28/05/12

L'eternità soppressa

Jean-Marie Pfaff, l'idolo di sempre
La retorica tardocapitalista dello sforzo individuale per il comune benessere mi arriva come una valigia di chiodi sullo stomaco duro e incazzato.
Le esortazioni, le frasi sciocche e senza costrutto che Aldina Stimperi, la fata del buon vivere lavorativo, squaderna in questa giornata sortiscono un effetto debordante e malato: sono una mina nonostante le cortesi apparenze.
Quest'odore di fica e bagnoschiuma non è allettante, è solo una morsa nel vuoto e questi quattro imbecilli se ne adorneranno nei loro commenti decerebrati.
Aldina Stimperi mi ha chiesto di procacciare più clienti, di impegnarmi maggiormente, perché dice che sono intelligente e talentuoso. Ha usato il sorriso ma ero altrove, ero tra i rovi, ero nello scopo di eliminare scorie dai miei anni.
Quell'odore di bagnoschiuma di quartiere in un pomeriggio merdeo, stanco, spompato, un pomeriggio di equivoci e sogni morti ammazzati.
Non so dove avevo la testa.
Forse nelle grida puerili ed ebefreniche degli indiani che incontro in metropolitana; forse nel livore in movimento che si rovescia sui progressisti ristrutturati, quelle pelli tirate, quei colletti di camicia inamidati, quei tradimenti di merda nei motel di Pozzuoli e Pianura, i loro cazzi in camicia tra le cosce di qualche acciaieria dei sensi.
Progressisti ma fedifraghi. Progressisti ma adulteri e con il glande spolverato in cerca di un sorriso da un'eternità soppressa.
Motel abilitati al buon marciare in quotidianità parallele, i progressisti che accompagnano i loro figlioletti con l'auto peggiore.
Aldina Stimperi scherza forte con Max Mocci, il supervisor, ridono e si danno le spinte. Li osservo e non interloquisco. Non partecipo alle loro cazzate da piscina.
Di certo non sono bello abbastanza per fare il cuor di tenebra perpendicolare; di sicuro non utilizzo i conforts d'ordinanza per sancire un distacco riconoscibile.
Ostin Lecce, invece, impiegato modello, mostra le sue foto in Danimarca. Gli piace sembrare un tipo in gamba e cerca di manifestarlo esibendo viaggi e spostamenti.
Racconta di aver scopato una finlandese in tenda ad Aahrus, qualcuno sembra interessato, racconta che in Scandinavia tutto è migliore e più pulito. Non ci vuole molto, lo rintuzzo inizialmente, poi taccio. Anche Ostin Lecce è progressista.
O, almeno, lo ha dichiarato più volte.
Nel mio quartiere si chiava spesso per riparare a svariati disastri; ottusamente demagogico ma reale. Questo Aldina Stimperi non lo sa e non le interesserebbe; accavalla le cosce mentre Ostin Lecce continua a mostrare diapositive noiose. Arriva quel lezzo di bagnoschiuma da annuncio d'alcova, una promessa dolce in sacchetti differenziati di idiozia.
Ostin Lecce, progressista, è stato anche a Turku, a New York, in Indonesia e a Guidonia con la famiglia. Ha il naso abbronzato e secondo me è uno di quelli che non si masturba per continuare la buona educazione. Non me lo immagino schizzare in un lavandino per un accesso di rabbia e follia. È così noioso e così progressista.

I miei gusti, le mie tendenze culturali, per loro sono una stravaganza misteriosa di scarsa consistenza; ed è questa la fortuna di un placido sopportarsi.

In metropolitana leggo Michel Houellebecq, “Piattaforma”.
Michel Houellebecq è un genio. Per la mia sensibilità è un genio.
La studentessa con gli occhiali scruta nel mio libro. Ha qualcosa di acerbo e di assente, sicuramente userà spesso le lentine e avrà avuto almeno un amore infelice, questa terrificante banalità democratica.
Durante la lettura mi distraggo con frequenza, mi capita di pensare ad un disco, a niente, al cibo, al sesso e con abrasiva partecipazione all'altrove. La studentessa con gli occhiali ha tanta voglia di innamorarsi e le piacciono i Radiohead e i film di Ozpetek. Non ci incontreremo mai più.

Piove come se fosse Febbraio.
Gli oggetti prendono polvere, e anche le persone. L'altoparlante interno declama la prossima fermata, manco fosse un treno a lunga percorrenza. Ci sono due tizi grassi che parlano del calciomercato del Napoli, chi resta e chi parte, Cavani, Lavezzi, Mazzarri.
Molta bontà è seppellita in questo transitare quotidiano con persone che non conosciamo e che ci appaiono anche ostili. Da adolescente avevo un pessimo carattere, polemico e squadrato, ma c'era anche un'ingenuità irrecuperabile. Adesso preferisco che si verifichi il “non mi sono accorto che c'eri”.
Fare l'amore è difficile. È così difficile evitare che i tuoi mostri si avviluppino all'altro senza sporcarlo e trascinarlo.
Fottere è solo una palestra con un proscenio travestito da proprietà privata; fottere è una vacanza con il germe lievitato del pentimento sottopelle.
Sì, esiste una distinzione. Vivaddio.

I venditori di calzini e accendini mi hanno rotto il cazzo.
Quasi spingono, se non cedi. Non hanno naso per capire che sei uno sradicato a zonzo per strade che ti inghiottono per risputarti formica monca.
“Bello”, “fratello”. No bello no fratello, forse fardello, forse frittella e vaffanculo.
Le canzoni deprimenti dell'emaciato musicista jazz che suona sulla panchina, assistito da una tisica innamorata; sono scene del bel quartiere, ciao, dov'è che i tuoi ti hanno regalato l'appartamento?
No che non voglio la casa, e la volpe e l'uva non hanno mai fumato calumet a gambe aperte sotto le stelle vulcaniche, a me piacciono i motel e quella sublime parzialità del divenire. Non si è capito un cazzo nel non voler capire. Accade metodicamente.

Margaretta e Milossa organizzano il viaggio a Praga. Le sento parlare davanti ad un espositore di vernici. Partiranno senza i rispettivi compagni. Fingono di desiderare un segmento per sole donne. Ma il loro femminismo senza basi è solo insoddisfazione caduta dalla fantasia agli assorbenti. Sono deludenti nella loro voglia di squilibrio e sesso con qualche ragazzone più chitarra più fotografie più sogni nel cassetto.
Margaretta mi saluta a stento, le mie idee, quel poco che sa, le danno il voltastomaco; sono macho senza avere quel fisico tracotante, e poi conosce una comitiva di persone che mi disprezza per imprecisati motivi. Si è accodata per partecipare al flusso di un pensiero con più di cinque esponenti.
Ma come, baby, non sai della mia dolcezza? Non l'avverti? È per pochi.
Ma non scrivo poesie e non cerco di pubblicare in collettivi, non ho una buona vetrina tra pancia, cazzo e religione.
Che è una frase senza significato, inutilmente volgare; ma serve alla scena del nichilimo, è quella richiesta.

Il disincanto è una cosa, il nichilismo ne è un'altra.
Il disincanto è una cosa, il nichilismo ne è un'altra.
Il disincanto è una cosa, il nichilismo ne è un'altra.
Il disincanto è una cosa, il nichilismo ne è un'altra.
Il disincanto è una cosa, il nichilismo ne è un'altra.
Il disincanto è una cosa, il nichilismo ne è un'altra.
Il disincanto è una cosa, il nichilismo ne è un'altra.
Il disincanto è una cosa, il nichilismo ne è un'altra.
Il disincanto è una cosa, il nichilismo ne è un'altra.
Il disincanto è una cosa, il nichilismo ne è un'altra.
Esercizi da quaderno.
Esercizi da ragionamento.
Repeat per dieci, e ci potremo anche sorridere.

Crema per depilare.
Crema Noxzema gialla. La mia preferita nel 1989.
Pizbuin e shampoo alle erbe.
Il fumo della sigaretta mi sommerge, cela il volto.
Panetteria. Bancarella con braccialetti personalizzati. Pattuglia dei vigili sotto la pioggia. Città di merda, città amara e amatissima.
Alfa conosce Omega che ha sposato Iota, a sua volta separata da Omicron.
Città paese, dicerie senza untore, parole come materassini in piscina, a riposare e perdere di senso.
Sarah Jane Morris in concerto ad Atripalda, Allevi è insopportabile, Bollani mi scoccia ed Einaudi non scava nella mia anima; i Subsonica fanno solo casino, Antony&The Johnsons è roba da scolo e il reggae è degli aziendalisti in libera uscita.
Due adolescenti fanno lingua-in-bocca, serpentelli di saliva e filamenti di zucchero corporeo, il coito non sarà lo stesso sollazzo, perché dopo non c'è più attesa.

Napoli di notte.
Atterraggi. Depistaggi. Ammaraggi. Genclebirligi. Anche lì è stato Ostin Lecce, l'uomo dei viaggi. Ma non si può piacere alle persone solo perché si viaggia.
Chiudo gli occhi, steso sul letto: lì Ostin Lecce non potrà rompermi i coglioni con le sue esperienze. 

L'eternità viaggia con imprecisati minuti di ritardo. L'eternità non sopporta più le stazioni affollate, è un martirio di impulsi e le forze vengono meno; non si può dire altrettanto per i dubbi. I dubbi sono blatte imparentate alle attese.
L'eternità è stata soppressa.
Un cortese esercizio di nichilismo on demand.
Stronzilio, bandara, anemone di fonte, persone occidue, è poesia, è ermetismo da buco di culo, è progressismo della noia.
Presente al berciare della vanità.

Luca De Pasquale, 28 maggio 2012

22/05/12

La colonna dei cani di polvere


Il divano. Piuma, spugna, briciole, riposo.
Il cielo. Pervinca, nero, angeli tremanti e idee fisse come telegrafi.
La musica. Spettrale, di famiglia, slabbrata, sghemba, sconosciuta, dipendente esclusivamente dall'elettricità e dal capriccio statico di inizio e fine.
La comunicazione. Fili scoperti che fuoriescono da bocche truccate e storpie.
La comunicazione. Il bene comune e la bugia della partecipazione.
Fili verdi e rossi che fuoriescono da vagine in affitto e attori assoldati per figurare come parenti.
Rent a friend, rent a brother, rent a ceremony.
Ricordo delle curve senza pianto, ricordo dei rischi senza approvazione, ricordo professionisti del rimpianto e ricordo la disattenzione della buona volontà.
Ne abbiamo ascoltate e dette. Ne abbiamo vissute ed evitate.
Corti circuiti con pizzetta e sorriso, ci sfioriamo e non saremo nient'altro che un giorno affacciato al vetro di una finestra appannata.
I fiori parlano a chi desiderava morire e ha scoperto qualche nuova parola.
Ci fabbrichiamo le nostre migliori malinconie, le incidiamo sul tavolo più nuovo e ci piace pensare che sia parte di un percorso.
Rabbia e forza ci rendono seduttivi e sciocchi al solo rendercene conto.
Il cibo. Che arriva alla tua bocca evitando i fili bruciati e trascurando ogni tua malattia.
Il tuo corpo. Che riesce ad assorbire l'alba e a convertirla in un'andatura senza maestri, il tuo corpo che riesce ad essere monumentale quando si tratta di rifiutare.

La chiesa è quasi vuota.
Una vecchia prega le sue paure.
L'assistente laico del parroco, lo conosco. Compra i Bee Gees da me. Inimmaginabile.
Penso che tutti i tramonti abbiano il difetto dell'eccessiva mansuetudine.
Un vero tramonto dovrebbe fotterti e farti impazzire. Dovrebbe massacrarti.
Ma non si riesce a vomitare Dio in ogni dove.
Nella busta della vecchia c'è pastina per il brodo, pane, un pacco di biscotti e rotoli carta cucina. Ho l'emicrania.
Non riesco a pregare. Sono scostumato. Ho quaranta anni.
Per i miei gusti escono troppi libri. E l'ego è una casa al mare organizzata più per gli ospiti che per se stessi.
La chiesa è quasi vuota. Troppe felicità da idealizzare, è il caos della pace sospirata, nessuno a mettere ordine. È sfiancante.

Vino bianco. Candele. Pelle curata. Epilazione. Depilazione. Trucco. Omissioni.
Quaderni di fedeltà scompaginati in cassetti di pubblico uso.
Candele. Quadri acquistati all'estero. Incenso. Fotografie. Film e gusti da confrontare.
Le frasi ad effetto nell'esperienza croccante delle delusioni andate meglio.
Padiglione fantasma per miracoli e connessioni, la vita concede stravaganze affettive a chi ha molta voglia di comunicare cambiamenti.
Bocche pesce mute e costrette dai vermi ad assumere una ferita all'insù.
La forza, chi la trova ne parla, chi la lascia riposare sotto drappi neri simula l'abbandono per proteggere quanto di bello non si dice e non si scrive.

Ruggine sul cancello. Colla colorata su vecchi cognomi.
La strada è azzurra ma non ricorda il mare. Il mare lo si ricorda meglio al buio.
Domande.
Supposizioni.
Depistaggi.
Appostamenti per scorgere le verità che si muovono più velocemente di te.
La febbre del disequilibrio.
Malvarosa, merda, latte, calce, nicotina ed erbe miracolose.
Corpetti, frustini, tenerezze scontate alla cassa, misteri a campana, buffoni nervosi, Scott Walker che canta Joanna in un auditorium di sordi.

Lettere gonfiate da fiumi di attese. Inchiostro frainteso, caldo finché rimaneva esercizio, ora callida grafia per malinconie bombate.
Il professionismo e la perdita dell'immediatezza.

OBI strip.
OBI strippers.
Gli spogliarelli non fanno mica tanto effetto. L'obbligo di eccitarsi è una malattia della noia vegetale.
OBI Wan Kenobi.

Continuano intanto i lavori trovati per segnalazione, per preoccupazione altrui e per conoscenza scrupolosa.
I beneficiari fingono che sia stato tutto merito loro. Loro sono in gamba.
Le segnalazioni e le pressioni dei cortigiani sono state un puro pro forma, loro sono meritori ed intraprendenti.
Tutto è dovuto. I loro talenti sono sotto gli occhi di tutti, a chi tocca muoversi per primo?
Un ego spaventoso e martoriato dalla stupidaggine.
Un ego che scaraventa via le costole per ciucciarsi il cazzo fino alla consunzione.
Un gruppo di amici che esercita al meglio la staffetta in carriola. Coesi, addentati l'uno all'utilità dell'altro, concentrici e incarogniti per oliare la limousine giocattolo del proprio privato.
Complimenti. Davvero.
Ma non c'è amicizia, non c'è stima, non c'è concordia, qualche corvo e qualche canzone, il passatempo dei marciapiedi diversi.
Gli angeli non li avete mai visti.

Abbandonare gli abbandoni.
Qualcosa in meno del Verbo, qualcosa in più della Saggezza.

Il naso appiattito sulle vetrine di negozi di pellicce.
Maniscalchi con il raffreddore, gente di altre città che sembra migliore, i viaggi che non ti daranno il viaggio, i viaggi ricordo che desideri per inglobare una lampadina in un lampadario.
Questi sono appunti sottomarini, sono rimandi e sono al contempo libertà. A volte si tratta di libertà convalescente. Ma ha un suo odore che tante volte genera la musica.

Penitenze organizzate. Torpedoni per una sola persona.
Autobus scoperti a zonzo nelle estati altrui.
Convincersi di un approdo per interpretare le labbra allo specchio.
Uscire dal giro e percorrerne un altro.
Medi editori per grandi deviazioni senza violenza.
Appunti sottomarini, il naso chiuso e lo sguardo aperto, appunti con penne rubate, numeri civici sempre sbagliati.
Cani a molla che possano abbaiarti la giusta ramanzina e poi sparire nel non so.
Belle foto di luoghi abbandonati. Begli abbandoni laminati deluxe.
A chi somigli?
A chi cazzo vorresti somigliare?
Non certo alla malinconia, mio Signore. È sconveniente e infruttifero.
Vuoi somigliare ad un treno di portoghesi?
Vuoi somigliare ad una fabbrica di fraintendimenti?
Vuoi somogliare ad un diniego educato?
Vuoi somigliare ad una passione scongiurata?
Vuoi somigliare alla maturità, vuoi fare la voce grossa?
Cani a due zampe a sorvegliare, Cerberi di polvere e granito, la cattedrale della tua presenza al mondo.

Mi piace. Non mi piace più. Mi piace di nuovo.
Statistiche del blog. Provenienze. Sistemi operativi.
Post letto da 42 persone, dettagli, aggiorna, sonda e capisci.
Incravattati ai colloqui da briciola e sottomissione.
Immacolati per ogni novità che possa fregiarsi di essere tale.
Hai sempre creato qualche scompenso, qualcuno chiudeva la porta mentre parlavi e faticavi a riconoscere la voce.
Mamma, non mi piace giocare. Mamma, voglio leggere. Mamma, mi piace una.
Mamma, sono disperato perché non trovo la gente quando ce l'ho davanti.
Mamma, troverò tutto quel che mi servirà per un Regno.

Luca De Pasquale, 22 maggio 2012

 per Stig Dagerman

13/05/12

E' sufficiente non respirare


La coppia consuma una gran quantità di cozze e frutti di mare. I capelli ricci e vaporosi di lei, il bracciale d'oro di lui.
La serata terminerà con una gran chiavata, una grande inutile chiavata.
I soldi mettono allegria alle coppie. I soldi mettono allegria alla gente e pepe al culo alla dispersione degli sforzi.
Non si può provare fastidio. C'è solo un'assenza senza musica tra loro e il resto della gente, in questa serata primaverile.
Cozze, frutti di mare. Una gran chiavata sciatta. Dita da leccare e lutti ancora troppo lontani.
Lui ha venduto la sua casa, ne parla; soldi. I soldi mettono allegria al mondo.
Non c'è musica, ma nessuno ve l'aveva chiesta.
C'è vento. Sigarette in pacchetto da dieci. Rock inglese. Posacenere verde con il logo del ristorante.
Cozze. Frutti di mare. Le cozze mi hanno sempre disgustato.

Vomero, provincia di Napoli.
Mi dispiace, ma il Vomero non è una città. Neanche un paese.
È solo un quartiere e non fa provincia.
E i suoi abitanti non meritano alcun trattamento particolare.
Le tappe dei perdigiorno del Grande Vomero sono costellate di rituali noiosi.
Come quella di ciondolare in trascurabili megastore pensando che la cosa faccia notizia. Persino i loro amori non fanno notizia. E neanche le sciocchezze che si trasmettono con gli strumenti più disparati.
Vomero, Napoli. Ma guarda, Vomero neanche un po'.
Niente dovrebbe fare provincia, men che meno i nostri vizi di insicurezza.
Quando tanti finti sindaci si battono le mani a vicenda, c'è sempre una grande truffa che con il tempo acquista una corteccia di noia senza storie attorno.
E quindi bye-bye, Grande Vomero che fa provincia tra strade, stradine e molte ore libere.

Fotografi di scena.
Gestori di pub in tenuta d'altezza, pancia e portafogli.
Rustici avventurieri dai facili entusiasmi.
Snobismi a sponda di tavolo.
Patetici assemblaggi di canzoni.
Amanti ed amati, un libro per loro sarà sempre sul banco delle novità o dei saggi identificativi.
Quando un inetto non ti sa gestire, inizierà a non guardarti più in faccia.
Succede. E non fa male. Fa ridere.
Due moine non fanno famiglia, la famiglia è un'altra cosa.
Essere presenti non è un generatore di ricordi. Puoi esserci stato, puoi aver timbrato il cartellino, può succedere che nessuno si ricordi di te.
Le religioni fanno morire, anche quando le guardi capovolte.
Un uomo, lo reputo tale quando riesce a guidare un esercito di desideri; anche feriti e senza armi.
Il rancore è rosolio prodotto da persone invecchiate. Ragazzi invecchiati.
Ho conosciuto un tizio che si proclama anarchico. Improbabile. Riesce ad acquistare venti libri sull'anarchia in un mese. Si sente a posto. È solo un padroncino vestito da H&M in un giorno di rugiada. E le sue magliette tradiscono un corpo incerto.
Solidarizzo spesso con la polizia, dopo scontri di piazza. Ho divieto d'anarchia.
Sono dalla parte della polizia. Quasi sempre. Detesto i provocatori di piazza.
Mi si vieterebbe di esercitare dunque anarchia.
Con molto piacere. Sono uno sbirro sotto altre fattezze. Ho la testa da sbirro. Non posso gustare il buon vinello della libertà.
Non mi è mai arrivata la cartolina indirizzata al Grande Vomero; spiace comunicare che non sono affatto addolorato.

Un giorno vi spiegherò come è possibile lavorare a pane e peperoni. È uno stile ineguagliabile. Si basa su alcuni punti cardine ma ora non ho voglia di affrontare la cosa.

Le rassicurazioni sono teatro off per gente sorda.

Ti amo ma vivo purtroppo un'altra situazione. Fidati di me”
Sarebbe sufficiente non respirare.

I miei amici sono le persone migliori che io abbia mai incontrato”
È sufficiente sorridere. E basta.

Un uomo deve darmi sicurezza, deve farmi ridere e deve farmi sognare”
È sufficiente non essere in zona.

Non cambierò mai, sono quel che sono”
Non è vero.
È sufficiente amare.

Luca De Pasquale, 13 maggio 2012

06/05/12

La ballata elettrica di Lee Plaza


Hotel Lee Plaza, Detroit.
Le più belle e rappresentative foto che io possa mostrare.
Più significative e pregnanti di qualsiasi album vacanziero. I panorami dell'anima o giù di lì. Le sale del pensiero e del possibile, dell'ipotetico e del distrutto.
Consunzione e staticità, poesia misera e dispersione d'amore, tutto insieme nelle meravigliose foto dell'Hotel Lee Plaza a Detroit.
Un disco degli American Music Club o di Mark Eitzel, dei Red House Painters come degli Overhead (e non “piuttosto che”), e così il disegno sarà completo.
Malinconie inevitabili. Suggestioni non modificabili. Non condizionabili.
Le rovine sono delle vacanze sottovalutate, le rovine spiegano mentre la costruzione a tutti i costi acceca e rende pedanti, minuscoli, corrode.
L'Hotel Lee Plaza e le sue enormi sale devastate, in fondo non c'è alcunché di depressivo o deprimente. Sta lì. Per chi lo vuole. Per chi vuole capirlo.
L'Hotel Lee Plaza non chiede niente a nessuno. Non di essere abbattuto, non di essere amato. Sono rovine. A ciascuno la sua porzione.
Un brano dei No-Man, “Beautiful songs you should know”, potrebbe accompagnarvi alla perfezione tra i corridoi e gli anfratti del Lee Plaza, possibilmente non in comitiva. Le comitive non accettano l'idea stessa che le rovine possano parlare, perché le rovine riverberano inevitabilmente qualcosa di passato e demolito, la malattia pietrificata di chi o cosa si è perso, e niente chiedono. Men che meno parole e afflati di meraviglia.

Intanto i cortili delle scuole sono infestati da fantasmi che ora sono cresciuti. Il risultato in età adulta è quasi sempre peggiorativo.
Ci promettevano e promettevamo, ora è tutto sovraccarico, intaccato, immagazzinato, vomitato e rimasticato, compresa l'ossessione imperfetta dell'amare per forza.
Ho conosciuto persone così poco cresciute da essere già vecchie, grinzose, funeree anche nell'allegria, nei tagli di capelli, nel sesso e negli entusiasmi.
I cortili sono popolati da fantasmi e fermarsi a capirlo è un errore divagante; fa male, molto male, ha ragione chi propugna la leggerezza obbligatoria. Ma è un gioco di intenti, e non sempre riesce.

Ci riesci, a volte, a fermarti fuori una chiesa, guardare i fedeli che escono, le coppie sottobraccio, e mormorarti: “Io sono finito, Signore, io sono finito e non possiamo farci niente”.

E negli abbracci delle persone anziane rielabori e vagheggi le illusioni annunciate, il tempo che è trascorso, i posti dove non siamo più attesi, le frasi che non potremo costruire se non per smania d'attore.
Orecchini, rughe, capelli con striature azzurre, le passioni azzerate, mani non più forti con i fiori del cimitero a delinearle, gli affetti che ormai sono ultimi artigli.
Le persone anziane ripongono in te speranze e presiedono costantemente l'edificio del buon destino, non fanno che annunciarti nuove possibilità, le loro sono ridotte ad una manciata di giorni volenterosi.
E tu, sai essere tanto crudele da affermare che per te potrebbe essere finita da prima e da tempo, e che è sulle rovine che ti piace ballare e consumare fuochi fatui in dotazione?
Resti in silenzio. Ma conosci il tuo Lee Plaza interiore, ci hai passato notti e notti, e gli ospiti che sembravano contenti e curiosi sono scappati a gambe levate, spesso rendendosi ridicoli. La paura non fa che invalidare il fascino, bisognerebbe esserne consapevoli. Anche le regine diventano giochi geometrici di letame, non vedi le loro orecchie, il loro cuore, e la bocca, sai che si tratta di una menzogna di conformazione.
Le sirene del Lee Plaza hanno poca voce e non è rassicurante. No, le sirene del Lee Plaza non saranno mai vacanza per nessuno.
Le vacanze sono soldi accumulati, sono idee di passaggio, sono membri eretti e smanie di penetrazione, le vacanze finiscono col farti credere che le tue misere evoluzioni ed involuzioni possano essere arte. Per alcuni anche fare un figlio è una vacanza, una vacanza tumefatta dal cuore dell'Inferno.
Le canzoni sono spesso vacanze. Circondarsi di amici è una vacanza fittizia, cambierai tante volte camera e destinazione, pur di non tornare in quella stanza solitaria con i muri un po' sporchi.

Ed è inutile rimanere ore intere nei cortili dove non sei più atteso.
Non ha senso ricordare che qualcuno doveva regalarti giocattoli e non dubbi, doveva darti buone idee di vita e non mostrarti l'altro lato dello specchio.
È inutile continuare a chiedersi perché. L'irrequietezza non accetta moderatori e strateghi; cercare di raffreddare pupazzi di fuoco è autocombustione, è follia.

Ogni tanto ci riesci. A trovarti fuori le chiese in ora di confessioni, non entrare e sussurrarti tra le labbra: “No Signore, non ce l'ho fatta. Mi hanno portato da un'altra parte. Io non posso amarti e non ti ho mai amato, penso di averci provato. Signore, io ho fallito e vado avanti per questo. Chissà se puoi capire”
Le persone anziane ti passano accanto, non sanno chi sei, le loro mani sono firmate dai fiori del cimitero e a breve non potrai stringerle più.

Oggi pioggia e sole non riescono a sopraffarsi. Troppi amori esibiti, la solita querelle da voltastomaco. Opuscoli di fiducia e pelle nuda che mi creano insofferenza ed esaltano le capacità di demolizione.
La cosa giusta in bocca a tutti, la cosa sbagliata tra le cosce a fare prove di sovrapposizione al cuore.
Non ci sono inviti per il Lee Plaza, depliant o arringhe di convincimento.
Quel che connota le rovine è che non sapranno parlarti mai più se non di altro e di completamente fraintendibile.
L'estate sarà generosa, approfittatene senza indugio, l'estate ha qualcosa di scioccamente democratico, l'estate è un nemico gigantesco sempre sudato, salivante e convinto.
La convinzione è il peggior difetto delle forme di vita. Sono occhi che si abituano subito a poche scene, e poi è finita.


Luca De Pasquale, 6 maggio 2012

01/05/12

Vetriolo


Mi piacerebbe assistere a tutte le cadute.
Una ad una, implacabile, inevitabile, anche in moviola, anche in silenzio.
Tutte le cadute hanno un senso preciso.
Si parla tanto, ogni regola non è che un mutismo contratto, le cadute sono la verità.
Ogni mese di emozioni nella media dovrebbe regalare una caduta.
Questo aprile così idiota, tutte le carte bruciate, i pullover regalati ai primi passanti, quegli uomini così piccoli.
Quel fiume di vanità. Nei silenzi e negli imperiosi argomenti.
Discettare di stronzate con l'utopia di uno stile, arpionare un paio di bavose insoddisfatte, è questo essere uomini?
Due o tre lumache in perizoma che strisciano voglia di tenerezza e di un cazzo nodoso allo stesso momento, è questa la soddisfazione del giorno?
E quelle camicie a pois, a righine, a bande, tutta quella nausea di stoffa.
Quei dolcevita raggrinziti. Quegli appartamentini da coppiette pazienti; tutta quella cura nel mostrare agli altri i propri passi avanti.
Quelle madri ottuse, religiose e già morte. Quelle passeggiate alla messa per avere un'occupazione di speranza.
Disgustosi mantelli di pazienza e rassegnazione sventolati insieme alle carte d'identità; un tempo avrei provato rabbia, oggi sono maturo...

In questi anni non ho fatto altro che assistere all'ascesa di imbecilli.
Le persone che stimavo e che stimo sono ancora ferme dove le avevo incontrate.
Gli imbecilli si sono invece mossi, spinti e assecondati da imbecilli ancora peggiori.
E gli imbecilli fanno crocchia tra loro, salvo poi pestarsi i piedi quando devono salire in pedana; non vogliono ombra. Gli imbecilli sono sempre senza ombra.
Gli imbecilli sono nel pubblico ma tanti anche nel privato, e ancor di più tra le mura domestiche. Strisciano a petto in fuori, solo loro ci riescono.
I manager che ho conosciuto erano solo venditori di tostapane difettosi.
E poi nepotismo in salsa di parmigiana di melanzane.
Le serpi leccano i culi fino in fondo, fino a corrodere le budella del leccato di turno.
Le serpi con i gradi mi fanno solo ridere. Patetici e combattivi, malati di attaccamento alla vita, piccoli e squallidi, cornificati a prescindere, calvi anche se con capelli, impotenti anche con piccole erezioni certificate.
In questi anni ho conosciuto uno stormo di imbecilli e ci faccio colazione, con questa consapevolezza; quando il tempo è piovoso può venirmi un lieve mal di testa.

I mariti che mi capitano a tiro, dopo poche confidenze vengo a scoprire che di notte, e di nascosto, schizzano sullo schermo grazie a Porn Hub, xHamster e Big Sausage Pizza. Si eccitano per filmati che rappresentano un bocchino di venti minuti e poi pontificano sulla giustezza dell'amore. Il loro sogno è farsi succhiare il cazzo con foga da una troia truccata che gema forte, vogliono assistere ad una sottomissione che non sono in grado di generare. Per fiotto piccolo e anima microscopica.
Ma gli dei sono orbi o ciechi, ed ecco che un figlio, un figlio almeno lo metteranno al mondo. Le loro mogli sono insoddisfatte e si lamentano assai; piagnucolano e sognano una salvazione romantica, fantasie mutuate dai fumettoni familiari di Rai Uno, rete sempre più democristiana, o dalla naturale propensione alle fumisterie da romanzo.

E gli scrittorucoli?
Quelli giocano a tennis, Manlio batte Carlino cinque pubblicazioni a tre, e poi si reggono le palle a vicenda quando devono chiedersi favori.
Con quelle giacche sempre troppo larghe li troverete a declamare stralci dei loro capolavori, nelle salette rosse come nei forum nonuagenari di improbabili supermercati del nulla.
Tauro mi batte per sette pubblicazioni ad una. Dovrei di certo suicidarmi; e noto anche che ha smesso di salutare.
Bene, Tauro. Ti faccio i miei complimenti. Ed è con spirito gioviale e goliardico che ti auguro di riuscire ad infilarti una typewriter dritta su per il culo.
Con i miei migliori aruspici ed auspici. Falla entrare bene e continua a produrre.
Stai vincendo a mani basse.
Non sono comunisti. Sono fasulli e hanno paura di essere lasciati soli.
Non sono mai veri conquistatori e nemmeno veri finocchi; sono specchi di sogni a filamento breve.
Non hanno rispetto per quel che potevano essere davvero; devono ciondolare tra una citazione e l'altra, tra una gallina letteraria ed un bel trafiletto sul giornale.
Io invidio quelli che scrivono saggi sulla pesca in Suriname: giuro che li invidio da morire. Ma non invidio questi salmoni da vasca da bagno, la cui coerenza è zero e l'ego è solo un'incrostazione.

È scesa la notte.
Questa è una fase come un'altra. Forse abbiamo solo gettato via le coperte.
Esporsi è liberatorio, aiuta. Tanto qualcuno ti troverà sempre disgustoso e folle, fa parte del regolamento.

Tutte le bugie sono in sordina; le illusioni di rimando sembrano sogni conservati tra pagine di libri.
Ma certo che sono pronto a vendere l'anima. Di corsa, finché le chiese mi sembreranno giocattoli per bambini.
Ma certo che in ciò che scrivo alludo a persone reali; io DESIDERO alludere a persone reali. Gli imbecilli, le troie, i letterati, le bugiarde, i playbal ricchioni, i sadici piangenti, i terzomondisti bavosi, i cuochini spenti, tutta gente esistente e ben individuata.
Sparo dal basso, non dall'alto. Io sono più in basso e sono anche nel buio. Dall'alto non so sparare, dall'alto sarei invece magnanimo.

Non ci sono seconde possibilità per nessuno.
Amare o morire.

Luca De Pasquale, 1 maggio 2012