28/08/12

Ballata in controluce


In memoria di Patrick Dewaere, Bernard Giraudeau, Jean-Pierre Sentier


Le voyage est une aube qui n’en finit pas.
Bernard Giraudeau

L'alba con i suoi colori. I colori che un uomo impara a riconoscere con gli anni.
Ma un uomo è troppo piccolo per contenere interamente una sola alba.
Sono troppo piccolo per contenere ricordi senza protezione, sono troppo piccolo per rivolgere la parola ad una sconosciuta che entra nel raggio delle mie scorciatoie.
Può darsi che la febbre sia l'unico momento di verità e di resa.
Avrebbe senso se dopo aver fatto l'amore i muri ci rubassero i colori più interni e nascosti.
Avrebbe un senso morire insieme ai dolori non catalogati, ripiegare un mistero su una magia mai annunciata.
Avrebbe senso risalire alle rinunce più sommesse, avrebbe senso vincere senza attendere resurrezioni e dipanamenti di contenziosi.
Avrebbe senso che qualcuno si innamorasse senza rovistare tra le spine più efficaci.
Avrebbe senso non assorbire rancore per quelle tonnellate di amori difficili che abbiamo supposto, sfiorato, che ci hanno ridicolizzato, sfiancato, frainteso ed elevato a persone con qualche esperienza.
Avrebbe senso rubare definitivamente la lingua calda di chi ci bacia per hobby, per curiosità e per spazi condivisi.
Per me avrebbe senso uccidere, deludere o morire se mi lasciassero in testa il cappello dei sogni.

Per me questo blog non ha nessun senso.
Perché sono un uomo difettoso e schivo, perché fumo troppo e sogno senza ritegno.
Le parole sono sangue, e provengono da grandi crepacci che nei discorsi più intimi ed ingenui accettiamo come ferite. Ci fanno riconoscere e fiutare.
Io sono sempre stato innamorato, a modo mio. Degli uomini che non si sono espressi, di quelli che non sono stati riconosciuti, di quelli che hanno voluto morire allo specchio, di quelli che hanno smesso di amare per non commettere crimine d'illusione.
Sono innamorato di giardini silenziosi e notturni, di donne senza nome, di quelle parole che non ci diremo mai e non ci hanno detto più, sono innamorato degli autobus notturni semivuoti, delle stazioni senza bigliettaio, a volte mi innamoro degli equivoci che non possono avere indirizzo di smentita.
E le fontane spente. E di quelli che di notte fingono di cercare una farmacia per non avere casa, almeno per qualche minuto. E di quelle femmine folli ed infedeli che portano sulle labbra la menzogna di una tua comparizione in traiettorie di pace.
Nelle mie città le passioni finiscono ufficialmente presto. È una questione di sobrietà e disperazione.
Sono innamorato delle chiese di provincia e delle preghiere che risuonano nella strana inconsistenza della mia presenza.
Amo la fede che non riesco a raggiungere.
Amo il continuo precipizio di quelle altalene preparate per altri.
Amo i tessuti dei vestiti delle donne. Il profumo, l'effetto controluce e la spaventosa serietà di ogni ricerca che nasce dalle ferite.
Amo anche i grassi demoni che mi nuotano addosso, le loro maree marce e moleste, le loro grida durante le mie speranze, amo quest'anarchia di streghe nella mia testa, nei miei ricordi e nel mio incedere, battello di paura e stravaganza con tante falle quanti possono essere gli sguardi.

Questo blog. Non cerco soddisfazioni di sorta.
Di certo non mi basterebbero.
Chiedo sempre di più, soprattutto a cancelli chiusi.
Sono interessato a polizze sulle illusioni, più quelle altrui. Quelle mi premono.
La solitudine è una pioggia di vermi su una nuova cattedrale.
Non si fa altro che morire e rinascere, sognare e lottare, baciare e lasciarsi divorare.
Non può bastare che qualcuno si innamori. Non è tutto e poi finisce. Non è mai un cielo limpido a salvarci, un cielo limpido ci può cullare solo per un po'.

Questo blog è, a modo suo, sangue.
Nonostante l'amore per la scrittura, sono così tanti quelli che non apprezzo da poter pensare che in buona sostanza la letteratura non mi interessi affatto.
Patetici bracci spenti, con un ego militante e pazzo che guida autocelebrazioni sgarrupate e deformi, molti sono convinti di scrivere roba molto interessante.
Non è un mio problema, non lo è più, stabilire se posso scrivere roba che interessi; mi limito a sparpagliare frammenti, cerco di farlo al ritmo delle resurezzioni, è patetico anche questo e ne sono consapevole.
Il respiro, l'ampiezza, sono limiti soggettivi.
Sono solo un ex suicida che comunica qualcosa.
Un ex suicida. Non è roboante e non è compiacente.
L'amore vero, un fantastico viaggio verso la fine.
Ognuno è disadattato il meglio che può.
Gli amanti si abbracciano sotto lampioni di cartoline, tu ti accorgi che il tuo stomaco ha i denti e la tua coscienza è solo un'eretica monca che strologa fandonie, che gli altri certamente non riconosceranno.
Potresti compiere molte azioni per recuperare crediti di vita.
Impiccarti in una stanza ammobiliata.
Amare con calma e metodo.
Accenderti per nuove abitudini.
Comporre musica e magari tradire, non importa se stupidamente o meno, tradire non è solo penetrare e godere, tradire è forse sperare, tradire è non accecarsi, tradirsi è accettare.
Sono stato amato. E tante volte non ho retto l'urto.
Quando sono stato vilipeso, tradito e rinnegato sono diventato bello per qualcun altro.
Sono solo un battello notturno senza mai un vero nome e un'appartenenza concreta.

Un fiammifero in una mano stanca che saluta l'alba, schiavo e tiranno di labbra suturate in cieli troppo chiari per la mia impazienza.

Sangue, breve sangue su carta, uomo, uomo di luna e di amnesie, il tempo non mi ha mai promesso, e qualche volta le sottrazioni sono state musica.

Luca De Pasquale, 28 agosto 2012

22/08/12

Gli occhi della notte


In treno sono rimasto in silenzio quattro ore.
La ragazza che mi sedeva accanto sono certo mi trovasse malinconico, forse deprimente. C'era una donna matura tedesca che attirava sguardi vogliosi di romani e napoletani sulla via del ritorno. Era seduta con le cosce accavallate fino in fondo.
Io ero sotto il temporale. Io ero in droga di spettri. Volevo il temporale, per tutti, e la fine dell'entrata libera.
Sarebbe giusto appartenere a qualcuno fino al punto da perdere tracce di volontà e di ribellione; sarebbe ancora più stupefacente riconoscere una mano che ti carezza senza doverti chiedere se sia di madre o amante, o se sia un errore percettivo.
La morte à un sontuoso cigno che ogni mattina si fa individuare ai primi sguardi, un cigno che incontro sempre e che non mi abbandonerà mai più.
Ho scritto guardando il panorama che scorreva velocissimo. Ho scritto fesserie che pencolavano sul vuoto, ho scritto non più per sedurre, ho scritto un po' per morire.
Ho scritto sorpassando distese di balle di fieno, vecchie locomotive e piccole stazioni deserte al tramonto; la ragazza al mio fianco ascoltava i Depeche Mode in cuffia.
Mi è venuta per un istante la voglia di informarla malamente sulla mia identità: un amante qualsiasi, un ospite che non ritorna, un dissidente poco furbo, una nuvola di distruzione che sgomita in un equivoco banale. Ragazza mia, se mai ci amassimo non sarebbe per amore ma per traiettorie di sgretolazione. Può non piacere, ma è così. Tanto non interessa a nessuno dei due.
Ho ripensato a una vecchia canzone di Alan Sorrenti. Ad uno sguardo che non ho più ritrovato, una sofferenza impensata.
Quando una donna ha lo sguardo della notte la tua anima non ha scampo.
La fine di quello sguardo è una strage di momenti e di futuro.

In treno ho anche ripensato agli occhi della signorina Kohlschreiber; ai bei capelli biondi della signora Silberfeltl e alla materna cordialità della signora Mirnegg; ho anche ricordato le movenze opulente e giumoniche della signora Nagrl. Cognomi e pezzi di sconosciute che non mi interessavano, se non per un gioco della dissidenza e del silenzio. Io sono qui, non potremo mai incontrarci, è quel che cercavo.
Quando una donna ti mostra il vero sguardo della notte tu torni veramente bambino e ti arrendi, poi verrà la fine ma almeno ti accompagnerai con una rinascita.
Tra una stazione e l'altra mi sono ricordato di essere un personaggio di seconda schiera: io non incido. Almeno ne sono consapevole. Il mio funerale sarebbe un festival semideserto di equivoci e cattive interpretazioni.
Le persone ossessive cercano di darsi un ordine, di rendersi riconoscibili con uno stile, io la trovo una farsa noiosa.

Certi amori sono adunate di spettri. Arrivi con il fiato corto al sogno annunciato.
Altri amori sono rancore in mondovisione, anche se la piccola danza valeva qualcosa.
Di fronte al vuoto ti ricordi di amori, canzoni e debolezze.
Ossefvi certe persone con un taccuino di poche pagine, annoti e poi scompari; sei uno di seconda schiera, sei uno di passioni e di distruzioni, sei uno che ha incontrato gli occhi della notte e li ha persi subito, sei un coglione con la mistificazione della lotta.
Il demone seduto in poltrona dai primi anni ti ha convinto che la pace è un oltraggio, e che l'amore è una follia definitiva. Diversamente, è solo un disgustoso cambio di mute.

Mi appassionano le storie dei pugili che fuori dal ring hanno perso, e di brutto: Oscar “Ringo” Bonavena, Ubaldo Sacco, Ricky Womack, Arturo Gatti e naturalmente Tiberio Mitri. La forza brutalizzata dal destino, la dispersione. I cantanti rock ormai mi infastidscono, e quasi sempre i menestrelli desolati mi fanno sbadigliare, non si vibra per qualcosa che non si è mai mosso dal proprio alveolo.
Poco dopo Firenze, mentre la ragazza alla mia sinistra parlava annoiata con un fidanzato evidentemente pedante, sono arrivato alla conclusione che non c'è nessun libro da scrivere, ora, e nessuna lecita spinta alla chiarezza della persona.
L'acqua torbida dev'essere naturale, che sia oro, catrame o fantasia dipende dalla relazione che vuoi instaurarci, e dall'amore. Sì, dall'amore.

E lo sguardo della notte?
Solo tu che sei donna ne sei capace. E lo sai.
Solo una donna può sovvertire la non magia del vivere. Solo una donna può essere devozione per uno smarrito e senza patria. E senza altro da connotarci.
Saresti ancora capace di quello sguardo da vera notte?
Non bastano le forme, la buona volontà, la fedeltà da contratto, l'irregolarità da scatto, la vocazione all'annichilimento, i comici figuranti dell'attimo di transito.
Lo sguardo da donna notte è l'unico approdo che può autorizzare la morte e paradossalmente accelerare l'autodistruzione tanto desiderata.

Sono arrivato e il caldo era insopportabile.
Non avevo più nessun libro da scrivere, e nessuna coppia da interrompere; nessuna sapidità artistica da bilanciare, nessuna amicizia senza ascia all'ingresso; nessuna falsa madre così abnorme da creare ossessioni, nessun fottuto lavoro dipendente da accecare di disprezzo.

Solo una stazione deserta o una fontana paziente che aspetta la notte senza ricevere sguardi. Solo una tappa di soli semispenti con un contagiri nello stomaco e negli affetti.
Solo una comoda poltrona di libidine invecchiata e sobria, di debole vista per le utopie e di forte attrattiva per la fine delle peripezie.
Seconda schiera, cavalli neri non esposti alle lacrime, carezze da tasca e basta domande.

Luca De Pasquale, 22 agosto 2012

dedicato: Oscar Ringo Bonavena, Helmut Koinigg, Alexis Arguello (1952-2009), Luca Gelfi (1966-2009), Jesus Rollan (1968-2006), Gary Speed (1969-2011), Jean Eustache (1938-1981), Lucien Morisse (1929-1970), Robert Wayne Birch, Gaetano Menale per non dimenticare, David Rathband.

04/08/12

Descensus


In libreria scopro l'uscita editoriale di uno stronzo che ho conosciuto qualche tempo fa.
Giro e rigiro il libro tra le mani, lo sfoglio con un'apprensione arcigna, selvaggia, ritrovo quel che temevo: un tono tardoadolescenziale, volutamente sbracato, accenni di sesso spiritoso, fantasie strampalate strapparisate, insomma la cacata che uno come lui poteva produrre.
Mi sfiora e mi vellica il pensiero che la sua pubblicazione mi infastidisca; sì, mi infastidisce e mi disgusta. Sì, vorrei pulirmi il culo con il suo tomo promettente, e pazienza se sopraggiungono dubbi d'invidia e costipazione mentale.
Alla fine lancio il suo gran pezzo di libro su un altro scaffale; ricordo brevemente la sua faccia di cazzo da cagnolino nervoso, la sua supponenza puerile, la sua attitudine a leccare qualsiasi cosa si muovesse in ambito di notorietà.
Poi mi guardo in giro. L'uscita di quel libro non conta davvero niente, proprio niente. Gli procurerà qualche scopata sudata e la continuazione della notorietà. Ci manca qualcosa di animalesco, qualcosa di necessario.
Dannata estate. Sempre e sempre quest'estate tra i piedi.

La Polizia Municipale sfoggia divise nuove. Ci sono due donne con chignon e un ragazzotto muscoloso e abbronzato. La Gente Bene sciama in cerca di qualche comodo stordimento.
Incrocio la mia strada con una donna bionda. Non ci conosciamo, ma la strana sensazione è che lei sappia chi sono e qualche brandello che mi porto dentro. Volto velocemente lo sguardo, non lo sostengo.
Chissà, forse i castelli di sabbia sono diventati ormai torri d'avorio e non si ha più la spensieratezza degli anni che ci accoglieranno.
La mia camminata, un po' pendente, mi riporta i miei stessi odori; dai pantaloni provengono zaffate di sesso e di stanchezza, dalla polo stretta l'acidità della giornata e la devastante pochezza di tanti educati convenevoli.
Ognuno a suo modo può essere il suo stesso uomo nero, il boia del sonno e lo scrupoloso trascrittore dei risvegli.
Le gabbie generano odio, pigiare tasti e bottoni annienta di regole, non ero a casa neanche quando mi convincevo d'amare. Se lo dovrebbero dire in molti, e invece. A ciascuno la sua saggezza imperlata di paure e di rinunce necessarie.

Capito all'uscita di una messa pomeridiana, e i volti sorridenti ed arresi dei fedeli mi mette al muro; in questo rituale c'è qualcosa che strappa la maschera ed umilia ogni recalcitrante ribellione. Quei volti accesi di piccoli pensieri mi uccidono e aumenta a dismisura il desiderio di strade immerse nella più totale oscurità.
Per un attimo mi pervade la folle idea di salire di corsa le scale del sagrato, irrompere in chiesa e dire al prete che è vero, commetto l'osceno peccato di desiderare la morte con l'aggravante di non assumere un fare remissivo.
Sparare alle stelle è triste, è poetico solo all'inizio. Bisognerebbe tornare indietro, molto indietro, e rimangiarsi tante parole. Impossibile.

E poi si fa notte.
Una zanzara finisce nello zampirone, non leggo più i caratteri troppo piccoli di certi libri, il telefono è rigorosamente spento. Immagino che molti fili d'erba danzino sulle tombe sporche dei miei cari; non sono stato bravo a rendere i dovuti omaggi, ho cambiato connotati pur di non farlo.
La libido è una marmellata infamante che non tiene più conto delle attenuanti, e impedisce la concretezza di ogni limite.
Uomini altalena. Uomini remissivi. Uomini che seguono alla lettera l'abbecedario della permanenza. Uomini che non desiderano la donna d'altri. Pazzi e folli di armistizi, pazzi come chi durerà a lungo.
La notte minaccia sogni da rimuovere, piccoli angeli in replica suggeriscono che perseguitarsi è meglio che lasciarsi perdere, e che la potenza immensa di violare equilibri è una sfida perdente ma calda come una sciocchezza.
Incontrare una donna per la prima volta, evitare qualsiasi forma di comunicazione, infilare le mani sotto, ma veramente sotto, farla godere, chiedere le sue mani in bocca, vomitare e lasciare che la strada non abbia nome.
Senza tutte le cazzate poetiche, lo strapiombo del destino e la volgarissima consequenzialità dei pensieri costruttivi. La volgarità smisurata della contingenza, del senso di colpa e della virtù. Roba anorgasmica, roba frigida, roba rigida e morta, nutrita a bolo di fede e di promesse zucchero filato.
Anche il piacere ha la sua overdose di imbecillità e di impermanenza, ma è strategicamente più vicino all'abisso.
E tu schizzi e urli sotto la luna, sperando che la notte più lunga non faccia tanto rumore, che non ti colga intento in qualche speranza.

Luca De Pasquale, 4 agosto 2012