25/12/13

Gli occhi, la voce


Alcuni impiegati prendono panettone e spumante. Altri no.
Alcuni impiegati omaggiano il capo. Altri non lo hanno mai fatto.
Alcuni impiegati si credono furbi, perché ottengono privilegi così minimi che non verrebbe neanche la pena. Altri non sanno che farsene e girano al largo.
Alcune persone perseguono sentimenti positivi e conservativi, con una dedizione maniacale e inquietante. Altri decidono di passare dall'altra parte, fottendosene delle conseguenze.
Alcuni si affrettano a far quadrare le azioni di questo anno nevrotico. Altri sanno già che i conti non torneranno, che la neve non è misurabile e che i camini sono solo parte di un arredamento immaginario. Faccio parte di questi uomini.

L'anno scorso lavoravo. Qualche giorno prima di Natale feci una consulenza ad una ragazza che sembrava molto a suo agio nell'atmosfera di festa.
Avevo la febbre addosso. Non era una novità. In genere, durante i giorni santi mi piace prendere la febbre. È una dimostrazione di scarsa disponibilità che trovo rasserenante.
Non ero in pace con me stesso. Non ne vedevo il motivo, e dunque non fingevo. Solo qualche minuto al giorno. La ragazza continuava a sorridere alla mia impresa di demolizioni ambulante. Mi immaginai che odore potesse avere la sua pelle nei giorni di Natale. Che odore pulito e diverso potesse albergare nel suo letto di educata borghese intelligente.
Ricordo che non provai nulla di erotico né di sentimentale; piuttosto una sorta di tagliente nostalgia per odori e richiami che il mio naso non sapeva più riconoscere o che aveva dimenticato.
La ragazza faceva regali. Probabile l'esistenza di un compagno. Provai un senso di nausea. Basta, pensai, con queste continue relazioni di merda, utili solo a mettere alla prova la debolezza del senso di solitudine.
Mi immaginai nel letto di quella ragazza, a cercare di prenderla senza diventare un buco nero, un abisso, un'incongruenza, una lama di febbre in cosce spalancate alla speranza. Mi parve chiaro e prevedibile che i primi tempi avrebbe provato per me grande curiosità e trasporto, entusiasmo e fattività, ma che poi avrei visto sul suo volto la delusione e il disarmo. Spettacoli tragici, che dovrebbero essere dispensati a chiunque.
E tutto questo, considerai, perché è difficile stare con qualcuno che non finge di crederci, alla torta del buon vivere.
Lei avrebbe potuto regalarmi un ennesimo futuro ed io vedevo solo la mattina seguente, senza andare oltre.

Ma, dimmi, cos'è che ti ha traumatizzato fino a questo punto?”, chiederebbe un molesto grillo parlante.
Ma quale trauma. Nessun dramma romanzato, che noia questi colpi di scena e questi flashback per chiarire le origini della caduta.
Sarà bello baciarsi. Sarà bello consolarsi nelle giornate negative; e quando verrò dentro una nuova lei la guarderò negli occhi, per evitare la dispersione e il deragliamento. Sarà bello svegliarmi prima di lei, la mattina, e godersi la nebbia benefica degli inizi, sondare, chiedersi, cercare di capire.
Pensavo questo e intanto l'aiutavo a scegliere i suoi dannati regali, per il padre, per la sorella, per il probabile fidanzato, che lei definiva “un amico cui tengo molto”.
Amico? E qui si vede quanto poco credo nell'amicizia tra uomo e donna, uno dei miei grandi limiti. Ma io credo poco nell'amicizia a prescindere.
Immaginavo il suo “amico” e lei continuava a sorridermi.
La febbre mi stordiva. Volevo un letto. Il mio, da solo; e dormire un mese intero per crescere meglio e lontano dagli imbecilli.
Mi disse che al suo “amico” piaceva il jazz, e mi lanciò uno sguardo che mi mise i brividi. Per un istante pensai di avvinghiarla e dirle che il suo amico poteva andare a farsi un giro all'inferno. Di sicuro qualche ragazzotto di buona famiglia con i denti puliti, la barbetta riflessiva e qualche sano proposito. Non se ne può più tanto dei buoni propositi che dei cinici a tavolino, in genere dei mezzi impotenti con un'infanzia infelice e svariate deficienze emotive.
La guardai intensamente. “Sono un quarantenne all'ultimo stadio di pazienza”, mi sarebbe piaciuto dirle, “facciamo questa quadriglia e poi diciamoci addio”.
Ma continuai a servirla. Impiegato, con la mia divisina da numero da sodomizzare, da buttare allo sbaraglio, da mortificare. La divisina da buono schiavo con il culo che trema all'alito del padrone. Giammai.
Ricordo che per il suo “amico” le diedi un cd di Martial Solal, con tutte le mie benedizioni.
Alla fine mi sorrise per un'ultima volta e restammo a guardarci, a pochi centimetri di distanza. Ressi lo sguardo. Mi sembrò che trasalisse un po', giusto un po', i miei occhi erano di febbre e di grigio.
Mi disse, esitando il giusto, “allora... io ti auguro buon Natale”, e mi sembrò una mezza promessa. Ma desideravo conservare la malattia, disegnarle gli occhi e misurarle il polso. Stavo seguendo il mio percorso.
Un percorso scelto da soli non prevede fiancheggiatori e comparse intercambiabili.
La vidi andare via, con tutta la sua vita molto pulita e attraente.
Il sesso non mi chiamava. Succede, quando decide l'anima. Succede, quando sai che non hai altra scelta che inoltrarti in quel bosco scuro che è la dignità.

È passato un anno da quell'incontro, che tale è rimasto. Non ricordo più le fattezze di quella donna. Com'è facile pensare che un sorriso possa scriverti sulla pelle. Ma siamo noi a decidere di farci tatuare da qualche coincidenza, e poi ci stupiamo di dover pagare. L'uomo è sciocco.
Faccio praticantato nella trasparenza delle ombre e non mi trovo male. La vita mi ha insegnato che un uomo deve ritrovarsi in luoghi dove può muoversi liberamente e non sentire le catene strisciare, e la gente suggerire. Altrimenti non ne vale la pena, le costrizioni non portano mai lontano. Sto ancora imparando a distinguere le necessità altrui dalle mie, convincendomi che nessuno obbliga a trovare una familiarità che non c'è, fantasiosi progetti di purezza, e che non puoi caricare il primo manichino che sembra somigliare ai ritagli di sogno della memoria.

È obbligatorio, invece, ricordare chi siamo e cosa desideriamo. E chi.
Per allontanarsi dalle scene peggiori e dalla puzza occorrono rinunce. Conosco solo poche persone, pochissime, capaci di accettare davvero le rinunce, senza per questo iniziare a delirare su strategie, rivoluzioni e nuovi piani. Io stesso ne sono capace solo in parte, continuamente tentato dal rumore e da quella sconsiderata e molle tranquillità regalata dalla non belligeranza. I maestri di vita sono sempre dei mezzi coglioni, alla fine. Forse si tratta solo di individui capaci di guardare negli occhi gli stupidi e iniziare ad arzigogolare misteri tediosi.
Forse si tratta di persone di tale buona volontà da assumersi tutti i rischi di ridondanza del ruolo. Non saprei e non mi interessa.
So solo che a quasi quarantadue anni non mi va per niente di mettere la mia esperienza al servizio di chicchessia, se non per lavoro. Pagato. Non posso avere la presunzione di pensare che le mie inculate siano lezioni utili per gli altri, o i miei successi sprone per qualche indeciso di turno. In tanti smanettano forte pur di sentirsi un po' pigmalioni e guide, io lo trovo un gioco dell'oca per risarcirsi di non si sa cosa.

Quel che resta a volte è impalpabile e necessario. Come la musica, che si accomoda in te quando l'hai già spenta; come quella solitudine al mattino che non vuole sposi, sosia, controfigure, guardie del corpo e benefattori, ma che basta a se stessa ed è sufficientemente curiosa da rifiutare la consulenza saccente di altri sguardi.
Come quella voce che non senti più, ma che basta ancora a farti trovare acqua, cibo, riposo e un po' di fuoco.

LdP, 25/12/2013

23/12/13

Dischi


Una pletora di persone avrà scritto libelli ed elzeviri contro l'estinzione dei negozi di dischi. Se ne scrivessi oggi anch'io, con quelle intenzioni, aggiungerei una mollica insignificante ad una nutrita pila di parole nostalgiche.
Sono di parte, naturalmente, perché è quasi un ventennio che vendo dischi ed è questa la mia professione, che come scritto più volte non esiste più.
Non organizzerò quindi un discorso a tesi per dimostrare che i negozi di dischi dovrebbero esistere e resistere ancora.
Posso solo scrivere che mi mancano. Mi mancano molto, come acquirente e come lavoratore. Posso asserire senza problemi che in questo paese così ignorante ed instabile è normale che il disco venga considerato un prodotto in estinzione.
Ci sono ormai solo quasi supermercati e grandi distribuzioni, che mai e poi mai considererò negozi specializzati. Si utilizzano e si incasaccano ragazzini che naturalmente devono essere pronti anche a spolverare le casse o pulire il cesso; oppure si assoldano vecchi mausolei in declino che le necessità hanno reso mansueti e senza spina dorsale. Ma questo è ben altro discorso.
Megastore come insipidi minestroni, il cancro dei centri commerciali disseminati in ogni buco di culo fuori mano, oltre alla totale incapacità di pseudo-manager e compartimentisti del nulla, questo e molto altro ha contribuito ad uccidere i dischi.
Oltre, naturalmente, alla pigrizia e all'indolenza furbesca di molto popolo italico, e alla sua colossale e fiera ignoranza.
Ho conosciuto molte persone che si sono vantate, con espressioni facciali di indelebile ottusità, di non aver acquistato mai un libro o un disco.
Io scarico solamente... mi piace moltissimo la musica”, mi è stato detto più volte, con fare innocente e sbarazzino.
Ma con il cazzo che ti piace la musica. La musica scaricata è come se non esistesse, e la mia non è una posizione oltranzista da maniaco.
È più o meno come se dicessi che mi piacciono le donne, ma che finisco per schiaffarlo dentro a delle bambole gonfiabili.
Tanto la forma è la stessa... e poi, in qualche modo, vieni lo stesso...
Ma vuoi mettere l'odore del vinile? Le copertine? Il piacere visivo di veder girare il disco? E andare a vedere chi suona cosa, in che anno è stato inciso, tralasciando i tecnicismi di chi è del mestiere, come l'edizione, e credits più specifici.
Come al solito, non capisco e mi adeguo solo a livello superficiale, perché non posso impedirmi di essere disgustato. Non apprezzo nemmeno gli audiofili, così presi dal loro impianto e a volte così ignoranti sulla materia che tanto bene vogliono riprodurre nelle loro lussuose abitazioni. Se hai un megastereo ma non capisci niente di musica, un babbuino rimarrai.
Apprezzo poco anche i “discountisti”, quelli sempre a caccia di affari comunque e ovunque; le loro necessità di “amanti della musica” sono calibrate non tanto sulla possibilità o meno di spendere realmente, bensì sul possibile affare da fiutare. Miles Davis a cinque euro? Okay, lo compro, anche se in fondo non so se mi piace Miles Davis...
Il disco nuovo costa diciotto euro? No, aspetto che vada a otto euro, sai com'è, c'è la crisi...
Però il sesto orologio te lo compri; e anche il nuovo modello di smartphone, anche se ne possiedi altri due. Ne deduco dunque che non sei affatto amante della musica, che fai un po' di sterile esibizione in giro per amici e donne, che quella dichiarata come passione è un'aridità rampicante ad uso e consumo dell'ego.
Ma lungi da me passare per un forconista pro dischi. Non ho nessuna simpatia per il movimento dei forconi, tutt'altro, e non ho alcuna voglia di scadere in un'indignazione di maniera. Ognuno è libero di fare quel che vuole, verrebbe da dire purtroppo. Se non ti piacciono i dischi, è okay. Se però vuoi far passare che sei un grosso amante della musica e poi non fai parte di quel mondo sul serio, allora sei un pagliaccio. Tutto qui.

Negli ultimi anni mi sono passati sotto gli occhi molti finti esperti. Molti vibranti ambasciatori del disco, tutti lacrimosi quando chiudevano negozi e non c'era più dove comprare, ma era quasi sempre solo scena. Era una questione di abitudine mentale e di geografia da culi flosci.
Non c'era più la comodità di andare ad acquistare a tre euro e cinquanta la ristampa degli Allman Brothers. Davvero tutto qui. A riprova di questo, quando sono andato via da posti dove ho venduto dischi mi è stato detto “ora che non ci sei tu non ci torno più” e poi ho saputo che alcuni, come timidi e grotteschi ladri, tornavano sui luoghi del misfatto, pur di andare a scoprire come si era messa la situazione, pur di fare l'affarino.
Purtroppo sono in molti a giocare con i loro affarini, sempre più piccoli e inadatti ad entrare, a spingere vita nella realtà, e a sparare se necessario. Metafore di rara eleganza, me ne scuso.
Di uomini veri ne ho incontrati davvero pochi; e quando ho avuto questa fortuna sono stato umile e addirittura socievole, io che non sono proprio noto per essere un'anima pia.
Viceversa, di gente senza palle ne è transitata talmente tanta che ho pensato facessero parte di un continente a se stante.
Ma anche questo è un altro discorso, ed è sciocco affannarsi in controversie simili.

Io continuo a comprare dischi. Il mio lavoro di ricerca continua, e non mi basterebbero tre vite per finire o sentirmi realizzato e completo al riguardo. Per dire di conoscere davvero molto, ci sarebbe bisogno di una completa dedizione e della possibilità di investire concretamente in un progetto, anche completamente controtendenza.
Questo panorama in macerazione concede poco spazio alle speranze, e se dischi ci saranno, in qualche luogo, saranno mescolati ai cocktail, agli stuzzichini, a libri e libercoli, forse a generi alimentari. Il commesso specializzato che ti ha accompagnato una vita è una figura da film nostalgico di scuola italiana, per intenderci quelli da quarantenni Peter Pan.
Oggi non basta offrire il bello con professionalità, devi essere imprenditoriale per affrontare la crisi, la diffidenza, le diramazioni comportamentali e impulsive dell'ignoranza, la faciltà con la quale si accede a tutto o quasi tutto.
Al bando la nostalgia, ma oggi è davvero tutto fruibile, e fruibile velocemente, non c'è il tempo di desiderare, di approfondire, di studiare il come e il quando sotto la calda luce dell'attesa.
Persino tra le persone è così, ci si scarta come caramelle, dove capita e con foia fredda e malata, per poi cambiare marca, genere e idea, sempre tenendo l'anima ben lontana dal respiro, non sia mai che si apra un conflitto.

Luca De Pasquale, 23 dicembre 2013

22/12/13

Christmas Fluffer


La muerte es una vida vivida. La vida es una muerte que viene.
Jorge Luis Borges

È Natale. Tempo di marce indietro, pentimenti, bonifica delle estese aree di disattenzione.
È Natale e sarebbe opportuno, si dice, rifarci vivi con chi abbiamo trascurato. Tanto una telefonata non costa niente, con tutte le deliranti promozioni attivate dalle varie compagnie.
Come non costa niente inviare uno di quei messaggi seriali con abuso di parole come “serenità”, “desideri”, “affetto”.
Messaggi che dovrebbero rimediare a tutta la disattenzione, all'approssimazione emotiva, al disarmo sentimentale, alla faciltà impudica con la quale sono stati emessi giudizi inappellabili e luoghi comuni cannibali.
Da molti anni, Natale mi sta sul cazzo. Tutto quello che c'è attorno. La corsa ai regali. Le facce ottuse della gente per strada. La bava alla bocca per le abboffate familiari.
Per me Natale non significa niente. E dunque tutte quelle attività nevrotiche tangenziali le trovo come un accesso di follia collettiva. A Natale non mi viene proprio in mente di inviare auguri a chi non ho cacato di striscio tutto l'anno. A Natale non sono più buono, con chi, poi? In che modo? Potrei scrivere o pronunciare delle formulette a culo stretto per risultare di grossa cordialità.
Un sereno Natale a te e famiglia”. Grazie, da parte del vuoto.
Che tutti i tuoi desideri si avverino”. Allora crepa.
Un pensiero, in questo giorno così speciale”. D'accordo, infilati pure un capitone su per il retto.
La mattina del 25 sarebbe ideale per una sveltina. O per un coito orale colpevole, durante la sfilza delle chiamate cui non si risponderà. Il pomeriggio del 25 si potrebbe andare a puttane ad Agnano, con un cerchietto nei capelli e una canzone dei Pink Floyd nell'autoradio. A Natale manderemo un messaggio all'amante seduti sulla tazza del cesso, con le braghe calate, cercando di salvare capra e cavoli dalle ovvie rimostranze.
In quei giorni magici, cercheremo di metterlo in culo a tutta la crudeltà che c'è in giro, e ci torneranno in mente i nostri parenti morti, le stronze e i puttanieri che ci hanno usati come kleenex genitali, e sarà inevitabile ricordarsi che siamo stati così sciocchi da parlare d'amore dopo gli orgasmi e le sborrate.
A Natale, e forse non solo, sono una persona sgradevole, un predatore che è più opportuno lasciare a fare il tondo nella sua gabbia.
Non mi faccio sconti. E non risorgo in quelle notti. E non faccio pace con le distanze. E non concedo armistizi agli errori che sono diventati fondali marini.
A Natale quelli come me vanno all'inferno senza invitare ospiti a sorpresa. Vanno all'inferno e si fanno uno spaghetto in allegria, chiudendo le comunicazioni e non inginocchiandosi a una laica speranza puttana di essere migliori e più accorti.
A Natale risalta di più l'occhio dell'anima, quella bocca deforme e dentata che inghiotte senza gustare, che sbrana senza nessun piacere. Si può stare bene anche in un fiume rosso di circuiti che non si ritroveranno mai più.

A Natale sono un pugile a fine carriera, in cerca della succulenta borsa per la sostituzione di qualche indisponibile. A Natale io sono l'amante di cui non si hanno più notizie. Più prosaicamente, sono “quello con le strane idee” che non telefona, non inscena redenzioni comportamentali, non abbraccia forte le sbiadite presenze di quel che fu e non si confermò.
Non ho il pass per il presepe, è sconveniente ma è così.
Mi contento del fatto che tutti i morsi dell'alba sono diventati belvedere, e posso essere una guida efficace per comitive di una volta sola.

In quei giorni, può capitare che abbracciando il proprio uomo si finisca per emettere un pensiero a me diretto; un pensiero che si scaccia, una peste in cartongesso, un rimorso disattivato in tempo reale. In quei giorni ci si può ricordare che io sia sangue di qualche sangue, ma vincerà il vino, l'aceto, il rosolio con qualche traccia di sperma ribelle. In quei giorni io sarò il mio sciroppo, il mio fluidificante, l'ennesimo battesimo senza officianti, e alle quindici del pomeriggio di Natale io leggerò un libro fumando con eccitazione.
La fiamma che bruciava è un ricordo corrotto, corpi che si ansimavano addosso, puerili fantasticherie di progettualità color lavanda, dannazioni come binari interrotti senza scambi, precarietà certificate da esibire a sciocchi difensori d'ufficio.

Lasagne sugose, glassa di dolci nauseanti, fiumi di lenticchie, cotechini di Troia a spasso nella casa famiglia sugna del Bene, e la mia rabbia plancton alla mercé dell'oceano cartolina che mi porto di casa in casa, di amore in amore, di lavoro in lavoro.
Non sono in pace.
Non vado in pace.
Non porto pace e non sono un Portobello di nostalgie.
Il programma di recupero lo straccio e poi lo rispedisco al mittente, con umile messaggio di diniego e di scuse.
Non mi presto ad essere l'uomo dei sogni che servono, in quel preciso momento. Non ci tengo ad essere l'errore che brucia e neanche l'incognita che inizia a srotolarsi. Non credo alle pecore nere, non ho mai creduto a Babbo Natale, le renne sono simpatiche ma le ho viste solo nei documentari, tutto quello che desidero durante le feste è essere una sedia vuota, ma una sedia che non si noti, seppellita da cappotti, giacche e soprabiti.
Non ho mai sopportato l'esibizionismo degli assenti.
Una sedia vuota e sorda che non ascolti i discorsi su figli in arrivo, sull'Imu o sulla Tares, su Renzi o sui forconi, salamelecchi sciatti tra parenti inchiodati alla partecipazione di vita su morte, una sedia che non desidera accogliere esuberi, segni di presenza su un registro di classe vuota e disgregata da tanto tempo.
C'è qualcuno su questa sedia?”
No. Poggia pure la tua schifosa pelle di pace, prego.

Luca De Pasquale, 22 dicembre 2013

20/12/13

Arlecchino e il mare


Non si può restare sospesi nel piacere. È impossibile.
Il prima e il dopo fanno una pressione assurda. Spingono talmente tanto dagli estremi che finiscono per polverizzarsi nello scontro e diventare vuoto.
Tutte le volte che sono stato a cena con una donna c'è stato un istante, per quanto breve e trascurabile, in cui mi sono sentito sostanzialmente un illusionista o poco meno.
È fantastico attendere il momento in cui accadrà qualcosa, sospirarci o prolungarlo, decorarlo o affogarci, è fantastico inalare ogni stilla di profumo, interpretare ogni sguardo e ogni gesto, chiedersi quando ci sarà la discesa dell'oro sul cuscino. Credo che solo una donna possa rendere concreta la musica e gli spezzoni di sogni che un uomo si porta dietro, crocifisso o meno che sia.
Solo una profonda emozione può risarcire davvero dal mare di letame che si respira ogni giorno nel lavoro, nelle relazioni di convenienza, nei piccoli obblighi assassini, in quella cosa melmosa e deprimente che si intitola pazienza.
Eppure, nell'avvicinarsi al momento del sogno c'è un attimo, un attimo in cui, poco prima di toccare delle dita o sfiorare delle labbra, si sa che non basterà, che non potrà bastare.
Che tutto si può perdere in un attimo, per quanto ci si presenti armati o disincantati a dovere, per quanto si esibisca il fatalismo come la giusta pelle del reduce.
Che innamorarsi è alterazione, è febbre, è infezione, e il mantenimento dell'alterazione costante costerà carissimo o verrà disciolto nel veleno.
C'è quell'istante malsano e scorticante che ti fa rendere conto di essere un evaso che si è dipinto la faccia da arlecchino, marionetta della notte e viandante mai sazio, e che se fossi davvero capace di amare dovresti portare la tua donna accanto al mare e nuotare insieme senza mai stancarsi.
Cercando di dare qualcosa, di trasmetterti e di essere vero, non fai che scrivere continue lettere d'addio, perché ogni emozione è troppo poco e c'è un sacrificio di quiete che non bisognerebbe mai pagare.
Il tanto citato momento dell'essere “una cosa sola” è l'apice della breve festa di garanzia, ma è accerchiato dalla morte, da ombre o supposizioni di ombre. Cuore di arlecchino fuggito, con tanta smania di eterno da diventare cascata di retrovia e poi lacrime.
Cuore di bambino massacrato da eccessive rassicurazioni, anima mandata al dispaccio per pochi dolci che dovranno bastare a tutta la famiglia di desideri a venire. Cuore di uomo bruciato che decide di accendere ogni sera con un nuovo fuori onda, con una trasmissione pirata di brividi e rinvii del niente.
Cuore semovente di chi legge troppi libri e negli odori delle persone scongiura l'aridità e l'organizzata crudeltà del tempo che passa. Cuore sottomarino, con rifugi mai costruiti, armi mai provate, ciurma mai passata in rassegna, cuore che rimarrà in apnea pur di intravedere la luna.
Cuore suicida e guerriero, che versando oro crede di corrompere il buio e invece lo fagocita, perché ogni luce aumenta la potenza dell'oscurità attorno.
Cuore finta vittima, che dichiara di essere pronto ad essere sbranato e invece lavora ad un'intelaiatura di stelle apocrife, che stesso lui faticherà a riconoscere.
Cuore fuga che scappa quando resta e si nasconde quando è già scomparso, capricci come rughe, vampate d'orgoglio come parole strozzate, e poi carezze, orologi, respiro che scende al livello di guardia per decretare l'attenzione massima al destino.
In sere come questa, in segmenti di oscurità controllata come questi pensieri e queste sensazioni, so bene che dovrei solo andare verso il mare e aspettare. Sapendo che non vedrò conchiglie, non userò sassi, non sfiderò mostri marini e sarò sordo ad ogni sirena. E che anche il più gigantesco castello di sabbia non ha un ingresso sufficientemente grande per contenere l'anima e le sue propaggini, l'amore e la sua ritualità.
Ci si muove come esuli, come viandanti, tra mille gesti e altrettante parole che non riusciranno mai ad allungare il tempo della fusione, della fedeltà e della vita.
Ci si difende cercando di esprimersi, e quando ci sarà la grande folla ci copriremo gli occhi per non dire troppo a chi non sa leggere.

Luca De Pasquale, 20 dicembre 2013

Harmony row - Tributo a Jack Bruce


Da mesi sto meticolosamente riascoltando tutti i dischi di Jack Bruce. Sono legatissimo alla sua musica, la amo, mi accompagna da quando ero poco più che ragazzo, e ha attraversato moltissime fasi della mia vita.
Ho adorato i Cream, nei quali, paradossalmente, per me Eric Clapton è il personaggio di minore spicco. Ginger Baker è stato un batterista fenomenale, ma colui che ha sempre catalizzato la mia attenzione è stato Jack Bruce.
Bassista straordinario e cantante sensibile, Jack ha attraversato una miriade di generi musicali con una disinvoltura che ha del miracoloso.
Da quando, nel lontanissimo 1987, acquistai per caso “Harmony row” non mi sono più staccato da lui. Ancora oggi quel disco mi impressiona per una sequenza di canzoni perfette, per la scelta dei suoni, per l'emozione della voce e la precisione del basso.

Trascorro quindi parte di questa notte insonne proprio con “Harmony row”, a mo' di bilancio, per riordinare le idee, per accantonare quanto c'è di irrisolto e sbrigare velocemente il resto.
Il sonno non mi ha convinto, stanotte. Le lenzuola avevano un odore irriconoscibile. Mi attiravano di più altre cose, il pacchetto di sigarette sul tavolo, il libro della bancarella, le troppe penne sparse per casa, l'ammutinamento disorganico dei ricordi e delle sensazioni.
Resto quindi sveglio questa notte, il cui marcatempo è la rotella dell'accendino e le varianti del mio respiro.
È una notte in cui chi si è scelto dovrebbe accontentarsi e restare calmo; è una notte che chiede conferme e non inversioni. I tanti ruoli impersonati sono vecchie divise divorate dai tarli, divise che non si possono più esibire neanche per orgoglio invecchiato.
È una di quelle notti in cui amarsi non basta. Cercare il sonno sul ventre di un altro essere umano è praticamente impossibile. Sono notti che si devono trascorrere da soli, senza un piano, senza una strategia e senza apposite distrazioni.
Notti da guardiano che finirà all'alba a sparare a dei conigli, o mirare a vecchie bottiglie. Notti da troppe sigarette, e chi se ne frega. Notti che scrivi e distruggi, che fai sparire lettere e confessioni, e guai a soffermarsi su prove d'olfatto e di memoria, sono fallaci, sono trappole, sono pene.

Ricordo quanto ero felice quella volta che tornai a pranzo con il disco di Jack Bruce. Avevo quindici anni ed ero felice, quel giorno sì. Trovai solo mia madre a casa, mio padre era al lavoro ed io avevo saltato la scuola. Odiavo la scuola, era una gabbia, una prigione, una coercizione noiosa. Ero felice per quel disco e lo ascoltai tutto il pomeriggio. Non sapevo niente di niente. Non sapevo un cazzo di niente. Fantasticavo. Senza sosta, ingenuamente, con perseveranza, fantasticavo su tutto, avevo già voglia di scrivere, ancor di più avevo voglia di avere mille nomi e mille storie diverse, non mi bastava quel che avevo e ancor peggio quel che avrei avuto.
All'epoca internet non c'era ed io volevo sapere tutto di Jack Bruce. Così, il giorno dopo mi assentai nuovamente da scuola e tornai al negozio di dischi. Il commesso, al quale credevo quasi ciecamente, mi spiegò che era il bassista dei Cream e aveva inciso qualche disco solista. Gli ordinai anche gli altri e trovai poi il coraggio di chiedere un extra a mio padre per onorare l'impegno. Dovevo conoscere tutto, velocemente e con una voracità disperata, cosa alla quale oggi sono abituato, è diventato un metodo scientifico, un tratto distintivo, ancora oggi devo abboffarmi fino a scoppiare e perdere tutti gli altri orientamenti. Ho fretta di conoscere, sento il tempo che mi sfugge, che si sgretola e certo non mi chiede permesso. Il tempo a volte è una violenza e le scadenze sono una pura oscenità.
Ma in fondo ero spensierato, e mi sembrava di avere a disposizione tanto di quel tempo e di quelle risorse. Infatti, ho avuto tutto il tempo per conoscere la musica di Jack Bruce, come altre cose, e come per altri amori non ho voluto lasciare niente al caso.
Come per altri eroi della mia adolescenza, ho cercato di entrare in contatto con Jack, ma con lui non è andata a buon fine, non rispose ad una mia lettera, a differenza di altri musicisti e scrittori con i quali ho instaurato un rapporto. Del resto, sembrava notorio e accertato che Jack Bruce fosse restio a dar retta ai fan, cosa che compresi benissimo e che non ha mai scalfito neanche lontanamente la mia devozione all'artista.

E arrivo alla mattina con “Harmony row” in cuffia, ed è singolare che io riapra gli occhi durante “Folk song” e mi appaia nello schermo Mia Ceran, che trovo molto bella, più bella di chi della bellezza fa una professione.
Guardo la schermo, stanco ma sereno, e ascolto la fantastica coda di “Smiles and grins”, ovverossia come doveva essere il basso negli anni settanta, senza eccessi, con poesia, basso rock venato di blues e di jazz. In un solo concetto, il signor Jack Bruce.

Mi lavo fischiettando “Sunshine of your love”, devo essere anche un po' patetico. Sono in sciopero e dunque non mi rado. Mi incrocio allo specchio, come si potrebbe incrociare un passante abitudinario, e mi viene da chiedermi che faccia dovrebbe avere uno tra i 41 e i 42 anni. Forse non la mia.
Di certo, se dovessi avere la faccia del mio stomaco sarei un cesso abbrutito. E se dovessi somigliare ai miei polmoni, dovrei essere uno spazzacamino con la sigaretta in bocca.
In overdose di Cream e seventies, scelgo un pantalone eccentrico e ingollo l'ennesimo caffè senza zucchero, sto bene, sto veramente abbastanza bene mi dico, ma come vorrei riassaporare quella felicità di quel lontanissimo pomeriggio con “Harmony row” e le mie sigarette di nascosto in camera di mio padre.

Ritrovo un foglio sul quale devo avere abbozzato delle sensazioni notturne. Leggo velocemente: “Siamo vene scure, siamo liane nere da una notte all'altra, e tentando di amare scriveremo un breve ricordo della nostra assurda inconsapevolezza”.
L'ho scritta io.
Ma vai a farti fottere, vai.

Luca De Pasquale, 20 dicembre 2013

19/12/13

Ghirlande


Lenzuola pulite. Gentilezza.
Grazie.
Puoi dormire qui”
Grazie.
Vuoi un bicchiere d'acqua sul comodino?”
Grazie.
Buonanotte, allora”
Altrettanto.
Anni di febbre. Baciare qualcuno per trovarci il passato e il futuro. Prendere atto tanto delle chiusure che degli spiragli.
Considerarsi malati ogni qualvolta non si vede in un'azione o un sentimento l'azione definitiva. Considerarsi vigliacchi nel restare, quindi prendere le proprie cose e sparire. Con dignità. Con forza. Investendo su precise linee di nebbia.
Cercare nei profumi il calore dei rifiuti e nelle concessioni un equivoco utile.
Biglietti per treni della notte mai vidimati o controllati; in fondo si potrebbe andare ovunque. E negli occhi di conquiste marginali, a latere del dolore, ritrovare spezzoni di dolori universali, delusioni standard con nomi e cognomi, ho amato come te, ho voluto come te, ho mentito come te, ora mi arrangio.
La voglia di procurarsi un biglietto per il più improbabile treno della notte, un biglietto di colore blu, appoggiare la testa al finestrino, trascurare il libro che si è portato, assorbire il respiro affannoso del vicino di sedile, lanciare un'occhiata alla ragazza con le cuffie, che pensa ai fatti suoi e manda messaggi.

La fioraia che si chiama Giordana confeziona e confeziona corone, ma di fiori non ne riceve mai. Mai in prima persona e al tempo presente. Non sappiamo nulla l'uno dell'altra, e così rimarranno i sani equilibri. Forse sa che sono quello che gli esce il jazz dalla finestra e dalla porta, e che quando cammina fuma, e che non ha mai detto altro che “buongiorno”.
Mi chiedo cosa direi mai a Giordana, se espandessi il mio “buongiorno” ad altre parole. Le direi forse che amare significa far soffrire, e lo direi senza quel tono ieratico che detesto e che mi fa impazzire di nausea.
Le direi che da certi film di Zurlini non si esce rassicurati. Come da certi quadri e da certi dischi, che ti rimangono appiccicati addosso e sembrano innamorarsi di te.
Le mani screpolate di Giordana faranno soffrire qualche uomo. Come la mia bocca rimpicciolita e la scatola del cuore usata per custodire bottoni ribelli e spiccioli. Una presenza che non sia mera sopravvivenza non ci risparmia dal dolore altrui.
Qualcuno ci voleva e ce ne siamo fottuti; in compenso, abbiamo desiderato chi ci destinava piccoli spazi in giardini invasi da cianfrusaglie. Funziona così ed è demenziale.
Giordana finirà per innamorarsi di qualcuno solo perché già innamorato di lei, se lo farà andare bene, e straccerà i suoi calendari di prigionia. Ricomincerà a prendersi cura delle sue belle mani e io continuerò ad alternare il jazz al silenzio per disegnare un equilibrio su aquiloni capricciosi, senza più pensare alla probabilità della pioggia.
Giordana inserirà il suo nuovo uomo già devoto in una canzone, ne accennerà pudicamente in qualche mail a contatti lontani e curiosi, cercherà di lasciarsi andare quando lui cercherà di accordare il piacere con il progetto, e così via.
Continuerà a confezionare ghirlande e corone per gente senza nome, così come io mi ostinerò a scrivere in questi silenzi, omettendo il mittente e confondendo il destinatario, in quella precisa smania che è respirare nelle pause di scena.

Luca De Pasquale, 19 dicembre 2013

18/12/13

-38


Per strada mi mordo la lingua.
Sento un sapore di sangue e febbre. C'è qualcosa di eccitante.
Il tabaccaio mi da il resto. Le monete sono fredde. La donna cinese parla nervosamente al telefono, quella italiana con la gonna color morte si passa una mano nei capelli quando la squadro.
Già c'è meno elettricità nell'aria, è tutto acustico, sono solo stimoli che dormono, che cercano comodità nel ghiaccio.
Incede la musica di Paul Motian, le bocche delle persone sembrano preghiere di pesce in piccole ampolle.
Il parente anziano cerca di tenere a bada i ricordi, seduto in poltrona, a biascicare i residui di un'incredulità faticosa, io sono una via di mezzo tra un giovane e un vecchio e scriverò con una sola mano, stasera.
Nel supermercato hanno messo un albero di Natale, le finestre buie sono rare e spiccano, perché in ogni casa c'è un'intermittenza di luci, un riflesso dorato, un elemento rosso.
I mesi si ammontonano l'uno sull'altro, in attesa di essere bruciati, scacciati via per una nuova sigla, per un oroscopo migliore, per un nuovo inizio che convinca qualcuno, dimenticando che le vecchie coperte riescono sempre a dare un calore diverso.
Tutta l'agitazione, la corrente di gesti e vitalismo in pillole, tutto è ora diventato tendenza al ritorno, tra le proprie cose, verso sguardi che già conosciamo, affetti per i quali continuiamo a comprare mobili, letti, finestre, persino parole.
In autobus non distinguo una sola parola degli altri, anche se non ho le cuffie e la musica di Paul Motian è solo in testa, infedele, sedimentata, scura.
Mi arrivano rumori di saracinesche abbassate, di portiere chiuse, dal finestrino guardo gli ingressi dei palazzi, portoni gialli dai quali esce qualcuno e tutto il calore condensato, tutta la protezione che dall'esterno si finisce per rimpiangere, anche senza conoscerla a fondo.
Non c'è odio e non c'è disagio in questi ritorni a casa, ti metti le mani nelle tasche e tra scontrini, fili di tabacco e accendini esauriti ritrovi percentuali ininfluenti di altri movimenti, altre uscite, momenti, accantonati male, giustamente dimenticati perché se fossimo tanto attenti ai dettagli, sempre, potremmo solo finire prima.
Non potrei mai inventare nomi di ossessioni per questo freddo, non potrei costruire un trauma di riserva per il respiro gelato che mi finisce nei guanti, non potrei dare altro valore a questi ritorni se non il riposare, accettare di nuovo i propri oggetti, trovare rassicurante il rumore della porta di casa, sorridere e commentare il freddo e la cattiva memoria con la persona, l'animale o il fantasma che vengono a farti le feste.
Apro l'acqua calda della doccia. È un gesto meccanico, come estrarre la sigaretta dal pacchetto, controllare se ci sono piatti da lavare e decidere di non guardare il display del telefono.
Odoro la sciarpa nera che ho indossato; odora di vita e di pausa allo stesso tempo. Non mi ricorda la mia pelle e non stinge emozioni che non capisco e sulle quali non mi avvento.
I numeri mi assillano finché non ho cacciato il docciaschiuma e lo shampoo adatti, finché non sistemo l'accappatoio in prossimità della cabina.
Aspetto di dare gli ultimi tiri, stasera non si protesta e non si lancia. Sfuggo i miei occhi allo specchio e conto.
Conto senza contare.

LdP, 17/18 dicembre 2013

17/12/13

Un regalo di bocca


La donna con il panettone parla di un uomo dal carattere difficile, orgoglioso, quasi dispotico; si confida con l'amica, sto cercando di capire come fare, come prenderlo. È un po' stronzo, ridacchia, ma mi prende tanto, mi irrita e mi attrae quella sicumera, aggiunge.
Sono appoggiato con la sedia al muro e sto bevendo il caffè. Una pausa da lunghe, estenuanti ricerche musicali. Dalle prime luci dell'alba sono alle prese con i miei famigerati "dischi strani": collaborazioni di Niels-Henning Orsted Pedersen mai esportate dalla Danimarca, stampe in digipack degli Hoelderlin, ristampe solo finniche del grande bassista Pekka Pohjola.
Mi chiedo a chi finiranno tutti questi dischi, ma cancello velocemente il pensiero.

Mi alzo dalla sedia per controllare se le due donne indossano o meno una gonna corta, e con che calze. Niente di che, ritorno al mio posto.
Ho il tavolo pieno di foglietti con richieste esterne di dischi strani. La stragrande maggioranza dei miei committenti deve avere seri problemi coniugali, disfunzioni erettili a vari stadi e frustrazioni adolescenziali mai guarite. In quest'ultimo caso, li comprendo un minimo.
Il passaggio all'età adulta è spesso traumatico. Si acquista, tra volontarietà ed involontarietà, quella compunzione che trovo agghiacciante, un'anticamera di ben altre tristezze, una resa. Mi piace pensare di poter conservare una vena folle, incompromissioria, senza il mesto limite delle convenienze.

Alle dieci mi telefona uno dei committenti e mi dice che possiede trentamila vinili e novemila cd. Poi tace, ansando lievemente. Attende il mio trasalimento. Ho ben altri cazzi per la testa, quindi taglio a corto. Gli dico quindi che posseggo SOLO quattrocento cd e un pugno di vinili scelti, anche se nella mia vita saranno passati cinquantamila titoli nelle mie mani. Tengo in questo modo ferma e decente la sua compulsiva indignazione.
“Ti stimo lo stesso un grande intenditore”, mi dice, manco gli avessi sodomizzato la figlia. Misurazioni, continuamente. Come sono competitivi gli uomini. Che perdita di tempo e di serenità. Si passa dall'indicizzarsi l'uccello negli spogliatoi del campetto di calcio alla gara di vinili, alla comparazione di fortune uxorie, alla corsa sventata al telefono più moderno, che magari non si sa nemmeno usare.
Credo che il mio cliente sia un povero infelice, alla fine. Quando morirà, tutti i suoi dischi finiranno in qualche modo atroce, acquistati a pochi spiccioli da qualche sciacallo, umiliati da fetide aste ebay, se esisterà ancora. Quando morirò io, non so quando, spero di aver assorbito tutta la musica possibile, e di portarmela dietro in qualche maniera. Chissà se nell'impensabile dopo la musica servirà a qualcosa. Non voglio pensarci.
Tutta l'arroganza viene immancabilmente smorzata dall'ignoto e dalla sua potenza, non mi metto a gareggiare con un cristo qualsiasi, se non so nemmeno dove sarò tra dieci anni, e chissà con quali scopi. Il mare ti può regalare nuove terre, ma può anche affogarti senza che nessuno si accorga della tua sparizione. Stupido dunque accanirsi su lotte volatili e senza trofei.

Da un mese a questa parte ho avuto la certezza di non fare parte del partito dei furbi e dei traccheggiatori, di quelli che sanno aspettare, di quelli che attendono il momento giusto per.
Non riesco proprio a muovermi su base di calcolo, uso una piattaforma spirituale per operare le mie scelte; che spesso sono degli sbagli. È l'anima che mi muove, che in fondo decide; il resto sono prove da sforzo che finiscono sempre male. Ma l'anima è difettosa, imperfetta, visionaria, impratica, è un pugile che va all'arrembaggio senza considerare l'attenzione da impiegare per evitare i colpi, l'anima è un pugile promettente che ha troppa fretta.
Queste accurate riflessioni sono interrotte dal fastidioso suono del telefono. Rispondo, pronto al peggio.
È Adamo Ambulanzieri, collezionista cinquantenne di dischi di ogni genere, anche di quelli che non gli piacciono e che forse non ascolterà mai. È noto nel quartiere per indossare sempre degli occhiali con montatura rossa aerodinamica e per le grazie molto evidenti della giovane moglie, che avrò incrociato un paio di volte.
“Non ti ho visto”, esordisce.
“Ciao, Adamo. Dove?”
“Dove sai”
“Oh”
Sembra che stiamo parlando di un lupanare; il suo è un tono cospiratorio, come se fossi il suo pusher. In un certo senso è così.
“Te ne sei andato?”
“Sì”
“Hai fatto bene?”
“Questo lo dirà il tempo”
“Novità dalla Corea?”
“Non saprei”
“Che significa? Dico dalla Corea discografica”
“La Corea discografica? Ah, vedrò di informarmi”
“Billy Sheehan? Stuart Hamm? TM Stevens? Randy Coven?”
“Adamo, ti ho detto che mi informerò”
“Stai chiavando, eh?”
“Come?”
“Leggo il tuo blog. Ho capito che per te è una buona fase, stai chiavando”
“E lo hai dedotto dal blog, Adamo?”
“Si capisce che parli di cose che vivi, sono belli i tuoi sfoghi”
Sfoghi? Cristo santo.
“Io non avrei il coraggio di scrivere roba tanto personale, ma evidentemente devi toglierti dai sassi dalle scarpe”
Rispondo a fatica, mi viene da pensare che un bel sasso lo meriterebbe sua moglie, con tanto di fiocco rosso vicino.
“Ma ti capisco, io ho un sogno erotico che mi sta tartassando”
“Davvero?”
“Mi piacerebbe che una di queste ragazze ucraine o polacche che lavorano in zona mi facesse un bel regalo di Natale. Un regalo di bocca”
Ride sgangheratamente. Non rispondo.
“... ecco, vorrei che la notte di Natale una di queste belle e formose ragazze si vestisse da Babbo Natale e mi facesse un bel regalino di bocca... piacerebbe anche a te... è un modo per esorcizzare questa vita di merda”
“Capisco, Adamo, ma è una pratica molto in uso, sui siti porno ci sono innumerevoli filmati di xmas blow job...”
“E io lo voglio dal vivo!”
Ride ancora, mi chiede se posso avere una mezza idea dell'esborso per questo “regalino di bocca” natalizio dall'est, ma io mi rifugio in qualche ristampa taiwanese di bassisti che lui comprerà senza ascoltare.
Probabilmente Adamo non arrizza più per la moglie, il che mi sembra criminale ed insensato. Ma forse la moglie ha bisogno di un cazzo nodoso e pieno di entusiasmo, qualità che di certo devono essergli sbiadite addosso.
Non capisco perché ispiro queste confidenze così intime e disgustose. Sarà per i toni della mia scrittura, che trae di certo in inganno. Non mi è mai piaciuto ascoltare racconti di bravate sessuali, e men che meno dar retta alle banalissime fantasie virili che fioriscono in ogni convitto tra uomini di un certo spirito.
Mi piacerebbe, è chiaro, fare un po' di spuma con la moglie di Adamo, ma è palese che non andrò a raccontarlo in giro. Non intratterrò nessuno con la planimetria vaginale della moglie di Adamo. Mi piacciono le gonne corte perché abbreviano i tempi della fantasia improvvisa, ma non ci costruisco argomenti di cordialità amicale.
Faccio io un regalino ad Adamo, una doppia ristampa del bassista Stu Hamm, e così fermo l'inondazione onanistica delle sue strampalate confessioni.
Mi saluta euforico, rimproverandomi perché non ho risposto alla sua prima domanda, e cioè se mi sto divertendo sessualmente. Eseguo una finta risata di complicità e interrompo la comunicazione con sollievo.

Mi infilo un'altra sigaretta tra le labbra. Passano ancora persone, due uomini e tre donne, che sono intente ad accordarsi per una serata in un ristorante di Santa Lucia. Mi affaccio, mimetizzato dal fumo. Una delle due donne indossa una gonna di pelle piuttosto corta. Ha le caviglie grosse e polpacci un po' ingombranti, distolgo velocemente lo sguardo.
I due uomini sembrano professionisti abbienti, dal tono vacuo e dalle esclamazioni adatte ad una serie tv, saranno talmente stupidi da regalare alle compagne libri di Fabio Volo e portarle a vedere il cinepanettone, e scoperanno in modo palestrorso, sperando che il sudore riesca ad esaltare i pettorali, nello sforzo. Blandamente religiosi, andranno in chiesa una volta ogni due mesi; avranno il culto dei parenti morti e tutti e due saranno stati almeno una volta ad Ibiza.
Di fronte a tanta presenza di spessore, richiudo la porta finestra e consapevole dei miei limiti riprendo le mie ricerche bassistiche con un vago sentimento di improduttività e inidoneità, come mi hanno suggerito qualche tempo fa.

Luca De Pasquale, 17 dicembre 2013

15/12/13

Psicostasia


Non leggo i caratteri troppo piccoli. Di sera ci vedo poco; si risvegliano e perfezionano altri sensi.
In genere, lascio acceso un punto luce, uno solo. E poi faccio il girasole al buio.
Il corpo si sposta e l'acqua dell'anima resta ferma.
Ordinato carbone in eccesso, per colpe non divise. Scelta la destinazione più sconosciuta, per evitare la ressa.
Aste per oggetti rari. Aste per oggetti rari che nessuno conosce. Aste silenziose e deserte per aggiudicarmi una colpa rimasta senza padre. Aste per accaparrarmi il salvacondotto di impunità per sbaglio cercato e compiuto.
Aste notturne per garantirmi l'esclusiva di incubi senza libretto di spiegazioni. Aste all'alba per dominare il silenzio e poter guardare il sonno altrui. Asta senza banditore per eliminare il padrone della mia vita. Asta di anarchia senza ritorno per giustificare lo stato di prigionia.
Può capitare che mi si incontri in qualche luogo che ho vissuto, mai oltre le nove del mattino. Può darsi che mi capiti di passare davanti alle persone che assistono all'esibizione di un sassofonista e che portano anelli vincolanti.
Può darsi che io mi trovi in qualche mezzo pubblico, intento a guardare fuori, falsamente inconsapevole della donna seduta nella carrozza sottostante.
Può darsi che io scriva per resistere alla tentazione del più totale disordine, può darsi che io me ne fotta di chi mi legge. Non provo brividi quando apprendo che qualcuno mi legge; finisce che subito non mi basta, che è troppo poco. Mi piace incontrare l'ego a mezza strada e prenderlo a calci, ricacciarlo in qualche bar triste, in qualche appartamento di vecchio sesso, tra le gambe di una donna che ho conosciuto e non riconoscerei.

Ricordo un vecchio film di Edouard Molinaro con Alain Delon, il cui titolo italiano era “L'ultimo giorno di amore”. Un film tragico, in cui Delon interpretava il ruolo di un collezionista estremo, Pierre Niox, costantemente alle prese con il desiderio di ottenere oggetti sempre più rari e preziosi, in eterna sfida con le sue necessità. Vidi questo film da ragazzo, e mi colpì molto, in un'anticipazione di quello spirito che è anche persecuzione, spingersi oltre, spingersi in sfida, sempre e comunque, rischiare.
L'ansia di Niox di non accontentarsi è l'ansia che mi invade quanto sento di non conoscere a dovere qualcosa, di non avere esplorato tutto, di non tralasciare nulla.
È quel vizio stronzo, quella indecorosa transizione dell'intelligenza che ci vuole dediti alla stesura di un personaggio che cerca di essere più grande della vita, fallendo.
Penso così tante volte, ad esempio, che l'amore sia cosa troppo grande per la vita, è una vista che diamo per scontata, un risarcimento che pretendiamo, senza chiederci onestamente se ne siamo alla portata. Ci sono giorni in cui l'amore è un'oppressione al petto, mi sputa contro il muro, mi umilia. Mi sveste, mi stupra, mi mangia il cuore e mi condanna a pene non patteggiabili.
Sono affezionato, a mio modo, a questi capricci del plotone irregolare, a questa sciocca abitudine di osservare il proprio panorama con una vista troppo estesa e inquieta.
Si paga dazio, si paga pegno in falò solitari, si fuma troppo e si finisce a scrivere.
L'amore è maledettamente ingombrante. È una crisi di freddo all'uscita di un cinema. È uno sguardo intercettato durante un pranzo. È la spina di legno in un pomeriggio di ordinate letture. È il naso che sanguina all'improvviso dopo una doccia calda. È quell'attimo di vuoto sovraffollato che ti prende alla gola e alla milza appena concluso l'orgasmo, e sai che vorrai riprovare quella sensazione, altri orgasmi, altro vuoto. Asta perpetua per orgasmi-Caronte.

La voce degli amici al telefono sembra provenire dalla luna. Parlo da una cabina telefonica intinta in veleno grigio, non ho gettoni e continuano a cercare la mia voce, io non so perché.
Le parole si muovono in recinti con pochi animali da compagnia e fieno per raffreddarsi, per nascondersi, per espiare. Recinti dove ogni donna si pettina a lungo davanti per te, per fomentare la tua nostalgia, il vecchio equivoco dell'unicità, la canzone mai terminata della vicinanza. Recinti dove chi crede alla luce ti carezza le guance per poterti prendere un po', ma sono scene che nel film saranno tagliate. Per poco appeal, ma anche perché isolate, nate per essere tagliate e non inserite. Nate dai pentimenti delle assenze ed esclusivamente per addetti ai lavori.
Nate per essere cecità, e maledette per desiderio di panorama troppo largo.

All'asta per se stessi, travestiti da compratori eccentrici, accompagnati da attrici incastrate in porte girevoli dalla nascita. All'asta, occhi bendati e labbra decise a sbagliare, all'asta per renderci preziosi agli occhi di chi non ci avrà mai.

Luca De Pasquale, 15 dicembre 2013