30/04/12

Il mostro con l'affanno



L'ambizione è l'ultimo rifugio del fallito.
Oscar Wilde

C'è quello che non fa un cazzo, vale meno di un fallimento, e che si abbarbica alla sua tranquillità; a qualsiasi costo, anche quello della faccia.
Si deodora e profuma la mattina, ma non vale un cazzo. Fa colazione e sa scherzare con il prossimo, ma non vale un cazzo.
Può anche finire con l'interessare qualcuno, ma non vale un cazzo.
Perché non c'è stato mai rischio. Non c'è stato mai fallimento concreto. Solo tanta fuffa per restare a galla, buone digestioni, analisi del sangue tranquille, chiacchiere convergenti, traingolazioni sentimentali gestibili.
Dissonanze, quasi niente.
Sonni interrotti con asma e solitudine, non pervenuti.
Fare tanto rumore per procurarsi un orgasmo e poi morire perché ti accorgi che godere non serve a niente.
È solo godere. È solo ronzio e alle cinque del mattino non puoi appigliarti a niente. Perché le relazioni sono quasi sempre una delusione totalizzante che ti impedisce di prendere sonno e sentirti giusto.
Il difetto sta nella speranza, è lì, un fiore di carne macilenta che diventa segnalibro o ossessione.
Nelle situazioni d'emergenza e paura si vede che uomini siamo; roba di paglia, merda e noia, non si può continuare a cercare zone confortevoli nei fallimenti. Da mesi vedo uomini impauriti, avvizziti, mammole, aggrappati a pochi soldi, a qualche bacio, a ruoli delimitati da goniometri, valgono più le mogli del niente, valgono più le famiglie e i beni di famiglia che la dignità.
E si aspettano verità di cartapesta da buffoni, burattini silenziosi in doppiopetto, statici e rinculati manipolatori di poco ed esile potere, le loro menzogne angolari, verminose, lercie e inutili, le loro parole studiate, le loro conversioni alla disponibilità bugiarde come puttane inventate.
Nella difficoltà si vede che uomini siamo.
Non ho molto da offrire, certo poco sole, e come un bambino malvagio piscio su scrivanie, cravatte, distintivi e concessioni.
Poco valevo e niente intendevo dimostrare. Gli uomini di merda sono assai rumorosi e hanno bisogno di case grandi o rifugi senza intrusi.
Non serve pisciare sulle scrivanie, non serve abbandonare le persone con indifferenza e spirito fiero, niente torna, niente risarcisce, le panzane su quel Dio geometrico, chi è ancora così sprovveduto da pregare?

E poi la rabbia si addormenta.
Sono brevi momenti. Di luce bianca e silenzio. Sono momenti in cui si spegne anche la città circostante, e le vie non hanno più nome.
Vai in pace per poche ore.
Le turbine si fermano, i morsi non vanno neanche più a vuoto, il sesso si cancella, le vendette sono alberi morti. La rabbia si è fermata e tu non puoi riaccenderla.
È così raro che accada. Perché la pace, la pace che senso ha?
La pace è probabilmente un equivoco, qualche volta è una tregua senza garanzie. La pace è un mostro con l'affanno.
La pace è l'alba più scura, quella che ti sussurra “non sei capace di amare” ed è quasi bella di questa minaccia, bella come tutti quegli amori che giocano a fare i morti su acque trasparenti.
La rabbia si è fermata. Il tuo peggior orologio. Puoi mangiare, dormire, sognare, fare l'amore, ascoltare musica, sorridere ad uno sconosciuto, riprovare l'assurdo stratagemma dell'identità. Ma non dura mai a lungo.
Poi fiamme e fulmini riprendono, sei bruciato ma urli, sei solo ma ti sembra di poter far dispetto a tutti con la tua assenza, sei senza potere ma ti senti una fionda nell'occhio di un gigante osceno di bontà.
Le belle parole, le raccomandazioni affettuose, tutto ti sembra di nuovo lontano. La pace è già dimenticata. Scalci ossa in un cimitero immaginario, rifiuti gli altri per accettare la tua sola presenza al mondo, ti peggiori per sfidare quel senso di schifo che è la certezza del bene.
La tregua finisce sempre tra fulmini e affanni nelle ultime ore della notte; quelli che ti hanno amato non sanno più niente di te. Solo, possono immaginare la tua tempesta. Ma è troppo comodo, troppo facile e troppo brillante.
Sei nel ciclone, rinsecchito e senza credenziali, eppure sei potentissimo di un niente che ti ha scelto senza chiederti nulla in cambio.
Questa è la rabbia, questa è la sua incostante marea, questa è la condanna. Il ponte che cade, la torre tra lingue di fuoco, gli amanti che cadranno.
Cadranno sempre.
Nel destino e nella logica del troppo, gli amanti cadranno sempre.

Mi fermo a guardare un vaso rotto, all'angolo di una strada.
Terreno, cocci, impronte di scarpe. Le donne profumano, gli uomini sono macchie, i negozi sono aperti e so che non mi presenterò al lavoro.
Il negozio che vende tavolette per il water, la donna bionda che fuma sull'uscio, la spaventosa rabbia che diventa ingestibile quando non hai pretesti di quiete.
Tutte quelle foto dei parenti con neonati in braccio, tutti quei sorrisi malnati di gente morta, pietrificata dalla furia di Dio, illusi, disillusi e scomposti. Detesto le fotografie con nascite, comunioni e matrimoni. Sono promesse strappate. Non c'è gioia nel constatare la fine dei percorsi, e i ricordi non bastano.
Il sipario si strappa e Dio, Dio resta un'entità senza sangue, Dio nella mia immaginazione è solo da sbranare, cani selvaggi senza padri e senza possesso del futuro.

Un conoscente sfoggia una cravatta rosa e inforca dei Ray-Ban. Parla di alcuni concerti e non lo seguo. La rabbia è ai miei piedi, un madonnaro cieco che vorrebbe sgranare la sua fede, distillarla alle sorgenti del giorno. Non c'è motivo di dare tempo al tempo.
Il conoscente parla, la sera gli corre incontro. C'è da chiedersi cosa significa stringere delle mani senza pensieri assiepati nel buio. Quei pensieri con i denti, senza luce, quei temporali di cui non sai parlare.
La verginità, l'ingenuità, la dissipazione.
Il conoscente parla, la sera lo abbraccia con condiscendenza, e tu lì, fermo, con un imene finto in bocca, mai più suturabile, tu con un sesso stracciato sulla lingua, troppi cani rabbiosi a spasso nella sopravvivenza.

Ma cosa cazzo vuoi che me ne fotta degli annunci e degli inviti.
Il senso del dovere è un'invenzione. E legarsi a chi ci fa intravedere altri mondi e altre salvezze è l'atto peggiore, è un'azione sciocca, miserrima, aberrante.
Perché quasi sempre si parla solo di plastica e bambole. E di baci, certo; ma i baci sono rughe, sono siringhe, sono streghe con la vagina al posto della bocca, non fai altro che lappare qualcosa di raggrinzito e già scaduto.
Il sesso come strada, sono caverne piene di vermi, ci si divora a vicenda, sono tossine e qualcuno dovrà pur spiegarmi a cosa serve detergere i genitali se baciamo merce morta, si baciano brandelli di necessità e le canzoni durano sempre meno di questo strazio.

Nuova tregua.
L'amico beve un aperitivo. Tanto lo so che tra qualche mese non saprò più niente di lui, e nessuno saprà niente di me.
Il cerchio deve quadrare e poi uccidere. Gli amanti scivolano sulla spuma di momenti felici, e poi sono lunghe malattie.
Ma cosa cazzo vuoi me ne fotta di fare quadrato in sottinsiemi di pecore, o di sguazzare nella latrina dei complimenti orario continuato, turnistica efficace, ci sarà sempre qualche imbecille che ti apprezza.
Non basta.
No che non basta.
L'amico ha acquistato un regalo per la moglie. Mi chiede cosa ne penso, ma devo ammettere che rispondo “bello” senza neppure guardare.
Faranno l'amore. Probabile. Un regalo sancisce sempre qualcosa.
Non durerà molto, e la foga, la santa oscenità dei primi contatti sarà ormai addomesticata, ma dormiranno tranquilli.
Non basta.
La pace non riesce a prendere dominio di una postazione strategica, che sia anche piccola ed improbabile; è un mostro con l'affanno, deriso dai cocci colorati di una notte che si annuncia percorsa da imbarazzanti sogni di potenzialità, la cattiva coscienza dei desideri.
Non basta neanche quello.

Luca De Pasquale, 30 aprile 2012

26/04/12

Ombretta un cazzo


Il cliente è profumato. Troppo profumato.
Basso, abbronzato e profumato.
Mi dice che mi chiederà l'amicizia su facebook, le sue zaffate di profumo da coito finito mi danno un voltastomaco strano, il meridione della mia stanchezza.
Mi parla delle bocche delle donne, delle bocche calde delle femmine, ma avverto tutto come se si parlasse di playmobil o pongo.
Mi parla di una certa Ombretta, di che bei capelli abbia, di come sia sensuale. Ma io non conosco Ombretta e non conosco lui.
Il suo profumo di sperma e leggerezza mi fa pensare alla morte.
Stazioni di servizio deserte alle tre di notte. Altri luoghi. Altri amori. Micragnose vendette.
Lui bacerà con la lingua guizzante e pazza, e tutto quel profumo di ossa vive, di sangue scambiato, di sperma dolce da bere e da spruzzare su abbracci inutili.
Per un istante penso di colpirlo, fargli sanguinare il labbro superiore, spaventarlo, spaventare è un modo di amare quel che viene dopo, comunque.
Il fascino del colore nero. Il fascino della violenza. La benedizione della rabbia.
La rabbia santa di bambini sincopati, chiavati nella vita con piccole cartelle azzurre, brufoli e noia proibita, positivo, bambino, positivo. Per forza positivo, sì.
Questo leccardo spermese così entusiasta della vita, della musica e dei viaggi. Al mio cospetto. Un trono di sonno stuprato in fiamme di rimanenza.
Maledetto uomo positivo.
Leccardo, camicia rosa in amido, profumo di culo pulito e sperma molle, pigmentoso, generoso solo per amore e già stanco delle illusioni, leccardo da picchiare, da evitare, da spaventare.

Mi lascia solo dopo qualche minuto. Il leccardo alluvionato di vita.
La sua acqua di rose nei miei occhi sforzati, la vista è scesa di tanto, odio i miei capelli gonfi e l'andatura dinoccolata, giovanile, quasi senza peso, che esibisco.
Mi siedo.
Sempre le solite facce. Non ho mai tollerato le solite facce. Quali che siano. Mi stanco tanto facilmente. La familiarità mi annienta. È la mia giustizia storpia.
La falange di leccaculo in comodato d'uso che mi attornia, un ghetto che invecchia e delira, una palude di sostanze mollicce sotto spirito di cambiamento.
Fingere che gli altri non ti servano e poi ricorrerci fa schifo e orrore. C'è un isolamento spietato in forme caotiche di coerenza; è durissima resistere. La parola primavera in bocca a certe zoccole suona come un vangelo fallimentare di compleanno.
È pura violenza accettare certe lumache, certi vermi, è un ombrello spampanato su una spiaggia senza ospiti di rilievo, e i sogni d'amore sono frittate di tarme sotto il sole.
Il leccardo è andato via, è andato a fottersi nelle onde, è andato a conquistare Ombretta, intanto si muore, intanto i canarini muoiono nelle gabbie dei vecchi, i cani vagabondi cercano carezze tra i falliti di Dio e le famiglie riverberano lacrime in vecchie ossessioni senza più complicità.
E alle bambine più belle cadono gelati e bottoni.
Il vero amore comporta impiccarsi senza portare orologi, ridere tanto.
Il diavolo, le sue litanie, le sue sciocche costipazioni, il suo bel parlare, le dita sinistre di una mano destra, libri non scritti, orgasmi in sedia a sdraio, vecchi stronzi che vorrebbero farti leggere libri improbabili e da compagnia, Markus Kleinroth che ha ucciso sua moglie per troppa gelosia, cacare molle per emozioni insopportabili, farsi male come metodo, rendersi illeggibili per continuare un colossale equivoco di buona volontà.
Non c'è pace possibile sui sagrati delle chiese, nei viaggi più innocui, nelle svolte più desiderate. Cataloghi di famiglie da scartare, le stelle non sono rimedi se non nelle parole degli amici, quando corri bruci tutte le tue bugie e risorgi, ma se non lo annunci non vale un cazzo e allora devi sederti, fumare, cambiare identità ogni tanto.
Quel leccardo e il suo cazzo tascabile, quelle sue compagnie, quelle sue peripezie a strapiombo su scale scivolose, Dio cieco, Dio pazzo, Dio maneggione e ammorbato, ripuliti appartamenti per buffonate di stile, canzoni d'amore per bolsi terminazioni di destino.

Coppia sul balcone.
Li guardo.
Lui parla. Lei lo desidera. Truccata leggera. Spalline. Gambe sottili. Piedi nudi.
Lui parla troppo.
La mia vista si è abbassata. Saranno anni di stanchezza, chissà.
Il sole. Gabbiani, rondini. Quando l'amore finirà di arroventare giornate uguali, allora la corsa sarà finita. Fine corsa. Fine baci. Fine parole. Fine racconti.
La musica sempre accesa è suicidio. Ma non devi avvertire nessuno.
La parola depressione è triste, ritrita, fa acqua e non si asciuga; la prendo sempre a calci, e come me questi due che stanno per amarsi.
La diga del tempo, un insieme di animali notturni nascosti nella paglia, richiami non udibili, pretesto della musica nuova, pretesto dell'amore.
La fragilità si sposta di armadio in armadio, di parola in parola, la fragilità è un regalo di luce, film con infinite pause, equivoco teso su lenzuola azzurre.
I due si baciano. Le terrazze di Napoli mordono sole per non morire di troppe altre notti.
Sei un dono per me”, dice lui, la voce un po' rotta.
Oh, amore mio”, risponde la voce femminile.
Si baciano ancora. Le mani si sono abbassate sui corpi. Si desiderano.

Un imprenditore di cinquantadue anni si è ucciso, buttandosi dall'ottavo piano del suo appartamento a via Cilea.
Leggo e rileggo la notizia varie volte. Come mi è familiare la morte.
Come mi è familiare questa fuggitiva in attacco continuo.
Come la conosco e come la capisco.
Come mi è familiare sfuggirle nel sonno e nei desideri; che maledetto vigliacco, mi dicevo, oggi guardo il sole sui balconi. La morte mi è familiare.
Ripenso a quel leccardo e le sue stolide confidenze, Ombretta, Ombretta e i suoi capelli, Ombretta e il suo amore, Ombretta un cazzo e profumi troppo, tombola, ragù, musica, sperma, matrimoni, zii, padri zoppi, camerette e regali. Ombretta e la pizza a sorpresa, Ombretta e le sue parole d'amore, Ombretta e le sue belle foto provocanti, Ombretta un cazzo.
Il leccardo non mi ha fatto niente. E non l'ho demolito d'indifferenza. Il leccardo ha un coraggio abbronzato ed efficace. Il leccardo parla, scrive ed ama. Il leccardo forse è innamorato di Ombretta.
La musica spalanca retromarce, Ombretta un cazzo.


Luca De Pasquale, 26 aprile 2012

19/04/12

Le citazioni non mi piacciono


Chi mi sta di fronte è tutto vestito Harmont and Blaine. Ed è cosa esibita.
Come esibita è la sua donna, non quella ufficiale, tutta mossette e compiacenza, tutta ammirazione e il devoto pregherò con ingoio che ne seguirà.
È un'esibizione. Come le domande sul rock speciale, come le curiosità che sono solo un modo di sdoganarsi da una piattezza basilare e di fondo, come acquistare i dischi dei Church, dei Suicide e di Faust'O, di Billy Talbot e Willie Dixon, solo perché io li ho consigliati e lui pensa che sia un bene possederli, mostrarli, incamerarli.
Lui prende, ammontona, bisogna sembrare interessanti, no che non gli potrebbero piacere i Pooh o le Vibrazioni, deve essere diverso, la sua donna deve accorgersene, i suoi amici pure, lui ha quarantasette anni e deve essere progressista, pensoso e acculturante.
La sua donna di riserva non dice una parola, lo ascolta parlare, lui vestito di rosso e verde Harmont & Blaine, lui con l'ombrello color ghisa e poca voglia di valori semplici, lui competitivo e ricchissimo, lui con la buona volontà che il denaro regala.
Lui che mi chiede perché mi piacciono i Church, lui che calibra su se stesso la possibilità di farsi piacere in giustizia i Church.
Magari si avesse la possibilità di essere labili nella rabbia, cambiare condizione per un sole o una carezza. Ma un certo tipo di rabbia è erosione dell'anima con troppe cartoline da bruciare.
La raccolta degli Smiths ci avvolge mentre lui mi gira attorno in verde e rosso e il suo sguardo finto curioso, e la sua accompagnatrice da pregherò devoto con versetti e occhi in tralice, i suoi soldi cattivi e la mia rognosa, vecchia e puerile rabbia sociale.
Qui la new wave della pioggia non è mai finita. Qui non si è mai finito di entrare ed uscire da giri e girotondi, non ti rispetto, non ti rispetto affatto ma ti servo per lavoro.
I muscoli della resa non si sanno esercitare con metodo.
Chi ha stabilito che la rabbia debba risolversi? Chi pensa che la rabbia non sia uno scolo aureo, anche se hai bruciato foto, promesse, diplomi?
È un motore che supporta e sopporta il vento.

Quattro piaghe per ogni spalla.
Quattro padri uccisi per ogni sogno.
Quattro treni notturni non presi, quattro biglietti mai obliterati.
Quattro amanti rispedite al mittente, con quei desideri così ridicoli di dolcezza.
Quattro spade per negare accessi a conversazioni senza più musica.

Amos Fetacarne mi guarda con quei suoi occhi vacui.
Mi chiede. “ma come sono questi Pan Del Diavolo?”
Originali”, rispondo.
Andati, chiaro”. Piazza il vinile limitato sotto il braccio, sono originali, doveva.
Mi chiede di fargli il conto: è fermo a 484,50 euro, può andare avanti ancora un po'.
Gli chiedo se ha ascoltato i dischi che gli avevo venduto la volta precedente; mi accorgo che non ne sa niente, non li ha nemmeno aperti, forse. Forse non ha avuto tempo, stava da Harmont&Blaine con la sua attrice lisergica.
Rispondo ad una donna che vuole musica sacra. Mi guarda la fede. Aveva cominciato diversamente, scopro che non vuole più ordinare il disco non trovato. Dopo questo momento di grigio incontro verso l'arancione, ognuno torna nel suo regno.
Amos Fetacarne cinge la sua numismatica amante, brandisce un vinile dei Diaframma che rimarrà certamente intonso, dice “fondamentale, seminale”.
L'accompagnatrice accende i suoi occhi azzurri per lui, c'è stima, rassegnazione e ruolo e siamo così diversi da non darci fastidio.
Intanto vedo persone con sciarpe al collo anche se fa caldo. Si portano. Sembrano dei serpenti di stoffa sporca al collo di manichini maleducati.
Amos Fetacarne è passato al fado, anche due dischi di fado sono “fantastici, imperdibili” e lei assente, assenza, assenso, l'assenzio mai e solo immagini google per essere originali.
Il mio sguardo è una tonnellata di assenza. Pesante come carrucole e contrappesi per portare alla luce dialoghi morti e sventrati; leggera come una scelta senza ingenuità e senza timidezza, lo sbilenco vangelo del NO fa meno effetto di prima ma è sincero.
Poi Amos si inerpica in una citazione di Francis Scott Fitzgerald. Si sente affascinante per questa sapienza pescosa e casuale. Passerebbe da Fitzgerald a Nick Drake, da un pittore maltese monorchide ad un film di Fassbinder, dalla martire lesbica al gozzovigliare dissennato della solidarietà sociale. Un illuminated perfect social network man, una consacrazione di carne alle più sordide banalità finto progressiste e finto culturali.
Mi fa, “tu sei un ragazzo colto”. E la sua Pregherò Mannequin mi scruta curiosa.
No che non sono colto. Tantissimo non so e non saprò.
E le citazioni, salvo rare eccezioni, mi fanno schifo, sono stucchevoli e pesanti.
E non sono diverso. Non sono diverso come te, Amos Fetacarne e Liquid Woman.
Sono bolso come e più degli altri, stucchevole e fragile di forza mai raccomandata in gruppi espansi. Sono un oggetto misterioso e poco interessante e ti vendo dischi perché i miei vestiti valgono venti euro, venti euro che tu disprezzi e che io dilapido con gioia nella mia incanutita sciattezza.

Amos Fetacarne e la sua Polpetta di Rame vanno via.
È scomparsa anche la donna che mi guardava la fede per noia attrattiva.
Le persone circostanti hanno voglia di conoscersi, di fare sesso, di trovare qualche sicurezza in barche a remi provenienti da ricordi altrui.
Non ci sono piedistalli. Non ci sono trampoli. Ci sono travi che sono ponti e anche armi conficcate, dipende dai minuti e dagli interlocutori.
Il deodorante sotto le ascelle dura da stamane, mentre un collega mammola si lamenta che fuori piove e si bagnerà come una damigella non attesa.
A pensare a lungo al vivere, innamorarsi e vomitare, mangiare e rintanarsi, comunicare e morire, il gioco è questo e noi siamo qui.

Il porto di Napoli in piena notte. Insetti, onde, addii anticipati, riunioni anticipate.
Firenze Rifredi alle tre e mezza del mattino, febbre, nebbia e new wave.
Dalle camere con numeri dispari degli alberghi del rimpianto c'è sempre qualcuno che si butta giù.
Un uomo al tavolo della cucina; quattro e quarantesei del mattino, lo sportello del frigorifero aperto per fare luce. Il culto della morte scaduto, pagato, compreso, scontato.
Svegliarsi in una danza di riflessi, non dover attraversare la strada. Svegliarsi con le dita più corte in modo da non dover più pescare nei lutti.
Mimetizzare il silenzio di chi non ha la stanchezza necessaria per capirti, accettare che lo stile è una solenne presa per il culo.
Le citazioni non dicono un cazzo di noi. Le citazioni non sono i nostri gusti.
Ci siamo solo accomodati agli occhi degli altri.
E aspettiamo.
Essere ricambiati e apprezzati è quella favola dei primi denti, quella favola marcia che rende febbre e notte la malattia dei posti sicuri.
Le citazioni non servono a nulla.


Luca De Pasquale, 19 aprile 2012

15/04/12

Fumare controvento


'Per me contava molto il fatto di non possedere niente. Era una sorta di salvezza personale: mi sarei sentito perduto se avessi posseduto un appartamento con dei mobili e delle cose mie'
Jean-Paul Sartre

Il pomeriggio, grumi di luce. Come quadri di febbre contro le pareti.
Il vento è la mania di quelli eternamente senza casa. Le mura di dentro.
Mi hanno sempre affascinato tanto i criminali più creativi che i poliziotti corrotti. Le consapevoli fascinazioni del male.
La domenica scivola in una pioggerellina vaporosa, attimi per cuori leggeri.
È vero, nelle case devi abituarti agli specchi degli altri, anche se tante volte ti accorgi che lo specchio sei tu.
Stringere le mani a chi ti non si interessa affatto a te è sciocco?
Forse la cortesia non è mai sciocca.
Molte relazioni mancate diventano prima isteria, poi disprezzo, infine indifferenza rancorosa. Me ne parlano spesso e la mia unica opinione è quella di sparire definitivamente, il mai più ha una sua chirurgica giustizia.
Conta di più chi ti regge la testa mentre vomiti o quello che stai vomitando?
Rispondere alle aspettative di chi ti vive attorno (e non dentro) è la pessima pozzanghera che ti aspetta poco dopo il predellino. Gli schizzi non sono e non saranno mai puliti. Perché non sei tu. Non sarai mai tu.
Puoi vedere il colore del mio cuore? Puoi vederlo davvero?
E la forma?
La forma, ti aiuto, è quella di un girasole imploso. Ma le forme strane non hanno mai escluso altre forme di luce.
E chissà se le parole da colpevoli non siano le più vere. Dominate dall'ombra, sacrificate al giusto, spruzzate di musica senza contegno.
Non saprei che morale tramandare a mio figlio. Forse il caos rigoroso. Forse la strada inversa dal trono dell'errore al silenzio intelligente. Non saprei.
I giorni di pioggia insegnano molto.
Per cominciare, ad ingigantire quel che non hai incontrato sulla tua strada.
Si finisce per ritrovare quel linguaggio del possesso di se stessi, quella mania limitata che si chiama identità.
Se sei stato spodestato forse hai tradito. Se hai tradito abitavi in persone diverse.
In persone diverse hai cercato una lingua che fosse una coperta, una carezza, un diversivo. Tutto affoga tra vortici di capelli in lavandini nuovi.
E non ci sono spade o petali, lune o sfide, ti è rimasta la voce e la soggezione del tempo.
Quando parli, ti studiano. Ti scrutano. Cercano di capire ed interpretare. Cercano anche di capire se li stai fottendo. Il bel parlare nasconde le peggiori illusioni. E tu ti fai straccione per rimandarli a casa. Per tornare alla tua.
I miei ex compagni di scuola e di università hanno barbe curate e spesso bei mestieri. Quasi tutti sono ingrassati. Quasi tutti non hanno un briciolo di ragazzo nelle mani e nei pensieri. Mi fanno tenerezza. Sono padri, amanti, professionisti, uomini. Hanno gli stessi nomi di prima e anche vezzi invecchiati.
Abbiamo schizzato sperma nelle stesse stanze, ci siamo confidati e vergognati della nostra adolescenza, ora schizziamo tempo in posti diversi e ci fiutiamo per dimenticarci subito.
Puoi vedere il colore del mio cuore?
Puoi sentirne il rumore?
Tutti i viaggi non compiuti, tutti gli accenni della vita nella sublime seduzione del NON.
Le sigarette negli hotel. Gli occhi fissi ai ventilatori, i pantaloni sgonfi.
I genitori e gli amici in fac-simile. La farraginosa clonazione dei rimorsi.
Pioveva allora, in altre città. Oggi piove qui. E non c'è da raccontarselo.
Non saremo mai belli e attraenti come avremmo voluto, chiesto, anche se qualcuno ce lo ha detto ed era sincero. Non essere mai belli come nelle migliori percezioni dei nostri giorni è una beffa in poche secche battute. I trampoli, meglio segarli che conservarli.
Fumare contro il vento.
Il modo migliore per ritirarsi alla svelta, furtivamente, mentre qualcuno si chiederà, anche solo per contingenza, chi sia tu davvero.

Luca De Pasquale, 15 aprile 2012

12/04/12

Il mio mestiere non esiste più


Vendo dischi da una vita.
Vendere, distribuire musica, è una professione, ma c'è tanto altro dietro. Non si tratta solo di vendere dischi, e ancor meno di interpretare i gusti delle persone.
Una cosa è essere un venditore, altro essere un conoscitore. A volte le due caratteristiche finiscono per intersecarsi. Altre volte, molto più spesso direi, si rimane collocati in una delle due sfere, fallendo nell'altra o disinteressandosene.
Ma queste definizioni sono di scarsa rilevanza.
Come quella sciocca cantilena che si riassume in uno strano suono, “multi-skilled”, devi saper fare tutto. Devi saper fare tutto, vendere tutto, questo ti chiedono aziende, multinazionali et similia. Le tue specificità possono tranquillamente andare a farsi fottere.
Hai venduto dischi e li hai diffusi per quasi vent'anni, ma non è congruo, non è 'maturo', non è 'modernamente inteso'. Devi dimenticare quel che sai e mostrare tanto impegno per la causa. Punto.
Altrimenti, la crisi/il mercato/le esigenze, puoi anche svernare altrove, sei poco duttile, hai poca iniziativa. Funziona così, oggi e adesso.
Multi-skilled”, tutto il tuo percorso è nebulizzato, non riconosciuto, devi saper vendere una cucchiaia di legno tanto quanto un raro vinile dei Tuxedomoon, la differenza non c'è.
Le differenze devono appiattirsi, quando manca l'intelligenza di strutturare in branche convergenti le diverse materie.
Sono le regole della crisi. Ma sono anche le regole del grande, infinito minestrone: offriamo tutto, prendiamo tutto.
Io rivendico il mio mestiere: sono un venditore di dischi.
O, se preferite, un commesso. Un semplice e invecchiato commesso. Non mi risulta facile abbandonare la nave sonora, non ne ho intenzione, non desidero reinventarmi come esperto di pc o di congegni più moderni e accattivanti.
Sono un venditore di dischi. È la mia storia, la mia scelta.
Non è una missione, ma neanche un gioco. E vendere dischi, come tutto ciò che comporta il verbo e l'azione 'vendere', fa sì che tu abbia a che fare con commercianti, nell'accezione meno nobile del termine.
Vendere musica non è vendere meramente qualcosa; è molto di più, mette in gioco le emozioni, la pelle, il flusso del tempo e dei desideri, e soprattutto quel che manca a tante persone, la curiosità, una curiosità inesauribile e fiera, non concepire la musica come 'qualcosa che mi piace ma non so'.
Perché non si può vivere senza sapere quel che davvero ci fa stare, anche se per poco, bene.
Quasi tutti i negozi di dischi stanno chiudendo. Le grandi distribuzioni non puntano sul mercato discografico, è anche facilmente spiegabile, al limite circumnavigano e annusano le possibilità della musica liquida.
Si rischiano cestini da supermercato con cd a cinque euro, per tutti i gusti, chiaramente la roba nota e commerciale. Nei supermarket ben strutturati, quelli che sembrano colossi e invece sono solo pidocchi.
Se vendi musica hai meno charme commerciale di un esperto d'altro, prevalentemente roba tecnica di richiamo. Pazienza. Ho quarant'anni e sono un venditore di dischi.
Quelle cose che qualcuno di voi avrà pur letto, “Alta fedeltà” di Hornby, se volete farvi qualche risata non tanto aggiornata.
Per mia fortuna non sono un DJ commerciale e neanche un rabdomante di gusti e necessità, sono solo un venditore di dischi. Un banale commesso, “ora chiedo a questo se conosce la canzone”, sono quell'uomo che spesso deve decifrare i deliri scomposti di una fascinazione senza conoscenza.
Perché le persone sono terribilmente abituate ad appassionarsi -pur fugacemente- a ciò che non conoscono e non approfondiscono.
Ho visto fallire bellissimi negozi con organici competenti, persone curiose, volenterose e alla perenne ricerca di una conoscenza da nobilitare con la parola 'lavoro'.
Ho visto invece prendere quota persone senza talento, arroganza e fecola di patate gonfiata nei momenti buoni, e la musica non c'entrava quasi nulla. Il mestiere, il mio mestiere, si è imbastardito grazie anche a personaggi così marchiani, impreparati ma convinti. Convinti anche dell'aria fritta; perché ai nostri tempi quel che colpisce è la convinzione, pur se poggiata sul nulla, il resto è faticoso perché necessiterebbe di approfondimenti. Certo.
Ho da poco compiuto quaranta anni e il mio mestiere quasi non esiste più; noi venditori di dischi siamo uno sparuto esercito senza testa e senza direzione, alla mercé della necessità di lavorare e sopravvivere, in balia della crisi e del grande, sporco alibi della crisi; e il colpo di grazia è rappresentato dall'incompetenza, dal pressapochismo, dalle persone sbagliate nei posti sbagliati.
La necessità alimentare ci ha reso dei burattini, ma la passione è rimasta, se non aumentata; nell'essere senza testa e senza comando c'è la grande e meravigliosa poesia di un'anarchia sghemba, senza rispetto per gli sciocchi e i commercianti, senza coda tra le gambe per le lezioni di vita e dello 'stare nel commercio'.
Non mi interessano le stronzate con entusiasmo americano, non mi piace la parola “multi-skilled” e il ricattatorio concetto che nasconde nel profondo e non solo.
Siamo uomini con scelte, percorsi e rischi, non bambocci “multi-skilled”. C'è la dignità del lavoro in ballo, c'è la specificità delle nostre competenze, c'è quel che abbiamo scelto e sudato.
E c'è la musica. Quella, sempre.
Ho quarant'anni e sono un venditore di dischi. Sicuro, un misero commesso di quelli poco spendibili, curriculum incomprensibile, datato, a volte inutilizzabile.
C'è in gioco la musica, quella sempre, quella che ci accompagnerà tra l'amore, la morte e questa indifferenza di merda.


Luca De Pasquale, 12 aprile 2012

09/04/12

Illico presto


Lutti appesi alle finestre di chi non sa più dormire.
Orologi portati a destra per dimenticare regole minuscole.
Rinascere è un'organizzazione di nuovi limiti.
Tacchi per rialzarsi. Tacchi per aumentare le ambizioni. Tacchi per incrementare gli amanti.
Incontrarsi, giudicarsi, disperdersi.
Le bocche avide, gli assoli di chitarra, vendere ricordi per poco e pulviscolo, aspettative sotto i letti a rodersi il fegato e parte della morte, parole fraintese per continuare a scrivere senza limiti.
Il telefono suona nella casa dei vicini, è mattina presto, le ferite gocciolano nei lavandini, nei cassetti-custodia, le madri sono deluse, le fragilità si corrompono di quiete.
Sigarette spente, mai sotto l'acqua. Che saprebbe di resa. Sempre sul solido, qualche volta sulla pelle. Non dare ragione ai nemici non è una sfida, solo pigrizia.
Le religioni fanno rumore e scricchiolii, la musica si stende nel percorso dall'indifferenza al rispetto.
Molte cose da tenere sotto controllo. La paura è in cima alla lista. La parola 'passione' in certe mattine di sole disegnato ha qualcosa di ridicolo e forzato.
Sfogliare libri in cerca di nuovi talenti, una vitalità arroccata su fissazioni invecchiate; non si può tenere la rotta quando il mare è così grande.

Scegliere un altro corpo, scegliere di concederselo e concedersi, regolare gli appuntamenti e le assenze su questo.
Non si può tenere la rotta.
Il mare tranquillizza veramente? O è un'illusione di una stanchezza vivida?
Dormire troppo, le persone ti dimenticano.
Dormire poco, ricordare troppo. Errori, fionde contro fiori e vigliaccheria.
Scrivere da anni cose simili per evitare che si sedimenti il pensiero fisso di sparire.
Le stazioni di nuove città all'alba, questo è il rendiconto, questa è la resa dei conti.
Un vecchio diario di una persona che ha scelto di sparire per davvero, sfogliare, capire, ritrovare tracce, ritrovare un desiderio di normalità mai rivissuto e mai giustificato.
Postazione sull'alba; finestra con vetri puliti, posacenere, sigaretta, piedi sul tavolo e niente scrittura. Persone che spazzano locali notturni lasciati in disordine. Taxi che scaricano fantasmi e amanti in case senza più tempo.
Il vecchio pugile suonato che acquista “Sorrisi e canzoni” in edicola, esattamente alle sette del mattino.
La geografia stancante dei rancori e dei dovrei, dei dovrei giammai, nuovi indirizzi per nuove coppie, nuove coppe per nuovi brindisi, nuove liquidazioni per nuovi inizi, il noviziato delle menzogne lasciato negli specchi di un amore occasionale.
Succede tanto e anche pochissimo; dipende dalle angolazioni, dalle costellazioni.
Le nuove consapevolezze non hanno mai la tua faccia; la tua faccia è sempre la stessa, è qualcosa che somiglia ad una perdita di tempo.
Vibrazioni notturne. Pezzi di notti altrui, taciute e spesso banali. Tacchi per aumentare la presa sulla bassezza da evitare, tentare il mare è quella poesia sbilenca che sostituisce addii.

Schiuma di sangue per una rinuncia che ti appare sotto gli occhi; quell'uomo con il quale avevi scambiato le tue impressioni in un pomeriggio qualsiasi, quell'uomo si è lanciato sotto una metropolitana, la famosa linea gialla di cui scrivevo.
E tu che continui a prendere taxi di notte per abbassare il livello delle promesse.
Hai scritto tante volte le stesse cose. Ma accadeva ben altro. Ti sei abituato alle abitudini altrui. Ti sei abituato ai tuoi costanti raffreddori e a certi risvegli che non sono certo spunto di scrittura.
Ti sei abituato alle onde dell'insonnie, onde alte, grondanti simboli da non giocare al lotto e da non portare sul patibolo delle aspirazioni.
Sono immagini di roba che forse hai evitato o che ti ha devastato, ti vesti con quella roba addosso e sai che la musica sarà più lenta.
Per te e per gli altri.

Luca De Pasquale, 9 aprile 2012

Milan-Fiorentina 1-2, Marco Esponenzieri, Renato Cecilia, Roy Dupuis, Heidi Kochenblauer, Mamba, Wismut Aue.