27/10/12

Le cauchemar


Alla larga dall'Ideologia e i suoi limiti di facciata.
Alla larga dalle smanie votive, dai tributi, dal do ut des sentimentale, dall'assistenza ai malati che stanno meglio di te, da quella ghiotta ipocrisia sorridente verso il Diverso.
Cercano di coinvolgermi in una serata dove si parlerà, si mangerà, e la svaccata cortigiana preparerà manicaretti: riceverà tanti complimenti, ci sarà quello che porta la bottiglia di vino, la coppia che pomicia poco discreta, la donna dell'amico che mi farà capire quanto è scontenta e poco compresa.
E poi mi faranno vedere una bella stanza da letto con il crocifisso, una postazione internet e le pareti da poco ripassate, ci pensano gli amici a svolgere questi servizi.
La padrona di casa, pigra e un po' sovrappeso, valuterà i regali ricevuti, fioccheranno foto e tag, microtag e supertag. È bello avere un nutrito gruppo di amici, sì?
Come spesso è accaduto, tutto questo non riuscirebbe comunque a farmi sentire un cane rognoso ed arrabbiato, avulso da questi rituali, Diverso.
Fumerei. Sarei certo gentile. Guarderei le donne, tra nausee e voglie. Non mi piacciono gli sconosciuti che fanno rumore e non sono un sincero democratico.
Chi vorrebbe che io fossi una corda, io non vibro alle nequizie del mondo, non ho pazienza per le sciocchezze del cuore, latito, scompongo, rinculo. E certi incontri mi mettono solo malinconia, malinconia e costrizione.
Due solitudini che si incontrano sono destinate alla dissipazione. Due voglie d'amore danno morte.
Non andrò. Non metterò la camicia azzurra. Sono sporco dentro, sono melmoso, non ho voglia. Sono una scheggia senza direzione, potrei tagliare quanto rintanarmi e sembrare una massa di rinunce, potrei essere la variante e il capriccio, sono solo un uomo e le curiosità non le scelgo sui cataloghi.
Non andrò. Mi guadagnerò la possibilità di essere escluso la prossima volta.
Vorrei far colazione un sabato mattina, un sabato mattina nel niente, senza conoscere, senza capire e senza pianificare. Senza garantire, e senza interpretare male i sogni degli altri, le elevazioni del vivere che non tengono conto di chi siamo e da dove veniamo.
Se vogliamo qualcuno che ci faccia star bene, dovremmo imparare a spiegarci meglio o saremo condannati ad ingaggiare delle comparse.
Non ho più voglia di raccontare la mia storia, di come sono arrivato a questa strana età, e di come mai le mie cicatrici sono di taglio, mai in orizzontale. Non mi piace più vedere occhi sgranati e il successivo abisso di letture tra le righe.
Ormai ho seppellito quasi tutto e non racconto con piacere le mie vicende, i colpi di scena, l'alto numero di assenze, il paziente scempio delle ricostruzioni.
Ho perso la voglia e buona parte della fiducia. Che sia sociopatia o meno, mi piace procedere senza illuminazione e senza imbonitori attorno.

C'è stato un momento in cui sono stato pronto a rinunciare alle mie battaglie perse.
Non lo so fissare con precisione chirurgica, ma quel momento c'è stato. Ed era un bello spettacolo di luci bianche e gialle.
In quel periodo mi dicevo “stai zitto e cammina, accetta”.
Per un caso o un altro, quel periodo ha trovato la morte proprio nel momento di mia massima disponibilità. E da quelle ceneri proviene la mia nuova andatura sghemba, sobria, qualche volta claudicante, in genere non tarata sulla corsa e sull'ansia.
Guardo dal mio tavolino la ragazza con i capelli à la garçon e la minigonna jeans, guardo come ride con il ricciolone a forma di Yoghi che insiste nel parlare di Vendola, di Renzi, di come si sente chiamato in causa dalla società civile. Povero stronzo.
La società civile se ne fotte di te, spegni il sacro fuoco, draghetto Grisù.
Guardo la ragazza con poco intrigo, dev'essere un po' isterica nell'intimo, ma deve credere molto alle sensazioni che prova. Per un istante, provo disgusto. Sono anni che tappezziamo cuore e memoria di immagini sessuali che dovrebbero più o meno guidarci.
In un lontano passato, sono riuscito ad essere così stupido da voler ammantare l'armamentario copulatorio di sensazioni spirituali. Facile, a cazzo vuoto. Gli uomini sono di una caparbietà insaziabile, una cieca propensione al singulto.
E quando una vecchia amante ti dice “sai, ti ho voluto bene”, non stiamo parlando di un errore andato in scena per troppo tempo? Ne ho il sospetto.
Continuo a guardare la ragazza garçon. Ha gambe non disprezzabili. Meccanicamente, sarebbe tanto semplice entrare in lei, sentire quella morsa che troppe volte è bugia, infine accontentarsi di una carezza, e poi lasciarsi morire in un futuro equivoco e febbrile.
Penso che la definizione “fare l'amore” è di un'insensatezza totale. E mi crea anche qualche problema di coscienza. L'amore non si fa, l'amore è o no. Basta.
Ho imparato che all'amore il più delle volte non ci arrivi nemmeno. Quando lo vedi, c'è già qualche mano artigliata che ti chiama via, ti scaccia o ti ferisce. Non si ha la pazienza e la gittata per arrivare all'amore. È la peggior offesa che la vita regala ai sogni.
Il ricciolone yogurt continua a straparlare, non si accorge nemmeno che lei è cotta, che potrebbero andare a scopare ora e in più posizioni, ma è un imbecille, ha un ego calzino bucato che puzza di piedi, di utopie e di vizi familiari. Povero stronzo.
Getto via la sigaretta. In questi giorni la mia rabbia è di colore verde. Un verde smeraldo con una sola goccia di sangue.
Non mordo più. Faccio il bravo. Respiro il buio finché non mi sembra malattia.
È un esercizio di pazienza.

Luca De Pasquale, 27 ottobre 2012

25/10/12

A lezione di sensibilità e concrezione da Adelmo


Friggitorie, ristoranti indiani, caffè studenteschi. La notte è lì, mancano poche ore, con i suoi Golem perversi, intrisi di sogni e di improbabilità.
Per strada distinguo i pantaloni degli uomini da quelli dei manichini. I primi odorano di sesso acre e spesso contratto, una cupa concrezione al guinzaglio delle paure. E i manichini, i tanti manichini. Pantaloni puliti, neutri, disinfettati, senza anima e senza cazzo.
Il pugile pakistano in metropolitana, peso mosca ad occhio, mascella lunga, ci siamo guardati per qualche secondo.
Ho la casa infestata di rondini cieche e mi interessa poco e niente, mi interessa misurare le distanze. Il vecchio tiene per mano la moglie gobba, lei ha il bastone e delle scarpe maschili. Se fossi quello di qualche anno fa, piangerei.
Incontro un amico che mi rivela di non chiavare più la moglie, se non sporadicamente, da un paio d'anni. Fine delle dita in bocca, delle idee puerili su marmellate e fragole, fine della foga, del volersi sentire due biscie di sole l'una nell'altra. Fine dello sperma sulla lingua, degli sguardi in tralice, degli umori sulle mani e sui polpacci. Ascolto con desolata attenzione, non partecipo se non con monosillabi di intuizione.
Non ci viene proprio più”, conclude con una sorta di magone inespresso, “ma io ho solo quarantatrè anni e lei trentotto”. Taccio.
Intanto sciamano studentesse, fattorini, perditempo del centro storico, fate incupite dall'indifferenza di qualche coglione, passa gente che morirà e forse tra noi passa un Dio che ci deride, che ci imprigiona in una resistenza casuale e testarda.
Tu che pensi di fare?”, mi chiede lui.
Non ne ho idea, mi darò da fare”
In che modo?”
Accenderò qualche mattina e busserò a qualche rudere”
Non capisco, Luca”
Non fa niente”
Poi, mentre riprendo il mio contegno silenzioso, mi viene da pensare che mi fanno schifo le serate vino e risate, le donne che fanno le enigmatiche mi esasperano e perdono ogni appeal, e che nei tanti anni di apprendistato familiare ho dovuto rispondere a troppe domande e insinuazioni. Perché stai facendo questo? Non sarebbe meglio fare quest'altro?
Ed io sempre a giustificarmi, “penso sia opportuno fare così, ecco”.
A quei tempi ero paziente e mi sentivo davvero sotto esame in continuazione, poi ho scoperto che queste sensazioni hanno una durata protratta, cianotica e febbrile.
E quindi ho deciso di andare in crociera perpetua con la mia insipienza, e sostanzialmente di fottermene.
Ennio, l'amico, interrompe le mie riflessioni con una prorompente dichiarazione d'intenti: “La vedi quella? Me la vorrei schiattare, guarda che buatta concentrata”.
Il soggetto effettivamente istiga pensieri tutt'altro che curiali, ma siamo alle solite.
Ennio, finirà che scriverò questa roba, il nostro dialogo, e passerò come al solito per un erotomane”
Ma tu sei sempre stato un erotomane”
Questo anche è vero”
Bene, allora non venire a farmi la morale, Montezemolo”
Accendo una Camel. La accendo da sinistra. Le strade del centro non mi chiedono di restare, ho voglia di casa, di quella cosa che è una tana e che definisco come casa solo perché mi lascia perdere al punto giusto.

Sono di nuovo in plancia. Il buio mi ha dato la mano.
Oggi una stronza recitava dei versi per quattro presenzialisti imbolsiti, una stronza vestita a fiori con degli occhiali isterici da secchezza vaginale e protrusa assuefazione alla frigidità. Declamava a cazzo dei versi di un giovane scrittore napoletano tutto pizze, bocchini, spiritualità da clistere e altra roba che vorrebbe spacciare l'amaro alle erbe per assenzio.
Sono acerrimo nemico di queste cacate pretenziose. Trovo irrilevante quest'anelito al volo, questa ossessione concettuale della libertà nell'arte, questa mancanza di bassezze così ostentata, la vellicazione del sindacato dei liberi pensatori.
E questi scrittori cravattari che non ammettono che sono spinti all'estrazione della parola scritta da fattori scabri quali il colibrì bulimico, la nullafacenza e la buona situazione in fatto di cespiti e donazioni.
E come si fanno l'occhiolino, che bei marinaretti educati. Che stilosi.
Ho fatto una foto ad un ucraino stanco che si scaccolava su una panchina, è un modo per simbolificare la mia apertura alla cognizione del mondo”.
Simbolificare?
Ma tu devi prenderne in culo, e a lungo, e senza unguenti, Dorian Gray.

Le mie riunioni con altri individui a me consimili.
Siamo impiastricciati di sostanze organiche e timori fino alla bocca, se non oltre. Compressi, umidi, masturbati, scartati come regali e poi scartati come rifiuti, aggressivi per inesperienza prima e per reazione poi, rabdomanti inefficienti, cosparsi di cartelli di saldi.
Ci hanno fatto credere che sarebbe stato possibile amare per scommessa.
Ci hanno fatto credere alle buone intenzioni del destino, le famose sliding doors che funzionano solo oltremare.
La nausea concorre ore a ruscello più efficace e diramato, la nausea è l'orologio a muro nella parete più scrostata dello stomaco.
Ma che buon vino, e che bella compagnia... sei un uomo sensibile, sai?”
Copione rules. Ma sono astemio. E non di bella compagnia. Quanto alla sensibilità, è una simulazione improvvisata, a braccio uncinato, non piango per il cielo e nemmeno per le cipolle, piango perché non ho costruito dighe sulle malinconie. E tu dovrai scartarmi per questo e tanto altro, babe.

Non mi piace la musica estone. Lo devo confessare una volta per tutte.
Della musica estone non me ne frega un beneamato cazzo.
Parte integrante di una sensibilità a coda di pavone. Della musica estone non me ne sbatte una sega. Anche al consolato estone crollerei.
La musica estone è una merda ed io non fingerò che mi sommuova per accertarmi poi di reazioni positive a catena. Non ho lunga distanza emotiva, manco di fiato. Quella fottuta musica estone che ingombra e impantana. Non sono come Adelmo, quarantasette anni, un po' di pancia, voce da vero uomo che ha sofferto, Adelmo che ha scritto quel libro sulle sarte disoccupate di Potenza ed ha funzionato sia con sua moglie che con l'amante.
Adelmo adorava la musica estone ed è riuscito nel suo intento. Adelmo è di certo un simulatore sulla lunga distanza. Non so come scopa, ma avendo capito il tipo non penso parli molto, perché pensa che una donna possa apprezzare uno che gode senza fare scena e senza chiedere ed elargire epiteti.
Adelmo è un'ottima vibration.

Luca, ciao, sono Moderna. Ho cercato quel libro che mi hai consigliato, 'La raggiera delle vertebre' di Blasco Nogaro, ma su internet non esiste... mi dici come posso procurarmelo? Grazie! :-)”
Mi piace giocare, che posso farci?
Di sicuro troverai prima il tuo Principe Gran Turchese, il famoso “uomo che mi deve far ridere”. Ho troppi scrupoli e malinconia per metterti in pista.

All'edicola una donna mi apostrofa, “voi siete uno della Fnac! Ma è vero che chiudete??? E ora che facciamo al Vomero, è una perdita immensa”
Non mi scompongo, ritiro comunque una copia della rivista “Stalin oggi: statalismo, territorio e le ragadi del sistema”.
Poi le rispondo: “Non sarà una perdita immensa, perché ci ha comprati la lavanderia De Rogatis”
La donna, che somiglia ad una rilegatrice di pellami, resta senza parlare e spalanca un po' la boccuccia, con tutta l'aria del Vomero che le entra dentro senza colpo ferire.
Ricordi, lavanderia De Rogatis. Venga a trovarci”, chioso.
Poi accendo la Camel da destra e scompaio nel retrobottega del mio infantilismo.

La vita è bella, ma sì ma sì ma sì. Elegia di pulcino in salsa quaranta, che uomo, che fascino, sensibilità in modalità shuffle e una parata di gabbiani sulla scena del suicidio scongiurato ogni anno.

Luca De Pasquale, 25 ottobre 2012

23/10/12

Il sogno ninfea in una strada deserta


La lunga distesa di via Costantinopoli nella notte, notte alta e senza luce lunare.
Un piccolo Faust sottoforma di jazz ballad, certo che mi piacerebbe svendere l'anima per un distillato di buone contingenze.
In quell'auto rossa due amanti parlano sottovoce e si carezzano prima di un ritorno alla pazienza e alla prospettiva.
Via Costantinopoli, Napoli di notte, e le mie troppe sigarette. Portoni chiusi e poche finestre accese, il neon della copisteria, quel jazz d'assenza tutto in pancia e tutte le battaglie che in certi contesti sembrano ridicole e velleitarie.
Oggi un'altra sonnolenta presentazione letteraria, l'autore tronfio e in scompiglio estetico, i soliti parenti, una piccola e pietosa claque, l'ego mano nella mano, il consueto moderatore esibizionista e presenzialista, la bella ragazza in platea con le gambe scure.
Oggi avevo mal di stomaco e mi muovevo lento. Indolente e con il destino come un catetere.
Io alle presentazioni mi sono sempre sentito un uomo e basta, non un autore. In un certo senso, mi sono sempre sentito uno che andava a farsi fraintendere ed interpretare, il sostituto di una marchetta, il sostituto dolente di un talento mal utilizzato.
Autore di cosa? Soprattutto di chi? Si dovrebbe essere Autori di una gioia condivisa, di una creazione che sia davvero soffio e non alito di vanità. Io non sono un Autore e nemmeno un autore. Autore è una parola da solletico e da bacio alla persona sbagliata.

Via Costantinopoli di notte mi fa riflettere sul fatto che non sono un autore e nemmeno un personaggio, sono un uomo che non riesce più a provare compiacimenti riferiti alla sua persona, e che forse contro ogni apparenza non ne ha mai trovati.
Mi sento un operaio. Mi sento un fuggitivo. Mi sento un figlio bastardo e biascicante, un uomo che per tanto comprendere è diventato equivoco.
Tutte quelle dannate frasi ascoltate da bambino sul talento espressivo, sulla raffinatezza dell'anima, sulla profondità dell'accesso consapevole alle cicatrici.
Da ragazzo ho fatto di tutto per disilludere e smentire. Ho lavorato per anni in stato di sottrazione.
Questa strada di notte mi riporta tutti i fantasmi della mia vita, mi indurisce la voce e sballotta il mio presunto stile in territori senza giurisdizione, la notte e quel che a stento si distingue.
Non vorrei che la ragazza con la borsa viola soffrisse. Forse vorrei che ricominciasse a truccarsi e che godesse dello sguardo degli altri. Tutto qui, in questa notte.
Vorrei non essere mai la prima scelta, il primo taglio, perché di puro in me è rimasto poco e niente. I miei vestiti sono sottili quanto un'alba, e tanto durano: un'alba di gettone, poi basta.

Sono seduto. La strada è deserta. In tasca ho dei post-it. Non ho scritto niente. Non sono uomo da sedersi ai tavolini dei bar wi-fi e consumare un pacchetto di Marlboro e quattro caffè, per poi andarmene con il pc sotto il braccio.
Scrivo ovunque, ma non credo all'iconografia ortodossa della scrittura.
E certe volte, più che uno scrittore mi percepisco come un becchino, seducente solo nell'equivoco della sua caduta. Scrivo note molto aggressive perché sono un fighter, con le mie modalità e le mie mancanze. Poi la tensione cala e rieccomi malinconico, penna verde nella tasca posteriore destra dei jeans e niente foto, niente amore, per cortesia.

Il giorno che compirò 41 anni voglio andare nelle scuole che ho frequentato, guardare, respirare. Sotto la casa dove a 17 anni ho perso la mia verginità disordinata, nei pressi di quello che fu l'ufficio di mio padre, il padre amato figlio che ho protetto dagli schizzi di fango e da qualche giornata troppo malinconica. Avrei dato la mia vita per un padre educato, rispettoso, dolce e pentito di cose che non poteva sobbarcarsi, avrei voluto morire al posto suo, perché sapevo che non avrei potuto continuarlo con la sua ingenuità.
Ho imparato a lottare mentre lui cercava di addolcirmi. Perché ho qualcosa di selvaggio e ribelle che domina i miei tempi dispari, perché non riesco a leccare fino in fondo questo mal di vivere che mi connota, che mi rende monotematico e affascinante per una giornata o poco di più.
Aborro la mia sensibilità, la trovo atroce e infida, detesto la mia fascinazione per i colori, per la notte, la musica, le donne e tutto ciò che mi appare diroccato e malfermo.
A quindici anni, nel giro di due o tre giorni, dichiarai ai miei genitori che avrei voluto far parte delle Brigate Rosse. Poi mi ravvidi e parlai di un ingresso in polizia.
Mi affascinavano entrambe le scelte. Per certi versi sto ancora a quel punto, lo ammetto.
Ho uu'attrazione morbosa per ordine e sovversione, insieme. Le mie idee socioeconomiche sono di estrema (più che estrema) sinistra, ma non sono privo di ambiguità. Almeno lo so.
Ho bisogno di pulizia e sono attratto dai rifiuti, in questo momento ho bisogno di una dose secca e violenta di solitudine, eppure riesco a nuotare sobrio e rispettoso nella felicità e nel dolore altrui.
Mi piacerebbe tendermi un agguato, costringermi a non sognare, minacciarmi ed imapurirmi, mi piacerebbe essere privo di stimoli sessuali e anche conservare solo una parte esigua del mio passato.
Sogno quando l'infelicità trabocca. Mi ribello quando mi preparano una stanza.
Il modo migliore che ho di disprezzarmi e scrivermi sulla pelle, tenere questo diario taroccato su un blog, e urlare scomposto “non voglio essere il secondo, mai più”.
O primo o ultimo.
Prima che io decida per una certezza che sia garanzia di invisibilità e chiarezza.
Prima che io mi rincoglionisca e decida per un brindisi borghese ai miei 41.
Per il mio 41mo compleanno non intendo spedire cartoline da non luoghi.
Per la mia vita chiedo una torcia di pioggia e tutti i trucchi della mia donna.

Luca De Pasquale, 23 ottobre 2012

20/10/12

Il minuetto dei sogni dispari


Ritorno a casa percorrendo strade deserte. C'è Juventus-Napoli, sento le voci dei radiocronisti addirittura dalla funicolare. Cerco di riordinare pensieri ed eventi, ma i sedili blu della funicolare mi implorano di rilassarmi e basta, e magari di spalancare la bocca come un ebete.
Nella carrozza c'è solo una specie di tigre del sesso, sgradevole ma tutta appuntita e concentrata sui fluidi da sprigionare con il suo compagno di serata.
Mi vengono in mente le foto di quegli appartamenti lussuosi dei napoletani ricchi, quel servizio di Repubblica. Non ho provato invidia o rabbia, ma sono esistenze così lontane da me che quelle foto hanno lasciato un senso di irrealtà nei miei occhi.
Stamattina ho fatto una doccia calda; sono rimasto fermo per qualche minuto, fin quando l'acqua mi ha regalato una nuova temperatura. Ero un solo pezzo d'uomo sotto tregua da guerra.
Sotto il getto continuavo a ripetermi “non hai niente, non hai niente, non hai niente, hai solo la vita, hai solo l'energia”.
E mentre mi asciugavo ho avuto la certezza che niente mi appartiene, nemmeno i tanti dischi e libri, nemmeno il passato, i curricula lavorativi, affettivi e cognitivi.
Rubo momenti agli altri, ho la mia vita, distesa, sporca, a gambe aperte, una vita che guarda il traffico e le dismissioni.
La funicolare arriva a destinazione. Continuo a carezzarmi i peli della barba, come se dovessi prendere una decisione, come se dovessi rendermi conto che sono qui e a questo punto.
Quattro pezze per cercare di essere carino, come potrei mai accettarlo? Continuerò a indossare indumenti che puzzano di fumo e qualche volta di notte. Le camicie a righine mi fanno pensare alla prigione, a un grottesco tentativo di coito collinare, alle canzoni edificanti ascoltate da quelle scarde dei miei clienti peggiori. La roba pulita puzza di disinfettante e menzogne, e gli affetti sono temporanei, maledettamente occasionali.
Gran folla di angeli e demoni tra spalle e pancia. Discreto numero di ossessioni, tra sogni e crisi di malinconia.
La Juventus segna, la città piomba nel silenzio. Accendo una sigaretta stropicciata, giro con questa borsa Lonely Planet senza avere nessuna voglia di viaggiare, preferirei di gran lunga invertire la rotta e partire senza avvisare chicchessia.
Mi farebbe bene. Sono un uomo di tane ed agguati, di treni improvvisi e di svolte, non mi posso opporre.
Sono oltre la mia prossima tappa, sono già oltre, mi consumo e mi brucio, non faccio rumore perché certe dinastie di brividi si dipanano da sole. E io non ne farò parola.

Oggi ho litigato con uno stronzo. Come avrei voluto che mi spingesse. Oh, quanto lo avrei voluto. Avevo una gran voglia di massacrarlo. No, non me ne vergogno affatto. Volevo vederlo per terra, a strisciare saliva e paura, volevo massacrarlo per davvero. Un ignorante aggressivo e fasullo, un gran pezzo di merda tutto “fammi un favore, bello”. Ed io che lo guardavo e pensavo, tu non sai quanta violenza ho trattenuto per un tempo infinito, potrei ammazzarti, potrei scegliere di mettermi nei guai. Poi ha vinto la ragione. Quell'uomo puzzava di merda e mi ha anche augurato di morire presto. Può darsi, pecorella. Può darsi che avrai ragione tu. Ma quando morirai non ci sarà niente per te. Non Dio e non il Signore del Male. Nemmeno angioletti, puttini o diavoletti ed elfi. Solo una stanza nel buio per l'eternità. E un numero spropositato di vermi e orribili falene senza sogni.

Torno a casa. Sigaretta. Il dente tagliente che lacera un altro millimetro di palato. Ai tavoli del ristorante vegetariano, una coppia vomitevole fa manfrina tra pizzicotti e schiaffetti, ma andate a prenderlo nel culo l'uno senza l'altra.
Lei ride, ma che cazzo ridi? È dunque questo il meglio che sai fare? È questa l'attesa di un ridicolo pezzo di carne duro nel tuo fiore bagnato di scelte sbagliate? E tu, uomo che non sei uomo e credi di intagliarti in una cravatta, è così che rischi? Con i pizzicotti, sagomato spalamerda? Il fiato ti puzza d'ormoni ed hai dei piedi che fanno schifo, sembrano due vanghe alla rovescia.
Scoperete.
Okay.
E con questo?
Credi me ne fotta qualcosa anche se vi aggredisco e vi scompongo? È che mi date il voltastomaco.
Invidia? Smentisco con tanto di categorie.
Rabbia? Non con due piedi marci in atto di pizzicotti.
Io detesto i pizzicotti prima di fottersi. Un brutto carattere.

Ora che ci penso, trovo intollerabili anche le nostalgie.
Gli amori che non sono stati sembrano belli, ma è chincaglieria per gente che ha paura di altre, mobili, verità. Negli anni scorsi ne ho collezionati, poi credo di averli dati via per un disco di Fabio Concato ed un pacchetto di Winston.

Trovo una telefonata di Margherito. Ancora. Ancora con la storia del suo triste e non ricambiato amore per la bella attrice. È imprigionato. Perché se facesse “all'amore” con un'altra penserebbe a lei, ed offenderebbe così tre persone. Un atto sconsiderato. La mia camera è di nuovo blu, adesso. Sapevo che presto sarebbe scesa la notte.
Mi metto a buttare roba. Con metodo e senza espressione. Penso a cosa dire a Margherito. Gli amori infelici, sono regni a parte.
Gli amori non consumati, devi pure sceglierti la musica adatta a creare un'atmosfera che ti faccia rimpiangere l'inesistenza di un desiderio.
Vagare in cerca di morsi. Vagare e sperare che il sangue più incontinente delle utopie sgorghi. Ottenere giustizia per le necessità più luminose. Se ci penso a lungo mi viene da vomitare. Troppi posti sono stati battezzati dall'incomprensione, troppe persone a vorticare in mulinelli di distanze. Mi viene da vomitare, sì.
La Juventus ha vinto due a zero. Il tifo napoletano ha spento le voci. Inizia il tintinnare di bicchieri in piazza, inizia la sfilata, il fotografo demoniaco che somiglia a Tarantino, il designer con i pantaloni scambiati, la fuorisede a metà tra la Madonna e la troia,
il gagà vegetariano con il cravattino, l'indiano con le sue schede prepagate, la cameriera frigida che non sorride mai.
Accendo il basso di Steve Fishman, ho i piedi sul tavolo e credo in un'altra doccia che mi dia temperatura e volontà.
La mia tana è avvolta nel blu e tutto chiede tregua alla pietà inespressa dei sogni.

Luca De Pasquale, 20 ottobre 2012

19/10/12

Altalena, scudo, sfida, blu notte, fading


Arrivi a quarant'anni e hai innegabilmente parlato troppo.
In tante occasioni, troppe parole. Troppe spiegazioni.
Troppi movimenti per anticipare le divergenze, le obiezioni, le cagnate, gli amori assassini.
Ma il colore dell'amore, se c'è, si vede lo stesso. Si scorge comunque la filigrana blu notte dell'uomo, del contorto regno di vene e nebbie che sei. Non servono più le parole.
Sono vivo, anche se dovevo morire trentanove anni fa. È stato un dono essere qui, cerco di guadagnarmelo, e per farlo bene dovrò star zitto quando sentirò l'esigenza di parlare.
La donna bionda mi guarda da Piazza Vanvitelli a Materdei, in metro, incuriosita. Forse ha intercettato i filamenti carbonizzati di certe speranze. Non ricambio, ma mi sono accorto di lei. Mi accorgo di ogni donna, anche se fingo che non sia così.
Ho un cuore di cristallo alto e improprio, uso uffici, nessun cartello, nessun mediatore. È un cuore vuoto, progettato e dimenticato, scarno e qualche volta sinistro, è il cuore di una resa che si è fatta gloria di solitudine.
La ragazza scende alla fermata Materdei, delusa. Lo so. Sarebbe bastato un commento sulla folla, sul caldo anomalo, e due esseri umani si sarebbero incrociati senza indifferenza.
Le donne sono la musica, ma non ho corrente elettrica per accendere le loro voci.
Sento la distanza tra la mia lotta di vita e il mio cuore contatore spento, non è conflittuale, è un angolo di silenzio che rimuove il fango da una bocca volenterosa e avida.
I miei oggetti sono blu scuro. La mia mente è un laboratorio di fumo e notte distillata. Ogni giorno sono in piedi contro il cielo, e ricordo che trentanove anni fa dovevo morire. Minuscolo, particella di un sogno che non conoscevo, di un temporale che era fuga ed eccesso di amore.
Quando sono tra la gente mi accorgo di essere un uomo doloroso.
La mia devozione è in direzione dell'improbabile sfida di darmi un senso. L'amore è una lotteria disordinata e non prevede buone presentazioni. Appassisco ogni volta che mi presento.
Il filippino pingue scruta, vuole capire che libro sto leggendo. Quasi lo facilito, è Philip Roth. Sono un uomo doloroso e gentile.

Poi arrivano le folate di ottusità degli ortodossi.
Fanno loro il bilancio della tua esistenza, ne vedono i margini di miglioramento e le cancrene da selezionare con cura.
I loro occhi non hanno amore, sono solo un ricarico di sperma e soldi. Un tempo hanno inchiodato con furia le loro compagne in cerca di un figlio e di un simbolo sociale. Hanno esitato, micragnosi, circa i lasciti familiari di rito e continuano a masturbarsi e votare male con qualche senso di colpa. Spesso le loro donne sono più stupide di loro, solo perché più illuse; le donne sognano in eccesso. E si fidano di un uomo sulla base di elementi che non dovrebbero pesare più di tanto.
Gli ortodossi sono miei nemici. Se credono in Dio, mi piace essere un Faust tascabile, una macchia nella loro vita. Impazziscono.
Mi è capitato tante volte di contare così poco, e ho creato disgusto. Ma non meritavo un'oncia di attenzione.

Valentina gira per il Vomero senza il suo Amore e ha uno sguardo soddisfatto. Anche se lui non c'è. Ma, evidentemente, lei è piena di lui e di quel che hanno.
Quando ci troviamo faccia a faccia, io ho la testa zeppa di funk bianco, in particolare navigo nei Blindosbarra che amo profondamente. Funk genovese, torrido, operaio ed erotico. Un uomo ombra nel white funk, e una ragazza felice. La vita non sarebbe la vita se non fossimo destinati a non salutarci.
Apprezzo la congruità della vita, quando non è caos.
Poco dopo lei, tocca allo stronzo della costiera sorrentina che mi avvolge i coglioni con le sue smanie unplugged. Cerca solo dischi unplugged, basta che quattro tizi suonino senza jack e amplificatori, ed ecco che lui orgasma. Scherza male e dozzinale, come tutti gli ignoranti vitalisti, lo disprezzo da sempre. Ha un alito perennemente avvinazzato e non escludo che sia un po' chippio ed anale. Anale proprio nel modo di pensare. Non apprezzo ragionamenti che partono ed esplodono solo in un buco di culo. Mi chiede di Paul Simon unplugged, lo arronzo e gli dico che da anni Paul Simon non infila cavi da niuna parte. Lui abbozza, è un Botero sciolto nel meteorismo, io ora sono negro ed è per questo che non me lo inculerò.
È anche un audiofilo noto nelle sue contrade. Principio basico di questa passione è un'insicurezza sui gusti sessuali; probabile che cerchi cinedi o da un ventennio sogni sudatamente di consumare un incesto con la sorella valga, non saprei bene.
Ma il suo modo di scherzare val ben la pena di una carriola schena contro schena di sana indifferenza. Ciao chippio senior.

Prendo un caffè con Margherito. Mentre sorseggio il caffè insceno smorfie da posseduto. Manco il tempo di berlo e già penso alla sigaretta. Penso continuamente alle sigarette. Sublimo e muoio di quel che non accade.
Mi parla, Margherito, continuamente di Maria Adele. È la sua ossessione, Maria Adele. Un'attrice, mi spiega. Un'attrice che conduce quasi inconsapevolmente nella vita un erotismo insopportabile, lancinante, assurdo. Mi mostra una sua foto. Capto solo occhi di lascivia, un'energia probabilmente non gestibile, povero Margherito. La mia vita è blu, Margherito, perché mi coinvolgi in cose del genere? Margherito, sei così stupido da non capire che per spirito di vita e basta potrei far entrare Maria Adele nella mia immaginazione?
Margherito, mesto, mi informa anche che Maria Adele è fidanzata con un attore molto attraente e pieno di carisma. Mi sembra una soluzione naturale. Il loro sesso, devono essere farfalle elettriche. Mi sembra di star lì con loro.
La bellezza ha qualcosa di davvero intollerabile. Povero Margherito, oddio mio. Me lo vedo sborrare contro il muro, nel bagno, in piedi, ansante ed infelice, solo per Maria Adele e il loro maledetto impossibile da colmare. Lo immagino lavarsi il pene sporco e poi la faccia, oberato di ridicolo e odio sciacquo, il suo amore per Maria Adele è reale, ed è per questo che non l'avrà mai.
Del resto, se ho avuto occasioni con l'altro sesso è solo perché sono un suicidio ambulante, tutto qui. Ma capisco Margherito e la sua colossale infelicità senza respiro. Voglio riguardare la foto di Maria Adele. Penso che quando si libererà nell'orgasmo sarà come se si vedesse volare da sola. Tutta la potenza femminile in un buon odore di fuoco che crepita, la pelle che scrive la storia.

La storia di Margherito mi fa più male di quel che pensavo.
Mi concentro sul funk, ma non funziona più. Mi concentro su quello che scrivo e su tutti i miei appunti. Ma non me ne frega un cazzo, la vita mi sommerge, di merda, d'amore, di Dio e di lavagne cancellate.
Stanotte leggerò il piccolo saggio di Morselli sul suicidio; ma sono ora pervaso da una rabbia sensuale, da metà pantera, da uomo al mattatoio del domani, Cristo, sento la lotta anche nelle gambe, nei polsi, sotto i testicoli, nella saliva calda e sporca che vidima tutti i miei nuovi silenzi.
Pezzo di merda di un uomo debole e attorcigliato a tutte le migliori mostruosità della vita.
Margherito avrebbe bisogno di un po' del mio senso della morte e della passione. Sono le mie uniche note distintive, per il resto sono un pigro coglione.
Margherito, prova a leccare il muro e pensare a lei, inchiodati ad una porta e spingi il tuo cazzo contro il niente, prova a immaginare il suo fiato, la sua lingua spessa e tiepida, prova a farti un'idea del suo sapore intimo, aspro e prepotente, e poi crepa, crepa, dannato uomo infelice.
Margherito mio, se io fossi te me ne verrei nei pantaloni al solo pensiero di poterla far godere, ma per poi morire.
Perché ogni sogno è già parte di un altro, e perché ci tocca rendere l'anima alla nostra ineffabile e insaziata ricerca di infelicità, perché ogni grande amore è già banchetto di morte.
Ed io sono qui, un uomo blu, con poca bava di parole.
Happy hour, Margherito.

Luca De Pasquale, 19 ottobre 2012

17/10/12

Vir solus cum mala sorte compositus


Il venditore di palloncini scherza con lo scemo del quartiere. Si dice che l'uomo abbia dei precedenti penali. Voci di strada. Fatto sta che puzza di merda, è una fogna. Quando parla si fa spesso pinzetta sui genitali e dice solo idiozie. Fumo su una panchina e sono contento che il sole sia oscurato da una nuvolaglia rosea. Fumando mi rendo conto che la mia bocca sa di tabacco muschiato, sangue e residui di dentifricio. È una giornata senza senso. Non accadrà nulla di fondamentale. Già lo so e dunque aspetto sera.
Con i colleghi si parlerà di fica. Lo abbiamo già fatto ampiamente in mattinata. Queste fiche del quartiere bene hanno un po' tutte lo stesso profumo. Resta da stabilire se godano a bocca aperta o con quello sforzo doloroso che è di certo un eccitante. Si può attribuire loro con una certa concretezza la prerogativa di bagnarsi ai primi baci, un po' per isteria, un po' per senso del peccato. Alla fine la nostra curiosità sfatta e spesso sfortunata è solo un modo per far passare il tempo. Ci si contenta di uno sguardo sulle cosce dorate, o peggio di un gesto osceno contenuto al pubblico ma non a noi stessi. E poi con le nostre compagne siamo dei cagasotto; difficile ammettere che il cazzo è assai sciocco e la nostra testa anche peggiore. Facciamo gli uomini per bene e loro mangeranno la foglia. Un rituale ormai screditato e parziale che non danneggia realmente nessuno.
Il mio collega Patrizio dev'essere eccitato un bel po', e non atto ad un'igiene scrupolosa, visto che mi giungono i suoi odori nauseanti, gli odori di un uomo eccitato. E tutto questo solo perché la ragazza rossa sulla panchina di fronte indossa una gonna lavagna e si è seduta leggermente scomposta.
Ho un medio senso di nausea per la vicenda di cui sopra e per la mia stessa presenza. E il sentore che l'esprimersi per bene, il palesarsi prima come persona e poi come maschio sia invalidato da una pigrizia poco salubre, una stanchezza di mesi e forse di anni. Comprendo e tasto bene un'incapacità a mantenere alta la guardia della bella anima.
Un'inerzia laida, che appartiene un po' a tutti, sgorga in questi giorni come corrente principale, non calda e non fredda, impersonale e poco utile. Che da queste parti è un peccato.
L'uomo che mi ha chiesto Paganini e i preti castrati lirici, gli puzzava il fiato di prosciutto e si vedeva che era schiavo della moglie. Credo di averlo disprezzato per un minuto, poi la sensazione è stata sopraffatta dalla noia per me stesso.
È venuta anche la ragazza preziosa con gli occhi verdi con il fidanzato Proust da palestra, anche lui occhi verdi. Quei due scopano solo tra di loro. Perché sono belli e hanno il piacere di chiudere il mondo fuori. Ma conosco altre persone che affidano all'atto sessuale una selettività disconnessa e pretestuosa, concedendo la loro visione intima solo a corpi gradevoli.
Alle tredici è venuto anche il collezionista di Genesis e Gentle Giant che secondo noi è impotente. Mentre lui va a fiere e vinyl meetings la moglie lo tradisce con un amico di famiglia che non saprebbe distinguere Marvin Gaye da Stevie Wonder.
A volte sembra prevalere la capacità di SEMBRARE uomini sicuri, sovrastrutturati e cresciuti secondo un'ortodossia spendibile in piglio, cipiglio e scompiglio.
Uomini capaci di andarsi a pettinare dopo una chiavata selvaggia; perché va ripristinato il tono e la sensatezza dello spazio occupato. Uomini che alla fin dei conti avrebbero orrore del loro stesso sperma.
Noi commessi dei negozi di dischi siamo tipi un po' sui generis. Quel che ci fotte, con alcuni, è che sembriamo eterni adolescenti, con le nostre magliette sgualcite, le boutades da liceali, una visione del mondo probabilmente limitata. Abbiamo tutti più di quarant'anni, ma potreste darcene tranquillamente trentaquattro o trentacinque.
C'è un equivoco, perché siamo solo eterni ragazzi che si stanno guadagnando il tempo della morte, non Dorian Gray, diciamo più Fausto Leali con chiodo. Non abbiamo l'elitismo di Dorian Gray, siamo Pindari a basso voltaggio.

Torno in turno. I capelli, quello shampoo Pantene sembra una lacca da uranista. Non mi piace l'odore. Non mi piace sulla lunga distanza, perché all'inizio è fragrante. 
Sto ascoltando "You're insane" di Rod Stewart, mi muovo senza volerlo, devo fronteggiare un assatanato con alopecia e sudore che vuole il nuovo singolo di Adele.
Respingo i suoi lapilli salivari e il suo tanfo di manie, mi piacerebbe liquidarlo con un sereno “levati dai coglioni, Sudorman”, ed in questo dimostro la mia vizza puerilità, ma tant'è.
Cristo, ho davvero lo status morale di un criceto. La moral suasion per me può essere solo una crema gengivale. Mi vedo arrivare una coppia. Quartiere psicobene, finte idee di sinistra, sciocca solidarietà a studenti e lavoratori e poi doccia in mogano, famiglie benestanti e accordate sul progetto, coiti levigati come celebrazione della fortuna. Lui mi va immediatemente sul cazzo, lei è una gallina faraona con otto braccialetti estivi e di perdono.
Lui la manda avanti perché è solo un tonno timido e pettinato.
Lei mi sussurra che cerca qualcosa dei Pavement o degli Arcade Fire, e si capisce che pensa “io sento rock alternativo, sono entrata in un mondo diverso da quello d'origine, sono stata brava”. Ma al palmipede mandare avanti la sua squaw vendoliana non serve ad ottenere una risposta ad ampio respiro; taglio a corto, accompagnando con indifferenza Maga Magò allo scaffale. Lui segue, appunto come un tonno, e poi l'abbraccia da dietro.
Continuo ad avanzare sul boogie arrogante di Rod Stewart, oggi non accadrà nulla che ricorderò. Le sorprese annunciate saranno deludenti e non scriverò nulla di rilevante. Qualora accadesse, talvolta.
Servo senza servire l'avvocato Parannante Caraffa, un leguleio appendipanni con l'ostentazione del jazz vocale. Succhia una mentina e la sua camicia vale circa centocinquanta euro. Ha la fede al dito, lucida, traslucida. Quest'uomo romperà certamente il pegolo a suo figlio circa la bellezza del jazz e dell'improvvisazione. Che tedio.
Dall'altra parte del piano, un collega di buona volontà intima cerca di espugnare le blande resistenze di una ricercatrice universitaria con i capelli ricci. Riuscirà, lo intuisco, a convincerla per un caffè a due piazze di distanza. C'è una chimica ovvia tra loro, ovvia perché entrambi impegnati e scontenti. Benissimo.
Assisto parzialmente alla scena, poi mi ritiro in buon ordine. Non accadrà niente, oggi, e le sorprese sono in quel palinsesto di sopravvivenza. Ma senza tremori e senza smentite.
Non ci farò nemmeno caso.

Luca De Pasquale, 17 ottobre 2012

Il valore di un uomo di merda


Non indosso camicie quando voglio nascondermi.
Infilo delle magliette anonime e guardo la strada evitando gli occhi.
Le chiacchiere mi preoccupano, mi stressano, penso sia opportuno recuperare una bestialità originaria e mai rinnegata.
Una cosa è scrivere, altro è mettere al corrente perfetti estranei dei fatti propri.
Cerco solo di resistere.
A modo mio. Come mi ha insegnato la strada, la vita e la merda che ho masticato.
Cerco di resistere.
Anche se di sbagli ne vedo da tanti anni, miei in primis.
Errori come collane.
No, in questo momento non mi interessa altro che l'istinto e una dose di follia. Non mi interessano conoscenze seducenti, frasi fatte, ottimismo sottovuoto, presunte bellezze della città e dell'ambiente, e ancor di pià la presunta buona fede del prossimo a tiro.
Siamo solo cani cui hanno pisciato in faccia; abbiamo gli occhi iniettati di rabbia e facciamo ribrezzo alle persone per bene e di buoni sentimenti.
Ci contano le pulci e poi ci lasciano fuori le porte delle feste. Ad ululare e fotterci tra di noi, quell'incesto perpetuo tra disadattati e negletti che fa emozione solo quando guardato a debita distanza.
La nobiltà d'animo, che idea.
Quali i problemi dello spirito? Quali alte vette da comunicare ai lettori?
C'è il problema di mangiare. Di sbarcare il lunario. Di sembrare dignitosi e di dimostrare qualificazione e grinta. Di svuotare il cazzo e dimenticare il cuore. Di evitare quella educata baldracca che è la fede nel giorno del dopo. Di compiacere amici e conoscenti con una bella intelligenza che andrebbe migliorata nell'espletazione sociale.
Dalla mia finestra vedo gente che beve e parla, vedo gambe accavallate e t-shirt fantasiose, vedo le rovine che fanno bellezza, e quelle non sono vere rovine.
Il refrain ossessivo del cane pazzo che si vuole salvare è “non amo nessuno, statemi alla larga”.
Il refrain ossessivo del cane pazzo senza ordini e senza padroni è “vado dove posso guardare il mondo dalla deriva”.
È sostanzialmente diverso.
Ci sono delle tenebre infinite in ogni sguardo di donna che incrocio; la sola ipotesi di una conoscenza è buio esatto, chirurgico, spietato, differente e incolmabile.
Mi interessa solo l'istinto e parte della caduta. Il resto lo hanno scartato al mio posto, con tante spiegazioni. Non mi riguarda più.
Rabbonire i rifiuti della società civile è un'operazione complessa e pericolosamente debordante.
Se dovessi confessarmi, penso che al prete toccherebbero otto lustri di bolo non digerito, forse ancora caldo.
Non mi va di dimenticare il brutto e il peggio. Nascondersi è folle. Le belle frasi sono un conato di ipocrisia che torna a galla, il pesce rosso morto e non gettato nel cesso.
Portate pure a spasso la vostra bellezza portatile, i vostri modi di dire, fate in modo di scomparire in qualche modo consono ad una vittoria.
Me ne sono sempre sbatttuto di vincere. Non è un'attività stimolante.
Sono un uomo da mille euro al mese. Valgo anche meno. Cerco di non superare i quindici euro di valore quando sono per strada. In famiglia mi aggiro intorno ai dieci euro. Con le donne valgo un caffè e se va bene un cornetto. Con le persone del passato sono un debito permanente. Con i nuovi arrivi sono un'incognita da tenere a bada. Non c'è da fidarsi di me, giammai, per carità. Non riesco a raggiungere il valore di un segreto, e forse commetto l'osceno errore di non pretendere fedeltà.
Sono -ancora per poco- un errore da mille euro al mese. Non giustifico un mutuo ed è agevole rimuovermi funzionalità per trovarmi difetti.
Quando le cose mi girano male cerco di sedurre donne di altri. È una delle fasi di sabbie mobili più sporche e ingiustificabili. Non sono abbastanza valido da tollerare le ossessioni altrui, mi bastano le mie.
Mi farebbe piacere se chiunque mi avvicinasse sapesse che non raggiungo il valore di mille euro al mese. Del resto, se si chiedessero referenze in giro vi direbbero che sono stato valutato anche troppo, dovrei essere un volenteroso part-time anche a quaranta anni.
Ripeto che questo non è un blog letterario, che Satana ce ne scampi, e non è il diario di un Cristo che sta perdendo il lavoro. Almeno, non solo.
È magari uno spazio dove posso confessare che sì, valgo meno di mille euro al mese. Che il mio bel parlare è solo un modo per essere disgustoso in modo differente.
Che spesso penso a lanciarmi in qualcosa che poi condizioni tutto il resto; e certo (mi dispiace) non alludo al suicidio. Mi dispiace, ma anche se scrivo cose cupe, ripetitive e disperate non mi farò da parte.
Sono tormentato dalla mia ombra, quel corpo romantico di gas e ricordi che mi acceca quando qualcosa o qualcuno mi colpisce; molto più grave questo che preoccuparsi di dove andare a sistemare l'uccello. Quello è un vezzo virile, un'opulenta ossessione composta da ruolo genetico, sperma e istinto di conquista. Vale meno di un cazzo in erezione.
Un cazzo in erezione ti fa dire stronzate costruttive, ti fa simulare entusiasmo; è come se dovessi giustificare un fiotto di seme agli occhi del tuo stesso vivere.
Se non fosse fatale, sarebbe meglio staccarsi il cazzo e infilarselo dritto in bocca; si otterrebbero due vantaggi in un colpo solo. La lobotomia e il silenzio.
I cani pazzi hanno l'abitudine di pisciare sulle foto delle famiglie felici.
Non invitateli alle feste, quindi, e non aspettatevi il loro suicidio.
Per ora mi sciolgo nella notte. Tornerò, con un codazzo di ipocriti al servizio della guarigione della speranza.
Troverò un lavoro così ipocrita da poter sorridere in una bella foto. Aspettatemi, che intanto cerco di imparare a nuotare, così in vacanza potrete scattarmi qualche foto.
La maison Dieu.

Luca De Pasquale

11/10/12

Obbedire tacendo, tacendo morire


Doralice Chiarolanza.
Doraluce Montorfano.
Mi vengono in mente nomi che non conosco.
Obbedire tacendo, tacendo morire.
Per strada ci sono dei ragazzi che escono rumorosamente da scuola, c'è una brutta ragazza bionda con un cane ridicolo, ci sono io.
Mi sono tagliato i capelli quasi a zero per essere più sgradevole e non dare nell'occhio. Non mi rado da più di una settimana. Odio sembrare più giovane, non desidero quel tipo di complimenti.
Cammino su questo selciato di fede trascurata, di anime stinte o trapassate, percorro le stesse strade che mi hanno visto ragazzo e preso da altre passioni, da altre idee ed aspettative.
La danza del Sud mi ha parzialmente consumato la vita, sotto questo sole spietato, a pochi metri dal mare tanto fantasticato da chi lo ha perso per molto o poco, la danza del Sud è un male nella pelle.
Mi torna alla memoria la razza di quelli che si sono fermati, soddisfatti e coerentemente sommersi da una scopata settimanale, da un figlio, da una nuova fonte di reddito, da qualche investimento immobiliare, occasionalmente rinfrancati da qualche amante e dal Dio cattolico.
Vengo dalle viscere di Napoli e sono cresciuto in un quartiere dove si portava parlare un fluente italiano. Non è certo una colpa. Ho cercato di perfezionare il mio italiano parlato e scritto non per differenziarmi, solo per difendermi da tutte le differenze e guerre che mi aspettavano.
Volevo farmi trovare preparato, volevo leggere, guardare e conoscere. Adesso di quest'italiano scintillante mi sbatto il cazzo, molto spesso è un ostacolo insopportabile. Chi se ne fotte se ho letto interamente “Il Mulino del Po” di Riccardo Bacchelli? Venticinque libri di D'Annunzio in un solo anno, e che bravo adolescente. E ora? Mi è rimasta tatuata sulla pelle la sensazione dell'occhio spento del Poeta in “Notturno”, all'epoca mi sembrava eroico, estenuato, meravigliosamente decadente. Come il Des Esseintes di Huysmans. Stelio Effrena. Che fantasia.
A tredici anni scoprii che masturbarsi in piedi aveva più senso. C'era più propulsione ed era più eccitante. Mi dava l'idea di essere più precario e sporco, venivo di più e più a lungo. I miei soggetti preferiti erano le signore, non le ragazze. Volevo essere svezzato e le rughe alimentavano la libido. I film porno non mi regalavano particolari soddisfazioni. Non riuscivo invece a non immaginare le mogli degli inquilini, le maestre, le amiche di mia madre: preferivo già la realtà.
Mi sembra di ricordare la vita di un altro, tanto che è lontano.

Laura la croupier in giro per le navi, la bugiarda.


L'album Bonne Soirée di Pino Daniele che acquistai in vinile; c'era Pino Palladino al basso. Lo conoscevo per il suo lavoro con Paul Young.


Il modellino della Fiat 132 che mio padre mi portà da Torino; giallo quasi arancione, perfetta. Ci giocai a lungo.


I filoni in villa Comunale. Già fumavo, le HB tedesche, ed ero una pippa a pallone. Nessuno mi voleva in squadra. Finivo per andare a porta, lì me la cavavo, se non altro per l'istinto al tuffo e al rischio. Il mio eroe era Jean-Marie Pfaff, il portiere belga del Bayern.


Mi piaceva una ragazza che si chiamava Isabella. Era bionda e portava i capelli à la garçon. Per lei ero trasparente. Qualche anno fa ho saputo che si è sposata presto ed ha avuto figli.


Mi piaceva il francese; tutto ciò che era francese mi affascinava. Iniziai dai libri.


In “Notti e nebbie” di Marco Tullio Giordana, Umberto Orsini è semplicemente perfetto. Composto e sconfitto come adoro. Da rivedere.


Sergio Caputo, disco live “Ne approfitto per fare un po' di musica live”, traccia cinque, “Spicchio di luna”: l'introduzione al basso di Julius Farmer mi ha cambiato l'esistenza. Sergio Caputo lo presenta, tono leggermente biascicato, io capii “Giulio Sparna al basso” e da lì è nato il personaggio Luca Sparna, che infestava la mia prima raccolta di racconti.


Julius Farmer, dotato bassista di scuola jazz, blues e cajun, è morto prematuramente diversi anni fa. Si era stabilito in Italia, suonando con la Bertè, Battiato, Radius, Renato Sellani, Giuni Russo, Concato.


Feeling gigantesco, tocco morbido, perfetta padronanza del fretless. Lo ringrazio ancora.


Ricordo con vergogna crescente che per un paio d'anni mi è piaciuto denudarmi durante uscite o occasioni collettive. Era una sciocca forma di provocazione, immagino trasposta da certe cosucce di Gainsbourg e Blier. Tra i ventuno e i ventidue anni. Una cosa ridicola, e se ci ripenso mi si accappona la pelle, davvero. Questo brutto vezzo, insieme ad un'inarrestabile coprolalia, fece saltare un paio di storie d'amore che sembravano già belle e confezionate. Non sono mai stato un bravo ragazzo. Cretino, immaturo e socialmente reietto. Chissà perché la cosa mi divertiva tanto. Gli anni erano il 1993 ed il 1994. Fumavo Muratti Ambassador dure e Gitanes. Ascoltavo Weather Report e gli Area. Le letture, stavolta ordinate, riguardavano Gide, De Marchi, Dos Passos, Goethe e Marino Moretti. Sì, proprio un coglione.


Feci delle sgangherate vacanze a Capri e ci provai con la ragazza di un amico, mi sollazzava essere palesemente scorretto. Devo dire che non mi è quasi mai capitato di incontrare delle resistenze sincere e convinte. A certi livelli, tutto è possibile. La pulizia è un dentifricio il cui effetto dura poco per tutti.


Raramente nella mia vita mi è capitato di sentirmi davvero pulito. C'era sempre qualcosa che stonava. Qualche smagliatura nel sistema, qualche chiazza indelebile ad altezza destino. La correttezza è spesso solo un'opinione.


Mai stato puro, mai stato disinteressato, mai stato ingenuo sulla lunga distanza. Solo che, ancora oggi, gioco in piena luce al cattivo non pentito.


Alphonso Johnson, bassista pre-Pastorius dei Weather Report e in seguito anche con Santana, ha suonato in due dei migliori dischi di Pino Daniele, “Bella Mbriana” e “Musicante”. La cosa all'epoca destò in me un'enorme suggestione, anche se preferivo lo stile più melodico di Rino Zurzolo, più confacente al virtuosistico “rock mediterraneo” del nostro. Ma “Alphonso Johnson ha suonato con Pino Daniele” è rimasta una delle frasi che pronunciavo di più in quegli anni.


Se ci si ferma sul serio, sul serio e a fondo, la nostalgia è un cappio. Un'Idra impazzita che ti porta a fondo, con i suoi nomi, le sue carezze distratte, tutte le onde del mare che hai perso.


Ci sono giorni che ogni sigaretta è liturgia di un lutto. Ci sono giorni nei quali non ti può essere indifferente il male che hai fatto e ricevuto; ed il bene è una lacrima compressa, di pietra e incredulità.


Ci sono giornate in cui la malinconia sconfigge la rabbia, ed è quello il canto del cigno, è l'anticipazione della notte, l'anticamera di quegli incontri amari che sono dietro l'angolo, scoloriti e senza una sola illusione mistica di passione.


Ci sono giorni che mi sento vecchio e invoco una forma silenziosa di sparizione. Ci sono giorni che sono teppista, allenato a sfratti perpetui, a modalità cospicue di inimicizia. Non potrei vivere senza bersagli, me in primis; mi danno l'idea del movimento e credo che questa malversazione risalga ai primi incagli da bambino.


Il porto di Napoli di notte. Pochi metri d'aria, spalle incassate, stelle chiuse.

Che fine hanno fatto tutti i miei quaderni, i miei diari?
Chi li ha letti? Chi li ha fraintesi?
Ricordo che chiesi a Laura di gettarli in mare, alcuni. Chissà se l'ha fatto, tantissimi anni fa.
Diecimila mesi sono da gettare via.
Ogni sigaretta è una mano di fede inchiodata alla salsedine, alle occasioni sventate, al ventre di questa città che mi ha generato e poi cambiato i connotati fino a farmi diventare un colosso di solitudine volontaria.
E già. Perché ho difficoltà a tenere le persone accanto per lungo tempo. Ogni volta che mi fermo vedo ombre che fuoriescono dalla calma apparente e finiscono in giro per la città, a caccia di contraddizioni definitive.
Pochi metri d'aria e troppe stelle non colte. Si può anche impazzire.

Ho voglia di salpare e non tornare mai più. Ho voglia che qualcuno mi dica no per tutta la vita e mi dia una scusa per infestare altri luoghi.


Sono un lapillo non spento del ventre di Napoli, da questa terra ho ereditato l'abominio magnifico di fuoco e acqua, di violenza e virtù, sono un figlio degenere, sono un bastardo per parte di Dio e non ho debiti o crediti con chi mi ha insegnato a perdere.


La compiacenza della virtù è un'illusione ottica, come quelle donne che da lontano sembrano le fate che volevi e invece ti raggiungono con tutta l'indecenza della parzialità, vagina sottobraccio e qualche fottuta poesia da sfigata.


Preferisco i bastardi. Preferisco i meticci. Preferisco la corruzione all'ipocrisia. Perché le “vittime” delle scorrettezze non hanno saputo resistere?


Quale virtù imbrattata di sterco è in gioco? Quale vestito bianco occorre indossare in memoria di un imene violato per sfizio e noia?


Voglio salpare e non tornare mai più. Mai più.


Obbedire tacendo, tacendo morire.


 

Luca De Pasquale, 10 ottobre 2012