30/12/12

Accueil et retour à un frisson


Dopo aver cincischiato per un po', mi sveglio definitivamente con "Bad hairs day" di Michael Manring.
La finestra bianca perde pezzi ogni mattina, li faccio cadere giù con nonchalance, ricordo che stanotte ho scopato Lopsy Lu.
Nel sogno scopavo Lopsy Lu fino ad arrenderci entrambi. È stato un sogno violento ed imbarazzante, perché avevo riguardo ma andavo fino in fondo, con Lopsy Lu.
E si scopava proprio ascoltando un disco di Michael Manring, Unusual Weather. Chissà perché scopavo proprio Lopsy Lu, e in quel modo.

Devo mettere a posto le mie carte, non so da dove iniziare.
Prendo appunti ovunque e a qualsiasi ora. Spesso sono appunti ermetici.
A volte sono semplici nomi, senza spiegazione annessa. Sul foglio che esamino, c'è Tennessee Williams, il bassista Dek Messecar, morte di Charles Durning, David Goodis rifacimenti film francesi, controllare ristampe di Caravan e Gilgamesh, ristampe classici Mattioli 1885, catalogo Edizioni Sur, cercare filmografia Alexander Strobele.
E fin qui siamo alle ricerche.
Quello con cui finisco a graffi di memoria sono le fulminazioni momentanee, le sensazioni:
  • panchina Rimini lungomare gennaio
  • la donna dell'amico inconsapevole, jazz
  • uomo che raccoglie le bottiglie semivuote in piazza, ore 6e25 di mattina
  • nel 1983 traghetto per Procida con la maglietta blu dei Marillion
  • il brivido di luce di un richiamo sconosciuto (???)
  • dignità, decoro, determinazione, dirimere, direzionare, disfarsi
  • scatola di fiammiferi su mensola viola in casa di donna scrivere
  • ogni occasione ha il suo punto di cesoia
  • negozio di spartiti, ragazza alla vetrina, sua delusione telefonica, sguardo
  • coppia che litiga ai tavolini del bar, lui ha un pc, ridicolo ma vero

Mi trovo invaso da annotazioni su caratteristi belgi, attori francesi di nessuna notorietà, introvabili dischi di bassisti accomunati dalla caratteristica di aver inciso un solo disco da solisti, nomi e nomi di pugili dominicani, classici incontri di boxe degli anni settanta e ottanta che vorrei rivedere, ma non su you tube. Un disordine che poi stimola la creatività a capriccio, nei momenti magari più difficili e con il tempo che stringe.
Se solo avessi un archivio ordinato delle mie passioni.

Il mondo dei quarantenni è spesso un mondo triste, che mette angoscia.
Per quarantenni divaricherei la cosa tra i trentasette e i quarantotto, per comodità.
Dico spesso triste perché i sistemati proprio non si possono sentire. Sentissi parlare mai di un legame felice. Quell'aria disillusa e cronicamente sofferente nasconde quasi sempre scelte sbagliate, l'aver scelto l'amore più a portata di mano, ed è frequente che ci sia qualche amore in naftalina, qualche rimpianto golem gigantesco e urlante nella notte.
Nei legami che vengono spacciati per sereni e attivi, ci sono di mezzo dei marmocchi. Che, catalizzando ogni sforzo e ogni cura, distraggono dalla consapevolezza che le fondamenta della casa sono marce e traballanti.
Quelli soli o impegnati in resurrezioni velleitarie, malferme, sono poi i personaggi più malinconici in assoluto, ai quali oggi devo ascrivermi controvoglia. La vita ci ha corrotti abbastanza e presi a schiaffi varie volte, dobbiamo simulare tempra e sicurezza se non vogliamo essere sommersi dai fischi e dal proditorio “avanti il prossimo”.
I nostri amori sono tra di noi, e spesso vanno a finire in merda. L'epicureismo, navigare a vista nella galassia del piacere, sono attività riservate più che altro ai benestanti, dunque a noi tocca scremare, vagliare le possibilità. Le nostre scopate, che sembrano dei colpi di coda sull'abisso, iniziano per affermare di nuovo la vita e finiscono presto nel calderone della misurazione degli affetti. Cosa sono per lei? Cosa è lei per me?
La verità è che molti dei miei coetanei non hanno più il coraggio di scopare per scopare. Devono metterci attorno qualcosa che giustifichi l'atto, che scongiuri la solitudine che si staglia impietosa negli anni a venire.
C'è anche chi non scopa affatto, o poco e male. Una larga parte dei single, da quel che ho potuto constatare. Tra questi, gli uomini sono sovente più patetici. Cercano di giocarsi carte altre, oppure tentano di accedere al mondo del piacere tramite amicizie e coincidenze create ad arte. Non sanno corteggiare, non sono maschi nel proporsi, esitano come bambini al capezzale della loro infanzia stinta, non sanno guadagnarsi l'ansia delle donne. Fanno sostanzialmente tenerezza.
Le donne tendono invece ad assumere un'aria martoriata, enigmatica, letteraria, criptica, che per inciso non serve a un cazzo e scoraggia gli uomini più sinceri. Nulla, ad esempio, mi blocca di più di una donna misteriosamente delusa, arrovellata in contorsionismi cerebrali, chiusa in gusci e gusci di diffidenza atavica e mai aggiornata. Nulla mi irrita di più di frasi senza senso sulla poesia della vita che è difficile ritrovare; bambina, la poesia della vita la facciamo noi, nessun cavaliere che hai perso se l'è portata via, sveglia.
Preferirei discorrere di lavande vaginali, se possibile.
Le donne intorno ad una certa età sono terrorizzate dallo sfiorire, e sentono che l'orologio è diventato una sagola appuntita che scava nella pelle e nel cuore. Qualcuno direbbe che questa sensazione è un falso profeta.
Cristo, è proprio il poco tempo che dovrebbe renderci più belli e spavaldi, a prescindere da come va a finire. Le litanie non vuole sentirle nessuno, e le persone malinconiche non sono popolari.
Io, che sono una piccolissima cosa che strepita e scalcia, me ne accorgo ogni giorno sulla mia altrettanto piccola pelle; se sono colto e simpatico, eccentrico e rumoroso, allora mi si fila. Diversamente, quando espongo la malinconia e il mio mai ricusato disadattamento al mondo, ecco che nessuno mi caca. È una legge di natura. Ribellarsi è solo tempo perso.
Non mi regolo mai sulle richieste altrui, non sono abituato, e così, a seconda di come gira al pubblico, posso vivere solitudine o folla. Del resto, è tutto molto soggettivo. Per alcuni sei vitale comunque, per altri sei uno zombie. Cazzi loro. Tu devi semplicemente essere onesto al timone della tua ultima ammiraglia, la Sopravvivenza.
Negli ultimi mesi della mia vita sono passato in vari contesti, con fortune alterne, dalla degradazione dell'accamparsi al ristoro del rimotivarsi, dalla curiosità strisciante all'indifferenza più grigia, da donne che indagavano a labbra chiuse a sguaiate metafore sulla bellezza dell'esistenza, dalla solidarietà non richiesta alla critica acida e indifferenziata. Un principio di caos che può essere sbrogliato con un'accurata non presenza, in molti casi. Ma questo è un altro discorso.

28 ore alla fine del 2012.
Anche questo blog saluta l'anno difficile che sta terminando.
Tornerà naturalmente, con un piccolo aggiustamento nei contenuti. A quella che non è propriamente narrativa (ma nemmeno diarismo), andranno ad aggiungersi piccole sezioni su musica, cinema e sport, assecondando alcune richieste insistenti.
Recensirò e racconterò libri, film, eventi sportivi che mi hanno colpito. Cercherò anche di approfondire alcune figure cui accenno spesso, con delle brevi monografie.
Non solo questo blog non è supportato da alcun editore o testata giornalistica, ma chi scrive -senza vanto o ritorsione- può ben asserire di essere totalmente al di fuori di ogni gioco editoriale, ogni assembramento possibile di cervelli e collettivi.
Agisco in (im)perfetta solitudine, come del resto in tante scelte di vita. Mi piace agire in solitaria, anche se in calce a questa nota troverete dei doverosi ringraziamenti per ispirazioni e supporti in questo 2012.
Forse la solitudine può esaltare l'ampiezza dei movimenti, anche quelli a vuoto. Forse la solitudine impedisce di ascoltare gli applausi per il tuffo ben riuscito, ma risparmia anche l'orrore e l'imbarazzo per quei tuffi che sono solo salti goffi in basse mareggiate.
Si lotterà ancora, questo è poco ma sicuro, ma mi auguro con una certa sventatezza, stavolta; perché citando per l'ennesima volta l'adorato Zurlini, “la speranza non ha mai cambiato il tempo dell'indomani”.

Luca De Pasquale 30/12/2012

28/12/12

L'aulica dicotomia tra cazzo e candelabro


Oh! Caro Cazzo duro, | Siben, che ti stà al scuro, | Ti è el corpo più glorioso | Del Mondo universal”
Giorgio Baffo

Chi c'ha fica sta a casa, non si immette nel marasma”
Giovan Maria Catalan Belmonte

Quella ragazza sembrava piuttosto intelligente, ma io non avevo voglia di conversazioni intelligenti. Mi piaceva molto la sua voce dolce, la sua sollecitudine così cattolica e discreta, il movimento delle sue labbra quando parlava; doveva avere una bocca calda, ospitale, pronta a inghiottire lo sperma di un vero amico. “È stato bello, oggi...” riuscii finalmente a dire, disperato. Mi ero troppo allontanato dalla gente, avevo vissuto da solo per troppo tempo, non avevo più la minima idea di come cavarmela”
Michel Houellebecq, “Piattaforma”

Spider: “Perché la morte è la prima notte di quiete?”
Daniele: “Perché finalmente si dorme senza sogni”
Valerio Zurlini, “La prima notte di quiete”, inqq. 546-547

Piazza Bellini è già strapiena. C'è un negro che rappa in un microfono cinese, venditori slavi di rose, ragazze e ragazzi che non conosco e non conoscerò.
Il dottore mi ha detto che mi sono preso il ceppo influenzale di stagione; guarda caso a Natale, aggiungo, quando la mia sopportazione giunge al limite. Non mi sono mai riappacificato con il Natale, così come con alcune persone e certe abitudini.
Quando accadrà forse sarò anziano e rassegnato.
Con una temperatura che si è stabilizzata tra i 37 e 38 gradi, ho riletto con una certa insofferenza cose che ho scritto in questi ultimi anni.
Non una sola cosa rispecchia quel che sento e sono oggi. Le mie parole erano sincere, ma sono invecchiate male. E questo non certo perché io sia immerso in chissà quale new deal. La mia irrequietezza è in continuo spostamento da un punto all'altro, ho le mie tane da sempre, ma spesso devo cambiare anche quelle.
Ho scritto diverse lettere d'amore, ora mi sembrano pan di merda in salsa decadente, con mutazioni di nomi e di scenari, nient'altro che suoni familiare.
Del resto, sono pochissime le cose che mi sembrano familiari.
Pochissime persone sono state la mia casa.
Chi ci ha provato, ad accogliermi, ha il mio rispetto e il mio affetto, anche se non sono ferrato in dimostrazioni. Mi sembra di continuare ad aggirarmi in un albergo dei poveri, inutilmente armato fino ai denti.
Convivo con elementi quotidiani che non mi piacciono affatto, ad iniziare dal mio lavoro. Che è solo una schiavitù accettata per senso della sopravvivenza.
Non potrei vivere senza il mio lavoro. Nella mia famiglia, nelle mie case, si è sempre lavorato. Ho visto mio nonno, mio padre, i miei zii, i miei cugini, lavorare per pagare un fitto e farsi andare bene una qualsiasi pizza del cazzo con amici, come fosse una grande festa dello spirito.
In nessuno dei miei parenti ho visto la stessa irrequietezza, la stessa ribellione così impotente e mutilante che mi ha portato ad essere quel che sono. E mi sono sempre detto che hanno fatto meglio di me.
Qualsiasi cosa io mi senta costretto a fare, il pensiero primario resta sempre “non può finire così”. Ad ognuno il suo sangue. Sermoni e moniti sono solo un bolo rimasticato che nasconde profonde insicurezze e ferite mai risolte.
Mio padre, che al lavoro era mostruosamente competente, è stato inculato senza riguardi per più di trentacinque anni.
Era un uomo gentile e profondamente onesto, scrupoloso, timido, mai collerico, mai aggressivo. Quante volte da bambino ho pianto, e quante volte da adolescente ho sferrato pugni al vuoto, per la vilipesa pazienza di mio padre con gli altri.
Quando sono diventato adulto, ho mandato affanculo quei parenti indegni che lui trattava con gentilezza, quelli dei santini di S. Rita e delle messe la domenica, a morte voi e la vostra fottuta paura della morte.
Non ho un lavoro brillante, ho fatto peggio di lui. Anche a me lo hanno messo in culo senza permesso, con qualche pacca sulla spalla. Non ho avuto gli strumenti per uscire di scena e non li ho nemmeno adesso; ma il coraggio non mi è mai mancato, anche di dire la verità, anche di insistere con il “non può finire così”.
Non sento l'obbligo alla familiarità con il prossimo mio, non sento più di tanto i vincoli parentali, le donne sono davvero l'unica meraviglia della vita ma non si lotta a vuoto.
Nella mia vita ho conosciuto molte teste di cazzo senza la benché minima qualità, e parecchie zoccole vanitose, involontarie negatrici della bellezza femminile più pura e reale.
Ho incontrato, contrariamente a quanto si sarebbe portati a pensare, anche parecchie persone valide, spesso molto più di me, e ho cercato logicamente di annetterle al mio mondo laddove possibile. Ma non sono bravo a lusingare le persone, a frequentare le possibilità, ad imporre la mia presenza. Con alcuni si è instaurata un'amicizia, con altri, se non altro, il rispetto.
Sono nato a Napoli nel quartiere Chiaia. Gente per bene. Ho attitudine a non sentirmi a disagio in contesti raffinati. Ma di quel quartiere e di quelle persone non me ne fregava un cazzo. Perché ho sempre saputo che dovevo vendicarmi di qualcosa. Sono figlio di operai, di impiegati, sono un proletario meticcio, bastardo, e dai modi evoluti, a disagio sia con gli altolocati che con il “popolo”, del quale non apprezzo affatto il disprezzo della buona educazione e l'esaltazione idiota della rozzezza come semplicità di pensiero.
Insomma, né carne né pesce.

Dopo aver riletto tante parole inutili e ripetitive, penso che nei pochi momenti di realtà ci sia il piacere fisico. Carezzarsi, eccitarsi, incrociarsi, dov'è la menzogna? Forse, solamente, in quella mefitica ossessione per la serenità e il profondo sentire.
Il chiodo fisso per l'autenticità è una follia che trascina mondi quieti in mareggiate schiumose, per nulla portatrici di nuove verità.
Una compagna occasionale che sfoggi per te un corpetto sexy forse vale più di una lettera di menzogne incipriate, ha meno conseguenze, anzi ti stabilizza come uomo, e niente chiede alle tue forze oscure, è il fluire del vivere.

“Donna Luna tu sofisticata sei, bianca è la tua pelle, d'argento tu colori i sogni miei”, canta Alan Sorrenti. Il negozio di biancheria intima è affollato, si scelgono corredini e si sbrigliano voglie. Aspetto fuori l'amico che deve acquistare qualcosa di hot per la sua ragazza. Squadro qualche cliente, fumo con riserbo. Ci è rimasto il cazzo. Quel gioco un po' comico che si indurisce, piscia, schizza, riporta sulla terra, veglia sulla totale impossibilità dell'eterno.
Ho un rapporto in definitiva migliore con il mio cazzo che con il mio cervello.
Quella braciola grezza e senza troppi occhi non fa digressioni, non fa scaturire insonnie e repentine velleità, è un cazzo e sa quel che deve fare e con chi.
Mi piace avere il cazzo. Quando sono ai verbi difettivi con la memoria e lo spirito, mi affido al cazzo. Quando le poesie, le albe, i giuramenti d'amore, le oscenità della fiducia latitano, ecco che è bene dare un concreto senso al proprio cazzo.
Il cazzo non riconosce divieti perché è ignorante e losco, superficiale. Il cazzo gioca sulle altalene della morale e non mi disturba con il cibo della mente da sparpagliare su altro guano rinsecchito.
Il cazzo va in euforia per le nuove conoscenze. Io quasi mai.
Malerba ha scritto un libro sul cazzo, come Moravia, Giorgio Baffo ci ha messo le ali, io lo tengo a sinistra, rigorosamente, nella sua custodia, e mi piace averlo.

Se molti degli uomini che conosco la smettessero di cercare dignità per la loro anima e ammettessero di volersi avvalere solo del cazzo, si ascolterebbero meno discorsi stupidi. Però immagino ci sia qualche controindicazione, come che non si rizzi e che si faccia fontanella dopo tre colpi. Allora chiedo scusa.
Se molte delle donne che conosco ammettessero che hanno una gran voglia del cazzo e che la maggior parte dei loro compagni di facciata non se le scopano bene, beh, eviteremmo dei pessimi libri e un femminismo analfabeta, stizzito, neanche eccentrico.
Toni grevi, imperdonabili, vuoti concettualmente e moralmente. Chiedo scusa con un bel candelabro in mano, il cazzo rimane lì dov'è.

La televisione mi riserva la bella sorpresa di Svezia-Italia del 19 giugno 1971, telecronaca di Nando Martellini.
La vedo tutta.
E poi vecchie domeniche sportive con Tito Stagno. Gran bel portiere, Pietro Pianta del Lanerossi Vicenza.
Ci sono anche le facce di culo del PDL o come si chiama adesso, c'è il telegiornale papalino che mi mette i brividi, così come questa smania di fare denuncia anche quando si rutta. Posticcio, tante volte, il più delle volte in italiano stentato.
Sono davvero rozzo. Rozzissimo, di grana grossa. Quando tra qualche anno rileggerò questa breve nota, proverò disgusto. Magari mi sarò arreso, calmato, o qualcuno mi avrà convinto che davvero ero nato sotto la stella sbagliata.
E che tutto in me sa di errore di arroganza. Può anche darsi che io mi penta, candelabro alla mano e aria reietta da salvato vivo.
Ma il cazzo, almeno quello, rimanga pure al suo posto, con le sue funzioni.

LDP

16/12/12

Il Re, l'uomo, il killer, il bassista e la morte



Cerco di non disturbare i vicini; ma non rinuncio per questo a tenere altissimo il volume del disco dei Landberk. Mi imposto in funzione tornado casalingo, una Cesira con la barba sfatta, mi accorgo stranamente di non pensare affatto. È affascinante, lo ammetto. Quando ci si riesce è una bella boccata d'ossigeno.
Mi faccio sedurre dalla visione di “Fargo” dei fratelli Coen, il killer taciturno e tabagista interpretato dall'attore Peter Stormare è fantastico.
Negli ultimi due anni della mia vita, con modalità differenti, sono stato anch'io un killer, sbarazzandomi non senza dolore e sacrifici di tanti inutili orpelli e altari, in qualche caso anche di rapporti e dipendenze. Una vocazione distruttiva ha comunque bisogno di bersagli sensibili, cercando di salvare le persone, facendo qualsiasi sforzo possibile per non farsi irretire da rancori insalubri.
Spazzando casa, spolverando lampadine e tavolini, riesco dunque a non pensare in quel modo oscuro e asfittico, spietato e lugubre, che pure tante volte mi è servito e mi ha salvato.
Forse in un decadente e scontroso bilancio dei miei primi quarant'anni occorre considerare una variante; il cimitero è pieno, non c'è più posto per altre croci.
E a me non piace il disordine. Che riposino in pace gli assenti, quelli che hanno abbandonato la mia nave, quelli che si sono comodamente reinventati avversari, quelle che avrebbero voluto farmi pagare a caro prezzo un'incompleta devozione, gli antagonisti del poco e del nulla, i deuteragonisti della carne e del godere.

Non vado a controllare chi visita questo blog, che media giornaliera di visite ho, mi sembra una forma di masturbazione.
Che non apprezzo; non entro nel coro di quelli -anche miei coetanei- che in tono semiserio affermano che la masturbazione sia cosa consolante.
La masturbazione è inevitabile, considerando quanta roba non ci è concessa, ma è di fatto un atto psicotico e senza passione. Come scopare a pagamento. Trovo più interessante scoparsi la moglie del fratello che masturbarsi, nonostante i sensi di colpa e la nequizia morale. A ognuno i suoi totem e tabù, cari signori.
Mi è capitato di essere assalito da demoni di voglia e di andare a sfogarmi in qualche cesso di casa privata o luogo pubblico, magari per una visione, più spesso per una proibizione. Qualche tempo fa, neanche tanto, le gambe affusolate in collant rossi di una giovane madre mi costrinsero all'espletazione, ed era un luogo pubblico. Certe tirannie del cazzo vanno semplicemente assecondate alla buona, senza spaccare il pelo in quattro con cascanti pudicizie cadute in prescrizione.
Per quanti anni ancora potrà funzionarmi il cazzo? Per quanti anni ancora sarò cosciente di metterci tutta una vita in un'ossessione?
Per quanti lustri, poi, un uomo può resistere alla voglia di morire e di scegliersi il fuoircampo più adeguato?

Una cliente ventisettenne, profumata, preziosa, banalmente irregimentata (e non per colpa sua) in gusti di sinistra ortodossa, tenta la mia vanità maschile prim'ancora che il doppiofondo slabbrato delle mie percezioni sessuali.
Per qualche minuto mi immagino di farle da guida tra dischi e libri, e non ometto l'atto del fottere, dello scambiarsi per qualche volta il piacere, ma l'immagine sorprendentemente non mi attrae affatto.
Il rischio è la noia, e non solo per lei. Chiusi i rubinetti, si è costretti a trovare affinità. Questo vuole la nostra morale accomodante di merda. Due diversità aguzze che cercano di amarsi, anche solo chiavando, alla lunga non sono accettabili e accettate.
Mentre annoto il suo numero di telefono nel mio bloc-notes marpione, già è tutto dissestato intorno a noi. Tipica ragazza affascinante da lista d'attesa, una che se ti va bene ti spariglia nel mazzo dei corteggiatori e degli amici in silenziosa attesa finto omosessuale. Impraticabile, noiosissimo.
Un uomo stanco e fortificato a quarant'anni vuole essere amato.
E vuole essere l'unico, altrimenti ciccia.
Non si tratta di vedute ristrette o di frenesie da andropausa, è una legge che va rispettata nella sua onesta evidenza. Sono stato molte volte il numero due, è capitato a tutti anche se non si ammette facilmente. Sono stato anche in posizioni più basse e affollate, non è stato piacevole anche se la bellezza abbacinava.
Quando mi è capitato di essere Re, l'ho apprezzato e ho dato l'anima.
Mi fanno pena questi valvassori, tanti tra le mie conoscenze, che per un po' di fica a singhiozzo si lavano il cuore in continuazione e sono costretti a ripulirsi poche volte l'anima e il cazzo. Ridicoli con le loro erezioni miracolose, pletorici nel loro reiterare litanie dell'amore puro, diventano zavorra imbolsita, carne da macello, posticci prototipi di necessità senza guida.
E per me chi non se la sente di essere Re almeno qualche volta non è un uomo; ne ha le fattezze, ma non merita l'adempimento svogliato delle sue euforie.
E così perdo la cliente ventisettenne, perdo la sua saliva nella mia bocca, il lontano privilegio di poterla prendere in modo maschio e allo stesso tempo arreso, perdo persino la sua occasionale compagnia, le giuste moine di una conoscenza superficiale.
Non mi masturberò per lei, non sognerò il suo amore complicato e più consono ad altre tipologie di uomo. Vedo per lei un barbuto gladiatore, uno che mescoli impegno e superficialità, un bell'uomo di sinistra con vedute chiare e discreta situazione familiare, uno più sensibile di me al sociale, uno più attivo a livello di locali ed occasioni sociali, non ci trovo nulla di male in questo.
Sono stato Re, sì, e amo girare per le mie stanze, anche senza corona e senza cortigiane. Ma devo sentirmi uomo, è la mia priorità, è il mio destino.
E per farlo, escludendo il Denim Musk, dovrò chiedere, anche senza parlare.

Luca De Pasquale, 16 dicembre 2012

04/12/12

Lucidalabbra 72


Possiede un fascino considerevole e sa servirsene. Ha poca o nessuna compassione e attitudine ad amare. Le disgrazie degli altri hanno fatto la sua fortuna. È, come si diceva allora, un personaggio seducente, elegante, di buona famiglia e al quale suo padre e la branchia paterna della famiglia hanno legato una buona cultura: è intelligente, abile, crudele, implacabile. È anche un avvoltoio, un egoista che ama la sua libertà e trae godimento dalla propria superiorità”

JOSEPH LOSEY, “Notes sur les personnages”, 1976

Più volte nella mia vita mi è capitato di essere soverchiato con rispetto da qualche mediocre in pectore.
Non si tratta di una categoria umana, intendiamoci. Sono quegli uomini che strillano quel che non conoscono, sotto rassicuranti patine di intuito e presunto retroterra culturale.
Ho sempre sofferto, con moderazione, questa schiatta. Forse perché ho sempre preferito la voce roca alle urla, abbandonare il tavolo delle trattative piuttosto che discutere fino all'estenuazione. Non ho mai avuto nessuna ambizione di imporre le mie idee, che spesso sono distruzione su misura, e un modo di vivere che mi rendo conto essere poco proficuo.
Non presumo di sapere dove si mangia la miglior pizza di Napoli, come stabilire innovativamente chi sia meglio tra Beatles e Rolling Stones, quale locale del centro offra le più concrete possibilità di ottenere un abboccamento sessuale.
Non conosco a menadito storia moderna e contemporanea, e non spaccio aria. Non ho mai sopportato la faciloneria con la quale si parla di maturità e coscienza e dei loro contrari, evidentemente così funesti quando si raggiunge un'età sobria.
Non immagino di conoscere tutte le dinamiche femminili di infatuazione e rifiuto, per quanto vissute e anche patite, al punto che ancora oggi mi stupisce negativamente la propensione femminile a divorare velocemente la creatura di passione da poco creata.
Una conoscenza musicale piuttosto enciclopedica, senza false modestie, non mi spinge affatto a ragliare sapienza intorno a me, tra le conoscenze, e ho sempre trovato grottesco e poco erettile salmodiare qualche donna sui King Crimson, sul prog inglese di estrazione blues, sulle sostanziali differenze tra glam e sleaze.
Non conosco a memoria le offerte di Vodafone, Wind o Tim. Non sono utile, non ho accesso a quel passepartout relazionale che è la convenienza, anche la più immediata e impalpabile.
Il mio voto politico, frutto di tanti squilibri e contraddizioni, soldatino ferito con idee di sinistra e modalità esistenziali tardoborghesi, non mi sospinge tra le braccia del confronto.
E così non sto a ululare alla luna ogni due e tre, sarà difficile che in una stanza affollata si possa udire la mia voce alterata. Arrivati a quel punto, sarò sicuramente in un'altra stanza a fumare, scelta poco opportuna e discutibile quanto si vuole, ma scelta convinta.
E non c'è nobiltà in questo; principale spinta a questo contegno è il tentativo di non essere scocciato.
In tanti anni, molti urlatori mi hanno dato un po' di polvere, sono stati preferiti, più ascoltati, maggiormente considerati, hanno ottenuto un mazzo di chiavi più sostanzioso. Un altro, forse, al posto mio avrebbe cercato di mettere riparo. In fondo, basta sbraitare di più, possibilmente su argomenti sui quali si è deboli. Funziona bene.
Ma una natura non si sovverte, nemmeno per amore.
Non si parla qui dell'infame e abusata “resistenza al cambiamento”, le origini hanno un peso, il percorso anche di più, e la libertà non è tanto fare quel che si vuole quanto cercare di pensare senza condizionamenti e senza ansie comportamentali.
A ognuno il suo stile e la sua condanna.
Non mi piace contestare nessuno e mai una sola volta nella mia vita ho pensato di poter cambiare qualcuno.
La magia, così rara e faticosa, consiste proprio nella difficoltà degli incastri, perché continuo a credere che le persone si appartengano per poco grazie a fluidi, pozioni a tempo, misteriose ribellioni, i nostri incontri sono nella maggior parte dei casi musica e sangue al servizio di strani sogni.
Tra una sigaretta e l'altra i conti tornano sempre meno. Piove forte e viene da chiedersi quando capiterà di sentirsi a posto con i vestiti, con la pettinatura, con la coerenza, con la morte e con la paura.
È piuttosto sconcertante che in certi momenti dell'esistenza ogni porto sia in realtà un attracco di fortuna, e che le ghirlande all'arrivo sembrino sempre più come una forma di beffardo folklore, l'accendersi inerziale di un rito con strategie di diminuzione.
Non mi piacciono le pacche sulle spalle.
E fare tanta fatica per disconoscersi è un film onanistico, autopersecutorio, più deprimente che surreale.

Mattinata pigra, gente che si ripara stancamente dalla pioggia costante.
Con lo sguardo seguo una ragazza in gonna corta e stivali che prima piroetta senza apparenti motivi e poi va a sedersi ai tavoli di uno dei locali sotto la mia finestra.
Prima che la mia immaginazione vada a regime di dinamite e bollori, ho già smontato tutto l'armamentario. In fondo, mi dico, sono solo vestiti da togliere, frenesia. Certo, il lucidalabbra è eccitante, è osceno e nelle fantasie di un uomo può essere preposto ad usi turpi. Ma questo tipo di immaginazione, in costante erezione e spesso sbavante, non presuppone l'incontro, la scomoda materia del sogno. E dunque, non sempre mi va di assecondarla come potrei.
Nonostante queste riflessioni, guardo le cosce della donna, per semplice inclinazione, senza trasporto. Questa dipendenza infiamma sempre, ma annoia anche.
Da piccolo, le cosce delle amiche di mia madre mi portavano a spingere sul letto, durante i brevissimi riposi pomeridiani e la notte, prima di prendere sonno. Mi eccitava lo sfrigolare delle calze durante l'accavallamento, e d'estate mi piaceva scommettere sui colori e sulla foggia di un intimo per me foriero di misteri ancora insondati.
Da ragazzo, scene rubate per strada convogliavano le mie energie verso frequenti e sofferte masturbazioni. Ci siamo passati tutti, anche quei mezzi preti che oggi sorridono nelle foto di famiglia con moglie ingrassata e figli fessi.
Una donna che scendeva dall'auto a gambe divaricate, un bacio con la lingua tra due adolescenti, una massaia intenta a pulire vetri sul balcone, tutto serviva alla controversa causa della masturbazione. Mai trovate eccitanti le ragazze, sempre le signore, meglio ancora se non belle di faccia ma ben carrozzate. Le ragazzine, quelle acquisivano valore aggiunto solo per fugaci innamoramenti o per il fumetto brutale di un pompino improvviso.
Sembra che stia riflettendo su dinamiche di cinquant'anni fa, ma è più o meno così. Le sensazioni cambiano, così come i bisogni e le paure.
Difficilmente dimenticherò una violenta sega di fine anno, credo il 31 dicembre 1986, dopo una tombolata familiare. Perdere mi aveva innervosito, e per giunta un'amica di una delle evanescenti zie indossava un gonnellino di pelle con collant neromorte a corredare.
Venni per terra, in bagno, dopo aver fumato di nascosto un'amarissima sigaretta di mio padre, la rinnegata Muratti. Appena finito, mi sentii in colpa e molto stupido. Raccolsi lo sperma alla buona, caldo e quasi solido, e pensai di essere sulla buona strada per commettere un infinito numero di cazzate negli anni a venire.

La passione di lungo corso che mi lega ad un film come 'La prima notte di quiete' comprende motivi personali, di gusto, ma anche di esperienza. Il film, uscito proprio nell'anno della mia nascita, il 1972, è e rimane il ritratto irripetibile di un modo di sentire e vivere che nulla pretende e non lambicca sull'autodistruzione, una parabola di ombra, rischio e rimpianto perfettamente riuscita, amara e senza implicazioni consolatorie.
Daniele Dominici, l'eroe nero zurliniano, è attratto da un'umanità laida e alla deriva semplificata del vizio, ma conserva l'aristocrazia involontaria di ogni temperamento passionale che si possa definire autentico. Non lascia e non lascerà una delle sue fonti di desolazione, la sfiorita compagna, ma -stoicamente ambiguo- ricerca in Vanina la differenza, la propensione al non possibile, al già perduto.
Quello di Zurlini non è il ritratto di un eroe decadente, come qualcuno ha voluto osservare, non c'è compiacimento e non c'è estinzione della pena. Persino i rapporti indefiniti e sregolati con i compagni di bravate e notti di gioco tende a non risolversi, tant'è che il rapporto con Giorgio “Spider” Mosca (Giancarlo Giannini) è esso stesso l'ultima occasione persa di una franca amicizia.
'La prima notte di quiete' è stato un film di formazione. Non sono cresciuto con Happy Days, ma con il cinema italiano dei sessanta e dei settanta. Con il film di Zurlini non ho fatto altro che riconoscere una perfetta rappresentazione di un senso di dissipazione, presumibilmente quel vuoto di ideali e speranze che poi è alla base di tanti rapporti umani finiti a puttane.
Il vuoto non crea compenetrazione e complicità, ma, da quanto ho avuto modo di vedere fino ad ora, sembra innescare un'irritazione, una rappresaglia, un fastidio.
Eppure, chi è consapevole di certe frange di vuoto tende a non rompere l'anima. Si torna sempre al punto di partenza: non ho mai puntato il dito su abitudini, incoerenze, sublimi ridicolaggini, amicizie colabrodo, fornicazioni dietrologiche e fedi adulterate.
Per quanto mi riguarda, ognuno si senta libero di autodistruggersi come preferisce, e di saldare conti che magari non riguardano affatto.
In queste sere di pioggia ho riguardato il film, attento ai dialoghi, alle pause, ai significati e agli scenari. Non c'è retorica, non è estetizzante, è fin troppo onesto: è la basilare impossibilità dell'amore e, per qualcuno, della quiete.

La ragazza con il lucidalabbra è ancora al tavolo, raggiunta da un'amica bruttina e giudicante, una di quelle che rompe i coglioni moralizzando, solo perché certe emozioni vorrebbe viverle in prima persona e non mestamente assistervi.
Una coppia di slavi litiga. Il libraio storico fuma una sigaretta sull'uscio del suo confuso negozio. Ho fatto una doccia ma mi sento più sporco di prima, è come se qualche panno della notte mi si fosse sciolto sulla pelle.
C'è qualcosa di nauseante nelle tante parole che giungono alle mie orecchie; so però di essere io maldisposto, e molto. La cosa triste è che non mi sento mai preso di sorpresa da qualcuno, alla fine riesco a prevedere troppi comportamenti, addirittura certi silenzi.
So benissimo quando un amico si rifarà vivo. Quando qualche ologramma del passato tornerà con la bocca bianca della parziale accoglienza. Capto la disponibilità femminile attorno a me, raccogliticcia e segretamente votata ad una liberatoria trasgressione, e so perfettamente come si dipanerà il dire/non dire, l'esserci sotto mentite spoglie, eccetera.
Una melassa monocolore, dal flusso prevedibile e recintato, che mi porta costantemente verso le più nascoste porte di servizio.
A me non tocca più fare sorprese. Non ne ho nessuna voglia. Non è inanità, non posso più lasciare il ponte di comando.
Le due ragazze al tavolo vengono raggiunte da un dinoccolato alternativoide della piazza, barbetta crespa, k-way verdognolo, pullover grigio un po' scambiato. Il tizio appare alla moda della non moda, è pieno d'energia.
Gracile e dalla sensibilità ostentata, il ragazzo è gradito, lo fanno sedere. Smetto presto di interrogrami sulla natura dei rapporti tra quei tre. C'è qualcosa di profondamente ruvido che si è (ri)formato tra testa, cuore e uccello, una sorta di vena blues, un promontorio di diffidenza che sarà difficile da scalfire.
Condurre una vita ritirata mi rende terribilmente poco interessante. Non vado in giro per musei con un bel foulard integralista. Non aleggia alcun mistero relazionale attorno alla mia figura, anche perché gli imbecilli continuano a fidarsi di blog e pochi altri segnali.
La mia permanenza sui social network è pura accademia di contrizione; la maggior parte dei contatti non servono a un cazzo e sono spesso morti e sepolti, è una sdoganata forma di ipocrisia a cielo aperto. Certo, ho ricevuto il tuo invito per la serata rock'n'roll di supporto al cinema cecoslovacco, ma resti sempre piccolo cibo per gabbiani, chi ti conosce.
Ridicolo quando leggi “1” in rosso nei messaggi. Quasi sempre è qualcuno che ti chiede come va, se puoi aggiornarlo sulle tue catastrofi, poi magari passa ad un millimetro da te e finge di andare di fretta.
Ti seguo sempre, giuro”
Ho aderito al tuo blog”. Aderito?
Non ho osato chiederti come stai”. E perché mai?
Ho sempre pensato che sei un uomo affascinante”. Bum. Accipicchia. Pollution.
Sto vivendo un pessimo periodo, devo scegliere tra tre persone”.
Oh. Prova con la morra cinese. O con le freccette, se a casa del tuo consunto confidente (che spera sempre di essere l'ultimo uomo della storia a poterti scopare, sarà lui a redimerti) c'è il necessaire.
Piove e piove e piove.
Il lucidalabbra. Già. Si parlava di turpe uso. Probabile che sia, il più osceno, quello di lustrare le ferite.

Luca De Pasquale

03/12/12

I miei quattrocento inverni


Le donne sembravano non interessarlo, nonostante lui interessasse molto loro proprio per quell'aria svagata maledetta e non disponibile”

Rannicchiato sotto le coperte Daniele fumava ancora un paio di sigarette, la cenere cadeva sulle lenzuola, tutto era accidiosamente trasandato. Il sonno infine sopravveniva, come un armistizio”

Bazzoni invece si accoppiava con una delle puttane, di fronte a tutti, sul divano o per terra. La donna gli prendeva il sesso in bocca, facendolo sparire fino alla radice, lo eccitava con un professionismo meccanico e sguaiato. Dopo circa un minuto Bazzoni se la aggiustava sotto entrando con le spalle sotto le ginocchia di lei, che si inarcava e si accovacciava come una grossa pallottola di carne malferma. Un sesso grande, pauroso, turgido e segnato da vari calci di Venere, la penetrava sino al profondo delle viscere, con brutali movimenti ritmati. L'uomo non aveva espressione, una cupezza dura e bestiale gli appannava lo sguardo. Giungeva all'orgasmo con un lieve tremito, scosse più profonde o violente, un mormorio ringhiante. La donna o le donne fingevano un deliquio quasi isterico, lo assecondavano ripetendo in maniera ossessiva un incitamento turpe, quindi rimanevano supine e ansimanti, impiastricciate di sperma. Daniele non partecipava a queste divagazioni erotiche e non ne raccoglieva mai i ripetuti inviti”

VALERIO ZURLINI, “Pagine di un diario veneziano”, Mattioli 1885 Editore

L'orologio della farmacia segna otto gradi.
La donna con il cappotto giallo mi supera, un po' timorosa. Al mio cappotto manca, da foggia, proprio il bottone che preferirei, appena sotto la gola.
Nel finestrino della metropolitana ho visto che la mia barba sta imbiancando.
Proprio non riesco a ricordare un rientro a casa con la sensazione del calore.
Dev'essere stato mille anni fa, seppure, e chissà con quale mia ritrosia.
Inserirò le chiavi nella toppa con quel fare malinconico che somiglia ad un replay per spettatori immaginari.
Quattrocento inverni che finiranno magari tra le braccia di un errore luminoso, con me che fumo e sto zitto, con me che ricordo momenti inesistenti ed un soccorso tiepido e volenteroso che torna in qualche tana di timidezza con le ossa doloranti.
Stasera sì che sono un perdente, con il freddo, i neon della strada, le canzoni tremolanti a cavallo del vento asciutto, stasera a ballare con un fantasma residuo di sogni e la bontà di ogni madre che ho ricacciato via.
Stasera morso alle caviglie da un rimpianto, stasera accorto nel non ferire ogni singola idea di equilibrio, stasera nel letto con la sigaretta, il lume a stelo e quattrocento inverni da smaltire in una sola svisata di malinconia.
Stasera più bugiardo di sempre con la diroccata bellezza di pensieri educati e solidi, stasera ingrato con me stesso e con la mitologia del destino, stasera con il telefono spento e le labbra su quel display della strada, otto gradi.
Quanti odori non sono riuscito a distinguere nelle spalle delle donne che ho amato?
Quanto non ho capito, non ho voluto assorbire, quanta autenticità c'è nelle distanze che ho brevettato?
Ricordo le mani fredde di mio padre, sulla poltrona rossa, nelle sere d'inverno.
La mancanza di pace interiore, la tigre vagabonda, quella fiera subdola e assetata di stimoli eccessivi, passioni sopra le righe, tradimenti, mine vaganti, baci subito pentiti, quest'immonda assenza di pace nel freddo artificio di un'ostinazione seducente, esserci, tentare l'amore, tentare la vita, tentare la cittadinanza dei sentimenti.
Sarà la cupezza di un tramonto vagamente abbozzato, sarà quella farsa di coraggio che è la consapevolezza di un'affollata solitudine.
Ogni momento della vita è sconsideratamente vero per essere sopportabile.
E ogni passione che inseguo, con movimenti sinistri e smarriti, ancora più bambino dei primi veri abbandoni, è un passo sulla scala poco illuminata che forse mi porterà ad un minuscolo specchio in qualche zona inviolata del mio destino.
Niente di più e niente da amare nei sogni. Non mi illudo per così poco.
La mia ambigua e misera bellezza sta in questo dolore franco e così poco comunicabile nella serietà dei nostri rischi insieme.
Quel chiodo di nebbia che porto nel cuore e che gli uomini come me spacceranno sempre, con esiti incostanti, per baci.

Luca De Pasquale, la sera del primo vero freddo

30/11/12

Waterpast Decadence


29 novembre

Da due giorni giro con un ridicolo braccialetto giallo, Zumba. Ridicolo al mio polso come su quello di chiunque. Talmente ridicolo e senza senso che lo tengo.
Del resto, non facciamo lo stesso con tanti sentimenti? Invece di vergognarci, li custodiamo e guai a chi contesta i souvenir.

Lo dissi ad un funerale di famiglia.
Le persone si vedono nei momenti di difficoltà, nei lutti, nelle separazioni, nei rovesci di fortuna e denaro”.
Questo pensiero si è rafforzato con il tempo.
Le alte barriere protettive, la strenua autodifesa, l'incapacità colossale di affrontare la sofferenza altrui prim'ancora che la propria, l'indecente persuasione di essere responsabili e davvero pronti alla vita, questa è la pasta di cui siamo composti.
La maggior parte delle persone che ho incontrato nella mia vita sono state deludenti, per usare un ovattato eufemismo. Non mi interessa stabilire se siano (state) migliori o peggiori di me. Non credo alle graduatorie. Mi limito a constatare fatti, fatti concreti.
Non ho mai fatto grossi proclami sull'amicizia; ci credo poco e ne parlo meno.
Ma chi ha usato questa 'keyword' così tante volte e con tanta supponenza, non si è reso conto che ad ogni affermazione di autenticità e umanità susseguiva uno schizzo di fogna, uno sbrego sporco sulle labbra.
Superata la boa dei quaranta, e senza stupirmi, devo anche ammettere che tutte le calde ventate dell'amore sono scomparse e hanno assunto un retrogusto beffardo, impalpabile, vorticoso e visionario. La mia stessa memoria è pregna di immagini perlopiù oscene; la tenerezza sostituita da pantaloni bianchi aderenti, labbra spalancate, occhi in orgasmo, inutili corteggiamenti a parvenza di poesia, promesse figlie di lune di cartapesta, i destabilizzanti strattoni all'inguine quando stai venendo e sai che dovrai cercare una scusa per rinascere con un progetto d'amore.
Ma ora sono stanco. Della pornografia emotiva, della follia circense che obbliga una creatura a dover simulare progetti a prova di ruspe. Meglio piantarla con questa commedia, meglio stracciare il libro e far comparire la struttura, nuda, desolata, reale.
In questa fase trascorsa su strade sterrate e a precipizio, ho eliminato molti figuranti, ho vissuto i risvegli con la schiena spezzata e la lucidità subito attiva, in questa fase agli stimoli esterni corrispondono segnali interni assai fiochi, solo i sogni e il cablaggio erotico dei corpi funzionano. Il resto tace e non ne sento la mancanza.

Ieri sera, intorno alle 22, al piano di sopra hanno scopato, forte.
Sentivo i cigolii della rete, i tonfi, qualche sospiro, e poi l'acqua in bagno. Stavo leggendo un libro, con il telefono spento, sovrappensiero.
Non sopporto l'idea delle abluzioni immediatamente dopo il sesso, ancora impiastricciati di sperma e di umori vaginali, dolci o ferrosi che siano. Siamo così scrupolosi nel toglierci di dosso le tracce dell'altro. Come siamo dannatamente prevedibili ed egoisti.
Se ci amassimo davvero.
Non potrei escludere di addormentarmi bagnato, con l'odore dell'altro, sporco e senza specchi. Ma siamo tanto attenti a sistemarci dopo i terremoti, o almeno crediamo che sia così, che debba essere così.
Sentivo i rumori di quella scopata e mi veniva da ridere. A turno dobbiamo avvertire frammenti di passioni altrui. I rumori però sono sempre gli stessi: è avvilente.

Continua il maltempo su Napoli. Vento fortissimo, soprattutto di notte.
Faccio un sogno sgradevole, all'incirca alle quattro del mattino. Finisce che mi alzo, apro solo uno dei due battenti della finestra, accendo una sigaretta e aspetto.
Che i residui di sogno diventino velocemente ridicoli. Ormai faccio quasi sempre così. Dopo sei più forte, anche se con poche ore di sonno.

Chiacchiero con un'amica e tendo ad essere diretto, piuttosto tagliente.
Parliamo di fascinazioni, di colpi di testa, le dico che il motore primigenio di un'attrazione è chiedersi come l'altro sia a letto. Osservazione piuttosto banale, ma la butto lì. Del resto, aggiungo, la maggior parte delle donne che sogno non le ho provate.
Non si scandalizza, mi conosce, ma è piuttosto sorpresa da una generalizzazione così brutale e fors'anche superficiale.
Non posso farci niente. Sempre giocato a carte scoperte, e mai immacolate.
Il mio sistema di sensibilità è corrotto, intasato, i miei condotti d'amore sono arrugginiti, non riverniciati, popolati da batteri in agonia e ossessioni in pectore. Dopo la pornografia emotiva e quella sublimazione letteraria così insalubre, si resta spossati, su sponde di plastica, nel pieno di una precarietà che germoglia sotto i peggiori temporali.
Mi rendo conto di non avere più argomenti a disposizione per affascinare. È una privazione violenta, uno stupro in cancrena, ma è anche una sensazione interessante.
Non posso più esibire, se mai mi fosse riuscito, la forza delle idee e la potenza arcana dell'uomo che sogna controcorrente; mi comporto da disertore, da renitente, da ammutinato e come tale mi esprimo in società.
Il mio mondo non richiama come le sirene; angoloso, con altari di fumo e anfratti di pioggia, armi bianche e onore, tendenza all'eversione e mancato riconoscimento di ogni dato che risuoni familiare. Che cazzo di fascino puoi propagare in quest'assetto?
Anche quando sorridi respingi. Anche quando hai un gesto d'amore, la cassa di risonanza è una tana di streghe. Conosco bene questo lugubre palazzo di cristallo opaco, non illuminerò certo le scale per permettere di curiosare senza motivo.

Da parecchio sento parlare di “collettivo”. Evidentemente è una parola che piace, che riempie. Che fa effetto a chi crede di far parte di qualcosa che non sia 'uno'.
Non dispongo di questa buona volontà.
Diffido di chi sparge solidarietà. Diffido dei buoni pensatori, che nella maggior parte dei casi mi stanno sul cazzo anche se non parlano.
Anarcoindividualista. Almeno non simulo.
È un bel po' che osservo certe serpi da canterano parlare di coscienza, di percorsi unitari, di senso del collettivo, ma sono ridicoli, pupazzi prenatalizi con la chiave nella schiena per emettere il versetto giusto. Mi fanno ribrezzo e pena.
Venderebbero madri e sorelle per la giusta causa della loro affermazione, ma quando l'acqua è alta sono efficaci nel costruire canotti e zattere immaginarie. Non cado nei flussi marronicci di queste conversioni posticce.
Non mi sento rappresentato da partiti, movimenti, sindacati, filosofi, teoreti e artisti multimediali; non mi sento rappresentato dalla mia famiglia, dai miei amici, da qualsiasi Dio a portata di edificio, dai miei gusti esibiti, dalla mia eterosessualità militante (qui ironizzo, visto che mi danno del sessista solo perché non interessato agli spettacolini di più banane in amore), da tentazioni catechistiche o didascaliche, dai risultati di un team di lavoro.
Non mi sento rappresentato da vecchi amori in picoglass, i vecchi amori sono solo fallimenti e basta, non mi sento rappresentato dai libri pubblicati e da tante delle invecchiate note di questo blog, non mi sento infine rappresentato dalle potenzialità che pure intravedo, in certi momenti di quiete.
L'unica immagine che mi rappresenta, oggi nel senso minimo di questa giornata, è quella di un uomo in una casa piena di scartoffie e roba dimenticata, che non sa bene da dove cominciare, cosa salvare e cosa bruciare senza più passione.
Agirò senza retropensieri, agirò per il bene di ogni implicazione futura, agirò per ridurre a prototipo solo abbozzato quell'anima gonfia e addobbata che ora mi nausea.

C'è un proverbio che dice: 'Se vuoi conoscere il cuore di una persona devi ammalarti'. Chi viene a trovarti facilmente quando tutto va bene, ma se ne sta lontano quando ti ammali o ti trovi in difficoltà, è un ingrato. È proprio al tempo della sofferenza che è bene visitare una persona, portandole dei regali e ringraziandola”

30 novembre

Fuori la mia porta c'è baccano. Il ragazzo che abita dirimpetto ha ricevuto gente. Hanno suonato un po' la chitarra, riso e chiacchierato. Ho stabilito con una certa precisione che erano presenti due donne.
Svaccato a guardare la televisione in una nuvola di fumo, non sono riuscito a frenare la memoria, che mi ha riportato in un amen ai pranzi familiari di domenica, a casa della nonna, quando ero piccolo.
Mi annoiavano molto, quei pranzi. E credo annoiassero abbastanza anche i miei genitori, per quanto mio padre potesse fumare in casa, epoca tollerante quella, altro che oggi. Mio padre accendeva e spegneva, erano i primi anni ottanta, trent'anni dopo ripeto la scena in tutte le stanze del mio vagabondaggio.
Ricordo la televisione costantemente accesa, non la sopportavo. Altissima. E ricordo un numero impressionante di immagini votive in casa, la cui presenza mi appariva grottesca, scalognata, quasi minacciosa. Mi vestivano come un bambino, giusto così, ma tanti miei pensieri già rimestavano in qualcosa di mestamente adulto. Riconsiderando tutto adesso, so per certo che avvertivo un assurdo senso di privazione, frammisto ad una voglia quasi ossessiva di distinguermi negativamente, per ribellione, per rifiuto.
Non mi sentivo libero, non era certo colpa dei miei. Avevo tutto quel che potevo desiderare, e l'affetto era in primo piano, tangibile, veritiero.
Oggi posso dire che vagheggiavo un numero preoccupante di ombre, e non riuscivo a identificare un campo di libertà che non fosse una bugia. Ero già in guerra.

La scrittura non è affatto terapia. Chi lo dice essenzialmente tende a giustificare la mancanza di pubblicazioni.
Lo faccio per me, te lo giuro”. Ma davvero, Wyatt Earp, ti credo sulla parola.
Buffoni.
Mi capita spesso di notare sguardi che scrutano, quando parlo. Come se fosse pacifico che dietro ogni parola si nasconda un altro pensiero, un piccolo segreto, un omissis.
Cerco di dire quel che penso, non sono il massimo della trasparenza, ma sono torbido di mio, sono acque scure, non falsità. Acque limacciose e ruggenti, difficile trovare la luce più vera da comunicare. Mi accorgo subitaneamente, in compenso, delle omissioni studiate, delle asserzioni criptiche ad arte, del disinteresse formalmente sovvertito. E sono trucchetti che non tollero.
Una bella donna può deprimermi all'infinito, se inizia a giocare. E si riduce ad essere, ai miei occhi, come un nano monco senza voce. Vado via velocemente, e senza lasciare tracce.
Non è la sincerità che pretendo, troppo lusso; ma mi è insopportabile osservare come le persone si trattengano in continuazione, ingannandosi e cercando di ritardare gli effetti delle imperfezioni. Tutte le volte che mi sono fidato, che ho invocato la pazienza, è stato un brusco fallimento.
È per questo che avverto sempre, sono un errore su due piedi, non vi darò neanche il tempo di scoprirlo, ve lo anticipo.

Leggo alcuni romanzi di Jim Thompson. Una nerissima visione del mondo, anche quando volutamente di maniera e di genere. Tutte le volte che ho finito un romanzo di Thompson il mondo mi è parso deforme per almeno una settimana, più del solito. La sua umanità balorda e perdente è contagiosa, soprattutto per chi offre un campo già seminato al riguardo.
Da qualche anno non riesco più a leggere romanzi slapstick, nevrotici ma vitali; mi interessa andare a fondo nel fondo più scuro di altri, mi prende e mi seduce solo la schiuma di chi non ha mai avuto il sole a fuoco.
Oggi mi sarebbe impossibile leggere Gutierrez, che tanto mi piaceva, e ancor di più Bukowski e i suoi epigoni. Perché, soprattutto al vecchio Hank, mancava quella sottile linea di dolore che invece è tante volte l'imbastitura più seria per una ribellione.
La poesia mi piaceva da ragazzo. Oggi, quale che sia, mi fa un brutto effetto. Essendo contrario a rileggere ossessivamente i classici, non trovo dunque più nulla -in versi- che catturi la mia attenzione. In genere, è sempre qualcuno che sbava per amore e si rende vulnerabile fino al parossismo. Queste trastole andavano bene per spianare la strada a qualche coito con tinte spirituali, oggi sono dei lassativi prescindibili.

Mi accorgo che non è la felicità ad essere irripetibile.
Quello che non è replicabile è il tentativo di felicità, il che è anche peggio.
Sono invecchiato. Sono invecchiato davvero, e non lo considero cupamente, è solo una presa d'atto.
Sento di aver compiuto una larga parte del mio percorso, e la mia freddezza così estesa mi porta a considerare il grado di utilità di questo cammino. Ho spesso la sensazione di essere un cumulo di password, di disordinati interessi, di affastellate passioni non pacificate, il tutto sotto l'assordante fanfara di una vendetta momentaneamente incompiuta.
È così squalificante il tentativo di ritorsione verso ciò che non hai ricevuto o che ti è stato sottratto, eppure ci cadi, ci cadi pesantemente, e non sei conciato al meglio quando ti fermeranno per chiederti spiegazioni.
Di certo non mi confido. Mi piace ammettere le cose e i pensieri solo quando scrivo, quando sono nudo e mi rendo conto di desiderare fuochi che rinnego nel quotidiano, ma è un altro discorso, evanescente, di nullo interesse.
Ho fatto un percorso, come tutti, e l'ultimo aspetto che ho considerato, da sempre, è il mio benessere personale. E questo certo non per filantropia o altruismo; mai stato molto propenso al prossimo mio. Il punto è un altro.
Per un'atavica e masochistica convinzione, ho sempre guardato al benessere come qualcosa di opulento e sostanzialmente seccante, una sorta di castrazione.
Così, ho preferito accumulare esperienze piuttosto che denaro o oggetti rassicuranti, non mi sono mai preoccupato eccessivamente delle prospettive a lungo termine, anche e soprattutto per ciò che concerne questa totalizzante collusione con la scrittura. Non ho mai pianificato una creazione letteraria atta a fare centro. Grosso limite, ma tant'è.

Mattina.
Due ragazzi amoreggiano seduti sotto la statua di Bellini, mentre piove fitto. Lei ha delle calze blu notte, lui un cappuccio rosso. Arriva un piccolo furgone che trasporta cornetti e brioches, tutta la città sembra nascosta sotto una calotta grigia e quasi soffocante.
La clessidra dell'ingenuità è vuota, lontana dallo sguardo e dal tempo rappreso nei ricordi, ma nonostante questo sono contento che non abbiano messo le luci di Natale.

Luca De Pasquale