30/11/12

Waterpast Decadence


29 novembre

Da due giorni giro con un ridicolo braccialetto giallo, Zumba. Ridicolo al mio polso come su quello di chiunque. Talmente ridicolo e senza senso che lo tengo.
Del resto, non facciamo lo stesso con tanti sentimenti? Invece di vergognarci, li custodiamo e guai a chi contesta i souvenir.

Lo dissi ad un funerale di famiglia.
Le persone si vedono nei momenti di difficoltà, nei lutti, nelle separazioni, nei rovesci di fortuna e denaro”.
Questo pensiero si è rafforzato con il tempo.
Le alte barriere protettive, la strenua autodifesa, l'incapacità colossale di affrontare la sofferenza altrui prim'ancora che la propria, l'indecente persuasione di essere responsabili e davvero pronti alla vita, questa è la pasta di cui siamo composti.
La maggior parte delle persone che ho incontrato nella mia vita sono state deludenti, per usare un ovattato eufemismo. Non mi interessa stabilire se siano (state) migliori o peggiori di me. Non credo alle graduatorie. Mi limito a constatare fatti, fatti concreti.
Non ho mai fatto grossi proclami sull'amicizia; ci credo poco e ne parlo meno.
Ma chi ha usato questa 'keyword' così tante volte e con tanta supponenza, non si è reso conto che ad ogni affermazione di autenticità e umanità susseguiva uno schizzo di fogna, uno sbrego sporco sulle labbra.
Superata la boa dei quaranta, e senza stupirmi, devo anche ammettere che tutte le calde ventate dell'amore sono scomparse e hanno assunto un retrogusto beffardo, impalpabile, vorticoso e visionario. La mia stessa memoria è pregna di immagini perlopiù oscene; la tenerezza sostituita da pantaloni bianchi aderenti, labbra spalancate, occhi in orgasmo, inutili corteggiamenti a parvenza di poesia, promesse figlie di lune di cartapesta, i destabilizzanti strattoni all'inguine quando stai venendo e sai che dovrai cercare una scusa per rinascere con un progetto d'amore.
Ma ora sono stanco. Della pornografia emotiva, della follia circense che obbliga una creatura a dover simulare progetti a prova di ruspe. Meglio piantarla con questa commedia, meglio stracciare il libro e far comparire la struttura, nuda, desolata, reale.
In questa fase trascorsa su strade sterrate e a precipizio, ho eliminato molti figuranti, ho vissuto i risvegli con la schiena spezzata e la lucidità subito attiva, in questa fase agli stimoli esterni corrispondono segnali interni assai fiochi, solo i sogni e il cablaggio erotico dei corpi funzionano. Il resto tace e non ne sento la mancanza.

Ieri sera, intorno alle 22, al piano di sopra hanno scopato, forte.
Sentivo i cigolii della rete, i tonfi, qualche sospiro, e poi l'acqua in bagno. Stavo leggendo un libro, con il telefono spento, sovrappensiero.
Non sopporto l'idea delle abluzioni immediatamente dopo il sesso, ancora impiastricciati di sperma e di umori vaginali, dolci o ferrosi che siano. Siamo così scrupolosi nel toglierci di dosso le tracce dell'altro. Come siamo dannatamente prevedibili ed egoisti.
Se ci amassimo davvero.
Non potrei escludere di addormentarmi bagnato, con l'odore dell'altro, sporco e senza specchi. Ma siamo tanto attenti a sistemarci dopo i terremoti, o almeno crediamo che sia così, che debba essere così.
Sentivo i rumori di quella scopata e mi veniva da ridere. A turno dobbiamo avvertire frammenti di passioni altrui. I rumori però sono sempre gli stessi: è avvilente.

Continua il maltempo su Napoli. Vento fortissimo, soprattutto di notte.
Faccio un sogno sgradevole, all'incirca alle quattro del mattino. Finisce che mi alzo, apro solo uno dei due battenti della finestra, accendo una sigaretta e aspetto.
Che i residui di sogno diventino velocemente ridicoli. Ormai faccio quasi sempre così. Dopo sei più forte, anche se con poche ore di sonno.

Chiacchiero con un'amica e tendo ad essere diretto, piuttosto tagliente.
Parliamo di fascinazioni, di colpi di testa, le dico che il motore primigenio di un'attrazione è chiedersi come l'altro sia a letto. Osservazione piuttosto banale, ma la butto lì. Del resto, aggiungo, la maggior parte delle donne che sogno non le ho provate.
Non si scandalizza, mi conosce, ma è piuttosto sorpresa da una generalizzazione così brutale e fors'anche superficiale.
Non posso farci niente. Sempre giocato a carte scoperte, e mai immacolate.
Il mio sistema di sensibilità è corrotto, intasato, i miei condotti d'amore sono arrugginiti, non riverniciati, popolati da batteri in agonia e ossessioni in pectore. Dopo la pornografia emotiva e quella sublimazione letteraria così insalubre, si resta spossati, su sponde di plastica, nel pieno di una precarietà che germoglia sotto i peggiori temporali.
Mi rendo conto di non avere più argomenti a disposizione per affascinare. È una privazione violenta, uno stupro in cancrena, ma è anche una sensazione interessante.
Non posso più esibire, se mai mi fosse riuscito, la forza delle idee e la potenza arcana dell'uomo che sogna controcorrente; mi comporto da disertore, da renitente, da ammutinato e come tale mi esprimo in società.
Il mio mondo non richiama come le sirene; angoloso, con altari di fumo e anfratti di pioggia, armi bianche e onore, tendenza all'eversione e mancato riconoscimento di ogni dato che risuoni familiare. Che cazzo di fascino puoi propagare in quest'assetto?
Anche quando sorridi respingi. Anche quando hai un gesto d'amore, la cassa di risonanza è una tana di streghe. Conosco bene questo lugubre palazzo di cristallo opaco, non illuminerò certo le scale per permettere di curiosare senza motivo.

Da parecchio sento parlare di “collettivo”. Evidentemente è una parola che piace, che riempie. Che fa effetto a chi crede di far parte di qualcosa che non sia 'uno'.
Non dispongo di questa buona volontà.
Diffido di chi sparge solidarietà. Diffido dei buoni pensatori, che nella maggior parte dei casi mi stanno sul cazzo anche se non parlano.
Anarcoindividualista. Almeno non simulo.
È un bel po' che osservo certe serpi da canterano parlare di coscienza, di percorsi unitari, di senso del collettivo, ma sono ridicoli, pupazzi prenatalizi con la chiave nella schiena per emettere il versetto giusto. Mi fanno ribrezzo e pena.
Venderebbero madri e sorelle per la giusta causa della loro affermazione, ma quando l'acqua è alta sono efficaci nel costruire canotti e zattere immaginarie. Non cado nei flussi marronicci di queste conversioni posticce.
Non mi sento rappresentato da partiti, movimenti, sindacati, filosofi, teoreti e artisti multimediali; non mi sento rappresentato dalla mia famiglia, dai miei amici, da qualsiasi Dio a portata di edificio, dai miei gusti esibiti, dalla mia eterosessualità militante (qui ironizzo, visto che mi danno del sessista solo perché non interessato agli spettacolini di più banane in amore), da tentazioni catechistiche o didascaliche, dai risultati di un team di lavoro.
Non mi sento rappresentato da vecchi amori in picoglass, i vecchi amori sono solo fallimenti e basta, non mi sento rappresentato dai libri pubblicati e da tante delle invecchiate note di questo blog, non mi sento infine rappresentato dalle potenzialità che pure intravedo, in certi momenti di quiete.
L'unica immagine che mi rappresenta, oggi nel senso minimo di questa giornata, è quella di un uomo in una casa piena di scartoffie e roba dimenticata, che non sa bene da dove cominciare, cosa salvare e cosa bruciare senza più passione.
Agirò senza retropensieri, agirò per il bene di ogni implicazione futura, agirò per ridurre a prototipo solo abbozzato quell'anima gonfia e addobbata che ora mi nausea.

C'è un proverbio che dice: 'Se vuoi conoscere il cuore di una persona devi ammalarti'. Chi viene a trovarti facilmente quando tutto va bene, ma se ne sta lontano quando ti ammali o ti trovi in difficoltà, è un ingrato. È proprio al tempo della sofferenza che è bene visitare una persona, portandole dei regali e ringraziandola”

30 novembre

Fuori la mia porta c'è baccano. Il ragazzo che abita dirimpetto ha ricevuto gente. Hanno suonato un po' la chitarra, riso e chiacchierato. Ho stabilito con una certa precisione che erano presenti due donne.
Svaccato a guardare la televisione in una nuvola di fumo, non sono riuscito a frenare la memoria, che mi ha riportato in un amen ai pranzi familiari di domenica, a casa della nonna, quando ero piccolo.
Mi annoiavano molto, quei pranzi. E credo annoiassero abbastanza anche i miei genitori, per quanto mio padre potesse fumare in casa, epoca tollerante quella, altro che oggi. Mio padre accendeva e spegneva, erano i primi anni ottanta, trent'anni dopo ripeto la scena in tutte le stanze del mio vagabondaggio.
Ricordo la televisione costantemente accesa, non la sopportavo. Altissima. E ricordo un numero impressionante di immagini votive in casa, la cui presenza mi appariva grottesca, scalognata, quasi minacciosa. Mi vestivano come un bambino, giusto così, ma tanti miei pensieri già rimestavano in qualcosa di mestamente adulto. Riconsiderando tutto adesso, so per certo che avvertivo un assurdo senso di privazione, frammisto ad una voglia quasi ossessiva di distinguermi negativamente, per ribellione, per rifiuto.
Non mi sentivo libero, non era certo colpa dei miei. Avevo tutto quel che potevo desiderare, e l'affetto era in primo piano, tangibile, veritiero.
Oggi posso dire che vagheggiavo un numero preoccupante di ombre, e non riuscivo a identificare un campo di libertà che non fosse una bugia. Ero già in guerra.

La scrittura non è affatto terapia. Chi lo dice essenzialmente tende a giustificare la mancanza di pubblicazioni.
Lo faccio per me, te lo giuro”. Ma davvero, Wyatt Earp, ti credo sulla parola.
Buffoni.
Mi capita spesso di notare sguardi che scrutano, quando parlo. Come se fosse pacifico che dietro ogni parola si nasconda un altro pensiero, un piccolo segreto, un omissis.
Cerco di dire quel che penso, non sono il massimo della trasparenza, ma sono torbido di mio, sono acque scure, non falsità. Acque limacciose e ruggenti, difficile trovare la luce più vera da comunicare. Mi accorgo subitaneamente, in compenso, delle omissioni studiate, delle asserzioni criptiche ad arte, del disinteresse formalmente sovvertito. E sono trucchetti che non tollero.
Una bella donna può deprimermi all'infinito, se inizia a giocare. E si riduce ad essere, ai miei occhi, come un nano monco senza voce. Vado via velocemente, e senza lasciare tracce.
Non è la sincerità che pretendo, troppo lusso; ma mi è insopportabile osservare come le persone si trattengano in continuazione, ingannandosi e cercando di ritardare gli effetti delle imperfezioni. Tutte le volte che mi sono fidato, che ho invocato la pazienza, è stato un brusco fallimento.
È per questo che avverto sempre, sono un errore su due piedi, non vi darò neanche il tempo di scoprirlo, ve lo anticipo.

Leggo alcuni romanzi di Jim Thompson. Una nerissima visione del mondo, anche quando volutamente di maniera e di genere. Tutte le volte che ho finito un romanzo di Thompson il mondo mi è parso deforme per almeno una settimana, più del solito. La sua umanità balorda e perdente è contagiosa, soprattutto per chi offre un campo già seminato al riguardo.
Da qualche anno non riesco più a leggere romanzi slapstick, nevrotici ma vitali; mi interessa andare a fondo nel fondo più scuro di altri, mi prende e mi seduce solo la schiuma di chi non ha mai avuto il sole a fuoco.
Oggi mi sarebbe impossibile leggere Gutierrez, che tanto mi piaceva, e ancor di più Bukowski e i suoi epigoni. Perché, soprattutto al vecchio Hank, mancava quella sottile linea di dolore che invece è tante volte l'imbastitura più seria per una ribellione.
La poesia mi piaceva da ragazzo. Oggi, quale che sia, mi fa un brutto effetto. Essendo contrario a rileggere ossessivamente i classici, non trovo dunque più nulla -in versi- che catturi la mia attenzione. In genere, è sempre qualcuno che sbava per amore e si rende vulnerabile fino al parossismo. Queste trastole andavano bene per spianare la strada a qualche coito con tinte spirituali, oggi sono dei lassativi prescindibili.

Mi accorgo che non è la felicità ad essere irripetibile.
Quello che non è replicabile è il tentativo di felicità, il che è anche peggio.
Sono invecchiato. Sono invecchiato davvero, e non lo considero cupamente, è solo una presa d'atto.
Sento di aver compiuto una larga parte del mio percorso, e la mia freddezza così estesa mi porta a considerare il grado di utilità di questo cammino. Ho spesso la sensazione di essere un cumulo di password, di disordinati interessi, di affastellate passioni non pacificate, il tutto sotto l'assordante fanfara di una vendetta momentaneamente incompiuta.
È così squalificante il tentativo di ritorsione verso ciò che non hai ricevuto o che ti è stato sottratto, eppure ci cadi, ci cadi pesantemente, e non sei conciato al meglio quando ti fermeranno per chiederti spiegazioni.
Di certo non mi confido. Mi piace ammettere le cose e i pensieri solo quando scrivo, quando sono nudo e mi rendo conto di desiderare fuochi che rinnego nel quotidiano, ma è un altro discorso, evanescente, di nullo interesse.
Ho fatto un percorso, come tutti, e l'ultimo aspetto che ho considerato, da sempre, è il mio benessere personale. E questo certo non per filantropia o altruismo; mai stato molto propenso al prossimo mio. Il punto è un altro.
Per un'atavica e masochistica convinzione, ho sempre guardato al benessere come qualcosa di opulento e sostanzialmente seccante, una sorta di castrazione.
Così, ho preferito accumulare esperienze piuttosto che denaro o oggetti rassicuranti, non mi sono mai preoccupato eccessivamente delle prospettive a lungo termine, anche e soprattutto per ciò che concerne questa totalizzante collusione con la scrittura. Non ho mai pianificato una creazione letteraria atta a fare centro. Grosso limite, ma tant'è.

Mattina.
Due ragazzi amoreggiano seduti sotto la statua di Bellini, mentre piove fitto. Lei ha delle calze blu notte, lui un cappuccio rosso. Arriva un piccolo furgone che trasporta cornetti e brioches, tutta la città sembra nascosta sotto una calotta grigia e quasi soffocante.
La clessidra dell'ingenuità è vuota, lontana dallo sguardo e dal tempo rappreso nei ricordi, ma nonostante questo sono contento che non abbiano messo le luci di Natale.

Luca De Pasquale

27/11/12

Bruciare


Con qualche amico al bar.
È perfettamente inutile radunarsi quando ci si interessa poco.
Inseguito dalla tromba lirica di Enrico Rava, questa è la terza volta che sento dire della pioggia di domani, ho già sentito ciarlare di lavoro, di fica, in una coltre di noia interminabile.
Le inadeguate fila di rapporti ipocriti, strascicati.
Sento che le colf dell'est, laddove trovino soldi, aprono le gambe. Si generalizza che è una bellezza, in quel misto di cinismo e nauseabonda lucidità in salsa semplice. No che non vorrei discorrere di filosofia, ma qui si esagera.
Sono fermo. Una camera iperbarica. Poco respiro. Nessun sogno.
Ogni diario ha qualcosa di stupido, di marcio, di sorpassato.

Sono giorni impersonali, senza caratteristiche.
Ho l'impressione di digerire sempre male, anche quando non ho mangiato.
È una suggestione. È impazienza. Sono io.
Come aspettare il freddo, l'inverno, su un tavolo autoptico, immobile e magro, senza elettricità se non a scosse capricciose e fuori misura.
Sono totalmente incollato alla mia pelle.
Ogni tanto mi fermo e ricordo qualcosa. Che da bambino non avevo le vertigini come adesso, che qualcuno diceva sempre a mia madre che ero troppo serio e pensieroso.
Da bambino mi tagliavo le ciocche di capelli perché mi sembrava di essere disordinato nell'aspetto, e finivo con l'imbruttirmi di parecchio.
Non lo sopportavo quel bambino, mi specchiavo pochissimo, oggi non mi piace rivedermi nelle foto, la mia immagine, il mio sguardo, mi sono intollerabili.
Se è vero che l'amore presuppone conoscersi per davvero e indagare benevolmente sul passato dell'altro, ebbene credo mi sottrarrò per sempre a questo rituale.
Perché la verità è che non ho niente da dichiarare. Non mi immagino più a fare confessioni, la sola idea mi allontana, mi fa ribrezzo. Come potrei mai spiegare tutti i miei silenzi di bambino, ragazzo e poi uomo?
Quando mi gira, posso avere il dono delle parole. Ma dura poco e non è mai per me. Sono comunque punti di vista. Potrei parlare per ore e non dire niente. Tacere e mettermi in gioco come non ho fatto mai. Sono punti di vista. Che non mi interessano affatto.

Una mamma è seduta su una panchina con i suoi due figli, ognuno su un lato, due piccoli guardiani schiamazzanti. Io sono in compagnia di un collega che parla, non lo ascolto, fumo. Al bambino di destra cadono delle noccioline. La mamma se ne accorge subito, dice qualcosa e si china per raccoglierle.
Sono costretto a guardare da un'altra parte, non so perché. Il mio collega non si accorge di niente.

A casa, mi sdraio sul letto. Il soffitto ha degli sbreghi di pittura, delle paglioccole rigonfie che promettono umidità.
Ho addosso un odore maschio che però non è il mio. Come se indossassi i panni di qualcun altro.
Chiudo gli occhi. Penso che sarebbe bello alzarmi, aprire la finestra e trovare il lago. Il lago per me rappresenta una grande parte della mia vita, spesa probabilmente a guardare al microscopio le mie passioni e cercare un semplice abbraccio cui non potessi attribuire altri, arcani, significati.
Un abbraccio che non mi chiedesse nulla se non esistere, essere presente.
Chissà nel 1972, quando sono nato, da quanti anni i miei avevano smesso di ballare e ridere, e se avevano mai cominciato.
Da bambino mi innamoravo in continuazione, sognavo spessissimo di andare in vacanza sui laghi e piacere a tutte le ragazzine, conquistarle con le parole, con un modo di fare passionale che già intuivo come fonte di guai futuri e talvolta poco riparabili.
Immaginavo dichiarazioni sui bordi di belle fontane, sotto le stelle.
Nella penombra delle stanze, mano nella mano, sussurrando sul collo, piano.
Stravedevo per Ugo Tognazzi, mi appariva come un gaudente irresistibile. Adoravo la commedia all'italiana, quell'inettitudine gaglioffa, quella continua e ostentata dipendenza dai sensi.
Scrivo queste cose come se dovessi morire tra qualche ora, al massimo domani. Per me è davvero così, e non so se essere grato o meno alla mia sensibilità per questo.
Queste abbozzate memorie sanno di resa dei conti. E forse è così.

Temo terribilmente la vecchiaia. Non credo di disporre degli strumenti per affrontarla. Strutturalmente, dico. Ho il desiderio di bruciare, di espandermi, di dare fuoco e poi spegnermi, ma di passione e non di vecchiaia.
Sento qualcosa che mi divora dall'interno, mi strizza, mi cambia la voce di rabbia e anche quella di silenzio, è come se accadesse da millenni e quindi devo bruciare. Devo.
In questi primi quarant'anni ho inventato di tutto per non fermarmi a guardare questa macchina dentata e divoratrice. Purtroppo, credo di essere nato con questo meccanismo ad orologeria nel cuore, è stato superficiale pensare di dimenticare.
Brucio ogni giorno, anche in stato di quiete.
Brucio ogni notte, se sogno ancor di più, se crollo incamero code di fiamme.
Quando stringo la mano, brucio. Quando dico addio, brucio e poi riguarderò i fuochi d'artificio in riva al lago, rigorosamente da solo.
Mentre scrivo brucio, anche se non voglio raggiungere, anche se non voglio ammaliare.
Detesto radermi, è un gesto così formale, così abbrutente. Detesto il mio volto senza l'ombra della barba.
So che deve vincere il lago sul fuoco. Lo so ed è una sofferenza assistere al corpo a corpo, alle mie smorfie fuori inquadratura, alle mie bugie di conoscenza.
Scusa, che ore sono?”
Le diciotto e quaranta”
E brucio.

Matt Bianco.
More than I can bear.
Mi ricorda un'estate di baci, un secolo fa, estate 1992.
Come ero ingenuo. E quanti saltimbanchi intorno, a recitare la parte dell'energia.
Ora, per essere me stesso.
Ora, per essere me stesso dovrei andare via.
Un'altra città, un altro nome e insisto, nessuna coordinata. Nessuna.
Sono Antonio, ho una quarantina d'anni, sono quel che vedi. Non chiedermi niente. Ti permetterò di scoprire se emano calore o no e come posso cercare d'amare. Tutto qui.
Non sono stato niente, non ho mai detto niente, e non so spiegare. Io non spiego.

Sempre di più, mi piace guardare i portoni di notte, con i citofoni luminosi.
Il sonno degli altri è una parvenza di pace, di stop, di senso.
Mi porto dietro un'impazienza che è una Medusa, sostituisce le braccia, le labbra, persino il sesso. Una Medusa creata dalla notte e adatta a darmela in pasto, a rendermi insonne per una strana e contorta devozione.
Solo di notte è possibile amare.
Con il segreto, l'acqua immobile e tutti gli spettri in sala d'attesa.
Solo di notte è possibile intrecciarsi, davvero lasciare che le vite e i respiri si incontrino, essere melodia e non una sguaiata anticipazione della morte.
Tutti i miei ingranaggi vanno complicandosi, ogni bolla di sangue pulsante genera altri stimoli, è il caos, è la ribellione, è la confusione di tutto il percorso compiuto.
Mi piace, quanto mi piace minacciare ogni nuova sensazione per renderla pericolosa, difficile, renderla una complicazione a vantaggio della mia anima senza quiete.
Mi pento solo per l'occasionale mancanza di energie, ma sono imperfetto, a volte devo battere in ritirata, a volte devo mentire, a volte devo contare i danni.

Quasi notte.
Sto per rientrare nella tana. I sogni occupano sedie vuote.
Sono seduto al tavolo di un caffè notturno.
Fingo di leggere, in realtà mi guardo intorno.
Non ci vedo bene. Distinguo i leggins della mia vicina di tavolo, mi arriva il suo profumo acre, tutto il resto è nero con qualche sbavatura.
C'è una canzone dolente che appartiene a questa notte e a tutti coloro che entrano nel mio raggio visivo. E c'è una lunga strofa di cecità prima che si intraveda la luce fioca di un ritornello che ci avvicini per davvero.
C'è notte in me e tutto intorno, c'è una complicità segreta tra me e ciò che raggiungerò, costantemente assorbito dall'idea di non avere tempo, non avere più nessun tempo per accorciare le distanze.
Ogni sguardo di questa notte ha una profondità inedita, va oltre una meccanica ordinata di traiettorie, ogni sguardo è un cecchino di una lucidità affannata, impotente nella sua enfatica ambizione di essere passione.
Solo di notte è possibile una forma d'amore che non contenga fuga e cattura.
Il tempo è poco.
Bruciare.

Luca De Pasquale, 26 novembre

24/11/12

Il sovrano divorato

La passion détruite se transforme en passion de détruire

Raoul Vaneigem

Per la prima volta quest'anno, oggi ho sentito l'arrivo del periodo di Natale. Mi è accaduto per strada, mentre superavo velocemente vetrine illuminate e negozi brulicanti, ed è stata una violenta dissonanza.
Le facce annichilite degli accompagnatori annoiati, i cani minuscoli, i bambini con le magliette di Cavani, le ragazzotte volgari e sode, le donne anziane impaurite per ogni dimenticanza, due ragazzi russi in tuta, io, stasera pantaloni larghi, mani arrossate, troppi pensieri per la testa, maelstrom di musica e deviazioni schive, impossibile confessarsi.
Natale mi disturba profondamente da anni. Non sto a fare la predica sulla scarsa sobrietà della cosa in relazione al significato profondo, me ne fotto di questa discordanza, almeno di questo. Ma Natale da tanto tempo mi riporta all'inconsistenza delle mie tradizioni familiari, ognuno per sé, ognuno per cazzi suoi. Ne vedo di famiglie clan, a me non è mai stato così, e questa rude mancanza si esalta nelle festività.
Non devo preoccuparmi di zio, zia, nonni, cani e militari. I miei auguri formali sono sempre stati malinconia e basta, frequentemente noia. Tra i miei occhi, nel mio petto, Natale è sempre stato un albero spoglio, bianco e agonizzante, senza calore, a volte una scommessa d'affetto da giocarsi in pochi mesi e vaffanculo.
Mio padre mi diceva che a Natale mi ammalavo sempre. Una reazione, volendo formulare quelle ipotesi psiconautiche da pomeriggio feriale e seriale. Le feste comandate sono per me uno stupro, una violazione, un compromesso faticoso, una dimostrazione impeccabile di solitudine. Ammalato a Natale, bianco ad agosto, gelido a Pasquetta, senza costume a Carnevale e nei letti di passaggio.
Il supplizio dei letti di passaggio, già. Il supplizio della buona volontà e della forte presenza, il martirio confuso della risposta alle richieste non ufficiali, quelle non pronunciate.
Non mi piace interpretare le persone. Con me si deve parlar chiaro e basta, anche duramente, ma senza omissioni che l'altro dovrebbe cogliere come per magia. I silenzi di speranza hanno funestato buona parte della mia vita con gli esseri umani.
Contro la tristezza il mondo si muove, e spesso si caca nelle mutande.
Contro la malinconia si finisce per esaltare il vigore e la spensieratezza, fingendo che questi aspetti non appartengano, anche solo tangenzialmente, al male da scongiurare. Come l'improvvida ossessione di dare carne, fuoco e benzina alle fughe da se stessi, ci dev'essere sempre un motivo, un'incrinatura, un rimedio, una notte dei tempi che spieghi ogni cosa e pacifichi le coscienze.
Non mi piace questo cibo per maiali. Puzza di vecchio e di incapacità. Non si riesce ad accettare che può esistere una cupezza di fondo, un disincanto ferito e ammaliato a volte dal peggio, una disinvolta propensione all'abisso che niente ha in comune con la resa definitiva, anzi.
C'è chi si lecca le ferite fino ad allagarsi; c'è chi ha una spina dorsale composta di cicatrici e rattoppi. C'è chi non ha trovato pace nei rituali più comuni e nelle sue passioni trova ancor meno il seme della concordia, ci sono anime che si dannano alla sola idea di riconoscersi come anime vive. È il mio caso. A volte pagherei per un po' di morte dentro, morte non consapevole, vuotezza senza rimbombi.
Anche una semplice erezione, una chimica sessuale, può costare molto, in termini di risonanza spropositata del vuoto susseguente. Ho cercato con caparbietà il piacere, molto spesso ci ho trovato un germe di fuga ancora più insidioso e inspiegabile. Ti declini nel piacere, a modo tuo, con una disperazione analfabeta, e poi sei già in viaggio, altre liturgie, altri fiori da divorare, altra morte
Chi ti doveva dare pace non te l'ha data, non ti ha chiuso gli occhi al momento giusto.
Ti ritrovi samurai, samurai squalificato, l'ombra che si impone nel rispetto di altre ombre più timide e con meno dono di parola. Ma ti sei già scartato dall'Olimpo, sei di nuovo senza padrone, sei a portata di mano di ogni idiota che maneggi ricette sbiadite.
Molti si professano miei amici e occasionali estimatori. Blaterano di amicizia, di distacchi casuali, ma io non so bene chi cazzo siano. Non ho i loro numeri di telefono, non so quanti figli abbiano e se siano credenti o meno. Non sono miei amici, non ci conosciamo, ma si sentono in dovere di dirmi che sì, posso essere stimabile.
Mi arriveranno i loro auguri di Natale. Io sarò malato. E se sarò ancora sfortunato, starò lì ad interrogarmi, “ma di chi è questa mano che mi sorregge e che vuole calmarmi?”
Quando il bene va in parata, io mi ammalo. È una mefitica milonga, ossessiva e languida in una sala vuota, una sala con fermaposti invecchiati, mai utilizzati.
Sono stato un bambino triste e anche violento. Me ne ricordo ancora. Quando ho cercato di parlare e di confidarmi, ho il ricordo preciso che mi si diceva come dovessi provvedere, con quale nuova forza. Questo rituale sconcio mi ha incupito fino a che la rabbia non ha decimato i filosofi in miniatura della mia pazienza. E, con le mie modalità, sono allora diventato spietato, perennemente impermanente, anche se ogni mio abbandono costa tantissimo in un'economia esistenziale basata sulla risacca della malinconia.
Oggi questo diario/non diario va benissimo per la mia coscienza.
Solo per oggi mi concedo di guardare le conseguenze del male involontario, solo per oggi accetto la buona fede di chi non ha avuto pazienza e voglia, di chi -Regina- ha pensato ai fedeli e non alla corona.
Sono fortemente interessato alla possibilità di perdere ogni cosa, è comunque una chance, un'azione, un gesto di luce nella notte. Per tanti anni mi salutavano da posti che non potevo raggiungere, quelle mani entusiaste e calde, ed io che scrivevo messaggi in bottiglia, quasi mai a segno.
Oggi ho il mio regno. Oggi sono un Re con la corona difettosa. Il mio trono è largo, deve contenere la stanchezza e qualche imprevisto di compagnia.
Spesso raccolgo i miei pochi sudditi. Con voce ferma spiego loro che ho perso di nuovo, che un'emozione mi ha spodestato, che ho parlato troppo, che ho perso qualche notte dalla tasca della mia veste da camera. E quel veleno atroce che tengo sempre nella mano destra, non lo bevo mai davanti a loro. Mi limito a minacciare un colpo di scena, un golpe suicida, ma è solo per spiegare che ogni uomo, anche sovrano di se stesso, ha diritto alla resa.
Ho parlato troppo. Ho scritto ancor di più. Ma quello che mi brucia di più è essermi confidato, tanto tempo fa, senza prudenza e senza equilibrio, accentuando il cattivo tempo, gli sgradevoli presagi di una scollatura tra lame e fiori finti, la mia elezione a reggente d'ombra e la dimostrazione che ogni velleità di ribellione è legata a filo doppio ad incontri destinici, oscuri arcani di contrappasso, corvi di cartapesta a chiedere costantemente lacrime dietro finestre apparentemente chiuse.

Luca De Pasquale, 24 novembre di un anno senza importanza

17/11/12

L'erezione di Mr. Grungey


I bambini mostrano le cicatrici come medaglie. Gli amanti le usano come segreti da svelare. Una cicatrice è ciò che avviene quando la parola si fa carne.
LEONARD COHEN

Dagli sguardi, dagli sguardi e da come si parlano capisco che Mauro e Monica chiavano. Mauro è sposato e ha due figli, aspetto rude, uomo vero, uomo senza voli pindarici e senza propensione alla riflessione, accanito pokerista, banconista efficiente e poco fantasioso.
Monica ha poco più di trent'anni, gestisce gli spazi informativi, non ha un fidanzato, corpo flessuoso, sembra sempre umido, aperto, non le piacciono gli uomini che parlano troppo e gli idealisti, non le piace l'arte e la seduzione della parola, è per gli uomini che sono solo uomini e non va oltre, vuole divertirsi, ballare, farsi riempire, sognare, coccolare la sua famiglia.
Si guardano come due che conoscono bene il segreto dell'altro, il modo di muoversi del corpo, il sapore della saliva e degli umori, la forza del colpo e la profondità dell'accoglienza, io lo vedo che le loro lingue sono una passerella di bugie ben strutturate.
Parlano di calcio, di locali, scherzano innocuamente, ma non ci casco. Si sono presi, chissà quante volte, chissà con quale ingordigia, chissà in quali motel, e come li immagino ridere con le chiavi della stanza che tintinnano.
Si saranno morsi le labbra. Le loro lingue pazze e schiumose, le dita di Mauro tra le cosce di Monica, i primi gemiti, lei che chiede di essere gentile e lui che la zittisce a modo suo, perché Mauro sa come prenderla, le fa sentire quanto è duro il suo cazzo per un tradimento da spacciare come naturale e indolore, Mauro che le dice “stai zitta” e cerca la sua bocca, poi ricambia, poi entra in lei, metodico, implacabile, un fabbro, un piallatore. E lei che si bagna e si sente stronza e si eccita, ha voglia di leccare e forse di ballare, solo una striatura inconsistente il pensiero di voler essere amata sul serio.
In tutti questi anni, Monica non mi ha mai degnato di uno sguardo. Poco ci manca che non ricordi nemmeno il mio nome. Il nostro scambiare qualche parola è informale, indolente, senza reciproco interesse. Eppure, qualche volta l'ho immaginata sotto di me, completamente spalancata, stanca ma più forte, carne rivoltata su altra carne. Ho immaginato di prenderla nuda ad eccezione dei suoi stivali d'ordinanza, ho desiderato passarle i pollici alle due estremità della bocca per renderla scherzo, per renderla troia ed oblio.
E mi sarebbe piaciuto spiegarle, “anche quelli che leggono libri, anche quelli riflessivi sono uomini, sono melma, carne pulsante, sono oscenità e possono prenderti per bene”.
Mentre ripenso a questo, lei e Mauro continuano a giocare, a darsi schiaffetti, a parlare della pioggia di stanotte.
Ho un'erezione completa, sporca, assordante. La loro complicità mi eccita e più mi sento perverso più ho voglia di fottermela, anche se non provo nulla per lei.
Non mi sento in difficoltà, non mi sento incoerente o squallido, sono abbastanza laido per accettare gli impulsi, la colla di questa follia, l'ossessione di quella bocca con il lucidalabbra.
So che piace anche a Mauro, gli piace e quel lucidalabbra lo ha assaggiato, bevuto.
Sono di fronte a loro con la mia sigaretta da ricognizione e la mia solitudine slabbrata, scuoiata.
Con la mano sinistra controllo discretamente la consistenza del mio cazzo, e un po' tremo per la voglia che ho di seguire Monica e farglielo sentire nella pancia, attraverso le nostre stoffe.
Ricordo che mi piacerebbe morire in un treno, di notte, un treno senza destinazione.
Ricordo che mi piacerebbe morire alle cinque del mattino in riva al mare, possibilmente senza ricordare i nomi dell'amore; che questa tregua mi sia concessa.
Poi, all'improvviso, Mauro deve andarsene. Rimaniamo soli, io e la leccarda. Mi piace e non provo niente. Niente. L'erezione è dolorosa, sento tirare. Sento prepotente l'esigenza di toccarmi davanti a lei, senza che faccia niente, solo che mi guardi e mostri quei denti troppo bianchi, vorrei venirle addosso e sulle labbra, e magari morire un altro po', che sono bravo in queste cose.
Lei rolla una sigaretta, non mi guarda. Capto l'odore del mio sesso dolorante, teso, impazzito. Sarei felice di potermene venire nei pantaloni, come da adolescente.
Penso così tante volte alla morte, Cristo.
Il tempo mi lacera i tendini, uccide i miei cari, rimastica le mie illusioni, sono un nero cavaliere amputato di fede e gentilezza, mi servirebbe venirle in faccia, farla eccitare, morire a compartimenti spalancati.
Lei si alza, mi saluta velocemente, le guardo prima le cosce e poi il culo, inguainati in pantaloni bianchi che sarebbe opportuno annusare, smagliare, bagnare di libido.
Resto come uno stronzo, da solo, con la mia imponente erezione, inutile, beffarda, di contrappasso e di nausea, di violenza e di ascetismo sofferto, come sarebbe bello cercare di annegare non ricordando nessun evento.
Devo cercare un disco per l'architetto Cambiaghi, quell'arlecchino figlio di zoccola con quel figlio idiota. Rileggo il suo insipido foglietto promemoria; pezzo di merda, viziato, borghese strafottuto, e io qui, quarant'anni, il cazzo in fiamme, l'anima in pasto a pigri corvi.
L'architetto Cambiaghi pensa che io sia un tipo GRUNGEY. Grungey. Grungey.
Oh, signorecristo, grungey. Maledetto architetto Cambiaghi e la sua distillata famiglia dabbene, dammodo.
Monica. So a quale sportello lavora. Magari la raggiungo, un po' in disparte, e me ne vengo, titillandomi piano. Devo avere un orgasmo per lei e per tutto quel che non provo più.
C'è stato un lungo tempo in cui la sola idea di poter penetrare una donna mi teneva occupata la mente per mesi interi, anche quando già lo stavo facendo e sperimentavo con lei.
Costruisco zattere nel deserto. E delle croci del mio amato bene me ne sto lavando il curriculum, poco a poco, fino alla spietatezza, fino alla consunzione, fino alla sporcizia più saggia e liberatoria.
Quei froci. Quei froci che parlano tanto. Razzolano, scompongono. Non ho niente da confessare, non ho niente da mistificare. In questo momento sono rappresentato dai miei genitali, anche se non sempre con adeguate modalità.
Uomo d'anima un cazzo. Uomo notturno solo nei film francesi.
Curaro, latte cagliato, cera, caffè, pin, badge, preghiera, deodorante, pugnale, fascia bicolore, aggressione, il folklore della malinconia, la telefonata mancata dell'editore, le bugie, Monica, Monica che ha un orgasmo mi arricchisce davvero?
Ma che siamo, cosa diavolo siamo?
Spengo la sigaretta. Mi alzo. Il cazzo non ha più brividi e scosse. Tra poco tornerà nel fodero del pudore. Come le mie parole. Come la sconcezza in provetta che è la vita, la resistenza, la resistenza attiva, con le parole, con la faccia, con un passato ingombrante e meticoloso nella sua crudeltà.
Non voglio più venire, schizzare.
Conserverò quest'orgasmo mancato come una frenesia ubriaca, una liturgia d'espiazione, conserverò tutto per una donna che non ha storico, non ha connessione con nessun mio tessuto e nessun futuro di immaginazione.
Conservo, implodo, sfiorisco, reagisco, conquisto e mi rigenero.

Luca De Pasquale, 17 novembre 2012

12/11/12

Sulla striscia di veleno


Una domenica mattina.
Una coppia di amanti al bar, hanno trascorso la notte insieme. Non ci sono tante parole tra loro. Gli sguardi bastano.
Napoli oggi avrà la pioggia, e loro pensano, in fondo non c'è nulla da male a farsi una passeggiata sul lungomare, con i golfini un po' larghi ed un cuore seminuovo.
Sono così lontani dalle case polverose, dai rituali cancrena, dai mostri che tendono inellutabilmente a ripetersi, da una sopravvivenza che cammina sotto il muro, attenta a sorvegliare che i compagni di rinunce siano altrettanto attenti.
Osservo con discrezione la coppia di amanti. Immagino che le loro labbra brucino ancora. Immagino i citofoni puliti delle loro abitazioni. Qualche ricordo di viaggio nei rispettivi salotti. No, non vivono insieme.
Questa mattina è un tango che scivola e muore. Tra gente che fa colazione.
Questa mattina sputa in faccia ai cretini chiusi in casa a cercare belle frasi e a rimestare i gusti raffinati, nell'illusione di poter comunicare qualcosa di nuovo.
Ne abbiamo scritta di merda, in nome dell'amore. Talmente tanta che i nostri pc e i nostri cassetti sono meta di mosche spietate, mosche ossessive e talvolta cieche, che con il loro ronzio sconcio ci ricordano quanta merda abbiamo movimentato.
Uno che con le parole ci lavora ad un certo punto prova nausea, ed è una dannazione incivile, scorretta, senza eccezioni. Nausea che ti fa provare disgusto per gli idealisti, ripugnanza per le coreografie, stigmatizzazione seriosa di ogni ossessione possibile.
Diventi una stella di cemento, una cicatrice killer.
Guardo i due amanti e devo concretamente accettare che il mio stomaco drena liquido nero, le sigarette, gli orgasmi, le troppe parole sporcate e rinnegate, i nomi che non significano più nulla.
L'amore che salva non esiste e occorrerebbe smetterla.
In questo momento avrei voglia di raggiungere uno spiazzo brullo e deserto, ritrovarmi il diavolo di fronte, sgranargli quel vangelo di bolo che uso per delimitare i margini, fare un patto e prendere coscienza della crudeltà.
Quelli che hanno amato troppo poi cambiano.
Tutte i frammenti che ho scritto sono carta bruciata; tutto l'inchiostro che ancora conservo è solo per avvelenare gli ospiti. Uno ad uno, anche i meglio intenzionati.
Le persone usano la parola “dolore” in modo avventato e mortificante, per molti il dolore è solo uno sguardo e un orizzonte di non felicità.
Se anche tu provi a spiegare che sei solo una macchina da guerra, sei solo un'emozione deviata dalla febbre, qualcuno ti dirà che provi dolore e ti riprenderai.
Perché molti esseri umani non concepiscono l'ombra: sono maledettamente ossessionati dalla GUARIGIONE.
E chi ti ha sottovalutato non riesce ad accettare che sei andato via.
Il dolore non è solo alcolismo o droga, lutto o menomazione, mancanza di fede o tradimento, il dolore è una linea implacabile capace di riscriversi in continuazione sotto mille forme.
Il dolore è anche nausea.
E il dolore letterario, un'artefazione annacquata il più delle volte, ho letto e riletto il dolore e adesso lo riconosco anche quando sembra assente.

I due amanti escono dal bar. Al momento, sono parte l'uno dell'altra.
Finisco il mio caffè, da ieri vedo male. Mi sento schiavo di violente passioni.
Solo che non voglio fratelli di dolore tra le palle.
Le azioni violente mi emozionano quando sono parte agente. Pago alla cassa, e come sempre non guardo in faccia il mio interlocutore. Cerco di evitare gli sguardi, ogni domenica mattina.
Da giorni non rispondo a mail, messaggi e incitazioni a qualsiasi forma di coesione ideologica o attitudinale.
Non mi sento rappresentato da nessun gruppo, associazione, comitiva, amore, sindacato o categoria lavorativa. Mi muovo da solo e senza troppi scrupoli di coscienza.
Non rispondo nemmeno a me stesso, seguo le fonti di calore e i codici della guerra.

Chi cancella può essere anche anticipato.
E così, alcune persone non salutano più. È la loro illusione di distacco ed indifferenza. Degli scherzi di natura, sostanzialmente infelici e grotteschi, che sprecano energie negative per non considerare uno scherzo di natura, il sottoscritto, anche peggiore.
Riconosco a tempo debito le casacchette verdi di Greenpeace. Non ho alcuna voglia di rifiutare garbatamente o sentire battutine brufolose circa l'impegno civile. È accaduto qualche giorno fa che una stronzetta ironizzasse, e l'ho dovuta mettere a posto.
Da anni non accetto sermoni e apologie sgrammaticate sull'impegno, il volontariato o la fede, quale che debba essere.
Sono interessato solo a forme di ribellione estrema.
E in questo periodo, neanche a quelle.
A via Toledo un conoscente mi porge la sua mano spugnosa e viscida. Si porta dietro una compagna acida e tendenzialmente frigida. So bene che le mie disavventure personali lo rallegreranno, perché è solo una merda fraudolenta e senza palcoscenico. Quindi gli dico che va tutto bene, che sono in forma.
Forse non mi crede. E sia, fottiti. Mi accenna alla loro voglia di un figlio. Io penso che anche se getterà del seme tra quelle cosce e in quella vita, lui rimarrà una solenne merda senza idee e senza spina dorsale. Con quella sua democrazia sciacqua sempre in bocca, le sue utopie di sacrale giustizia, le buffonate affettive e gli hobbies come fari nell'eterna notte del non conoscersi.
Gli lascio nella mano destra qualche scoria della mia personale condanna, li lascio ai loro sogni di percorso guidato, li lascio alla loro vita più giusta e sensata.
Hanno euforia d'alta quota. Non posso biasimarli a lungo.
Sono fosco, tenebroso, infestato. Ma leggero. E non importa. Non importa quale sia l'immagine della persona, se questa persona non vuole essere più raggiunta.

È domenica mattina.
E Dio non fa rumore, consuma in silenzio le infinite distanze tra di noi.

Luca De Pasquale, 12 novembre 2012

07/11/12

Canes do murallo


Dal letto mi arrivano le notizie del telegiornale. Direttamente dalla garbata e seducente scollatura di Alessandra Carli. Passano in rapida successione la Camusso, Alfano, Grillo, Manganelli, ma quel che resta è la scollatura di Alessandra Carli.
Poi Alessandra Carli saluta e passo su una rete privata per un'inutile carrellata sul calcio campano. Fumo. Mi fa male la spalla, sono coricato su un fianco. Ondeggio tra la voglia di ascoltare musica e il sonno.
Non ricordo più niente. I'm an empty box.

Metropolitana. Stazione di Cavalleggeri Aosta.


Una russa mi chiede se siamo a Pozzuoli.


“No, è l'ultima fermata”


“L'ultima fermata?”


“Sì”


Mi supera. Pantaloni bianchi. Io neri. Tutto il vagone di estrazione maschile le fissa il culo, piuttosto bombato, invitante. Guardo altrove. Non ho mai amato desiderare cose evidenti. E non mi piace condividere. Mai.


Mi affosso nella lettura del Corriere Della Sera. E arriva, trafelata, una ragazza che parla al cellulare. Dice al suo interlocutore che ha corso talmente per prendere la metro che ora non ha cognizione di dove si trovi.


La ragazza indossa un profumo mai sentito prima, di una freschezza incredibile. Passandomi accanto, la scia mi avvolge completamente. E mi stordisce. All'istante. Ripiego subitaneamente il giornale, me lo mangio il profumo, me ne cospargo. Un profumo che mi induce a pensare di trovarmi addirittura in un non luogo.


Si determina in me la certezza che certe brezze femminili sono irresistibili, dolorose, che potrei senza troppi scrupoli compiere qualsiasi azione per entrare in quella dimensione di vizio e di dipendenza. Quel profumo mi rende naufrago, maggiordomo di un cosa senza volontà, presenza in transito e in credito di follia, tutto in pochi secondi.


Scorre di nuovo veloce il panorama, arriva Bagnoli, arriva il mare. Sono stato trasportato in un incantesimo senza continuità. Non mi giro a guardarla o cercarla, quel tempo è finito, quella sfortuna non è più moneta corrente. Non è importante lei. Me ne fotto di conoscere il suo nome.


Certo, mi chiedo scopandola che odori sprigionerebbe, se confermerebbe quella meraviglia di copertura, ma passa presto. Passa tutto, quando non ti aspetti più niente.


Sorceress.


Quando esco dallo studio del medico, c'è una donna appoggiata al portoncino della scala. Anche lei dovrà entrare. Nel momento in cui apro per uscire, lei si gira e ci guardiamo. Noto gli occhi verdi, di un verde vendetta, e un rossetto scurissimo, quasi nero.


Non sorrido. Neanche lei. Ma io sono gentile. E anche lei, di rimando.


Allontanandomi, estraggo il telefono dalla tasca. Devo avvisare qualcuno che no, per adesso non mi aspetta un infarto. Così credevo. C'era di che preoccuparsi.


Mi accorgo che lei, occhi verdi vendetta, mi segue con lo sguardo. Chissà perché, ho delle movenze così stanche, e la vedo bella reale la mia puzza di miseria, di disincanto, di cinismo non più a buon mercato. Non che mi trascini, ma certo non sono un mangiavita. Il fuoco nell'anima è ancora spaventoso, ma da qui ad incuriosire ce ne passa.


Fatto sta che il suo sguardo lo sento, e raggiunge presto la mia spalla dolorante, quel finto infarto, tutta la rabbia che scende dal collo fino alle gambe, come una doccia di schegge. Quando sono sotto la doccia mi fermo sempre a convertire l'acqua calda in calma di vita. Appoggio le mani al muro, mi allargo, come per farmi prendere dall'acqua calda, per farmi violentare da una nuova calma, una consapevolezza spietata ma non aggressiva.


Non mi sono mai piaciute le docce in due. Ti rubano qualcosa, in effetti. La mia privacy del riordinamento desideri, per esempio.


Mi allontano sempre più, scompaio dal campo visivo di Vendetta.


Le sirene, le sirene le riconosco tutte, forse ad ognuna associo un profumo, un attimo, un percorso, un particolare giro di basso.


Perché, a dispetto della notorietà dei gusti e delle inclinazioni, non sono piano, sax e chitarra a cantare, bensì il basso.

Appoggiato spesso ad un prim'attore, in chiaroscuro e qualche volta misterioso sodale di grandi imprese, è il basso a puntellare il mondo con il suo sostegno e la sua forza.


Il basso mi risarcisce ogni giorno con una colonna sonora adeguata, finché durerà, finche udito, mente e corpo saranno presenti e liberi di associare.


La notte.


Una notte così scura che ho bisogno di ascoltare i suoni del Fender Rhodes, liquidi e dilatati, per pensare di poterla abitare. Sono figlio di un uomo da pianobar e sigarette, e adesso che ho quarant'anni mi riconosco. In televisione c'è un film con Laura Efrikian, piuttosto melenso. C'è anche Caterina Caselli. No, non mi piacerebbe trovarmi ai tavoli di un ristorante raffinato con qualche improbabile compagna. No, nemmeno mi piacerebbe scoprire Macao o qualche lontano stato, alla fine sono -in potenza- solo un pigro vitellone di provincia. Non volo alto. Non sono minimamente attratto da mete esotiche, e i maniaci del viaggio mi annoiano. C'è qualcosa di patologico nelle persone che non vogliono accettare la concretezza dei limiti. Preferirei invece giocare a carte con quattro sbandati dediti al poco, alle donne, alle ore piccole. E probabilmente sono molto più legato al vizio che alla scoperta, i percorsi di scoperta hanno molte controindicazioni, una delle quali è la retorica del paradiso lontano.


Mi può accendere l'idea di sedurre la moglie dell'amministratore, portarla nel blu della notte pur non elemosinando una sola stilla d'amore. L'ovvio compromesso di un qualsiasi Principe delle Rovine, niente retorica e niente stronzate sui fuochi artificiali.


In fondo la fissazione dell'amore non è che una dipendenza imperdonabile; e tutto quel che ne consegue, canzoni, ideali di libertà e di fusione, emozioni già vissute e bruciate, l'avviluppante mania delle concordanze e delle affinità, un continuo spalare in cerca di pietre di rimpianto.


Senza cani e senza padroni, senza monili e senza disadorni funerali del peggio ormai passato, mi sento un punto di calore in questa notte nera, un cocchiere di carrozze scure dove sono bandite le poesie, le confidenze, le confessioni, le calde digressioni sull'amicizia e l'umanità da accorpare, dove il viaggio non è salvezza e i baci non sono promesse di nessun genere.


Avverto solo i profumi, capto le menzogne più comode, non mi piacciono i giochi di seduzione, è roba da pervertiti, è come masturbarsi di nascosto e bagnare una divisa regale da pazzo. Non tollero le donne che giocano su più tavoli, disprezzo la malattia che porta a chiedere continuamente conferme di geometrie, tenetevi un corpo che vi riscaldi fianchi e libido, chiudete quella cazzo di bocca.


Preferisco chi non sa chiedere. Chi non sa scegliere continuamente. Chi conserva una forma di timidezza. Preferisco il silenzio.


Laura Efrikian era molto carina, aveva tutte le caratteristiche per essere la fidanzata ideale. Dolce, orgogliosa ma ragionevole, apparentemente fedele. Iconografia di cinquant'anni fa. Gonne piuttosto corte, il tocco di malizia che serve. Mi viene da ridere mentre mi accorgo di aver fumato una quindicina di sigarette in poche ore.


È molto tardi. Mi affaccio. Continua a sciamare gente verso i gastropub e il ristorante biologico in punta di sandalo. Le donne ridono, eccitate, complesse, scortate quasi sempre da qualche volenteroso idiota da compagnia. Le comitive di miei pari età, seduti a raggranellare la serenità che il giorno ha lesinato. Ognuno con un fagotto colmo di tentativi. Si impegnano per avere il meno tempo libero possibile; non sia mai che si resti soli con se stessi, quello è l'atroce momento degli spettri, vero?


Non capisco. I treni li abbiamo persi tutti. Ognuno di noi, arrivati a questa età, sa che ce lo hanno messo in culo e che tra non tanto tempo potremo forse permetterci il lusso di essere pianti e rimpianti. I più fortunati saranno continuati dai figli. I più esaltati continueranno con tutte quelle puttanate sull'arte come salvazione. I banali, i tanti che conosco, tutti presi dalla scheda Premium, dall'investimento giusto, dalla macchina da cambiare e dal ridicolo punto focale di cambiare look in tempi di magra. O cullati dall'illusione che una chiavata poetica, il ritorno della passione nella vita, significhi un cambiamento.


Con questa maledetta sigaretta in bocca, a notte alta, e la serenità stinta di chi non deve segnalare la sua presenza a nessuno, sono consapevole di non aver capito nulla, di aver fallito il traguardo più rilevante, quello della leggerezza, che pure mi appartiene.


Perché sono un uomo molto superficiale, al punto che la cultura “alta”, soprattutto quando esibita in continuazione e con frode, mi annoia da impazzire. Il classicismo mi fa venire gli spasmi allo stomaco, non si può pensare continuamente al jazz, ai grandi scrittori, agli spiriti ribelli, all'emozione dell'arte.


Forse stiamo solo cercando di salvarci la pelle. Qualche volta è degradante, malinconico; altre volte è appassionante, soprattutto se qualcuno decide di berci e di amarci. Ma le presunte dolcezze dei sentimenti hanno come contraltare il tornare sui propri passi, il confondersi per altre presenze, il grottesco idealizzare l'assenza e l'annunciazione del nuovo. Ed è allora che quello storpio cameriere dell'esistenza ci porta un lungo conto: e ti ricordi le notti di febbre e gioia ingestibile, ti ricordi dei gesti più amorevoli e concreti, dei tragitti che hai intrapreso per raggiungere qualcuno, dell'ostinazione fiera e folle nel continuare una melodia che pure ti strideva dentro.


Da bambino ho letto tantissimo e giocato niente. Ero molto serio, e volutamente isolato. La gente non mi è mai piaciuta. Mi interessava solo l'amore, ma non volevo aspettarlo giocando. C'è stato qualcosa di profondamente animalesco nella mia formazione, qualcosa di violentemente istintivo, un codice scarno e asciutto, l'idolo brutale del qui e ora, e basta. Da adolescente mi preoccupavo della lunga durata a letto ma non nella vita. Errore madornale, in tutta probabilità. È fondamentale avere una lunga gittata nel quotidiano, nei discorsi, nello scambio con gli altri, nei progetti, elementi dei quali sono totalmente sprovvisto, ed è troppo tardi.


Ma questa considerazione non ha parentele con una blanda e lagnosa autocommiserazione, tutt'altro. Va bene così. L'uomo di oggi è comunque il risultato di scelte, contingenze, humus familiare, inclinazioni, amori, molto degli amori vissuti.


Miccia corta, occhi che si abituano a case nuove, nuove e già vecchie forme di cortesia e di interesse.


È impossibile continuare a credere nei tormenti come moneta corrente del tempo che passa, i tormenti sono solo alibi. Il più delle volte sono banali risonanze di tuffi mancati, e non c'è altro da dire al riguardo.


Gli ultimi clienti del ristorante vegetariano se ne vanno alla spicciolata, i bar ritirano i tavolini, non è elegante insistere con la didattica del dissidio interiore.


Qui c'è solo da rendere l'istinto un alunno presentabile, procedere, ottenere qualcosa, mettersi il cuore in pace, senza la variante degli altri si rischia di declinarsi all'infinito in un lamento senza musica, un flebile filo di voce che prega fuori tempo, “ci sono anch'io, ci sono anch'io”.


Luca De Pasquale, 7 novembre 2012