29/03/12

Voglio sentire "Occhi di mare" di Peppino Gagliardi e addestrare malinconie


In attesa nello studio medico.
Fa caldo ma devo usare un cache-nez per nascondere il gonfiore, un ascesso ti fa risultare ancora più scentrato del solito.
La filodiffusione è di merda.
Prima un pezzo dei Depeche Mode, poi Shakira, Andrea Bocelli, per concludere con le solite cover melense. Cover in chiave lounge di canzoni già di per sé trascurabili.
Ho in testa da due giorni una canzone meravigliosa del maestro Peppino Gagliardi.
Occhi di mare”, 1969, Peppino Gagliardi.
Dico senza esitazioni che Peppino Gagliardi è uno dei più grandi musicisti ed interpreti italiani di ogni tempo. E basta.
Io voglio sentire “Occhi di mare”, e invece mi propinano questi flautini, questi clarinettini da invertiti, questi pianefforti da micosi romantica.
La donna con i tratti marcati ha un top bianco e parla del figlio che non trova la sua via. Percepisco a due sedie di distanza l'odore acre e carnivoro della sua vagina schiusa alla primavera. È un odore di verdura cotta, un odore di detersivo in acido, è l'odore di un'estate planata su altre guglie e stracciata in altri santuari.
L'uomo di fronte si scaccola e ha gli occhiali retraibili; montatura rossa, indossa una camicia sbottonata senza cura.
Io voglio sentire “Occhi di mare” di Peppino Gagliardi.
1969. Io sarei nato solo tre anni dopo.
Non so quando sarà il mio turno. Non l'ho mai saputo. Non l'ho mai voluto sapere. Chiedere per me è sempre stato come guardarsi a mani tese. E le mani tese mi fanno pensare alle preghiere. E le preghiere mi fanno pensare alla morte. E la morte mi fa pensare a tutto quel che non ho fatto e non sono stato capace di fare.
Amare con continuità la vita, per esempio.
Più distante da me c'è una ragazza bionda con i capelli raccolti. Solo una piccola ciocca le circonda l'orecchio destro e quasi le raggiunge le labbra. Ci guardiamo. Distolgo lo sguardo, lo sciarpino a coprire la guancia gonfia. La testa mi scoppia.
Lei riceve una telefonata. Copre un po' la bocca. Dev'essere il suo uomo, ma uno sguardo tangenziale me lo lancia egualmente.
La fedeltà totale, l'essere immacolati e incorruttibili, bisognerebbe disporre di una fantasia part-time per poterselo permettere. Solo chi ne è consapevole può salvarsi dai tetri labirinti dell'infedeltà. Altrimenti sei fottuto, spacciato.
Ogni cosa è una sirena, quando non te l'aspetti.
Poi mi chiamano.
Non mi hanno fatto ascoltare il brano di Peppino. Sarebbe stato il mio cortisone, perché sono un birillo maledettamente malinconico.
De Pasquale, De Pasquale...!”
Quasi non posso rispondere, questo dente del cazzo. Un dente spezzato e talmente ostinato da non poter essere eliminato o, naturalmente, ricrescere.
Non tutto ricresce, non tutto rinasce. Raggiungo la porta dello studio, la ragazza non mi guarda più, il sole illumina le gambe delle persone sedute, da qualche parte della strada c'è un senso della vita.

Per strada, di nuovo. Ricette.
Antibiotico. Cortisone. Il cortisone mi è simpatico e mi galvanizza.
Cuscini del Napoli Calcio. Pigiami del Napoli Calcio. Posacenere del Napoli Calcio. L'orologio di Cavani. Il portacd di Lavezzi. Ma un orologio ad Aronica no? Un cinturino a Fideleff?
Chissà cosa penserei sul corso di Pistoia.
In un ristorante a Brescia.
Alla posta, all'ora di punta, a Modena.
Mi viene da pensare che qui la gente tenta di amarsi in qualche modo. Lo sento e ci mangio. Qui con la vita esitano poco, non sono trattenuti, sarà anche per questo che spesso sono sguaiati.
Ma le loro viscere sono le mie sciarpe. Nei giorni buoni.
Ho dei giorni molto buoni.
Nei giorni non buoni mi interessa solo finire in fretta, senza rendere la vita impossibile a chicchessia. Finire tutto senza una parola e soprattutto senza false garanzie.
Mi è difficile fumare, la bocca si apre a sinistra e a destra rimane saldata. Devo essere piuttosto bruttino, oggi.
Si ripetono le cose per amore? È amore tentare di ripetersi?
È una domanda generica, non mi riguarda. La accantono.
Una volta, nel 1984, ho dato un pugno nello stomaco e un calcio nei testicoli ad un mio compagno di classe. Ma non è questo. Glieli sferrai durante una rissa nella quale non ero stato coinvolto; mi inserii solo per fargli una cattiva sorpresa. Fui un infame. Mi torna in mente, lo annoto nel giorno e va bene così.
Ho voglia di “Occhi di mare”. Niente, la città non me la canta.
Criminali. Dovrebbero filodiffondere Peppino Gagliardi in tutta la città, soprattutto in giorni come questi. Quando tentiamo di amarci in qualche modo, quando pulsa nel cuore un'ombra che non conosciamo.
Un'ombra che non riusciremo a sapere, è la morte o è una chance?
Presumibilmente, si tratta solo di addestrare malinconia.
Alfabetizzarsi sulle attese. Imparare a parlare a chi non ti conosce, non ti capisce e non ne avrebbe nemmeno voglia.
È difficile poter piacere gettando pece negli occhi.
I pessimisti e i negativi non attraggono più da sette lustri, credo. Bisogna essere inesorabili, chirurgici: il messaggio non cambia.
La morte è lì. Con i suoi insetti e la voce rotta di chi assisterà.
Ma può essere, sì, che ci sia prima un'altra chance.
È per questo che ho bisogno di “Occhi di mare” di Peppino Gagliardi.

Luca De Pasquale, 29 marzo 2012

27/03/12

Troppo lontani



Cassonetto rovesciato.
Carta bruciata. Puzza di pesce.
Pacchetto di Philip Morris gialle bagnato ed accartocciato.
Uno scatolone mal imballato ed è scomparso tutto il jazz.
Forse perché il jazz è musica per pace o raggiungimento.
La notte è stata molto veloce, parole puerili, rassicurarsi a costo basso, assicurarsi alle manie altrui pur di avere amici.
La notte è stata primaverile e tutto il sesso in giro non faceva rumore e non contava niente.
Colloquiare per convincere le schiere di chances.
Poco meno sconveniente che infilarsi un dito in culo da soli, allo specchio.
La notte è stata soffice e veloce.
Alcune donne hanno concesso ad alcuni uomini di riaccompagnarle a casa. Alcune donne sono state accontentate.
Alcune donne hanno stilato la classifica delle possibili felicità.
Alcune donne la solitudine non la vedono affatto; per loro è solo una stanza vuota, una persona che non si presenta, una gioia che ritarda. Molte donne non hanno mai ascoltato la mia voce.
Gli uomini sciocchi sono sufficientemente diretti per attrarre alcune donne e non lasciar sorgere germi malati, nei silenzi e nei pomeriggi umidi.

L'alfabeto delle lontananze, non hanno mai avuto il tempo di scriverlo e poi brevettarlo.
Sfoglio libri in un supermercato. Facce sorridenti nel retrocopertina, uomini in posa con tutti i capelli al posto giusto, ad evitare indecorosi giochi di luce.
Inutili biografie su personaggi popolari e mai differenti dal resto. Inutili biografie da comodino, con sorrisi da impotenza dissimulata.
Ho venduto le ultime copie dei libri in cui c'ero; in cui c'era il mio nome. Non voglio saperne più niente. Non ho mai sorriso e non ho mai voluto conquistare altri altari di pace.
La pace non mi interessa più di tanto.
I numeri di telefono utili puzzano e sanno di favori da ricambiare. È dignità non equa e non solidale.
Deve naufragare.
Sfoglio inutili libri e non dirò mai alla bella ragazza in zona narrativa italiana che ci sono stato anch'io, che potrei essere interessante. In compenso, conosco tanti pidocchi che hanno lanciato network improntati al loro modo di sorridere.
È tempo di togliere la firma e non dare più garanzie, semmai questo sia accaduto in remoti equivoci.
Le garanzie, una sgusciante noia patrimoniale.

Il cameriere non capisce un cazzo dell'ordinazione e fa una battuta che non capisco e non raccolgo.
Una divorziata si confida senza stile e mi stanca subito.
Alcuni caratteristi del quartiere incentivano disquisizioni sul Napoli e la sua difesa, su Cavani, su Monti, sulle auto blu dei politici. C'è chi sbraita diversità per un menu più strano, per un nuovo parquet, perché con la moglie si succhiano alla rovescia e poi mettono questa stoffa su Porn Hub. Insospettabili, accigliati erotomani già prosciugati nonostante lo sperma, il sudore e le bocche insalivate sotto la statua del sole primaverile.
Cercare di piacere accettando che siamo solo manie da incastrare con una presunta maturità ed oculatezza.
Guardie o ladri, gli specchi all'alba sono scuri e biascicano tutte le menzogne del sonno e della compagnia ricevuta.
Sono simpatici quelli che danno ragione.
Sono interessanti quelli che ci informano di godere grazie a noi.
Mercanzia adulterata, la tassa di successione eterna e pigra delle delusioni aggiornate.
La fede in alcune giornate è una stregoneria che mi fa orrore.
I rossetti delle donne promettono sempre troppo e mantengono tutta l'imbastitura socioculturale del caso ma non la forza del tempo.
I lucidalabbra sono lerci e peccaminosi come pensieri adolescenziali, sono legati ad infatuazioni, sbavate di rabbia e porcate di sostituzione. La tenerezza è il burro che rende la carne di plastica e non porta che alla disintegrazione delle aspettative.
Godere e far godere migliora le giornate ma si ferma alla porta di casa, dalla quale provengono nauseanti rituali di sostentamento e clima. Il clima connota la codardia necessaria, spesso.

Volere bene ad un ricordo è come mettersi le dita nel naso in chiesa. È fuori luogo. Un ricordo è una conca ritagliata male nella quale le lacrime si espandono secondo la forma che ricordiamo meglio.
Certe tradizioni sono rigide di un'inappartenenza rassicurante, accade che qualche tradizione sia solo lasciar fuori gli altri.
Ma non importa.

L'amante. L'iPad. Non lavorerò mai con iPad. Sarebbe come accettare che la nausea possa digradare verso il mare.
Non è una spiegazione solerte che accende un uomo.
Non è l'elemosina che salva dal baratro.
Con chi credete di avere a che fare?
I professionisti si arrogano il diritto di scegliere anche quando restano senza scarpe.
Lasciare la città. Sperando che non ricordino il tuo codice fiscale e la tua imbranata gentilezza.
Carie.
Preventivi rifiutati preventivamente.
Tutte le lacrime filanti nelle cappelle di famiglia; come se a noi non dovesse capitare mai. Capiterà. Patiremo e cercheremo affetto in ogni stupida immagine non aguzza.
Moriranno i nostri genitori, i nostri parenti, e noi a piangere, capziosamente ignari che ogni giorno uccidiamo un figlio, un progetto, un Dio con le sottane troppo lunghe per darci piacere e visione, noi uccidiamo ogni giorno ma amiamo piangere.
E se ci prenderemo per scoparci e passarci fiato e libidine con un bisturi freddo, poi ci metteremo a scrivere maledette poesie e avremo un ricordo infame di passione, ossessione e malefatta.
Consolazioni. Due passi di flamenco in un localino profumato, il weekend di stacco, il cazzo in bocca ad una distrazione, mio padre è il migliore, mia madre si è sacrificata tutta la vita, la mia ultima storia è la più matura.
Sono arrivato dove sono arrivato senza chiedere niente”
Bugia.
Bugia e Carnevale di carne viva.
Bugia di vita e prossima morte, bugia di libidine schierata rasente al muro, non si sa mai. Vacanza di bolgia per sembrare meno vecchi.
La vita comoda. Le biografie inutili. I personaggi eccentrici che dovrebbero esserci simpatici per definizione.
Tonnellate di citazioni per vestirci in pubblico: io ho letto, io ho ascoltato, io coinvolgo.
Tanto filo spinato dalla Grande Vagina a Dio.
Un cammino di oziose stranezze già in catalogo, a due passi dalla pietà, a picco su un niente che se ne sta buono per farci la sorpresa alla prossima curva.

Luca De Pasquale, 27 marzo, giorno di stipendi e sputi.

24/03/12

In attesa del treno non oltrepassare la linea gialla


Codardi.
Incapaci di mettersi alle spalle quel che non è mai accaduto.
Incapaci di non amare chi non ama e mai amerà.
Incapaci di sane demolizioni. Di sane fissazioni.
Incapaci di afferrare la concretezza del tempo rimanente.
Incapaci di orientarsi nel caos della condizione più temuta, fine corsa.
Incapaci di non dire, “ho avuto il giusto padre e la giusta madre”.
Incapaci di guardare nel pozzo e dire, “la mia famiglia è una poltiglia coatta di ritorsioni e vicinanze”.
Incapaci di non stordirsi con penetrazioni, abbracci, e tutta quella purulenta buona educazione dei tentativi.
Incapaci di non festeggiare nuove case, nuovi amori, nuovi legami, nuove connessioni e coesioni, incapaci altresì di non piangere ai funerali.
Incapaci fino all'ottusità di riconoscere fantasmi, incapaci di dirsi, “ho avuto due sole occasioni e le ho sprecate entrambe”.
Incapaci fino al disgusto di non provare quel senso di piccolezza che l'irrazionale e il presunto divino ti inoculano in un cuore pecora, un cuore colabrodo di seppie morte.
Invertiti dalla nascita: Dio non ha risposto alle preghiere fatte a letto, da bambini, Dio era un crocifisso con un chiodo e qualcuno lo oscurava spegnendo la luce per farti dormire.

Il barman sbaglia: il caffè non è in tazza fredda, lo zucchero è troppo.
Lo ingollo con una smorfia di disgusto, e l'amico che me lo ha offerto ci resta male.
Che c'è, fa schifo?”
No, no, per carità”
Esco dal bar con la sigaretta in bocca. Quarant'anni in valigia.
Il primo treno per una stazione chiusa al pubblico. Impossibile conoscere gli orari.
Primavera, vernice, gambe, cicche, utopie, distrazioni e mancanza di etiche levigate.
La cenetta sul terrazzo. Un vino rosso ruffiano e inacidito dalla tua malavoglia. Le mani legate dall'educazione. Bugie come camicie estive, senza maniche, leggere e inutili.
Cattive pensate come scappatoie. Cattiva musica per depistare sogni.
Prendi la prima persona sconosciuta, estraile tutta la retorica e la speranza, impegolati in un linguaggio senza regole con lei, mandala allo sbaraglio e poi accettate la morte in stanze diverse.
L'amico mi parla di interessi bancari e compagnie del telefono.
Il gusto di perdere.
A volte non ci sono proprio altri argomenti.

Una panchina.
Che avrei preferito in un posto di mare, le vacanze che facevi da bambino in piccoli centri del Cilento: duravano dieci giorni e poi in famiglia si risparmiava per mesi.
Una panchina è fatta per osservare la gente che vive.
Garzone di macelleria che fuma. Passa veloce.
Moglie che parla in modo rapido e aggressivo, marito silenzioso e con alopecia.
Indiano con due cani minuscoli. Faccia buona.
Scrittore in erba con scrittore in fasce e scrittore addottorato ed essiccato. Trio delle meraviglie.
Quell'amico di una tua fiamma rinnegata che non trova la voce per dirti ciao e nello sforzo sembra ancora più brutto. Più pigro ancora, occasionale, scordato.
Stralci di conversazione. Innocua.
Ho cambiato macchina”, dice un uomo.
Una donna gli sorride: “Ancora? Un'altra!”
Chissà quando mi fermerò!”
Già.
Chissà quanto tempo siamo rimasti arroccati sulle nostre posizioni e anche sulle nostre pozioni risolutive. Molta della realtà a disposizione si è spostata, come un continente in scala 1:50, e tu lì a ripeterti all'infinito.
Probabilmente si è trattato del gusto di perdere.
A volte non ci sono proprio altri argomenti.

Colazione in un autogrill all'alba.
Io e Michele con la barba sfatta, fine corsa anche se è appena iniziata.
Al tavolino di destra famigliola con lui, lei e figlia adolescente.
Michele pensa alla sua storia d'amore finita. Io guardo la madre e non la figlia, quanto varrebbe strapparla alla tranquillità per una parabola senza lieto fine?
In un autogrill all'alba non ci sono ruffianate che tengano.
Non stai davanti ad un computer ad aspettare mail zuccherose o pulsantini di gradimento, in un autogrill non tenti di emozionare nessuno e non ti compiaci delle stronzate sull'amore impossibile che dispensiamo a piene mani dalle prime ore a notte inoltrata.
In un autogrill all'alba la famiglia non ti perseguita con la parola “ritorno”, sei tu e il destino che non cercavi, che non ti ha scelto e niente può chiederti, men che meno di godere.
La donna lascia marito e figlia al tavolo, si avvia al bagno. Michele guarda fuori. Il primo pensiero è seguirla.
Ma non saprei cosa lasciarle. Un numero? Un indirizzo? Una data? Il sapore della lingua e di una follia slabbrata?
Ci incrociamo comunque, grazie alle mie esitazioni, all'uscita del bagno ed è uno sguardo di prematuro addio, il mondo è troppo complicato e traballante per un diversivo difficoltoso.
Metto la testa sotto l'acqua. Ne avevo bisogno. Chissà se l'acqua aiuta a dimenticare posti, fughe, appostamenti, errori madornali e caratteristiche genetiche.
Un uomo piscia al mio fianco. Ha un cazzo piccolissimo ed è sudato. Sembra un albero morto, stanco e destinato a sparire. Deglutisco sapone, sapore stantio di nicotina e questo viaggio senza meta e senza disperazione.
Forse è solo uno spostamento, è un'asse invaso da tarme che non cerca riposo e per questo accetta inimicizie e prove da sforzo.

Tornerò a casa e troverò di nuovo i miei odori.
Tabacco sui vestiti nell'armadio. Sesso, sapone intimo e temporeggiamenti in slip, pigiami e lenzuola. Oblio e svogliatezza nelle mie carte non ordinate e non preparate per essere analizzate da altri.
Latte parzialmente scremato.
Rabbia parzialmente diradata.
Figuranti definitivamente smontati e lasciati al sole, in poco sofisticate godurie.

Sugli scalini del vecchio palazzo guardo distrattamente le gambe di una studentessa. Stivale blu. Ha troppa gioventù addosso perché io possa prenderla sul serio.
Un inquilino saluta e non rispondo. Le mani sono un raspo di polvere ed umidità.
Passano anche delle persone che un tempo sono state gentili con me. Molto gentili ed anche incuriosite. Almeno così mi sembrava.
Ogni tanto si spezza qualche filo con qualcuno. Le mezze simpatie diventano indifferenza infastidita, l'essersi piaciuti solo un infame pentimento. Ma se è stato tutto un equivoco non c'è bisogno di prendersela tanto a male.
La fissazione infantile di rifarsi ogni volta una verginità.
Alcuni di questi prototipi, ragliano furore quando sgranano i loro curricula del cuore e dei sensi; tutti erano inadeguati, pazzi, schifosi, indegni, fasulli e ambigui.
E certo, le povere verginelle con le menzogne ben stirate sotto cuscini profumati. C'è sempre il cretino che supporta e surroga, c'è sempre una testimonianza seriosa e amichevole, è vero, è vero tutto quel che dice.
Lo schifo di certe esperienze non dovrebbe essere retroattivo; cotanta intelligenza dovrebbe essere stata sfoderata in tempo.

Se avessi pubblicato di più e potessi aiutare qualcuno, il mio cellulare squillerebbe continuamente e il mio colore nero fogna piacerebbe a qualche contessina intellettuale, a qualche uranista di buona volontà ed entusiasmerebbe amici intermittenti.
Mi chiederebbero pareri. Sull'articolo 18. Sulle posate di ghisa. Su adulteri spacciati per unici e invece infinitamente marchiani. Sulla scarsa durata in posizioni da missionario con timbro. E al lavoro, quanti sorrisi in più.
Tanta di quella socialità da doversi masturbare per gestire il disordine.

Dirigenti impreparati, imbevuti di retorica e fasulli anche a cospetto del buon gusto.
Interloquire?
Ho tanta mancanza di buona volontà.
Flusso positivo”, “momento d'opportunità”, “si chiude una porta, si apre un portone”, “ho sofferto moltissimo, Dio solo sa quanto”, “è stato qualcosa di imprevisto e di travolgente”.
Quante parole che sono zavorra, ricotta adulterata in piatti troppo abbondanti.
Ripetere annunci e parole non convince, inietta ribellione.
Sciocchi. Ammaestrati, convincenti solo se convinti di non ottenere mai reazioni.

Ci rivedremo da qualche parte.
Davvero?
Ci piace pensarlo. È consolatorio e vago.
Perché quel che accade, il fluire della vita, è quel che doveva essere.
Non c'è menzogna vestita peggio di questa. Le più infime e ingrassate nefandezze passano dunque per fasi, o ancor più ridicolmente per “errori dovuti” al poi necessario articolarsi del destino.
Una solerte presa in giro, con tanto di consenso ai fini della legge.
Paradiso, Purgatorio, Inferno. Ma anche Limbo e Jacuzzi.
Potessi prenotarmi, guardiano di una piccola porta dell'Inferno. Una postazione scura e concava dalla quale poter osservare ogni forma di tradimento e di abbandono.
Un guardiano con facoltà di imprimere supplizi, quelli più atroci, la mente, il ricordo, il pentimento, lacrime di sale e di zucchero, la fine della musica.
Le persone “normali” godono e muoiono. Mentono e fanno figli. Truffano ed amano. Accantonano e accumulano. Provano fastidi e simpatie. Pagano tasse per la libido e per Dio.
Sembrano tutti normali, seduti nei ristoranti.
Siamo solo in fila per punizioni che ci concederanno almeno il lusso di essere interpretate ed essere successivamente comunicate.
Con attenzione risulteremo presentabili in qualsiasi fila.

I love you but I've chosen darkness.
Il più bel nome di un gruppo musicale, il più bel nome degli ultimi cinquant'anni.
La sensazione più vera degli ultimi anni, invece, è stata spalancare le finestre dopo la morte di qualcuno, la sera precedente.
Altro che letteratura. Altro che blog. Altro che fottere sotto i riflettori.
La morte. E basta.
Quel tormento definitivo, quel mattatoio a cielo aperto che è svegliarsi e comprendere che qualcosa o qualcuno non c'è più, per davvero; non per celia, non per atteggiamento letterario, non per lacrimevolezza.
Il silenzio ci renderà più presentabili.
In attesa di rivederci all'Inferno.

Luca De Pasquale, 23 marzo 2012

20/03/12

La contabilità delle ombre


Mario ha acquistato una scacciacani.
Ogni mattina si chiude in bagno mentre la moglie si prepara per uscire e inscena il suo possibile suicidio.
Si guarda fisso negli occhi, allo specchio; immagina di farsi saltare la testa e ha paura adrenalina ed è fregato come pochi.
Si sente scartato dalla vita, dalla famiglia, dalle opportunità.
Non si ucciderà mai, probabilmente.
Però ci pensa in continuazione.
Abbandonare Dio, se mai c'è stato, comporre un grigio eterno.
“Mia moglie si rifarà una vita”, pensa spesso, “spero di apparirle in uno specchio dopo che avrà fatto l'amore senza di me per la prima volta”.
“Mio figlio diventerà violento, mi odierà per tutta la vita”.
In testa ha un nero eterno, Mario.
Non è bastato l'amore. Non è bastato uno stipendio dignitoso.
Non è bastata la musica. Non è bastata la luce del sole per 43 anni.
Non è bastato essere uomo e conservare una certa dignità.
Mario è un impiccato che vive egualmente.
Mario è un suicidio in movimento, Mario non ha comprensione, e le sue cupezze sono pesantezze e le sue rare giornate d'allegria sono equivoci.
Mario è sconfitto, è lillipuziano al cospetto dell'efficienza e della quieta sopravvivenza altrui.
Mangio con Mario tutti i giorni.
Mario quando mi guarda è un mare di rimpianti.
Mario è un padre rimpicciolito che conta silenziosamente i suoi scacchi sgretolati.
Mario è un mio amico e mi piacerebbe ucciderlo. Eutanasia. Fine di un equivoco con carta d'identità. Mario è un equivoco che conosco bene.
Mario vive in giardini d'inverno perenne e quando mi guarda siamo abbracciati in un'educata caduta. Mario è brutto di delusioni.
Mario pensa che avrebbe dovuto intrecciare storie con molte donne. Mi dice che così non si sarebbe ammalato di malinconia e resa. Mario ha sfiorato molte storie importanti. Mario non sarebbe mai guarito, ma non gliel'ho detto.
Mario mi ha confidato che gli piacerebbe carezzare le mani di tutte le donne, per non sentirsi inutile. Non andrebbe oltre, mi ha garantito.
Mario si confida al deserto. E siamo così malinconici e inopportuni quando mangiamo insieme. Non facciamo scena, non siamo distinguibili dalle torri della stanchezza altrui. Mario è anche un uomo calmo, e non credo approvi le mie continue arrabbiature.
Rivelo a Mario che la mattina detesto guardarmi allo specchio; perché c'è una violenza trattenuta che non vorrei riconoscere.
Lui sorride e mi dice che io sto bene, che sono uno che nuota in pozzi neri per gioco e sfida, e lui invece è un regalo appassito.
“Un regalo?”, chiedo.
“Mi hanno regalato una vita e io non vedo più i colori”.
E taccio, mentre la ragazza del ristorante arriva con il primo piatto, sempre lo stesso.

Mario ha una relazione con una divorziata.
Chiavano. Chiavano forte e con quella bella sporcizia che sappiamo.
Si disperano avvinghiati, non è il banale amore e morte, si chiavano per non morire. È sostanzialmente diverso.
Quando lui le viene sulla pancia o sulla bocca, prova disperazione, rimpianto, senso di colpa e libertà senza freni. E poi si ridipinge di grigio. Lei gli ha detto che il sapore del suo sperma è amaro.
Lui ha sorriso. Hanno fumato una sigaretta e chiavato di nuovo.
Poi si sono cacciati dalle rispettive vite, per il tempo del dolore assonnato, per il tempo dell'inutile.
La sera Mario abbraccia la moglie e trema di disgusto per la sua deriva controllata, per il suo cazzo abraso e stanco, per il suo fallimento.

Mangio con Mario ogni giorno.
Mi auguro che Mario muoia o che qualcuno lo liberi.
Con tutta la mia parte sinistra, quella dove risiede il male più assoluto e vigile, pendo su di lui con comprensione, come un boia, come un Faust cadetto, con la mia amarezza, con la violenza che in lui non riconosco.
La sua parabola, il suo fuoco d'artificio, la noncuranza delle stelle, la speranza raccolta in una lacrima di fastidio, noi due che mangiamo insieme prima di morire.

Luca De Pasquale, 20 marzo 2012

per l'amico che non resta mai fino alla fine.

16/03/12

Colasberna


L'altra metà del cielo è la morte.
Penso a questa frase ad effetto mentre sono in fila alla posta.
Fuori è una giornata di appuntamenti, di mercatini e di puntigliose aspettative.
Ho un polpo velenoso tra gola e pazienza.
Numero E62, e poi cosa rimane dopo un orgasmo se non accidentali costruzioni.
Le sicurezze che vogliono essere abitudini taciute.
Conti bancari. Prima e seconda casa. Sciocche illazioni sulla tranquillità altrui.
Rossetto rosso. Rossetto rosso da erezione.
Perizoma, serate brillanti e tanta banalità di buon umore.
Del buon jazz non aggiusta lutti, li rende piuttosto nauseanti.
Un colpo di reni e siamo di nuovo in pista. Ipocriti.
Esami sospesi, commissioni cambiate, occhi velati di piacere, brutti pensieri e nessun tempo per l'amicizia.
Terrazze sul mare. Giammai.
Scale mobili sotto le cascate. Sì.
Non ci siamo mai presi per davvero e sono carte bollate sporche di caffè.
Un dito freddo che accompagna una sola lacrima al centro della notte.
Lo so che siamo fottuti e non è emozionante come in un film molto dialogato.
Numero E69, io sono E77.
The workout.
Tentazioni irresistibili, pensare prima e dopo aver scoperto la serratura giusta.
Voci di parenti al telefono. Freddure d'affetto. Ci hanno costretti a darci conforto.
La signora bionda ha il culo fasciato, in fila. Lo guardano. Vorrebbero entrarci dentro.
Poco da dire e poco da spiare.
Che idea, lavarsi quando si vale più di una scopata.
I tabù adulti, invece, che noia.
Estasi in punta di forchetta, titillandosi, dosando la saliva e la speranza.
Napoli grigio primavera morte e poco altro.
Napoli alba E74, scala mobile sotto l'alba e le cascate.
Gli incubi del non appartenere. Gli incubi risicati delle infinite voglie.
Riavvicinarsi è una grossa caccia all'errore sbagliato. Perdersi è un flusso.
Non importa.
Che importa?
Primo stadio di anarchia a zigzag, primo studio su una svogliatezza che è un osceno squadernarsi sulla vita.
Che idea, godere.
Trasmissioni notturne. Chitarre. Sigarette. Storie avute, dimenticate, rigenerate, asciutte di un nuovo disintegrarsi.
La carta si chiude, come un sesso disgustato dalla troppa foga.
Volevamo, volevamo, ci siamo fottuti.
Piccole menzogne di un bene diffidente, spergiuriamo trasparenza a mali invadenti.
Volevamo.

Luca De Pasquale, 16 marzo 2012

11/03/12

Inferno


Esterno notte.
Due bicchieri rossi su un tavolo, un terrazzo, un uomo ed una donna.
Mi è rimasta addosso la frenetica curiosità di scoparti.
Una terrificante curiosità di scoparti.
Che sapore avrà la tua saliva? Che colore hanno le tue illusioni fuori tempo?
La maledetta e svogliata ossessione di scoparti. Di vederti sussultare, in armonia e senza Dio tra i piedi.
I bicchieri rossi si avvicinano, il tuo sguardo è qualcosa di bello e strisciante, come ogni richiesta d'amore, fa male perché sono vecchio.
Tutte le tue voglie necessitano di una manutenzione che spaventa ogni cosa ordinata nella mia vita. Questa voglia di scoparti, foglie morte.
Dici che sono affascinante. Contenta tu. Io non ci ho mai pensato. Mai a lungo.
Dovevi vederlo, quello stronzetto incapace che mi ha fatto il colloquio. Un colibrì del buon senso, a culo chiuso e parlantina colloquiale, la crisi, la contingenza, il gioco di incastri. Me ne intendo, di giochi d'incastri.
Un trentunenne che analizza ai raggi x un quarantenne seccato e pontifica. Uno che ha trovato la strada giusta e si azzarda ad emettere giudizi, considerazioni.
Avevo una macchia di caffè sulla camicia, ma era nera e lui non avrebbe potuto notarla.
Non so, forse lui ti sarebbe piaciuto. Lo avresti trovato, com'è che parli tu? “Determinato”, “in gamba”.
Ma io non so come parli tu. E non so nemmeno come ami. E non penso che, dati alla mano, la cosa ci abbia poi scosso tanto. Curiosità sotto armadi mai spostati.
Mi proponi un brindisi, è il nostro personale conflitto senza risoluzione.
I tuoi occhi ridono. E io non so di cosa. Può darsi che tu stia pensando al tuo prossimo viaggio, oppure stia fantasticando su un'immagine a forma di uomo.
Posso dirti che qualche giorno fa ho picchiato un uomo solo perché non aveva rispettato la fila al bar. Mi sono spellato le mani e ho rischiato di essere linciato.
Sono quei momenti in cui precipiti continenti d'affetto accumulato in una discarica di gesti inconsulti. E ti avvii verso la fine.
Fai troppe domande. Vuoi sapere troppo. E, come molti, ricami su notizie inutili e fai anche della psicologia annacquata.
Resta la curiosità di sapere come sei fatta dentro, nella carne, di come ricevi e rifiuti, di come, mi ripeto, ti illudi miseramente.
Ti spiego che mi piacciono gli imperatori detronizzati e non chi ha trovato l'incastro più evidente. Un po' per provocare, ti dico anche che un crimine di passione io lo giustificherei, eliminare qualcuno accresce disagio e disperazione ma è poi quiete.
Mi guardi, mi giudichi ancora, pazzo, fascista, svitato, originale. Non so. Non è affatto interessante. Sei interessante tu, invece. Perché riesci a rendere il tempo già finito un segmento di curiosità, ed è forse per questo che siamo qui, invecchiati e sciocchi.

Mi dici che dormi male. Perché sei innamorata di un uomo che non hai avuto.
C'è una luce di sconfitta nei tuoi occhi che non posso non ammirare.
Ho comprato una scacciacani. Chiaramente spara a salve, ma anche no.
Negli ultimi giorni ho salutato quattro persone che non rivedrò mai più.
Un paio di vecchie amicizie si sono trasformate in un'eutanasia disgustosa.
Guardo le tue mani portare fumo alla bocca. Ho comprato una scacciacani.
Ė un dettaglio insignificante.
Quando mi sono alzato, il colloquio con quel fighetto, sapendo che era andato di merda gli ho fatto intravedere la scacciacani, così, casualmente. Ha avuto un sobbalzo all'indietro. Il giallo nelle mutande. Cagasotto. Lo avrà raccontato alla fidanzata e all'altare più sordo del suo Dio da mensola.
Ma quelli come lui sono troppo equlibrati per aver paura più di cinque minuti.
Sono equilibrati. Sono razionali. Sono battezzati. Hanno varie carte di credito.
E sanno sempre come distrarsi.
Tutta questa roba non ti interessa. Probabilmente ti disturba.
A te interessa l'amore. Interessano i colpi di scena. Certo.
Ė asfissiante questa smania. Ė innaturale e verminosa. Mi disgusta, anche se quella curiosità bestiale ci rimarrà addosso.
Ci salutiamo e mi è difficile spiegarti che ho voglia di eliminare e non di trattenere, che un'uscita di scena non si nega a nessuno.
Ti aspetta un sogno in technorama, baci, concordanze, abbracci d'inverno e oscenità estive, ti aspettano appuntamenti e fiori, stoniamo, siamo fuori sincrono, come in un inguardabile porno casereccio.
Il porno peggiore, quello degli affetti.

Luca De Pasquale, 11 marzo 2012

09/03/12

Autopsia dell'aria non rarefatta


La pasta è scotta e non vale i cinque euro di listino.
C'è una ciocca di polvere sotto il tavolo della coppietta.
Si vede che una delle due ragazze che servono ha fatto l'amore da poche ore.
I muri sono di un verde indecisione. Sì. Verde indecisione.
Prendersi delle ferie per accettarsi allo specchio.
La coca-cola è fuori età e i miei gesti sono stanchi.
Ci si abitua a come parlano le persone. Ci si abitua a comunicare senza semplicità, pensando che l'altro sia complesso e imperscrutabile.
Fuori è un giorno di tregua. C'è un vento freddo fuori stagione.
Vento a Napoli, fuori stagione, vento orientale, vento deciso sulle indecisioni.
Non aveva senso poggiare il cellulare sul tavolo. Non squilla. Non ti cercano. Facile dimenticare. In alcuni casi è una scelta geometrica, va bene che sia lì, piccolo e non accessoriato, in questo locale noioso con musica noiosa.
Qualcuno aspetta al freddo chi non conosco. Ho voglia di fumare in mezzo ai panini, alle patatine fritte, a questi commessi abbrutiti, a queste piccole comitive di comunicatori di segreti.
Avresti pagato perché tutti dimenticassero il tuo numero di telefono.
Avresti pagato per un po' più di coraggio.
L'ansia scioglie le porte e ti precipita in inviti che non hai ricevuto.
C'è quello che si è vantato con me di essere un vero intellettuale. C'è stato quello con quel sorriso ipocrita, quello che fingeva di preoccuparsi e poi speculava.
Quasi sempre funziona così, a giri di nausea.
Ho le guance infuocate e non ho più fame. Questo locale è un muro incapace di diventare rifugio.
Il gestore del posto aumenta a dismisura, ogni giorno, la rappresentazione di sé come di un uomo forte e dinamico. Non attecchisce e non gli rispondo quasi mai.
Il tavolo a fianco. Si danno un bacio con la lingua. C'è tra loro quella tensione tipica e ornamentale, prima di fottere, prima di suggellarsi.
Ho lo schifo e il mal di testa.
Altari di sonno urlano nella mia emicrania, non mi sono inginocchiato, non ho saputo rilassarmi. Sono un idiota in guerriglia perenne.
La ragazza delle due che non ha fatto l'amore mi porta le patate fritte e mi sorride. Ricambio e mi esce una smorfia supponente, a mani conserte.
Fuori c'è tregua e vento. E gli appartamenti degli sposi sono di cartapesta. E le lacrime delle madri sono solo giustificazioni di rimpianti vaghi.
E i padri, quelli che non picchiano sono stati sopraffatti dalla vanità del ruolo, sono traditi, morti e calpestati.
Tutte queste pause sono Angeli del Male.
Pause dalle pause.
Il gestore del tabernacolo ha una caccola all'angolo della narice destra e crede di essere attraente. Sono certo che si guarderà con entusiasmo le natiche quando intento a stantuffare su un altro corpo. Mi fa schifo e non mi ha fatto niente di male.
Una ragazza bionda con il fidanzato di spalle mi sorride. Decido di appuntare qualcosa su carta e lei, lei avrà sicuramente pensato che le stavo scrivendo un bigliettino.
Edifici mal costruiti, finestre sui ricordi, non entri e non esci.
E la musica a volte è solo una prigionia.

Lascio i soldi sul tavolo.
Dimentico la penna.
Esco dal locale e perdo anche il pacchetto di sigarette, che mi scivola dalla tasca.
Autopsia dell'aria non rarefatta.
Questa è una schifosa giornata di tregua.
Ed è larga e sbracata la conta di quelli che non contano e non hanno mai contato un cazzo.
Amare più che poco non è tempo. Dividere l'aria è spettacolo coatto.
Autopsia dell'aria non rarefatta.
Rapidità volgare. Dinamismo. Pile esili. Saliva con marca in evidenza.
Dal terzo piano del palazzo di fronte un vecchio mi guarda fumare.
Conosco gente che si è lasciata con se stessa da molto tempo.
Il vecchio mi indispone. Mi piacerebbe colpirlo con una fionda.
Passa uno che conosco, mi dice che è preso da mille impegni e vorrebbe tanto prendere un caffè.
Ebbene, lavati il cuore nel caffè. Lontano. Lontano dalle manovelle arruginite della mia cortesia. Perditi in un bicchiere di caffè e piangi con il tuo Dio, caramella di promesse e buoni motti, istantanea di un figlio o di una chiavata ben riuscita.
Il benessere fa effetto freddo su anime troppo distanti. Disinteresse.

Autopsia dell'aria non rarefatta.
Quelli de “non ho avuto il coraggio di essere felice”.
Sputo per terra, il vecchio è ancora lì.
40, 41, 42. Morte.
Morte a secchi, a damigiane, a spruzzo, a sbarre, a pois, a condensa di notte.
Melma nera in questa giornata di tregua.
Nessuna voglia più di scrivere per gli altri. Nessuna concessione.
Teatro chiuso, assassiniamo la costumista, stupriamo per un po' quel vangelo apocrifo che si chiama comunicazione.
Carcasse di “come stai?” appese al mattatoio del sonno. Nessuna concessione.
Autopsia dell'aria non rarefatta.
Fiori su banchi di macelleria, tanti venditori, tanti buffoni, indaffararsi per essere un'efficiente puttana ad ore.
Teatro chiuso.
Troppo altro da fare e smembrare.

LdP, 9 Marzo 2012