26/02/12

Nessun'alba indossa un rossetto blu



Le luci della latteria sono accese.
Il mondo sembra sospeso tra un generico ieri e domani.
Tutt'intorno, ci sono strade che non percorriamo più. Che abbiamo lasciato ad altri.
Non ha aperto un solo bar. C'è una pila di libri sul comodino, quasi tutti interrotti a pagina 64.
Giulia poggia la testa sulla mia spalla. Il suo rossetto è quasi blu, e chissà se l'ho convinta che somiglio davvero a certi film francesi di cui le ho parlato, tra un silenzio e l'altro.
Non so parlare di Giulia. Non so parlare con Giulia.
Spesso sono stato gentile con delle ragazze. Volevo portarle dalla mia parte. Partivo con poche chances, non mi è mai andato troppo a genio impegnarmi. Però ci riuscivo. Tentavo di portarle dalla mia parte, e vedere come sarebbe andata a finire.
Di trattenerle, in fondo, fatta qualche rara eccezione, non mi importava molto. Guardando Giulia che ha sonno sulla mia spalla, paziente in quest'alba che ha voluto affrontare per compiacermi, mi rendo conto che trattenere qualcuno al mio fianco mi era d'impiccio. Ho provato a parlargliene ma si è offesa. Si è sentita coinvolta, ma non era il caso.
In un cammino di sottrazioni, si diventa egoisti e autoreferenziali fino alla scarnificazione. I sogni altrui sono spesso pesanti, noiosi e disgraziatamente banali.
I sogni d'amore di molte persone che ho conosciuto erano davvero noiosissimi, bamboleschi e sgraziati, strutturati su palafitte di saliva e impazienza.
E mi facevano quasi sempre schifo.
Attaccarmi era inutile, perché io non ne avevo affatto. Dalle porte chiuse a casa mia, da bambino, avevo capito che i sogni d'amore sono quasi sempre chincaglieria, quasi sempre quell'aureo letame/mangime che ha a che vedere con l'affermazione di sé, con le insicurezze, con la paura di non lasciare tracce.
Giulia pronuncia parole preziose, sembra innamorata di me. È accaduto altre volte. Pensa di aver incontrato un uomo raro, sensibile e originale. Le ho già detto che è una farsa e si annoierà molto presto, scontato che ciò accada poco dopo che io sia già altrove con la testa.
Quest'alba è splendida e desolata come nei film di Melville, come in certe fotografie che ho amato molto. Giulia. Che cos'è Giulia? Un orologio? Una lancetta? Una parte della lancetta? Un guasto?
L'alba mi rende asessuato. In altri momenti, come da copione, mi basterebbe immaginare di farla godere. Con le labbra, con le dita, non importa: del mio piacere me ne sono sempre fregato.
In questa luce irreale, tra rimpianti e passi oltranzisti, Giulia vorrebbe da me frasi d'amore. Deluderò. Deluderò ad intermittenza.
Speriamo che non mi detesti. Non c'è niente di più penoso e volgare che serbare rancore. Spesso si tratta di passaggi così brevi che non rimane nemmeno il tempo perso. Sono brevi visite al cuore, tra le cosce e nell'emisfero drogato dell'illusione.
E poi, le persone deluse e rancorose sono quasi sempre coloro che sono state meno serie e meno affidabili, sin dai primi giorni. La parte di vittima, quel monile obbligatorio, sempre roba che ha a che vedere con le incertezze.
Quest'alba non è di nessuno. Mia, sua, nostra, vostra.
Quest'alba è troppo impegnativa per l'amore. Giulia ed io siamo attorniati da strade sigillate. Strade deserte, zeppe di materiale morto, illuso, disilluso, assorbito, smangiucchiato.
Quasi nessuno è più in grado di marchiare a fuoco una persona.
Mi piacerebbe che Giulia mi uccidesse. All'improvviso. In quest'alba così decorosa, lontana e di nessuno.
“Un'alba così, proprio per uno scrittore”, sibila Giulia, che è bella e che per me ha fatto soffrire qualcuno.
C'è sempre qualcuno che soffre. Per le scelte di altri. E questo è uno dei più miserevoli fallimenti di Dio.
“Gli scrittori non esistono, Giulia”
“E tu, chi saresti mai?”
“Professione uomo”
“Sembra l'insegna di un parrucchiere”
“Varrebbe molto per me, Giulia”
Già, i narratori. Così su di giri alle presentazioni, alle letture pubbliche, con quelle facce tra il giovanile eterno e il comprensivo adulto, con qualche balaustra di plaudenti e l'appuntamento estremo con la fichetta nuova. Storielle inconsistenti per strappare il cenno che volevano dai tempi della culla. Penso che piacerebbero a Giulia, che ha tanta voglia di un uomo strano al fianco.
Un uomo strano che sia riconoscibile, che faccia qualcosa di pubblico, chiaro.
Un uomo che sia possibile presentare agli amici con quell'entusiasmo, “sai, c'è il mio zampino in questa storia d'amore! L'ho scovato...”
Che cazzo hai scovato. Mettimi delle autoreggenti, qualche poesia senza significato in bocca, e sarò un trans sociale, una puttanella da tempo libero, il tuo passacosce con neon accesi, simbolismi oscuri di buchi mai inventati.
Non sei stata brava a scovarmi. Perché io non sono bravo e tu sei sempre stata una stronza e trovo questa cosa deprimente. So che ci credi al vero amore, sono affari tuoi e so che sei maledettamente sincero. Ci sono alcuni narratori liberi in questa città di cantastorie prolifici. Non ti mancheranno le celie giuste per farli capitolare.
Giulia, non sono mai stato femminista.
Giulia, sono di estrema sinistra, sono davvero fascista in questo, e mi piace l'ordine e la disciplina: so che mi trovi contraddittorio. Giulia, i democratici mi sono sempre stati sui coglioni.
Sai Giulia, non tollero le gentilezze di ruolo e gli isterismi del dopo.
Preferisco non conoscere affatto.
Giulia, trovo che il sesso sia sempre la stessa manfrina, anche se ti rinculi sotto il lavandino, anche se fai la scenetta del pepe da chiedere alla vicina in vestaglia che ti spompina tra mille rumori; Giulia, il sesso è terribilmente noioso quando lo si intende come passatempo o dichiarazioni d'intenti.
Giulia, ho sempre pensato che gli intellettuali siano molto noiosi e chi ci gira attorno è molto peggio, quasi sempre si tratta di decerebrati.
Giulia, tu mi stai dicendo che forse mi ami. Me lo dici in quest'alba da catalogo della Napoli sconosciuta, stai cercando di andare avanti con la tua vita ed io sono un momento opportuno, almeno credi.
Giulia, tu non ami nessuno. Tu giochi con le passioni da spingerti dentro, le passioni inculcate ma sempre rimovibili, naturalmente.
C'è un cretino che ha insonnia per te in un'altra parte della città.
Giulia, ora sto con te, ma non sono mai stato al mio posto con nessuna. Mi adatto. Mi sono adattato. Ora mi piacerebbe innamorarmi di una donna già legata e incularne un'altra da non rivedere mai più. Gli uomini valgono poco e quando lo capirai sarai anziana, saggia e per bene.

Gli uomini a volte trovano pace in poche mosse.
La trovano perdendo qualcosa d'importante, anche perdendosi.
La trovano in un'ossessione. In un'occasione mancata. In un goffo tentativo di bene. Non bisognerebbe giudicare.
E se da piccolo potevi farti notare solo sputando sulla fede altrui, ti rimarrà quel retrogusto di senso di colpa, immortale e ingiusto.
La fantasia era pazzia. Le tue regole, il tuo cercarle, era immaturità.
I francobolli non timbrati dell'arroganza altrui.
Giulia, quest'alba ci prende in giro. Non ci ameremo. Magari ci inseguiremo, perché cosi ci hanno insegnato.
E io sarò il tuo Prometeo in miniatura, divorato dai falchi del tuo mondo, divorato e sempre vivo, sempre deciso a riportare il fuoco da qualche parte.
Non si tratta, Giulia cara di quest'alba altra, di amore, di scrivere intimista o intimo, non si tratta di protestare,
Tu vorresti gente che pagasse il biglietto per noi, per il nostro spettacolo. E io, io che non conto, ti dico che vorrei tra gli spettatori ci fosse uno che mi spari in faccia e ti consoli subito, alla faccia del lutto, alla faccia delle buone azioni e della coerenza.
Peso troppo poco per riportare a terra i tuoi sogni, peserò di più come un nome che non dovrai ricordare.
Sarò un'esperienza, da ammansire, da deridere, da rendere eccessiva nel peggio e nel niente, ma io non sentirò la tua voce.
Nessun'alba indossa un rossetto blu.
Non più.

Luca De Pasquale, 26 febbraio 2012

23/02/12

La prima vera nevicata


Le candide strade si fanno più zitte, | le stanze raccolte più intente.
Rainer Maria Rilke

Quell'angelo storpio che è il silenzio tra le persone.
Tra i profumi che coprono le verità del corpo.
Tra le parole di cortesia e di conoscenza.
Tra le persone che si sono volute e non ce l'hanno fatta.
Quell'angelo storpio e osceno che stilizza il fallimento.
Quell'angelo incontinente che vomita possibilità tenute a bada.
Quell'angelo imbrattato di baci sbagliati.
Quell'angelo vestito di cotenne in plastica e malattie definitive.
Quell'angelo malnato e claudicante che sa di febbre di primo mattino.
Quell'angelo che ti lecca il cazzo per gioco di ombre, era tutto inventato.
Quell'angelo ribelle e rozzo che ti chiede ad ogni risveglio di crepare.
Quell'angelo, quel bastardo elegante, che ti dice, “sei puro” e poi ti lascia rimettere nel lavandino tutto quello che hai finto di non sapere.
Quell'angelo serpente e sciarpa avvolto al collo delle donne che ti guardano.
Le dinamiche dell'infelicità rendono gli angeli ridicoli e stanchi.
Angeli seppelliti da ricordi in ceste di vimini e capelli tagliati per dimenticare.
Per ricominciare.
Per ricominciare a morire. Lentamente.
Ad ogni biglietto di metro vidimato sul serio.
Ad ogni sorriso sulle sponde della nausea quotidiana.
Ad ogni pentimento di chi ti desiderava e ora vorrebbe cancellare.
Perché anche i ricordi più piccoli sono spine senza terminazione. E cancellano i sorrisi che ci avevano consegnato per i bambini e per le madri.
La Morte che ti balla attorno, con la sua vagina vorticosa e oscura.
La Morte. Quando ti lasciano solo a casa.
Quando ti mentono su qualcosa di inconsistente.
Quando ti permettono di stare zitto senza fare domande.
La Morte, certe frange di Morte, è pura incomunicabilità.
Anche se sai scrivere. Anche se taluni si fidano delle tue parole.
Le ragazze hanno sciarpe blu e lividi di delusioni. Mi accorgo di tutto.
Conosco molte persone che da adolescenti piangevano spesso.
Conosco moltissimi adulti che sono convinti di aver compiuto un percorso coerente.
E spiace vederli dilaniati alla prima vera nevicata.

Pezzi d'ovatta su vecchi pianoforti difettosi. Trucco femminile sciolto.
L'indirizzo di una chiesa mai costruita nella tasca della giacca.
Un dente spezzato non visibile agli estranei.
Gli estranei sono un esercito che vocifera troppo spesso.
Non hanno comandanti che sappiano radunarli e disciplinarli.
È il caos che smentisce calendari e fantasticherie.
È il caos che partorisce angeli storpi dalla bella voce.
Delay.
Deleted.
Forgotten.
Tempeste di cuscini per confondere le lacrime salmone.
Buoni propositi e vita a mezz'asta.
Gli alberghi della gioia pubblica costruiti sugli smottamenti di anime morte.
Parecheggiare di notte. Fumare piangere amare cancellare.
Deleted but not forgotten.
Immorali distese di buio alla portata di tutti, rombo d'ali e di roba finita.
La prima vera nevicata avrà il nome di un fiore suicida.

Luca De Pasquale, 23 febbraio

Patrick Dewaere
Helmut Koinigg
Helmut Berger
Augusto Pesarini
Luigi Pistilli
François Cevert
Layne Staley
Paul Celan
Yukio Mishima
Emile Durkheim
Mark Rothko
Kostas Karyotakis
Max Linder
Ernst Kirchner
Riccardo Paletti

per non dimenticare 

20/02/12

Eroi, troie e santi stitici


La gran puttana di classe che gira per il quartiere con la madre. Fingono di fare shopping. Tutto il quartiere sa che è una puttana.
I vigili urbani commentano, lanciano sigarette nel tombino e si eccitano, in questa domenica mattina di svogliate messe, di regali e di tempo incerto.
Quelle di alto bordo non me lo hanno mai fatto diventare duro a lungo; ho sempre pensato che sarebbe stato come chiavarsi un pezzo di pane profumato che nasconde muffa.

Lo scemo del quartiere, quello ufficiale, mi saluta con la mano destra: “Buoncionno Luga!”
“Ciao”, gli faccio con la mano guantata.
Di imbecilli ce ne sono, in questo quartiere sonnolento. Non imbecilli ufficiali, molto di peggio. Sono quelli che agitano la loro vita con solerzia. Quelli che sventolano la loro fattoria di buoni amici una continuazione, il circoletto dell'affetto, la buffonata indescrivibile di “io ho scelto loro, loro hanno scelto me”.
Quelli del calcetto obbligatorio, quelli delle serate a tema, quelli dei pettegolezzi pubblici, molti di quelli che questa domenica pregheranno.

Non basta lavare bene i genitali e telefonare amabilmente agli anziani genitori a renderci utili nelle pastoie del Grande Bene. Non basta Greenpeace. Non basta la beneficenza, quando ci fa comodo farla, e men che meno basta ambientare le proprie sensibilità sotto i vessilli del 'progressismo'.
Nessuno ammette di essere retrivo, nessuno ammette con sincerità che siamo animali, animali che giocano spesso a farsi male.
Io l'ho sempre scritto che sono un uomo di merda.
Gli insulti altrui mi sembrano solo incontri evitati, degradazione della curiosità in scorie d'aceto.
Tutte le volte che ho avuto un empito di riavvicinamento, negli anni passati, ho dovuto poi rimestare nella merda. La mia e quella altrui, cui sono chiaramente meno abituato.
Quindi non è più la diffidenza che mi accompagna. La diffidenza è per i principianti. Qui si tratta di finitezza, les jeux sont les jeux, qui si tratta di constatazione di tempo finito. Tempo finito da tempo.

Una coppia di giovani romeni litiga. Lei piange, lui urla. Non lo sanno, ma sono belli. Molto più belli di me e di tutte le idee che pure mi piacciono. Perché loro sono la vita e io ogni volta che mi scaldo sento la morte.

Il barista Giorgio sa sempre quello che prenderò. Oggi indovina la treccia e il cappuccino freddo. Gli sorrido e penso che mi fanno schifo i suoi denti.
Mentre mi sfotte sulla débacle della Fiorentina con il Napoli, mi rendo conto che nel corso della vita ho abbracciato pochissime persone. Non mi veniva e ancora oggi mi è difficile. Non amo gli abbracci, sembrano un passaggio obbligato per dimostrare qualcosa. In questo sono allo stato diffidente. E dissidente.

Coppie d'argento in movenze di legno.
Coppie d'oro in picoglass di menzogne.
Coppie di fiele che si scopano e fanno i filmini per siti ad hoc. Ma quando è passata, quella profanazione di quiete che è l'amore, sono gli avvoltoi a volteggiare.
Come carogne spolpate finiamo per truccarci di nuovo e presentarci agli appuntamenti, sempre più sicuri e feriti, e vogliamo darla a bere.
“Vuole donare un euro per...”
No. E non è per l'euro. Fammi pensare. Fammi pensare e vai a fare in culo, mi scuserò con te domani e pazienza se non accetterai.
Il tempo delle scuse, ci vorrebbe troppa intelligenza per farlo continuare.

Donne che si depilano per amanti ingiusti. Donne che non si rendono conto.
Piccoli uomini insicuri che credono, “la mia sofferenza è poesia e io dovrei renderla arte riconosciuta”.
Ma non puoi comunicarti, caro mio, devi partire dalla realtà, dalla strafottenza e dalle convergenze.
“Ma tu hai un blog dove scrivi di te stesso e poi mi dici questo!”
Non scrivo di me stesso. C'è a chi piace pensarlo, e poi si allarma o si disgusta. Fatti suoi.
A volte le parole sono solo ovatta struccante, la tua notte è stata di merda, il piacere è diventato incomprensione, e tu non fai che svelarti alla prossima notte, ben sapendo che questa roba non serve a un cazzo.
Le case famiglia servono anche a meno, sono alibi, sono moltitudine che nasconde ataviche e spesso ridicole insicurezze.
Si è forti, in branco. Si crede di essere solidi, compresi, sorretti.
Ci piace avere complici. Ci piace bere del buon vino in serate seduttive, in cui ripetere per l'ennesima volta il copione del nostro fascino, quel poco di sperimentato che sappiamo funzionare.
La maggior parte delle volte è merce adulterata e qualcuno se ne accorgerà ben presto.
I trucchi non possono funzionare sempre. Non più.
Ed è poca cosa sentirsi degli eroi quando si è fedeli a qualcuno, o si tiene botta corretta da un po'. La correttezza, quella nostra, individuale, viene spacciata per un miracolo di nobiltà.
Quelli che parlano di fedeltà e nobiltà in genere sono delle merde con il fiocco.
E più ti comporti da zoccola o da mignottiere, più fai il taglia e cuci sugli altri, i famosi altri, quasi sempre gente che non sa nemmeno più che esistiamo.
Siamo tutti eroi, puttane e santi stitici. Comunque sia, Dio ha il disgusto di noi ed è opportuno che scelga questa opzione.

Ognuno dovrebbe avere la libertà di formularsi quante più idee negative possibili. Sono quelle a far sorgere i dubbi. Perché innescano la macchina dell'ultima chance, e quasi sempre dopo è campo aperto, si va avanti. E si dimentica chi rumina sempre nello stesso bolo velenoso ed autoreferenziale.
Le esperienze non sono esperienze e non sono nemmeno errori, le esperienze a volte sono deliri logistici e tentativi/scommessa, che importa più andare alla radice di azioni senza conseguenze?
Chi aveva la rogna guarirà o morirà per suo conto. Tutta questa memoria della commozione espansa per sentirsi in pace, che perdita di tempo.
Rinnegare le persone che abbiamo incontrato. Stronzate.
Si rimane luridi e puliti, sempre, i meccanismi sono sempre gli stessi e sciocco è chi crede di rinnovarsi cambiando solo la carta da parati.
Fottere è sempre la stessa cosa.
Parlare di sé è sempre una sega davanti ad uno specchio simpatico.
Azzannare gli altri sembra una prova da dentiera, i denti rimangono conficcati nei propri pensieri marciti; accogliere chi ci vuole accompagnare per essere a sua volta accompagnato è codardia bella e buona.
Sarebbe molto semplice per me ora, proprio ora, recitare lo yodel della nuova era. Perché di nuove ere ne vedrò e ne vivrò. Ma sarebbe grottesco.
La parte marcia di una persona resta lì, anche con i solstizi e le lunazioni, anche con gli assassini e i tradimenti, puoi solo provare a confrontarti.
Le misericordiose e patologiche eucarestie del miglioramento.
Tenetevele. Tenetevi chi vi accompagna meglio e bene, e se non vi troverete alla giusta altezza dell'autocritica, potrete anche sparire senza che io me ne accorga.
Coniamo definizioni di eroismo, gli scacciapensieri prima del boia.
Siamo eroi quando facciamo qualcosa per qualcuno? No. Dovrebbe essere regolare, eppure ci piace il cabaret della buona volontà.

Regaliamoci un'impiccagione per ogni sogno. E restiamo a guardare.
Il cuore è un muscolo giocondo che necessita di infinite notti per ravvedersi.

Luca De Pasquale, 20 febbraio 2012

14/02/12

Il rito abbreviato della vita


Le influenze in un uomo sono fondamentali.
Anche se non è un genio. Anche se la popolarità è solo un gioco.
Le influenze sono fondamentali anche se fai la guardia notturna e sei divorziato, se fallisci tutte le settimane enigmistiche e tutti gli appuntamenti galanti diventano una sofferenza.
Le influenze sono importanti anche se sei sofisticato al punto da perdere spesso, e quasi ci hai preso gusto, non fosse per l'orgoglio e i colpi di coda.
Le influenze sono la tua abitazione, i tuoi ambienti confortevoli.

Due notti fa ho rivisto “Il fascino del delitto” di Alain Corneau. Tutta la scena è di Patrick Dewaere, che interpreta un uomo dilaniato, surreale, stralunato, irresponsabile, un uomo completamente bruciato dalla voglia di liberarsi.
Fragile, violento, tapino e turlupinatore, privo di morale e pieno di codici sfilacciati, un eroe del segno meno, uno di quegli uomini che amerei molto nella realtà. E la realtà resta possibile. A tutti gli effetti.
Due ore di film, due ore di brividi per me. Si va al di là, molto oltre, dell'attore e del fruitore di cinema, è quasi una consonanza, un richiamo, un modello rivoltato che sarebbe tuttora impossibile non seguire.
Uno dei miei due grandi eroi è Patrick Dewaere.

Gli uomini che sanno di perdere, l'ho sempre pensato, possono creare qualcosa di grande e quasi involontario.
Due personaggi che nell'autodistruzione scientifica e anarchica hanno trovato la loro parabola e la loro immensa poesia di talento dissipato, Patrick Dewaere e Jaco Pastorius, mi hanno tenuto per mano in tutti questi anni.
Forse hanno sostituito gli ideali, gli accomodamenti e la voglia, già bassa in partenza, di acclimatarsi in contesti umani basati sulla similitudine di pensiero.

Seduto su una panchina, ripenso ai miei primi e mai rinnegati miti, ripenso che certe cose dell'anima rimangono e si aggiornano mentre il resto invecchia e sbiadisce.
C'è tanto di quel materiale divelto che guardarsi indietro è difficile, servirebbe una piattaforma di comando per sentirsi al sicuro in qualche modo.
Detriti e fiori morti sono ovunque. C'è chi vuole vederli e chi no.
Tante risposte sono arrivate già, nude e agonizzanti, vere e totalizzanti.
No che non le puoi avere tutte. No che non puoi amarle tutte, sdoppiarti, triplicarti, immaginarti e coinvolgerti, carpire, mentire, giostrare.
Hai capito il senso degli eventi che sono andati deserti, quelli che per te sarebbero stati grandi eventi e invece, per tanti altri, solo un caso, un'occasione.
I detriti sono lì, ogni tanto urlano nell'acqua alta, ne avverti la decomposizione, la pena enorme, l'impossibilità del recupero.
Meravigliosi innesti di fiori che ora sembrano guano sciolto, sguardi notturni che scivolavano su specchi proiettati nel passato e nel non, le tue lettere, le tue ingenuità, le tue gelosie insensate, le smanie di possedere e non essere posseduto, la tentazione della deriva stilizzata, la tachicardia del sesso più sporco e già stanco, l'infinita dimora della fine che ha preceduto i tuoi tentativi di vivere, le malattie, i termometri gestiti da mani amorevoli, le coccole agli animali domestici, gli occhi spenti di chi hai amato e protetto, la grande fuga di chi avrebbe dovuto vegliarti senza colpa, i dietrofront sentimentali e i pentimenti, i paragoni impossibili, gli imbarazzi dei fallimenti strombazzati e a scaricabarile, chi si è sentito deluso da te e cerca di fartela pagare sulla lunga distanza, i film francesi improponibili ad amici e certe fidanzate, fingere di fraintenderti per giustificare il non amore quando sarebbe bastato molto meno, affetti lontani che rimagono lontani perché il gioco della vita si fa troppo sporco quando ci si frequenta troppo, errori di valutazione, illusioni, contumelie infantili.
Io non ho mai creduto a chi dice di aver messo la testa a far bene.
Nessuno è al riparo, mai. Siamo sotto le intemperie. Dopo aver fatto l'amore siamo spesso ridicoli e attaccabili da più fronti e più crudeltà. Certi giorni ti svegli e capisci che ad alcune persone non hai più nulla da dire e da scrivere. Ad altre avresti voluto dare di più e provare meno disgusto, ma si gioca in due e anche in numero maggiore.
La vita ti ha giocato e tu hai giocato con lei. Sei finito da qualche parte e ne scrivi, ne parli. Senza dire nulla che sia troppo particolare. Senza confessare debolezze che non hanno bisogno di confessioni. Sei imperfetto e sabotato in fasce, non sai nemmeno se hai davvero imparato a sorridere senza sembrare brutto e gommoso.
Scopri che te ne freghi dei peccati, dei tuoi e di quelli degli altri, non sei giudice e non vuoi essere giudicato, ognuno è libero di rovinarsi con cura o di librare in zone scure canticchiando più versi della stessa canzone, immaginando che tutto sia differente e stimolante. Non sei meglio, non sei peggio. Sei e sei stato, forse sarai.
Che vadano affanculo le vanità rugose e in autoreggenti, le chat piccanti, le vendette e le ossessioni di autoeliminazione, la new age del miglioramento a tutti i costi, le nevrosi da socialdipendenza, l'Arcivescovato Imbarazzato delle Vecchie Amanti, il tuo sperma caldo e pazzo che pensavi fosse poesia e rischio e invece raschiava le ovaie fittizie di tante morti a cosce aperte.
Abbiamo suicidato mille sogni e ora tanto sussiego a chiappe strette fa ridere e non ha senso.
Tutti noi siamo intasati di abitudini mutuate da vecchie vicinanze, da amori che abbiamo scomposto, insabbiato, ricusato per corrispondenza o via sms, c'è qualcuno che ci ha insegnato a baciare, a mentire, a fottere senza morirsi dentro, a tradire e chiamarlo tempo confuso, ad ascoltare musica e associarla ai rimpianti, c'è chi ci ha insegnato, o ha tentato di farlo, che è meglio una persona ideale che una persona reale.
Ci hanno inculcato il valore della fedeltà, salvo poi renderla vergognosa e ridicola perché giustificata dal “dubbio” e dalla “libertà delle pulsioni”. L'oscena ipocrisia del “io posso farlo, tu non ti azzardare”. Bugie che hanno ancora il grembiule e una cartella piena di libri in bianco.
Ci hanno abituati ad isolare chi non ci piace, a condannarlo, a rimestare i suoi difetti, reali o presunti, ma nei nostri pozzetti di merda non ci piace scavare.

Questa nota nasceva da Patrick Dewaere e Jaco Pastorius: era di loro che intendevo scrivere. L'ho fatto di striscio, li ho evocati con una delle poche fedeltà possibili, quella del gusto e della vicinanza emotiva.
Oggi ero seduto su una panchina, fumando, e pensavo a quanto mi sono rimasti addosso e dentro questi due tipi, questi due bei tipi da autodistruzione.
Il resto era poco e freddo. Passavano Gotye Girls, travet, mamme, nonne, preti, cani, colleghi, fantocci di sabbia, morgane, culi flaccidi, troie imbellettate da stupidità e collant San Valentino, angeli non per me, belle storie intinte in altre strade, un paio di persone che ho ben captato si uccideranno, coppie in crisi, ex di ex di ex, anziani professori, commesse religiose, idee smembrate di un'età che mi è morta sulle gambe come una tenutaria di bordello all'ultimo respiro.
I complimenti per la scrittura non servono a un cazzo. È roba sterile e spesso una forma di cortesia che mi provoca la stipsi.
A venticinque anni ero più innocuo e anche più gentile. Adesso sono spesso spietato, ma a me rimane. Come ogni spietatezza, non si va lontani.

Tornando a casa, con la sigaretta piegata nel guanto nero e gelido, ho ricordato “Las Olas”, uno dei pezzi in cui Jaco Pastorius mi è piaciuto di più. Lo ascoltavo mentalmente quando tornavo a casa ai tempi del liceo.
Mi è rimasto. Ora fa ancora più effetto. Perché sono invecchiato e nostalgico, una sorta di paresi commovente della sensibilità.
Scrivo e non rileggo. Altrimenti l'idea di un blog è poco più di uno sgorbio di ego che sarebbe impotenza senile e disarmo.
Tante cose non mi interessano più. Tante altre mi ricordano quanti anni ho e quanti ne ho persi, con le mani in grembo e la sopravvalutazione di saliva, rabbia, sperma e commozione.
Quest'inverno è stato gelido per tutti. Ma non ho cantato mai troppo a lungo per chi ha scelto la rinuncia e non il rito abbreviato della vita.

LDP, 14 febbraio 2012

12/02/12

Perdere l'anima e molto dopo il lavoro



Il male non è forse che un piacere violento. Chi potrebbe stabilire il punto esatto in cui il piacere diventa male e quello in cui il male è ancora piacere?”
Balzac

La donna con le calze grigie mi fissa senza attenzione.
Lo ha detto anche il giornale”, parla ora senza guardarmi.
Signora, le ho già risposto che non è così”
La donna assume un'aria furba, più furba della mia: “E lei che potrebbe mai dirmi? È chiaro che lei deve rispondermi in un certo modo, ma è palese che qui chiudete”
Incasso, sono stanco, stanchissimo di dare spiegazioni che non ne hanno, stanco di spiegazioni come di introduzioni, l'aggiottaggio della speranza come l'opportunità dell'armonia. Un cospicuo vaffanculo mi veste, esteso e sbrindellato, e non accetta controrepliche di maniera.
Mi allontano. Ho due paia di calzini nelle scarpe, per evitare i morsi della parte di dietro. Ho l'anima che mi respira nello stomaco e non ha voglia di vecchie storie, sempre le stesse, chi ha inventato la parola e il concetto di garanzia?

Salgo in una stanza bianca e vuota a fumare una sigaretta.
Discrepanze. Crepe. Assenze. Errori di calibro. Errori di valutazione. Morte in piccoli oggetti, liofilizzata e implacabile.
L'uomo di talento fissa il posacenere nella stanza bianca e vuota. L'affetto, quello generico e generalista, il minimo salario garantito, oggi è una liana di febbre.
Autostima per corrispondenza. Disaccordi di convenienza. Rime sorde. Occhi che sono passati in questa stanza, non cercavano i miei e io non ho alcun interesse a ritrovarli.
L'uomo di talento e lunghe storie che sono mutismi in crepacci attrezzati per risultare poco accoglienti. Frettolose lontananze. Alambicchi vuoti negli uffici della buona famiglia, chi è andato via non si è premurato di avvertire.

Volete a tutti i costi la passione. La consonanza. Il prendersi, l'incastrarsi.
Ma la volete davvero? E tutto il resto?
La passione è una morte gentile che per un po' vi consentirà di arredargli casa.
Sei troppo qualificato per le sparizioni, sei un veterano del “c'era e non sembrava”, sei un veterano delle sostituzioni, delle ricusazioni, nudo e pazzo sul pendolo dei ricordi a biascicare un po' di futuro d'occasione.
Volete a tutti i costi la passione ma non avete, spesso, la tranquillità necessaria per infiammarvi sul serio. Vi piacciono i roghi, soprattutto quelli simbolici, ma la vostra specialità è far abortire piccole e noiose fiamme costanti.

Se scrivo senza fumare sto male.
Fumare mi è necessario, è una propaggine corporea. Poco importa del male.

Quando ritorno per strada sono le 18e30. Ho un'espressione nauseata. La sigaretta e la pazienza sono umiliate da un freddo umido e seccante.
Non apro l'ombrello. Gli ombrelli sono ridicoli.
Il fulcro del quartiere collinare sembra un involucro di morte e di persone che ti hanno solo sfiorato senza inciderti a sangue, senza martoriarti. Ed è uno schifo.
Forse era solo traffico fra tutti noi; ci strombazzavamo non per salutarci, solo per dimenticarci in fretta, ognuno vestito a modo suo.
Desiderarsi potrebbe essere anche possibile, ma con palazzi meno alti a soffocarci e chiederci la manutenzione di quel cemento interiore così mortificante.
Sull'altro marciapiedi c'è il ragazzo con il quale ho parlato di Joni Mitchell e di Jaco Pastorius. Mi sorride, mi è grato per un consiglio discografico e io sono troppo stanco per i suoi complimenti sentiti e docili.
E quel mio amico aspetterà per quel caffè. Non stasera. Stasera il mondo è una stanza bianca in cui un uomo aspetta di perdere qualcosa, non a capo chino e men che meno a mani tese, preferibilmente con gli occhi invasi di notte e zero calibri da preventivare.

Parabole discendenti.
Il comico che non fa ridere più e che ha cambiato anche modo di vestire.
La donna sensibile che cerca i suoi errori nello specchio e non li trova; il vecchio professore che non ricorda i miei temi e i suoi amori; chi spera di essere stato dimenticato e invece rivive nelle strade irriconoscibili di un tempo sperperato; e forse io, che non sono mai stato libero di essere davvero prigioniero.

Mezz'ora dopo non ho ancora aperto l'ombrello.
Dalle botteghe e dai pub provengono odori insopportabili. Troppo buio attorno per distinguere lucidalabbra e rossetti. Troppe lanterne perché la gioia di una sera non sia una farsa.
Il ragazzo nero mi insegue per avere un euro. Il salumiere pensa di conoscere tutte le mie abitudini e mi sorride senza sosta. Io stesso non conosco le mie bugie.
La sigaretta finisce nella pozzanghera. Il silenzio non è cronometrato in periodi come questo.
Mi chiedo dove sia finito quel jazz elettrico emotivo che ascoltavo da adolescente. Mi domando perché non conosco nessuna canzone da cantare. Non conosco canzoni e non racconterei storie a comando.
L'edicola votiva è accesa e io penso sempre di più che gli ideali siano una zavorra limacciosa, pesante e non collocabile nelle nuove abitazioni.
Non mi piace la musica latina. Non mi piacciono appuntamenti forzosi.
Chi semina vento raccoglie tempo. Chi semina tempo consolida l'alternarsi di delusioni e idee.
La notte sarà scomoda e senza confidenze. La notte giungerà troppo presto e troppo tardi, la musica è lontana e sono altri quelli che ballano sull'immaginazione di una melodia che non arriverà mai più.
Gli ideali sono merda. Una fatica scrupolosa e friabile, un'accezione complessa e subordinata a rituali di rinuncia.
Perdere il lavoro innesca la messa in pratica di manuali di commozione, perdere l'anima apparirà sempre un vizio sospeso tra poesia e velleità ingiallite.
Ma cosa importa?
In una stanza bianca ci si ritrova, a fissare oggetti di cui non avevamo bisogno, che non abbiamo scelto, e che altri useranno infinitamente meglio.

Luca De Pasquale, 12 febbraio 2012

10/02/12

Crema BonBon e crema Plomplier


Lo scrittore Vieppiù Del Dherma vuole darmi i suoi consigli.
Muore dalla voglia di dare consigli esistenziali alle persone che lo circondano, in particolare a chi non ha raggiunto i suoi traguardi.
E così, dal basso della sua barbetta crespa e con i suoi modi simpatici e adulti, mi dispensa qualche pillola a suo avviso efficace.
Usa parole impegnative: “sinossi”, “concentrazione”, “metodo”, “plot”, come se non le avessi mai sentite prima d'ora.
Le pronuncia con sussiego, un tale sussiego che quasi potrebbe essere elevato ad imbarazzo intestinale.
Parla con convinzione, da fratello maggiore che non se ne frega un cazzo, è distaccato ed empatico allo stesso tempo, ma io non sono una delle sue prede starnazzanti, con le quali basta citare un misterioso convegno a Terni per una fornicazione a livello di poesia.
Non sono invidioso di lui, delle sue pubblicazioni e delle sue strombazzate fiche. Non sono ammirato dalla sua maturità stiptica, dalla persuasione colabrodo che i suoi amici siano i più attraenti, le sue attività le più interessanti, la sua casa un covo raffinato di confronti, seduzioni e consuetudini di spessore.
Non faccio la figura del fratellino minore con tanti dubbi. Semmai, quella dell'apolide sradicato, del disadattato, del sociopatico. Tutti difetti reali che non mi disturbano affatto, solo in cene di cortesia.
Parla tanto, Vieppiù Del Dherma, parla e scrive tanto, la sua pagina facebook è tanto cliccata e quando scrive “mal di testa con parrucca emotiva” ci sono una cinquantina di stronze palpitanti che lumacano sensi di colpa contorti, perché alle donne crea sempre fastidio non resistere al fascino di qualcuno.
Vieppiù Del Dherma dispensa vita, addizioni e non sottrazioni, Vieppiù Del Dherma scopa pulito e pensa adulto, ha un passaporto e viaggia, è moderatamente di sinistra e sta perdendo i capelli altezza nuca ed intelligenza.
Mentre mi parla, le strade si svuotano per la pioggia, il freddo e quel mesto senso di inutilità che accompagna questo febbraio di pessime notizie e svolte radicali.
Vieppiù Del Dherma stasera è la mia nemesi, e fortuna vuole che venga distratto da una delle sue taglia e cuci con folta chioma e manie culinarie, una di quelle invasate che sublima alla meno peggio la gran voglia di sbagliare mattamente un cazzo.
Reietti e appesi ad un filo, noi altri ci riconosciamo a gran voce, e siamo piuttosto penosi nel tentare a tutti i costi di non apparire degli arroganti in salsa negativa.
Ci criticano.
Ci criticano perché non ci siamo realizzati e non abbiamo fallito per davvero.
E se ce la prendiamo facciamo le vittime e non siamo giusti. E se non ce la prendiamo siamo superficiali. Non va mai bene, perché o si riesce per davvero o si fallisce sul serio.

Evito gli aziendalisti come i sindacalisti.
Ne scanso due in quattro minuti.
La verità nelle persone mi sembra un poster momentaneo. Si riempiono la bocca di questa parola ormai oscena, “verità”.
Ma chi le possiede, queste verità. A volte sono solo codici. A volte è solo chiavare la vita ad occhi aperti e urlare che è amore.
La città stasera è un tripudio di limiti. I miei sono tanto dolorosi e sciocchi, quelli altrui sono un ibrido tra barzellette di dubbio gusto e patetiche apparizioni cronometrate.
La città è un cuoricino stilizzato al contrario, stasera, consegna acqua, lacrime e sperma secco, i vecchi amori, le obsolete credulonerie, le persone che non riconosci più semplicemente perché non le hai mai conosciute per davvero.
I negozianti. I giochi per bene e quelli scostumati. La presunzione di chi dichiara le proprie abitudini per giuste e sensate.
Fottere. Piangere. Perdere il lavoro. Farsi sputare in faccia dalla controfigura di Dio. E le giuste cause, che sono detestabili e ingiuste come un'impiccagione per noia.
Sognare volti amici e cari che ti pugnalano in stanze invecchiate e cercare di amare lo stesso. Diffidare. Diffidare dell'odio, della repulsione e del sesso facile.
Fantasticare come adolescenti di sparire all'improvviso dalla vita di chi ti vuole bene. Non dare troppo peso agli affetti e procurarsi piccole morti e piccole sopraffazioni.

La ragazza anoressica che sale e scende le scale del negozio mille volte. Sorridendo.
La coppia di adolescenti che è stata sorpresa a succhiarsi i sessi caldi nel cesso del bar.
I vedovi che comprano fiori.
Il mio corpo a testa in giù nell'errata immagine di affetti sconsiderati.
L'anima intinta in creme rilassanti, lucidalabbra nero a sbocco di morte, tutte le persone che ti sorridono e non ti avranno mai, o mai più.
La completa assenza di stima che è un'offesa indecente. Frequente. Mordente.

Torno a casa. Cazzeggio al computer perché anch'io sono un imbecille che trascorre del tempo a trapestare su social network et similia, sono uno sciocco ipocrita che dietro gli strali vizzi e strascicati nasconde una vena di codardia sociale.
Ho voglia di annozzarmi di crema Plomplier, una crema calda e sconosciuta. Annozzarmi, non digerirla.
Vado sulla social page di Vieppiù Del Dherma.
Ha scritto: “Inoculare saggezza in un nichilista è corpo di reato mentale”.
Allusivo. Illusivo.
Sessantasei interventi seguono questa frase abbacinante.
Penso, che starà facendo ora Vieppiù Del Dherma?
Una bella doccia, a pisellino ciondolante e capello attrezzato, sali atque olii, qualche bella frase a giro d'acqua.
Non sono invidioso di Vieppiù Del Dherma. I suoi gli hanno lasciato due case e un'educazione per bene. Non sono invidioso di Vieppiù Del Dherma.
Non tutti abbiamo ucciso la stessa madre.

Luca De Pasquale, 10 febbraio 2012

06/02/12

Il freddo dentro


Tutto è freddo.
Attorno. In lontananza. E le briciole di ciò che è vicino.
La strada è uno strazio di preghiere planate e morte senza rumore.
Anche i volti più familiari non hanno che un significato silenzioso, non più misterioso, non è conferma, non è cambiamento, non è volo.
Solo un gran freddo.
Tutt'attorno. Nella lontananza delle idee e di quel che si era detto. Ai piedi di briciole che poco impiegheranno a diventare cocci.
Quelli che mi avevano chiesto libertà sono morti altrove. La libertà che avevo chiesto io non l'avevo nemmeno letta sui libri, l'avevo inventata.
Gli arroganti, gli sciocchi, quelli che fanno sempre le stesse domande.
Come stai?”
Sto cercando di recuperare. Tu?”
C'è un attimo della vita in cui i dubbi possono assumere le sembianze di incubi rimestati, confusi, inconfessati.
Sento nella pancia tutta la violenza che non si è espressa a dovere. Tutta la dolcezza che si è drogata della mia pazienza e infine si è fatta stuprare a pancia in sotto, senza un urlo.
La strada è ghiacciata e le collane non hanno senso, gli anelli sono illusionismi, i lampioni sono aste spuntate, il sole è il vomito di un sonno interrotto.
I vecchi moriranno. I giovani si faranno piangere.
Il freddo dentro è implacabile ed eterno. Nessuna famiglia, originaria, scelta, fasulla o pagata, è il sole. Il sole dentro è solo un depliant turistico. E molti lo sanno, hanno le labbra piegate verso il basso e il fiato cattivo.
La piccola pregiera educata è sempre stata, “speriamo che nessuno si innamori mai di me”. L'hanno creata e compiuta alcuni che conosco, hanno sempre freddo e sorridono solo qualche minuto in una giornata.
Guardarsi dentro è l'onestà di entrare nelle case altrui con i buchi nello stomaco non celati da un bel cappotto e da un'affettata gentilezza di maniera.

Le fette biscottate con la marmellata. Gusto tabacco e assenza.
Amare vuol dire non ricordare. Andare in avanti è uno sdoppiamento coraggioso.
Il parossistico bluff dell'empatia.
Il mal di vivere si è aggiornato, è più tecnico, è ancora meno sopportabile di un tempo.
Ogni delusione è una morte che scava canali senza pensare davvero all'acqua.
Ogni delusione è una condanna che annuncia altri ingressi, a capo chino, a mani non più nude, ad anima sporca.
Un vigilante ha sparato alla sua ex compagna e poi si è rivolto l'arma in bocca. All'alba. Un bell'orario per farla finita e non lasciare disoccupati i corvi, quelli che divorano la tua anima in anticipo sulla morte.
Sotto l'ombrello ci sono persone maciullate, piene di musiche e di poco che taglia la faccia. Come questo freddo simbolico, violento, senza fiato e senza sogni.
I fiori appassiscono. Il debito peggiore è quello con il proprio tempo.
Gli esseri umani potrebbero interessarmi ancora, le circostanze no.
Nient'affatto.

Devo tornare nelle strade dove a qualcuno che amavo si gonfiava il cuore di uno straniamento senza spiegazioni. Devo ripercorrere posti e ore ormai perse. Lo stiletto deve entrare nella carne, negli occhi, senza che io parli o scriva.
Chi amavo è polvere o altro. Non è tatuato sul mio domani ed è questo quel che conta. Che tutto sia finito. Che non si abbia più voglia di piegarsi al coraggio.
Che le persone evitino di innamorarsi di te, per quanto possibile. Che la smettano di credere di poterti cercare sempre, anche se ti hanno trovato ben poche volte.
Il carnevale delle fasi consumate, perché opporsi?
Non ci hanno mai chiesto per davvero se volevamo dividere qualche momento insieme.
Questo è quel che conta, non scambiare le fini per cattivi pensieri.

Il sole vomita ancora poche luci, le ragazze sorridono, le mie mani fumano, corrotto e santo di roba senza marca mi avvio a prendere le misure di tutta la violenza che non c'è stata.
O forse sì, ma all'epoca preferii piangere o stordirmi.

Luca De Pasquale, 6 febbraio 2012