28/12/12

L'aulica dicotomia tra cazzo e candelabro


Oh! Caro Cazzo duro, | Siben, che ti stà al scuro, | Ti è el corpo più glorioso | Del Mondo universal”
Giorgio Baffo

Chi c'ha fica sta a casa, non si immette nel marasma”
Giovan Maria Catalan Belmonte

Quella ragazza sembrava piuttosto intelligente, ma io non avevo voglia di conversazioni intelligenti. Mi piaceva molto la sua voce dolce, la sua sollecitudine così cattolica e discreta, il movimento delle sue labbra quando parlava; doveva avere una bocca calda, ospitale, pronta a inghiottire lo sperma di un vero amico. “È stato bello, oggi...” riuscii finalmente a dire, disperato. Mi ero troppo allontanato dalla gente, avevo vissuto da solo per troppo tempo, non avevo più la minima idea di come cavarmela”
Michel Houellebecq, “Piattaforma”

Spider: “Perché la morte è la prima notte di quiete?”
Daniele: “Perché finalmente si dorme senza sogni”
Valerio Zurlini, “La prima notte di quiete”, inqq. 546-547

Piazza Bellini è già strapiena. C'è un negro che rappa in un microfono cinese, venditori slavi di rose, ragazze e ragazzi che non conosco e non conoscerò.
Il dottore mi ha detto che mi sono preso il ceppo influenzale di stagione; guarda caso a Natale, aggiungo, quando la mia sopportazione giunge al limite. Non mi sono mai riappacificato con il Natale, così come con alcune persone e certe abitudini.
Quando accadrà forse sarò anziano e rassegnato.
Con una temperatura che si è stabilizzata tra i 37 e 38 gradi, ho riletto con una certa insofferenza cose che ho scritto in questi ultimi anni.
Non una sola cosa rispecchia quel che sento e sono oggi. Le mie parole erano sincere, ma sono invecchiate male. E questo non certo perché io sia immerso in chissà quale new deal. La mia irrequietezza è in continuo spostamento da un punto all'altro, ho le mie tane da sempre, ma spesso devo cambiare anche quelle.
Ho scritto diverse lettere d'amore, ora mi sembrano pan di merda in salsa decadente, con mutazioni di nomi e di scenari, nient'altro che suoni familiare.
Del resto, sono pochissime le cose che mi sembrano familiari.
Pochissime persone sono state la mia casa.
Chi ci ha provato, ad accogliermi, ha il mio rispetto e il mio affetto, anche se non sono ferrato in dimostrazioni. Mi sembra di continuare ad aggirarmi in un albergo dei poveri, inutilmente armato fino ai denti.
Convivo con elementi quotidiani che non mi piacciono affatto, ad iniziare dal mio lavoro. Che è solo una schiavitù accettata per senso della sopravvivenza.
Non potrei vivere senza il mio lavoro. Nella mia famiglia, nelle mie case, si è sempre lavorato. Ho visto mio nonno, mio padre, i miei zii, i miei cugini, lavorare per pagare un fitto e farsi andare bene una qualsiasi pizza del cazzo con amici, come fosse una grande festa dello spirito.
In nessuno dei miei parenti ho visto la stessa irrequietezza, la stessa ribellione così impotente e mutilante che mi ha portato ad essere quel che sono. E mi sono sempre detto che hanno fatto meglio di me.
Qualsiasi cosa io mi senta costretto a fare, il pensiero primario resta sempre “non può finire così”. Ad ognuno il suo sangue. Sermoni e moniti sono solo un bolo rimasticato che nasconde profonde insicurezze e ferite mai risolte.
Mio padre, che al lavoro era mostruosamente competente, è stato inculato senza riguardi per più di trentacinque anni.
Era un uomo gentile e profondamente onesto, scrupoloso, timido, mai collerico, mai aggressivo. Quante volte da bambino ho pianto, e quante volte da adolescente ho sferrato pugni al vuoto, per la vilipesa pazienza di mio padre con gli altri.
Quando sono diventato adulto, ho mandato affanculo quei parenti indegni che lui trattava con gentilezza, quelli dei santini di S. Rita e delle messe la domenica, a morte voi e la vostra fottuta paura della morte.
Non ho un lavoro brillante, ho fatto peggio di lui. Anche a me lo hanno messo in culo senza permesso, con qualche pacca sulla spalla. Non ho avuto gli strumenti per uscire di scena e non li ho nemmeno adesso; ma il coraggio non mi è mai mancato, anche di dire la verità, anche di insistere con il “non può finire così”.
Non sento l'obbligo alla familiarità con il prossimo mio, non sento più di tanto i vincoli parentali, le donne sono davvero l'unica meraviglia della vita ma non si lotta a vuoto.
Nella mia vita ho conosciuto molte teste di cazzo senza la benché minima qualità, e parecchie zoccole vanitose, involontarie negatrici della bellezza femminile più pura e reale.
Ho incontrato, contrariamente a quanto si sarebbe portati a pensare, anche parecchie persone valide, spesso molto più di me, e ho cercato logicamente di annetterle al mio mondo laddove possibile. Ma non sono bravo a lusingare le persone, a frequentare le possibilità, ad imporre la mia presenza. Con alcuni si è instaurata un'amicizia, con altri, se non altro, il rispetto.
Sono nato a Napoli nel quartiere Chiaia. Gente per bene. Ho attitudine a non sentirmi a disagio in contesti raffinati. Ma di quel quartiere e di quelle persone non me ne fregava un cazzo. Perché ho sempre saputo che dovevo vendicarmi di qualcosa. Sono figlio di operai, di impiegati, sono un proletario meticcio, bastardo, e dai modi evoluti, a disagio sia con gli altolocati che con il “popolo”, del quale non apprezzo affatto il disprezzo della buona educazione e l'esaltazione idiota della rozzezza come semplicità di pensiero.
Insomma, né carne né pesce.

Dopo aver riletto tante parole inutili e ripetitive, penso che nei pochi momenti di realtà ci sia il piacere fisico. Carezzarsi, eccitarsi, incrociarsi, dov'è la menzogna? Forse, solamente, in quella mefitica ossessione per la serenità e il profondo sentire.
Il chiodo fisso per l'autenticità è una follia che trascina mondi quieti in mareggiate schiumose, per nulla portatrici di nuove verità.
Una compagna occasionale che sfoggi per te un corpetto sexy forse vale più di una lettera di menzogne incipriate, ha meno conseguenze, anzi ti stabilizza come uomo, e niente chiede alle tue forze oscure, è il fluire del vivere.

“Donna Luna tu sofisticata sei, bianca è la tua pelle, d'argento tu colori i sogni miei”, canta Alan Sorrenti. Il negozio di biancheria intima è affollato, si scelgono corredini e si sbrigliano voglie. Aspetto fuori l'amico che deve acquistare qualcosa di hot per la sua ragazza. Squadro qualche cliente, fumo con riserbo. Ci è rimasto il cazzo. Quel gioco un po' comico che si indurisce, piscia, schizza, riporta sulla terra, veglia sulla totale impossibilità dell'eterno.
Ho un rapporto in definitiva migliore con il mio cazzo che con il mio cervello.
Quella braciola grezza e senza troppi occhi non fa digressioni, non fa scaturire insonnie e repentine velleità, è un cazzo e sa quel che deve fare e con chi.
Mi piace avere il cazzo. Quando sono ai verbi difettivi con la memoria e lo spirito, mi affido al cazzo. Quando le poesie, le albe, i giuramenti d'amore, le oscenità della fiducia latitano, ecco che è bene dare un concreto senso al proprio cazzo.
Il cazzo non riconosce divieti perché è ignorante e losco, superficiale. Il cazzo gioca sulle altalene della morale e non mi disturba con il cibo della mente da sparpagliare su altro guano rinsecchito.
Il cazzo va in euforia per le nuove conoscenze. Io quasi mai.
Malerba ha scritto un libro sul cazzo, come Moravia, Giorgio Baffo ci ha messo le ali, io lo tengo a sinistra, rigorosamente, nella sua custodia, e mi piace averlo.

Se molti degli uomini che conosco la smettessero di cercare dignità per la loro anima e ammettessero di volersi avvalere solo del cazzo, si ascolterebbero meno discorsi stupidi. Però immagino ci sia qualche controindicazione, come che non si rizzi e che si faccia fontanella dopo tre colpi. Allora chiedo scusa.
Se molte delle donne che conosco ammettessero che hanno una gran voglia del cazzo e che la maggior parte dei loro compagni di facciata non se le scopano bene, beh, eviteremmo dei pessimi libri e un femminismo analfabeta, stizzito, neanche eccentrico.
Toni grevi, imperdonabili, vuoti concettualmente e moralmente. Chiedo scusa con un bel candelabro in mano, il cazzo rimane lì dov'è.

La televisione mi riserva la bella sorpresa di Svezia-Italia del 19 giugno 1971, telecronaca di Nando Martellini.
La vedo tutta.
E poi vecchie domeniche sportive con Tito Stagno. Gran bel portiere, Pietro Pianta del Lanerossi Vicenza.
Ci sono anche le facce di culo del PDL o come si chiama adesso, c'è il telegiornale papalino che mi mette i brividi, così come questa smania di fare denuncia anche quando si rutta. Posticcio, tante volte, il più delle volte in italiano stentato.
Sono davvero rozzo. Rozzissimo, di grana grossa. Quando tra qualche anno rileggerò questa breve nota, proverò disgusto. Magari mi sarò arreso, calmato, o qualcuno mi avrà convinto che davvero ero nato sotto la stella sbagliata.
E che tutto in me sa di errore di arroganza. Può anche darsi che io mi penta, candelabro alla mano e aria reietta da salvato vivo.
Ma il cazzo, almeno quello, rimanga pure al suo posto, con le sue funzioni.

LDP

04/12/12

Lucidalabbra 72


Possiede un fascino considerevole e sa servirsene. Ha poca o nessuna compassione e attitudine ad amare. Le disgrazie degli altri hanno fatto la sua fortuna. È, come si diceva allora, un personaggio seducente, elegante, di buona famiglia e al quale suo padre e la branchia paterna della famiglia hanno legato una buona cultura: è intelligente, abile, crudele, implacabile. È anche un avvoltoio, un egoista che ama la sua libertà e trae godimento dalla propria superiorità”

JOSEPH LOSEY, “Notes sur les personnages”, 1976

Più volte nella mia vita mi è capitato di essere soverchiato con rispetto da qualche mediocre in pectore.
Non si tratta di una categoria umana, intendiamoci. Sono quegli uomini che strillano quel che non conoscono, sotto rassicuranti patine di intuito e presunto retroterra culturale.
Ho sempre sofferto, con moderazione, questa schiatta. Forse perché ho sempre preferito la voce roca alle urla, abbandonare il tavolo delle trattative piuttosto che discutere fino all'estenuazione. Non ho mai avuto nessuna ambizione di imporre le mie idee, che spesso sono distruzione su misura, e un modo di vivere che mi rendo conto essere poco proficuo.
Non presumo di sapere dove si mangia la miglior pizza di Napoli, come stabilire innovativamente chi sia meglio tra Beatles e Rolling Stones, quale locale del centro offra le più concrete possibilità di ottenere un abboccamento sessuale.
Non conosco a menadito storia moderna e contemporanea, e non spaccio aria. Non ho mai sopportato la faciloneria con la quale si parla di maturità e coscienza e dei loro contrari, evidentemente così funesti quando si raggiunge un'età sobria.
Non immagino di conoscere tutte le dinamiche femminili di infatuazione e rifiuto, per quanto vissute e anche patite, al punto che ancora oggi mi stupisce negativamente la propensione femminile a divorare velocemente la creatura di passione da poco creata.
Una conoscenza musicale piuttosto enciclopedica, senza false modestie, non mi spinge affatto a ragliare sapienza intorno a me, tra le conoscenze, e ho sempre trovato grottesco e poco erettile salmodiare qualche donna sui King Crimson, sul prog inglese di estrazione blues, sulle sostanziali differenze tra glam e sleaze.
Non conosco a memoria le offerte di Vodafone, Wind o Tim. Non sono utile, non ho accesso a quel passepartout relazionale che è la convenienza, anche la più immediata e impalpabile.
Il mio voto politico, frutto di tanti squilibri e contraddizioni, soldatino ferito con idee di sinistra e modalità esistenziali tardoborghesi, non mi sospinge tra le braccia del confronto.
E così non sto a ululare alla luna ogni due e tre, sarà difficile che in una stanza affollata si possa udire la mia voce alterata. Arrivati a quel punto, sarò sicuramente in un'altra stanza a fumare, scelta poco opportuna e discutibile quanto si vuole, ma scelta convinta.
E non c'è nobiltà in questo; principale spinta a questo contegno è il tentativo di non essere scocciato.
In tanti anni, molti urlatori mi hanno dato un po' di polvere, sono stati preferiti, più ascoltati, maggiormente considerati, hanno ottenuto un mazzo di chiavi più sostanzioso. Un altro, forse, al posto mio avrebbe cercato di mettere riparo. In fondo, basta sbraitare di più, possibilmente su argomenti sui quali si è deboli. Funziona bene.
Ma una natura non si sovverte, nemmeno per amore.
Non si parla qui dell'infame e abusata “resistenza al cambiamento”, le origini hanno un peso, il percorso anche di più, e la libertà non è tanto fare quel che si vuole quanto cercare di pensare senza condizionamenti e senza ansie comportamentali.
A ognuno il suo stile e la sua condanna.
Non mi piace contestare nessuno e mai una sola volta nella mia vita ho pensato di poter cambiare qualcuno.
La magia, così rara e faticosa, consiste proprio nella difficoltà degli incastri, perché continuo a credere che le persone si appartengano per poco grazie a fluidi, pozioni a tempo, misteriose ribellioni, i nostri incontri sono nella maggior parte dei casi musica e sangue al servizio di strani sogni.
Tra una sigaretta e l'altra i conti tornano sempre meno. Piove forte e viene da chiedersi quando capiterà di sentirsi a posto con i vestiti, con la pettinatura, con la coerenza, con la morte e con la paura.
È piuttosto sconcertante che in certi momenti dell'esistenza ogni porto sia in realtà un attracco di fortuna, e che le ghirlande all'arrivo sembrino sempre più come una forma di beffardo folklore, l'accendersi inerziale di un rito con strategie di diminuzione.
Non mi piacciono le pacche sulle spalle.
E fare tanta fatica per disconoscersi è un film onanistico, autopersecutorio, più deprimente che surreale.

Mattinata pigra, gente che si ripara stancamente dalla pioggia costante.
Con lo sguardo seguo una ragazza in gonna corta e stivali che prima piroetta senza apparenti motivi e poi va a sedersi ai tavoli di uno dei locali sotto la mia finestra.
Prima che la mia immaginazione vada a regime di dinamite e bollori, ho già smontato tutto l'armamentario. In fondo, mi dico, sono solo vestiti da togliere, frenesia. Certo, il lucidalabbra è eccitante, è osceno e nelle fantasie di un uomo può essere preposto ad usi turpi. Ma questo tipo di immaginazione, in costante erezione e spesso sbavante, non presuppone l'incontro, la scomoda materia del sogno. E dunque, non sempre mi va di assecondarla come potrei.
Nonostante queste riflessioni, guardo le cosce della donna, per semplice inclinazione, senza trasporto. Questa dipendenza infiamma sempre, ma annoia anche.
Da piccolo, le cosce delle amiche di mia madre mi portavano a spingere sul letto, durante i brevissimi riposi pomeridiani e la notte, prima di prendere sonno. Mi eccitava lo sfrigolare delle calze durante l'accavallamento, e d'estate mi piaceva scommettere sui colori e sulla foggia di un intimo per me foriero di misteri ancora insondati.
Da ragazzo, scene rubate per strada convogliavano le mie energie verso frequenti e sofferte masturbazioni. Ci siamo passati tutti, anche quei mezzi preti che oggi sorridono nelle foto di famiglia con moglie ingrassata e figli fessi.
Una donna che scendeva dall'auto a gambe divaricate, un bacio con la lingua tra due adolescenti, una massaia intenta a pulire vetri sul balcone, tutto serviva alla controversa causa della masturbazione. Mai trovate eccitanti le ragazze, sempre le signore, meglio ancora se non belle di faccia ma ben carrozzate. Le ragazzine, quelle acquisivano valore aggiunto solo per fugaci innamoramenti o per il fumetto brutale di un pompino improvviso.
Sembra che stia riflettendo su dinamiche di cinquant'anni fa, ma è più o meno così. Le sensazioni cambiano, così come i bisogni e le paure.
Difficilmente dimenticherò una violenta sega di fine anno, credo il 31 dicembre 1986, dopo una tombolata familiare. Perdere mi aveva innervosito, e per giunta un'amica di una delle evanescenti zie indossava un gonnellino di pelle con collant neromorte a corredare.
Venni per terra, in bagno, dopo aver fumato di nascosto un'amarissima sigaretta di mio padre, la rinnegata Muratti. Appena finito, mi sentii in colpa e molto stupido. Raccolsi lo sperma alla buona, caldo e quasi solido, e pensai di essere sulla buona strada per commettere un infinito numero di cazzate negli anni a venire.

La passione di lungo corso che mi lega ad un film come 'La prima notte di quiete' comprende motivi personali, di gusto, ma anche di esperienza. Il film, uscito proprio nell'anno della mia nascita, il 1972, è e rimane il ritratto irripetibile di un modo di sentire e vivere che nulla pretende e non lambicca sull'autodistruzione, una parabola di ombra, rischio e rimpianto perfettamente riuscita, amara e senza implicazioni consolatorie.
Daniele Dominici, l'eroe nero zurliniano, è attratto da un'umanità laida e alla deriva semplificata del vizio, ma conserva l'aristocrazia involontaria di ogni temperamento passionale che si possa definire autentico. Non lascia e non lascerà una delle sue fonti di desolazione, la sfiorita compagna, ma -stoicamente ambiguo- ricerca in Vanina la differenza, la propensione al non possibile, al già perduto.
Quello di Zurlini non è il ritratto di un eroe decadente, come qualcuno ha voluto osservare, non c'è compiacimento e non c'è estinzione della pena. Persino i rapporti indefiniti e sregolati con i compagni di bravate e notti di gioco tende a non risolversi, tant'è che il rapporto con Giorgio “Spider” Mosca (Giancarlo Giannini) è esso stesso l'ultima occasione persa di una franca amicizia.
'La prima notte di quiete' è stato un film di formazione. Non sono cresciuto con Happy Days, ma con il cinema italiano dei sessanta e dei settanta. Con il film di Zurlini non ho fatto altro che riconoscere una perfetta rappresentazione di un senso di dissipazione, presumibilmente quel vuoto di ideali e speranze che poi è alla base di tanti rapporti umani finiti a puttane.
Il vuoto non crea compenetrazione e complicità, ma, da quanto ho avuto modo di vedere fino ad ora, sembra innescare un'irritazione, una rappresaglia, un fastidio.
Eppure, chi è consapevole di certe frange di vuoto tende a non rompere l'anima. Si torna sempre al punto di partenza: non ho mai puntato il dito su abitudini, incoerenze, sublimi ridicolaggini, amicizie colabrodo, fornicazioni dietrologiche e fedi adulterate.
Per quanto mi riguarda, ognuno si senta libero di autodistruggersi come preferisce, e di saldare conti che magari non riguardano affatto.
In queste sere di pioggia ho riguardato il film, attento ai dialoghi, alle pause, ai significati e agli scenari. Non c'è retorica, non è estetizzante, è fin troppo onesto: è la basilare impossibilità dell'amore e, per qualcuno, della quiete.

La ragazza con il lucidalabbra è ancora al tavolo, raggiunta da un'amica bruttina e giudicante, una di quelle che rompe i coglioni moralizzando, solo perché certe emozioni vorrebbe viverle in prima persona e non mestamente assistervi.
Una coppia di slavi litiga. Il libraio storico fuma una sigaretta sull'uscio del suo confuso negozio. Ho fatto una doccia ma mi sento più sporco di prima, è come se qualche panno della notte mi si fosse sciolto sulla pelle.
C'è qualcosa di nauseante nelle tante parole che giungono alle mie orecchie; so però di essere io maldisposto, e molto. La cosa triste è che non mi sento mai preso di sorpresa da qualcuno, alla fine riesco a prevedere troppi comportamenti, addirittura certi silenzi.
So benissimo quando un amico si rifarà vivo. Quando qualche ologramma del passato tornerà con la bocca bianca della parziale accoglienza. Capto la disponibilità femminile attorno a me, raccogliticcia e segretamente votata ad una liberatoria trasgressione, e so perfettamente come si dipanerà il dire/non dire, l'esserci sotto mentite spoglie, eccetera.
Una melassa monocolore, dal flusso prevedibile e recintato, che mi porta costantemente verso le più nascoste porte di servizio.
A me non tocca più fare sorprese. Non ne ho nessuna voglia. Non è inanità, non posso più lasciare il ponte di comando.
Le due ragazze al tavolo vengono raggiunte da un dinoccolato alternativoide della piazza, barbetta crespa, k-way verdognolo, pullover grigio un po' scambiato. Il tizio appare alla moda della non moda, è pieno d'energia.
Gracile e dalla sensibilità ostentata, il ragazzo è gradito, lo fanno sedere. Smetto presto di interrogrami sulla natura dei rapporti tra quei tre. C'è qualcosa di profondamente ruvido che si è (ri)formato tra testa, cuore e uccello, una sorta di vena blues, un promontorio di diffidenza che sarà difficile da scalfire.
Condurre una vita ritirata mi rende terribilmente poco interessante. Non vado in giro per musei con un bel foulard integralista. Non aleggia alcun mistero relazionale attorno alla mia figura, anche perché gli imbecilli continuano a fidarsi di blog e pochi altri segnali.
La mia permanenza sui social network è pura accademia di contrizione; la maggior parte dei contatti non servono a un cazzo e sono spesso morti e sepolti, è una sdoganata forma di ipocrisia a cielo aperto. Certo, ho ricevuto il tuo invito per la serata rock'n'roll di supporto al cinema cecoslovacco, ma resti sempre piccolo cibo per gabbiani, chi ti conosce.
Ridicolo quando leggi “1” in rosso nei messaggi. Quasi sempre è qualcuno che ti chiede come va, se puoi aggiornarlo sulle tue catastrofi, poi magari passa ad un millimetro da te e finge di andare di fretta.
Ti seguo sempre, giuro”
Ho aderito al tuo blog”. Aderito?
Non ho osato chiederti come stai”. E perché mai?
Ho sempre pensato che sei un uomo affascinante”. Bum. Accipicchia. Pollution.
Sto vivendo un pessimo periodo, devo scegliere tra tre persone”.
Oh. Prova con la morra cinese. O con le freccette, se a casa del tuo consunto confidente (che spera sempre di essere l'ultimo uomo della storia a poterti scopare, sarà lui a redimerti) c'è il necessaire.
Piove e piove e piove.
Il lucidalabbra. Già. Si parlava di turpe uso. Probabile che sia, il più osceno, quello di lustrare le ferite.

Luca De Pasquale

27/11/12

Bruciare


Con qualche amico al bar.
È perfettamente inutile radunarsi quando ci si interessa poco.
Inseguito dalla tromba lirica di Enrico Rava, questa è la terza volta che sento dire della pioggia di domani, ho già sentito ciarlare di lavoro, di fica, in una coltre di noia interminabile.
Le inadeguate fila di rapporti ipocriti, strascicati.
Sento che le colf dell'est, laddove trovino soldi, aprono le gambe. Si generalizza che è una bellezza, in quel misto di cinismo e nauseabonda lucidità in salsa semplice. No che non vorrei discorrere di filosofia, ma qui si esagera.
Sono fermo. Una camera iperbarica. Poco respiro. Nessun sogno.
Ogni diario ha qualcosa di stupido, di marcio, di sorpassato.

Sono giorni impersonali, senza caratteristiche.
Ho l'impressione di digerire sempre male, anche quando non ho mangiato.
È una suggestione. È impazienza. Sono io.
Come aspettare il freddo, l'inverno, su un tavolo autoptico, immobile e magro, senza elettricità se non a scosse capricciose e fuori misura.
Sono totalmente incollato alla mia pelle.
Ogni tanto mi fermo e ricordo qualcosa. Che da bambino non avevo le vertigini come adesso, che qualcuno diceva sempre a mia madre che ero troppo serio e pensieroso.
Da bambino mi tagliavo le ciocche di capelli perché mi sembrava di essere disordinato nell'aspetto, e finivo con l'imbruttirmi di parecchio.
Non lo sopportavo quel bambino, mi specchiavo pochissimo, oggi non mi piace rivedermi nelle foto, la mia immagine, il mio sguardo, mi sono intollerabili.
Se è vero che l'amore presuppone conoscersi per davvero e indagare benevolmente sul passato dell'altro, ebbene credo mi sottrarrò per sempre a questo rituale.
Perché la verità è che non ho niente da dichiarare. Non mi immagino più a fare confessioni, la sola idea mi allontana, mi fa ribrezzo. Come potrei mai spiegare tutti i miei silenzi di bambino, ragazzo e poi uomo?
Quando mi gira, posso avere il dono delle parole. Ma dura poco e non è mai per me. Sono comunque punti di vista. Potrei parlare per ore e non dire niente. Tacere e mettermi in gioco come non ho fatto mai. Sono punti di vista. Che non mi interessano affatto.

Una mamma è seduta su una panchina con i suoi due figli, ognuno su un lato, due piccoli guardiani schiamazzanti. Io sono in compagnia di un collega che parla, non lo ascolto, fumo. Al bambino di destra cadono delle noccioline. La mamma se ne accorge subito, dice qualcosa e si china per raccoglierle.
Sono costretto a guardare da un'altra parte, non so perché. Il mio collega non si accorge di niente.

A casa, mi sdraio sul letto. Il soffitto ha degli sbreghi di pittura, delle paglioccole rigonfie che promettono umidità.
Ho addosso un odore maschio che però non è il mio. Come se indossassi i panni di qualcun altro.
Chiudo gli occhi. Penso che sarebbe bello alzarmi, aprire la finestra e trovare il lago. Il lago per me rappresenta una grande parte della mia vita, spesa probabilmente a guardare al microscopio le mie passioni e cercare un semplice abbraccio cui non potessi attribuire altri, arcani, significati.
Un abbraccio che non mi chiedesse nulla se non esistere, essere presente.
Chissà nel 1972, quando sono nato, da quanti anni i miei avevano smesso di ballare e ridere, e se avevano mai cominciato.
Da bambino mi innamoravo in continuazione, sognavo spessissimo di andare in vacanza sui laghi e piacere a tutte le ragazzine, conquistarle con le parole, con un modo di fare passionale che già intuivo come fonte di guai futuri e talvolta poco riparabili.
Immaginavo dichiarazioni sui bordi di belle fontane, sotto le stelle.
Nella penombra delle stanze, mano nella mano, sussurrando sul collo, piano.
Stravedevo per Ugo Tognazzi, mi appariva come un gaudente irresistibile. Adoravo la commedia all'italiana, quell'inettitudine gaglioffa, quella continua e ostentata dipendenza dai sensi.
Scrivo queste cose come se dovessi morire tra qualche ora, al massimo domani. Per me è davvero così, e non so se essere grato o meno alla mia sensibilità per questo.
Queste abbozzate memorie sanno di resa dei conti. E forse è così.

Temo terribilmente la vecchiaia. Non credo di disporre degli strumenti per affrontarla. Strutturalmente, dico. Ho il desiderio di bruciare, di espandermi, di dare fuoco e poi spegnermi, ma di passione e non di vecchiaia.
Sento qualcosa che mi divora dall'interno, mi strizza, mi cambia la voce di rabbia e anche quella di silenzio, è come se accadesse da millenni e quindi devo bruciare. Devo.
In questi primi quarant'anni ho inventato di tutto per non fermarmi a guardare questa macchina dentata e divoratrice. Purtroppo, credo di essere nato con questo meccanismo ad orologeria nel cuore, è stato superficiale pensare di dimenticare.
Brucio ogni giorno, anche in stato di quiete.
Brucio ogni notte, se sogno ancor di più, se crollo incamero code di fiamme.
Quando stringo la mano, brucio. Quando dico addio, brucio e poi riguarderò i fuochi d'artificio in riva al lago, rigorosamente da solo.
Mentre scrivo brucio, anche se non voglio raggiungere, anche se non voglio ammaliare.
Detesto radermi, è un gesto così formale, così abbrutente. Detesto il mio volto senza l'ombra della barba.
So che deve vincere il lago sul fuoco. Lo so ed è una sofferenza assistere al corpo a corpo, alle mie smorfie fuori inquadratura, alle mie bugie di conoscenza.
Scusa, che ore sono?”
Le diciotto e quaranta”
E brucio.

Matt Bianco.
More than I can bear.
Mi ricorda un'estate di baci, un secolo fa, estate 1992.
Come ero ingenuo. E quanti saltimbanchi intorno, a recitare la parte dell'energia.
Ora, per essere me stesso.
Ora, per essere me stesso dovrei andare via.
Un'altra città, un altro nome e insisto, nessuna coordinata. Nessuna.
Sono Antonio, ho una quarantina d'anni, sono quel che vedi. Non chiedermi niente. Ti permetterò di scoprire se emano calore o no e come posso cercare d'amare. Tutto qui.
Non sono stato niente, non ho mai detto niente, e non so spiegare. Io non spiego.

Sempre di più, mi piace guardare i portoni di notte, con i citofoni luminosi.
Il sonno degli altri è una parvenza di pace, di stop, di senso.
Mi porto dietro un'impazienza che è una Medusa, sostituisce le braccia, le labbra, persino il sesso. Una Medusa creata dalla notte e adatta a darmela in pasto, a rendermi insonne per una strana e contorta devozione.
Solo di notte è possibile amare.
Con il segreto, l'acqua immobile e tutti gli spettri in sala d'attesa.
Solo di notte è possibile intrecciarsi, davvero lasciare che le vite e i respiri si incontrino, essere melodia e non una sguaiata anticipazione della morte.
Tutti i miei ingranaggi vanno complicandosi, ogni bolla di sangue pulsante genera altri stimoli, è il caos, è la ribellione, è la confusione di tutto il percorso compiuto.
Mi piace, quanto mi piace minacciare ogni nuova sensazione per renderla pericolosa, difficile, renderla una complicazione a vantaggio della mia anima senza quiete.
Mi pento solo per l'occasionale mancanza di energie, ma sono imperfetto, a volte devo battere in ritirata, a volte devo mentire, a volte devo contare i danni.

Quasi notte.
Sto per rientrare nella tana. I sogni occupano sedie vuote.
Sono seduto al tavolo di un caffè notturno.
Fingo di leggere, in realtà mi guardo intorno.
Non ci vedo bene. Distinguo i leggins della mia vicina di tavolo, mi arriva il suo profumo acre, tutto il resto è nero con qualche sbavatura.
C'è una canzone dolente che appartiene a questa notte e a tutti coloro che entrano nel mio raggio visivo. E c'è una lunga strofa di cecità prima che si intraveda la luce fioca di un ritornello che ci avvicini per davvero.
C'è notte in me e tutto intorno, c'è una complicità segreta tra me e ciò che raggiungerò, costantemente assorbito dall'idea di non avere tempo, non avere più nessun tempo per accorciare le distanze.
Ogni sguardo di questa notte ha una profondità inedita, va oltre una meccanica ordinata di traiettorie, ogni sguardo è un cecchino di una lucidità affannata, impotente nella sua enfatica ambizione di essere passione.
Solo di notte è possibile una forma d'amore che non contenga fuga e cattura.
Il tempo è poco.
Bruciare.

Luca De Pasquale, 26 novembre

07/11/12

Canes do murallo


Dal letto mi arrivano le notizie del telegiornale. Direttamente dalla garbata e seducente scollatura di Alessandra Carli. Passano in rapida successione la Camusso, Alfano, Grillo, Manganelli, ma quel che resta è la scollatura di Alessandra Carli.
Poi Alessandra Carli saluta e passo su una rete privata per un'inutile carrellata sul calcio campano. Fumo. Mi fa male la spalla, sono coricato su un fianco. Ondeggio tra la voglia di ascoltare musica e il sonno.
Non ricordo più niente. I'm an empty box.

Metropolitana. Stazione di Cavalleggeri Aosta.


Una russa mi chiede se siamo a Pozzuoli.


“No, è l'ultima fermata”


“L'ultima fermata?”


“Sì”


Mi supera. Pantaloni bianchi. Io neri. Tutto il vagone di estrazione maschile le fissa il culo, piuttosto bombato, invitante. Guardo altrove. Non ho mai amato desiderare cose evidenti. E non mi piace condividere. Mai.


Mi affosso nella lettura del Corriere Della Sera. E arriva, trafelata, una ragazza che parla al cellulare. Dice al suo interlocutore che ha corso talmente per prendere la metro che ora non ha cognizione di dove si trovi.


La ragazza indossa un profumo mai sentito prima, di una freschezza incredibile. Passandomi accanto, la scia mi avvolge completamente. E mi stordisce. All'istante. Ripiego subitaneamente il giornale, me lo mangio il profumo, me ne cospargo. Un profumo che mi induce a pensare di trovarmi addirittura in un non luogo.


Si determina in me la certezza che certe brezze femminili sono irresistibili, dolorose, che potrei senza troppi scrupoli compiere qualsiasi azione per entrare in quella dimensione di vizio e di dipendenza. Quel profumo mi rende naufrago, maggiordomo di un cosa senza volontà, presenza in transito e in credito di follia, tutto in pochi secondi.


Scorre di nuovo veloce il panorama, arriva Bagnoli, arriva il mare. Sono stato trasportato in un incantesimo senza continuità. Non mi giro a guardarla o cercarla, quel tempo è finito, quella sfortuna non è più moneta corrente. Non è importante lei. Me ne fotto di conoscere il suo nome.


Certo, mi chiedo scopandola che odori sprigionerebbe, se confermerebbe quella meraviglia di copertura, ma passa presto. Passa tutto, quando non ti aspetti più niente.


Sorceress.


Quando esco dallo studio del medico, c'è una donna appoggiata al portoncino della scala. Anche lei dovrà entrare. Nel momento in cui apro per uscire, lei si gira e ci guardiamo. Noto gli occhi verdi, di un verde vendetta, e un rossetto scurissimo, quasi nero.


Non sorrido. Neanche lei. Ma io sono gentile. E anche lei, di rimando.


Allontanandomi, estraggo il telefono dalla tasca. Devo avvisare qualcuno che no, per adesso non mi aspetta un infarto. Così credevo. C'era di che preoccuparsi.


Mi accorgo che lei, occhi verdi vendetta, mi segue con lo sguardo. Chissà perché, ho delle movenze così stanche, e la vedo bella reale la mia puzza di miseria, di disincanto, di cinismo non più a buon mercato. Non che mi trascini, ma certo non sono un mangiavita. Il fuoco nell'anima è ancora spaventoso, ma da qui ad incuriosire ce ne passa.


Fatto sta che il suo sguardo lo sento, e raggiunge presto la mia spalla dolorante, quel finto infarto, tutta la rabbia che scende dal collo fino alle gambe, come una doccia di schegge. Quando sono sotto la doccia mi fermo sempre a convertire l'acqua calda in calma di vita. Appoggio le mani al muro, mi allargo, come per farmi prendere dall'acqua calda, per farmi violentare da una nuova calma, una consapevolezza spietata ma non aggressiva.


Non mi sono mai piaciute le docce in due. Ti rubano qualcosa, in effetti. La mia privacy del riordinamento desideri, per esempio.


Mi allontano sempre più, scompaio dal campo visivo di Vendetta.


Le sirene, le sirene le riconosco tutte, forse ad ognuna associo un profumo, un attimo, un percorso, un particolare giro di basso.


Perché, a dispetto della notorietà dei gusti e delle inclinazioni, non sono piano, sax e chitarra a cantare, bensì il basso.

Appoggiato spesso ad un prim'attore, in chiaroscuro e qualche volta misterioso sodale di grandi imprese, è il basso a puntellare il mondo con il suo sostegno e la sua forza.


Il basso mi risarcisce ogni giorno con una colonna sonora adeguata, finché durerà, finche udito, mente e corpo saranno presenti e liberi di associare.


La notte.


Una notte così scura che ho bisogno di ascoltare i suoni del Fender Rhodes, liquidi e dilatati, per pensare di poterla abitare. Sono figlio di un uomo da pianobar e sigarette, e adesso che ho quarant'anni mi riconosco. In televisione c'è un film con Laura Efrikian, piuttosto melenso. C'è anche Caterina Caselli. No, non mi piacerebbe trovarmi ai tavoli di un ristorante raffinato con qualche improbabile compagna. No, nemmeno mi piacerebbe scoprire Macao o qualche lontano stato, alla fine sono -in potenza- solo un pigro vitellone di provincia. Non volo alto. Non sono minimamente attratto da mete esotiche, e i maniaci del viaggio mi annoiano. C'è qualcosa di patologico nelle persone che non vogliono accettare la concretezza dei limiti. Preferirei invece giocare a carte con quattro sbandati dediti al poco, alle donne, alle ore piccole. E probabilmente sono molto più legato al vizio che alla scoperta, i percorsi di scoperta hanno molte controindicazioni, una delle quali è la retorica del paradiso lontano.


Mi può accendere l'idea di sedurre la moglie dell'amministratore, portarla nel blu della notte pur non elemosinando una sola stilla d'amore. L'ovvio compromesso di un qualsiasi Principe delle Rovine, niente retorica e niente stronzate sui fuochi artificiali.


In fondo la fissazione dell'amore non è che una dipendenza imperdonabile; e tutto quel che ne consegue, canzoni, ideali di libertà e di fusione, emozioni già vissute e bruciate, l'avviluppante mania delle concordanze e delle affinità, un continuo spalare in cerca di pietre di rimpianto.


Senza cani e senza padroni, senza monili e senza disadorni funerali del peggio ormai passato, mi sento un punto di calore in questa notte nera, un cocchiere di carrozze scure dove sono bandite le poesie, le confidenze, le confessioni, le calde digressioni sull'amicizia e l'umanità da accorpare, dove il viaggio non è salvezza e i baci non sono promesse di nessun genere.


Avverto solo i profumi, capto le menzogne più comode, non mi piacciono i giochi di seduzione, è roba da pervertiti, è come masturbarsi di nascosto e bagnare una divisa regale da pazzo. Non tollero le donne che giocano su più tavoli, disprezzo la malattia che porta a chiedere continuamente conferme di geometrie, tenetevi un corpo che vi riscaldi fianchi e libido, chiudete quella cazzo di bocca.


Preferisco chi non sa chiedere. Chi non sa scegliere continuamente. Chi conserva una forma di timidezza. Preferisco il silenzio.


Laura Efrikian era molto carina, aveva tutte le caratteristiche per essere la fidanzata ideale. Dolce, orgogliosa ma ragionevole, apparentemente fedele. Iconografia di cinquant'anni fa. Gonne piuttosto corte, il tocco di malizia che serve. Mi viene da ridere mentre mi accorgo di aver fumato una quindicina di sigarette in poche ore.


È molto tardi. Mi affaccio. Continua a sciamare gente verso i gastropub e il ristorante biologico in punta di sandalo. Le donne ridono, eccitate, complesse, scortate quasi sempre da qualche volenteroso idiota da compagnia. Le comitive di miei pari età, seduti a raggranellare la serenità che il giorno ha lesinato. Ognuno con un fagotto colmo di tentativi. Si impegnano per avere il meno tempo libero possibile; non sia mai che si resti soli con se stessi, quello è l'atroce momento degli spettri, vero?


Non capisco. I treni li abbiamo persi tutti. Ognuno di noi, arrivati a questa età, sa che ce lo hanno messo in culo e che tra non tanto tempo potremo forse permetterci il lusso di essere pianti e rimpianti. I più fortunati saranno continuati dai figli. I più esaltati continueranno con tutte quelle puttanate sull'arte come salvazione. I banali, i tanti che conosco, tutti presi dalla scheda Premium, dall'investimento giusto, dalla macchina da cambiare e dal ridicolo punto focale di cambiare look in tempi di magra. O cullati dall'illusione che una chiavata poetica, il ritorno della passione nella vita, significhi un cambiamento.


Con questa maledetta sigaretta in bocca, a notte alta, e la serenità stinta di chi non deve segnalare la sua presenza a nessuno, sono consapevole di non aver capito nulla, di aver fallito il traguardo più rilevante, quello della leggerezza, che pure mi appartiene.


Perché sono un uomo molto superficiale, al punto che la cultura “alta”, soprattutto quando esibita in continuazione e con frode, mi annoia da impazzire. Il classicismo mi fa venire gli spasmi allo stomaco, non si può pensare continuamente al jazz, ai grandi scrittori, agli spiriti ribelli, all'emozione dell'arte.


Forse stiamo solo cercando di salvarci la pelle. Qualche volta è degradante, malinconico; altre volte è appassionante, soprattutto se qualcuno decide di berci e di amarci. Ma le presunte dolcezze dei sentimenti hanno come contraltare il tornare sui propri passi, il confondersi per altre presenze, il grottesco idealizzare l'assenza e l'annunciazione del nuovo. Ed è allora che quello storpio cameriere dell'esistenza ci porta un lungo conto: e ti ricordi le notti di febbre e gioia ingestibile, ti ricordi dei gesti più amorevoli e concreti, dei tragitti che hai intrapreso per raggiungere qualcuno, dell'ostinazione fiera e folle nel continuare una melodia che pure ti strideva dentro.


Da bambino ho letto tantissimo e giocato niente. Ero molto serio, e volutamente isolato. La gente non mi è mai piaciuta. Mi interessava solo l'amore, ma non volevo aspettarlo giocando. C'è stato qualcosa di profondamente animalesco nella mia formazione, qualcosa di violentemente istintivo, un codice scarno e asciutto, l'idolo brutale del qui e ora, e basta. Da adolescente mi preoccupavo della lunga durata a letto ma non nella vita. Errore madornale, in tutta probabilità. È fondamentale avere una lunga gittata nel quotidiano, nei discorsi, nello scambio con gli altri, nei progetti, elementi dei quali sono totalmente sprovvisto, ed è troppo tardi.


Ma questa considerazione non ha parentele con una blanda e lagnosa autocommiserazione, tutt'altro. Va bene così. L'uomo di oggi è comunque il risultato di scelte, contingenze, humus familiare, inclinazioni, amori, molto degli amori vissuti.


Miccia corta, occhi che si abituano a case nuove, nuove e già vecchie forme di cortesia e di interesse.


È impossibile continuare a credere nei tormenti come moneta corrente del tempo che passa, i tormenti sono solo alibi. Il più delle volte sono banali risonanze di tuffi mancati, e non c'è altro da dire al riguardo.


Gli ultimi clienti del ristorante vegetariano se ne vanno alla spicciolata, i bar ritirano i tavolini, non è elegante insistere con la didattica del dissidio interiore.


Qui c'è solo da rendere l'istinto un alunno presentabile, procedere, ottenere qualcosa, mettersi il cuore in pace, senza la variante degli altri si rischia di declinarsi all'infinito in un lamento senza musica, un flebile filo di voce che prega fuori tempo, “ci sono anch'io, ci sono anch'io”.


Luca De Pasquale, 7 novembre 2012

03/11/12

De tout façon, Je compte chaque ombre


Il giovane chitarrista napoletano Kashif Moiariello è su una panchina, nella centralissima strada dello shopping.
Accorda la chitarra classica, cerca di farsi notare. Sono anni che cerca di avere relazioni durature con delle donne, ma non è nelle sue corde.
Esercita la malìa iniziale, con quel suo sorriso complesso, racconta qualche storia delicata, poi accade qualcosa e il rapporto non decolla.
Oggi ha una rasatura perfetta, e mentre accorda guarda i passanti, fosse che passa la donna della vita, quella che soprassieda ai difetti e alle monotonie.
Una donna delicata, sensibile, fedele, accorta, direttiva al punto giusto, non destabilizzante, che non prevarichi, che sappia coccolare e che ricordi un paio di volte l'anno di essere anche seduttiva, persino un po' dark.
Kashif Moiariello fa una pentatonica assai delicata, semplice. Non si è fermata la donna della vita, non ancora, chissà.
Io sono sulla panchina di fronte. Aspetto che l'inverno taciti tutto.
Io sono sulla panchina di fronte, con le mie ridicole scarpe rosse, uno zaino blu e qualche residuo di tempo.

Quando Kashif Moiariello è andato via da un pezzo, io sono ancora lì.
Passa la salumiera fitness, lei e il suo banale culo da asporto. Ricordo che il tavolo al quale scrivo è zoppo, malfermo. Quando scrivo furiosamente, trema.
Come a ricordarmi che la rabbia non serve a nulla, non è nobile, non profuma di notte come tutto il resto.
Ho acquistato carta da parati color notte per le mie stanze.
Ho riguardato senza cura l'album del matrimonio dei miei, poi l'ho conservato, sommergendolo di panni inutilizzati da anni.
Ho riletto tutta la violenza di ieri. Sapevo che mi avrebbe disgustato.
Stamane all'ascensore ho salutato un vicino che portava a casa la posta. La tristezza, la sua tristezza, le sue sopracciglia. Piacere, sono un nuovo inquilino e non ho un nome.
In autobus, una donna ha parlato con tutti fuorché con me. Forse avevo la faccia della notte.
Fuori al tabaccaio ho urtato una bambina con un vestito verde, e ho avuto sensi di colpa per tutta la giornata. Come è facile sentirsi in colpa e detestarsi per tutti gli angoli sbagliati, di visuale e di movimento.
E a pranzo ho sentito delle persone vecchie parlare di me. Le ho ascoltate poco e con un formicolio di fastidio, le ho ascoltate senza voglia e volevo scappare.
Ho parlato male di un uomo che conosco con un altro uomo che conosco. Ho detto, ricordo vagamente, che mi faceva schifo per l'esibizione della sua ricchezza.
Ho anche detto che sua moglie è una gallina puramente esornativa. L'altro rideva, si ride sempre quando c'è qualcuno che spara alla sagoma.
L'insofferenza e l'allergia ad ogni forma di regola e di consesso mi rendono un cecchino, a sua volta larga sagoma di scherno e rancore. Non c'è scampo.
Continueremo ad ucciderci per niente, per un equivoco, per un ritardo d'affetto.
Sono arrivato a varie feste quando erano terminate. Mi piaceva quella forma di malinconia e di errore.
Ho sempre apprezzato la malinconica e impopolare dichiarazione “sono astemio” in momenti di euforia e compagnia.

Nella folla di via Roma c'è uno che balla come Michael Jackson vestito da Michael Jackson. Lo conosco già, è uno spettacolo inconsistente, accelero mentre volgari ragazzini cullano le indecise forme delle loro compagne. Di una donna che cammina veloce noto subito il rossetto troppo deciso ed una gonna blu e bianca. Non tollero il trucco eccessivo.
Supero due stronze che parlano di tradimento ad alta voce, evito di salutare l'amico di un amico, accendo una paglia ed ignoro il negro sifilitico che inizia il suo “scusa amico, scusa...”
Questi sabato pomeriggio mi distruggono. Questo vagare, questa distrazione a cielo aperto, questo unirsi e concorrere al giusto evento, questa roba mi uccide, mi polverizza, mi ricorda che è meglio essere un uomo solo, anche per te.
In questa confusione tu ti sei smarrita.

Nel corridoio che mi conduce alla mia porta risuona una musica.
Qualcuno nel palazzo studia flauto. Mi fermo per qualche secondo.
Motel Oblio. Che sia dannata la mia diffidenza così radicata.
Mi appoggio alla mia porta buia. Da sotto filtra l'odore del fumo e del mio sonno. Non lo imbottiglierò mai, fino alla dispersione, fino alla stessa sopravvenuta noia di scrivere e comunicare.
Sento che tutta la mia energia è solo una parentesi tra due notti, e non vale l'eccesso viscerale della scrittura.
Abbracciato ai petali di un rifiuto vecchio quanto una richiesta di sorrisi, mi godo la mia età e la mia decadenza.

Luca De Pasquale, 3 novembre 2012

27/10/12

Le cauchemar


Alla larga dall'Ideologia e i suoi limiti di facciata.
Alla larga dalle smanie votive, dai tributi, dal do ut des sentimentale, dall'assistenza ai malati che stanno meglio di te, da quella ghiotta ipocrisia sorridente verso il Diverso.
Cercano di coinvolgermi in una serata dove si parlerà, si mangerà, e la svaccata cortigiana preparerà manicaretti: riceverà tanti complimenti, ci sarà quello che porta la bottiglia di vino, la coppia che pomicia poco discreta, la donna dell'amico che mi farà capire quanto è scontenta e poco compresa.
E poi mi faranno vedere una bella stanza da letto con il crocifisso, una postazione internet e le pareti da poco ripassate, ci pensano gli amici a svolgere questi servizi.
La padrona di casa, pigra e un po' sovrappeso, valuterà i regali ricevuti, fioccheranno foto e tag, microtag e supertag. È bello avere un nutrito gruppo di amici, sì?
Come spesso è accaduto, tutto questo non riuscirebbe comunque a farmi sentire un cane rognoso ed arrabbiato, avulso da questi rituali, Diverso.
Fumerei. Sarei certo gentile. Guarderei le donne, tra nausee e voglie. Non mi piacciono gli sconosciuti che fanno rumore e non sono un sincero democratico.
Chi vorrebbe che io fossi una corda, io non vibro alle nequizie del mondo, non ho pazienza per le sciocchezze del cuore, latito, scompongo, rinculo. E certi incontri mi mettono solo malinconia, malinconia e costrizione.
Due solitudini che si incontrano sono destinate alla dissipazione. Due voglie d'amore danno morte.
Non andrò. Non metterò la camicia azzurra. Sono sporco dentro, sono melmoso, non ho voglia. Sono una scheggia senza direzione, potrei tagliare quanto rintanarmi e sembrare una massa di rinunce, potrei essere la variante e il capriccio, sono solo un uomo e le curiosità non le scelgo sui cataloghi.
Non andrò. Mi guadagnerò la possibilità di essere escluso la prossima volta.
Vorrei far colazione un sabato mattina, un sabato mattina nel niente, senza conoscere, senza capire e senza pianificare. Senza garantire, e senza interpretare male i sogni degli altri, le elevazioni del vivere che non tengono conto di chi siamo e da dove veniamo.
Se vogliamo qualcuno che ci faccia star bene, dovremmo imparare a spiegarci meglio o saremo condannati ad ingaggiare delle comparse.
Non ho più voglia di raccontare la mia storia, di come sono arrivato a questa strana età, e di come mai le mie cicatrici sono di taglio, mai in orizzontale. Non mi piace più vedere occhi sgranati e il successivo abisso di letture tra le righe.
Ormai ho seppellito quasi tutto e non racconto con piacere le mie vicende, i colpi di scena, l'alto numero di assenze, il paziente scempio delle ricostruzioni.
Ho perso la voglia e buona parte della fiducia. Che sia sociopatia o meno, mi piace procedere senza illuminazione e senza imbonitori attorno.

C'è stato un momento in cui sono stato pronto a rinunciare alle mie battaglie perse.
Non lo so fissare con precisione chirurgica, ma quel momento c'è stato. Ed era un bello spettacolo di luci bianche e gialle.
In quel periodo mi dicevo “stai zitto e cammina, accetta”.
Per un caso o un altro, quel periodo ha trovato la morte proprio nel momento di mia massima disponibilità. E da quelle ceneri proviene la mia nuova andatura sghemba, sobria, qualche volta claudicante, in genere non tarata sulla corsa e sull'ansia.
Guardo dal mio tavolino la ragazza con i capelli à la garçon e la minigonna jeans, guardo come ride con il ricciolone a forma di Yoghi che insiste nel parlare di Vendola, di Renzi, di come si sente chiamato in causa dalla società civile. Povero stronzo.
La società civile se ne fotte di te, spegni il sacro fuoco, draghetto Grisù.
Guardo la ragazza con poco intrigo, dev'essere un po' isterica nell'intimo, ma deve credere molto alle sensazioni che prova. Per un istante, provo disgusto. Sono anni che tappezziamo cuore e memoria di immagini sessuali che dovrebbero più o meno guidarci.
In un lontano passato, sono riuscito ad essere così stupido da voler ammantare l'armamentario copulatorio di sensazioni spirituali. Facile, a cazzo vuoto. Gli uomini sono di una caparbietà insaziabile, una cieca propensione al singulto.
E quando una vecchia amante ti dice “sai, ti ho voluto bene”, non stiamo parlando di un errore andato in scena per troppo tempo? Ne ho il sospetto.
Continuo a guardare la ragazza garçon. Ha gambe non disprezzabili. Meccanicamente, sarebbe tanto semplice entrare in lei, sentire quella morsa che troppe volte è bugia, infine accontentarsi di una carezza, e poi lasciarsi morire in un futuro equivoco e febbrile.
Penso che la definizione “fare l'amore” è di un'insensatezza totale. E mi crea anche qualche problema di coscienza. L'amore non si fa, l'amore è o no. Basta.
Ho imparato che all'amore il più delle volte non ci arrivi nemmeno. Quando lo vedi, c'è già qualche mano artigliata che ti chiama via, ti scaccia o ti ferisce. Non si ha la pazienza e la gittata per arrivare all'amore. È la peggior offesa che la vita regala ai sogni.
Il ricciolone yogurt continua a straparlare, non si accorge nemmeno che lei è cotta, che potrebbero andare a scopare ora e in più posizioni, ma è un imbecille, ha un ego calzino bucato che puzza di piedi, di utopie e di vizi familiari. Povero stronzo.
Getto via la sigaretta. In questi giorni la mia rabbia è di colore verde. Un verde smeraldo con una sola goccia di sangue.
Non mordo più. Faccio il bravo. Respiro il buio finché non mi sembra malattia.
È un esercizio di pazienza.

Luca De Pasquale, 27 ottobre 2012