29/06/12

A temps partiel



Spinsi violentemente il mio corpo contro il suo.
L'ennesima prova. Un'altra prova.
Sapevo che non c'era la menoma possibilità di tregua. Lo sapevo.
Invischiato. Viscoso. Retrattile.
Il sesso duro, pazzo, non aveva niente a che vedere con la letteratura ma poteva contare su qualche legame con la vita. Quella frenesia era già coda mozza.

Le comparse, non avrei mai saputo chi le avesse ingaggiate.
Il mio corpo non riusciva a stendersi per intero in nessuna casa e in nessuna camera da letto.
Le carezze sembrava provenissero da un altro mondo, le carezze avevano qualcosa di forzoso e transitorio, limaccioso, infinitamente doloroso.
I sapori delle bocche non riportavano a casa.
I sapori delle bocche interrompevano la paura nutrendola.

Sarebbero tornati i giorni d'autunno con le strade decorate dalla pioggia?
Il caldo era sporco, lo avvertivo lercio di respiri, di istanze irriconoscibili e mai, prepetuamente mai, condivisibili.
Estate sul greto di idee mal riuscite, estate avvistata in un cielo indifferente e aperto al pubblico.
Sudavo in quell'atto arrogante che era scoparla, cercare di avventarmi in altro che non fosse quel che avevo letto, “il percorso del dingo”.
Con le mani accrosciate alla testiera del letto, con le dita nervose, con il respiro di birra e di fumo e di rossetto e di vagina, ci si poteva chiedere quante utopie fossero ancora lì, da rimuovere, e quanto ancora le curiosità sarebbero bastate.
Orologio a lancette e non al quarzo, sperma che parte dalla pancia e dai rancori per finire in uno sboffo rauco, mi sentivo animale e basta, animale senza narrazione e senza più riflessione, istinto maleducato, transito.
La visione del mondo presa a calci da un orgasmo. La viltà del piacere.
Altre città con altri uomini. Le donne che avrò ameranno anche altri. Forse perché le carezze dei fantasmi non lasciano l'impronta del tempo da venire.
Caccia ed esilio.
Caccia scorretta dall'aria finto gentile, pragmaticità solo nell'espugnare roba e certezze di altri, il vizio di rubare, il vizio di non contentarsi, il vezzo di dimenticare e dimenticarsi.
La mania di non orientarsi mai.
Tutti quei complimenti stupidi, quegli attestati di cortesia dall'aria pigra, le taglie di vestiti che non avresti più regalato, le stazioni che non ti avrebbero più incontrato.
A volte si scopa forte perché non c'è un quartier generale dove poi riposarsi e trovare un senso. La nuova prosa invecchia male, e la poesia è stata graffiata e irrisa nei cessi virtuali del desiderio, il desiderio di essere desiderati.
La lusinga della non indifferenza ci ha uccisi senza credibilità.
Spingevo, sudavo, mi ammazzavo e mi ripetevo senza metodo e variante.
Confessarsi e mettersi in gioco con il sesso duro è un atto parziale; non vale più che obliterare il biglietto in funicolare, seguire il culo di una sconosciuta, mentire con bava e bolo a chi ti scopre colpevole, eternamente colpevole e incoerente.
Sapevo che mi toccava il percorso del dingo, la psicologia era già decomposta, atti parziali su atti parziali, non saremmo morti insieme. No.
Sentivo il calore delle sue cosce rilassate nel desiderio, sentivo la sua calda origine richiamarmi ad eventi che non avremmo vissuto insieme, sentivo che stavo per declinarmi in un fiotto di sperma, verbo irregolare, verbo rifiutato, le avrei schizzato la pancia e le avrei chiesto poi di tenermi in bocca, fermi, in cerca di un solo istante di razionalità.
Quel riposo che non arriva mai e mai arriverà.
La grande tragedia consisteva nel disinteressarsi completamente al parere altrui, quale che fosse la questione.
Tutta quella roba bianca ed impiastricciata, quella roba non avrebbe parlato della mia vita, delle nostre possibilità, di quel riscatto che non aveva più un briciolo di credibilità.
Quel pigmento bianco, quell'atto parziale, non avrebbe saziato me e neanche lei.
Sentii che stavo per venire, scattai all'indietro e cercai di graffiarmi la mano sinistra con la destra, nell'ultima parata possibile, quella della rinuncia.

Seduto al centro del letto, con l'odore del fumo addosso.
Vivere senza guide turistiche.
Attore a tempo parziale.
E tutta quella femminilità già di qualcun altro.
Attori parziali dopo aver ansato nel vuoto dell'altro.
Amanti a tempi parziali, io che scotto e lei che dimenticherà con una certa indignazione.
Lei che vuole sapere chi prima e chi dopo. La desidererò ancora, mi consumerò, e il mio sguardo tra la gente potrà essere disperazione, sesso e professionismo.
Lei vuole sapere cosa mi fa godere. Cosa mi fa stare bene.
Brandelli della mia storia.
Io mi sento fogna professionale, mulino, hovercraft e boia.
Voglio decidere di morire e il suo sorriso troverà un'altra erezione.
Addii a tempo parziale, onor di firma e di paura, il sole che non mi ha mai chiesto permesso ed io l'ho perdonato.
A tempo parziale.

Mc Solaar, Patrick Dewaere, Jordi Alba, Cisalfa Boyz, curriculum per pulirsi il culo, NS vs VS.

05/06/12

La morte disegna gli occhi nelle foto


Blu scambiato, rivenduto e quasi mai comunicato.
L'abat-jour in punta al comodino, precario, vittima di incubi e manipolazioni.
I libri sostituiti prima della fine; perché ogni fine è uno scempio.
Sono i gesti a farci appartenere a qualcuno o ciò accade solo nella resa?
Sono in tanti, tantissimi, a non conoscerti; e da come muovi le mani cercano di capire, da come parli cercano di sottendere, dalla tua storia cavano argani solidi e sconosciuti.
Qualche volta ho pensato che amare e svanire siano legati da un'intermittenza inevitabile.
Costume verde fifa blu. Poca convinzione e molti pensieri. Errore. Costume verde e sbaglio che non ha una ragione, scegliere la cosa sbagliata.
Disperazione fredda con cinta stretta in funicolare; compressione e musica in metropolitana, i sentieri della notte separati da cancelli vicinissimi.

Il tetto del mondo. Mah.
Il tetto del proprio mondo.
Il tetto scosceso della benevolenza altrui.
Milioni di abbracci cestinati in nome di una coerenza.
Ragioneria in nero per misere ritirate e abitudini da non confessare.
Troppi occhiali colorati sui nasi degli sconosciuti; e gli uomini di cinquant'anni e più che cingo con malinconia nella consapevolezza di avere qualche argomento per loro.

Conosci questa casa?
No.
Eppure ci hai vissuto.
Non la conosco, no. Non l'ho mai conosciuta.
Perché sei stato gentile con quella donna?
Perché non la conosco.
Riconosci la tua cameretta, i tuoi oggetti?
No, non li riconosco. Facevano parte di cancellazioni fuori tempo.
Rivorresti gli oggetti della tua infanzia?
No, ora non li voglio più.
Le orchestre ti piacciono?
Solo se il cantante soffre per davvero ed è stato abbandonato.
A chi daresti un'orchestra?
Facile. A David Sylvian e Richard Hawley.
Che ci fai a bordo piscina?
Fumo in attesa di andare via.
Cosa pensi in questo momento?
Di essere malvagio in assenza, sempre, e di sentirla profondamente, ogni qualvolta non sono in qualche posto.
Che tipo di assenza?
L'assenza da quel che potrebbe essere; è l'assenza da tutto.

Mi mettono davanti un piatto di pasta.
Il cameriere è quasi calvo ed è conservatore. Sono assente. Fumo, mentre il piatto fuma e non comincio.
Fumo io e fuma il piatto, le comparse si ingaggiano in continuazione e a vicenda.
Il caos è un graffio sulla schiena che incide la dimensione delle prossime cadute.

Crepuscolare. Umbratile. Il latrato dei cani di notte, con le finestre socchiuse e qualcuno che ti dorme accanto. La morte seduta in poltrona a disegnarti gli occhi su foto che non hai mai visto. La morte in poltrona, lunga veste cenere e tutti gli incubi che non hai dissipato.
La morte, il tuo parto cesareo, il tuo cordone di lampioni e addii, la morte che bisbigliava idee e definizioni alle orecchie dei padri e risucchiava ogni madre di passaggio.
I cani che hanno rosicchiato i sogni e hanno pisciato sulla tua tranquillità fatta di poche regole basiche.
Il prete in viola con la faccia all'altezza della pancia. I tuoi incubi, le ossessioni di aggressione, i rovi con capelli marciti, le evocazioni lugubri che possono convogliarsi in un educato isolamento.
Tutti sono stranieri, e questa è la fine.
Tutti sono apolidi, e la fanfara della morte non avvisa che pochi naviganti.
Tutti in quel grembo di sonno, di bolo, di sperma e di abbandono del poco tempo che scivola in ruscelli di antibiotici, medicine e farina sporca.
Quei pomeriggi con la musica dei Deacon Blue e le mandate all'impazienza.
Solo la mattina gli specchi non riflettono la morte.
La morte ti sputa nello stomaco ogni volta che ti contrai per sorridere di quel che non sei e non appari. È un gioco crudele, reiterato, visionario.

Mi attraggono i posti delle rinunce.
Mi attraggono i cestini pieni in casa della gente.
Mi attrae la lingua francese e quella sonnolenza dolorosa del pensiero.
Mi attraggono i tacchi alti e la vertigine della vergogna.
Amo il vuoto con la fedeltà del silenzio e lo cerco nelle pause e nelle tregue; amo il vuoto come una bottiglia colma di sogni, caramelle e stupidaggini.
Amo la morte, che mi disegna gli occhi da quarant'anni e mi conduce per le strade della vita con quel sentore di nervosa dismissione e solitudine.
Amo questa morte fil di ferro, questa morte tapparella abbassata per metà, e il lutto diventa un contrasto giallognolo nelle grida dei bambini, sei salvo per qualche ora.

Amo questi odori profani, costeggiati da spine e squame di tentativi.
Amo le stanze d'albergo dove l'amore non ha saputo tinteggiare i muri.
Amo quelle canzoni di cui non scrivo e parlo mai, amo i ristoranti aperti fino a tardi nei posti di mare, sono legato all'inappartenenza come ad una materia ossessiva e irrinunciabile.
Nei cimiteri i fiori muoiono male e velocemente, dominano i rimpianti ma il niente li rende fragili e macabri.
Rituali che si ripetono.
Mentre la morte disegna occhi ai viandanti come me.


Luca De Pasquale, 5 giugno 2012

03/06/12

Scuorno, zampera e samenta


L'odore delle sere estive.
Sembra sempre che non sia accaduto ancora tutto, e che non si sia capito appieno quel che è successo. C'è il sentore di sospesi importanti, impegnativi.
Ogni evento, ogni brandello di vita, sembrano pervasi da quell'odore caratteristico e non descrivibile, l'odore delle sere estive. Sospesi ammontonati, nuove visuali, eterni imbarazzi, assonanze che non saranno mai concordanze. Il brano da ascoltare è, anche stavolta, preso da "The following morning" di Eberhard Weber. A suo modo una partenza silenziosa, come deve essere.

La coppia è in auto sul lungomare. L'ingenua ragazza con gli occhiali si sente amata, il suo uomo è noioso, scopa pensando a se stesso e alla sua storia, non ha un guizzo, non ha l'onestà di ritirarsi in un'altra attesa. Molti dovrebbero.
È una nuova Panda.
Lui vorrebbe tornare a casa non troppo tardi. Lei non ha voglia di fargli il solito pompino in pineta e poi quella sua stupida gentilezza con i fazzolettini. Lui ha voglia di fare un filmino. La notte si tira delle raspe su Xhamster, non è innamorato, è solo giovane. Scopa come un manichino, non si disarticola. Non cerca la sua bocca con le dita, non si perde ad ogni colpo, lui fa i compiti e se morisse io non scriverei una riga su di lui.
L'ingenua ragazza con gli occhiali è l'unica persona viva in questa nota.

La chiesa è chiusa e i ragazzi giocano a pallone.
Passo con una delle mie costose sigarette. Credo sia troppo tardi per ottenere visibilità da me stesso. Che ci pensassero gli altri, se credono.
L'amico che ho incontrato mi ha parlato di Chet Baker, John Coltrane e Keith Jarrett; il problema è che me ne frego di queste monografie a saliva viva.
Stipendiati. Assassinati dalla normalità. Messi a posto e per questo sollevati.
Apprezzati solo per quel che abbiamo saputo dimostrare. Fraintesi. Tristi.
Sciocchi e inutili quando ci organizziamo per tradire, tradendo in primo luogo noi stessi e quel trastullo di innocenza che restava, a ginocchia sbucciate.
Messagini. Insulse ocaggini. Il sesso è una ninfea che si ingrandisce prima di morire, è una beffa di vitalità.
Al supermercato c'è un omosessuale stempiato, otto anelli su dieci dita, Narciso Rodriguez, Neutromed e occhiali con stanghette rosse. Ho smesso di tempo di disturbarmi per eventuali scene omo. Lo immagino lavarsi l'ano per bene e profumarsi, farsi fottere in culo e in bocca da un ragazzino, spero tanto che gli vada bene. Mi è simpatico e lo seguo con lo sguardo finché non paga.
Non trovo, no, che le irrigazioni eterosessuali abbiano più valore. E neanche la quiete sommessa dello scegliersi pur di non rimanere soli. La lontananza dalla giustizia ha il colore dei vermi.

In occasione di lutti, matrimoni ed eredità gli esseri umani riescono a parametrare il peggio della specie; una sorta di prova del palloncino per un Dio etilico e fin troppo ottimista e lassista. Non possiamo scegliere parenti e colleghi: la contingenza non garantisce affatto la purezza. La spietatezza salvaguarda da aspettative bavose.
Sono altre le scelte, ben più cospicue e lungimiranti; riguardano anch'esse il dolore, certo. Tutto ha una connessione con il dolore e lo strofinare la salvia della consolazione ha un sapore quasi pubblicitario.

Guardo su you tube il balletto dei dipendenti della Apple. È una scena ripugnante, anche il peggior conformista d'azienda non può essere così grottesco. Eppure ne ho visti di leccapiedi e irrumatrici da visita, ognuno di noi ha assistito a qualche sconcio, anche ai propri. Ma naturalmente quelli non vanno dichiarati.

È la giornata in cui la nazionale di Malta va a vincere in Lussemburgo con due reti di scarto, doppietta di Michael Mifsud. Sono queste le partite che mi appassionano. Le partite dei poveri.
È la giornata in cui spiego a qualcuno che non deve rompermi il cazzo parlandomi di gente che non mi interessa, e ancor peggio non mi interessa più. Sono per le chiusure definitive. Sono per non dare troppe chances e non volerne.
È la giornata in cui scopro che la poca disponibilità è ottusaggine, se non hai guardato prima qualcuno negli occhi.
È la giornata in cui assisto alla presentazione di un libro di merda, pubblicato per amicizie e convenzioni. La parola AUTORE eccita sempre chi se ne fregia, è una sorta di orgasmo ad implosione. La saliva si azzera, l'ego è una torta di mascara e ci si sborra in pancia, da soli, pazzi e con troppi Dei sottobraccio.
In quanto AUTORE, io...”
In quanto aUTORE impiccati. Con le canzoni screamo, le belle lettere alla nonna morta, fasulle, e “l'imputt sociale” scoperto con la copertina sulle gambe.

Ed è con gioia che accogliamo un'AUTRICE che ha saputo leggere tra le pieghe della sua generazione, dimidiata e doviziosamente impallinata dalla malpolitica...”
Vorrei a tal uopo estrinsecare il mio real pensiero.
E cioè: letteratura bocchinara da amicizia coltivata. Non si legge nemmeno in metropolitana. Grazie.

Non so quante persone mi leggono. Non so quanti seguono queste note schizotempiorali sul blog. A parole, moltissimi.
Ti seguo, sei coraggioso”
La dici cruda”
Alcuni sono sinceri. Altri sono le solite teste di cazzo da conferma irrichiesta.
Non è con le conferme che si guadagna la stima. Non è citandoti che ti si fa un piacere. In fondo è un passatempo e io non sono Cormac McCarthy.
C'è la libertà di fottersene. Che io apprezzo ed eseguo a mia volta. Se un conoscente fa musica meticcia con dei cucchiaini di velcro, io non andrò mai ai suoi concerti e non mi dirò incantato dalla sua musica. E neanche dalla sua donna.
Vorrei che ci si rilassasse, anche nell'incondivisione.
Lussemburgo-Malta 0-2, doppietta di Michael Mifsud. Bella partita.

Luca De Pasquale, 3 giugno 2012