuggita. Lo trovo sconfortante, e il rinculo è forte, divento guardingo, come se non potessi fidarmi.
L'orrore di ritrovarsi ad un tavolo ovale con due persone nuove che ne conoscono otto già superate, anche nella resistenza sconsiderata della memoria. L'orrore.

Mentre sono in turno, seduto alla mia postazione, arriva una coppia. Lui basso e sportivo, lei bionda e con una certa presenza magnetica. Lui mi guarda da lontano, e smette di avvicinarsi. Viene lei. Nel momento di rivolgermi la richiesta del caso, si china verso di me come se volesse divorarmi o respirarmi. Trasalgo, ma mi contengo.
Nello sguardo che segue a questo avvicinamento, io sono la vitima e lei l'espressione di un potere tirannico e passeggero.
Faccio in tempo a prendere un po' della scia, resto seduto, guardo il piccolo culo tonico del suo uomo allontanarsi. Faranno filmati mentre fottono, lei potentissima. Faranno filmati anche solo di baci con la lingua. Lei il peccato e lui il niente.
Entro in questa dinamica sconosciuta come una nuvola di altre vendette, sono solo un momento che finirà per riportare quanto ha visto e vissuto. Vale poco, per noi.

Vogliamo mettere il potere della parola con quello del corpo?
Non c'è partita. Il corpo stravince.
Questo penso, mentre sono costretto ad interpretare con un'amica my own role, e cioè quello dell'uomo riflessivo, profondo, dolente, quasi poetico. Mi è sempre andato stretto. Lo trovo noioso, poco immediato, di scarsa soddisfazione. Mi si chiedono opinioni che non mi sono mai passate per l'anticamera del cervello.
I comportamenti sentimentali degli esseri umani non mi interessano. Ognuno, o quasi, crede di essere coerente, ma non è così. Ondeggiamo paurosamente. Non filtriamo le informazioni e le mischiamo alle speranze in un minestrone indigesto, stucchevole alle prime cucchiaiate.
Penso di aver imparato pochissimo. Forse, questo sì, a distinguere l'interesse dall'eccitazione, ma solo questo. Come spesso ho scritto, il cazzo non è certo un osservatore imparziale; e non aiuta affatto la smania di possesso, di comando, di dominio. Quella buffonata che spinge spesso noi maschi ad amare infinitamente scene di sesso orale generosamente ricevuto, magari in condizioni precarie e per questo più arrapanti. Ma non è il sale della vita. È fame, fame atavica, violento desiderio di affermarsi anche sulle macerie. È predazione corretta, è il singulto naturale, l'oasi più selvaggia, non necessariamente sei tu.

Ne ho avuto una prova due giorni fa. I miracoli dell'uccello, certo.
Quasi alla fine di una merdosa e puzzolente giornata di lavoro, ecco che arriva una ragazza piccolina, con la schiena scoperta e tatuata, la coda di cavallo e le labbra carnose, quel tipo di labbra che diventano un'ossessione da far contorcere, in qualsiasi modo, con le mani, con le parole, con la sventatezza di un comportamento osceno.
Il mio cazzo risponde. Risponde subito, tanto che devo correggerne la postura. I primi pensieri sono i più urgenti: la guardo e penso solo che vorrei scoparla subito, qui, adesso, con questa ridicola tenuta addosso, in modo improprio, licenzioso, addirittura esibizionista. La guardo e penso che voglio prenderla per mano, portarmela in uno degli stanzini o delle uscite antincendio, toccarla, zittirla, scoparla, basta.
Il mio collega anche sta sbavando, ma in modo diverso; parla, racconta, si confonde, si gratta la testa. Ma vaffanculo. Io sono diventato solo un pezzo di carne, carne senza pensieri che cerca di entrare e sputa senza volerlo sul creato circostante, su altre urgenze, persino sulla mia anima che si ostina a non volere scocciatori intorno.
Me ne fotto di immaginare che intimo indossi o quanto sia vezzosa durante, io voglio solo entrare e chiudere le nostre bocche dietro le vecchie tende di Dio. E basta.
I corpi chiamano, il cazzo risponde, l'anima vaga cieca per libri, insonnie, suggestioni, memorie frenate e notti gelide di un inverno qualsiasi. Ma il cazzo risponde.
È già molto, forse è anche troppo.
Mi avvicino alla ragazza, ci guardiamo un attimo, mi sento uno sciame di calore in transito, i pensieri si sono azzerati. È questo, dunque, che mi interessa? Equilibrarmi sugli assestimenti del cazzo e delle sue scosse? È un'ipotesi.
La fame di questo tipo non è questione di soddisfazione, frequenza, astinenza, eccetera. La fame di questo tipo è sempre stata presente nella mia vita, come un bilanciatore di febbrili malinconie, di mania dell'impermanenza con le persone. Quello che il mio cuore non raggiunge, io lo affido al cazzo. È un approccio onesto.
Questo mi resta, questo mi piace, e non voglio rotture di coglioni esistenziali, quelle lunghissime vasche di consapevolezza da dolce cricetino mezzo frocio.
Resto a guardare la ragazza.
Lei dice al collega che ha caldo, l'aria giù in vendita non funziona. Inizia a sventolarsi con la mano destra, e il mio corpo interpreta questo gesto come un ulteriore pretesto di eccitazione.
Ma io quelle mani te le metto dietro la schiena, e a lungo. Cristo.
Sono guardato a vista dalla mia mancanza di disciplina, lo so. La risposta al cazzo. Riesumerò questa scena dello sventolio magari in un momento sbagliato. Magari quando sarò in un'altra, perché succede, eccome.
Mi avvicino per l'ultima volta, mentre lo faccio penso a tutte le scommesse che ho perso, a tutte le mie debolezze, e allo stesso tempo ho voglia di metterle la mano sul cazzo, perché è lui che risponde in mia funzione e in nome del mio volontario confino nella notte.
Sono folate di calore, incesti di colore, scadenti poesie d'agonia, il capriccio delle amnesie, l'assordante ferraglia delle feste che sono finite e non torneranno mai più.
Ognuno risponde come può e come crede, ognuno può decidere di restare ore a guardare le caselle dell'illusione accendersi, come in un gioco a premi.
Ognuno può implorare il suo Dio perché la solitudine non lo faccia a pezzi, non lo smembri, non lo maciulli, soprattutto non lo renda più ridicolo del solito.
Ho sfasciato tutti i miei altari e ho aspirato tutte le possibili lacrime che da quegli angoli vuoti provenivano, non ha resistito quasi nulla, perché è difficile opporsi alla rabbia di un uomo quando non si offrono altre alternative che la consolazione regolata a temperatura ambiente.
Con un'anima insonne e un cuore in vacanza, risponde il cazzo.
È semplicemente la vita che smette di recitare allo specchio.

LdP, 13/01/2013

10/01/13

Amanti vicinissimi e dispersi


Fermi al binario della metro, io e una donna ci guardiamo per un istante.
Io ho lo sguardo lievemente appannato dalle troppe impazienze del giorno.
Ho i capelli profumati, sono stato dal barbiere.
Le mie mani puzzano di fumo. Come sempre.
Sento la sua presenza accanto. Silenziosa. Non materna. Sento il ticchettio del suo orologio, capto il suo profumo, i movimenti dell'aria procurati dalla sua pelle calda.
Non ho nessun futuro davanti, nessuna previsione, nessun impegno.
La strada che ho alle spalle è un mare di sale uniforme, frammisto a nebbia.
Il suo smalto rosso.
Tutta la musica che non ci appartiene. Dolore passeggero e reale.
Percorro le sue gambe con lo sguardo, è una fitta, è un risveglio in mare aperto con le labbra suturate.
Da quanti anni una notte non è più una notte senza parole?
Da quanti tradimenti dell'immaginazione scaturisce la prigionia di ogni passione?
Sono un uomo della notte. Sono diventato un uomo del silenzio.
Chissà se riuscirei a sorriderle e dirle “sai, mi arrendo”.
Quanta musica ci divide? Quale sarà il suo nome?
Stavolta profumo come un damerino. Il mio sguardo è serio e non ho voglia di scherzare.
È sempre così quando una donna richiama le mie braccia e poi la morte.
Romantico. Probabile. Romantico, con mani inchiodate all'orgoglio e al percorso più difficile, quello dell'identificazione, dell'addio e del continuo perdono.
In una camera blu, lei ed io. Senza toccarsi, attenti a non sfiorarsi. Respirare insieme senza la paura del giorno dopo.
Respirare insieme senza che le croci ridano, nascoste dietro uno steccato di ragionevolezza e pentimento.
Se solo si girasse ora. Le mostrerei tutto il male che ho fatto e una parte di quel che ho ricevuto. Blu notte per noi due, distanti come stelle al guinzaglio, disinibiti nel dolore eppure distanti come una follia.
La presenza della sua vita mi stordisce, mi illumina di bande nere, di sangue e di riflessi che ho ricordato solo nei sogni.
Amanti lontani senza carta d'imbarco. Amanti vicinissimi e dispersi.
Non saremo.
Rimetto la notte a tracolla. I miei capelli profumati. Il mio corpo d'uomo. Lei.
Da quanti sogni siamo immobilizzati. La guardo per l'ultima volta. Condanne.
Tutta la musica che non ci siamo concessi.
Chissà le sue carezze che cosa ricorderebbero, in una stanza dove il cielo potesse essere solo notte. Il treno arriva. Le parole mi accerchiano, mi costringo alla vigilanza di ogni possibile ipotesi di prosecuzione.
Avrei voluto prendere per un istante la sua mano. Perché mi piace amare, mi piace rischiare, mi piace morire.
E negli anni ho imparato a riconoscere la musica migliore, quella che non ci siamo concessi.
Voglio un'altra alba al belvedere di S. Martino, a panchine vuote e non raggiunte.
Ricordare e arrendersi.
Ritorno/andata.

Luca De Pasquale, 10 gennaio

07/01/13

Anatre morte e gardenie ferite


Oggi mi piace ricordare Giampiero Bianchi, validissimo attore di teatro e di cinema, suicidatosi nel 2005 a soli sessant'anni.
Lessi sul giornale del suo suicidio, si lanciò sotto la metropolitana a Roma.
Apprezzavo molto Giampiero Bianchi e la sua aria elegante e dolente. La notizia mi lasciò sconcertato.
Non ho altro da aggiungere. Solo, mi piace ricordarlo.

Lunga passeggiata solitaria di lunedì mattina.
Saldi esposti in negozi spettrali, strade semivuote. Una passeggiata con le mani in tasca. Rinnegare ogni cinque minuti quel che si è fatto, ricreare, distruggere di nuovo, aggiungere esperienze.
Strade sporche, umide, attraversate da anziani timorosi e ragazzi sguaiati, ingenui e dimenticabili.
Non venirsi incontro. Non spalancare le braccia alla semplice aria.
Ogni consolazione è una lettera generica, senza affrancatura. Cammino per le strade della mia città come un forestiero appena arrivato; se mi trovassi a Lecco, a Sondrio o a Udine non farebbe alcuna differenza.
C'è sempre un prezzo da pagare. Io ho sempre preferito quelli pagati quasi in tempo reale.
L'affetto sospeso delle persone è tante volte colla per bambini, piccoli grumi di colla fredda che invece di congiungere superfici le allontanano.
Sì, potrei trovarmi a Frascati, a Bra, ad Alessandria o a Chieti. Una sensazione di novità obbligatoria nei gesti quotidiani.
Passo accanto all'ospedale dei bambini, costeggio strade laterali, residenziali, senza armeggiare con il telefono e senza sfoggiare sguardi incuriositi. Ho tagliato tanti di quei ponti da poter costruire un impero di rimanenze. Una sensazione strana, per un uomo della mia età.
Devi cedere al metodo dell'oblio, ogni tanto. Non puoi pianificare vendette in continuazione; eppure ne avrei, la lista è molto lunga.
Potrei presentarmi in qualsiasi cantiere di Dio e protestare a lungo, snocciolando una lunga lista di episodi sgradevoli, ambigui, squallidi.
Le bugie, le buffonate, i dietrofront, la miseria della conservazione, la blanda monotonia dell'ego che continua a vaticinare su se stesso. Ma mi annoia molto questa continua costipazione, è faticosa, è sterile.
La tenerezza è un mostro molle e insidioso. Lo stupore per la vita è un atteggiamento parrocchiale che mi disgusta. Quando il tappeto del destino inizia a restringersi, assisti alle cadute di chi aveva spergiurato, di chi era stato enfatico e pomposo nell'annunciarsi perenne.
Su questo, almeno su questo, non ho mai mentito: sono un uomo che può decidere di andar via. E difficilmente torno indietro. Il prezzo da pagare è probabilmente non avere alcuna cittadinanza dell'anima.
Le crepe sono crepe, non sorrisi di bambini disegnati sulla polvere di un tavolo che si può sempre spolverare. Le crepe sono crepe e creano distanza.
Io rispetto la distanza e non mi presento più. Non posso fare altro.
È inutile voltarsi a guardare un parco asettico riempito da fontane di lacrime più o meno lugubri. La morte non esclude che possano esserci sparizioni in vita, perché si è già lontani, perché si è stati doppiati dalla malinconia o perché ci si illude di ricominciare altrove.
Più che ricominciare, in genere si persevera indossando un po' di cera nuova.

Le mie lunghe passeggiate non prevedono compagnia e sono ben poco mistiche. Credo si tratti di una prova di forza con una scelta estrema, un corpo a corpo con i conti da pagare, sotto la piaga purulenta di quelle responsabilità morali alle quali non mi sono mai sottratto.
Individui difficili pagano pedaggi faticosi.

Da qualche giorno mi sveglio con poca memoria. Tendo a non avere sguardi retroattivi, una mia prerogativa spinta. So che missione compiere, non faccio domande, non analizzo più, e soprattutto non mi confido.
Non per sfiducia, ma uno che non ha niente da dire cosa confida?
Sulla via del ritorno, incontro Biagio. Un incontro che non mi rallegra. Perché Biagio è una di quelle persone che vuole sempre trovare del buono in qualsiasi cosa o persona, ed io lo trovo un atteggiamento puerile.
La sua ottusità primaria consiste nel credere che la sua visione limata e bombata della vita sia inculcabile anche in persone controverse, ribelli, sempre con un piede in paradiso e l'altro all'inferno. Questo è il mio caso e lui si ostina a non capire.
Già la domanda “dove vai di bello a quest'ora?” suona come un campanello d'allarme.
Cammino”, replico laconico.
Hai una meta?”
Torno a casa con deviazioni, tutto qui”
Ah, ecco”
Che bel dialogo tra ebefrenici, suvvia.
L'altra sera ho incontrato Marianna e Gianni”, dice.
Forse si aspetta una domanda per poter continuare. Solo che non me ne può fottere di meno, di Marianna e Gianni. Altri ponti tagliati senza alcun rimpianto.
Si stanno cimentando con il digital food... ma te ne avevo parlato?”
No. Bene”
Il discorso cade come un'anatra già morta da anni, ai nostri piedi, cacciatori disorientati di amicizie seppellite.
Che fai di bello in questo periodo?”
Di nuovo. Di nuovo questo bello.
Lavoro senza molta convinzione, leggo, scrivo, dormo, respiro”
Fa una risata. Poi: “E che leggi?”
Stavolta non ha detto “di bello”, fa progressi.
Mankell, le storie di Wallander. Ernesto Sabato. Chester Himes. Philippe Dijan”
Conosco poco”
Altra anatra morta.
Ritiene opportuno dirmi che farà un viaggio a New York con un amico. Non gli chiedo chi sia l'amico, mi accendo una sigaretta, mi distraggo con qualche coscia.
Torna brevemente sul digital food, seguo poco la spiegazione, un po' sorrido ebete e mi sembra socialmente conviviale simulare un'oncia di interesse uditivo.
Punto. Ma continuano a piovere anatre morte. Me ne vado. Sì, me ne vado.
Lo giudico un uomo capace di mutare totalmente per le carezze di una donna che gli dia tenerezza, cura e fica calda. Dunque non lo stimo. Probabilmente un pompino lo manderebbe direttamente al creatore con una bibbia di speranza alla rovescia appesa al collo.
Non stimo questa tipologia di uomini, salvati da un fantasma di donna che stiri loro una camicia, che regali piacere e sogni a strapiombo sulla morte.
Mi rendo conto, guardandolo, di essere fottuto, sinceramente fottuto e senza menare il can per l'aia. Molto più fottuto di lui, così aggrappato alla sua logica e gentile tenerezza d'aspettative.
Alla fine, quando lo saluto, gli faccio una carezza. Perché in fondo sono una persona per bene, così per bene da non coinvolgere nessuno nelle mie prove di resistenza.
Così per bene da non volere famiglie tra i piedi quando lo specchio è opaco.
È il prezzo da pagare.

A casa non riesco a riposare. Il giovane vicino con improbabili cappelli di lana canta canzoni reggae a squarciagola, la studentessa di flauto si esercita, quattro balordi in piazza ridono amplificati.
Spolvero, spazzo e lavo come se dovessi ricevere qualcuno. Forse è solo preparare la casa per la notte.
Forse è una prova di forza senza spettatori. Forse è la dignità che gioca a dadi con il destino, e non prevede recite a soggetto.
Le mie giacche, quelle che non indosso mai, mi guardano cupe dall'armadio semiaperto, gardenie ferite in cerca di odori nuovi, sole con la loro speranza, senza la mia complicità.
La casa dovrà essere uno specchio alla prima visita del vento. Lo farò entrare, ci osserveremo in silenzio, finché lo scenario non dovrà cambiare per un nuovo sforzo, un nuovo debito da saldare.
Quel giorno, o quell'attimo, vorrò essere scelto da una delle mie giacche tristi. Sarà una carezza senza promesse, come preferisco io.

LDP, 7 gennaio

04/01/13

Maschio capobranco di spettri


Se solo brusciasse la scittà, io comunque ti amerei, amore mio...”, canta il neomelodico in bomber sul palco di piazza Dante.
Sono da poco passate le 19, torno dal lavoro, la piazza è piena di bancarelle per la Befana: dolciumi, giocattoli di legno, libri usati, anelli, orologi a tre euro.
E c'è un palco dove, su basi preregistrate, si esibiscono alcuni cantori cittadini, tutti un po' improbabili, volenterosi, finiti lì sopra per chissà quale traiettoria del destino e dell'insistenza.
La mia sensazione, con la busta della spesa dietro, è quella consueta in questi orari: un soldato appena congedato alle prime luci del mattino, indeciso se passare prima per la casa natia, per l'appartamento dell'ultima donna oppure se girovagare senza meta, facendosi piacere quel che capita.
Questo malessere controllato, che potrebbe intitolarsi “radici recise”, facilita l'astrazione. Un'astrazione debordante. Agevole per me sentirmi sospinto nella mia geografia quotidiana, e basta. Nessuna presenza amichevole o sentimentale, vige e impera un'astrazione tagliente.
Questa città non mi ispira nessun invasamento civile. So di non poter redimere e di non poter insegnare. Non ne ho gli strumenti e non mi interessa affatto.
Non denuncio, non mi indigno, non segnalo, non suggerisco, non cerco la luce laddove non la vedo. Cerco l'anima, e non solo la mia, tra i rovi. Non posso fare di più. Non posso fingere di essere quel che non sono. Non sono quel che non sarò.
Continuo a camminare, il cantante mi indispone molto, la città mi infastidisce, ho una tremenda nostalgia di un lago che non conosco e che non mi accoglie ancora.
Osservo le luci dei negozi, le persone, mi scandalizzo per una minigonna cortissima su volto orribile, so bene cosa mi affligge.
Il non essere un uomo in stato di grazia. Ne sono consapevole.
Perché conosco quella sensazione; è impagabile. Ti rende forte, deciso, asciutto e persino seducente, in quell'accezione generica che è un potere favoloso.
Ho vissuto stati di grazia. Anche per pochi minuti. È uno schiaffo alla morte, e vale come un atto di coraggio che è più della musica e del sogno.
La mia imbecillità mi ha portato spesso a pensare che questo stato di grazia coincida e scaturisca con la conoscenza di una persona che possa appassionarmi. Può darsi, ma conviene ricredersi.

Mi fermo come un ebete davanti ad una vetrina di vecchi libri da collezione. La seconda sigaretta di fila. Ho dolore alle caviglie senza motivo. Ho rincrescimento e stizza di vendetta per alcune cose irrisolte della mia vita.
Vorrei un pianoforte sul lungolago, vorrei stare da solo e suonare, di fronte al lago che non conosco.
Ho accompagnato delle bare negli anni passati e ricordo poco e niente. Rimango davanti la vetrina. Mi ricordo di avere il cazzo nei pantaloni, lo tocco come per prenderne coscienza. Il mio cazzo. Il mio cuore. I miei capelli spettinati. Questa busta della spesa triste. Le mie tante madri, anche quelle vestite perennemente in nero. Gli stereotipi della passione, la sua ridicola permanenza nella memoria.
Devo socchiudere gli occhi. Soldato, soldato, riprendi la strada maestra.
Struggimento senza obiettivi di seduzione. Inedito, inusuale, doloroso.
Maschio, capobranco di spettri.
Maschio. Maschio azzerato da smanie di caduta e miracolo.
Maschio. Io, maschio, individuo, a caccia tra le spine, vestito a festa per ogni incontro evitato, scongiurato, frainteso.
Maschio passionale, maschio ferito.
Sconosciuta, la tua bocca sulla mia per pochi istanti, la buona volontà della pazzia, trasferelli finiti dalle mani dei bambini a quelle di adulti piegati, forgiati, feriti.
Maschio in ricarica, maschio sull'abisso, maschio insonne, maschio dalle tante possibilità e dagli atroci dubbi di coscienza e onestà.
Maschio capobranco, cullato da troppe madri, abbandonato poche volte, ma sempre in un vento che già si faceva tempesta.
Maschio egocentrico, maschio da frontiera e non da rivolta chiacchierona, maschio avversario dei pettegolezzi del suo stesso cazzo.
Maschio bianco, aspetto medio, smilzo, stanco, selvaggio, maschio da invidia di giuste preghiere, maschio alle corde.
Maschio quarantenne, solitario, tabagista, disattento, maschio di buona memoria, di buon olfatto e pessima qualità delle speranze infuse.
Le mie belle parole notturne. La voce roca. La seduzione di se stessi. Forma di decadenza e di avvertimento, forma di espiazione e condanna organizzata.
Maschio del cazzo. Maschio di merda. Maschio arrabbiato che cerca di comunicare con voci troppo lontane, nel tempo, nell'immaginazione, nel possibile che si staglia ad ogni torcicollo sconfitto.

Le indagini martoriate di Wallander.
Daniele Dominici. Daniele. Daniele e i quadri, Daniele e l'accecamento di una maniacale redenzione.
Drogo. Drogo e il suo abisso di attesa. Drogo e i tartari in anticipo sul destino.
Il cavallo tartaro. La morte. La morte che si annuncia, ma dopo i sogni.
La lacerazione di Raskolnikov.
L'ambiguità infettiva e malata di Stavrogin.
La smania di identificazione di Des Esseintes.
La vacuità e anche la sofferenza autentica di Emilio Brentani.
Le lunghe gite su e giù per il lago e il femminino di Marco Maffei.
La prima e ultima opera di Bertrand Morane.
La voglia di morire di Kurz in Apocalypse Now. Morire combattendo fuori tempo.
L'invincibile malinconia di Niels Lyhne.
Eroi di carta, letture notturne, momentanee identificazioni, al di fuori del circo deforme dell'esibizione culturale. Io, oggi capobranco di spettri di carta.
Le mie letture, le mie scelte; il richiamo dolente di pagine che ho dovuto conoscere senza mai sceglierle. Evocavano, incantavano, imprigionavano.
Don Chisciotte? Livello troppo alto, basta definirle suggestioni fraterne.

Rientro in casa. C'è il mio odore. Mi seggo. Rimango immobile per qualche minuto, fumando per capire dove sono e che ore mi aspettano.
Questa casa è un piccolo lago immaginario. Questa casa è un fondale di progetti spettrali che certe magie dell'attimo rendono conca di musica e anticipazioni oniriche di una certa forza.
Mi alzo in piedi. Sostengo il peso del mio corpo.
Accendo il telefono. Devo leggere un messaggio acquoso, inutile, che tradisce una certa smania di piacere. Penso che abbiano sbagliato.
Rumore di tacchi sul pianerottolo. Nessun brivido al basso ventre, solo una lieve curiosità senza occhi. Dev'essere quella che ho sentito godere l'altra notte. Quando è successo, mi sono eccitato come un adolescente. Ho anche pensato di masturbarmi seguendo i suoi gemiti e la frenesia dell'idea di non conoscerla, e di non poter immaginare i suoi occhi mentre gode. Se l'avessi incontrata anche solo la mattina seguente, avrei cercato di entrarle dentro, e senza troppi preavvisi.
Un maschio più volte frustato non può più immaginare la preparazione al piacere, rinasce in lui qualcosa di brutale, di primigenio, di sconsiderato.
Quella sera non mi sono masturbato, ma mi ha fatto piacere conservare un'erezione sciocca e fantasiosa. Maschio traditore di Onan.
I tacchi poi entrano nel loro appartamento, ed io mi quieto senza sobbalzi. Sostengo il peso del mio corpo e del mio vagabondaggio interiore, osservo, guardo, osservo e mi mimetizzo nei silenzi opportuni. Maschio cresciuto, maschio fottuto.

Sul fluire della notte, mentre scrivo, mi assedia un senso di fuga e di capacità di sovversione. Interrompo la scrittura e vado a pettinarmi. I miei capelli pettinati mi disgustano, sembro un cocco di mamma con il culetto arrossato.
Ritorno a scrivere. Mi sovviene la felicità presunta di alcune persone che conosco. Ho un moto di fastidio, e poi di comprensione. Maschio in bilico.
Maschio con altissima capacità di distruzione. I vetri si sono appannati, le luci arancioni della strada tremolano al vento, il ristorante vegetariano ha appena aperto, sento risate di donna.
Non devo distrarmi. In casa c'è il mio odore, è una conca di sospensioni, per essere in più d'uno occorre disporsi in fila indiana e stare zitti.
Maschio selettivo, maschio bastardo, maschio non più figlio.
Valicata la vertigine tra stanchezza e mistificazione del domani, dormirò.
Fingendo di assecondare una voce saggia che delimiti la smodata ambizione alla vita, alla vita che sia stato di grazia.
Maschio disilluso, maschio disatteso, maschio sull'altare della notte, reduce da diserzioni, maschio individualista, non civico, aggrappato al poderoso mistero della sua stessa stupidità.
Maschio accucciato sulla notte, predatore ora masochista ora generoso, sensibilmente imbrigliato dalla vocazione a procedere.
Maschio.
Maschio capobranco di fantasmi.

Luca De Pasquale, notte tra il 3 e il 4 gennaio