30/01/12

Mocassini bianchi


Nel giardino dell'irrazionalista, il razionalista fa da scimmia. Nella camera da letto del razionalista, l'irrazionalista fa da incubo.
John Paul O'Shenna

Mio padre continua a chiedere dove ho messo quei mocassini bianchi che mi stanno tanto bene. Me lo chiede, seduto a lato della radio arancione, quella delle partite domenicali.
Io ho della sabbia in mano, balbetto, ripeto ossessivamente che i mocassini bianchi, i mocassini bianchi li ho dimenticati a casa di una donna e che non ricordo chi fosse e dove andare a ritrovarla.
E c'è mia madre, mia madre che scuote la testa mentre cucina e non approva che io abbia dimenticato i miei mocassini bianchi.
Io intanto penso che dopo la collina c'è la morte. La morte, profumata e con un sorriso di circostanza. Dietro la collina c'è la mia morte e non so altro.
E c'è il fiume Bradano, che esonderà nel mio stomaco e affogherà tutti i vermi che mi compongono e spesso mi rendono interessante.
E tutti quelli che urlavano, per anni: “Non devi più pronunciare la parola mamma!”
E tutti quelli che strepitavano, “impara ad amare le cose che non ti piacciono”.
Tutte le rose che diventavano pellicole di orrore e trasalimento.
E quel vecchio che si affacciava sopra di me, con la sua bocca di muco e bestemmie, quel vecchio che portava negli occhi una dose senza attesa di morte.
E ancora, quel tipo di solitudine interiore che non hai mai saputo spiegare se non amando, amando e sbagliando in continuazione, mancando ogni appuntamento possibile con la cosa giusta da dire e da fare, con un'impressione da confermare.
Mentre mio padre continua a chiedermi dei mocassini bianchi, io farfuglio, pieno di quei peccati che si continuano a definire storie di un uomo, e allo stesso tempo ricordo bene baci vestiti male e poco, cotolette al latte durante le malattie, l'obbligo degli addii, la sconnessa rettitudine dei fallimenti.
“Dove hai lasciato i mocassini bianchi? Dove li hai lasciati?”
E io quasi non rispondo più. E ricordo i temi a scuola, tutti i temi del ginnasio che finivano spesso in un elogio della fuga consentita, del suicidio come ampolla di ribellione e disincanto, e quelle facce di paura, e quelle maledette convocazioni di mia madre.
Il Diavolo fachiro, a testa in giù e innamorato di quel che non è stato.
I mocassini bianchi, ora tutti mi chiedono che fine abbiano mai fatto, saranno sporchi di sangue, il sangue degli incubi, ogni incubo è un piccolo eccidio dell'intelligenza.
Nella casa che non mi appartiene, la casa del mio sonno, c'è una stanza dove ho rinchiuso i morsi, le provocazioni, le appartenenze passeggere, una stanza in cui nessuno è stato mai fondamentale o insostituibile, compreso un funebre ricordo senza poesia.
Le parole dei preti sono disperse in cerimonie sgualcite, annodate ad agende d'aria. Le parole d'amore erano solo enfasi del momento, quella cecità d'ordinanza che miete promesse e menzogne a raggiera, tanto più deboli della grande sconfitta di un uomo.
Il Diavolo, elegante e dettagliato, ride dalle finestre dei lieti eventi, alita pregiudizi su culle che non sono bruciate solo per un mero caso, il Diavolo abbraccia con devota imbecillità il fanatismo di vivere e operare delle scelte che sembrino convinte.
“Dove hai messo i mocassini bianchi, ma come hai potuto dimenticarli?”
La voce di mio padre è severa e quasi irriconoscibile. Io sudo e muoio piano.
Ninfee d'odio regalate a ragazze che non mi avevano mai guardato sul serio.
Io sono il mio peggior incubo dalla culla, e non sono un parroco che scambi i ricordi per fede e la buona volontà per prontezza di sentimenti.
Eliminare. Morire. Liquidare. Ghiacciare. Amare. Tradire. Scacciare. Dimenticare.
Una cornice senza forma. Inadattabile all'inadattato. Morte di un commesso amante.
Il rispetto non è eterno, l'accorgimento è essere blasfemi, intingersi di ricordi adulterati, commissionati per il blu notte delle pareti e dei laconici numeri da circo della mente.
Morte in cento morsi. La serenità, la gran troia a cosce aperte e con la lingua che chiama, che chiama troppe idee di sopravvivenza e di piacere. La gran troia della casa accanto.
Dove sono i mocassini bianchi io non lo so e non voglio saperlo.
Ogni parola ha il parossistico effetto di una bellezza scampata, mi si chiede dove siano i mocassini e io sono sudato, puzzo di sudore di bambino, di piscio acido e di quella spensieratezze che mi davano come compito a casa.
Affacciate al mio stomaco, le streghe ridono e mi ricordano quanto mi siano state vicine nei momenti di bisogno. Il fallito corso delle lacrime è solo un terremoto di nuove chances, ora.
Ricordo indumenti puliti, l'odore dei primi anni, il fiele in provetta, le parole che arrivavano già fraintese a chi mi leggeva. L'amore, una rockstar in esilio.
Bisognerebbe entrare in tutti i templi costruiti sulle lacrime, brandire una lunga lama e distruggere, eliminare e zittire tutti i ricordi che un incubo può contenere, massacrare tutti i profeti e tutte le donne innamorate, firmare come un Diavolo d'occasione il gettone di presenza, sorridere cappello alla mano.
E solcare quel lago, quel lago di cui si è tanto scritto, con la radio accesa su tanti anni fa, senza far più caso alle notizie.
Annegando nel sole senza un nome. Mai più.

Luca De Pasquale, 30 gennaio 2012

per tutta l'enorme solitudine di cui non sappiamo parlare. E che ci raddoppia.

04/01/12

Di vedetta per lunghe notti e in tenuta d'assenza



La libertà di chiudere cicli di vita.
La libertà di lasciar crescere dentro piante carnivore, implacabili e vestite di incubi.
La libertà di ammettere che la vita è breve e qualcosa stonerà nelle migliori sere.
Sono un uomo cresciuto in una ombra prodigiosa, i chiaroscuri mi hanno regalato la scrittura, il contrabbasso, l'amore, il jazz, le parole, qualche volta le persone.
Nella cavata di un contrabbasso c'è sempre qualcosa che non dirò mai, quella preghiera che non avrò mai il coraggio di rivolgere, quel gesto di nascita e morte che ho chiamato libertà e che è la mia continua, ostinata perdizione.
Nelle ombre della sera ci sono quegli uomini piccoli e meravigliosi che adoro, lontani, insoddisfatti, innamorati senza ritorno, treni custoditi da locomotive difettate, tutti quei chilometri di paglia e amore inutile tra memoria e sparizione.
Le parole nascono da assenze immense e calde, amplessi disperati tra presenza e volontà di dissipazione, le parole sono la musica adulta e mai stanca di un percorso che sarà comunque troppo breve. Per me e per chi mi ama.
Tutti quei bambini che piangono a lato dei miei brevi rimpianti, tutti quei gatti e quelle condanne che mi si strofinano addosso, tutta la mia maniacale cura dell'insuccesso, del non popolare, del non fortunato.
Stamane guardavo l'alba con allegra rassegnazione, preparandomi per il lavoro e per una vita saponetta e artiglio, puntualmente in movimento verso qualcosa che non sia necessariamente sicuro. E gli occhi delle persone, persone che si sentono tradite da me solo per un silenzio, per un non detto, e per la mia mobilità verso un nero sperimentato e dittatoriale, articolato e vivo come un sogno non raccontabile.
Non vivrò mai troppo a lungo per garantirmi l'incolumità delle persone che mi amano, sono di vedetta, di vedetta per lunghe notti e in tenuta d'assenza, sarò quello cui spareranno per primo.
La mia scrivania: briciole, cenere, lenti sporche e certe, appunti, idee notturne, il cd di Jean-François Jenny-Clark, il Diario Svizzero di Piero Chiara, e quella rivista francese sui contrabbassi che sembrava snobismo ed invece è un miracolo di certezze a misura per un essere vivente sottocoperta.
Per tanti sono stato una curiosità spigolosa. O una passione stentata. Non importa. Non importa a nessuno e men che meno a me.
Certi amori falliti valgono meno di un capriccio di vecchio o bambino. Perché non hanno alcuna storia dietro se non la nostra infingarda noia di abituarci a noi stessi.
Non ci si prende per scommessa di due o terrore dello zero.
Non si fotte per abbrancare un'idea transitoria, non quando sei stato un'orchestra di lacrime composte, non quando la morte è un insieme di scimmiette maliziose sulle tue spalle di uomo.
Non dovremmo essere il passatempo di nessuno. Perché conteniamo un pur moderato avviso di morte, perché qualcosa e qualcuno ci hanno raggirati senza sensibilità, perché la rabbia non dovrebbe essere un circolo ma una finestra sul maremoto.
Sono le persone che non ci hanno mai amato a rimproverarci di più. Fateci caso.
Sono stato un bastardo come tanti. Che belle le donne degli altri. Che passione, distanziare qualcuno. Che orologi inutili durante il sesso, anche il più sciocco.
Ero sciocco anche io. E puntualmente tornavo nei luoghi più frequentati dalle mie numerose morti. Mi smentivo. Valevo poco, come bastardo, troppa anima in resta, troppo sale nei crepacci del giorno.
Nei parchi, a contrabbandare il mio aspetto tranquillo per una nuova passione.
A volte siamo pastiglie di rabbia. Non masticabili. Abbiamo bisogno di essere nobili per deturparci a sufficienza, a capriccio d'ombra, il metodo della continuazione.
Le promesse non valgono niente, se non mostrano un meridiano d'ombra e di sparizione. La lotta migliore, quella che somiglia all'amore, è mantenere la strada dell'acqua anche in assenza di sogni.
I naufraghi cercano nella stanchezza il riposo dalle meraviglie, e nel dolore ritrovano il filo smarrito, l'idea della strada, l'idea della morte come carburante di fortune ferite e non per questo meno appassionanti.
Viviamo.
Il tempo è poco. Il tempo è pochissimo. Abbiamo già bruciato tanto, troppo, inclusi i gesti d'avvicinamento di chi non conosceremo più. E mai.
Il mare si vede.
Vivere o morire è solo un punto di vista piuttosto tremolante. Come le insegne di notte, quando ci illudiamo di tornare a casa, una casa mai esistita, bellissima nella sua inadeguatezza perenne.

Luca De Pasquale, il primo del 2012