30/09/12

In coda alle rivolte i fantasmi degli angeli


Il corpo a corpo. La lotta. Le prime immagini del mattino.
Le tante altre visioni che serviranno a comporre e misurare l'uomo.
La strada che rimane. E quel coraggio rannicchiato nei residui di un futuro poco attrezzato.
Con i miei colleghi di lavoro della Fnac Napoli sto conducendo una battaglia per affermare il diritto al lavoro e anche alla correttezza.
Non mi tirerò certo indietro. Ci metterò la faccia, lo stomaco, la voce e tutto ciò di cui dispongo e che possa risultare utile alla causa.
Lo faccio con quello spirito che mi appartiene, quello della lotta senza addosso la paura della sconfitta e delle ferite. È un mio punto d'onore, al di fuori di ogni sciocca e deragliante retorica.
In fondo, sono solo un uomo invaso da ferite; non faccio altro che costruire ponti e città tra cicatrici, nuovi sentieri e quella follia delirante che si chiama continuare. Nonostante tutto, nonostante ci sia sempre qualcuno destinato a soffrire, cosa questa che resta per me inaccettabile.
Ho una visione molto cupa dell'esistenza e cupissima dell'amore. Nonostante l'amore.
Ho una visione cruda del sesso e uno sguardo quasi aggressivo sull'amicizia; non faccio sconti, non ne ho mai fatti.
A mio modo sono un mercenario, ma un mercenario corretto: un legionario del quotidiano attaccato a certi valori mangiucchiati, erosi dal tempo e dai lutti, in qualche modo amo quello spirito tenebroso che sin da bambino mi pedina ogni volta che rientro in qualche tana.
Ho le mie giornate nere. Ho le mie giornate impossibili.
Qualche volta non posso evitare di sperare che qualcuno mi elimini; troppo piccolo per grandi disegni. Altre volte mi dico che non è così, che devo andare fino in fondo alla strada, a testa alta.
Spesso mangio morte.
Spesso l'amore mi disturba, mi distoglie, è una disperazione senza nascite. Ed è osceno che le persone soffrano per amore; non lo accetto e mi frappongo, offro i miei risvegli pur di non assistere allo spettacolo.

Una notte di sesso non vale niente. Anche se ci metti l'anima.
Sono occasioni in cui gli Dei sono di spalle e hanno sonno in risposta alla tua tracotanza, pensare di smuovere ogni cosa con un graffio congiunto sulle ore.
Non basta.
Ghigno senza denti è quell'ascolto forzoso di quel farfugliare convulso e presuntuoso, "il nostro amore è il più completo".
Per me il vero amore è un percorso in mare, sotto la pioggia, a labbra spente e memoria languida e sventrata, forse per me il vero amore è l'impossibilità stessa dell'amore.
Il vero amore non si dice. Il vero amore muore di tante apparenze e ti distrugge.
Il vero amore è troppo complesso da condividere, al vero amore manca sempre uno strumento d'accompagnamento.
Siamo tante fontane di cicatrici.
E non siamo capaci di far innamorare i bambini dei nostri prodigi d'acqua e luce.
Le successioni ci sembrano interessanti. È semplicemente la maledetta mania del prossimo respiro, quello che non conosciamo.
Debolezza. Fragilità. L'incanto del ritardo, la preghiera del mai più.

Gli appartamenti vuoti mi tolgono il respiro.
Devo sempre sedermi e bere un po' d'acqua. Mi parlano di morte.

Nella mia educazione è passato il messaggio che nulla o quasi è amorale o proibito.
Gli uomini della mia famiglia erano tutti innamorati della vita in un modo spasmodico, a perdere, a guardia di un fatalismo eroico e qualche volta senza senso.
Sono l'anima nera, non la pecora, della mia famiglia. Sono quello che si è fatto crescere in stanze con poche luce e con troppi giocattoli scuri. Questo doveva essere il risultato.
Forse sono nato per sbaglio e mi sono difeso, ho conosciuto la violenza e mi ha eccitato, mi ha reso uomo in tante cose e miserabile in tante altre.
Non sono un uomo speciale e non contrabbando sogni; i miei sogni sono spesso inseguimenti al segno meno.
La pioggia di notte mi rende libero. Ho il vizio di infestare luoghi finiti e abbandonati, come un fantasma, come un attore senza contratto, come un amante senza credenziali.
Sono sempre stato un amante senza credenziali. Questa è stata la mia odiosa libertà ed ora affronto nausee da folla e da desiderio.
La cifra distintiva rimane l'abbandono, non terapia ma stato di grazia di un tendere a.
Sono parole di un mercenario. Sono illusioni in chiaroscuro, è fascino che sguscia sotto buone occasioni e tavole imbandite.
Non sono mai stato un uomo speciale e ne vado orgoglioso.

I cantastorie mi piacciono solo quando ci mettono la faccia.
Le storielle e le parabole mi annoiano, quasi più dei giovani narratori che popolano le nostre librerie con quell'espressione indicibile, "io sono un autore, quello è il mio libro".
Preferisco, in maniera insolitamente borghese, le persone per bene. Quelle che si vergognano quasi di una passione, di un hobby, di una mania. Pubblicherei loro a mie spese, lasciando a terra buffoni e guitti. Perché i buffoni non ci mettono la faccia, ma solo l'ego, il gonfalone isterico di cose troppo facili e troppo veloci.
Certo, certo, il disinteresse è reciproco.

Conosco un tipo che si eccita guardandosi scopare. Non la donna che scopa, ma se stesso. Gli piace guardarsi i muscoli tesi delle braccia, l'algebrica noia del suo stantuffare, il sudore che gli cola sul petto. La sua partner non gli interessa minimamente. Deve dimostrarsi di essere virile ed attivo. Gli basta. Potrebbe anche fare un buco nel legno e compiacersi egualmente. Non conosce la vita, solo le manifestazioni di sicurezza legate alla sua insicurezza totale e debordante.
È terrorizzato dai finocchi, come li appella lui, semplicemente perché teme -a torto o ragione- di poterne far parte; vuole mostrare al mondo che sedurre donne permette giri di tacchi e sorrisi con fossetta. Trovo questa roba di merda.
Un uomo dovrebbe vivere invece per il piacere della compagna, in modo naturale e calibrato, maschio, sicuro. Il monothlon erettile non funziona, mio caro Buffalo Bill.

Si apre una settimana difficile, controversa. C'è bisogno di calma e rabbia regolata. Chissà se arriverà la pioggia notturna, chissà se la rivolta prevede gli angeli.
Rimarrò degnamente nella mia postazione di Uomo.

Luca De Pasquale, 30 settembre 2012

28/09/12

Bicchieri sporchi di bocche finte


La prima notte di pioggia sarà la più difficile.
Oggi ho conosciuto una donna che tra qualche anno si suiciderà.
L'ho sentito. E sarà così.
Non avrà figli o veri amori che la salveranno.
Si ucciderà. Ho sentito la stessa violenza sorda di quei giorni senza promesse.
Napoli stasera è calda, volgare, oscena, rumorosa. L'inverno sembra un obbligo lontano. Ma arriverà. Arriveranno i brividi di freddo e i respiri corti bloccati sui vetri.
Inchioderò qualche altro figlio di puttana. Inchioderò qualche falso amico sull'uscio della porta e gli presenterò un nemico rompicapo.
Condursi a casa, che idea. Il sesso? Un demone non promosso che si straccia le carni in un urlo da fumetto. Blow job appoggiati a portoni chiusi e imbrattati, infedeltà e merda che respira silenzio.
Giochi d'immagine e scarsa continuità.
Scambisti con eleganti appartamenti di proprietà. Fede cattolica e ipocrisia destinata agli affetti più solidi. Nessun diritto di fantasia. Minuti di silenzio.
Il terrorismo della solitudine. Il terrorismo territoriale del non apprezzamento.
Ci abbandoneremo a chi ci valuterà migliori di quel che siamo.
La cliente con il fidanzato calvo. Voglia di passioni e di sporcizie. Rinfrancanti, vero?
Mi guarda di lato, scherza, ride, arrampicata sulla forza assurda e bruciante della sua vagina prenotata. Per un solo istante penso a come gode, di schiena e contro un muro; penso alle oscenità che le renderebbero il collo pulsante e le orecchie arrossate, penso agli epiteti osceni di una penetrazione cieca. Poi le procuro il libro e vado a morire altrove. Mi piace andare a morire spesso, nel corso di una giornata.
Ero un ragazzo dolce. Ero quasi ingenuo.
Ne ho scritte di stronzate acquose. Basta andare a ritroso nel blog o leggere qualche racconto anche pubblicato. Ma conoscevo la mia violenza trattenuta, lo spirito della vita a perdere. Era quasi imbarazzante nasconderlo. Qualcuno se ne accorgeva; qualcuno ha esagerato ad arte per allontanarsi alla chetichella. Accigliato e complessato è l'allontanarsi da fuochi spesso tossici. Libere scelte, eutanasie.
Il mio spirito romantico, la connotazione da poeta ingenuo, spesso mi chiedo sotto quanti strati di vomito secco sia nascosto, e in quale casa.
Era ben poca cosa, e non ho concesso la fiducia nel raggiungimento della felicità.

Mi piace ancora svegliarmi all'alba. E guardare i cancelli della vita sotto quella caligine lattescente, dopo gli inganni della luna e della carne. Sono romantico e pazzo.
Dove può essere quella bianca mano di madre che possa tenermi la fronte mentre vomito ingiustizie, incomprensioni e interi segmenti di tempo?
Sento la necessità di vomitare nel peggiore abisso e nel contempo avvertire fili che mi trattengano da nuvole e stelle. Sono sensazioni che mi convincono del folle incanto di credere ancora. È devastante e pretestuoso. E innescherà rifiuti, mancati riconoscimenti, contravvenzioni.
Dov'è quel prete gentile che lascerà uscire dalla mia bocca quelle ombre dal ventre gonfio?
Chiacchiere. Suggestioni. Bicchieri sporchi di bocche finte.

Violon qui se désaccorde.
Bien.
Una coppia invecchiata si massaggia su una panchina. Lui è in erezione. Il suo cazzo è semplicemente ridicolo. Si capisce che è un cazzo pieno d'acqua, senza luna e con troppi recinti. Crepa. Crepa.
Potresti pensare, mio caro cazzo d'acqua, di farti fuori su di lei, in lei, durante la tua piccola pioggia di pena soddisfatta?
Crepa. Crepa.

Tra un anno solo giacca e cravatta. Patto da rispettare. Per eseguire più pervicaci dialoghi con i vermi. Per farmi offrire una sigaretta di stima. Ritrovare la Samantha che non vorrò mai, Gainsbarre docet. Sedurre chi non vuoi, fare brodo in vasca, aumentare la potenza delle inversioni di marcia, fino all'incredulità.

Cappuccino freddo. Tutta la parte sinistra del mio corpo in una tensione infiammata verso l'irrazionale e il poco conveniente. Sono davvero un uomo stupido. Un uomo da missioni non ufficiali. Guido mi dice che il cappuccino è zuccherato. Gli sorrido.
La commessa con la gonna plissettata e le gambe che sembrano ocra.
Il quadro bancario omosessuale che veste troppo bene per evitare di mostrare un grande sogno troppo difficoltoso. Ma lui continuerà a vivere.
La guardia giurata con il chewing gum e una copia de “Il Mattino” scolorita.
In un volo, in un'orgia, nelle pasticche e nei lutti siamo fratelli. Invocheremo qualche perdono quando qualche malattia ci sorprenderà da soli, deboli, senza comandanti.

La molle mano di una moglie di un marito che conosco.
La mania sociale della maternità, la salvezza in un corpo d'abitudine.
Il marito guadagna bene e a lei basta questo.
Il marito ha un buon patrimonio familiare ed è quella la chiave di volta.
Si può essere felici: ci sono le opportune garanzie.
Quando stringo la mano molle di lei mi sento non appartenente al genere che può procreare con garanzie. Forse sono un individuo più meschino, più interessato alla lotta come forma di risveglio.
Quando le stringo la mano ricordo un brano dei Cypress Hill. Chissà perché.

Le persone che cercano di essere scelte mi parlano di piccoli gesti che amano interpretare come rappresentativi. Troppi uomini piccoli persi in pagine di libri già pubblicati.
Le regine del sesso sono di una noia profonda, e non sanno uccidere.
La puttana a gasolio anagrafico mi lascia indifferente. A me piacciono le rughe e non le bambine. A me piace il rifiuto di certi rifugi e la coscienza delle stazioni chiuse.
A me la vita purtroppo piace.

Luca De Pasquale, 28 settembre 2012




25/09/12

Senza niente più da perdere


La morte è la curva della strada,
morire è solo non essere visto.
Se ascolto,
sento i tuoi passi esistere come io esisto.
La terra è fatta di cielo.
Mai nessuno s’è smarrito.
Tutto è verità e passaggio.
Pessoa

Niente più da perdere.
Ho perso forse quel vento dell'autunno.
Me ne frego delle baby sitter per lo stomaco ulcerato.
Me ne frego di guitti ed istrioni e delle cordate di salvataggio.
Me ne frego di quella disperazione accigliata da mancanza d'amore.
Sputo sulla mia faccia tranquilla; accordo una disciplina di silenzio al boia che posso intravedere tra le ombre di una nuova strada.
La musica più bella è quella che riesci a suonare prima di svanire. Non c'è niente da fare, l'amore non è un ripescaggio, la vita non è un gioco sociale per dimenticare il tempo.
Ma cosa puoi offrire tu alle persone?”
Disperazione. In diverse case, diversi colori, in odori e morsi, in promesse e vanaglorie suggerite da qualche principe tenebroso, non posso che offrirvi questa disperata mania di vivere.
Di vivere lo stesso.
Contro ogni logica e contro ogni volontà.
Hanno fatto fuori un bambino ed è nata una resistenza. Punto.
Senza giudizi, senza malsane carezze d'alcova, senza altri uomini più giusti o più disperati.
Il pianista prima suona per te e poi s'impicca. Sbarbato, profumato e condannato.
Quelle persone che mi scrivono e mi cercano. Grazie.
Ma non c'è sangue blu e non c'è poesia, non c'è affidabilità, non c'è eleganza, il sangue è color notte e non è un effetto, non è una sinistra magia.
Devi dirlo, devi dirlo che sei corrotto, sei marcio, sei ambiguo, pensi, soffri, ti consumi e probabilmente ti spegnerai senza sapere mai chi ti ha amato veramente.
Le vecchie amanti hanno fatto le loro scelte di tramonti e albe, di partenze, di respiri, di equivoci e di oblio.
Le nuove amanti non esistono, le ancelle, le lolite, le letterate, è solo una meraviglia immaginabile in un ritrarsi senza esiti, la fontana è nera e non porta al mare.
Santa sia la mia rabbia, la mia ira e la mia volontà di essere armato e non attendista.
Chi non regge il peso della violenza stia lontano da me. Non intendo ferire, deludere o forzare la dissolvenza di ogni memoria. Ma in questo momento sono violenza accucciata su ogni dannato mattino.
I complimenti? Le scopate? La gentilezza senza profondità? I misuratori di fede e speranza? La fragilità di chi ha paura di vederti annegare?
Distrarsi con l'arte, con la poesia, con le amicizie, con il cazzo in mano o nel dolce segreto di qualcuna?
Sono sempre odori diversi. A volte è sempre morte. A volte è morte che si diluisce nella vita.
Non ho più niente da perdere.
Forse l'ho sempre desiderato.
Hanno estraniato un bambino in un morso di vetro. In una foto della notte.
Non amatemi.
Non amatemi mai più.
E non fingete di aspettarmi. Cambio sempre rifugio, cambio quel che riesco a cambiare, non chiedo niente. Men che meno comprensione.
La comprensione è un equivoco, è un obbligo molle e implume, è l'anticamera del più sentito disinteresse.
Ed io di disinteresse me ne intendo.

La ragazza con gli occhiali mi guarda mentre sto scappando da un posto affollato. Ho la faccia stanca, le occhiaie e la sigaretta spenta.
Fuggo il suo sguardo. Io non ti conosco, io non abito, non cerco e non amo.
Intuisco il suo desiderio di essere amata, non da me, in genere; è qualcosa che genera un dolore sordo nel mio mal di testa. Un'altra persona in credito, maledizione. Un'altra che ha smarrito il suo meglio in cambio di un dolore. Penso solo che vorrei non avesse parte delle mie consapevolezze.
È troppo tardi e anche esprimersi in parole e lacrime è limitato.
Accendo la sigaretta quando i suoi occhi sono lontani. Mi allontano a sud, a sud delle sue speranze, in acqua alta senza barche.
Non ci ritroveremo.

Chi ha detto che essere conteso è qualcosa?
Non è così.
Ogni notte inverte i divieti.

Luogotenenti.
Puttane.
Margherite senza petali.
Populismo sporco, appannato.
Entusiasmi. Di testa. Di fica, di cazzo, di festa, di cuore, di voto.
E il mio pensiero sbranato, tra le Pantere Nere e l'anarchia di destra, quella dei dimenticati. Fuori lista e fuori voto.
Prendo posizione. Ancora. Ancora e senza applausi: ogni progresso nasconde un profondo aborto d'ipocrisia.
La sovversione mi seduce, mi ammalia, mi costringe, mi incula, mi fa vivo.
Mi prende con una mano sullo stomaco, mi abbassa i pantaloni, a me maschio attivo e sempre pronto, e mi viola, mi sodomizza, mi fa sentire la sua potenza.
Mi fa male, e nello stupro, nella rabbia, mi rende un angelo di fumo e oblio.
Sono costretto e non rinuncio. È la rabbia che scandisce il tempo e le bugie.

Mi hai fatto sognare quando hai scritto in stato di grazia”.
Ti sbagli, tu che pensavi la bellezza ti bastasse. Lo stato di grazia non è la profondità di un uomo, è la sua capacità di resistere.
Sotto sforzo puoi fare agguati e costringere il buio a guardarti in faccia.
Sei un guerriero ed un coglione, e hai amato troppo per parlare ancora.

Onore alla sentinella morta sotto l'arcobaleno.
Interludio malinconico l'accorgersi dell'amore che ha trovato la tua porta socchiusa e incerta.
Ti aspettano altre battaglie, altre veglie, e cospicue dosi di graffi.
Inquietudine.
La tenuta migliore per un lutto educato.

Luca De Pasquale, 25 settembre 2012

11/09/12

Ogni ferita di un'ombra è un palcoscenico



Gli Altri mangiano. Mangiano. Ed io sono alla seconda sigaretta consecutiva.
Bambini dappertutto: mi sembra eccessivo. Mi chiedo sempre quanto siano figli di una passione e non di una serie di sonnolente e cospicue opportunità sociali.
Le madri sono solerti e nevrotiche, i padri quasi sempre dei bolsi figuranti dallo sguardo pigro. Immaginarli nel sesso è solo una bugia storpia.
Soffermo lo sguardo anche su chi non riesce ad ammettere di essere in difficoltà; non avere un compagno brucia, essere troppo in età per diventare genitori, notare le smagliature, la cellulite e il decremento triste delle erezioni. Non aver trovato un partner è spesso pretesto per sfoggiare del cinismo annacquato, o per simulare di darsi alla pazza gioia e a caotiche frequentazioni.
In questo pomeriggio di montagna i ruscelli sono troppo limpidi per i miei gusti. Mi piacerebbe un fiume di ruggine e vecchiaia. E tutti questi spazi aperti sembrano festeggiare assenze invece che ispirare struggimento. Sono un verme metropolitano ammutolito.
Sono un borghese impolverato, un homeless, il cuore è blu di nebbia.
Sole violento, bambini tedeschi, una certa opulenza, forse anche dell'orgoglio mal riposto, e anche tentare di avere quanti più amici per non trascorrere serate a casa. Rispetto a tutto questo il mio sguardo è cupo, severo e comunque da un'altra parte.
Ricordo Lee Hazlewood, “My autumn's done come”, accendo la terza sigaretta per scenografia, ho incaricato qualcuno di srotolare il mio palmares emozionale solo al tramonto o sotto la pioggia. Solo quando sarete tutte lontane.
Le sbilenche contestazioni di quattro idioti sono lontanissime, così come consigli, ricette e “sguardi spassionati”, questa misera retorica della cooperazione, questa vergogna dal pene floscio.
Mi siedo sulla pietra rovente, la matita in bocca, le braccia lunghe, le gambe arroventate, un fiume di calcinacci nelle orecchie.
Dio viaggia su fasci di luce intrisi d'ombra, ed è solo la coda di fumo che colgo e mi spezza lo sguardo. Non ho saputo comprare fede e carità.

Un bambino biondissimo mi raggiunge, cerca il suo pallone. Indossa un minikit della nazionale tedesca di calcio, con numero e nome di Özil.
Sospingo l'oggetto dei suoi desideri nella sua direzione, la madre mi sorride. Verrà da Braunschweig o da Colonia, chissà. Ho mal di testa da stamane e mi è venuto di pensare che potrei avere un tumore al cervello. Ho immaginato come sarebbe avere il tempo contato, veramente contato, e ho iniziato a sudare.
Bevendo un cappuccino bollente ho fatto caso alla porcellina austriaca che mi serviva. Con degli occhiali troppo grandi e la bocca carnosa, con quello sguardo che evoca ed invoca un piacere estremo, è una delle creature femminili più smaccatamente erotiche che mi sia capitato di osservare. Al suo “buonciorno e crazie” si dovrebbe rispondere solo estraendo il cazzo in erezione, magari con le mani sui fianchi e le dità già umettate.
Ma ho qualcosa di marcito e romantico nella mia pancia, e le sbavature del cazzo diventano solo un correttivo esplicitamente aleatorio, meno concreto di un tempo. Un'erezione accecante non è biada per il Dio degli Inferi che mi trascino di città in città.
La porcellina austriaca me la vedo in salsa quattro zampe, le gambe divaricate sotto le alpi gentili, me la immagino poco sentimentale ed esigente su tutto quel che riguardi penetrarla e omaggiare la sana regina laida che è in lei.
Ma ci sono volte, tante volte, in cui un uomo non è solo un cazzo che chiede attenzione, anche se una disperazione cianotica e mistificata ti spinge ad un degrado, ad una visione senza più salvezza.
Che poi è così ridicolo essere giudicati riprovevoli e compiaciuti; alla fine una striscia di niente che scrive cerca almeno l'approdo della sincerità. Senza omettere immagini e voglie discutibili che sono solo la riprova di quanto l'uomo sia una creatura complessa e sovente disgustosa.
Questa è la mia latente visione del mondo quando non sono in tempi di pace; pago di persona, pago sempre. Questioni personali e basta.
La pace per me è solo un bel sapone in una casa sconosciuta, la casa di una notte qualsiasi e poi basta.

Acquisto una rivista tedesca e un quotidiano francese; dells rivista crucca non capisco un cazzo, ma le immagini sono migliori di quelle che i tedeschi propinano in insulsi telefilm. I tedeschi li stimo, per grandi linee.
Mi danno l'idea di un ordine che pagherei a peso d'oro, sempre e per sempre.

Imbottito di Pepsi mi dirigo nel mio rifugio notturno, un docile bastardino mi segue. È tutto buio intorno. Solo la brace della mia sigaretta e un lontano lampione. Non bevo alcolici e soprattutto non bevo vino: è poco letterario e anche poco seduttivo. L'assioma alcol/erotismo mi ha sempre fatto un po' schifo, lo trovo molto retorico e prevedibile. E poi credo sia preferibile fornicare lucidi, ma questo è tutt'altro argomento.
I miei passi risuonano. Sono solo due piedi con un uomo incollato sopra, un uomo in perenne tempesta e non c'è niente da fare. I miei genitori devono aver venduto il pacchetto quiete a qualche folletto, tanti anni fa. Poco importa, mi piacerebbe solo essere meno sensibile a ciò che non c'è, agli spettri, ai fantasmi, alle sparizioni, e anche alla bellezza che non riesco a catturare mai completamente.
Ho quaranta anni compiuti. Infilo le chiavi nella serratura della mia camera, e so che l'erba nera è cresciuta sulla mia lingua calda, sui miei occhi ostinatamente asciutti, mi è abbastanza chiaro che sono spacciato ma percepisco anche un'imprevedibilità insperata e sostanziosa.
Non riuscirò a dormire. Il silenzio riscalderà pareti sconosciute, il mio corpo solo e rinfrescato tenterà mille posizioni di tregua.
C'è una strega senza occhi ai piedi del mio letto; mi attende, mi bacerà agli angoli della bocca, stuprerà i miei sogni rendendoli bolo di porci e creatività in malattia. C'è una strega che mi vende musica, fiele e nuove avventure, ogni volta. C'è una strega che riesco a possedere senza penetrarla sul serio, da dietro, lasciandola urlare; c'è una strega con il mio volto, è un incesto di burro e follia, è la cecità di una fede mai trovata, è l'incapacità di accettare definitivamente l'abnorme potere del male.
È la strega che mi rende interessante agli occhi di certuni.
È la strega che organizza tutti i miei abbandoni. È inesorabile e maledetta.

La mattina dopo sono solo un turista mediterraneo.
Potrei anche essere uno scrittore in vacanza; pampuglie.
Indosso una maglia del Manchester Utd e il mio sguardo ha qualcosa di spento e morbosamente scorretto.
La porcellina austriaca sta flirtando con un ciclista di Rovereto, io sto fumando troppo e la strega mi ha stremato.
Il collo puzza di latte acido, sono quasi abbronzato e ho due quotidiani sotto al braccio. Se ora passasse mio padre, noterebbe che l'erba cattiva è cresciuta, e i rovi sono solo un'invenzione per paventare la più motivabile presenza di uno spaventapasseri.
Mi siedo. È un giorno qualunque con troppo sole. Non è un giorno per morire, non è un giorno per amare.

Le storie d'amore.
Conservarne un buon ricordo.
E perché mai?

Le storie che non sono nate.
Conservarne una fattiva nostalgia.
E perché mai?

Non sono che uno stupido assassino di affetti, lo so.
E tante volte l'amicizia è solo qualcosa di profondamente imbarazzante.
Quando parli poco nessuno viene a salutarti alla stazione.
Una creatura di tormenti assume sempre le sembianze dell'indifferenza.

Le passioni non consumate era roba di tanti anni fa. Ora mi fa ribrezzo.
Solo un tentativo letterario con le pezze al culo; solo il patetico rifugio di chi non ha ricevuto. Non si pagano più oboli alla fantasia.
Le passioni taciute sono solo codardia.
Le sere di pioggia troppe volte ti fanno pensare di poter amare chiunque.

Un ciclo di riflessioni e un incrocio di strade, gli anni passano, alla fine qualcosa delle tue attese si tramuta in violenza. Le tue parole non cercano l'Altro ma unicamente il confronto definitivo con l'Assenza. Le buone parole, le buone preghiere, lo sai che quelle sono per le nascite, per le celebrazioni, per la Fortuna.
Dovrai andarti a cercare altrove, con poco bagaglio.
Non c'è dubbio; in quasi ogni luogo qualcuno potrebbe avere la cattiva idea di cercare di amarti. E tu, ex bambino, ex innocuo attendista, dovrai semplicemente sorridere con un No.

La donna con il ventaglio e la gonna corta mi guarda per un istante, in metropolitana. Per me è notte fonda.
La risalita delle sue gambe è un omaggio alla vita.
Non mi interessa.

Ospedale.
Puzza di merda, di candeggina, di cibo e di lacrime.
Mi danno indicazioni. Quando ringrazio sono già in movimento.
Una mania in tight nero non balla più.
L'infermiera giovane e volgare scherza con il medico che se la chiava da qualche mese; lei è fidanzata e deve sposarsi. Ma con la scusa della veracità e della passionalità si giustifica ad ogni risveglio.
Sono una mania nera con le scarpe consumate.

Il sole in una bacinella.
Calze sfilate. Corone ed entusiasmo.
Lunghe liste di recriminazioni in carta copiativa.
Esibizionismo, sesso in pubblico al luna park della crescita.
Ma io l'ho sempre pensato, ci si prende solo al buio, quando si distinguono solo gli occhi, occhi che beninteso avranno sempre una data di scadenza.
Come noi e queste parole.

Luca De Pasquale