27/11/12

Bruciare


Con qualche amico al bar.
È perfettamente inutile radunarsi quando ci si interessa poco.
Inseguito dalla tromba lirica di Enrico Rava, questa è la terza volta che sento dire della pioggia di domani, ho già sentito ciarlare di lavoro, di fica, in una coltre di noia interminabile.
Le inadeguate fila di rapporti ipocriti, strascicati.
Sento che le colf dell'est, laddove trovino soldi, aprono le gambe. Si generalizza che è una bellezza, in quel misto di cinismo e nauseabonda lucidità in salsa semplice. No che non vorrei discorrere di filosofia, ma qui si esagera.
Sono fermo. Una camera iperbarica. Poco respiro. Nessun sogno.
Ogni diario ha qualcosa di stupido, di marcio, di sorpassato.

Sono giorni impersonali, senza caratteristiche.
Ho l'impressione di digerire sempre male, anche quando non ho mangiato.
È una suggestione. È impazienza. Sono io.
Come aspettare il freddo, l'inverno, su un tavolo autoptico, immobile e magro, senza elettricità se non a scosse capricciose e fuori misura.
Sono totalmente incollato alla mia pelle.
Ogni tanto mi fermo e ricordo qualcosa. Che da bambino non avevo le vertigini come adesso, che qualcuno diceva sempre a mia madre che ero troppo serio e pensieroso.
Da bambino mi tagliavo le ciocche di capelli perché mi sembrava di essere disordinato nell'aspetto, e finivo con l'imbruttirmi di parecchio.
Non lo sopportavo quel bambino, mi specchiavo pochissimo, oggi non mi piace rivedermi nelle foto, la mia immagine, il mio sguardo, mi sono intollerabili.
Se è vero che l'amore presuppone conoscersi per davvero e indagare benevolmente sul passato dell'altro, ebbene credo mi sottrarrò per sempre a questo rituale.
Perché la verità è che non ho niente da dichiarare. Non mi immagino più a fare confessioni, la sola idea mi allontana, mi fa ribrezzo. Come potrei mai spiegare tutti i miei silenzi di bambino, ragazzo e poi uomo?
Quando mi gira, posso avere il dono delle parole. Ma dura poco e non è mai per me. Sono comunque punti di vista. Potrei parlare per ore e non dire niente. Tacere e mettermi in gioco come non ho fatto mai. Sono punti di vista. Che non mi interessano affatto.

Una mamma è seduta su una panchina con i suoi due figli, ognuno su un lato, due piccoli guardiani schiamazzanti. Io sono in compagnia di un collega che parla, non lo ascolto, fumo. Al bambino di destra cadono delle noccioline. La mamma se ne accorge subito, dice qualcosa e si china per raccoglierle.
Sono costretto a guardare da un'altra parte, non so perché. Il mio collega non si accorge di niente.

A casa, mi sdraio sul letto. Il soffitto ha degli sbreghi di pittura, delle paglioccole rigonfie che promettono umidità.
Ho addosso un odore maschio che però non è il mio. Come se indossassi i panni di qualcun altro.
Chiudo gli occhi. Penso che sarebbe bello alzarmi, aprire la finestra e trovare il lago. Il lago per me rappresenta una grande parte della mia vita, spesa probabilmente a guardare al microscopio le mie passioni e cercare un semplice abbraccio cui non potessi attribuire altri, arcani, significati.
Un abbraccio che non mi chiedesse nulla se non esistere, essere presente.
Chissà nel 1972, quando sono nato, da quanti anni i miei avevano smesso di ballare e ridere, e se avevano mai cominciato.
Da bambino mi innamoravo in continuazione, sognavo spessissimo di andare in vacanza sui laghi e piacere a tutte le ragazzine, conquistarle con le parole, con un modo di fare passionale che già intuivo come fonte di guai futuri e talvolta poco riparabili.
Immaginavo dichiarazioni sui bordi di belle fontane, sotto le stelle.
Nella penombra delle stanze, mano nella mano, sussurrando sul collo, piano.
Stravedevo per Ugo Tognazzi, mi appariva come un gaudente irresistibile. Adoravo la commedia all'italiana, quell'inettitudine gaglioffa, quella continua e ostentata dipendenza dai sensi.
Scrivo queste cose come se dovessi morire tra qualche ora, al massimo domani. Per me è davvero così, e non so se essere grato o meno alla mia sensibilità per questo.
Queste abbozzate memorie sanno di resa dei conti. E forse è così.

Temo terribilmente la vecchiaia. Non credo di disporre degli strumenti per affrontarla. Strutturalmente, dico. Ho il desiderio di bruciare, di espandermi, di dare fuoco e poi spegnermi, ma di passione e non di vecchiaia.
Sento qualcosa che mi divora dall'interno, mi strizza, mi cambia la voce di rabbia e anche quella di silenzio, è come se accadesse da millenni e quindi devo bruciare. Devo.
In questi primi quarant'anni ho inventato di tutto per non fermarmi a guardare questa macchina dentata e divoratrice. Purtroppo, credo di essere nato con questo meccanismo ad orologeria nel cuore, è stato superficiale pensare di dimenticare.
Brucio ogni giorno, anche in stato di quiete.
Brucio ogni notte, se sogno ancor di più, se crollo incamero code di fiamme.
Quando stringo la mano, brucio. Quando dico addio, brucio e poi riguarderò i fuochi d'artificio in riva al lago, rigorosamente da solo.
Mentre scrivo brucio, anche se non voglio raggiungere, anche se non voglio ammaliare.
Detesto radermi, è un gesto così formale, così abbrutente. Detesto il mio volto senza l'ombra della barba.
So che deve vincere il lago sul fuoco. Lo so ed è una sofferenza assistere al corpo a corpo, alle mie smorfie fuori inquadratura, alle mie bugie di conoscenza.
Scusa, che ore sono?”
Le diciotto e quaranta”
E brucio.

Matt Bianco.
More than I can bear.
Mi ricorda un'estate di baci, un secolo fa, estate 1992.
Come ero ingenuo. E quanti saltimbanchi intorno, a recitare la parte dell'energia.
Ora, per essere me stesso.
Ora, per essere me stesso dovrei andare via.
Un'altra città, un altro nome e insisto, nessuna coordinata. Nessuna.
Sono Antonio, ho una quarantina d'anni, sono quel che vedi. Non chiedermi niente. Ti permetterò di scoprire se emano calore o no e come posso cercare d'amare. Tutto qui.
Non sono stato niente, non ho mai detto niente, e non so spiegare. Io non spiego.

Sempre di più, mi piace guardare i portoni di notte, con i citofoni luminosi.
Il sonno degli altri è una parvenza di pace, di stop, di senso.
Mi porto dietro un'impazienza che è una Medusa, sostituisce le braccia, le labbra, persino il sesso. Una Medusa creata dalla notte e adatta a darmela in pasto, a rendermi insonne per una strana e contorta devozione.
Solo di notte è possibile amare.
Con il segreto, l'acqua immobile e tutti gli spettri in sala d'attesa.
Solo di notte è possibile intrecciarsi, davvero lasciare che le vite e i respiri si incontrino, essere melodia e non una sguaiata anticipazione della morte.
Tutti i miei ingranaggi vanno complicandosi, ogni bolla di sangue pulsante genera altri stimoli, è il caos, è la ribellione, è la confusione di tutto il percorso compiuto.
Mi piace, quanto mi piace minacciare ogni nuova sensazione per renderla pericolosa, difficile, renderla una complicazione a vantaggio della mia anima senza quiete.
Mi pento solo per l'occasionale mancanza di energie, ma sono imperfetto, a volte devo battere in ritirata, a volte devo mentire, a volte devo contare i danni.

Quasi notte.
Sto per rientrare nella tana. I sogni occupano sedie vuote.
Sono seduto al tavolo di un caffè notturno.
Fingo di leggere, in realtà mi guardo intorno.
Non ci vedo bene. Distinguo i leggins della mia vicina di tavolo, mi arriva il suo profumo acre, tutto il resto è nero con qualche sbavatura.
C'è una canzone dolente che appartiene a questa notte e a tutti coloro che entrano nel mio raggio visivo. E c'è una lunga strofa di cecità prima che si intraveda la luce fioca di un ritornello che ci avvicini per davvero.
C'è notte in me e tutto intorno, c'è una complicità segreta tra me e ciò che raggiungerò, costantemente assorbito dall'idea di non avere tempo, non avere più nessun tempo per accorciare le distanze.
Ogni sguardo di questa notte ha una profondità inedita, va oltre una meccanica ordinata di traiettorie, ogni sguardo è un cecchino di una lucidità affannata, impotente nella sua enfatica ambizione di essere passione.
Solo di notte è possibile una forma d'amore che non contenga fuga e cattura.
Il tempo è poco.
Bruciare.

Luca De Pasquale, 26 novembre

07/11/12

Canes do murallo


Dal letto mi arrivano le notizie del telegiornale. Direttamente dalla garbata e seducente scollatura di Alessandra Carli. Passano in rapida successione la Camusso, Alfano, Grillo, Manganelli, ma quel che resta è la scollatura di Alessandra Carli.
Poi Alessandra Carli saluta e passo su una rete privata per un'inutile carrellata sul calcio campano. Fumo. Mi fa male la spalla, sono coricato su un fianco. Ondeggio tra la voglia di ascoltare musica e il sonno.
Non ricordo più niente. I'm an empty box.

Metropolitana. Stazione di Cavalleggeri Aosta.


Una russa mi chiede se siamo a Pozzuoli.


“No, è l'ultima fermata”


“L'ultima fermata?”


“Sì”


Mi supera. Pantaloni bianchi. Io neri. Tutto il vagone di estrazione maschile le fissa il culo, piuttosto bombato, invitante. Guardo altrove. Non ho mai amato desiderare cose evidenti. E non mi piace condividere. Mai.


Mi affosso nella lettura del Corriere Della Sera. E arriva, trafelata, una ragazza che parla al cellulare. Dice al suo interlocutore che ha corso talmente per prendere la metro che ora non ha cognizione di dove si trovi.


La ragazza indossa un profumo mai sentito prima, di una freschezza incredibile. Passandomi accanto, la scia mi avvolge completamente. E mi stordisce. All'istante. Ripiego subitaneamente il giornale, me lo mangio il profumo, me ne cospargo. Un profumo che mi induce a pensare di trovarmi addirittura in un non luogo.


Si determina in me la certezza che certe brezze femminili sono irresistibili, dolorose, che potrei senza troppi scrupoli compiere qualsiasi azione per entrare in quella dimensione di vizio e di dipendenza. Quel profumo mi rende naufrago, maggiordomo di un cosa senza volontà, presenza in transito e in credito di follia, tutto in pochi secondi.


Scorre di nuovo veloce il panorama, arriva Bagnoli, arriva il mare. Sono stato trasportato in un incantesimo senza continuità. Non mi giro a guardarla o cercarla, quel tempo è finito, quella sfortuna non è più moneta corrente. Non è importante lei. Me ne fotto di conoscere il suo nome.


Certo, mi chiedo scopandola che odori sprigionerebbe, se confermerebbe quella meraviglia di copertura, ma passa presto. Passa tutto, quando non ti aspetti più niente.


Sorceress.


Quando esco dallo studio del medico, c'è una donna appoggiata al portoncino della scala. Anche lei dovrà entrare. Nel momento in cui apro per uscire, lei si gira e ci guardiamo. Noto gli occhi verdi, di un verde vendetta, e un rossetto scurissimo, quasi nero.


Non sorrido. Neanche lei. Ma io sono gentile. E anche lei, di rimando.


Allontanandomi, estraggo il telefono dalla tasca. Devo avvisare qualcuno che no, per adesso non mi aspetta un infarto. Così credevo. C'era di che preoccuparsi.


Mi accorgo che lei, occhi verdi vendetta, mi segue con lo sguardo. Chissà perché, ho delle movenze così stanche, e la vedo bella reale la mia puzza di miseria, di disincanto, di cinismo non più a buon mercato. Non che mi trascini, ma certo non sono un mangiavita. Il fuoco nell'anima è ancora spaventoso, ma da qui ad incuriosire ce ne passa.


Fatto sta che il suo sguardo lo sento, e raggiunge presto la mia spalla dolorante, quel finto infarto, tutta la rabbia che scende dal collo fino alle gambe, come una doccia di schegge. Quando sono sotto la doccia mi fermo sempre a convertire l'acqua calda in calma di vita. Appoggio le mani al muro, mi allargo, come per farmi prendere dall'acqua calda, per farmi violentare da una nuova calma, una consapevolezza spietata ma non aggressiva.


Non mi sono mai piaciute le docce in due. Ti rubano qualcosa, in effetti. La mia privacy del riordinamento desideri, per esempio.


Mi allontano sempre più, scompaio dal campo visivo di Vendetta.


Le sirene, le sirene le riconosco tutte, forse ad ognuna associo un profumo, un attimo, un percorso, un particolare giro di basso.


Perché, a dispetto della notorietà dei gusti e delle inclinazioni, non sono piano, sax e chitarra a cantare, bensì il basso.

Appoggiato spesso ad un prim'attore, in chiaroscuro e qualche volta misterioso sodale di grandi imprese, è il basso a puntellare il mondo con il suo sostegno e la sua forza.


Il basso mi risarcisce ogni giorno con una colonna sonora adeguata, finché durerà, finche udito, mente e corpo saranno presenti e liberi di associare.


La notte.


Una notte così scura che ho bisogno di ascoltare i suoni del Fender Rhodes, liquidi e dilatati, per pensare di poterla abitare. Sono figlio di un uomo da pianobar e sigarette, e adesso che ho quarant'anni mi riconosco. In televisione c'è un film con Laura Efrikian, piuttosto melenso. C'è anche Caterina Caselli. No, non mi piacerebbe trovarmi ai tavoli di un ristorante raffinato con qualche improbabile compagna. No, nemmeno mi piacerebbe scoprire Macao o qualche lontano stato, alla fine sono -in potenza- solo un pigro vitellone di provincia. Non volo alto. Non sono minimamente attratto da mete esotiche, e i maniaci del viaggio mi annoiano. C'è qualcosa di patologico nelle persone che non vogliono accettare la concretezza dei limiti. Preferirei invece giocare a carte con quattro sbandati dediti al poco, alle donne, alle ore piccole. E probabilmente sono molto più legato al vizio che alla scoperta, i percorsi di scoperta hanno molte controindicazioni, una delle quali è la retorica del paradiso lontano.


Mi può accendere l'idea di sedurre la moglie dell'amministratore, portarla nel blu della notte pur non elemosinando una sola stilla d'amore. L'ovvio compromesso di un qualsiasi Principe delle Rovine, niente retorica e niente stronzate sui fuochi artificiali.


In fondo la fissazione dell'amore non è che una dipendenza imperdonabile; e tutto quel che ne consegue, canzoni, ideali di libertà e di fusione, emozioni già vissute e bruciate, l'avviluppante mania delle concordanze e delle affinità, un continuo spalare in cerca di pietre di rimpianto.


Senza cani e senza padroni, senza monili e senza disadorni funerali del peggio ormai passato, mi sento un punto di calore in questa notte nera, un cocchiere di carrozze scure dove sono bandite le poesie, le confidenze, le confessioni, le calde digressioni sull'amicizia e l'umanità da accorpare, dove il viaggio non è salvezza e i baci non sono promesse di nessun genere.


Avverto solo i profumi, capto le menzogne più comode, non mi piacciono i giochi di seduzione, è roba da pervertiti, è come masturbarsi di nascosto e bagnare una divisa regale da pazzo. Non tollero le donne che giocano su più tavoli, disprezzo la malattia che porta a chiedere continuamente conferme di geometrie, tenetevi un corpo che vi riscaldi fianchi e libido, chiudete quella cazzo di bocca.


Preferisco chi non sa chiedere. Chi non sa scegliere continuamente. Chi conserva una forma di timidezza. Preferisco il silenzio.


Laura Efrikian era molto carina, aveva tutte le caratteristiche per essere la fidanzata ideale. Dolce, orgogliosa ma ragionevole, apparentemente fedele. Iconografia di cinquant'anni fa. Gonne piuttosto corte, il tocco di malizia che serve. Mi viene da ridere mentre mi accorgo di aver fumato una quindicina di sigarette in poche ore.


È molto tardi. Mi affaccio. Continua a sciamare gente verso i gastropub e il ristorante biologico in punta di sandalo. Le donne ridono, eccitate, complesse, scortate quasi sempre da qualche volenteroso idiota da compagnia. Le comitive di miei pari età, seduti a raggranellare la serenità che il giorno ha lesinato. Ognuno con un fagotto colmo di tentativi. Si impegnano per avere il meno tempo libero possibile; non sia mai che si resti soli con se stessi, quello è l'atroce momento degli spettri, vero?


Non capisco. I treni li abbiamo persi tutti. Ognuno di noi, arrivati a questa età, sa che ce lo hanno messo in culo e che tra non tanto tempo potremo forse permetterci il lusso di essere pianti e rimpianti. I più fortunati saranno continuati dai figli. I più esaltati continueranno con tutte quelle puttanate sull'arte come salvazione. I banali, i tanti che conosco, tutti presi dalla scheda Premium, dall'investimento giusto, dalla macchina da cambiare e dal ridicolo punto focale di cambiare look in tempi di magra. O cullati dall'illusione che una chiavata poetica, il ritorno della passione nella vita, significhi un cambiamento.


Con questa maledetta sigaretta in bocca, a notte alta, e la serenità stinta di chi non deve segnalare la sua presenza a nessuno, sono consapevole di non aver capito nulla, di aver fallito il traguardo più rilevante, quello della leggerezza, che pure mi appartiene.


Perché sono un uomo molto superficiale, al punto che la cultura “alta”, soprattutto quando esibita in continuazione e con frode, mi annoia da impazzire. Il classicismo mi fa venire gli spasmi allo stomaco, non si può pensare continuamente al jazz, ai grandi scrittori, agli spiriti ribelli, all'emozione dell'arte.


Forse stiamo solo cercando di salvarci la pelle. Qualche volta è degradante, malinconico; altre volte è appassionante, soprattutto se qualcuno decide di berci e di amarci. Ma le presunte dolcezze dei sentimenti hanno come contraltare il tornare sui propri passi, il confondersi per altre presenze, il grottesco idealizzare l'assenza e l'annunciazione del nuovo. Ed è allora che quello storpio cameriere dell'esistenza ci porta un lungo conto: e ti ricordi le notti di febbre e gioia ingestibile, ti ricordi dei gesti più amorevoli e concreti, dei tragitti che hai intrapreso per raggiungere qualcuno, dell'ostinazione fiera e folle nel continuare una melodia che pure ti strideva dentro.


Da bambino ho letto tantissimo e giocato niente. Ero molto serio, e volutamente isolato. La gente non mi è mai piaciuta. Mi interessava solo l'amore, ma non volevo aspettarlo giocando. C'è stato qualcosa di profondamente animalesco nella mia formazione, qualcosa di violentemente istintivo, un codice scarno e asciutto, l'idolo brutale del qui e ora, e basta. Da adolescente mi preoccupavo della lunga durata a letto ma non nella vita. Errore madornale, in tutta probabilità. È fondamentale avere una lunga gittata nel quotidiano, nei discorsi, nello scambio con gli altri, nei progetti, elementi dei quali sono totalmente sprovvisto, ed è troppo tardi.


Ma questa considerazione non ha parentele con una blanda e lagnosa autocommiserazione, tutt'altro. Va bene così. L'uomo di oggi è comunque il risultato di scelte, contingenze, humus familiare, inclinazioni, amori, molto degli amori vissuti.


Miccia corta, occhi che si abituano a case nuove, nuove e già vecchie forme di cortesia e di interesse.


È impossibile continuare a credere nei tormenti come moneta corrente del tempo che passa, i tormenti sono solo alibi. Il più delle volte sono banali risonanze di tuffi mancati, e non c'è altro da dire al riguardo.


Gli ultimi clienti del ristorante vegetariano se ne vanno alla spicciolata, i bar ritirano i tavolini, non è elegante insistere con la didattica del dissidio interiore.


Qui c'è solo da rendere l'istinto un alunno presentabile, procedere, ottenere qualcosa, mettersi il cuore in pace, senza la variante degli altri si rischia di declinarsi all'infinito in un lamento senza musica, un flebile filo di voce che prega fuori tempo, “ci sono anch'io, ci sono anch'io”.


Luca De Pasquale, 7 novembre 2012

03/11/12

De tout façon, Je compte chaque ombre


Il giovane chitarrista napoletano Kashif Moiariello è su una panchina, nella centralissima strada dello shopping.
Accorda la chitarra classica, cerca di farsi notare. Sono anni che cerca di avere relazioni durature con delle donne, ma non è nelle sue corde.
Esercita la malìa iniziale, con quel suo sorriso complesso, racconta qualche storia delicata, poi accade qualcosa e il rapporto non decolla.
Oggi ha una rasatura perfetta, e mentre accorda guarda i passanti, fosse che passa la donna della vita, quella che soprassieda ai difetti e alle monotonie.
Una donna delicata, sensibile, fedele, accorta, direttiva al punto giusto, non destabilizzante, che non prevarichi, che sappia coccolare e che ricordi un paio di volte l'anno di essere anche seduttiva, persino un po' dark.
Kashif Moiariello fa una pentatonica assai delicata, semplice. Non si è fermata la donna della vita, non ancora, chissà.
Io sono sulla panchina di fronte. Aspetto che l'inverno taciti tutto.
Io sono sulla panchina di fronte, con le mie ridicole scarpe rosse, uno zaino blu e qualche residuo di tempo.

Quando Kashif Moiariello è andato via da un pezzo, io sono ancora lì.
Passa la salumiera fitness, lei e il suo banale culo da asporto. Ricordo che il tavolo al quale scrivo è zoppo, malfermo. Quando scrivo furiosamente, trema.
Come a ricordarmi che la rabbia non serve a nulla, non è nobile, non profuma di notte come tutto il resto.
Ho acquistato carta da parati color notte per le mie stanze.
Ho riguardato senza cura l'album del matrimonio dei miei, poi l'ho conservato, sommergendolo di panni inutilizzati da anni.
Ho riletto tutta la violenza di ieri. Sapevo che mi avrebbe disgustato.
Stamane all'ascensore ho salutato un vicino che portava a casa la posta. La tristezza, la sua tristezza, le sue sopracciglia. Piacere, sono un nuovo inquilino e non ho un nome.
In autobus, una donna ha parlato con tutti fuorché con me. Forse avevo la faccia della notte.
Fuori al tabaccaio ho urtato una bambina con un vestito verde, e ho avuto sensi di colpa per tutta la giornata. Come è facile sentirsi in colpa e detestarsi per tutti gli angoli sbagliati, di visuale e di movimento.
E a pranzo ho sentito delle persone vecchie parlare di me. Le ho ascoltate poco e con un formicolio di fastidio, le ho ascoltate senza voglia e volevo scappare.
Ho parlato male di un uomo che conosco con un altro uomo che conosco. Ho detto, ricordo vagamente, che mi faceva schifo per l'esibizione della sua ricchezza.
Ho anche detto che sua moglie è una gallina puramente esornativa. L'altro rideva, si ride sempre quando c'è qualcuno che spara alla sagoma.
L'insofferenza e l'allergia ad ogni forma di regola e di consesso mi rendono un cecchino, a sua volta larga sagoma di scherno e rancore. Non c'è scampo.
Continueremo ad ucciderci per niente, per un equivoco, per un ritardo d'affetto.
Sono arrivato a varie feste quando erano terminate. Mi piaceva quella forma di malinconia e di errore.
Ho sempre apprezzato la malinconica e impopolare dichiarazione “sono astemio” in momenti di euforia e compagnia.

Nella folla di via Roma c'è uno che balla come Michael Jackson vestito da Michael Jackson. Lo conosco già, è uno spettacolo inconsistente, accelero mentre volgari ragazzini cullano le indecise forme delle loro compagne. Di una donna che cammina veloce noto subito il rossetto troppo deciso ed una gonna blu e bianca. Non tollero il trucco eccessivo.
Supero due stronze che parlano di tradimento ad alta voce, evito di salutare l'amico di un amico, accendo una paglia ed ignoro il negro sifilitico che inizia il suo “scusa amico, scusa...”
Questi sabato pomeriggio mi distruggono. Questo vagare, questa distrazione a cielo aperto, questo unirsi e concorrere al giusto evento, questa roba mi uccide, mi polverizza, mi ricorda che è meglio essere un uomo solo, anche per te.
In questa confusione tu ti sei smarrita.

Nel corridoio che mi conduce alla mia porta risuona una musica.
Qualcuno nel palazzo studia flauto. Mi fermo per qualche secondo.
Motel Oblio. Che sia dannata la mia diffidenza così radicata.
Mi appoggio alla mia porta buia. Da sotto filtra l'odore del fumo e del mio sonno. Non lo imbottiglierò mai, fino alla dispersione, fino alla stessa sopravvenuta noia di scrivere e comunicare.
Sento che tutta la mia energia è solo una parentesi tra due notti, e non vale l'eccesso viscerale della scrittura.
Abbracciato ai petali di un rifiuto vecchio quanto una richiesta di sorrisi, mi godo la mia età e la mia decadenza.

Luca De Pasquale, 3 novembre 2012